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L'insostenibile leggerezza delle
ferrovie
A tutta velocità verso
l'ignoto
L'Alta velocità italiana è una
telenovela -in onda da ben 12 anni- di cui ancora non si vede la
fine. I benefici previsti, come una maggiore offerta di treni veloci
per i passeggeri o la diminuzione del traffico pesante su strada,
sono ancora incerti. Di sicuro c'è solo un buco nero che sta
inghiottendo una montagna di soldi. Chi ci guadagna è un gruppo di
aziende che oltre dieci anni fa ha firmato i contratti per la
realizzazione delle linee. A trattativa privata
di Davide Musso
Il destino delle ferrovie, in
Europa, è l'Alta velocità. Lo dice chi la sta realizzando -da
anni- anche dove gli esperti affermano non sia utile. Ma i treni
superveloci, quelli in stile Tgv o Eurostar, sono il futuro.
Indispensabili per far fronte a una domanda potenziale di
trasporto stimata in 350 milioni di abitanti nei soli Paesi
dell'Unione europea, che va a congestionare, in gran parte, strade e
autostrade. A questo aggiungete il traffico merci, assorbito
dall'attuale rete ferroviaria solo per il 14%, perché per il 60% si
muove su gomma. Nel 1996 l'Unione Europea ha messo in progetto fino
al 2010 (anche se la data è destinata inevitabilmente a slittare),
12.500 chilometri di nuove linee per treni da 250-300 chilometri
orari e l'adeguamento di altri 14.000 chilometri per treni fino a
200 chilometri orari. Linee superveloci sono già attive in Francia,
Germania, Inghilterra, Spagna e Belgio. Anche l'Italia è in attesa
che i primi cantieri consegnino i lavori. La strada sembra già
scritta.
Lo ha ribadito, nel 2001, la Commissione europea con un Libro
bianco che disegna gli scenari del trasporto europeo fino al 2010:
"Man mano che l'Unione si espande, l'accrescersi delle distanze
per raggiungere le metropoli da una parte all'altra dell'Unione
presuppone una rete efficiente di trasporto rapido di passeggeri.
Una simile rete deve comprendere linee ad alta velocità, linee
adattate, raccordi e sistemi che permettano l'integrazione dei
servizi di trasporto aereo e di trasporto ferroviario nonché gli
aeroporti".
L'Italia si allinea al progetto generale. I benefici previsti (da
leggere, quindi, al condizionale) vengono riassunti così: maggiore
offerta di treni veloci per i passeggeri, circolazione merci a costi
competitivi e, di conseguenza, diminuzione del traffico pesante su
strada. In attesa di verifiche sul campo, quelli certi (ma fino a un
certo punto) sono i costi: elevato impatto ambientale, ritardi
biblici, processi per corruzione. Ma, soprattutto, un buco nero che
si sta inghiottendo una montagna di soldi.
L'Alta velocità italiana è una telenovela -in onda da ben 12
anni- di cui ancora non si vede la fine. Un'opera con importi
lievitati nel tempo e della quale, se mai verrà ultimata, non si
riesce a dire con certezza quale sarà il costo complessivo. Ma che
uno studio presentato ad aprile quantifica in oltre 78 miliardi di
euro.
Conviene chiedersi, allora, come si sia arrivati fin qui e
cercare di immaginare quale potrebbe essere il futuro. Chiedersi se
la spesa servirà davvero. Perché quei denari dovrà pagarli lo
Stato (quindi la collettività, cioè, in un modo o nell'altro,
tutti noi) e perché la struttura finanziaria e contrattuale del
"modello Tav" potrebbe essere scheletro delle grandi opere
future, dal Ponte sullo Stretto in poi.
Gli attori chiave sono i "general contractor". Un
gruppo di aziende (di colossi) che nel 1991 e nel 1992 hanno firmato
i contratti per la realizzazione dell'Alta velocità. A trattativa
privata. Perché la società committente, Tav spa (che sta per Treno
alta velocità) all'epoca era, almeno a livello formale, una
società a maggioranza privata e quindi non tenuta a organizzare le
gare d'appalto. Il 40% era in mano alla Ferrovie dello Stato, il
resto a un gruppo di banche. Molte di queste, pur essendo società
di diritto privato erano, a tutti gli effetti, controllate da
soggetti pubblici (come la Banca nazionale del lavoro, per esempio).
E una di queste in particolare, la Bnc, aveva il 5,5% di Tav spa. Ma
la Bnc fino al 1995 era controllata dalle Ferrovie dello Stato, che
detenevano quindi anche la maggioranza di fatto di Tav spa (che oggi
è al 100% del Gruppo Fs).
Niente gare, dunque. Le aziende che si aggiudicano i lavori tra
il '91 e il '92 sono Fiat e i consorzi costituiti da Iri ed Eni,
Cociv. Le tratte in progetto quelle che la stessa Tav definisce come
"le più sature del Paese": la dorsale Milano-Napoli, la
trasversale Torino-Milano-Venezia, il collegamento Milano-Genova.
Sui nuovi binari finiranno i treni veloci (gli attuali Eurostar, per
capirci, ma anche una parte di Intercity ed Espressi a lunga
percorrenza) e parte del traffico merci, durante la notte. Le linee
tradizionali resteranno al traffico locale di regionali,
interregionali e Intercity.
Le cifre presentate il 7 agosto del 1991 parlavano di una spesa
complessiva di oltre 13,5 miliardi di euro per tutte le tratte, i
nodi (cioè le connessioni urbane con relative stazioni), il
materiale rotabile e le linee aeree per la corrente elettrica. Oggi,
la sola Torino-Milano-Napoli, con i nodi relativi, dovrebbe costare
28.790 milioni di euro. Il condizionale è d'obbligo, visto che si
parla ancora di "previsione di investimento".
La prima tratta a vedere la luce dovrebbe essere la Roma-Napoli
nel 2004, seguito dalla Torino-Novara, nel 2005. Per il resto se ne
riparla nel 2007 (mentre per i nodi di Roma e Napoli le date sulla
carta sono il 2004 e il 2005). Anche qui piedi di piombo, visto che
nel fatidico 1991 si parlava di una durata dei lavori intorno ai sei
anni. Previsione forse poco realistica, vista la portata dell'opera
e i possibili imprevisti e ritardi. Basti pensare agli adeguamenti
per limitare l'impatto ambientale, alle interruzioni per
ritrovamenti archeologici, alle inchieste giudiziarie. Ma anche
all'opposizione di comitati di cittadini e amministrazioni locali
contrarie a un progetto che lascerà nel territorio una ferita
profonda.
I tempi lunghi per opere di questa portata non sono solo
italiani. Lo stesso Libro bianco sui trasporti del 2001 lo conferma:
"Solo 2.800 chilometri di nuove linee ferroviarie ad alta
velocità sono oggi in servizio. All'attuale ritmo dei lavori, ci
vorranno ancora più di venti anni per terminare i 12.600 chilometri
di ferrovia ad alta velocità previsti nel 1996". Addio 2010,
quindi.
Ma il caso italiano, spiegano gli esperti più critici, è del
tutto particolare. Ed è legato a doppio filo proprio al sistema che
affida i lavori ai "general contractor", delegando a loro,
di fatto, tutte le decisioni, o almeno quelle più importanti. Lo
sottolinea un rapporto pubblicato ad aprile dall'associazione
Socrate, di cui fa parte, in qualità di vice-presidente, l'ex
ministro ai Lavori pubblici Nerio Nesi. Lo studio analizza
l'"Architettura finanziaria e contrattuale per la realizzazione
delle opere 'strategiche'" ed è stato realizzato da Ivan
Cicconi, direttore del centro di ricerca e progettazione Quasco
(Qualificazione e sviluppo del costruire) ed ex capo della
Segreteria tecnica del ministero dei Lavori pubblici proprio con
Nesi.
Lo studio analizza nel dettaglio il meccanismo che, in poche
parole, si può riassumere così: i "general contractor"
sono "affidatari di una concessione di progettazione e
costruzione delle opere (pagati al 100% da Tav spa) senza alcuna
responsabilità sulla gestione (rischio zero); la Tav spa, che è la
società (tutta pubblica) concessionaria dello sfruttamento
economico delle infrastrutture e che per pagare i "general
contractor" riceve il 40% delle risorse necessarie da Fs spa,
mentre il 60% deriva da prestiti accesi sul mercato finanziario ma
garantiti dal socio unico di riferimento (Fs spa) e contro-garantiti
dal socio unico di Fs spa (il ministro dell'Economia). Il meccanismo
di finanziamento è cambiato, come vedremo, con la Finanziaria 2003.
Ma restano inalterate le conseguenze: "L'interesse reale del
concessionario (di fatto appaltatore in quanto garantito al 100% sul
prezzo di costruzione), sarà ovviamente quello di progettare (sua
è la progettazione), appaltare (suo è il potere di scelta),
eseguire (sua è la direzione lavori) l'opera in modo che questa
costi il più possibile, senza offrire alcuna garanzia per il
committente né sui tempi né sulla qualità dei lavori o dell'opera
chiamato a realizzare".
Lo studio dell'associazione non è una voce isolata. Anche la
Corte dei conti, nel 1998, scriveva: "Sono stati rilevati
numerosi elementi critici per quanto riguarda l'impostazione e lo
sviluppo del programma, tra cui l'assunzione da parte di Fs spa
(insieme con lo Stato) del rischio di impresa (con la piena e
completa garanzia per tutte le obbligazioni contratte per la
costruzione e l'esercizio del sistema), senza il correlativo potere
di gestione dell'impresa stessa".
In tutto questo bisogna chiedersi se un progetto come l'Alta
velocità abbia un senso. Se, in altre parole, serva davvero.
"L'Alta velocità è un progetto sensato sulle linee
supercariche, come la Milano-Roma-Napoli -sostiene Marco Ponti,
docente di Economia dei trasporti al Politecnico di Milano-, ma per
altre tratte non ci sono i numeri. Come la Milano-Torino: oggi ci
viaggiano 28 treni di lunga distanza e sono mezzi vuoti. A quanto si
arriverà con le nuove linee? A una quarantina di treni? L'Alta
velocità genererà un po' di traffico, ma non tantissimo. E poi col
tempo l'aereo su certe tratte sarà sempre più
concorrenziale".
Angelo Tartaglia insegna al Politecnico di Torino ed è tra gli
autori di uno studio molto documentato sull'Alta velocità in Italia
(che trovate all'indirizzo: http://digilander.libero.it/altavoracita/storico/altavel/altavel.htm):
"L'80% degli spostamenti ferroviari in Italia -spiega-
avvengono entro i 100 chilometri e per distanze così brevi l'Alta
velocità non serve, perché i vantaggi di tempo sono minimi".
Un caso limite è forse quello del Veneto, dove una tratta di Alta
velocità è in progettazione e dove l'88% del traffico ferroviario
è coperto dai pendolari.
Per ora, quindi, gli unici che ci stanno guadagnando sono i
soggetti che tengono in mano le redini del progetto, cioè i "general
contractor".
"È un po' semplicistica come affermazione -dice Anna
Donati, senatrice dei Verdi ed ex consigliere di amministrazione
delle Ferrovie dello Stato-ma rispecchia la realtà".
I conti? Li sbagliano tutti
Le grandi infrastrutture, sulla carta,
costano sempre troppo poco. Lo spiega uno studio di tre docenti e
ricercatori dell'università di Aalborg, in Danimarca. Bent
Flyvbjerg, Mette Samris Holm e Søren Buhl hanno dimostrato,
statistiche alla mano, che i progetti e i costi delle infrastrutture
per i trasporti vengono sottostimati in 9 casi su 10, con
percentuali variabili a seconda del tipo di opera da realizzare. Nel
settore ferroviario i costi si rivelano essere, in media, il 45%
più elevati che nelle previsioni. Così per i ponti e i tunnel la
percentuale è del 34%, mentre scende al 20% per le strade.
La sottostima dei costi è un dato "globale", si
verifica in tutti e 20 i Paesi considerati, nei cinque continenti.
Anche se gli errori sono più accentuati nei Paesi del Sud, meno in
Nord America ed Europa. Lo studio ha analizzato 258 infrastrutture
-realizzate in epoche diverse- per un valore complessivo di circa 90
miliardi di dollari.
Il governo appalta e infrange le leggi europee
I "general contractor" sono entità collettive. I sei
soggetti incaricati di realizzare le tratte dell'Alta velocità
sono, in realtà, consorzi di aziende più o meno legate tra loro. I
nomi sono quelli dei grandi della progettazione e delle costruzioni,
come Ansaldo, Astaldi, Fiat Engineering, Impregilo. Ogni consorzio
affida poi determinati lavori ( "tali da richiedere che le
imprese esecutrici dei lavori posseggano una elevata
specializzazione") tramite subappalti ad altre aziende. Come la
Rocksoil del ministro per le Infrastrutture Pietro Lunardi, per
esempio, che è incaricata della realizzazione delle gallerie del
tratto Bologna-Firenze e Roma-Napoli (ma anche del Tgv
Méditerranée). La Finanziaria del 2001 aveva revocato le
concessioni rilasciate (a trattativa privata) da Tav spa per le
tratte non ancora iniziate: per queste si sarebbero dovute svolgere
gare d'appalto internazionali. Nel 2002 (governo Berlusconi) il
colpo di spugna: con la legge 166, che restituisce ai "general
contractor" le tratte non ancora realizzate. A rischio di
andare incontro a una procedura di infrazione in sede europea.
Com'è puntualmente avvenuto.
Quanto costerà viaggiare in tav? Quattro volte tanto
Chi paga i general contractor? Fino all'approvazione della
Finanziaria per il 2003, il costo dell'Alta velocità veniva coperto
per il 40% direttamente dalle Ferrovie dello Stato, mentre la quota
rimanente era erogata da banche sotto forma di prestiti garantiti
dallo Stato. Ma "prestiti" equivale a "debiti"
che un giorno dovranno essere saldati, con gli interessi. Secondo le
stime di Quasco la cifra annua da restituire poteva variare tra 1,5
e 2,3 miliardi di euro, per un periodo compreso tra il 2006-2009 e
il 2035-2040.
Le cose sono cambiate all'inizio di quest'anno, quando la nuova
Finanziaria ha messo in campo Infrastrutture spa (Ispa), la società
creata dal ministro all'Economia Giulio Tremonti per finanziare le
grandi opere. Sarà quindi Ispa a finanziare
"prioritariamente" gli investimenti per i supertreni
"anche al fine di ridurre la quota a carico dello Stato".
Ispa erogherà a Tav quasi 25 milioni di euro (su circa 28 milioni)
per la tratta Torino-Milano-Napoli. Il debito dovrà essere
restituito con il 5,65% di interessi annui tra il 2009 e il 2043,
portando la cifra a oltre 64 milioni di euro. Con quali soldi verrà
restituito il prestito? Risponde Tav: "Il servizio dei
finanziamenti sarà assicurato (per circa il 50%) dai proventi
derivanti dai canoni per l'utilizzo della rete". Il resto lo
metterà lo Stato, come previsto in Finanziaria.
Tav spa è proprietaria della rete dell'Alta velocità e cederà
le diverse tratte a Rfi-Rete ferroviaria italiana che a sua volta
"venderà" le tracce agli "operatori del
trasporto": in questo settore, oggi, il principale è
Trenitalia che, come Tav e Rfi appartiene al Gruppo Fs. Gli
operatori del trasporto pagheranno le tracce 12 euro per
treno/chilometro per i passeggeri e 6 euro per treno/chilometro per
le merci. Il pedaggio per i treni passeggeri "è risultato in
linea con quanto praticato oggi in Francia". Ma, sottolinea Il
Sole 24 ore, è "un livello che è quattro volte quello attuale
per i passeggeri e tre volte per i treni merci". Questo si
ripercuoterà sul prezzo finale dei biglietti anche se, dice
Trenitalia, il sistema di tariffazione è ancora in fase di studio.
Eccesso di velocità
L'Alta velocità non è indispensabile. A parte la Milano-Napoli, la
cui realizzazione è in fase avanzata, esistono diversi dubbi
sull'utilità (e realizzabilità economica) delle altre. Si
inseriscono qui le considerazioni sul "corridoio Lisbona-Kiev"
(o "Corridoio V") che dovrebbe attraversare l'Italia
sfruttando il collegamento ad Alta velocità tra Torino e Trieste.
Marco Ponti, docente del Politecnico di Milano e collaboratore del
sito di analisi economiche www.lavoce.info è netto: "L'impatto
del progetto sui traffici di lunga distanza è scarso". I
motivi principali sono due. Innanzitutto: "Il traffico
passeggeri di lunga distanza, oltre che essere esiguo rispetto ai
movimenti interni a un Paese o a una regione, si muove e si muoverà
in aereo. Oltre i 500 chilometri neppure le ferrovie ad alta
velocità sono competitive con l'aereo, soprattutto in un contesto
liberalizzato, cioè con tariffe 'low cost' ".
In molti casi -come in Italia- Alta velocità significa anche
trasporto merci: "Ma per i servizi ferroviari merci -spiega
Ponti- la velocità non è un requisito (si veda il successo delle
ferrovie statunitensi, con velocità commerciali di 30 chilometri
orari). Gli itinerari possono essere i più svariati e i costi
aumentano in modo non proporzionale alla distanza. Inoltre,
sull'asse Lisbona-Kiev l'alternativa marittima è fortemente
competitiva a quella ferroviaria".
Intanto, il mese scorso il governo francese ha messo in sala
d'aspetto la linea Torino-Lione (fondamentale proprio per il
"Corridoio V") perché il traffico attuale non giustifica
una spesa di 8 miliardi di euro, 5 dei quali a carico dello Stato
francese.
La notizia da Parigi conferma le battaglie di associazioni e
sindaci della Val di Susa che da anni sostengono l'inutilità
dell'opera a fronte di ingenti danni ambientali.
Grandi opere grandi mostri
L'Alta velocità è un mostro a più
facce e potentissimo. Dietro una facciata di modernità e progresso,
un sistema di giochi tutt'altro che moderni: i grandi affari dietro
le grandi opere, devastazioni ambientali, sfruttamento dei
lavoratori, morti bianche. Nel Mugello, punteggiato dai cantieri per
la tratta Firenze-Bologna fin dal 1997, queste facce sono tutte
ormai note. Due i campi d'azione politica e sociale di chi lotta
contro la mega opera: l'ambiente e il lavoro.
Sul fronte ambientale tra i gruppi "storici" c'è Idra,
un'associazione che fin dall'inizio dei lavori denuncia
pubblicamente e a chi di competenza i danni provocati dall'apertura
dei cantieri, dai lavori in galleria, dal trasporto di materiali
alle zone di scavo e dallo smaltimento dei materiali di risulta. Fu
su segnalazione di Idra e in seguito alle analisi dell'Arpat
(l'Azienda Regionale per la protezione ambientale) sui fanghi
prodotti in galleria che si giunse alla chiusura temporanea del
cantiere Carlone nel 2001. Da citare anche l'opera dei circoli
locali di Legambiente e del Mugello Social Forum che svolgono un
lavoro quotidiano di documentazione, anche filmata, delle
devastazioni create dai lavori sulla tratta. Sono divenuti evidenti
fenomeni quali l'essiccazione di sorgenti centenarie, l'abbassamento
del livello delle acque dei fiumi, la trasformazione in zone secche
di vallate paradisiache.
Per quanto riguarda la lotta sul fronte della solidarietà ai
lavoratori nei cantieri i soggetti da citare sono sostanzialmente
due: ancora Idra e Medicina Democratica, associazione composta di
operatori nella medicina del lavoro impegnati in lotte anche
storiche nel campo della sicurezza del lavoro. Queste due
associazioni hanno in sostanza amplificato la voce di lavoratori
spesso immigrati dal Sud d'Italia e sottoposti a condizioni di
lavoro massacranti. Iniziative pubbliche di vario tipo hanno fatto
in modo che i minatori dei cantieri Tav siano sempre più "i
marziani che vengono a devastare il Mugello" o semplicemente
inesistenti.
Cosa che in parte è potuta accadere anche nella rossa Toscana
nel momento in cui sindacato, partiti -con l'eccezione di
Rifondazione Comunista che si è mossa sulla questione- e
istituzioni locali hanno giocato un ruolo ambiguo, se non complice
con i signori dei cantieri.
Il binario morto dei diritti dei lavoratori
La tratta dei minatori
di Lara Panzani
S enza tregua. I lavori della tratta
Alta velocità Firenze-Bologna hanno inaugurato un nuovo modello di
organizzazione del lavoro in galleria, un modello in via di
esportazione anche su altre tratte: il contratto firmato da Cavet
(il consorzio legato alla Fiat che gestisce i lavori) e i
rappresentanti sindacali dell'area ha sancito, a partire dal 2000,
l'adozione del ciclo continuo. Come accade nel settore siderurgico o
negli ospedali -in settori cioè dove la presenza di macchinari come
gli altiforni o la possibilità di emergenze non consentono
effettivamente interruzioni- il lavoro non si ferma mai. Turni di 8
ore, distribuiti secondo lo schema "6+1, 6+2, 6+3": sei
giorni lavorativi e uno di riposo, altri sei e due di riposo, altri
sei e tre giorni di riposo (utilizzati spesso per i lunghi viaggi di
ritorno a casa, visto che molti di loro arrivano dal Sud Italia).
Il contratto ha anche sancito la garanzia di condizioni di
sicurezza del lavoro, ma i dati sugli incidenti gravi e i racconti
degli stessi minatori sembrano contraddire la definizione dei
cantieri della tratta come "i più sicuri d'Europa"
(coniata, tra gli altri, dai rappresentanti locali della Fillea-Cgil).
Da contratto dovrebbero essere garantiti la presenza ogni 200-300
metri di un telefono per la richiesta di soccorso medico, la
formazione e l'aggiornamento continuo degli addetti al controllo
della sicurezza e, soprattutto, il rispetto della completezza delle
squadre al momento della discesa in galleria.
La situazione scoperta in occasione di gravi incidenti (tra cui 4
mortali, contando solo quelli in galleria) sembra essere tutt'altra.
Franco Marrazzo, elettricista di 23 anni ha rischiato la vita dopo
esser caduto da un'impalcatura nella galleria di Morticine dove i
lavori erano cominciati da poco e i sistemi di chiamata d'emergenza
non erano stati predisposti.
Pasquale Costanzo, 22 anni, è morto a febbraio 2001
rovesciandosi con la jeep mentre faceva la spola in galleria: non
aveva ricevuto nessuna formazione per gestire il mezzo su un terreno
sconnesso come quello di scavo e nessuno ha controllato che
indossasse la cintura di sicurezza.
Quest'anno, a febbraio, durante un incidente mortale che ha
coinvolto Giovanni Damiano, 42 anni, si è scoperto che c'erano solo
altri 3 minatori con lui, un terzo di quanti ne prevede una squadra
completa. Quest'ultimo incidente sembra aver risvegliato qualche
coscienza visto che è stata indetta una giornata di sciopero.
Come sottolinea Gino Carpentiero di Medicina Democratica Toscana,
"queste storie rappresentano la punta dell'iceberg della
quotidiana sofferenza del lavoro in galleria e a ciclo continuo. Lì
sono presenti tutti i fattori di rischio individuati 30 anni fa
dall'Organizzazione mondiale della sanità: polvere contenente
silice considerata cancerogena; fumi e gas di scarico in livelli a
rischio (secondo i campionamenti Asl); rumore e mezzi mal mantenuti;
la fatica fisica e mentale legata al ciclo continuo ai quali si
uniscono i frequenti straordinari per i lavoratori delle aziende in
subappalto, non vincolate dal contratto generale". |
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