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Intrighi a margine dei misteri d'Italia
Rumori di fondo

di Francesco Ribolla

Stragi di Stato, omicidi eccellenti, mafiosi ed agenti segreti, ambigue connivenze. La storia della Repubblica è fatta di zone d’ombra che le inchieste giudiziarie non hanno saputo o voluto svelare. Un inventario di vita italiana per comprendere l'origine degli attuali primati che il mondo ci invidia.


"Questa è la storia der passato
Ch'era finito ed è ricominciato
Questa è la storia der presente
Che se ce guardi nun capisci gnente
Ma è puro la storia der futuro
Chi la capisce ce pò annà sicuro."

Franco Antonicelli
("Canzonetta")

Regina Coeli, 10 gennaio 1944

Premessa

Forse non ci sarebbe bisogno di spendere altre parole: bastano quelle racchiuse nella canzonetta romanesca di Antonicelli qui collocata a distico per commentare il significato di queste pagine. Ma intanto è necessario almeno un chiarimento sulla loro genesi.

 

Gli scritti qui riuniti sono d’occasione. Si tratta di articoli sparsi e apparsi mimetizzati, quasi alla macchia per la loro natura, in larga parte databili fra il 1995 ed il 1998. Credo si possa dire che siano nati per puntiglio, sollecitati dagli eventi che fino ad allora si erano verificati, a partire dal '93. Quello è stato infatti un anno particolare, con uno scenario a dir poco mistificante. Al crollo di un regime costruito sulle mazzette fanno eco in quei giorni il bastone delle autobombe e la carota della maggioritaria, una sintesi degna della peggiore stagione (ce ne sono state tante) della politica italiana.

 

Lo scenario che però si presentava in quel momento, fra arresti e suicidi eccellenti, con la liquidazione - nemmeno totale - di una classe di potere diventata ormai impresentabile e gli ulteriori colpi di coda dei suoi manutengoli, poneva più d'ogni altro una questione essenziale: quella del passato e del suo riesame. Non un passato remoto ma prossimo, con tutti i suoi intrighi e con tutte le sue similitudini. Se si può anzi trarre un buon insegnamento dalla storia è che in essa somiglianze e analogie non sono mai casuali. La stessa opzione stragista inaugurata da Cosa nostra con il probabile fiancheggiamento di altre entità e perseguita a Roma, Firenze e Milano nell'anno delle valanghe, aveva già radici consolidate - parimenti indecifrabili, per taluni aspetti - nelle stragi di Ciaculli e Villabate di trent'anni prima. Da qui, l'opportunità di rievocarle entrambi per un raffronto che possa fornire al lettore alcuni dati sui quali riflettere.

 

Un altro dato, stavolta solo apparente, deriva da ciò che sembra una mancanza di collegamento "organico" fra questi capitoli. Appare quasi un passaggio di palo in frasca il proporre un delitto da dolce vita accostandolo a Piazza Fontana o ad altri episodi che qui si raccontano. In realtà, nella macrostoria dei misteri italiani, vi sono tante microstorie che s'incrociano con gli accadimenti principali, risvolti e persone a margine di quei fatti eclatanti sul cui ruolo non si è mai potuto o voluto far chiarezza. Se c'è anzi un tratto comune che lega le vicende rievocate con la vena madre dei grandi misteri nazionali questo è il tratto stesso dell'ambiguità. Si prenda il caso Wanninger, fattaccio di cronaca capitolina, del quale gli indizi d'intrigo -e di ricatto- li abbiamo visti baluginare come fuochi di Sant'Elmo per oltre vent'anni. Ebbene l'uso e il ripescaggio strumentale di quel fattaccio, con il permanere dell'enigma sul vero movente del delitto, fanno il paio con tutte le altre storie attraverso cui certi poteri forti si sono scornati e compattati a vicenda, secondo le proprie convenienze.

 

Vi è inoltre una persistenza di nomi, oltre che di ambiguità, negli eventi qui riesumati. Per scrivere il capitolo sull'omicidio di Christa Wanninger mi sono avvalso, tra le fonti reperite, di un singolare fascicolo di un'altrettanto singolare editrice - battezzata con una graziosa quanto eloquente "testatina" o emblema tipografico a forma di pistola sotto la quale campeggia la sigla S.P.Edit - registrata forse come agenzia stampa nel 1986 presso il tribunale di Roma. Il fascicolo, però, non reca indirizzo né altro recapito dell'editrice, ma solo un numero di casella postale. L'esemplare fa parte di un'apposita collana il cui direttore responsabile risulta essere Giulio Savelli, cioè lo stesso editore presente in queste pagine e non nuovo a curiose sortite che qui si raccontano.

 

La continuità di nomi e situazioni viene confermata anche nel caso dello spionaggio telefonico che movimentò le cronache nella prima metà degli anni '70, una dimostrazione -casomai ce ne fosse stata la necessità- che certi pasticci trovano sovente gli stessi manipolatori. E poiché l'affare delle intercettazioni, così come risulta in realtà, fu qualcosa di serio e non una commediaccia, vale la pena di aggiungere qualche parola sulle responsabilità occulte di quella e di altre strategie, senza dimenticare la più nota di tutte e detta appunto strategia della tensione. Quest'ultima, piaccia o no, ha visto una saldatura nettissima tra un blocco di forze, moderate ed estremiste, in una sorta di cartello dell'ansia che aveva come scopo il congelamento della democrazia italiana, la revisione dei primati sociali (casa, scuola, salute, lavoro) raggiunti e soprattutto un disegno d'ingegneria costituzionale, per di più portato avanti fino ai nostri giorni: il presidenzialismo. A farsene sostenitori in quegli anni troviamo tanto una parte cospicua del capitalismo nero che una nebulosa di formazioni politiche nate per la bisogna e non di rado finite nelle inchieste della magistratura. Dunque il passato non muore mai e mi è sembrato perciò giusto riproporne in tal senso particolari illuminanti, circostanze nelle quali si sono ritrovati più d'una volta nomi e figure che hanno oggi i loro degni eredi ed epigoni.

 

Altre pagine ancora sono invece dedicate a frangenti del tutto obnubilati come l'omicidio del piccolo albergatore siciliano Candido Ciuni, delitto dai risvolti misconosciuti avvenuto in una Palermo torbida e golpista. Il torbido non manca neppure nell'alone che circonda le gesta di un ex legionario con spiccate tendenze nostalgiche coinvolto nelle indagini sulla strage del 12 dicembre 1969, così come ne troviamo traccia in quelle di un narcotrafficante informatore dei servizi segreti.

 

Grazie al loro contributo è possibile comprendere quanto sia stato raffinato il gioco di un'altra strategia, quella del depistaggio, costante che ha insidiato e compromesso in tutti i modi l'accertamento della verità sui crimini compiuti contro il popolo sovrano.

 

Su questo genere d'intrighi era molto ben informato un giornalista come Mino Pecorelli, tolto dalla circolazione in una sera di marzo del 1979. La sua morte è rimasta un altro mistero, ma ancora più misteriosa è la storia della pistola che lo ha ucciso e che io ho cercato di ricostruire basandomi sui pochi dati emersi in (o di?) proposito. Pecorelli era un giornalista non ortodosso, quando fu ammazzato si disse e si scrisse che era un ricattatore salvo poi - molti anni dopo e in virtù delle disgrazie andreottiane - trasformarlo quasi in un santino, martire dell'informazione. Comunque sia, era un uomo al corrente di tante verità inconfessabili, quelle verità che anche la stampa perbene o perbenista conosce ma non può raccontare. Proprio alla stampa è dedicata l'ultima parte di questo volumetto che con i suoi rumori di fondo mi sembra ironicamente suggellare il contenuto della presente raccolta.

 

E adesso smetto di scrivere perché sento altri rumori, quelli alla porta d'ingresso. Qualcuno sta cercando di entrare e non credo sia un ammiratore.

 

 

 

La ragazza di maggio

 

Storia giudiziaria che si apre il 2 maggio 1963 e si conclude più di vent’anni dopo con un colpevole che però rimane a piede libero, il caso Christa Wanninger presenta tutti gli ingredienti di un vero e proprio "affaire" italiano, una vicenda in cui la barbara uccisione di una bruna ed avvenente ragazza tedesca massacrata sul pianerottolo di un palazzo romano sembra evocare i toni di una guerra sommersa. Una guerra non del tutto percettibile nei clamori delle cronache, negli scoop improvvisi in cui si avverte la mano o la regia d'inquietanti presenze. Una guerra dove l'uso della notizia diventa un'arma, il tramite d'indecifrabili avvertimenti molto vicini al ricatto. Che quella storia possa nascondere risvolti ben diversi dal semplice omicidio ne ha immediato sentore Domenico Migliorini - capo della Squadra mobile della questura di Roma - non appena mette piede nel palazzo dove è avvenuto il fattaccio, al numero 81 di via Emilia. Quella è una zona "calda", tutto il perimetro che comprende via Veneto fino al Tritone è nevralgico. Al numero 59 di via Sicilia, ad esempio, cioè poco più avanti della pensione dove Christa Wanninger risiedeva, neanche a farlo apposta c'è la sede sotto copertura di una delle tante polizie parallele create da Umberto Federico D'Amato, il gran gourmet del Viminale. Lo sanno bene, i funzionari della mobile. Come sanno della lotta senza quartiere che si è svolta fra gli amici dello chef e il questore Carmelo Marzano, una faida che ha pure avuto dei momenti grotteschi (1).

 

La conferma ai sospetti di Migliorini arriva però con l'interrogatorio di Gerda Hoddapp. Il capo della mobile è un segugio esperto, di buon fiuto, e intuisce subito che la versione della donna, amica della vittima e inquilina dell'appartamento davanti al quale la Wanninger è stata ammazzata a coltellate, non si regge in piedi neppure con la colla. "Dormivo - dichiarerà la Hoddapp ai poliziotti - e non ho sentito niente. Mi sono svegliata soltanto quando ho sentito la sirena dell'ambulanza; pensavo quasi di sognare, poi ho sentito un frastuono provenire dalle scale e dopo qualche minuto mi sono resa conto che bussavano alla mia porta"(2).

 

A bussare sono proprio i poliziotti quando vedono quella porta chiusa, l'unica di tutto il palazzo rimasta sbarrata anche dopo l'arrivo di curiosi, giornalisti e paparazzi. Gerda appare in vestaglia, occhi socchiusi e capelli scarmigliati come se si fosse appena alzata dal letto: eppure sono le due del pomeriggio passate. Davanti alla folla sbalordita dalla sua apparizione, dopo aver gettato un grido nel vedere a terra il corpo massacrato dell'amica, singhiozza d'aver preso un sonnifero la sera prima, per questo non ha sentito nulla. Migliorini non le crede, la incalza di domande fino a farle sfuggire che Christa le ha telefonato quella mattina annunciandole che sarebbe passata a trovarla per quell'ora. Ed è così che Migliorini si convince che la donna sta mentendo: com'è possibile, infatti, che i rumori dell'aggressione fuori la porta, le urla della Wanninger, l'arrivo dei primi soccorritori, il battere con insistenza sull'uscio - prima della custode del palazzo, Francesca Barbonetti, e poi degli altri condomini - non sono riusciti a svegliarla quando è bastato un trillo del telefono?

 

I giornali si occuperanno del delitto per giorni e giorni, senza sosta, ripercorrendo al centimetro la vita della vittima e della sua enigmatica conoscente. Viene addirittura lanciato un concorso invitando i lettori a suggerire la soluzione del giallo mentre si cerca di dare un volto all'aggressore, un misterioso "uomo in blu" visto scendere tranquillamente le scale dopo l'omicidio. I primi indiziati sono gli amanti, gli amici ed accompagnatori occasionali delle due donne, ma tutti sembrano avere un alibi di ferro. Migliorini, pur non abbandonando l'ipotesi che Gerda Hoddapp sappia bene chi e perché ha ucciso Christa, al momento non ha indizi per poterla inchiodare. Questo però non significa che il capo della mobile sia deciso a mollarla. Dalla borsetta della sua amica trovata sul pianerottolo sono venute fuori due agendine, altre tre saranno rinvenute nella pensione dove la ragazza alloggiava. Tutte sono zeppe di nomi, nomi che anche Gerda conosce, nomi che non saranno mai resi noti e che scatenano la fantasia dei cronisti in un tema univoco: chi era, in realtà, Christa Wanninger?

 

Il ritratto della vittima è controverso, spesso a metà strada fra la puttana e la santa, una brava ragazza - ma non troppo - calata a Roma per fare fortuna, come tante. E dove può mai far fortuna una bella straniera di ventitre anni a Roma, nella Roma della "Dolce Vita", se non nel mondo del cinema? Sarà proprio il cinema, però, a riservare qualche sorpresa quando si accerta che, prima di arrivare in Italia, Christa "era stata impiegata a Monaco in una società di riprese cinematografiche, la Telefilm, di cui era direttore Anton Kirchdorfer, il marito della sorella Gertrud"(3).

 

Il nome di Anton Kirchdorfer, cognato di Christa, balza fuori in un occasione quantomeno fortuita. E' amico di un giornalista – un certo Obermaier - che durante il carnevale 1963 ha presentato alla ragazza Raimondo Riffeser. Questi è il fratello di Bruno Riffeser, genero e "factotum" (4) del cavalier Attilio Monti, industriale dello zucchero, petroliere ed editore nonché ras della cosiddetta finanza nera italiana. Si apprenderà anni dopo che nel corso d'indagini su finanziamenti industriali alle trame eversive di destra, un altro giornalista - Lando Dell'Amico - viene trovato in possesso di una velina dei servizi segreti in cui si fa riferimento proprio al caso Wanninger e alla direttiva di tener fuori da quell'intrigo il buon nome dei Riffeser. Per la cronaca, Bruno Riffeser finirà poi suicida nella villa del suocero a Cap d'Antibes, in Francia. L'attività cinematografica di Anton Kirchdorfer è presente senza che costui sia nominato anche nel ricordo di Edgardo Pellegrini, uno dei coautori del bestseller "La Strage di Stato". Pellegrini, ai tempi del delitto Wanninger, lavorava come cronista seguendone gli sviluppi e racconta di come fu "sbattuto fuori a calci e spintoni da uno strano ufficio di uno strano produttore tedesco che film non ne produceva"(5). Aggiunge poi di aver fatto in tempo a notare sulla scrivania di questi una lettera recante l'intestazione "Permindex", una società il cui proprietario era nientemeno che Clay Shaw, petroliere americano implicato - secondo il procuratore Jim Garrison - nel complotto dell'assassinio del presidente John Fitzgerald Kennedy. Pellegrini sostiene inoltre che la "Permindex" finanziasse "i neofascisti in Italia e in Sud Tirolo"(6) grazie anche al suo fiduciario che di lì a poco diventerà celebre: Michele Sindona.

 

Il primo interrogatorio di Gerda Hoddapp comincia poche ore dopo il delitto e si protrae fino alle cinque del mattino successivo. La porta del suo appartamento "era rimasta chiusa per circa venti minuti"(7) prima che si aprisse agli uomini della mobile e soltanto dopo che la donna è già in questura da parecchio Migliorini può disporre la perquisizione dei locali da parte della "scientifica". Un ritardo che ha una spiegazione nella mancanza di un mandato non sottoscritto subito dal giudice, ma micidiale per l'esito delle indagini. L'appartamento di Gerda ha un doppio ingresso. Su una delle due porte viene riscontrata un'impronta palmare, come il segno di una spinta: forse è quella dell'assassino, l'uomo in blu visto scendere le scale. Però non è detto che sia stato proprio lui ad uccidere Christa. Quell'uomo, anzi, potrebbe essere una figura diversiva, la lepre finta che attira l'attenzione dei testimoni mentre il vero killer trova riparo nello stesso palazzo, forse proprio nell'appartamento di Gerda. Perché no? In fondo, se l'omicidio è premeditato come sospetta Migliorini, perchè non pensare ad un'ipotesi del genere? Venti minuti sono un'eternità per eclissarsi in un nascondiglio predisposto, un nascondiglio dal quale uscire appena le acque si sono calmate. E prima del mandato nessuno ha potuto spingersi oltre l'ingresso di quell'appartamento, perquisirlo da cima a fondo spostando mobili, aprendo ripostigli o frugando negli armadi. Migliorini si danna per questa trascuratezza forzata, è convinto che la chiave del delitto sia in quel palazzo, lui avrebbe frugato casa per casa se gli fosse stato possibile. Sì, ci sono troppe circostanze strane su quell'appartamento: dal doppio ingresso che immette in un ufficio, all'impronta sulla porta, fino al comportamento sconcertante di Gerda Hoddapp. Quest'ultima ha un amante quasi stabile, Giorgio Brunelli, commerciante di liquori con interessi in altri campi. E' di fronte all'atteggiamento dell'uomo - tutt'altro che benevolo verso di lei negli interrogatori - che Gerda comincia a parlare dei suoi affari citando "misteriosi incontri con un certo Holtzmann, di Buenos Aires; con un avvocato che diceva di lavorare presso il ministero degli Esteri e soprattutto con un americano, Hough"(8).

 

I rapporti di Brunelli, nel racconto della Hoddapp, raggiungono anche la base Nato di Napoli, attraverso il direttore delle esportazioni di un gruppo che si occupa delle forniture ai militari di quell'insediamento. Ma ad intrattenere rapporti con quella base c'è anche il cavalier Attilio Monti, parte del carburante che esce dalle sue raffinerie è destinato alle navi della Sesta Flotta di stanza nel Mediterraneo. Direttore generale e azionista della Sarom (società azionaria raffinazione oli minerali) nonché di altre imprese e stabilimenti è il genero, Bruno Riffeser, che ha un fratello - come si è visto - un po' troppo incauto nelle frequentazioni, almeno durante le festività. Raimondo Riffeser, infatti, nel giorno di Pasqua, pochi giorni prima del delitto, ha ospitato nella sua casa romana Kirchdorfer, Gerda e Christa. I tre sono andati a trovarlo dopo che la Wanninger ha litigato con il suo fidanzato italiano, Angelo Galassi, che pare conoscere Riffeser come questi, plausibilmente, conosce Brunelli. Kirchdorfer sarà ancora ospite di Riffeser il 3 maggio quando, da Monaco, torna in Italia per seguire le indagini sull'omicidio: naturalmente i due si sentono prima che il tedesco metta piede in questura.

 

In questo giro di legami che s'intrecciano in amicizie più o meno affettuose con gli affari di Brunelli - che ha anche provato a mollare Gerda per Corista - i poliziotti non possono nascondere la loro perplessità allorché l'amante della Hoddapp dichiara di non sapere che "la sua attività e quella di Gerda fossero oggetto di controllo da parte dei Carabinieri del Sifar"(9), il servizio informazioni militari ancora sotto il dominio nemmeno tanto occulto di Sua Eccellenza Giovanni De Lorenzo. Malgrado abbia lasciato la poltrona di direttore del servizio per andare a sedersi su quella di Comandante supremo della Benemerita, nel 1963 la massiccia operazione di schedatura voluta da De Lorenzo prosegue tranquillamente. Al Sifar c'è Egidio Viggiani, suo fidatissimo che durerà poco, in tutti i sensi. La fascicolazione del mondo politico, sindacale ed imprenditoriale, anzi, avrà persino un'impennata in quel periodo, forse in vista di un piano - detto "Solo" - che il generale col monocolo tiene pronto in caso di necessità. Ovvio, poi, che a De Lorenzo interessino per prima cosa le notizie piccanti e gli argomenti scabrosi sulla vita di quei personaggi messi sotto traccia. Il Sifar conta un'infinità di collaboratori esterni, tra questi proprio Lando Dell'Amico, il giornalista trovato con la velina Riffeser. Ma è anche vero che certe informazioni vanno cercate negli ambienti giusti, magari infiltrandoli proprio laddove le umane debolezze trovano meglio il loro sfogo. E mentre Brunelli ignora o dice di ignorare le attenzioni del Sifar, Migliorini pensa a quelle cinque agendine possedute da Christa e piene di nominativi come quelle della "ragazza Rosemarie", il personaggio creato dallo scrittore Eric Kuby e reso celebre da un film con Nadja Tiller. Nella storia di una squillo d'alto bordo che viene a conoscenza di particolari scottanti sui suoi facoltosi amici e che perciò finisce ammazzata, forse ci sono analogie con il destino della Wanninger. Solo che il capo della mobile ignora a sua volta un particolare importante: non sa ancora che il Sifar, fra poco, si farà vivo per davvero spostando le indagini su una strada lontana da via Emilia e dal civico n°81.

 

Gerda Hoddapp soggiorna a Rebibbia giusto due mesi, uscendone con l'accusa di favoreggiamento in omicidio e il rinvio a giudizio in libertà vigilata. Migliorini - che l'avrebbe lasciata volentieri dietro le sbarre - le ha fatto ritirare il passaporto disponendo ogni misura per tenerla d'occhio, i controlli dureranno "oltre due anni"(10), poi l'austriaca di Achern lascerà l'Italia con uno strano provvedimento di espulsione dopo essere stata prosciolta per insufficienza di prove. E' in questo intervallo che si verifica il fatto imprevisto dal capo della Squadra mobile. Nel pomeriggio del 6 marzo 1964 una telefonata raggiunge il quotidiano Momento Sera. Il caso Wanninger, sulla stampa, prosegue con alterne fortune, l'ultimo scoop lo ha agguantato il settimanale tedesco Quick pubblicando le lettere autografe di Christa, ma è ben poco rispetto a quello che sta per succedere.

 

Quando Maurizio Mengoni, cronista di turno al Momento Sera, solleva il ricevitore e ascolta l'uomo che ha chiamato, pensa in un primo momento che si tratti del solito mitomane. Lo sconosciuto, inoltre, intende offrire al suo giornale - "il più povero di Roma" (11) - la verità sull'omicidio per la modica cifra di cinque milioni. Mengoni temporeggia, dice di richiamarlo fra un paio d'ore perché ne deve parlare al direttore. Poi, chiusa la comunicazione, avverte i carabinieri. Ma perché proprio i carabinieri quando è la questura a seguire le indagini? Due ore più tardi, prodigi dell'efficienza, è già tutto predisposto per intercettare la telefonata e stabilirne la zona di provenienza. L'apparecchio squilla puntuale, Mengoni trattiene lo sconosciuto per il tempo necessario alla Benemerita onde precipitarsi in Piazza San Silvestro e bloccarlo nella cabina telefonica da dove sta ancora parlando col cronista. E' così che entra in scena Guido Pierri, scapolo, impiegato presso un istituto scolastico di via Somalia e residente in una stanza d'albergo da cui vengono fuori alcuni quaderni "pieni di note introspettive che delineano progressivamente i tratti di una personalità psicopatica"(12).

 

Pierri è trovato in possesso di un coltello da caccia, dichiara di aver tentato, con quella telefonata, una truffa per cavarci un po' di danaro e di avere scritto le sue note deliranti suggestionato dagli articoli sul delitto. I quaderni narrano dei suoi appostamenti e pedinamenti femminili, in particolare quelli di tre donne senza nome su cui si sono accentrati i suoi morbosi desideri, desideri di morte. I carabinieri non faticano molto ad individuare due dei soggetti presi di mira dall'autore, si tratta di un'affittacamere e la sua ospite. Le due donne, rintracciate e poste a confronto con Pierri, lo riconoscono come l'uomo che qualche mese prima, tramite un'inserzione, le aveva avvicinate in cerca di una camera per la sorella. La descrizione della terza donna, invece, sembra corrispondere perfettamente con quella di Christa Wanninger.

 

Senza un alibi preciso per il giorno del delitto, Pierri viene messo a confronto anche con le persone che nel palazzo di via Emilia hanno visto l'uomo in blu, ma il risultato è contrastante. Francesca Barbonetti, la custode, pur avendo scambiato il 2 maggio qualche battuta faccia a faccia con quella persona, non la riconosce nelle fattezze di Pierri. Non molto meglio va con gli altri testimoni che ne ravvedono una qualche rassomiglianza con l'uomo che hanno notato, ma niente di più. Ciò malgrado, il tenente colonnello Margiotta inoltra alla Procura della Repubblica richiesta di rinvio a giudizio contro l'indiziato, una richiesta sonoramente bocciata dalla magistratura. Tuttavia quel polverone almeno un risultato è riuscito a raggiungerlo: lo smontaggio del paziente -e forse troppo pericoloso- lavoro d'indagine di Migliorini e della sua Squadra. Il capo della mobile sarà poi promosso questore e inviato a Palermo.

 

Nel 1971 il delitto di via Emilia è uno dei tanti crimini dimenticati di una Roma divenuta nel frattempo sempre più torbida e feroce, ma a riportarne la memoria ai lettori intervengono due fatti nuovi. Il primo riguarda l'istanza presentata alla magistratura italiana dai legali della famiglia Wanninger per la riapertura dell'inchiesta; il secondo è costituito dall'ampio reportage di una rivista tedesca - al solito, la sempre ben informata Quick - che è riuscita ad assicurarsi le copie dei quaderni di Pierri i cui originali sembravano essere stati distrutti (13) per mano dell'autore, una volta prosciolto. Quelle fotocopie, si mormora, forse sono uscite dal vecchio Sifar ora diventato Sid: ma in che modo? Spunta fuori un nome, Renzo Mambrini. Chi è costui? Per alcuni è uno dei militi che la sera di quel marzo '64 avrebbero arrestato Pierri a Piazza San Silvestro (14), anche se, per ammissione sua, sembra invece "non essersi mai occupato ufficialmente delle indagini e di non aver mai conosciuto Pierri"(15).

 

Sia come sia, Renzo Mambrini è qualcosa di più di un ex maresciallo della Benemerita, lo dimostrano i lunghi periodi passati all'estero - soprattutto a Londra - oltre alla sua perfetta conoscenza delle lingue straniere. Ma a maggior merito c'è anche il lavoro svolto come addetto stampa del generalissimo De Lorenzo. Congedato dall'Arma, Mabrini si avvicina al giornalismo e a Cefis, venendo assunto per un certo periodo alla SNAM di Monterotondo come capo dei servizi di vigilanza. In quello stesso 1971 Eugenio Cefis ha completato la sua scalata all'impero Montedison (16), il faraone della chimica italiana è già in ottimi rapporti con Carlo Pesenti, cementiere ed azionista di uno dei feudi dell'immensa holding nata dalla fusione Edison-Montecatini. I rapporti con Attilio Monti, invece, sono più complessi. I due hanno entrambi la stessa idea che la politica debba essere asservita al loro tornaconto, la convivenza è possibile, ma il cavaliere non è meno tosto di carattere né meno spregiudicato negli affari: forse va ammonito. E il caso Christa Wanninger si presta bene come segnale.

 

Tutto fa brodo, anche le vecchie storie che sembrano dormire negli archivi, ma in quel risveglio c'è ben poco di accidentale se è vero che Mambrini, "proclamandosi certo che Pierri fosse implicato nel delitto"(17), ha fatto del suo meglio perché venissero pubblicate le parti fotocopiate dai carabinieri. Né si concede soste, l'ex maresciallo. Nel 1973 pubblica e diffonde a "proprie" spese un romanzo che ha scritto ispirandosi alla sorte della sventurata ragazza di via Emilia. In esso, rievoca l'omicidio ritoccando nomi, luoghi ed epoca affinché non vi siano "nel racconto, personaggio né fatto alcuno che abbia rispondenza con persone esistenti"(18), ma si tratta di una precauzione del tutto gratuita.

 

Visto che il successo del libro non deve essere così entusiasmante o forse per ragioni meno decifrabili, Mambrini si decide a portare le sue convinzioni fino alle estreme conseguenze e nel 1974 presenta un esposto-denuncia contro Guido Pierri. Probabilmente esagera, perché nello stesso anno - il 26 novembre - muore in un incidente stradale andando a sbattere contro un autotreno sulla via Cassia: una fine che forse suggella il ruolo e l'utilità da lui ricoperti fino a quel momento. Gli sforzi dell'ex maresciallo non andranno comunque persi del tutto. Il giudice Nicolò Amato dispone una nuova perizia psichiatrica sugli scritti di Pierri affidandola a due consulenti, uno dei quali è il professor Aldo Semerari che -anni dopo- troverà una morte orrenda.

 

La perizia, tutto sommato, è indulgente: Pierri viene definito una natura schizofrenica ma non più pericolosa, in sintesi è la motivazione che manderà a piede libero l'imputato nei successivi dibattimenti. Un primo verdetto lo assolve per insufficienza di prove, il secondo lo riconosce colpevole di omicidio aggravato ma incapace d'intendere e di volere al momento del reato, il terzo conferma la sua non punibilità. Sotto il profilo penale la storia finisce qui, scompare l'ombra del Sifar come le agendine con gli oltre centoquaranta nomi annotati dalla vittima. Per il mistero irrisolto di Christa Wanninger, ragazza di un maggio ormai lontano, cala un sipario pieno di buchi. Un sipario di panni sporchi.

 

 

Note

 

(1) Alessandro Silj, Malpaese, Donzelli, Roma, pag. 48; Giuseppe De Lutiis, Storia dei Servizi segreti in Italia, Editori Riuniti, Roma, pag. 51.

(2) Felice Borsato, Siena Monza chiama Doppia Vela 21, Ciarrapico Editore, Roma, pag. 15.

(3) Paolo E. Messeliere, Il mistero di Christa Wanninger, S.P.EDIT, Roma, pag. 23.

(4) Ibidem, pag. 69.

(5) AA.VV., La Strage di Stato, B.I.M-Leoncavallo-Odradek, (nuova edizione), pag. 163.

(6) Ibidem, pag. 164.

(7) Borsato, Op. cit., pag. 7.

(8) Messeliere, Op. cit., pag. 39.

(9) Ibidem, pag. 40.

(10) Borsato, Op. cit., pag. 94.

(11) Messeliere, Op.cit., pag. 50.

(12) Ibidem, pag. 51.

(13) Ibidem, pag. 64.

(14) Borsato, Op. cit., pag. 109 e seg..

(15) Messeliere, Op. cit., pag. 68.

(16) Angiolo Silvio Ori, L'Affare Montedison, Settedidenari, s.l., 1971.

(17) Messeliere, Op.cit., pag. 67.

(18) Renzo Mambrini, Christa, Edizioni dell'Acquario, Roma, 1973.

 

 

 

La strage ambigua

 

Brancati, siciliano, in uno dei suoi libri più intimi afferma che senza memoria "il mondo sarebbe sottilissimo, una lastra priva di spessore"(1). Ma c'è qualcosa di peggio del perdere la memoria: è il non considerare le circostanze di un evento quando questo si chiude definitivamente con una versione che le stesse circostanze sembrano contraddire.Tra Ciaculli e Villabate, nei dintorni di Palermo, il 30 giugno 1963 esplodono a distanza di poche ore l'una dall'altra due autovetture Alfa Romeo modello Giulietta imbottite di tritolo causando la morte di nove persone. Una tragica fatalità - si dice - non essendo quei nove innocenti i veri obiettivi degli attentati. Le premesse sembrano smentirlo perché quello è solo l'ultimo atto di una guerra feroce, una guerra di mafia che nella sua escalation ha visto contrapporsi le onorate famiglie dei fratelli Angelo e Salvatore La Barbera a quella dei cugini Greco, appunto di Ciaculli, una contrada a quattro chilometri dal capoluogo palermitano.

 

Da oltre tre anni questa guerra insanguina il territorio e senza che nessuno muova un dito per fermarla, si nega addirittura la matrice di quei delitti definiti sì opera di criminali, ma tutt'altro che affiliati ad un'organizzazione composita. A pensarla diversamente sono i rapporti di carabinieri e polizia che restano ad impolverarsi negli archivi delle caserme, in quelli della questura o nei cassetti del Palazzo di Giustizia dove è appena andato ad insediarsi il dottor Pietro Scaglione. Lo scenario politico vede invece uomini come i rampanti Lima e Ciancimino o i già affermati Giovanni Gioia e Bernardo Mattarella quale migliore espressione di una classe di potere per la quale la mafia continua a non esistere. L'evidenza negata culmina nella notte fra il 29 e il 30 di un giugno caldissimo, quando in corso Vittorio Emanuele, a Villabate, due giovani panettieri - Giuseppe Tesauro e Giuseppe Castello - escono dal locale dove lavorano per godersi un po' di fresco. Proprio di fronte al forno c'è un'autorimessa il cui proprietario è Giovanni Di Peri che abita ai piani superiori dello stabile dove questa è ubicata. Di Peri è legato solo da una mezza parentela ai Greco, ma ciò basta a trasformarlo in vittima designata o, quantomeno, in soggetto da ammonire pesantemente. Non c'è anima viva - neanche Pietro Cannizzaro, il guardiano dell'autorimessa - ad aver notato la Giulietta parcheggiata proprio lì davanti. Ad accorgersene sono i due fornai perché dalla vettura esce del fumo, Tesauro si avvicina alla macchina quando un bagliore e un boato tremendo lo investono in pieno, disintegrandolo. Lo scoppio distrugge anche l'autorimessa uccidendo Cannizzaro e ferendo gravemente Castello.

 

Il secondo attentato si verifica quindici ore più tardi, non senza quegli elementi d’indecifrabilità che permarranno a dispetto dei resoconti particolareggiati sulla strage: "Verso le undici di quella stessa mattina, a Ciaculli, nel fondo <Sirena> dei fratelli Salvatore e Giovanni Prestifilippo, c’è una Giulietta con una gomma a terra, gli sportelli aperti e una bombola di gas sul sedile posteriore"(2). Quando la vettura viene avvistata, dunque, la notizia dell’autobomba esplosa durante la notte nella vicina Villabate corre già sulla bocca di molti, ma intorno all’indicazione della macchina nel fondo dei Prestifilippo graverà - senza mai essere smentita - una voce. La voce di una segnalazione anonima, una telefonata che avverte i carabinieri spingendoli sul luogo del ritrovamento. Forse la voce al telefono precisa anche la presenza di una bomba a bordo del veicolo o forse vuole soltanto accertarsi che siano proprio loro, i carabinieri, ad arrivare alla vettura. Quel che è certo è che a guidarli ci sarà un giovane e brillante ufficiale dell’Arma.

 

Per quanto giovane, il tenente Mario Malausa è tutt’altro che sprovveduto in materia di mafia. Proviene da Cuneo, dove ha prestato servizio, e ha una qualche affinità di carattere con il maggiore Carlo Alberto Dalla Chiesa, nativo di Saluzzo, che è già stato in Sicilia negli anni caldi del banditismo e di lì ad un lustro vi tornerà col grado di colonnello. Ma a differenza di questi, Malausa è molto meno pragmatico: non sa o non vuole adeguarsi a quei frangenti che talvolta impongono una prudenza calcolata, quel tanto almeno dal non far trasparire mai - neppure con i superiori - idee personali ed iniziative poco ortodosse.

 

Appena cinque mesi prima di quel 30 giugno Malausa ha firmato un rapporto dettagliato, pieno di nomi e di "amicizie" imbarazzanti sugli uomini d’onore da lui indagati. Quel documento rimane senza alcun riscontro, eppure parla chiaro: racconta usi, costumi e relazioni dei pezzi da novanta che, "a conferma del peso che avevano nella gerarchia mafiosa"(3), finiranno quasi tutti nel primo storico maxiprocesso presso la Corte di Catanzaro. Ma se ci sia un nesso o no tra il rapporto da lui firmato e il destino che lo aspetta, è in ogni caso il tenente a trovarsi quel giorno nel fondo dei Prestifilippo: che gli competa o meno la zona, abbia ricevuto l’ordine di spostarsi laggiù o ci sia andato su propria iniziativa importa poco dal momento che l’ufficiale avverte subito qualcosa di strano. La Giulietta scoppiata a Villabate, ad esempio, aveva un sistema d’innesco diverso, forse una miccia a tempo che ha provocato il fumo notato dai due fornai. Questa, invece, presenta una bombola di gas collegata con dei fili ad una carica di esplosivo bene in vista. E’ plausibile che la bucatura della ruota abbia impedito ai passeggeri di raggiungere il loro obiettivo, ma lo è altrettanto l’abbandonare così una macchina per un banale contrattempo? La faccenda non quadra e Malausa, a scanso di rischi, intima al drappello di non toccare niente e di aspettare l’arrivo degli artificieri.

 

Alle quattro del pomeriggio si presentano il maresciallo dell’esercito Pasquale Nuccio ed il soldato Giorgio Ciacci. Con loro c’è anche il maresciallo di polizia Silvio Corrao, venuto a dare un’occhiata. Nell’intervallo fra il piantonamento ed il loro arrivo non è accertato se Malausa abbia potuto esprimere le sue perplessità ai superiori per quella strana anomalia, ma Nuccio - si afferma - è uno che conosce il mestiere, ha esperienza. Il guaio è che Nuccio ha esperienza in disinneschi tradizionali, non in quelli civetta. Ignora del tutto la possibilità di un sistema a doppia carica installato a bordo della Giulietta - proprio nel portabagagli dove, di solito, è alloggiata la ruota di scorta - e si limita ad ispezionare solo scocca e abitacolo della vettura prima di rendere inoffensivo l’ordigno di richiamo. Quando tutto sembra finito e la bombola rimossa, un più rincuorato Malausa apre il portello del bagagliaio saltando in aria con i carabinieri Calogero Vaccaro, Eugenio Altomare e Marino Fardelli. Nell’esplosione perdono la vita anche Nuccio, Corrao e Ciacci. Uno scempio, "il resto dei corpi e delle lamiere si spargeranno in un raggio di 200 metri"(4).

 

La retorica indignazione degli editoriali pubblicati sui principali quotidiani del giorno dopo non serve a fugare gli inquietanti interrogativi legati alla strage, in essi vi è rabbia, dolore, sgomento e persino lo spazio per l’esternazione del generale Aldo De Marco, comandante della regione militare siciliana, che arriva a dire: "Prendete tutti i pregiudicati della zona, metteteli dentro per ordine mio. Li passiamo sotto torchio e vediamo cosa ne esce. Oppure sparate a vista sui delinquenti. Andrò in galera ma non si può, non si può più andare avanti così"(5). Per fortuna sparare nel mucchio o ricorrere alla tortura non sarà necessario e ciò che non sono riusciti a fare informative e rapporti come quello steso da Malausa lo produce adesso la strage con una eccezionale serie di retate e, soprattutto, con il varo atteso da anni della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia.

 

Fin dal primo momento la Commissione parlamentare non ha vita facile. Tra le mille difficoltà in cui s’imbatte e il prevedibile disaccordo fra i suoi stessi componenti, c’è anche l’ostruzionismo di coloro che dovrebbero agevolarne i lavori. Esemplare è in tal senso l’acquisizione del rapporto Malausa, acquisizione boicottata a lungo dal Comando Carabinieri presso cui il documento è conservato. Nella seduta del 28 marzo 1969, giorno della deposizione del colonnello Carlo Alberto Dalla Chiesa, comandante della Legione di Palermo, il senatore Girolamo Li Causi rammenta che "nel gennaio 1964, in occasione della sua prima visita in Sicilia, la Commissione aveva fatto prelevare presso il comando i rapporti Malausa"(6).

 

Si badi bene, Li Causi parla di "rapporti" - non di uno - segno che ne esiste almeno un altro meno depurato nelle sue parti più scabrose. E infatti il senatore aggiunge: "In primo luogo, il rapporto presentava indicazioni difformi nelle due versioni; questo rapporto non ebbe nessuna efficacia finché non avvennero i fatti di Ciaculli; terzo, ci fu un momento di grave tensione tra il comandante di allora - mi sembra si chiamasse Fazio - e la Commissione perché (costui) si rifiutava di dare all’Antimafia questi elenchi"(7).

 

Alla domanda sul perché di quelle contrarietà e sui motivi per i quali ciò che Malausa aveva raccontato nel suo rapporto fosse rimasto privo di attenzione, il colonnello Dalla Chiesa dichiara di non saper rispondere in quanto, all’epoca dei fatti, lui non era ancora tornato in Sicilia. La sua è una risposta elusiva solo in apparenza. In realtà, il nuovo comandante non solo conosce la natura di quelle omissioni ma sta anche aggiornando e integrando l’indagine compiuta sei anni prima da Malausa. Il colonnello sa inoltre che occhi indiscreti potrebbero posarsi sui verbali della sua audizione e lui non è ancora pronto a scoprire le carte.

 

Lo sarà un anno dopo - il 4 novembre 1970 - quando, riascoltato dall’Antimafia, dimostrerà di conoscere perfettamente i meccanismi di contiguità tra potere politico e criminale, tanto che a suo avviso basterebbe "prendere in blocco le 1200 varianti che ci sono state al piano regolatore"(8) approvato dal comune di Palermo per cominciare a fare sul serio. Quelle varianti, sembra intendere, sono già state analizzate dal suo staff ed hanno tutte un minimo comune denominatore in Vito Ciancimino, ossia nello stesso uomo politico il cui nome era già noto quando il tenente stendeva il suo rapporto. Non per nulla due mesi più tardi, il 15 gennaio del 1971, la Legione carabinieri di Palermo trasmette alla Commissione, per cura e per conto di Dalla Chiesa, uno studio rigoroso sulla carriera di Ciancimino, integrandola con tutti i particolari sui legami disinvolti del personaggio.

Mentre le relazioni fra i carabinieri di Palermo e l’Antimafia subiscono un netto miglioramento, ancora nel 1972 la cortina di censure sulle notizie raccolte da Malausa in tema di collusioni seguita a persistere. I dati contenuti nel rapporto sono resi pubblici col contagocce e "sempre in termini limitati e ultraprudenti"(9).

Se ne apprende perciò soltanto la parte che riguarda alcuni boss di borgata, con la riserva – beninteso - che il documento (nelle entrambi due versioni commentate da Li Causi) non sia stato già oggetto di modifiche e aggiustamenti nel suo contenuto originale. Tra i soggetti che vi sono segnalati ce n’è uno che vanta "aderenze e amicizie alla regione siciliana, alla prefettura, alla questura e in molti altri enti statali"(10). Di un altro, lo si descrive come "padrone di casa"(11) della stessa questura essendo costui proprietario dell’immobile adibito a garage per gli automezzi della polizia. Non mancano i profili di Leonardo Vitale, primo pentito storico di Cosa nostra, e quello di Pietro Torretta, capo-mandamento dell’Uditore e uomo "di massimo rispetto"(12).

 

Torretta - appena pochi giorni prima di Ciaculli, il 19 giugno - si è reso organizzatore dell’omicidio di Girolamo Conigliaro e di Pietro Garofalo, due mafiosi della fazione Greco attirati in casa sua col pretesto di una trattativa. Ad aiutare il boss nell’eliminazione dei due avversari c’è un uomo d’onore chiamato Tommaso Buscetta che parteggia per i La Barbera, alleati di don Pietro. Molti anni dopo, da collaboratore di giustizia, Buscetta racconterà che la guerra tra i La Barbera e i Greco è stata provocata con l’inganno da Michele Cavataio - un sanguinario killer della famiglia Torretta - che nel calcolo di un’ascesa più rapida ai vertici di Cosa nostra ha deliberatamente soppresso un corriere di droga legato alla cosca di Ciaculli, scatenando così la rabbiosa vendetta dei Greco.

 

Cavataio sarà anche sospettato – sempre nel racconto buscettiano - di avere ordito il macello delle due autobombe che mette in crisi, con l’ondata di arresti che ne consegue, l’intera organizzazione di Cosa nostra. I conti con lui, comunque, si chiuderanno sei anni dopo, il 10 dicembre 1969, in una furibonda sparatoria negli uffici in via Lazio, a Palermo, del costruttore Girolamo Moncada. Notevole è anche il tranello cui fanno ricorso i suoi assassini: travestiti da poliziotti si presentano alla porta come per un normale controllo e non appena l’uscio si apre fanno irruzione sparando a raffica. Cavataio muore con le armi in pugno, come si conviene ad un boss diventato leggenda fra i picciotti delle onorate famiglie. Con lui restano a terra i suoi guardaspalle - Francesco Tumminello e Salvatore Bevilacqua - ma anche uno del commando e il custode dei Moncada ci lasciano la pelle. L’eco della strage di via Lazio, però, viene smorzata in meno di quarantotto ore da un massacro ben più grave ed oscuro: quello di Piazza Fontana, a Milano.

 

Se la fuga dalla clinica in cui è ricoverato segna - appena il mese prima, 19 novembre - la nuova latitanza di Luciano Liggio ed è direttamente collegata alla fine di Michele Cavataio, c’è anche chi arriva ad intravedere fra i due episodi un richiamo sinistro con l’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura (13) e, dunque, con un’evoluzione sconvolgente e torbida dei rapporti tra mafia e politica. L’ipotesi è davvero tremenda, ma sfiora anche le valutazioni conclusive della relazione di minoranza della Commissione Antimafia (14). Non mancheranno, in effetti, occasioni realmente consociative tra Cosa nostra ed altre indecifrabili entità in progetti eversivi (golpe Borghese) e nemmeno una certa singolarità in alcuni omicidi (Mattarella, La Torre, lo stesso Dalla Chiesa) ad essa accreditati. Tuttavia è proprio la persistenza ormai storica di queste oscurità a rafforzare il dubbio di una convergenza d’interessi altrettanto inconfessabili nella sfortunata morte del tenente Malausa.

 

A qualcuno i pochi dati emersi dal memoriale reso pubblico, e qui ripercorsi, potranno apparire frammentari, generici, troppo isolati – magari - per tirare una conclusione che conforti la drastica necessità di Ciaculli. Non dimentichiamo, però, che nella feroce contingenza della guerra tra i La Barbera e i Greco - scenario sul quale Malausa prepara il suo rapporto - l’eliminazione di un segugio attento a quei temi e quindi molesto tanto per i mafiosi che per i loro amici coperti, diventa meglio mimetizzabile e ancor meglio realizzata se il bersaglio viene a trovarsi nel posto e al momento giusto. In altre parole, nelle circostanze di una tragica quanto opportuna fatalità.

 

 

Note

 

(1) Vitaliano Brancati, I Piaceri, Bompiani Editore, Milano, 1980, pag. 5.

(2) Giuseppe Di Lello, Giudici, Sellerio Editore, Palermo, 1994, pag. 92.

(3) Nicola Tranfaglia, Mafia, politica e affari. 1943-91, Laterza Editori, Bari, 1992, pag. 65.

(4) G. Di Lello, Op. cit., pag. 92.

(5) Rosario Poma, Enzo Perrone, La mafia. Nonni e nipoti, Vallecchi Editore, Firenze, 1973, pag. 65.

(6) N. Tranfaglia, Op. cit., pag. 65.

(7) Ibidem, pagg. 65-66.

(8) AA.VV. Morte di un generale, Mondadori Editore, Collezione Gli Oscar, 1983, pag. 31.

(9) Emanuele Macaluso, La mafia e lo Stato, Editori Riuniti, Roma, 1972, pag. 109.

(10) Ibidem, pag.110.

(11) Ibidem.

(12) Salvatore Lupo, Storia della mafia, Donzelli Editore, Roma, 1993, pag. 186.

(13) La tesi è contenuta in: Giorgio Galli, La regia occulta, Marco Tropea Editore, Milano, 1995. Dello stesso autore vedi anche i capitoli conclusivi di: La sfida perduta. Biografia politica di Enrico Mattei, Bompiani Editore, Milano, 1976.

(14) Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia, VI legislatura. Relazione conclusiva di minoranza dei parlamentari La Torre, Benedetti, Malagugini, Adamoli, Chiaromonte, Lugnano, Maffioletti, Terranova. 4 febbraio 1976. Vedi anche: La Repubblica, 14 gennaio 1976.

 

 

 

Maschere e pugnali

 

Era il 7 gennaio 1973 quando apparvero per la prima volta, sul rinnovato Corriere della Sera, le invettive del Pasolini corsaro. Fino a quel momento il giornale di via Solferino non aveva debordato molto dalla linea editoriale apprezzata per decenni dalla buona borghesia italiana. Ci pensò Pasolini ad apportarvi un po' di sana eversione con i suoi scritti di cui il primo intervento - quello contro i capelli lunghi - è rimasto forse il più celebre. C'è un passaggio, in quel pezzo, ancora pregnante: "Una sottocultura di destra può benissimo essere confusa con una sottocultura di sinistra"(1).

 

Oggi che non si sa bene cosa sia la destra e cosa la sinistra quelle parole sembrano scritte apposta, ma allora il riferimento era molto più allusivo. L'omologazione dei capelli lunghi, secondo Pasolini, poteva anche diventare complice di una mimesi inquietante, tanto da rendere addirittura impossibile il "distinguere dalla presenza fisica un rivoluzionario da un provocatore". Non è a caso, anzi, che proprio in quell'articolo venga citato a mo' di esempio il nome di un personaggio, tristemente noto per le sue imprese, quando l'autore afferma che "ormai migliaia e centinaia di migliaia di facce di giovani italiani, assomigliano sempre di più alla faccia di Merlino"(2).

 

Mario Merlino, detto Mago magò per i suoi trasformismi, era infatti divenuto sinonimo d'infiltrazione e provocazione per il ruolo da lui sostenuto nella vicenda di Piazza Fontana. Troppo conosciuta è tuttavia la storia che lo riguarda, mentre più sfumata e sfuggente appare quella di un'altra figura, soltanto lambita dalle indagini sulla strage del 12 dicembre. Se il retroscena dell'attentato alla Banca Nazionale dell'Agricoltura è torbido, non sono da meno gli elementi a carico del soggetto in questione. Un rapporto della questura milanese ne stabilisce carattere ed attitudini, queste ultime tutt'altro che lusinghiere: "Invertito, sbandato, vagabondo, sfrontato, assolutamente amorale, figlio a quanto afferma di martire fascista, fuggito da casa minorenne"(3).

 

È curioso che della serie di definizioni usate in quel rapporto, il giudice Antonio Amati - ex ufficiale dei carabinieri e consigliere al Palazzo di Giustizia di Milano - ne ripeta buona parte nella sua istruttoria sui fatti del 12 dicembre: "Personaggio ambiguo, vagabondo e sfrontato, assolutamente amorale, nostalgico e simpatizzante, stranamente, nello stesso tempo, di elementi di estrema sinistra"(4). Se ne ricava che il giudice si sia fidato del rapporto steso dalla questura reiterando la scarsa affidabilità e l'ambivalenza equivoca del personaggio che, malgrado i suoi requisiti, potrà uscire da ogni altro accertamento in mancanza di dolo. Tale mancanza, peraltro, rimarrà finanche sospesa nella sentenza della Corte di Assise di Catanzaro che il 23 febbraio 1979 chiude il primo processo per la strage di Milano. Di lui restano tracce negli atti ormai polverosi di una storia mai conclusa del tutto e che ha in Giuseppe Pinelli, ferroviere di fede anarchica, uno degli aspetti più tragici. Quando Antonio o Antonino Sottosanti, più conosciuto negli ambienti che frequenta con l'appellativo di Nino il fascista, resta impigliato nelle prime indagini sulla strage, ha quarantadue anni e una vita - se non avventurosa - più che movimentata alle spalle. E' un uomo che ha fatto mille mestieri, spostandosi tra Italia, Germania e Olanda, con una puntata triennale nella Legione Straniera dov'era fuggito nel '59 dopo un matrimonio e una figlia. Ondivago ma non troppo nelle sue simpatie politiche, Sottosanti è un uomo d'ordine, "passa di volta in volta dall'Msi al gruppo delle "camicie verdi", poi alle SAM (squadre d'azione Mussolini) quindi alla CNR (costituente nazionale rivoluzionaria, capeggiata dal trafugatore della salma di Mussolini) e infine approda alla Nuova Repubblica di Pacciardi"(5). Del duce è un fanatico ammiratore, tanto dal tenerne un'immaginetta nel portafogli, ma tra l'estate e l'autunno del 1969 si converte all'anarchia, una conversione forse non del tutto inopportuna.

 

L'aria della provocazione tira forte su Milano, in quei giorni. Sottosanti "si presenta agli anarchici con una sola carta da visita: un periodo tra i provos di Amsterdam, per imparare a fabbricare e usare le bombe fumogene"(6). E' così che conosce Pino Pinelli, animatore del circolo del Ponte della Ghisolfa, uomo mite e portato a fidarsi del prossimo con molta faciltà, tanto da affidare al nuovo arrivato la consegna di pacchi e danaro per i compagni incarcerati a San Vittore. Ce ne sono diversi in galera, di loro, in quel momento: il 25 aprile, alla Fiera di Milano, sono scoppiate due bombe e gli "indizi" raccolti hanno portato al fermo di una quindicina di anarchici. Fra di essi c'è anche Tito Pulsinelli, arrestato per aver abbandonato un pacco dinamitardo davanti una caserma di Pubblica Sicurezza in corso Magenta.

 

Quando Sottosanti avvicina Pinelli, ha da poco lasciato il posto di custode della sede di Nuova Repubblica, in via San Maurilio, per trasferirsi in Sicilia. Ciò non gli impedisce di fare frequenti trasferte a Milano, avendo dei parenti che risiedono a Pero dove va a pernottare. I rapporti con Pinelli sono abbastanza buoni anche se la moglie del ferroviere non li digerisce per niente - e ha ragione - perchè Sottosanti non ha affatto cambiato idea, crede in Pacciardi ed è convinto che con lui "si arriva prima a Roma"(7). Inoltre, la sua disinvoltura nel bazzicare tanto i neofascisti che gli anarchici puzza di provocazione, soprattutto la sua amicizia con Serafino Di Luia e Giorgio Chiesa - due ultrà di destra - è sospetta, i tre sono stati anche vicini di camera nella pensione dove Sottosanti alloggiava. La situazione dell'amico di Pinelli in carcere, intanto, non si sblocca e Sottosanti propone di testimoniare in suo favore, una falsa testimonianza, per scagionarlo procurandogli un alibi che lo discolpi dall'affare di corso Magenta. Pinelli ci pensa, è perplesso, ma Nino il fascista è l'unico che può tirar fuori di galera Pulsinelli, proprio la sua estraneità al mondo anarchico è una garanzia di buonafede per i giudici, e purtroppo accetta. Il mattino del 12 dicembre Sottosanti si presenta a casa Pinelli per pranzare e incassare le quindicimila lire di rimborso per la sua prestazione a favore di Pulsinelli. Sono le 11,30. Pino dorme ancora quando lui arriva, ha fatto il turno di notte alla stazione ed è rientrato alle sette, ma si alza e prepara da mangiare mentre la moglie, stizzita per quell'intruso, esce a far la spesa. Il pranzo, poi, si svolge tra i silenzi di Licia Pinelli e la domestica conversazione di Sottosanti con il capofamiglia, non si parla comunque di politica. Alle 14,30 Pinelli e il suo ospite scendono al Bar Fabiani, in via Morgantini, per un caffè. Pino scambia qualche battuta con gli amici che notano quella faccia nuova, una faccia che rammenta qualcuno, quindi i due escono dal locale diretti alla vicina Banca del Monte per cambiare un assegno firmato dal ferroviere. L'operazione dura pochi minuti, Sottosanti intasca il contributo-spese e saluta Pinelli, ha una corriera per Pero che parte da piazzale Cadorna alle quattro. Le lancette dell'orologio segnano le tre appena passate. Trenta o quaranta minuti più tardi, il tassista Cornelio Rolandi accoglie sulla sua Fiat "600" multipla uno strano passeggero. L'uomo ha un che di scostante, sbatte con forza lo sportello e, perentorio, dice all'autista di dirigersi da Piazza Beccaria verso Piazza Fontana che è distante poche decine di metri. L'uomo ha una borsa di pelle nera, Rolandi la sbircia quando il passeggero gli ordina di fermarsi e di aspettarlo, quindi costui scende di vettura. Passano pochi minuti ed eccolo di ritorno, però quella borsa è sparita. L'uomo rimonta e si fa scaricare all'angolo di via Albricci. Alle 16,37 Piazza Fontana è sconvolta da una spaventosa esplosione.

 

Alla fine del 1969 uno dei giornali più informati sulla situazione italiana è il settimanale inglese The Observer. Questi non solo ha prodigiosamente previsto con giorni d'anticipo (7 dicembre) la strage individuandone, peraltro, la matrice neofascista, ma è anche al corrente che il maggior beneficiario della strategia della tensione varata con Piazza Fontana è la destra moderata, non quella estremista: "L'obiettivo è di preparare le condizioni di una riforma costituzionale paragonabile a quella introdotta da De Gaulle nel 1958"(8), per favorire appunto il sorgere di una repubblica presidenziale di cui, in Italia, proprio il movimento di Randolfo Pacciardi è tra i principali sostenitori. La curiosa circostanza del periodico inglese così ben informato è trascritta anche nell'istruttoria del giudice Guido Salvini che per rinviare a giudizio, dopo trent'anni, esecutori ed organizzatori dell'attentato, ha dovuto ricostruire un'epoca. Scrive il magistrato che due testimoni, Edgardo Bonazzi e Giampaolo Stimamiglio, già appartenenti alle cellule neofasciste coinvolte nella strage, "hanno accennato ad un militante di destra, sosia di Pietro Valpreda, che doveva entrare in azione a Milano per chiudere il cerchio intorno alla vittima predestinata, funzionando da controfigura certamente idonea ad essere riconosciuta nella persona di Valpreda dall'ignaro tassista"(9).

 

Vittima predestinata non è il solo Valpreda ma anche, e principalmente, Giuseppe Pinelli perché quando il ferroviere si ritrova in questura la sera stessa del fattaccio, dopo aver seguito di sua spontanea volontà il commissario Luigi Calabresi, non immagina neppure in quale diabolico disegno è caduto. Costretto a tacere del suo incontro con Sottosanti per via dell'alibi di Pulsinelli, senza perciò molte frecce nel suo arco quando i poliziotti gli contestano i movimenti che ha avuto nel pomeriggio, Pinelli comincia a capire. Presto il gioco si fa duro e scoppia la tragedia, il ferroviere precipita dalla finestra della stanza al quarto piano di via Fatebenefratelli durante un interrogatorio serratissimo nella notte del 15 dicembre. La versione del suicidio non convince nessuno, "la chiave della tragedia resta affidata alle sei parole pronunciate da un funzionario della polizia: <Quando gli abbiamo detto quella frase...>"(10). Quale frase? Non si saprà mai con certezza, forse un nome, un riferimento, meglio ancora, un'illuminazione.

 

Antonio Sottosanti è uno che ha fatto mille mestieri, come già detto. Non mancano, al suo attivo, alcune sortite nel mondo dello spettacolo: comparsa per il cinema e generico per alcuni fotoromanzi. La sua faccia è apparsa anche in un fotofumetto dal titolo "Il cavaliere del fiume" pubblicato sul periodico Bolero Film. Nulla di male, se i lineamenti dell'attore improvvisato non ricordassero molto da vicino quelli di un altro. Ad un giornalista che gli mostra una foto di scena con il volto di Sottosanti, il tassista che ha caricato il misterioso passeggero sulla sua vettura esclama: "Ma via, quella è una foto del Valpreda ritoccata...". E' questa la prima reazione di Cornelio Rolandi, il supertestimone d'accusa di Pietro Valpreda, nell'osservare quelle fattezze (11). C'è davvero questa somiglianza? C'è e come, le foto di Nino il fascista fanno il giro delle redazioni senza che però riescano a comprovare uno scambio di persona. Eppure, di sosia del Valpreda, in quel periodo ce n'è almeno un altro che gira per Milano, si chiama Gino e frequenta il Bar "Gabriele" di via Mercato. Forse, di queste somiglianze, deve essersene ricordato anche il povero Pinelli, prima di cadere da quella finestra. Quel che è certo è che il ferroviere conosceva bene Valpreda, tanto da averci pure litigato, e alla contestazione del suo nome per la strage non può non aver messo insieme i pezzi: l'apparizione di Sottosanti, il suo offrirsi come testimone dì Pulsinelli, l'assegno di quindicimila lire che da solo bastava ad incastrarlo, sono tracce che portano ad una sola conclusione.

 

Le somiglianze non si fermano qui. Ve n'è un'altra che riguarda la cassetta metallica che conteneva la bomba collocata nella sede della Banca Commerciale di Piazza della Scala, fortunatamente inesplosa. A farla brillare ci penseranno gli stessi inquirenti, distruggendo così una prova preziosissima. In un primo momento non si capisce se insieme alla bomba sia brillata anche la cassetta, poiché sembra che il modello faccia parte anche dell'arredamento della sede in via San Maurilio di Nuova Repubblica, dove Sottosanti prestava servizio come custode e che avrebbe trattenuto in conto stipendio, "ma poi la cassetta originale salta fuori e i sospetti si allontanano"(12).

 

La faccenda della cassetta, ad ogni modo, resta irrisolta almeno per un aspetto: il numero di serie. Un rapporto della questura di Milano del 17 dicembre 1969 afferma trattarsi di esemplare recante sigla 13/4 A. Altra cifra è invece indicata nella perizia eseguita dall'ingegner Teonesto Cerri, esperto in esplosivi. La sua relazione stabilisce che la cassetta della Comit "è senz'altro del tipo 14/4"(13).

 

In questa discrepanza s'inserisce l'episodio di Amos Lassis, un tizio - "forse" di origine greca - il quale all'inizio di luglio del 1970 si presenta alla polizia per denunciare un commerciante di Rossano, tale Enrico Karanastassis, che confezionerebbe ordigni esplosivi su commissione e nel cui negozio di ferramenta ha in deposito cassette dello stesso tipo di quella repertata nella Banca Commerciale. Casa e negozio del titolare vengono così perquisiti e si scopre che, accanto alla giacenza di tre cassette metalliche "Juwell" e un timer dal quadrante simile a quello fatto brillare dagli improvvidi artificieri, ci sono anche numerose pallottole e cartucce da guerra non denunciate. Le cassette fanno parte di un'ordinazione all'importatrice "Parma" e sono il residuo di uno stock di otto esemplari commissionati da Karanastassis. Questi esibisce copia di ordinazione e fattura dicendo che le cinque cassette mancanti sono state vendute a clienti occasionali, non identificabili. Viene perciò steso un verbale di perquisizione da cui risulta che le tre cassette trovate in deposito sono dei tipi 13/3, 13/3 A e 13/4. Tutto il materiale non viene sottoposto a sequestro, in quanto "non si hanno ragioni per ritenere che il soggetto svolga attività terroristiche né che sia in contatto con gruppi o persone dediti al terrorismo"(14). Fotocopia di ordinazione e fattura esibite da Karanastassis è allegata al verbale, complicando ancora di più la storia. L'ordinazione, infatti, parla di ben venti cassette commissionate, mentre in fattura sono riportati dieci esemplari. Tenuta per buona la fattura, esistono comunque due cassette in più di quelle dichiarate dal commerciante.

 

Non è finita. C'è un modello, il 13/4 giacente in deposito e non citato nei documenti contabili, che è del tutto simile a quello adoperato per Piazza della Scala. Come se poi tutto questo non dovesse bastare, anche l'articolo 14/4 citato dall'ingegner Cerri nella sua perizia ricorda molto da vicino una delle cassette di Karanastassis. Succede perciò che l'articolo 13/4, già assente su ordinazione e fattura ma in dotazione al titolare del negozio, viene trasformato in 23/4 nel rapporto della questura milanese del 7 luglio 1970: "il rapporto è firmato dal commissario Calabresi"(15).

 

Anche Karanastassis e Lassis (o Lassi, italianizzato da alcuni) vengono lasciati perdere, mentre l'indecenza del balletto delle cifre non spiega come sia finita nella sede di via San Maurilio quella cassetta presa in acconto dall'ex custode di Nuova Repubblica. L'ipotesi che Sottosanti, una volta lasciato Pinelli, sia arrivato a Piazza Beccaria per montare sul taxi di Rolandi allo scopo di farsi "riconoscere" come Valpreda, non è tanto peregrina ma i giudici non potranno dimostrarla. Però, se non c'è prova che sia stato lui a salire su quella vettura, non vi è neanche la "matematica certezza" (16) del contrario. Ciò basta a far uscire per sempre Nino il fascista dai successivi gradi di giudizio. Il gioco degli inganni, tra maschere e pugnali, si conclude così. Non ne mancheranno altri nella nuova stagione politica italiana segnando il momento più tragico della nostra storia.

 

 

Note

 

(1) Pier Paolo Pasolini, "Contro i capelli lunghi", Corriere della Sera, 7 gennaio 1973. Articolo contenuto anche in Scritti corsari, Garzanti-Einaudi, Milano-Torino.

(2) Ibidem.

(3) Marcello Del Bosco, Da Pinelli a Valpreda, Editori Riuniti, Roma, pag. 64.

(4) Ibidem.

(5) Ibidem.

(6) AA.VV., Le bombe di Milano, Ugo Guanda Editore, Parma, pag. 199.

(7) Ibidem.

(8) Fabrizio Calvi - Frederic Laurent, Piazza Fontana, Mondadori, Milano, pag. 125.

(9) Ibidem, pag. 99.

(10) AA.VV., Le bombe di Milano, Op. cit., pag. 150.

(11) Ibidem, pagg. 127 e 230.

(12) Ibidem, pag. 199.

(13) Marco Sassano, Pinelli: un suicidio di stato, Marsilio Editori, Padova, pag. 128.

(14) Ibidem.

(15) Ibidem.

(16) Sentenza della Corte di Assise di Catanzaro, 23 Febbraio 1979. Citato anche in: Giorgio Boatti, Piazza Fontana, Feltrinelli, Milano, pag. 68.

 

 

 

Un candido massacro

 

Via Maqueda, ore 20. E' il 22 ottobre1970. La secentesca strada palermitana, ora un ghetto di attività ai limiti del lecito, è una strada malfamata quanto basta per assistervi, quasi ogni sera, allo scoppio improvviso di baruffe e schiamazzi. E' qui che ha sede un alberghetto - il "Sicilia" - gestito da Candido Ciuni, 44 anni, di Ravanusa. Il suo, per la verità, ha più l'aspetto di una locanda che di un albergo, ricavato com'è da un appartamento di dieci stanze con annesso salone. Un riparo alla buona, per coppiette irregolari, ma forse anche per chi il riparo lo cerca per altri motivi.

 

Proprio a quell'ora Ciuni sta rincasando, fa appena in tempo a varcare l'androne quando l'intero quartiere piomba nel buio. E' mancata la luce - mancherà per più di quindici minuti - "presumibilmente" per un guasto, il tempo necessario per accoltellare più volte il gestore del "Sicilia". Ciuni cade a terra in un lago di sangue, è ferito tanto gravemente che i suoi aggressori - due o forse tre persone - lo credono morto e si dileguano. L'uomo però respira ancora, soccorso dai familiari viene portato di corsa al Civico, l'ospedale di zona, e sottoposto ad un lungo e delicato intervento al quale riesce a sopravvivere. Per il momento, almeno.

 

L'agguato di via Maqueda sembrerebbe quasi un banale regolamento di conti, proprio da ghetto di pensioncine compiacenti, eppure c'è quel black-out durato un quarto d'ora a rendere nell'immaginario palermitano e nel pigro lavoro d'indagine della Squadra mobile l'idea di un'anomalia. La stessa circostanza si è verificata la sera del 16 settembre, quando il giornalista Mauro De Mauro è stato prelevato sotto casa ed è scomparso nel nulla.

 

Candido Ciuni si ristabilizza in pochi giorni, non apre bocca sull'aggressione rifiutando di vedere i cronisti ed eludendo le domande dei poliziotti. Costoro non ci pensano neanche a tenerlo d'occhio, la stanza d'ospedale dove Ciuni e sua moglie sono allogati rimane senza protezione. Si dirà poi che mancando contro di lui "accusa di reato", il piantonamento sarebbe stato non solo inutile ma ingiustificato: una motivazione che ha del paradossale perché Ciuni, sia pure con la bocca cucita, qualche segnale lo emette. Ed è un segnale di paura, di malcelato terrore che si manifesta ogni sera nella precauzione di far chiudere a sua moglie - Antonina Orlando - la porta della stanza che li ospita al Civico a doppia mandata.

 

Si arriva così al 28 ottobre. Ciuni dovrebbe essere dimesso l'indomani, ma quella sera stessa , alle 22,30, quattro persone in camice bianco si presentano al portone dell'ospedale. Il custode, scambiandoli per quattro sanitari, li fa entrare e si ritrova con la canna di una pistola puntata alla faccia. Uno dei quattro gli ordina di stendersi a terra mentre gli altri si avviano alle scale, sanno già dove dirigersi - alla stanza numero 6 - però non basta. Afferrano l'infermiere di turno intimandogli di bussare alla porta dei Ciuni: "Di' che c'è il medico per una visita di controllo"(1). La scusa potrebbe anche non funzionare, ma è già pronto il rimedio. Un'ascia da pompiere spunta da sotto il camice di uno dei killer pronta per abbattere la porta. Col cuore in gola l'infermiere bussa e Antonina Orlando, riconoscendone la voce, gira la chiave nella serratura. La porta si spalanca con un calcio, il commando irrompe nella stanza fra le urla della donna gettata a terra e spara un'infinità di colpi contro Ciuni, massacrandolo. Poi, a passo di corsa, i tre rifanno il percorso, raggiungono il compare e spariscono nel buio.

 

L'assalto all'ospedale civico, vera e propria azione militare, ha un effetto dirompente. Angelo Vicari, capo della Polizia, vola nella notte a Palermo mentre posti di blocco sono allestiti in tutta la zona occidentale dell'isola. Furioso con i suoi uomini per la micidiale trascuratezza verso la vittima, Vicari è soprattutto inquieto per i significati nascosti del delitto Ciuni. Forse, da buon siciliano, avverte il segno intangibile di un collegamento fra quella uccisione e il sequestro di Mauro De Mauro. Ma ne avrebbe di ragioni, il capo della polizia, per inquietarsi davvero se sapesse ciò che si va addensando per dicembre, addirittura un golpe. Un golpe che vede coinvolti pezzi dello stato, neofascisti e uomini d'onore, questi ultimi pure con il compito di farlo fuori senza complimenti.

 

I principali quotidiani di Palermo riportano il giorno dopo, giovedì 29 ottobre 1970, tutti lo stesso commento: "Se Candido Ciuni fosse morto sette giorni fa, il caso sarebbe stato archiviato come un delitto qualunque, di quelli che possono capitare in qualsiasi città (...) Eppure Ciuni sapeva di essere stato condannato a morte. Perché non ha voluto fare i nomi degli assalitori di mercoledì dell'altra settimana? Accusandoli, avrebbe coinvolto anche se stesso? C'è da supporlo. Secondo lo staff degli investigatori, Ciuni doveva essere legato ai suoi primi assalitori e, poi, agli assassini da un grosso segreto. Forse qualche fatto di sangue, forse qualche cosa di più grosso"(2).

 

Candido Ciuni vivo, comunque, non era di sicuro un sant'uomo. Ad attestarlo sono i suoi precedenti penali: processato nel marzo 1959 presso il tribunale di Caltanissetta per truffa; diffidato dalla questura di Agrigento nel giugno 1961; processato, ancora ad Agrigento, per appropriazione indebita e falso in cambiali; denunciato a Palermo, nel 1963, per ingiurie e lesioni a sua sorella; denunciato di nuovo, nel 1967, per lesioni personali, ingiurie e minacce. Piccoli reati, certo, ma proprio la loro bassa entità indica nella sua uccisione qualcosa d'incongruo. Il ferimento in albergo, ad esempio, paventato da Antonina Orlando come assai improbabile contrasto d'interessi sorto fra suo marito e alcuni concorrenti in affari, è irrapportabile alla mortale sanzione del Civico. E difatti, quando Ciuni viene ammazzato l'atteggiamento della donna cambia. Ad ascoltarla con attenzione ci sarà un giudice istruttore particolarmente sveglio e preparato in materia di mafia: Cesare Terranova.

 

Mentre i cronisti persistono nel sostenere che lo scopo in entrambi le aggressioni era quello di uccidere proprio "per evitare che prendesse corpo un pericolo, sino a quel momento latente, per le persone di cui l'albergatore conosceva i segreti"(3), Palermo si diverte col suo cinismo abituale sul movente del delitto, appunto il grosso segreto. L'analogia con il sequestro De Mauro, però, è tutta qui, in quell'aggettivo - "grosso" - che racchiude la scomparsa del giornalista vicino a qualcosa d'importante prima d'essere rapito. Sarebbe istruttivo seguire la genesi di un'illazione, ma in Sicilia - e soprattutto a Palermo - è difficile se non impossibile stabilirne la provenienza. Le illazioni, si sa, alimentano a loro volta chiacchiere, dicerie, malignità. Non ne mancano sul conto di De Mauro, forse non del tutto disinteressate, ma sono altrettanto assenti sul conto di Candido Ciuni. Quest'assenza non si spiega solo con la marginalità del piccolo pregiudicato rispetto al giornalista di punta, fa parte di uno stesso copione. Nessuno, tanto per dirlo, si sforza di rilevare che lo stesso mestiere di Ciuni, titolare di un infimo albergo in una zona di Palermo tutt'altro che tranquilla, è anche uno dei mestieri più adatti per osservare (e riferire) quel che succede nel sottobosco cittadino.

 

Nulla di scandaloso, quindi, se accanto all'attività di albergatore l'uomo possa averne abbinata un'altra, forse occasionale ma non rara in quel contesto, vendendo o cedendo qualche informazione per non incorrere, magari, in certe noie per i suoi trascorsi penali. Ma di questo non si parla. Si parla invece, a proposito di De Mauro, di una strana circostanza in cui il giornalista si sarebbe trovato poche sere prima di scomparire.

 

Di ritorno da una cena sul lungomare, egli avrebbe assistito in macchina ad un violento alterco fra due protettori, sarebbe perciò sceso dalla vettura per mettere pace fra i litiganti senza alcun timore di finire accoltellato. E' nel carattere dell'uomo - si dice - questo tipo di bravate, però l'episodio confermerebbe anche il coraggio professionale che De Mauro aveva più d'una volta dimostrato accostandosi a quel mondo che pure Ciuni conosceva, talvolta proprio per trarvi confidenze per i suoi articoli. La notizia esplosiva costata tanto cara al cronista, dopotutto, potrebbe essere scaturita da lì, dai bassifondi. I primi indizi, almeno. A conforto di un possibile collegamento fra l'uccisione di Ciuni e il sequestro di via delle Magnolie c'è anche un nome, quello di Giuseppe Di Cristina. E' Antonina Orlando ad accusarlo quale mandante del delitto. La donna non soltanto ne riferisce il nome al magistrato, ma altresì consegna a questi un effetto molto personale, un paio di pantaloni: "Questi calzoni sono la prova che il Di Cristina frequentava l'albergo "Sicilia", non per alloggiare ma per prendere parte a riunioni con <quelli> di Ravanusa. Questi calzoni me li diede un giorno perché io glieli lavassi e stirassi"(4).

 

Dunque in quell'albergo si svolgevano riunioni - di che genere, non lo sappiamo - con Di Cristina partecipe. Teniamo però conto del periodo: estate-autunno 1970. Ma chi è, intanto, Giuseppe Di Cristina? Per le anime belle è un galantuomo, funzionario della tesoreria di una holding dell'EMS, l'ente minerario siciliano presieduto dall'ex senatore Graziano Verzotto. Per i bene informati è invece un uomo "di panza", di primissima panza, capocosca di Riesi e nel direttivo di Cosa nostra. A guardare bene, anzi, Di Cristina rappresenta qualcosa di più del mafioso tradizionale, è un colletto bianco, uno che ha cercato la rispettabilità oltre che il rispetto nel decoro professionale e nei titoli accademici. Come lui è Stefano Bontade, laureato in giurisprudenza, colto, massone e poco incline a simpatie verso gli zappaterra di Corleone: i Liggio, i Riina e i Provenzano. E' assodato, inoltre, che Di Cristina -compare d’anello di Graziano Verzotto, suo testimone alle nozze - è ben conosciuto anche da Mauro De Mauro che di lui ha scritto su una rivista in questi termini: "Si prenda il caso del dottor Di Cristina, figlio del defunto boss di Riesi e lui stesso considerato elemento di massimo prestigio nel giro, assegnato per due anni al confino. Tornato a casa ha trovato bella e pronta l'assunzione alla società mineraria siciliana"(5). Al ritratto qui accennato, il giornalista aggiunge i particolari legati alla lettera di assunzione firmata dal segretario della Sofis, Aristide Gunnella, ma ciò non gli impedisce di coltivare rapporti con il presidente dell'EMS fino al 14 settembre 1970. Verzotto, infatti, è una delle ultime persone che De Mauro incontra. Qualche anno dopo, l'ex senatore scivolerà su una storia di fondi neri subendo pure uno strano attentato per poi eclissarsi in Libano e quindi in Francia. Tornerà quando le acque per lui - quelle mafiose prima che giudiziarie - si saranno finalmente chetate.

 

L'articolo di De Mauro è del 1968 e Di Cristina ha buona memoria, ma al principio di quel settembre 1970 ci sono altre cose che gli stanno a cuore. Cosa nostra, all'inizio dell'estate, ha avviato contatti con strane figure, emissari del principe Junio Valerio Borghese, ex comandante della X Mas di cui, guarda un po', De Mauro ha in gioventù fatto parte. Quelle persone hanno offerto all'onorata società la partecipazione ad un golpe, un colpo di stato che dovrebbe mandare a piede libero parecchi picciotti e Di Cristina ne è entusiasta, è uno dei boss più attivi nel perorarne il progetto. Di avviso diverso è Luciano Liggio che ha buone ragioni per diffidare di quel piano, prima fra tutte la certezza che - in caso di riuscita - il prestigio del capofamiglia di Riesi e dei suoi alleati avrebbe finito con lo schiacciare lui e i corleonesi. L'operazione è prevista per la notte dell'Immacolata, 8 dicembre, e uno degli obiettivi affidati agli uomini d'onore è Angelo Vicari, il capo della Polizia. Le trattative vanno avanti fra luglio e settembre, ma ancora oggi - a dispetto delle testimonianze dei collaboratori di giustizia - i luoghi dove queste avvengono non sono del tutto chiari.

 

Nel luglio 1970 la polizia stradale, in zona confinante, ferma "un'auto di grossa cilindrata proveniente dalla Svizzera e diretta a Milano"(6). A bordo ci sono cinque persone: Gerlando Alberti, Tommaso Buscetta, Salvatore Greco, Gaetano Badalamenti e Giuseppe Calderone. Un rapporto dell'FBI parla di un presunto vertice tenuto a Zurigo al quale i cinque avrebbero preso parte per la decisione di "importanti azioni criminose"(7). E' ben strano, dunque, che nelle versioni rese quattordici anni dopo dallo stesso Buscetta - nel frattempo divenuto il principale teste d'accusa contro Cosa nostra - la Svizzera sia quasi del tutto estromessa, al più è un luogo di passaggio suo e del solo Salvatore Greco che, dal Perù, lo ha chiamato negli Stati Uniti per la faccenda del golpe: "Greco mi disse che occorreva che entrambi ci recassimo subito in Italia per un fatto molto importante. Fissammo un appuntamento per Zurigo e io accettai l'invito, nonostante che in Italia fossi latitante. A Zurigo, nello stesso aeroporto, prendemmo a noleggio un'autovettura Volvo e ci recammo direttamente a Catania"(8).

 

Spariscono da questa versione i nomi degli altri per ricomparire - e nemmeno tutti - nel viaggio inverso, quello che dalla Sicilia li fa spostare prima a Roma e poi a Milano. Lo spostamento a Roma riguarda Calderone e Di Cristina che, insieme ad un gruppo di massoni catanesi e palermitani, devono incontrare Borghese. Non si capisce perché con loro non ci siano anche Buscetta e Greco, i quali ripartono (sempre in macchina) da Catania per raggiungerli nella capitale e proseguire insieme il viaggio verso Milano, allo scopo d'incontrare Badalamenti, "allora al soggiorno obbligato in un paese dell'Italia settentrionale"(9). Fra il verbale della polizia stradale, il rapporto FBI e il racconto di Buscetta i conti non tornano, il quadro è sicuramente confuso, gli spostamenti non del tutto comprensibili e la presenza di alcuni è incerta. Ma almeno su un dato non c'è discrepanza: in Sicilia, fra Catania e Palermo, si sono comunque svolti incontri e consultazioni per l'operazione prevista in dicembre. E' giusto allora domandarsi perché mai Di Cristina tenesse riunioni nell'albergo di Candido Ciuni, proprio in quel periodo e dimenticandovi persino i pantaloni, anche se questa domanda, con lo scenario appena descritto, potrebbe apparire oziosa.

 

Non è affatto oziosa, invece, l'anomalia del delitto Ciuni sotto il profilo esclusivamente criminale: dal black-out in via Maqueda, al mancato controllo in ospedale, fino alla "consapevolezza" degli assassini – muniti di scure - che già sanno verso quale porta dirigersi. E c'è di più. Un altro dettaglio, anch'esso sibillino, è nel ritrovamento in quella stanza d'ospedale di un bossolo calibro 9 inesploso. La stranezza è nel fatto che i killer si sono serviti di armi a tamburo per far fuori l'albergatore: tutte le ferite prodotte sul suo corpo appartengono a pistole non automatiche, probabilmente usate proprio per evitare l'espulsione di bossoli e più accurate perizie balistiche. Come si spiega, perciò, quel proiettile di calibro diverso e adatto solo per modelli d'automatica? Gli inquirenti dicono che il reperto può essere caduto dalla tasca di uno degli aggressori e che questi, nella baraonda, non se ne sia accorto. La spiegazione è semplice e non occorrerebbe nemmeno ribattere che è strano portarsi dietro munizioni inservibili, per armi diverse da quelle che si devono usare. Ma, stranezza nella stranezza, sul bossolo repertato sono anche riscontrabili tracce di polvere protettiva non conforme alla normale produzione. E' soltanto un accenno, chi può mai badarci in quell'autunno 1970?

 

Forse orecchie allenate ai messaggi, nessun altro. Di armi e munizioni non convenzionali usciti da depositi clandestini se ne parlerà soltanto vent'anni dopo e per una storia altrettanto irrisolta: "Gladio".

Ma questa è già un'altra storia. Forse.

 

 

Note

 

(1) Giuliana Saladino, De Mauro. Una cronaca palermitana, Feltrinelli, Milano, pag. 78.

(2) Estratto dai quotidiani Il Giornale di Sicilia e L'Ora, 29 Ottobre 1970 e gg. seg.

(3) Ibidem.

(4) Rosario Poma - Enzo Perrone, La Mafia. Nonni e nipoti, Vallecchi, Firenze, pagg. 285-286.

(5) Riccardo De Sanctis, Delitto al potere, Samonà e Savelli, Roma, pag. 82.

(6) Silvestro Prestifilippo, Mafia: quarta ondata, Guida, Napoli, pag. 57.

(7) Ibidem.

(8) Silvestro Montanaro - Sandro Ruotolo, La vera storia d'Italia, Pironti, Napoli, pag. 668.

(9) Ibidem, pag. 669.

 

 

 

Qualcuno in ascolto

 

"In questa Italia fallimentare anno '74 in cui manchiamo veramente di tutto, dal credito all'acqua del lavandino, costretti a invidiare alla Francia (tanto per guardare ai più vicini di casa) perfino Giscard d'Estaing , scopriamo con soddisfazione che finalmente abbiamo anche noi il nostro Maigret. E in vantaggio sui francesi, visto che ne abbiamo due"(1).

 

Con l'ironia e l'eleganza che sempre distinguevano i suoi corsivi su Paese Sera, così Berenice - al secolo, Jolena Baldini - presentava ai lettori del quotidiano la coppia di giallisti Massimo Felisatti e Fabio Pittorru, ideatori del poliziesco di costume con più d'una venatura satirica. L'anno, il 1974, neanche a dirlo sarebbe stato peggiore rispetto le carenze denunciate dalla giornalista, specie sotto il profilo degli accadimenti politici. In quel momento, Pittorru e Felisatti hanno appena pubblicato presso Garzanti i due primi romanzi della serie "Qui squadra mobile", già trasmessa con fortuna da mamma Rai. E uno dei due romanzi ha un titolo ed una trama entrambi ispirati alla realtà del momento: "Telefoni sotto controllo" (2).

 

La storia prende dichiaratamente origine dalla cronaca di quel periodo, si parla cioè d'intercettazioni a scopo di ricatto operate da inquietanti figuri che, nel libro, ricordano molto da vicino quelli reali. Uno, in particolare, è addirittura un investigatore privato con tanto di attrezzature sofisticatissime - almeno per quel tempo - beccato in flagranza di reato e con tanto di tesserino dei "servizi speciali". Ovvio che il godimento di quelle pagine sia stato ben altra cosa per i lettori del 1974 che avevano fin lì seguito il vero scandalo descritto con clamore da tutta la stampa italiana, eppure chi vuol farsi un'idea – oggi - del clima (o del tanfo) che si respirava allora faticherebbe a trovare le fonti adatte perché quella storia sembrò ai molti un intrigo quasi parodistico, un mistero buffo da commedia all'italiana, ma solo in apparenza dal momento che in Italia gli scandali non nascono mai per caso: c'è sempre qualcuno che li provoca.

 

La genesi dell'intera vicenda è infatti ancora oggi controversa. C'era già stato, per la verità, un primo segnale di bufera nel mese di febbraio del 1972, quando il leader socialista Giacomo Mancini - preso di mira in una campagna denigratoria dell'estrema destra - aveva alzato la voce in una riunione (3) del quadripartito di maggioranza, presente Giulio Andreotti, denunciando il fenomeno delle intercettazioni. Ma, al solito, non era servito a nulla.

 

Solo nell'autunno successivo la Procura di Roma si decide ad avviare un'inchiesta promossa dal dottor Luciano Infelisi su espressa denuncia di un cittadino dabbene, un probo cittadino che però resterà senza nome, al punto che il presidente del Consiglio - sempre Andreotti - crederà più tardi "di poter dire che le indagini del pretore Infelisi sono nate da un'iniziativa del suo capo-gabinetto"(4).

 

Il riferimento andreottiano è a Carmelo Spagnuolo, procuratore generale presso la Corte d'Appello di Roma, noto più in là per i suoi affidavit sindoniani e liaisons piduiste, poi estromesso dalla magistratura. Anche il telefono di Spagnuolo, secondo Mancini, è stato messo sotto controllo e questa è una buona ragione per incazzarsi ed aprire il fuoco. Infelisi nomina perciò dei periti di fiducia e già sembra partir male perché fra essi c'è il bolognese Antonio Randaccio che l'estremista di destra Luigi Meneghin, coinvolto in un'indagine sulle trame eversive, descriverà come "provocatore e fascista noto a magistratura, polizia e carabinieri"(5).

 

L'equipe di esperti messa in piedi da Infelisi non tarda comunque ad accertare che l'intera rete telefonica capitolina è "una ragnatela di radiospie"(6), cosa del resto già presunta per i troppi apparati istituzionali che hanno provveduto, ciascuno per suo conto, a seminare Roma di microfoni. L'aspetto grave, però, è per la presenza dei privati. C'è un tale, Marcello Micozzi, che presta servizio presso la SIP e nel tempo libero, per arrotondare, offre il suo talento a chi ne ha bisogno, insomma è conosciuto negli ambienti come installatore di cimici e di altri marchingegni indiscreti. Micozzi è l'ultima ruota del carro, un manovale, ma è anche il trait d'union fra gli organizzatori della rete d'intercettazioni e i loro commissionari. Lui quelle radiospie individuate da Infelisi e dal suo staff le ha installate per conto terzi e uno di questi si chiama Bruno Mattioli, altro tecnico elettronico con il quale ha lavorato a lungo.

 

Mattioli è a sua volta legato a filo doppio con un personaggio che il grosso dell'opinione pubblica conosce già, in quanto si è fatto apprezzare in una performance televisiva come gustoso interprete di un commissario meridionale in uno sceneggiato tratto da un libro di Piero Chiara. E' il detective Tom Ponzi.

 

Corpulento, stempiato, guance e occhi da mastino napoletano, Ponzi è il più noto poliziotto privato d'Italia. Ma è anche qualcos'altro. Non sono un mistero per nessuno le sue simpatie politiche, tanto che dalla fine degli anni '60 pubblica un giornaletto (7) col suo nome - Tom - che si occupa principalmente di denunciare le infiltrazioni comuniste nei settori più delicati del paese. Tra le amicizie consolidate del detective ci sono quelle con Giorgio Pisanò - direttore del Candido, il settimanale fascista che ha avviato la campagna diffamatoria contro Mancini - e di Gastone Nencioni, senatore missino e grandissimo amico di Eugenio Cefis. L'ombra di quest'ultimo, ritenuto il vero artefice dell'intrigo telefonico, spunterà con insistenza nel corso della storia, ma per il momento fermiamoci qui.

 

Micozzi, intanto, sotto interrogatorio non si è limitato ai nomi di Mattioli e di Ponzi ma, con molta titubanza, ne ha chiamato un altro in causa pur cercando di sminuirne il ruolo. Verso quest’ultimo, il tecnico della SIP usa tutta la cautela possibile non per una forma di riguardo ma perché sa bene che costui è il tramite diretto con quel mondo parallelo che è meglio tener fuori dagli schiamazzi. Si tratta di Walter Beneforti, già commissario di polizia e collaboratore di Guido De Nozza, ex direttore degli Affari riservati del Viminale. I due, alla fine degli anni ’50, erano nel clan in guerra contro il questore di Roma Carmelo Marzano che non aveva mai visto di buon occhio le imprese di De Nozza e soci, mal tollerava l’esistenza di una polizia segreta e meno che mai l’ingerenza della combriccola nei confronti della questura. Marzano aveva perciò cercato di contrastare quella gente in tutti i modi e ne era nata una faida, una delle tante fra i corpi d’apparato, che riuscì a sconfinare nel piccante allorché qualcuno ebbe l’idea di fotografare di nascosto il questore (sposato con prole) all’uscita dalla sua garconniere in compagnia dell’amante. La foto, poi, arrivò ad un giornale di opposizione - Paese Sera - che, naturalmente, non esitò a pubblicarla. Marzano non fece una piega, incassò il colpo e si preparò a cogliere il momento buono per togliersi gli schiaffi dalla faccia. Con il pretesto di un controllo, il questore inviò i suoi uomini a fare irruzione in un ufficio di copertura del gruppo. E qui, dal piccante, si passò alla farsa perché uno della cricca - il commissario Angelo Mangano - cercando una via di scampo, alto e grosso com’era, si nascose sotto un letto dal quale spuntavano le sue poderose estremità. Tutti i presenti furono impacchettati e portati in questura.

 

La vendetta di Marzano pone fine all’attività di spionaggio del clan De Nozza. Esso viene sciolto senza che però le carriere dei suoi componenti ne risentano, Beneforti è trasferito a Frosinone ma qualche anno dopo diventa capo della Criminalpol di Milano. Nella capitale mancata ci resterà fino al 1971, anno in cui rassegna le dimissioni dalla polizia: quella riconosciuta, perché il suo ha tutta l’aria di un passaggio definitivo al settore delle barbe finte. E infatti i rapporti con gli Affari riservati continueranno - almeno sotto il profilo clientelare - per via d’una partita di radiospie che Beneforti ha venduto al ministero degli Interni, "ma solo per scopi didattici"(8), come premurosamente sostiene un comunicato del Viminale quando l’ex commissario finisce in carcere.

 

Tom Ponzi, invece, trascorre più giorni in clinica che in galera: lui è uno tosto, non ci sta a farsi incastrare e non perde tempo a scaricare su Beneforti e Mario Nardone le loro responsabilità. E’ un anticipo su quello che potrebbe ancora dire - e dirà - il nome di Nardone, anch’egli ex capo della Criminalpol milanese e ora questore a Como. Furente per averlo coinvolto, Nardone segnala ad Infelisi che Ponzi nasconde nei suoi uffici di Lugano materiale molto interessante, i carabinieri vi trovano dodici casse piene di bobine e di apparecchiature. I nastri con le intercettazioni comprovano quale sia stata l’attività dell’investigatore, molte di quelle bobine sono servite a sostegno delle campagne scandalistiche di Candido e de Il Borghese e raccontano, tra l’altro, "i retroscena dell’affare Pisanò e i legami con Cefis"(9).

 

La perquisizione si estende a Santa Margherita Ligure dov’è ormeggiata l’imbarcazione di Ponzi. A bordo, i militi della Benemerita sorprendono due collaboratori del proprietario mentre sono in procinto di sbarcare altre casse di materiale compromettente. All’interno del panfilo c’è anche una sala-radio che ha del fantascientifico. Nella foga del rilancio, però, Ponzi commette l’errore di nominare in un’intervista un personaggio sconosciuto ai più in quel momento, ma che farà precipitare la situazione. Giorgio Fabbri, questo il nome, è un avvocato che risulta notaio nella Repubblica di San Marino ma che svolge anche altre attività a latere, non ultima quella di confidente - sia pure occasionale - della Guardia di Finanza. Certo è che i quattrini, dice Ponzi, l’avvocato li avrebbe fatti non con le sue consulenze legali bensì con l’ausilio di Beneforti e di Mattioli. Il segugio non aggiunge altro ma ciò basta a provocare una reazione a catena che scoperchia uno scenario indecoroso. Prima è il turno di Nicola Di Pietrantonio, un collaboratore di Fabbri, poi è lo stesso Mattioli a descrivere le imprese dell’avvocato. Nei primi mesi del 1970, Fabbri gli avrebbe commissionato una radiospia chiedendogli delucidazioni sul suo impiego. Quel giocattolo è servito a spiare le conversazioni di Nicola Chiatante, direttore generale dell’Anas - l’azienda nazionale autostrade - allo scopo d’intercettare in anticipo i numeri delle aste e rivenderli alle ditte concorrenti. Gustoso è anche il modo in cui la cimice sarebbe stata piazzata sotto la scrivania di Chiatante: uno dei due, Fabbri o Mattioli, si sarebbe chiuso nei gabinetti dell’Anas aspettando l’orario di uscita del personale per quindi agire con tranquillità. Le audizioni occulte durano ben nove mesi poi succede qualcosa di strano, Fabbri - usando lo pseudonimo di "Pontedera" - si rivolge in forma anonima alla Finanza invitandola a prendere con le mani nel sacco il direttore dell’Anas che lui avrebbe intrappolato con un finto ricatto. Non si capisce per quale motivo l’avvocato decida di compiere un passo del genere, dal momento che lui stesso è coinvolto nell’intrallazzo. Viene fuori perciò il sospetto che sia stata proprio la polizia tributaria -spinta dal ministro alle Finanze Luigi Preti, socialdemocratico di destra- a mettere preventivamente le mani su Fabbri prima che costui fosse roso dall’onestà. Comunque sia, altri sospetti si addensano intorno alla versione della radiospia collocata nell’ufficio di Chiatante senza che vi fossero anche delle complicità interne all’azienda. Qualcuno, infatti, avrebbe dovuto tenere in funzione quell’apparecchiatura e inoltre provvedere in extremis a manipolare i numeri delle aste per favorire le offerte delle ditte compiacenti. E’ una storia, insomma, che non sta in piedi e meglio quadrerebbe se gli imbrogli e le pastette dell’Anas fossero serviti come fondi neri, canali di alimentazione ad un certo partito o ad una certa corrente politica invisa pure all’onorevole Preti.

 

Da qui è facile risalire al come e al perché degli attacchi di Giorgio Pisanò nei confronti di Giacomo Mancini, ministro dei Lavori pubblici. Il direttore del Candido, che prima ha ricattato Cefis con una vecchia faccenda sul passato partigiano del presidente Montedison (10), ha poi da questi ottenuto contributi sostanziosi per la sua rivista. Di conseguenza, dopo aver attaccato Cefis, passa ad un altro obiettivo e comincia a chiamar ladro Mancini ribadendo l’insulto persino su manifesti a caratteri cubitali che ha fatto stampare e affiggere sulle mura di mezza Italia. La manovra è dovuta al fatto che il socialista Mancini è uno dei pochi leader politici che si è opposto e si oppone con vigore alla scalata irresistibile di Cefis, da lui definito come "uno degli uomini più pericolosi per la democrazia italiana"(11).

 

Che il signor Eugenio Cefis sia un uomo pericoloso non è il solo Mancini a pensarlo. Molti anni dopo, in un’intervista postuma, Aldo Ravelli -uno dei maghi della Borsa italiana- farà delle allusioni pesantissime sul conto dell’ex faraone della chimica fuggito in Canada nel 1977: "Conosco con precisione quello che è avvenuto. Stavano per arrestarlo. E non per storie di tangenti ante litteram. I motivi erano molto più gravi, importanti. Deve ritenersi fortunato che non l’abbiano fatto. Secondo me, in quella primavera del 1977, stavano per arrestare anche lui, Fanfani. Proprio nei mesi precedenti a quando Cefis annunciò l’uscita dalla Montedison"(12).

 

Ravelli allude, su insistenza del suo intervistatore, a disegni autoritari in cui sarebbero stati coinvolti "ufficiali e generali dell’esercito e poi una parte dei carabinieri"(13). Se con Amintore Fanfani i rapporti sono buoni, quelli con i carabinieri dei corpi speciali sono addirittura eccellenti per Cefis, basti pensare a Carlo Massimiliano Gritti, ex ufficiale, prima "capo del servizio di sicurezza del Sifar per Enrico Mattei quando era presidente dell’Eni"(14) e poi per il faraone che seguirà alla Montedison.

 

Il caso delle intercettazioni telefoniche rischia di diventare la punta di un iceberg d’intrighi che potrebbero portare molto in alto, magari nella direzione indicata da Ravelli, e non sorprende affatto che la vicenda sarà infine insabbiata dalla stessa Procura. Questa provvede a bloccare la trasferta d’Infelisi a Lugano, dove sono state repertate le casse di Ponzi, in seguito alla visita di Gastone Nencioni (legale di Cefis) al dottor Spagnuolo. Dopo quel colloquio, il procuratore manderà a Lugano - al posto d’Infelisi - il giudice Romolo Pietroni, già allontanato dalla Commissione parlamentare antimafia di cui era consulente per sospetti legami con ambienti non evangelici. Sarà forse casuale, ma "pochi giorni dopo il viaggio di Pietroni, salta fuori la notizia che le casse sono state manomesse, quelli che non si trovano più sono proprio i documenti più scottanti"(15). Non è ancora sufficiente. Negli uffici di Milano dell’agenzia investigativa Ponzi sono state smagnetizzate numerose bobine mentre un’altra, "l’unica che conteneva prove consistenti a carico dell’investigatore"(16), si dissolve sotto il naso di Infelisi dai locali della Procura.

 

Tra i nomi presi di mira dagli spioni spunta pure quello del cavalier Attilio Monti, magnate dell’industria zuccheriera e dei petroli nonché proprietario di numerosi quotidiani. Nella carta stampata, anzi, il cavaliere ha cercato di creare - senza riuscirvi, ma erano altri tempi e altri cavalieri - la prima grande concentrazione informativa del Belpaese. Alla fine del 1969, Monti possiede il pacchetto di maggioranza di ben cinque quotidiani e connesse edizioni di supplemento: "un impero giornalistico che vende (sono cifre accertate) 600.000 copie al giorno"(17). Corre anche voce che il magnate stia trattando la partecipazione o l’acquisto de Il Tempo di Angiolillo e che finanzi il Momento Sera di Roma. Questo foglio, appena pochi anni prima, si è preso cura di rilanciare il caso Wanninger trasformandolo nel caso Pierri e forse quel finanziamento non è del tutto disinteressato. Ad ogni modo, la storia del delitto di via Emilia riemergerà improvvisamente, non prima però di far avere al cavaliere un segnale premonitore, stavolta telefonico. A mandarlo è qualcuno che mette sotto controllo la linea dell’appartamento bolognese di Monti. Questi si rivolge perciò ad un altro detective privato, Alessandro Micheli, titolare dell’agenzia "Mike Investigazioni" di Padova che è a sua volta collegata con Walter Beneforti. Micheli, "unito da qualche legame di parentela al petroliere amico di Cefis"(18), presta il suo aiuto a Monti non si capisce bene come. Il dato certo è che anche lui proviene dalle barbe finte, è un ex maresciallo che ha prestato servizio presso il centro controspionaggio di Padova agli ordini del colonnello Giorgio Slataper. Curiosamente, quindi, ha contatti tanto con il Sid che con gli Affari riservati e quando Beneforti sta per finire in gattabuia vola a Roma presentandosi ad Infelisi per essere ascoltato. Il pretore rinvia l’incontro al giorno dopo perché deve finire d’interrogare Beneforti che quella notte stessa verrà associato alle patrie galere. L’indomani Micheli arriva alla porta dell’ufficio d’Infelisi, ma non ci resta per molto: vista la fine del suo amico si rende uccel di bosco. Ci rimarrà per quattro anni e nemmeno un ordine di cattura servirà a fargli cambiare idea.

 

Orba di prove e monca di testimoni l’inchiesta romana ha fagocitato nel frattempo quella milanese che l’aveva preceduta di poco ma con criteri molto più rigorosi. La Procura meneghina stava per emettere trentasei mandati di arresto che vengono annullati con il provvedimento della Cassazione, solerte nell'unificare le due inchieste e affidarne le competenze alla Capitale. Del resto, se quella benedetta indagine deve andare in porto, è meglio che vada in un porto sicuro: pieno di nebbie, magari, però collaudato. Infatti bisognerà aspettare il 1979 per la conclusione giudiziaria. Due anni prima, nel 1977, quando Cefis è scappato, il Pubblico ministero Domenico Sica ha chiesto il rinvio a giudizio per cinquantaquattro imputati. Ne vengono concessi quarantacinque per un totale di ventiquattro condanne e ventuno assoluzioni. Le condanne più severe sono per Ponzi e Beneforti - che rimangono pur sempre dei comprimari nella vicenda - ma che resteranno, come gli altri, a piede libero.

 

Una fine già annunciata e, tutto sommato, esemplare. All’italiana, appunto.

 

 

Note

 

(1) Berenice, "Presi a volo", I grandi servizi di Paese Sera, Editrice il Rinnovamento, Roma, pag. 91.

(2) Massimo Felisatti - Fabio Pittorru, Qui Squadra Mobile, Garzanti-Vallardi, Milano, pagg. 112 e segg.

(3) Panorama, 16 gennaio 1975. Contenuto anche in: Gianni Flamini, Il partito del golpe, volume terzo, tomo primo, Bovolenta Editore, pag. 233.

(4) AA.VV. Trent’anni di trame, supplemento de L’Espresso n°14 del 7 aprile 1985. L’articolo è di Giuseppe Catalano (pag. 47).

(5) Flamini, Op. cit., pagg. 233 e 240.

(6) Catalano, Op. cit., pag. 47.

(7) Daniele Barbieri, Agenda Nera, Coines Edizioni, Milano, pagg. 159-160.

(8) Catalano, Op. cit., pag. 50.

(9) Ibidem, pag. 51.

(10) L’episodio è riferito da diverse fonti. Esso riguarderebbe il periodo in cui Cefis era vicecomandante in Val d’Ossola delle brigate partigiane all’ordine di Alfredo Di Dio, morto in un agguato tesogli dai fascisti repubblicani. Sembra che Pisanò fosse al corrente di particolari molto imbarazzanti su quella storia. Cfr: Giorgio Galli, La regia occulta, Marco Tropea Editore, Milano, pagg. 117-118. Vedi anche: Eugenio Scalari - Giuseppe Turani, Razza Padrona, Feltrinelli, Milano, pagg. 206-207, ora ristampato da Baldini&Castoldi.

(11) Flamini, Op. cit., pag. 51.

(12) Fabio Tamburini (a cura di), Misteri d’Italia, Longanesi &C., Milano, pag. 143.

(13) Ibidem.

(14) Flamini, Op.cit., pag. 50. Su Gritti è interessante l’accenno di Ravelli in Misteri d’Italia (pag. 142) e quello di Galli in La regia occulta (pagg. 101-102)

(15) Catalano, Op. cit., pag. 53.

(16) Ibidem, pag. 52.

(17) Paolo Murialdi, La stampa italiana del dopoguerra, Laterza, Bari, pagg. 563-567.

(18) Flamini, Op. cit., pag. 51.

 

 

 

Mani rosse, ombre nere

 

In un romanzo di Joseph Roth ispirato alla figura di Lev Davidovic Trotzkj c'è un personaggio che adombra quello di Stalin e che l'autore ribattezza curiosamente con un nome italiano: Savelli. Questi è descritto nel libro come un uomo gelido, privo di sentimenti e tanto ieratico da definire se stesso un semplice strumento al servizio di una grande idea, la rivoluzione. Ad essa, Roth dedica la parabola del protagonista – Kargan - che finirà esiliato da Savelli, una volta conquistato con lui il potere, proprio perché il "mondo nuovo" è solo una variante più orrenda di quello vecchio. Resta comunque il sogno, al povero Kargan, l'utopia che neppure l'amarezza della disillusione riesce a cancellare del tutto: "La gioia di avere un tempo sofferto per una grande idea e per l'umanità continua a determinare le nostre decisioni anche dopo molto tempo che il dubbio ci ha reso chiaroveggenti, consapevoli e senza speranza"(1).