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FAUSTO E IAIO, 28 ANNI DOPO
intervista con Maria
Iannucci, sorella di Iaio
e intervento di Danila
Angeli, madre di Fausto
di Francesco Barilli per Ecomancina.com
18 marzo 1978. Mentre la situazione politica in
Italia è tesissima (due giorni prima è stato rapito a Roma Aldo
Moro) a Milano vengono uccisi due giovani simpatizzanti della
sinistra alternativa. Si chiamavano Fausto Tinelli e Lorenzo
Iannucci, ma nell’immaginario collettivo di chi ancora attende
giustizia per il loro omicidio i loro nomi resteranno scolpiti come Fausto
e Iaio.
Nel dicembre 2000 il GUP di Milano Clementina
Forleo dispone l’archiviazione del fascicolo. Pur riconoscendo di
essere in presenza di indizi concreti a carico di esponenti della
destra eversiva, al giudice "… appare evidente allo stato
la non superabilità in giudizio del limite appunto indiziario di
questi elementi…". (la citazione della disposizione del
GUP è tratta, come le successive, da "Fausto e Iaio. La
speranza muore a 18 anni", di Daniele Biacchessi;
libro disponibile on line a questo indirizzo: http://www.retedigreen.com/index-35.htm).
Questi due passaggi racchiudono l’inizio e (per
il momento…) la fine della vicenda. Ma in mezzo ci sono anni di
inchieste, ufficiali e "alternative" (riassunte molto bene
nel succitato libro di Biacchessi); inchieste purtroppo viziate dai
"consueti" depistaggi.
Infatti, fin dall’immediatezza, la versione
della Questura di Milano parlerà di una "faida fra i gruppi
della nuova sinistra, o inerente il traffico di stupefacenti".
In realtà la dinamica dell’omicidio, nonché il numero, la
freddezza e l’esperienza dimostrata dagli esecutori, parlano
chiaro. L’omicidio viene consumato in modo rapido e professionale:
un commando di tre persone (cui sono da aggiungere almeno altri due
elementi, come supporto logistico) avvicina i due giovani in via
Mancinelli, e li uccide con otto colpi sparati a distanza
ravvicinata, per poi darsi alla fuga.
E’ vero che Fausto e Iaio stavano svolgendo
indagini sullo spaccio di droga nel quartiere Casoretto e sui
rapporti tra spacciatori e fascisti, nell’ambito di un dossier che
verrà pubblicato a cura del Centro Sociale Leoncavallo e dei
Collettivi Autonomi, ma saranno le indagini della Magistratura a
liquidare la prima teoria della Questura come infondata. Il giudice
Armando Spataro, a proposito degli assassini, disse: "Non
potevano essere solo spacciatori di eroina. C'era dell'altro. Le
prime indagini si erano mosse proprio in questa direzione ma ben
presto mi accorsi che era un omicidio politico, dove la costruzione
del libro bianco del Leoncavallo c'entrava poco o nulla".
Un omicidio politico, dunque; un messaggio lanciato alla sinistra
extraparlamentare, per scatenare la tensione a Milano (a cominciare
da un quartiere storicamente fertile per la sinistra), magari per
innescare una spirale di ritorsioni.
Mauro Brutto, un giovane cronista dell’Unità,
sarà tra i primi a cercare di fare luce sulla morte di Fausto e
Iaio. Finirà ucciso il 25 novembre 1978, investito da un’auto
pirata. Un incidente la cui strana dinamica fa pensare all’incidente
"costruito". E anche in questo caso, come per l’omicidio
dei due ragazzi, possiamo parlare di uno schema che può essere
messo in atto solo da organizzazioni che vantino spietatezza e
struttura professionale.
Siamo ormai prossimi al ventottesimo anniversario
della morte di Fausto e Iaio. Abbiamo incontrato Maria Iannucci (sorella
di Iaio) e Danila Angeli (madre di Fausto), per parlare delle
iniziative programmate per l’anniversario, della situazione del
Leoncavallo, ma soprattutto del senso della memoria e del loro mai
cessato impegno.
***
Intervista con Maria Ianucci – Milano,
18 febbraio 2006
Francesco Barilli:
In passato ho scritto alcuni articoli circa le
tesi revisioniste sulla resistenza italiana e sul ventennio
fascista. Purtroppo la "moda" di rivisitare la storia con
interpretazioni di comodo non incide solo sull’epoca fascista, ma
pure sugli anni 60/70, con atteggiamenti che vorrebbero spacciare
per "pacificazione" una rilettura annacquata di quegli
anni, nel tentativo di sostenere che tutti (a destra e a sinistra)
furono "ugualmente" violenti, tutti hanno
"ugualmente" sbagliato… In questa ottica, a mio avviso
sbagliatissima, per te cosa vuol dire ricordare oggi il 18 marzo
1978?
Maria Iannucci:
Io non ho la pretesa di fare analisi politiche
approfondite, ma so di aver vissuto un periodo intensissimo, da
studentessa prima e da disoccupata poi: gli anni ‘70 e i
primissimi anni ’80. So cosa e come hanno vissuto i giovani in
quel periodo; per questo mi sforzo di fare un paragone con i giovani
d’oggi. La gente della nostra età riesce, seppur con fatica, a
distinguere tra verità, verità di comodo e mistificazioni della
verità; e riesce pure a fare valutazioni non solo sui fatti, ma a
giudicare il modo in cui questi vengono utilizzati. Secondo me
ricordare ciò che è accaduto ha come primo obbiettivo il fare
chiarezza in questa confusione mistificante; e questo serve proprio
per dare ai giovani gli strumenti per capire. Si dice che i giovani
d’oggi hanno le idee confuse su quegli anni, che ritengono le
stragi di piazza Fontana o piazza Della Loggia opera delle BR: la
confusione esiste, è vero, ma esiste perché nei giovani mancano
gli strumenti per formarsi un’autonoma e completa visione di quei
fatti, per capire anni che loro non hanno vissuto e vedono già come
"episodi di storia".
Per gente come noi (e non parlo solo di me o di
Danila, ma in generale della nostra generazione) vedere questa
confusione, questa scarsa informazione nelle nuove leve, genera un
peso ulteriore: il dovere di fare chiarezza di fronte a tentativi di
mistificazione che vanno a deformare e appiattire la realtà di
quegli anni. Tempo fa si è parlato molto di una puntata di Blu
Notte, programma di Lucarelli, imperniata sugli anni ’70. Anche in
quel programma, che pure aveva aspetti positivi, è passato un
messaggio che potremmo riassumere così: "negli anni ’70
abbiamo vissuto una specie di guerra civile in cui morire da una
parte o dall’altra era uguale, perché uguale era la
violenza". Ecco perché dico che con messaggi del genere, più
che di pacificazione possiamo parlare di appiattimento della
realtà. E’ una cosa, oltre che difficile da sradicare, molto
pericolosa. Io sono convinta che l’odio non aiuterà mai ad
arrivare alla verità, e non mi sono mai mossa sotto questa spinta.
Se sono ancora qui a chiedere verità e giustizia per quegli anni
non è certo per rivangare l’odio, ma perché verità e giustizia
servono a creare le condizioni affinchè queste cose non succedano
più: come vedi si tratta di una spinta ideale molto distante dall’odio.
Per questo dico che una pacificazione basata sulla menzogna non è
"vera" pacificazione, non serve a nulla.
A questo proposito vorrei fare un inciso. Se
parliamo di verità storica noi, come familiari di Fausto e Iaio,
abbiamo ottenuto un piccolo ma importante riconoscimento: Fausto e
Iaio, un anno dopo l’archiviazione del novembre 2000, sono stati
dichiarati vittime del terrorismo, rientrando nella Legge 480 (una
disposizione che riconosce un risarcimento ai familiari delle
vittime delle stragi o di episodi di terrorismo). Ma il punto non
sta certo nel risarcimento, quanto nel riconoscimento storico.
"Vittime del terrorismo" vuol dire far cadere tutti quei
discorsi (omicidio per "opposti estremismi", per
delinquenza comune ecc) che erano nati in quegli anni: vuol dire
riscattare perlomeno la loro figura da chi tentò di infangarne la
memoria. E per questo riconoscimento devo ringraziare Paolo
Bolognesi (Presidente della "Unione familiari vittime per
stragi") e Paolo Cento, autore di un’interpellanza
parlamentare.
F.B.:
Volevo spingerti a sviluppare la riflessione sul
rapporto con l’attuale generazione. Tu hai preso contatto con
questi giovani e hai visto che la differenza non sta nella voglia di
apprendere (ed in questo concordo con te), ma negli strumenti a loro
disposizione per sviluppare questa conoscenza. Anch’io penso che
il problema stia nel sapere già "acquisito e
sedimentato": mi sembra che una volta questa stratificazione
del sapere fosse più solida, mentre oggi questi ragazzi spesso
hanno le migliori intenzioni, ma partono da zero (e non per colpa
loro).
M.I.:
Sono d’accordo: io non credo che i giovani oggi
siano disinteressati a queste tematiche; semplicemente gli mancano
gli strumenti per formarsi una coscienza su quei fatti. Io l’anno
scorso ho partecipato alle iniziative organizzate dal Liceo
Artistico Brera (dove andava Fausto): il reading di Daniele
Biacchessi, la musica degli anni ’70… Ho visto molta
partecipazione e molta voglia di capire, da parte di quei giovani.
Ed è stato bello vedere questi ragazzi, della stessa età che
avevano Fausto e Iaio 28 anni fa) assieme a noi (oggi loro genitori,
un tempo familiari o amici di mio fratello e di Fausto): una sorta
di ideale passaggio del testimone.
Insomma, non è assolutamente vero che i giovani
d’oggi hanno meno voglia di impegnarsi; è invece vero che hanno
meno coscienza di "quel che è stato", rispetto alla
nostra generazione, e questo crea molto disorientamento. Anche
perché loro (giustamente!) vogliono costruire un loro modo di
essere e un proprio bagaglio di esperienze, e non attingere
semplicemente al patrimonio di una generazione passata. Sicuramente
su questa lacuna incide anche il vuoto lasciato dalla mancanza di
ideologie strutturate: gli studenti politicizzati sono sempre meno,
e generalmente se lo sono è perché hanno alle spalle genitori che
li hanno sensibilizzati. In generale penso di poter dire che la
voglia di esserci e di partecipare c’è, ma all’interno di un
orizzonte più limitato. Per intenderci, contro la riforma Moratti
la mobilitazione c’è stata, vasta e organizzata…
F.B.:
Tu pensi che tutto questo sia dovuto (perlomeno
in parte) anche a mancanze nostre? Intendo dire che prima parlavo di
una cultura "sedimentata" in noi, ma noi avevamo alle
spalle la generazione della resistenza partigiana, che ci aveva
trasmesso un patrimonio di idee. Anche noi, poi, abbiamo visto e
vissuto pagine fondamentali della storia, ma non abbiamo saputo
trasmettere il nostro vissuto.
M.I.:
Credo di sì; è difficile addentrarsi in analisi
sociologiche, ma è indubbio che è stata anche "colpa"
nostra. A nostra discolpa, però, qualcosa da dire c’è: è
indubbio che abbiamo vissuto anni intensi, ma poi sono arrivati gli
’80, con il riflusso e quel che segue. E noi, a fatica, ci siamo
dovuti inserire nella società proprio quando si rimetteva in
discussione quel patrimonio culturale che per noi aveva significato
tanto… Oggi la situazione è ancora diversa. Tu parlavi di
"sedimentazione" del sapere, ed è correttissimo, ma per
restare al tuo esempio possiamo dire che in seguito è arrivata un’ondata
che ha fatto tabula rasa di quei valori. A quel punto, cosa è
rimasto? I giovani d’oggi su quale base potevano costruire una
propria identità collettiva?
Io posso dirti che a me l’ideologia politica è
servita anche per affrontare le difficoltà della vita, e sento che
i ragazzi di oggi non hanno questa base. Per questo bisogna faticare
per trovare gli strumenti giusti per stabilire un contatto. Come ti
dicevo, io ho vissuto una bella esperienza l’anno scorso, nell’ambito
delle iniziative organizzate per ricordare Fausto e Iaio al Liceo
Brera: Biacchessi, col suo reading teatrale è riuscito proprio a
trovare uno dei modi "giusti" per azzerare le distanze, a
livello di comunicazione, tra la nostra generazione e quei ragazzi,
che vidi interessatissimi allo spettacolo.
F.B.:
Nelle vicende che ho trattato mi sono spesso
trovato a parlare di "due livelli" di verità (giudiziaria
e storica). La verità storica l’abbiamo parzialmente affrontata
nelle prime domande; sul piano giudiziario, sono possibili nuove
iniziative per riportare la vicenda nell’aula di un tribunale
(nuovi processi ecc.)?
M.I.:
E’ giusto sottolineare la differenza tra
verità storica e verità giudiziaria. Così come è corretto
sottolineare la differenza tra memoria e semplice commemorazione.
Direi che Reti-Invisibili (nota: http://www.reti-invisibili.net)
è importante proprio sotto questo aspetto, nel senso che ci ha
aiutato ad andare al di là della semplice commemorazione, oltre che
a non farci sentire soli. Dico questo proprio per collegarmi alla
tua domanda: noi, come "Associazione familiari ed amici di
Fausto e Iaio" e come "mamme antifasciste del Leoncavallo",
abbiamo vissuto periodi davvero duri, sotto questo punto di vista.
Parlo degli anni in cui andavamo ad elemosinare giustizia al
tribunale ogni 18 marzo. Ogni anno, la stessa storia: prima in via
Mancinelli, poi a Palazzo di Giustizia a dire "ci siamo
ancora"… Oggi è diverso: ritrovarsi e ricompattarsi con chi
ha lo stesso tipo di ideali e lo stesso tipo di problemi è stato
davvero molto importante.
Tornando allo specifico della tua domanda sulle
possibili novità processuali: non ti nascondo che dopo l’archiviazione
del 2000 non avevamo più speranze. Fino a quando, pochi mesi fa, l’avvocato
Mariani (legale di parte civile di Danila Angeli) ha trovato uno
spiraglio, in seguito all’estradizione di Pasquale Belsito (nota:
vedi http://www.reti-invisibili.net/faustoeiaio/articles/art_4259.html).
E’ una speranza che dovrebbe portare alla riapertura del fascicolo
giudiziario.
F.B.:
Una domanda che ho fatto spesso: per la tua
storia personale mi sembra naturale che tu ti definisca
"antifascista": quale è il significato del tuo
antifascismo oggi?
M.I.:
Innanzitutto significa: combattere il discorso di
"questa" pacificazione, come giustamente dicevi anche tu
prima. Saper distinguere i "valori" della destra, anche
quando si presentano camuffati e "presentabili", come in
questo periodo. Oggi la destra è al potere; si sono evoluti e si
sono introdotti nella società in modo subdolo, ma il loro progetto
politico è sempre quello, anche se i modi proposti per realizzarlo
sono più ambigui (e questo rende più difficile l’opera di
contrasto). Basta vedere le leggi sulle droghe, sull’immigrazione,
sulla legittima difesa, solo per fare qualche esempio. Penso sia
importante sottolineare la pericolosità di questa violenza sottile
e strisciante, proprio perché per la sua natura ambigua non è
semplice riconoscerla da subito.
Ecco, direi che essere antifascista oggi vuol
dire combattere la mistificazione della realtà; per fare un esempio
banale: rendersi conto che Berlusconi non è "democratico"
solo perché lascia fare satira sulle reti Mediaset…
F.B.:
Una domanda più d’attualità e solo
apparentemente fuori contesto… Dico "apparentemente"
perché la vicenda di Fausto e Iaio si intreccia con la storia del
Leoncavallo: cosa mi puoi dire circa le prospettive del Leoncavallo,
da anni sotto la perenne minaccia dello sgombero?
M.I.:
Il Leoncavallo non è solo una realtà, ma un
simbolo. Ed è da difendere sia in quanto realtà, sia in quanto
simbolo…
Penso che siamo arrivati davvero al momento
cruciale, anche perché il periodo politico è particolare (in
imminenza di elezioni) e costringerà un po’ tutti a schierarsi,
in un senso o nell’altro. Certi segnali sono sicuramente positivi.
Recentemente anche Ferrante ha parlato del Leoncavallo come di una
realtà sociale da conservare e difendere; la provincia di Milano
già in passato si era mossa, e anche nell’immediato futuro sembra
sensibile (ha preso in considerazione un progetto del Centro
di documentazione che si intitolerà proprio a Fausto e Iaio).
Nonostante questo non so dirti se sono ottimista.
Posso solo confermare che sarebbe importante se il Leoncavallo
rimanesse lì, senza essere costretto a traslocare dalla sede
storica. Certo, ci sono anche problemi squisitamente logistici: l’attuale
sede è molto grande e non è semplice da gestire, e questo
rappresenta un punto debole nella trattativa (nel senso che la
sopravvivenza si gioca non solo sul piano degli ideali, ma pure sul
piano pratico).
Insomma, la partita è ancora aperta. Io so che i
ragazzi del centro vorrebbero rimanere lì, nella sede storica, e
questo, ripeto, è anche il mio auspicio. Ma siamo sotto elezioni, e
questo potrebbe portare a sviluppi imprevedibili.
F.B.:
Mi sembra doveroso parlare delle iniziative che
avete in programma in occasione dell’ormai prossimo anniversario
della morte di Fausto e Iaio.
M.I.:
Le iniziative sono ancora in via di definizione.
Sicuramente nei prossimi giorni ci saranno notizie più dettagliate
sul sito del Leoncavallo (nota: http://www.leoncavallo.org/).
Sicuramente organizzeremo un momento di ritrovo in via Mancinelli e
un concerto.
Anche quest’anno alle iniziative del centro
sociale si uniranno quelle del Liceo Artistico Brera, col supporto
della Provincia di Milano. Quest’anno hanno proposto un percorso
che si collega con quanto dicevamo all’inizio, sull’esigenza di
dare ai ragazzi gli strumenti per capire quel periodo che va da
Piazza Fontana e porta al 18 marzo 1978. Ci sono diverse idee in
ballo: la digitalizzazione della mostra realizzata pochi mesi dopo
la morte di Fausto e Iaio, la ristampa del libro "Che idea
morire di marzo", la proiezione del nuovo video di Osvaldo
Verri, "Che idea nascere di marzo"…
F.B.:
So che ti costa molto umanamente, ma vorrei
chiudere questa intervista con un ricordo di tuo fratello.
M.I.:
Io e mio fratello viaggiavamo insieme, a livello
di esperienze e frequentazioni; il Leoncavallo, Parco Lambro, gli
amici in comune… Però m’è rimasto sempre il rimpianto di non
aver mai fatto davvero qualcosa con lui. Vivevamo nello stesso
ambiente, ma per questioni d’età io, di due anni più grande,
tenevo già molto alla mia indipendenza e al vivere le mie
esperienze senza "il fratellino che mi seguiva"… A volte
mi è capitato d’incontrare amici che mi raccontano episodi
bellissimi su mio fratello, e io m’accorgo di non aver condiviso
con lui quei momenti.
Ricordo che ci ritrovavamo la sera. Poco prima
che lui venisse ucciso, io stavo già progettando di andare a vivere
da sola, e lui voleva venire a stare da me: era normale, perché i
sogni e le esigenze erano comuni a entrambi. Io e mio fratello,
nonostante la nostra realtà (che era dura: la realtà di proletari,
di chi non ha molto e deve faticare per costruirsi un futuro),
eravamo uniti da questo senso di appartenenza ad un’esistenza
comune, che ci arricchiva.
Ho il ricordo di mio fratello che scrocca le
sigarette (lui non ne aveva mai…) e tutti col sorriso gliele
davano, perché aveva il modo giusto di rapportarsi con gli altri.
Noi eravamo molto radicati nel quartiere. Non voglio adesso
idealizzarti la situazione dipingendoti come un idillio il quartiere
o il centro sociale, ma ti assicuro che ancora oggi vado al
Casoretto e sento questa sensazione di appartenenza.
L’uccisione di Fausto e Iaio è stata una cosa
enorme anche per questo: loro erano due ragazzi molto noti nella
zona, perfettamente calati in quella realtà. E io sono sempre stata
convinta che il senso del loro omicidio sia stato proprio questo:
hanno colpito loro due non perché avessero scoperto chissà cosa
circa il traffico di droga, ma perché volevano colpire due ragazzi
in cui gli altri potevano identificarsi. Volevano distruggere
qualcosa di più grosso che stava nascendo.
***
intervento di Danila Angeli
Fausto e Iaio sono stati assassinati il 18 marzo
1978 a Milano, da un commando fascista su commissione, venuto
appositamente da Roma. Ora sono passati 28 anni, di attesa e di
dolore… Da quel maledetto giorno la mia vita è cambiata, e tutto
il dolore e la rabbia che sono dentro di me mi stanno consumando
giorno per giorno.
Giustizia non è stata fatta. Ma io penso che la
verità noi la sappiamo; abbiamo avuto molto tempo per capire, ma
anche questa "nostra verità" appartiene ad una verità
storica generale, mentre la voglia di giustizia ti rimane dentro.
Dentro di me ci sono pure i bei ricordi che ho di
mio figlio, perché era una persona speciale… Prima di tutto
ricordo la sua onestà, il suo altruismo, il suo rispetto, l’amore
che portava verso gli animali, la natura, lo studio, la musica… Io
di mio figlio sono sempre andata fiera…
Io oggi vivo il mio antifascismo come l’ho
sempre vissuto e interpretato: come un ideale di libertà, onestà,
rispetto e giustizia. Tutto questo me l’ha insegnato mio padre.
Sull’idea di perdono e di
"pacificazione" mi sento di dire questo: sono sentimenti
che possono essere concessi a chi commette uno sbaglio, non a dei
killers che ammazzano "per mestiere", che quando passano
davanti ad una lapide si fanno una bella risata (di cui loro
conoscono "il perché"), e che si sentono ben protetti.
Per loro, nessun perdono, da parte mia; solo
compassione per le loro madri.
Io il 18 marzo lo vivo ogni giorno, come una
spina che ho nel cuore e nella mente…
La madre di Fausto
Danila Angeli
Francesco "baro" Barilli, di Ecomancina.com |
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