(Feltrinelli – euro 12,00)
di Francesco Barilli per Ecomancina.com
Dopo aver letto "Fuoco Amico" la mia
prima emozione è stata apparentemente immotivata: il senso di
colpa. Senso di colpa perché ho sempre pensato che la situazione in
Iraq fosse molto più complessa di quanto i telegiornali (quelli che
ancora si degnano di inserire l’Iraq tra una notizia sul maltempo
ed una di gossip…) ci danno ad intendere, ma mi ero ormai
rassegnato a considerare inevitabile quella mancanza di chiarezza.
Mi ero quindi avvicinato al libro di Giuliana Sgrena pensando fosse
"solo" il racconto della sua drammatica vicenda e della
morte di Nicola Calipari. Nulla di più sbagliato: Fuoco Amico è
"anche" questo, ma è soprattutto una preziosa occasione
per approfondire le molteplici tematiche della realtà irachena. Il
libro ci racconta lucidamente i mutamenti sociopolitici in corso
nell’Iraq dall’intervento militare in poi, parlandoci della
guerra, dei sequestri, della distinzione (sottile, ma fondamentale)
tra resistenza e terrorismo, della condizione femminile, di Falluja…
In altre parole, ci racconta un Paese che sta vivendo una
transizione NON da una dittatura ad una democrazia (per quanto
imperfetta ed incompiuta) ma da una dittatura – feroce ma
"laica" – ad un ginepraio in cui si mescolano
fondamentalismo religioso e rancori mai sopiti di natura
etnico-religiosa. Un ginepraio che a sua volta può essere soltanto
un’altra transizione verso un futuro ignoto, ma in cui una cosa
sola è certa: in questa situazione tanto gli occupanti quanto gli
occupati mal sopportano i testimoni; un contesto che proprio
Giuliana ha pagato a caro prezzo, con un incubo di 4 settimane
terminato con la doccia scozzese di una liberazione subito seguita
dall’ormai famosa raffica che ha ucciso Nicola Calipari, l’agente
del Sismi che si era adoperato per la sua liberazione, e con il
ferimento della stessa giornalista.
Il significato di "Fuoco Amico", come
spiega l’autrice, ha due livelli di lettura. Uno più immediato
(il fuoco americano sugli alleati italiani, che costa la vita a
Nicola Calipari), il secondo meno diretto: l’attacco all’informazione
indipendente, portato (tramite il sequestro della giornalista del
Manifesto) proprio da parte di chi, almeno in teoria, dovrebbe avere
interesse nel fare uscire informazioni dall’Iraq martoriato.
Il libro è davvero molto bello, ed è da
apprezzare, oltre che per lo sguardo lucido che offre sul
"pianeta Iraq", per la chiarezza e l’onestà
intellettuale. Giuliana ammette senza problemi che quando si recò a
Falluja non sapeva ancora che Florence Aubenas era stata rapita in
circostanze analoghe a quelle che le avrebbe riservato il destino;
ed ammette che, se avesse intuito il rischio, forse non ci sarebbe
andata. Dunque la presenza della giornalista del Manifesto in quella
città, diventata simbolo degli orrori della guerra in Iraq, si
spoglia di quell’aura strumentalmente usata da certi commentatori
vicini al centro-destra, che in buona sostanza parlarono quasi di
incoscienza dell’inviata.
Poi c’è il tono del libro; un tono senza
concessioni alla retorica o al sensazionalismo. Giuliana Sgrena in
questo suo lavoro non sembra assolutamente interessata a
"costruirsi un personaggio", ma solo a fornirci una
testimonianza obbiettiva della situazione Irachena partendo dalla
sua vicenda. Si tratta inoltre di un lavoro, nonostante il
"peso" degli argomenti trattati, dalla lettura agile, con
un unico avvertimento: prima della lettura è bene avere una minima
infarinatura sulle diverse etnie presenti in Iraq, per evitare che
taluni riferimenti risultino non immediati.
Originale, infine, l’idea da parte dell’autrice
di terminare il libro intervistando il proprio compagno; quasi per
segnalare il "ritrovamento" di un mese di vita
"perso" proprio tramite le parole di Pier Scolari, e per
ricomporre un’esperienza di cui ognuno di loro ha potuto vivere
solo una parte, per un mese distinta ed inconsapevole dell’altra…
Lidia Menapace, nel suo articolo di presentazione
di Fuoco Amico su Liberazione, ha ricordato quanto diceva durante le
settimane del sequestro della giornalista del Manifesto: "lei,
quando sarà tornata, parlerà, racconterà quel che è successo e
quel che ha capito delle cause del suo sequestro". In
realtà Giuliana chiude il libro non con delle risposte, ma con
altre domande, e l’unica certezza che ci arriva dalla sua
testimonianza è quella di un Iraq in cui nessuna delle parti in
causa ha interesse ad una totale trasparenza dell’informazione. E
certamente questo è l’ennesimo frutto amaro di una guerra che,
basata com’è su inganni e reticenze, non può che aggiungere l’informazione
alla lunga lista delle vittime innocenti.
Francesco "baro" Barilli, di
Ecomancina.com