I falchi della guerra sono pronti ad aprire il
fuoco contro un regime detestabile come quello iracheno. Ma
l'ossessione americana contro il nemico Saddam serve a giustificare
le spese militari e rischia di avere conseguenze disastrose per
l'umanità
In cielo, in terra e in mare, la potentissima
macchina militare dell'imperialismo nordamericano, sostenuto dai
suoi vassalli, è ormai al completo. I "falchi" son pronti
a dare l'ordine di aprire il fuoco a volontà. Il regime iracheno è
sicuramente odioso e detestabile. Ma questo può giustificare una
"guerra preventiva"? Washington ha sostenuto Saddam negli
anni `80. Quanti altri dittatori abominevoli? Marcos nelle
Filippine, Suharto in Indonesia, lo Scià in Iran, Somoza in
Nicaragua, Batista a Cuba, Trujillo a Santo Domingo, Pinochet in
Cile Mobuto in Congo-Zaire e tanti altri, sempre sotto l'ombrello
della Casa Bianca.
L'arroganza imperiale si manifesta "come
un'ossessione" le cui conseguenze geopolitiche (con le migliaia
di vittime umane) si preannunciano disastrose. A mio avviso,
l'imperversare di minacce enfatizzate in modo perverso, costruite,
manipolate dai mass media hanno il compito di coprire la formula
della "sopravvivenza" per il capitalismo statunitense
colpito da depressione: la spesa militare.
Il terrorismo e il petrolio sono le puntuali
giustificazioni di turno. Questo capitalismo ha avuto l'urgente
necessità quest'anno per reggere di 700 miliardi di armamenti
sofisticati.
Ne sarebbero bastati 13 per eliminare la morte
per fame e denutrizione. Cresce, in modo sempre più confuso e
pungente, un cinismo contagioso.
Solamente un grande movimento può fermare questa
ondata totalitaria e militarista. "La Pace e la Democrazia sono
oggi la stessa cosa, se perdiamo l'una perdiamo l'altra (Luigi
Pintor)".
Sulla soglia del terzo millennio le provocazioni
sono puntuali.
Prima contraddizione: la minaccia ecologica. Una
minaccia presente, paurosa. Noi vogliamo mantenere l'attuale modello
di sviluppo e vorremmo una città pulita: pretendiamo l'impossibile.
Seconda contraddizione: la convivenza con gli
stranieri. I migranti vengono a casa nostra (Nord del mondo) e
verranno sempre di più, per una legge che chiunque conosce. La
storia antropologica sa che è forte come le leggi sismiche: se c'è
uno squilibrio della specie, riempie i vuoti con i pieni.
Terza contraddizione: non ci sono nemici; ne
abbiamo bisogno e se non ci sono ce li creiamo. Il
"nemico" è necessario alla tenuta psicologica collettiva
delle organizzazioni aggressive tipiche della nostra società. Di
conseguenza, alcuni stati diventano "canaglia".
La scuola ha creato la cultura della guerra, l'ha
legittimata, ha esaltato il culto dell'eroe "E' dolce e bello
morire per la Patria". Se non ci fossero più nemici cosa
facciamo?
Prendiamo questi tre dati: e si capisce che
l'alternativa "unica" che si presenta è quella di
tracciare, nonostante le numerose difficoltà, un'altra strada: la
"cultura della Pace".
Come sento la mancanza di Padre Balducci!
Una cultura, in cui il principio costitutivo,
ispirativo sia appunto la Pace. La vera natura dell'uomo è nel
trasformarsi. L'uomo mite, inedito, è possibile? E' un uomo
possibile ci diceva Padre Balducci solo che il contesto non c'è.
Gli strumenti acquisiti dall'Uomo sono di tale
portata che non possono più essere controllati dalla ragione. Essi,
cioè, non possono più essere funzionali alla crescita
dell'umanità. Nell'era atomica non è più pensabile la guerra come
strumento di giustizia di Pace e di sviluppo.
La carta di Helsinki rappresenta il punto
d'arrivo dell'evoluzione della cultura della Pace. Dal punto di
vista giuridico ha due obiettivi fondamentali: il primo è il
primato della Forza del Diritto, anche del Diritto dei Popoli
all'autodeterminazione.
L'altro principio della carta è quello della
sicurezza. Ecco la "fine" formale della cultura della
guerra. Il rapporto tra i Popoli, non sta nelle armi, non sta nella
capacità di far paura all'avversario, sta nell'accordo con
l'avversario. I due avversari sono "sicuri" insieme non
l'uno contro l'altro.
E' una novità giuridica da cui si deve partire:
il ripudio della guerra (Costituzione italiana art.11).
Da anni, come prete cattolico con tristezza mi
chiedevo "perché questo profondo patrimonio di Cultura di
Pace, intrinseco al messaggio evangelico, nei secoli, era stato
così sperperato! E perché era ancora così timido e velato? Non
scuoteva le coscienze.
Con immensa gioia ho dovuto constatare il fatto
importante, sempre più perentorio e trasparente dove la mia Chiesa
amata, le Chiese sorelle, le Religioni, ritrovano con chiarezza la
loro primaria vocazione e missione, misurandosi, con la preghiera,
sulle esigenze del Dio Amore, come annuncio solenne di giustizia e
di Pace. Gesù è il Principe della Pace.
Il Vescovo di Roma, come lucerna accesa sul
monte, ci ha illuminati.
Il successore di Pietro, ambasciatore di Pace,
operatore di Pace con tutto il corpo diplomatico.
Tempestivamente invia il Nunzio a Baghdad e
riceve ufficialmente Aziz in Vaticano: Wojtyla, fa riscoprire a
tutti il gusto della sapienza della Pace anche nei metodi per
ottenere la Pace, che nell'immediato sembrano stoltezza.
E' stoltezza e profezia della Croce. Verrà un
giorno in cui le vittime innocenti, i Crocifissi, saranno sui
piedistalli, non solo a New York ma anche a Kabul, nei Balcani, in
Palestina, in Israele, in America latina, in Asia in tutto il mondo,
dove c'è ingiustizia.
Voglio ardentemente sperare che venga il tempo in
cui le vittime siano onorate, non i vincitori che vincono le guerre,
ma che non conquistano mai la Pace.
C'è una specie di giudizio universale che si
celebra giorno dopo giorno. Il tempo scorre veloce.
Bush, da tempo, ha rivolto alla comunità
internazionale un drastico ammonimento: in questa guerra non è
possibile la neutralità. Né per gli uomini né per Dio. O con noi
o con i terroristi; con la civiltà o con la barbarie. Dal punto di
vista del potere americano e quello del terrorismo non esiste allora
alternativa? Condannare la guerra, significa ridursi all'impotenza o
addirittura diventare complici del terrorismo? La scelta ineludibile
diventa una umana necessità di respingere qualunque terrorismo,
qualunque guerra. In nome di quale punto di vista? Di quale
strategia? In nome di una cultura alternativa e di una solidarietà
liberatrice.
La forza del Diritto, lo ripeto, e non il diritto
della forza, la potenza della verità e non della menzogna, la
ricerca delle cause delle ingiustizie strutturali immense.
Scoprire le risorse intellettuali, morali,
politiche di tutte le oppresse e gli oppressi che prendono
coscienza: un nuovo mondo è possibile. Costruiamolo! Pensare e
agire locale, pensare e agire globale. E' il movimento dei movimenti
che continua a camminare, cantando, ballando.
La società civile che con gli originali
"girotondi" esprime, sempre più, la propria indignazione.
Una contaminazione, un pluralismo nella condivisione.
Non mi piace questo Ulivo unito per finta su
questo tema cruciale, dove i fiumi, i laghi, i mari e le foreste
abbattute gridano il rispetto dell'ambiente.
Papa Giovanni XXIII definiva i dubbiosi con il
loro distinguo: "Profeti di sventura".
E il Cavaliere? Lasciamolo scodinzolare da
"solo" nelle cancellerie europee.
Il nostro territorio nazionale è diventato una
portaerei, una base militare di un umiliante e sfacciato supporto di
una guerra unilaterale.
Ritengo che nessun organismo delle Nazioni unite,
nessuna potenza, abbia l'autorità di stracciare quello che sta
scritto nella carta costitutiva della Repubblica democratica, laica,
antifascista.
A Roma, in tante città del mondo, i cittadini di
ogni religione, cultura, lingua si sono incontrati, abbracciati,
tante mamme con bambini in braccio, religiosi e religiose, credenti
e non credenti.
L'Europa ha un sussulto: Francia, Germania e
Belgio. Pienone a Londra e Parigi, Atene canta "Bella
ciao".
Parlamentari italiani potrete votare per la
guerra, nella vostra sovranità e immunità parlamentare, ma non
riuscirete ad uccidere il principio di cittadinanza e la sovranità
della maggioranza popolare.
Non più sudditi ma cittadini liberi.
La coscienza pubblica vi ha dato un segno: non si
lascerà violentare.
Faticosamente sta nascendo una nuova Europa. L'Onu
vuole diventare l'assemblea delle genti e non del Consiglio di
sicurezza.
Garantire la Pace, con impegno e fatica e
perseveranza.
Lasciatemi sperare con tutte le nuove generazioni
che non sopportano più l'assenza di futuro.
La storia non è finita. Qualunque cosa possa
accadere di malvagio ecco il mio slogan: "Not in my name"
"Non in mio nome".