Stragi di Stato, omicidi eccellenti, mafiosi ed agenti segreti,
ambigue connivenze. La storia della Repubblica è fatta di zone d’ombra
che le inchieste giudiziarie non hanno saputo o voluto svelare. Un
inventario di vita italiana per comprendere l'origine degli attuali
primati che il mondo ci invidia.
"Questa è la storia der passato
Ch'era finito ed è ricominciato
Questa è la storia der presente
Che se ce guardi nun capisci gnente
Ma è puro la storia der futuro
Chi la capisce ce pò annà sicuro."
Franco Antonicelli
("Canzonetta")
Regina Coeli, 10 gennaio 1944
Premessa
Forse non ci sarebbe bisogno di spendere altre parole: bastano
quelle racchiuse nella canzonetta romanesca di Antonicelli qui
collocata a distico per commentare il significato di queste pagine.
Ma intanto è necessario almeno un chiarimento sulla loro genesi.
Gli scritti qui riuniti sono d’occasione. Si tratta di articoli
sparsi e apparsi mimetizzati, quasi alla macchia per la loro natura,
in larga parte databili fra il 1995 ed il 1998. Credo si possa dire
che siano nati per puntiglio, sollecitati dagli eventi che fino ad
allora si erano verificati, a partire dal '93. Quello è stato
infatti un anno particolare, con uno scenario a dir poco
mistificante. Al crollo di un regime costruito sulle mazzette fanno
eco in quei giorni il bastone delle autobombe e la carota della
maggioritaria, una sintesi degna della peggiore stagione (ce ne sono
state tante) della politica italiana.
Lo scenario che però si presentava in quel momento, fra arresti
e suicidi eccellenti, con la liquidazione - nemmeno totale - di una
classe di potere diventata ormai impresentabile e gli ulteriori
colpi di coda dei suoi manutengoli, poneva più d'ogni altro una
questione essenziale: quella del passato e del suo riesame. Non un
passato remoto ma prossimo, con tutti i suoi intrighi e con tutte le
sue similitudini. Se si può anzi trarre un buon insegnamento dalla
storia è che in essa somiglianze e analogie non sono mai casuali.
La stessa opzione stragista inaugurata da Cosa nostra con il
probabile fiancheggiamento di altre entità e perseguita a Roma,
Firenze e Milano nell'anno delle valanghe, aveva già radici
consolidate - parimenti indecifrabili, per taluni aspetti - nelle
stragi di Ciaculli e Villabate di trent'anni prima. Da qui,
l'opportunità di rievocarle entrambi per un raffronto che possa
fornire al lettore alcuni dati sui quali riflettere.
Un altro dato, stavolta solo apparente, deriva da ciò che sembra
una mancanza di collegamento "organico" fra questi
capitoli. Appare quasi un passaggio di palo in frasca il proporre un
delitto da dolce vita accostandolo a Piazza Fontana o ad altri
episodi che qui si raccontano. In realtà, nella macrostoria dei
misteri italiani, vi sono tante microstorie che s'incrociano con gli
accadimenti principali, risvolti e persone a margine di quei fatti
eclatanti sul cui ruolo non si è mai potuto o voluto far chiarezza.
Se c'è anzi un tratto comune che lega le vicende rievocate con la
vena madre dei grandi misteri nazionali questo è il tratto stesso
dell'ambiguità. Si prenda il caso Wanninger, fattaccio di cronaca
capitolina, del quale gli indizi d'intrigo -e di ricatto- li abbiamo
visti baluginare come fuochi di Sant'Elmo per oltre vent'anni.
Ebbene l'uso e il ripescaggio strumentale di quel fattaccio, con il
permanere dell'enigma sul vero movente del delitto, fanno il paio
con tutte le altre storie attraverso cui certi poteri forti si sono
scornati e compattati a vicenda, secondo le proprie convenienze.
Vi è inoltre una persistenza di nomi, oltre che di ambiguità,
negli eventi qui riesumati. Per scrivere il capitolo sull'omicidio
di Christa Wanninger mi sono avvalso, tra le fonti reperite, di un
singolare fascicolo di un'altrettanto singolare editrice -
battezzata con una graziosa quanto eloquente "testatina" o
emblema tipografico a forma di pistola sotto la quale campeggia la
sigla S.P.Edit - registrata forse come agenzia stampa nel 1986
presso il tribunale di Roma. Il fascicolo, però, non reca indirizzo
né altro recapito dell'editrice, ma solo un numero di casella
postale. L'esemplare fa parte di un'apposita collana il cui
direttore responsabile risulta essere Giulio Savelli, cioè lo
stesso editore presente in queste pagine e non nuovo a curiose
sortite che qui si raccontano.
La continuità di nomi e situazioni viene confermata anche nel
caso dello spionaggio telefonico che movimentò le cronache nella
prima metà degli anni '70, una dimostrazione -casomai ce ne fosse
stata la necessità- che certi pasticci trovano sovente gli stessi
manipolatori. E poiché l'affare delle intercettazioni, così come
risulta in realtà, fu qualcosa di serio e non una commediaccia,
vale la pena di aggiungere qualche parola sulle responsabilità
occulte di quella e di altre strategie, senza dimenticare la più
nota di tutte e detta appunto strategia della tensione.
Quest'ultima, piaccia o no, ha visto una saldatura nettissima tra un
blocco di forze, moderate ed estremiste, in una sorta di cartello
dell'ansia che aveva come scopo il congelamento della democrazia
italiana, la revisione dei primati sociali (casa, scuola, salute,
lavoro) raggiunti e soprattutto un disegno d'ingegneria
costituzionale, per di più portato avanti fino ai nostri giorni: il
presidenzialismo. A farsene sostenitori in quegli anni troviamo
tanto una parte cospicua del capitalismo nero che una nebulosa di
formazioni politiche nate per la bisogna e non di rado finite nelle
inchieste della magistratura. Dunque il passato non muore mai e mi
è sembrato perciò giusto riproporne in tal senso particolari
illuminanti, circostanze nelle quali si sono ritrovati più d'una
volta nomi e figure che hanno oggi i loro degni eredi ed epigoni.
Altre pagine ancora sono invece dedicate a frangenti del tutto
obnubilati come l'omicidio del piccolo albergatore siciliano Candido
Ciuni, delitto dai risvolti misconosciuti avvenuto in una Palermo
torbida e golpista. Il torbido non manca neppure nell'alone che
circonda le gesta di un ex legionario con spiccate tendenze
nostalgiche coinvolto nelle indagini sulla strage del 12 dicembre
1969, così come ne troviamo traccia in quelle di un
narcotrafficante informatore dei servizi segreti.
Grazie al loro contributo è possibile comprendere quanto sia
stato raffinato il gioco di un'altra strategia, quella del
depistaggio, costante che ha insidiato e compromesso in tutti i modi
l'accertamento della verità sui crimini compiuti contro il popolo
sovrano.
Su questo genere d'intrighi era molto ben informato un
giornalista come Mino Pecorelli, tolto dalla circolazione in una
sera di marzo del 1979. La sua morte è rimasta un altro mistero, ma
ancora più misteriosa è la storia della pistola che lo ha ucciso e
che io ho cercato di ricostruire basandomi sui pochi dati emersi in
(o di?) proposito. Pecorelli era un giornalista non ortodosso,
quando fu ammazzato si disse e si scrisse che era un ricattatore
salvo poi - molti anni dopo e in virtù delle disgrazie andreottiane
- trasformarlo quasi in un santino, martire dell'informazione.
Comunque sia, era un uomo al corrente di tante verità
inconfessabili, quelle verità che anche la stampa perbene o
perbenista conosce ma non può raccontare. Proprio alla stampa è
dedicata l'ultima parte di questo volumetto che con i suoi rumori di
fondo mi sembra ironicamente suggellare il contenuto della presente
raccolta.
E adesso smetto di scrivere perché sento altri rumori, quelli
alla porta d'ingresso. Qualcuno sta cercando di entrare e non credo
sia un ammiratore.
La ragazza di maggio
Storia giudiziaria che si apre il 2 maggio 1963 e si conclude
più di vent’anni dopo con un colpevole che però rimane a piede
libero, il caso Christa Wanninger presenta tutti gli ingredienti di
un vero e proprio "affaire" italiano, una vicenda in cui
la barbara uccisione di una bruna ed avvenente ragazza tedesca
massacrata sul pianerottolo di un palazzo romano sembra evocare i
toni di una guerra sommersa. Una guerra non del tutto percettibile
nei clamori delle cronache, negli scoop improvvisi in cui si avverte
la mano o la regia d'inquietanti presenze. Una guerra dove l'uso
della notizia diventa un'arma, il tramite d'indecifrabili
avvertimenti molto vicini al ricatto. Che quella storia possa
nascondere risvolti ben diversi dal semplice omicidio ne ha
immediato sentore Domenico Migliorini - capo della Squadra mobile
della questura di Roma - non appena mette piede nel palazzo dove è
avvenuto il fattaccio, al numero 81 di via Emilia. Quella è una
zona "calda", tutto il perimetro che comprende via Veneto
fino al Tritone è nevralgico. Al numero 59 di via Sicilia, ad
esempio, cioè poco più avanti della pensione dove Christa
Wanninger risiedeva, neanche a farlo apposta c'è la sede sotto
copertura di una delle tante polizie parallele create da Umberto
Federico D'Amato, il gran gourmet del Viminale. Lo sanno bene, i
funzionari della mobile. Come sanno della lotta senza quartiere che
si è svolta fra gli amici dello chef e il questore Carmelo Marzano,
una faida che ha pure avuto dei momenti grotteschi (1).
La conferma ai sospetti di Migliorini arriva però con
l'interrogatorio di Gerda Hoddapp. Il capo della mobile è un
segugio esperto, di buon fiuto, e intuisce subito che la versione
della donna, amica della vittima e inquilina dell'appartamento
davanti al quale la Wanninger è stata ammazzata a coltellate, non
si regge in piedi neppure con la colla. "Dormivo - dichiarerà
la Hoddapp ai poliziotti - e non ho sentito niente. Mi sono
svegliata soltanto quando ho sentito la sirena dell'ambulanza;
pensavo quasi di sognare, poi ho sentito un frastuono provenire
dalle scale e dopo qualche minuto mi sono resa conto che bussavano
alla mia porta"(2).
A bussare sono proprio i poliziotti quando vedono quella porta
chiusa, l'unica di tutto il palazzo rimasta sbarrata anche dopo
l'arrivo di curiosi, giornalisti e paparazzi. Gerda appare in
vestaglia, occhi socchiusi e capelli scarmigliati come se si fosse
appena alzata dal letto: eppure sono le due del pomeriggio passate.
Davanti alla folla sbalordita dalla sua apparizione, dopo aver
gettato un grido nel vedere a terra il corpo massacrato dell'amica,
singhiozza d'aver preso un sonnifero la sera prima, per questo non
ha sentito nulla. Migliorini non le crede, la incalza di domande
fino a farle sfuggire che Christa le ha telefonato quella mattina
annunciandole che sarebbe passata a trovarla per quell'ora. Ed è
così che Migliorini si convince che la donna sta mentendo: com'è
possibile, infatti, che i rumori dell'aggressione fuori la porta, le
urla della Wanninger, l'arrivo dei primi soccorritori, il battere
con insistenza sull'uscio - prima della custode del palazzo,
Francesca Barbonetti, e poi degli altri condomini - non sono
riusciti a svegliarla quando è bastato un trillo del telefono?
I giornali si occuperanno del delitto per giorni e giorni, senza
sosta, ripercorrendo al centimetro la vita della vittima e della sua
enigmatica conoscente. Viene addirittura lanciato un concorso
invitando i lettori a suggerire la soluzione del giallo mentre si
cerca di dare un volto all'aggressore, un misterioso "uomo in
blu" visto scendere tranquillamente le scale dopo l'omicidio. I
primi indiziati sono gli amanti, gli amici ed accompagnatori
occasionali delle due donne, ma tutti sembrano avere un alibi di
ferro. Migliorini, pur non abbandonando l'ipotesi che Gerda Hoddapp
sappia bene chi e perché ha ucciso Christa, al momento non ha
indizi per poterla inchiodare. Questo però non significa che il
capo della mobile sia deciso a mollarla. Dalla borsetta della sua
amica trovata sul pianerottolo sono venute fuori due agendine, altre
tre saranno rinvenute nella pensione dove la ragazza alloggiava.
Tutte sono zeppe di nomi, nomi che anche Gerda conosce, nomi che non
saranno mai resi noti e che scatenano la fantasia dei cronisti in un
tema univoco: chi era, in realtà, Christa Wanninger?
Il ritratto della vittima è controverso, spesso a metà strada
fra la puttana e la santa, una brava ragazza - ma non troppo -
calata a Roma per fare fortuna, come tante. E dove può mai far
fortuna una bella straniera di ventitre anni a Roma, nella Roma
della "Dolce Vita", se non nel mondo del cinema? Sarà
proprio il cinema, però, a riservare qualche sorpresa quando si
accerta che, prima di arrivare in Italia, Christa "era stata
impiegata a Monaco in una società di riprese cinematografiche, la
Telefilm, di cui era direttore Anton Kirchdorfer, il marito della
sorella Gertrud"(3).
Il nome di Anton Kirchdorfer, cognato di Christa, balza fuori in
un occasione quantomeno fortuita. E' amico di un giornalista – un
certo Obermaier - che durante il carnevale 1963 ha presentato alla
ragazza Raimondo Riffeser. Questi è il fratello di Bruno Riffeser,
genero e "factotum" (4) del cavalier Attilio Monti,
industriale dello zucchero, petroliere ed editore nonché ras della
cosiddetta finanza nera italiana. Si apprenderà anni dopo che nel
corso d'indagini su finanziamenti industriali alle trame eversive di
destra, un altro giornalista - Lando Dell'Amico - viene trovato in
possesso di una velina dei servizi segreti in cui si fa riferimento
proprio al caso Wanninger e alla direttiva di tener fuori da
quell'intrigo il buon nome dei Riffeser. Per la cronaca, Bruno
Riffeser finirà poi suicida nella villa del suocero a Cap
d'Antibes, in Francia. L'attività cinematografica di Anton
Kirchdorfer è presente senza che costui sia nominato anche nel
ricordo di Edgardo Pellegrini, uno dei coautori del bestseller
"La Strage di Stato". Pellegrini, ai tempi del delitto
Wanninger, lavorava come cronista seguendone gli sviluppi e racconta
di come fu "sbattuto fuori a calci e spintoni da uno strano
ufficio di uno strano produttore tedesco che film non ne
produceva"(5). Aggiunge poi di aver fatto in tempo a notare
sulla scrivania di questi una lettera recante l'intestazione "Permindex",
una società il cui proprietario era nientemeno che Clay Shaw,
petroliere americano implicato - secondo il procuratore Jim Garrison
- nel complotto dell'assassinio del presidente John Fitzgerald
Kennedy. Pellegrini sostiene inoltre che la "Permindex"
finanziasse "i neofascisti in Italia e in Sud Tirolo"(6)
grazie anche al suo fiduciario che di lì a poco diventerà celebre:
Michele Sindona.
Il primo interrogatorio di Gerda Hoddapp comincia poche ore dopo
il delitto e si protrae fino alle cinque del mattino successivo. La
porta del suo appartamento "era rimasta chiusa per circa venti
minuti"(7) prima che si aprisse agli uomini della mobile e
soltanto dopo che la donna è già in questura da parecchio
Migliorini può disporre la perquisizione dei locali da parte della
"scientifica". Un ritardo che ha una spiegazione nella
mancanza di un mandato non sottoscritto subito dal giudice, ma
micidiale per l'esito delle indagini. L'appartamento di Gerda ha un
doppio ingresso. Su una delle due porte viene riscontrata
un'impronta palmare, come il segno di una spinta: forse è quella
dell'assassino, l'uomo in blu visto scendere le scale. Però non è
detto che sia stato proprio lui ad uccidere Christa. Quell'uomo,
anzi, potrebbe essere una figura diversiva, la lepre finta che
attira l'attenzione dei testimoni mentre il vero killer trova riparo
nello stesso palazzo, forse proprio nell'appartamento di Gerda.
Perché no? In fondo, se l'omicidio è premeditato come sospetta
Migliorini, perchè non pensare ad un'ipotesi del genere? Venti
minuti sono un'eternità per eclissarsi in un nascondiglio
predisposto, un nascondiglio dal quale uscire appena le acque si
sono calmate. E prima del mandato nessuno ha potuto spingersi oltre
l'ingresso di quell'appartamento, perquisirlo da cima a fondo
spostando mobili, aprendo ripostigli o frugando negli armadi.
Migliorini si danna per questa trascuratezza forzata, è convinto
che la chiave del delitto sia in quel palazzo, lui avrebbe frugato
casa per casa se gli fosse stato possibile. Sì, ci sono troppe
circostanze strane su quell'appartamento: dal doppio ingresso che
immette in un ufficio, all'impronta sulla porta, fino al
comportamento sconcertante di Gerda Hoddapp. Quest'ultima ha un
amante quasi stabile, Giorgio Brunelli, commerciante di liquori con
interessi in altri campi. E' di fronte all'atteggiamento dell'uomo -
tutt'altro che benevolo verso di lei negli interrogatori - che Gerda
comincia a parlare dei suoi affari citando "misteriosi incontri
con un certo Holtzmann, di Buenos Aires; con un avvocato che diceva
di lavorare presso il ministero degli Esteri e soprattutto con un
americano, Hough"(8).
I rapporti di Brunelli, nel racconto della Hoddapp, raggiungono
anche la base Nato di Napoli, attraverso il direttore delle
esportazioni di un gruppo che si occupa delle forniture ai militari
di quell'insediamento. Ma ad intrattenere rapporti con quella base
c'è anche il cavalier Attilio Monti, parte del carburante che esce
dalle sue raffinerie è destinato alle navi della Sesta Flotta di
stanza nel Mediterraneo. Direttore generale e azionista della Sarom
(società azionaria raffinazione oli minerali) nonché di altre
imprese e stabilimenti è il genero, Bruno Riffeser, che ha un
fratello - come si è visto - un po' troppo incauto nelle
frequentazioni, almeno durante le festività. Raimondo Riffeser,
infatti, nel giorno di Pasqua, pochi giorni prima del delitto, ha
ospitato nella sua casa romana Kirchdorfer, Gerda e Christa. I tre
sono andati a trovarlo dopo che la Wanninger ha litigato con il suo
fidanzato italiano, Angelo Galassi, che pare conoscere Riffeser come
questi, plausibilmente, conosce Brunelli. Kirchdorfer sarà ancora
ospite di Riffeser il 3 maggio quando, da Monaco, torna in Italia
per seguire le indagini sull'omicidio: naturalmente i due si sentono
prima che il tedesco metta piede in questura.
In questo giro di legami che s'intrecciano in amicizie più o
meno affettuose con gli affari di Brunelli - che ha anche provato a
mollare Gerda per Corista - i poliziotti non possono nascondere la
loro perplessità allorché l'amante della Hoddapp dichiara di non
sapere che "la sua attività e quella di Gerda fossero oggetto
di controllo da parte dei Carabinieri del Sifar"(9), il
servizio informazioni militari ancora sotto il dominio nemmeno tanto
occulto di Sua Eccellenza Giovanni De Lorenzo. Malgrado abbia
lasciato la poltrona di direttore del servizio per andare a sedersi
su quella di Comandante supremo della Benemerita, nel 1963 la
massiccia operazione di schedatura voluta da De Lorenzo prosegue
tranquillamente. Al Sifar c'è Egidio Viggiani, suo fidatissimo che
durerà poco, in tutti i sensi. La fascicolazione del mondo
politico, sindacale ed imprenditoriale, anzi, avrà persino
un'impennata in quel periodo, forse in vista di un piano - detto
"Solo" - che il generale col monocolo tiene pronto in caso
di necessità. Ovvio, poi, che a De Lorenzo interessino per prima
cosa le notizie piccanti e gli argomenti scabrosi sulla vita di quei
personaggi messi sotto traccia. Il Sifar conta un'infinità di
collaboratori esterni, tra questi proprio Lando Dell'Amico, il
giornalista trovato con la velina Riffeser. Ma è anche vero che
certe informazioni vanno cercate negli ambienti giusti, magari
infiltrandoli proprio laddove le umane debolezze trovano meglio il
loro sfogo. E mentre Brunelli ignora o dice di ignorare le
attenzioni del Sifar, Migliorini pensa a quelle cinque agendine
possedute da Christa e piene di nominativi come quelle della
"ragazza Rosemarie", il personaggio creato dallo scrittore
Eric Kuby e reso celebre da un film con Nadja Tiller. Nella storia
di una squillo d'alto bordo che viene a conoscenza di particolari
scottanti sui suoi facoltosi amici e che perciò finisce ammazzata,
forse ci sono analogie con il destino della Wanninger. Solo che il
capo della mobile ignora a sua volta un particolare importante: non
sa ancora che il Sifar, fra poco, si farà vivo per davvero
spostando le indagini su una strada lontana da via Emilia e dal
civico n°81.
Gerda Hoddapp soggiorna a Rebibbia giusto due mesi, uscendone con
l'accusa di favoreggiamento in omicidio e il rinvio a giudizio in
libertà vigilata. Migliorini - che l'avrebbe lasciata volentieri
dietro le sbarre - le ha fatto ritirare il passaporto disponendo
ogni misura per tenerla d'occhio, i controlli dureranno "oltre
due anni"(10), poi l'austriaca di Achern lascerà l'Italia con
uno strano provvedimento di espulsione dopo essere stata prosciolta
per insufficienza di prove. E' in questo intervallo che si verifica
il fatto imprevisto dal capo della Squadra mobile. Nel pomeriggio
del 6 marzo 1964 una telefonata raggiunge il quotidiano Momento
Sera. Il caso Wanninger, sulla stampa, prosegue con alterne fortune,
l'ultimo scoop lo ha agguantato il settimanale tedesco Quick
pubblicando le lettere autografe di Christa, ma è ben poco rispetto
a quello che sta per succedere.
Quando Maurizio Mengoni, cronista di turno al Momento Sera,
solleva il ricevitore e ascolta l'uomo che ha chiamato, pensa in un
primo momento che si tratti del solito mitomane. Lo sconosciuto,
inoltre, intende offrire al suo giornale - "il più povero di
Roma" (11) - la verità sull'omicidio per la modica cifra di
cinque milioni. Mengoni temporeggia, dice di richiamarlo fra un paio
d'ore perché ne deve parlare al direttore. Poi, chiusa la
comunicazione, avverte i carabinieri. Ma perché proprio i
carabinieri quando è la questura a seguire le indagini? Due ore
più tardi, prodigi dell'efficienza, è già tutto predisposto per
intercettare la telefonata e stabilirne la zona di provenienza.
L'apparecchio squilla puntuale, Mengoni trattiene lo sconosciuto per
il tempo necessario alla Benemerita onde precipitarsi in Piazza San
Silvestro e bloccarlo nella cabina telefonica da dove sta ancora
parlando col cronista. E' così che entra in scena Guido Pierri,
scapolo, impiegato presso un istituto scolastico di via Somalia e
residente in una stanza d'albergo da cui vengono fuori alcuni
quaderni "pieni di note introspettive che delineano
progressivamente i tratti di una personalità psicopatica"(12).
Pierri è trovato in possesso di un coltello da caccia, dichiara
di aver tentato, con quella telefonata, una truffa per cavarci un
po' di danaro e di avere scritto le sue note deliranti suggestionato
dagli articoli sul delitto. I quaderni narrano dei suoi appostamenti
e pedinamenti femminili, in particolare quelli di tre donne senza
nome su cui si sono accentrati i suoi morbosi desideri, desideri di
morte. I carabinieri non faticano molto ad individuare due dei
soggetti presi di mira dall'autore, si tratta di un'affittacamere e
la sua ospite. Le due donne, rintracciate e poste a confronto con
Pierri, lo riconoscono come l'uomo che qualche mese prima, tramite
un'inserzione, le aveva avvicinate in cerca di una camera per la
sorella. La descrizione della terza donna, invece, sembra
corrispondere perfettamente con quella di Christa Wanninger.
Senza un alibi preciso per il giorno del delitto, Pierri viene
messo a confronto anche con le persone che nel palazzo di via Emilia
hanno visto l'uomo in blu, ma il risultato è contrastante.
Francesca Barbonetti, la custode, pur avendo scambiato il 2 maggio
qualche battuta faccia a faccia con quella persona, non la riconosce
nelle fattezze di Pierri. Non molto meglio va con gli altri
testimoni che ne ravvedono una qualche rassomiglianza con l'uomo che
hanno notato, ma niente di più. Ciò malgrado, il tenente
colonnello Margiotta inoltra alla Procura della Repubblica richiesta
di rinvio a giudizio contro l'indiziato, una richiesta sonoramente
bocciata dalla magistratura. Tuttavia quel polverone almeno un
risultato è riuscito a raggiungerlo: lo smontaggio del paziente -e
forse troppo pericoloso- lavoro d'indagine di Migliorini e della sua
Squadra. Il capo della mobile sarà poi promosso questore e inviato
a Palermo.
Nel 1971 il delitto di via Emilia è uno dei tanti crimini
dimenticati di una Roma divenuta nel frattempo sempre più torbida e
feroce, ma a riportarne la memoria ai lettori intervengono due fatti
nuovi. Il primo riguarda l'istanza presentata alla magistratura
italiana dai legali della famiglia Wanninger per la riapertura
dell'inchiesta; il secondo è costituito dall'ampio reportage di una
rivista tedesca - al solito, la sempre ben informata Quick - che è
riuscita ad assicurarsi le copie dei quaderni di Pierri i cui
originali sembravano essere stati distrutti (13) per mano
dell'autore, una volta prosciolto. Quelle fotocopie, si mormora,
forse sono uscite dal vecchio Sifar ora diventato Sid: ma in che
modo? Spunta fuori un nome, Renzo Mambrini. Chi è costui? Per
alcuni è uno dei militi che la sera di quel marzo '64 avrebbero
arrestato Pierri a Piazza San Silvestro (14), anche se, per
ammissione sua, sembra invece "non essersi mai occupato
ufficialmente delle indagini e di non aver mai conosciuto Pierri"(15).
Sia come sia, Renzo Mambrini è qualcosa di più di un ex
maresciallo della Benemerita, lo dimostrano i lunghi periodi passati
all'estero - soprattutto a Londra - oltre alla sua perfetta
conoscenza delle lingue straniere. Ma a maggior merito c'è anche il
lavoro svolto come addetto stampa del generalissimo De Lorenzo.
Congedato dall'Arma, Mabrini si avvicina al giornalismo e a Cefis,
venendo assunto per un certo periodo alla SNAM di Monterotondo come
capo dei servizi di vigilanza. In quello stesso 1971 Eugenio Cefis
ha completato la sua scalata all'impero Montedison (16), il faraone
della chimica italiana è già in ottimi rapporti con Carlo Pesenti,
cementiere ed azionista di uno dei feudi dell'immensa holding nata
dalla fusione Edison-Montecatini. I rapporti con Attilio Monti,
invece, sono più complessi. I due hanno entrambi la stessa idea che
la politica debba essere asservita al loro tornaconto, la convivenza
è possibile, ma il cavaliere non è meno tosto di carattere né
meno spregiudicato negli affari: forse va ammonito. E il caso
Christa Wanninger si presta bene come segnale.
Tutto fa brodo, anche le vecchie storie che sembrano dormire
negli archivi, ma in quel risveglio c'è ben poco di accidentale se
è vero che Mambrini, "proclamandosi certo che Pierri fosse
implicato nel delitto"(17), ha fatto del suo meglio perché
venissero pubblicate le parti fotocopiate dai carabinieri. Né si
concede soste, l'ex maresciallo. Nel 1973 pubblica e diffonde a
"proprie" spese un romanzo che ha scritto ispirandosi alla
sorte della sventurata ragazza di via Emilia. In esso, rievoca
l'omicidio ritoccando nomi, luoghi ed epoca affinché non vi siano
"nel racconto, personaggio né fatto alcuno che abbia
rispondenza con persone esistenti"(18), ma si tratta di una
precauzione del tutto gratuita.
Visto che il successo del libro non deve essere così
entusiasmante o forse per ragioni meno decifrabili, Mambrini si
decide a portare le sue convinzioni fino alle estreme conseguenze e
nel 1974 presenta un esposto-denuncia contro Guido Pierri.
Probabilmente esagera, perché nello stesso anno - il 26 novembre -
muore in un incidente stradale andando a sbattere contro un
autotreno sulla via Cassia: una fine che forse suggella il ruolo e
l'utilità da lui ricoperti fino a quel momento. Gli sforzi dell'ex
maresciallo non andranno comunque persi del tutto. Il giudice
Nicolò Amato dispone una nuova perizia psichiatrica sugli scritti
di Pierri affidandola a due consulenti, uno dei quali è il
professor Aldo Semerari che -anni dopo- troverà una morte orrenda.
La perizia, tutto sommato, è indulgente: Pierri viene definito
una natura schizofrenica ma non più pericolosa, in sintesi è la
motivazione che manderà a piede libero l'imputato nei successivi
dibattimenti. Un primo verdetto lo assolve per insufficienza di
prove, il secondo lo riconosce colpevole di omicidio aggravato ma
incapace d'intendere e di volere al momento del reato, il terzo
conferma la sua non punibilità. Sotto il profilo penale la storia
finisce qui, scompare l'ombra del Sifar come le agendine con gli
oltre centoquaranta nomi annotati dalla vittima. Per il mistero
irrisolto di Christa Wanninger, ragazza di un maggio ormai lontano,
cala un sipario pieno di buchi. Un sipario di panni sporchi.
Note
(1) Alessandro Silj, Malpaese, Donzelli, Roma, pag. 48; Giuseppe
De Lutiis, Storia dei Servizi segreti in Italia, Editori Riuniti,
Roma, pag. 51.
(2) Felice Borsato, Siena Monza chiama Doppia Vela 21, Ciarrapico
Editore, Roma, pag. 15.
(3) Paolo E. Messeliere, Il mistero di Christa Wanninger,
S.P.EDIT, Roma, pag. 23.
(4) Ibidem, pag. 69.
(5) AA.VV., La Strage di Stato, B.I.M-Leoncavallo-Odradek, (nuova
edizione), pag. 163.
(6) Ibidem, pag. 164.
(7) Borsato, Op. cit., pag. 7.
(8) Messeliere, Op. cit., pag. 39.
(9) Ibidem, pag. 40.
(10) Borsato, Op. cit., pag. 94.
(11) Messeliere, Op.cit., pag. 50.
(12) Ibidem, pag. 51.
(13) Ibidem, pag. 64.
(14) Borsato, Op. cit., pag. 109 e seg..
(15) Messeliere, Op. cit., pag. 68.
(16) Angiolo Silvio Ori, L'Affare Montedison, Settedidenari, s.l.,
1971.
(17) Messeliere, Op.cit., pag. 67.
(18) Renzo Mambrini, Christa, Edizioni dell'Acquario, Roma, 1973.
La strage ambigua
Brancati, siciliano, in uno dei suoi libri più intimi afferma
che senza memoria "il mondo sarebbe sottilissimo, una lastra
priva di spessore"(1). Ma c'è qualcosa di peggio del perdere
la memoria: è il non considerare le circostanze di un evento quando
questo si chiude definitivamente con una versione che le stesse
circostanze sembrano contraddire.Tra Ciaculli e Villabate, nei
dintorni di Palermo, il 30 giugno 1963 esplodono a distanza di poche
ore l'una dall'altra due autovetture Alfa Romeo modello Giulietta
imbottite di tritolo causando la morte di nove persone. Una tragica
fatalità - si dice - non essendo quei nove innocenti i veri
obiettivi degli attentati. Le premesse sembrano smentirlo perché
quello è solo l'ultimo atto di una guerra feroce, una guerra di
mafia che nella sua escalation ha visto contrapporsi le onorate
famiglie dei fratelli Angelo e Salvatore La Barbera a quella dei
cugini Greco, appunto di Ciaculli, una contrada a quattro chilometri
dal capoluogo palermitano.
Da oltre tre anni questa guerra insanguina il territorio e senza
che nessuno muova un dito per fermarla, si nega addirittura la
matrice di quei delitti definiti sì opera di criminali, ma
tutt'altro che affiliati ad un'organizzazione composita. A pensarla
diversamente sono i rapporti di carabinieri e polizia che restano ad
impolverarsi negli archivi delle caserme, in quelli della questura o
nei cassetti del Palazzo di Giustizia dove è appena andato ad
insediarsi il dottor Pietro Scaglione. Lo scenario politico vede
invece uomini come i rampanti Lima e Ciancimino o i già affermati
Giovanni Gioia e Bernardo Mattarella quale migliore espressione di
una classe di potere per la quale la mafia continua a non esistere.
L'evidenza negata culmina nella notte fra il 29 e il 30 di un giugno
caldissimo, quando in corso Vittorio Emanuele, a Villabate, due
giovani panettieri - Giuseppe Tesauro e Giuseppe Castello - escono
dal locale dove lavorano per godersi un po' di fresco. Proprio di
fronte al forno c'è un'autorimessa il cui proprietario è Giovanni
Di Peri che abita ai piani superiori dello stabile dove questa è
ubicata. Di Peri è legato solo da una mezza parentela ai Greco, ma
ciò basta a trasformarlo in vittima designata o, quantomeno, in
soggetto da ammonire pesantemente. Non c'è anima viva - neanche
Pietro Cannizzaro, il guardiano dell'autorimessa - ad aver notato la
Giulietta parcheggiata proprio lì davanti. Ad accorgersene sono i
due fornai perché dalla vettura esce del fumo, Tesauro si avvicina
alla macchina quando un bagliore e un boato tremendo lo investono in
pieno, disintegrandolo. Lo scoppio distrugge anche l'autorimessa
uccidendo Cannizzaro e ferendo gravemente Castello.
Il secondo attentato si verifica quindici ore più tardi, non
senza quegli elementi d’indecifrabilità che permarranno a
dispetto dei resoconti particolareggiati sulla strage: "Verso
le undici di quella stessa mattina, a Ciaculli, nel fondo
<Sirena> dei fratelli Salvatore e Giovanni Prestifilippo, c’è
una Giulietta con una gomma a terra, gli sportelli aperti e una
bombola di gas sul sedile posteriore"(2). Quando la vettura
viene avvistata, dunque, la notizia dell’autobomba esplosa durante
la notte nella vicina Villabate corre già sulla bocca di molti, ma
intorno all’indicazione della macchina nel fondo dei Prestifilippo
graverà - senza mai essere smentita - una voce. La voce di una
segnalazione anonima, una telefonata che avverte i carabinieri
spingendoli sul luogo del ritrovamento. Forse la voce al telefono
precisa anche la presenza di una bomba a bordo del veicolo o forse
vuole soltanto accertarsi che siano proprio loro, i carabinieri, ad
arrivare alla vettura. Quel che è certo è che a guidarli ci sarà
un giovane e brillante ufficiale dell’Arma.
Per quanto giovane, il tenente Mario Malausa è tutt’altro che
sprovveduto in materia di mafia. Proviene da Cuneo, dove ha prestato
servizio, e ha una qualche affinità di carattere con il maggiore
Carlo Alberto Dalla Chiesa, nativo di Saluzzo, che è già stato in
Sicilia negli anni caldi del banditismo e di lì ad un lustro vi
tornerà col grado di colonnello. Ma a differenza di questi, Malausa
è molto meno pragmatico: non sa o non vuole adeguarsi a quei
frangenti che talvolta impongono una prudenza calcolata, quel tanto
almeno dal non far trasparire mai - neppure con i superiori - idee
personali ed iniziative poco ortodosse.
Appena cinque mesi prima di quel 30 giugno Malausa ha firmato un
rapporto dettagliato, pieno di nomi e di "amicizie"
imbarazzanti sugli uomini d’onore da lui indagati. Quel documento
rimane senza alcun riscontro, eppure parla chiaro: racconta usi,
costumi e relazioni dei pezzi da novanta che, "a conferma del
peso che avevano nella gerarchia mafiosa"(3), finiranno quasi
tutti nel primo storico maxiprocesso presso la Corte di Catanzaro.
Ma se ci sia un nesso o no tra il rapporto da lui firmato e il
destino che lo aspetta, è in ogni caso il tenente a trovarsi quel
giorno nel fondo dei Prestifilippo: che gli competa o meno la zona,
abbia ricevuto l’ordine di spostarsi laggiù o ci sia andato su
propria iniziativa importa poco dal momento che l’ufficiale
avverte subito qualcosa di strano. La Giulietta scoppiata a
Villabate, ad esempio, aveva un sistema d’innesco diverso, forse
una miccia a tempo che ha provocato il fumo notato dai due fornai.
Questa, invece, presenta una bombola di gas collegata con dei fili
ad una carica di esplosivo bene in vista. E’ plausibile che la
bucatura della ruota abbia impedito ai passeggeri di raggiungere il
loro obiettivo, ma lo è altrettanto l’abbandonare così una
macchina per un banale contrattempo? La faccenda non quadra e
Malausa, a scanso di rischi, intima al drappello di non toccare
niente e di aspettare l’arrivo degli artificieri.
Alle quattro del pomeriggio si presentano il maresciallo dell’esercito
Pasquale Nuccio ed il soldato Giorgio Ciacci. Con loro c’è anche
il maresciallo di polizia Silvio Corrao, venuto a dare un’occhiata.
Nell’intervallo fra il piantonamento ed il loro arrivo non è
accertato se Malausa abbia potuto esprimere le sue perplessità ai
superiori per quella strana anomalia, ma Nuccio - si afferma - è
uno che conosce il mestiere, ha esperienza. Il guaio è che Nuccio
ha esperienza in disinneschi tradizionali, non in quelli civetta.
Ignora del tutto la possibilità di un sistema a doppia carica
installato a bordo della Giulietta - proprio nel portabagagli dove,
di solito, è alloggiata la ruota di scorta - e si limita ad
ispezionare solo scocca e abitacolo della vettura prima di rendere
inoffensivo l’ordigno di richiamo. Quando tutto sembra finito e la
bombola rimossa, un più rincuorato Malausa apre il portello del
bagagliaio saltando in aria con i carabinieri Calogero Vaccaro,
Eugenio Altomare e Marino Fardelli. Nell’esplosione perdono la
vita anche Nuccio, Corrao e Ciacci. Uno scempio, "il resto dei
corpi e delle lamiere si spargeranno in un raggio di 200
metri"(4).
La retorica indignazione degli editoriali pubblicati sui
principali quotidiani del giorno dopo non serve a fugare gli
inquietanti interrogativi legati alla strage, in essi vi è rabbia,
dolore, sgomento e persino lo spazio per l’esternazione del
generale Aldo De Marco, comandante della regione militare siciliana,
che arriva a dire: "Prendete tutti i pregiudicati della zona,
metteteli dentro per ordine mio. Li passiamo sotto torchio e vediamo
cosa ne esce. Oppure sparate a vista sui delinquenti. Andrò in
galera ma non si può, non si può più andare avanti
così"(5). Per fortuna sparare nel mucchio o ricorrere alla
tortura non sarà necessario e ciò che non sono riusciti a fare
informative e rapporti come quello steso da Malausa lo produce
adesso la strage con una eccezionale serie di retate e, soprattutto,
con il varo atteso da anni della Commissione parlamentare d’inchiesta
sulla mafia.
Fin dal primo momento la Commissione parlamentare non ha vita
facile. Tra le mille difficoltà in cui s’imbatte e il prevedibile
disaccordo fra i suoi stessi componenti, c’è anche l’ostruzionismo
di coloro che dovrebbero agevolarne i lavori. Esemplare è in tal
senso l’acquisizione del rapporto Malausa, acquisizione boicottata
a lungo dal Comando Carabinieri presso cui il documento è
conservato. Nella seduta del 28 marzo 1969, giorno della deposizione
del colonnello Carlo Alberto Dalla Chiesa, comandante della Legione
di Palermo, il senatore Girolamo Li Causi rammenta che "nel
gennaio 1964, in occasione della sua prima visita in Sicilia, la
Commissione aveva fatto prelevare presso il comando i rapporti
Malausa"(6).
Si badi bene, Li Causi parla di "rapporti" - non di uno
- segno che ne esiste almeno un altro meno depurato nelle sue parti
più scabrose. E infatti il senatore aggiunge: "In primo luogo,
il rapporto presentava indicazioni difformi nelle due versioni;
questo rapporto non ebbe nessuna efficacia finché non avvennero i
fatti di Ciaculli; terzo, ci fu un momento di grave tensione tra il
comandante di allora - mi sembra si chiamasse Fazio - e la
Commissione perché (costui) si rifiutava di dare all’Antimafia
questi elenchi"(7).
Alla domanda sul perché di quelle contrarietà e sui motivi per
i quali ciò che Malausa aveva raccontato nel suo rapporto fosse
rimasto privo di attenzione, il colonnello Dalla Chiesa dichiara di
non saper rispondere in quanto, all’epoca dei fatti, lui non era
ancora tornato in Sicilia. La sua è una risposta elusiva solo in
apparenza. In realtà, il nuovo comandante non solo conosce la
natura di quelle omissioni ma sta anche aggiornando e integrando l’indagine
compiuta sei anni prima da Malausa. Il colonnello sa inoltre che
occhi indiscreti potrebbero posarsi sui verbali della sua audizione
e lui non è ancora pronto a scoprire le carte.
Lo sarà un anno dopo - il 4 novembre 1970 - quando, riascoltato
dall’Antimafia, dimostrerà di conoscere perfettamente i
meccanismi di contiguità tra potere politico e criminale, tanto che
a suo avviso basterebbe "prendere in blocco le 1200 varianti
che ci sono state al piano regolatore"(8) approvato dal comune
di Palermo per cominciare a fare sul serio. Quelle varianti, sembra
intendere, sono già state analizzate dal suo staff ed hanno tutte
un minimo comune denominatore in Vito Ciancimino, ossia nello stesso
uomo politico il cui nome era già noto quando il tenente stendeva
il suo rapporto. Non per nulla due mesi più tardi, il 15 gennaio
del 1971, la Legione carabinieri di Palermo trasmette alla
Commissione, per cura e per conto di Dalla Chiesa, uno studio
rigoroso sulla carriera di Ciancimino, integrandola con tutti i
particolari sui legami disinvolti del personaggio.
Mentre le relazioni fra i carabinieri di Palermo e l’Antimafia
subiscono un netto miglioramento, ancora nel 1972 la cortina di
censure sulle notizie raccolte da Malausa in tema di collusioni
seguita a persistere. I dati contenuti nel rapporto sono resi
pubblici col contagocce e "sempre in termini limitati e
ultraprudenti"(9).
Se ne apprende perciò soltanto la parte che riguarda alcuni boss
di borgata, con la riserva – beninteso - che il documento (nelle
entrambi due versioni commentate da Li Causi) non sia stato già
oggetto di modifiche e aggiustamenti nel suo contenuto originale.
Tra i soggetti che vi sono segnalati ce n’è uno che vanta
"aderenze e amicizie alla regione siciliana, alla prefettura,
alla questura e in molti altri enti statali"(10). Di un altro,
lo si descrive come "padrone di casa"(11) della stessa
questura essendo costui proprietario dell’immobile adibito a
garage per gli automezzi della polizia. Non mancano i profili di
Leonardo Vitale, primo pentito storico di Cosa nostra, e quello di
Pietro Torretta, capo-mandamento dell’Uditore e uomo "di
massimo rispetto"(12).
Torretta - appena pochi giorni prima di Ciaculli, il 19 giugno -
si è reso organizzatore dell’omicidio di Girolamo Conigliaro e di
Pietro Garofalo, due mafiosi della fazione Greco attirati in casa
sua col pretesto di una trattativa. Ad aiutare il boss nell’eliminazione
dei due avversari c’è un uomo d’onore chiamato Tommaso Buscetta
che parteggia per i La Barbera, alleati di don Pietro. Molti anni
dopo, da collaboratore di giustizia, Buscetta racconterà che la
guerra tra i La Barbera e i Greco è stata provocata con l’inganno
da Michele Cavataio - un sanguinario killer della famiglia Torretta
- che nel calcolo di un’ascesa più rapida ai vertici di Cosa
nostra ha deliberatamente soppresso un corriere di droga legato alla
cosca di Ciaculli, scatenando così la rabbiosa vendetta dei Greco.
Cavataio sarà anche sospettato – sempre nel racconto
buscettiano - di avere ordito il macello delle due autobombe che
mette in crisi, con l’ondata di arresti che ne consegue, l’intera
organizzazione di Cosa nostra. I conti con lui, comunque, si
chiuderanno sei anni dopo, il 10 dicembre 1969, in una furibonda
sparatoria negli uffici in via Lazio, a Palermo, del costruttore
Girolamo Moncada. Notevole è anche il tranello cui fanno ricorso i
suoi assassini: travestiti da poliziotti si presentano alla porta
come per un normale controllo e non appena l’uscio si apre fanno
irruzione sparando a raffica. Cavataio muore con le armi in pugno,
come si conviene ad un boss diventato leggenda fra i picciotti delle
onorate famiglie. Con lui restano a terra i suoi guardaspalle -
Francesco Tumminello e Salvatore Bevilacqua - ma anche uno del
commando e il custode dei Moncada ci lasciano la pelle. L’eco
della strage di via Lazio, però, viene smorzata in meno di
quarantotto ore da un massacro ben più grave ed oscuro: quello di
Piazza Fontana, a Milano.
Se la fuga dalla clinica in cui è ricoverato segna - appena il
mese prima, 19 novembre - la nuova latitanza di Luciano Liggio ed è
direttamente collegata alla fine di Michele Cavataio, c’è anche
chi arriva ad intravedere fra i due episodi un richiamo sinistro con
l’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura (13) e,
dunque, con un’evoluzione sconvolgente e torbida dei rapporti tra
mafia e politica. L’ipotesi è davvero tremenda, ma sfiora anche
le valutazioni conclusive della relazione di minoranza della
Commissione Antimafia (14). Non mancheranno, in effetti, occasioni
realmente consociative tra Cosa nostra ed altre indecifrabili
entità in progetti eversivi (golpe Borghese) e nemmeno una certa
singolarità in alcuni omicidi (Mattarella, La Torre, lo stesso
Dalla Chiesa) ad essa accreditati. Tuttavia è proprio la
persistenza ormai storica di queste oscurità a rafforzare il dubbio
di una convergenza d’interessi altrettanto inconfessabili nella
sfortunata morte del tenente Malausa.
A qualcuno i pochi dati emersi dal memoriale reso pubblico, e qui
ripercorsi, potranno apparire frammentari, generici, troppo isolati
– magari - per tirare una conclusione che conforti la drastica
necessità di Ciaculli. Non dimentichiamo, però, che nella feroce
contingenza della guerra tra i La Barbera e i Greco - scenario sul
quale Malausa prepara il suo rapporto - l’eliminazione di un
segugio attento a quei temi e quindi molesto tanto per i mafiosi che
per i loro amici coperti, diventa meglio mimetizzabile e ancor
meglio realizzata se il bersaglio viene a trovarsi nel posto e al
momento giusto. In altre parole, nelle circostanze di una tragica
quanto opportuna fatalità.
Note
(1) Vitaliano Brancati, I Piaceri, Bompiani Editore, Milano,
1980, pag. 5.
(2) Giuseppe Di Lello, Giudici, Sellerio Editore, Palermo, 1994,
pag. 92.
(3) Nicola Tranfaglia, Mafia, politica e affari. 1943-91, Laterza
Editori, Bari, 1992, pag. 65.
(4) G. Di Lello, Op. cit., pag. 92.
(5) Rosario Poma, Enzo Perrone, La mafia. Nonni e nipoti,
Vallecchi Editore, Firenze, 1973, pag. 65.
(6) N. Tranfaglia, Op. cit., pag. 65.
(7) Ibidem, pagg. 65-66.
(8) AA.VV. Morte di un generale, Mondadori Editore, Collezione
Gli Oscar, 1983, pag. 31.
(9) Emanuele Macaluso, La mafia e lo Stato, Editori Riuniti,
Roma, 1972, pag. 109.
(10) Ibidem, pag.110.
(11) Ibidem.
(12) Salvatore Lupo, Storia della mafia, Donzelli Editore, Roma,
1993, pag. 186.
(13) La tesi è contenuta in: Giorgio Galli, La regia occulta,
Marco Tropea Editore, Milano, 1995. Dello stesso autore vedi anche i
capitoli conclusivi di: La sfida perduta. Biografia politica di
Enrico Mattei, Bompiani Editore, Milano, 1976.
(14) Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della
mafia in Sicilia, VI legislatura. Relazione conclusiva di minoranza
dei parlamentari La Torre, Benedetti, Malagugini, Adamoli,
Chiaromonte, Lugnano, Maffioletti, Terranova. 4 febbraio 1976. Vedi
anche: La Repubblica, 14 gennaio 1976.
Maschere e pugnali
Era il 7 gennaio 1973 quando apparvero per la prima volta, sul
rinnovato Corriere della Sera, le invettive del Pasolini corsaro.
Fino a quel momento il giornale di via Solferino non aveva debordato
molto dalla linea editoriale apprezzata per decenni dalla buona
borghesia italiana. Ci pensò Pasolini ad apportarvi un po' di sana
eversione con i suoi scritti di cui il primo intervento - quello
contro i capelli lunghi - è rimasto forse il più celebre. C'è un
passaggio, in quel pezzo, ancora pregnante: "Una sottocultura
di destra può benissimo essere confusa con una sottocultura di
sinistra"(1).
Oggi che non si sa bene cosa sia la destra e cosa la sinistra
quelle parole sembrano scritte apposta, ma allora il riferimento era
molto più allusivo. L'omologazione dei capelli lunghi, secondo
Pasolini, poteva anche diventare complice di una mimesi inquietante,
tanto da rendere addirittura impossibile il "distinguere dalla
presenza fisica un rivoluzionario da un provocatore". Non è a
caso, anzi, che proprio in quell'articolo venga citato a mo' di
esempio il nome di un personaggio, tristemente noto per le sue
imprese, quando l'autore afferma che "ormai migliaia e
centinaia di migliaia di facce di giovani italiani, assomigliano
sempre di più alla faccia di Merlino"(2).
Mario Merlino, detto Mago magò per i suoi trasformismi, era
infatti divenuto sinonimo d'infiltrazione e provocazione per il
ruolo da lui sostenuto nella vicenda di Piazza Fontana. Troppo
conosciuta è tuttavia la storia che lo riguarda, mentre più
sfumata e sfuggente appare quella di un'altra figura, soltanto
lambita dalle indagini sulla strage del 12 dicembre. Se il
retroscena dell'attentato alla Banca Nazionale dell'Agricoltura è
torbido, non sono da meno gli elementi a carico del soggetto in
questione. Un rapporto della questura milanese ne stabilisce
carattere ed attitudini, queste ultime tutt'altro che lusinghiere:
"Invertito, sbandato, vagabondo, sfrontato, assolutamente
amorale, figlio a quanto afferma di martire fascista, fuggito da
casa minorenne"(3).
È curioso che della serie di definizioni usate in quel rapporto,
il giudice Antonio Amati - ex ufficiale dei carabinieri e
consigliere al Palazzo di Giustizia di Milano - ne ripeta buona
parte nella sua istruttoria sui fatti del 12 dicembre:
"Personaggio ambiguo, vagabondo e sfrontato, assolutamente
amorale, nostalgico e simpatizzante, stranamente, nello stesso
tempo, di elementi di estrema sinistra"(4). Se ne ricava che il
giudice si sia fidato del rapporto steso dalla questura reiterando
la scarsa affidabilità e l'ambivalenza equivoca del personaggio
che, malgrado i suoi requisiti, potrà uscire da ogni altro
accertamento in mancanza di dolo. Tale mancanza, peraltro, rimarrà
finanche sospesa nella sentenza della Corte di Assise di Catanzaro
che il 23 febbraio 1979 chiude il primo processo per la strage di
Milano. Di lui restano tracce negli atti ormai polverosi di una
storia mai conclusa del tutto e che ha in Giuseppe Pinelli,
ferroviere di fede anarchica, uno degli aspetti più tragici. Quando
Antonio o Antonino Sottosanti, più conosciuto negli ambienti che
frequenta con l'appellativo di Nino il fascista, resta impigliato
nelle prime indagini sulla strage, ha quarantadue anni e una vita -
se non avventurosa - più che movimentata alle spalle. E' un uomo
che ha fatto mille mestieri, spostandosi tra Italia, Germania e
Olanda, con una puntata triennale nella Legione Straniera dov'era
fuggito nel '59 dopo un matrimonio e una figlia. Ondivago ma non
troppo nelle sue simpatie politiche, Sottosanti è un uomo d'ordine,
"passa di volta in volta dall'Msi al gruppo delle "camicie
verdi", poi alle SAM (squadre d'azione Mussolini) quindi alla
CNR (costituente nazionale rivoluzionaria, capeggiata dal
trafugatore della salma di Mussolini) e infine approda alla Nuova
Repubblica di Pacciardi"(5). Del duce è un fanatico
ammiratore, tanto dal tenerne un'immaginetta nel portafogli, ma tra
l'estate e l'autunno del 1969 si converte all'anarchia, una
conversione forse non del tutto inopportuna.
L'aria della provocazione tira forte su Milano, in quei giorni.
Sottosanti "si presenta agli anarchici con una sola carta da
visita: un periodo tra i provos di Amsterdam, per imparare a
fabbricare e usare le bombe fumogene"(6). E' così che conosce
Pino Pinelli, animatore del circolo del Ponte della Ghisolfa, uomo
mite e portato a fidarsi del prossimo con molta faciltà, tanto da
affidare al nuovo arrivato la consegna di pacchi e danaro per i
compagni incarcerati a San Vittore. Ce ne sono diversi in galera, di
loro, in quel momento: il 25 aprile, alla Fiera di Milano, sono
scoppiate due bombe e gli "indizi" raccolti hanno portato
al fermo di una quindicina di anarchici. Fra di essi c'è anche Tito
Pulsinelli, arrestato per aver abbandonato un pacco dinamitardo
davanti una caserma di Pubblica Sicurezza in corso Magenta.
Quando Sottosanti avvicina Pinelli, ha da poco lasciato il posto
di custode della sede di Nuova Repubblica, in via San Maurilio, per
trasferirsi in Sicilia. Ciò non gli impedisce di fare frequenti
trasferte a Milano, avendo dei parenti che risiedono a Pero dove va
a pernottare. I rapporti con Pinelli sono abbastanza buoni anche se
la moglie del ferroviere non li digerisce per niente - e ha ragione
- perchè Sottosanti non ha affatto cambiato idea, crede in
Pacciardi ed è convinto che con lui "si arriva prima a
Roma"(7). Inoltre, la sua disinvoltura nel bazzicare tanto i
neofascisti che gli anarchici puzza di provocazione, soprattutto la
sua amicizia con Serafino Di Luia e Giorgio Chiesa - due ultrà di
destra - è sospetta, i tre sono stati anche vicini di camera nella
pensione dove Sottosanti alloggiava. La situazione dell'amico di
Pinelli in carcere, intanto, non si sblocca e Sottosanti propone di
testimoniare in suo favore, una falsa testimonianza, per scagionarlo
procurandogli un alibi che lo discolpi dall'affare di corso Magenta.
Pinelli ci pensa, è perplesso, ma Nino il fascista è l'unico che
può tirar fuori di galera Pulsinelli, proprio la sua estraneità al
mondo anarchico è una garanzia di buonafede per i giudici, e
purtroppo accetta. Il mattino del 12 dicembre Sottosanti si presenta
a casa Pinelli per pranzare e incassare le quindicimila lire di
rimborso per la sua prestazione a favore di Pulsinelli. Sono le
11,30. Pino dorme ancora quando lui arriva, ha fatto il turno di
notte alla stazione ed è rientrato alle sette, ma si alza e prepara
da mangiare mentre la moglie, stizzita per quell'intruso, esce a far
la spesa. Il pranzo, poi, si svolge tra i silenzi di Licia Pinelli e
la domestica conversazione di Sottosanti con il capofamiglia, non si
parla comunque di politica. Alle 14,30 Pinelli e il suo ospite
scendono al Bar Fabiani, in via Morgantini, per un caffè. Pino
scambia qualche battuta con gli amici che notano quella faccia
nuova, una faccia che rammenta qualcuno, quindi i due escono dal
locale diretti alla vicina Banca del Monte per cambiare un assegno
firmato dal ferroviere. L'operazione dura pochi minuti, Sottosanti
intasca il contributo-spese e saluta Pinelli, ha una corriera per
Pero che parte da piazzale Cadorna alle quattro. Le lancette
dell'orologio segnano le tre appena passate. Trenta o quaranta
minuti più tardi, il tassista Cornelio Rolandi accoglie sulla sua
Fiat "600" multipla uno strano passeggero. L'uomo ha un
che di scostante, sbatte con forza lo sportello e, perentorio, dice
all'autista di dirigersi da Piazza Beccaria verso Piazza Fontana che
è distante poche decine di metri. L'uomo ha una borsa di pelle
nera, Rolandi la sbircia quando il passeggero gli ordina di fermarsi
e di aspettarlo, quindi costui scende di vettura. Passano pochi
minuti ed eccolo di ritorno, però quella borsa è sparita. L'uomo
rimonta e si fa scaricare all'angolo di via Albricci. Alle 16,37
Piazza Fontana è sconvolta da una spaventosa esplosione.
Alla fine del 1969 uno dei giornali più informati sulla
situazione italiana è il settimanale inglese The Observer. Questi
non solo ha prodigiosamente previsto con giorni d'anticipo (7
dicembre) la strage individuandone, peraltro, la matrice
neofascista, ma è anche al corrente che il maggior beneficiario
della strategia della tensione varata con Piazza Fontana è la
destra moderata, non quella estremista: "L'obiettivo è di
preparare le condizioni di una riforma costituzionale paragonabile a
quella introdotta da De Gaulle nel 1958"(8), per favorire
appunto il sorgere di una repubblica presidenziale di cui, in
Italia, proprio il movimento di Randolfo Pacciardi è tra i
principali sostenitori. La curiosa circostanza del periodico inglese
così ben informato è trascritta anche nell'istruttoria del giudice
Guido Salvini che per rinviare a giudizio, dopo trent'anni,
esecutori ed organizzatori dell'attentato, ha dovuto ricostruire
un'epoca. Scrive il magistrato che due testimoni, Edgardo Bonazzi e
Giampaolo Stimamiglio, già appartenenti alle cellule neofasciste
coinvolte nella strage, "hanno accennato ad un militante di
destra, sosia di Pietro Valpreda, che doveva entrare in azione a
Milano per chiudere il cerchio intorno alla vittima predestinata,
funzionando da controfigura certamente idonea ad essere riconosciuta
nella persona di Valpreda dall'ignaro tassista"(9).
Vittima predestinata non è il solo Valpreda ma anche, e
principalmente, Giuseppe Pinelli perché quando il ferroviere si
ritrova in questura la sera stessa del fattaccio, dopo aver seguito
di sua spontanea volontà il commissario Luigi Calabresi, non
immagina neppure in quale diabolico disegno è caduto. Costretto a
tacere del suo incontro con Sottosanti per via dell'alibi di
Pulsinelli, senza perciò molte frecce nel suo arco quando i
poliziotti gli contestano i movimenti che ha avuto nel pomeriggio,
Pinelli comincia a capire. Presto il gioco si fa duro e scoppia la
tragedia, il ferroviere precipita dalla finestra della stanza al
quarto piano di via Fatebenefratelli durante un interrogatorio
serratissimo nella notte del 15 dicembre. La versione del suicidio
non convince nessuno, "la chiave della tragedia resta affidata
alle sei parole pronunciate da un funzionario della polizia:
<Quando gli abbiamo detto quella frase...>"(10). Quale
frase? Non si saprà mai con certezza, forse un nome, un
riferimento, meglio ancora, un'illuminazione.
Antonio Sottosanti è uno che ha fatto mille mestieri, come già
detto. Non mancano, al suo attivo, alcune sortite nel mondo dello
spettacolo: comparsa per il cinema e generico per alcuni
fotoromanzi. La sua faccia è apparsa anche in un fotofumetto dal
titolo "Il cavaliere del fiume" pubblicato sul periodico
Bolero Film. Nulla di male, se i lineamenti dell'attore improvvisato
non ricordassero molto da vicino quelli di un altro. Ad un
giornalista che gli mostra una foto di scena con il volto di
Sottosanti, il tassista che ha caricato il misterioso passeggero
sulla sua vettura esclama: "Ma via, quella è una foto del
Valpreda ritoccata...". E' questa la prima reazione di Cornelio
Rolandi, il supertestimone d'accusa di Pietro Valpreda,
nell'osservare quelle fattezze (11). C'è davvero questa
somiglianza? C'è e come, le foto di Nino il fascista fanno il giro
delle redazioni senza che però riescano a comprovare uno scambio di
persona. Eppure, di sosia del Valpreda, in quel periodo ce n'è
almeno un altro che gira per Milano, si chiama Gino e frequenta il
Bar "Gabriele" di via Mercato. Forse, di queste
somiglianze, deve essersene ricordato anche il povero Pinelli, prima
di cadere da quella finestra. Quel che è certo è che il ferroviere
conosceva bene Valpreda, tanto da averci pure litigato, e alla
contestazione del suo nome per la strage non può non aver messo
insieme i pezzi: l'apparizione di Sottosanti, il suo offrirsi come
testimone dì Pulsinelli, l'assegno di quindicimila lire che da solo
bastava ad incastrarlo, sono tracce che portano ad una sola
conclusione.
Le somiglianze non si fermano qui. Ve n'è un'altra che riguarda
la cassetta metallica che conteneva la bomba collocata nella sede
della Banca Commerciale di Piazza della Scala, fortunatamente
inesplosa. A farla brillare ci penseranno gli stessi inquirenti,
distruggendo così una prova preziosissima. In un primo momento non
si capisce se insieme alla bomba sia brillata anche la cassetta,
poiché sembra che il modello faccia parte anche dell'arredamento
della sede in via San Maurilio di Nuova Repubblica, dove Sottosanti
prestava servizio come custode e che avrebbe trattenuto in conto
stipendio, "ma poi la cassetta originale salta fuori e i
sospetti si allontanano"(12).
La faccenda della cassetta, ad ogni modo, resta irrisolta almeno
per un aspetto: il numero di serie. Un rapporto della questura di
Milano del 17 dicembre 1969 afferma trattarsi di esemplare recante
sigla 13/4 A. Altra cifra è invece indicata nella perizia eseguita
dall'ingegner Teonesto Cerri, esperto in esplosivi. La sua relazione
stabilisce che la cassetta della Comit "è senz'altro del tipo
14/4"(13).
In questa discrepanza s'inserisce l'episodio di Amos Lassis, un
tizio - "forse" di origine greca - il quale all'inizio di
luglio del 1970 si presenta alla polizia per denunciare un
commerciante di Rossano, tale Enrico Karanastassis, che
confezionerebbe ordigni esplosivi su commissione e nel cui negozio
di ferramenta ha in deposito cassette dello stesso tipo di quella
repertata nella Banca Commerciale. Casa e negozio del titolare
vengono così perquisiti e si scopre che, accanto alla giacenza di
tre cassette metalliche "Juwell" e un timer dal quadrante
simile a quello fatto brillare dagli improvvidi artificieri, ci sono
anche numerose pallottole e cartucce da guerra non denunciate. Le
cassette fanno parte di un'ordinazione all'importatrice
"Parma" e sono il residuo di uno stock di otto esemplari
commissionati da Karanastassis. Questi esibisce copia di ordinazione
e fattura dicendo che le cinque cassette mancanti sono state vendute
a clienti occasionali, non identificabili. Viene perciò steso un
verbale di perquisizione da cui risulta che le tre cassette trovate
in deposito sono dei tipi 13/3, 13/3 A e 13/4. Tutto il materiale
non viene sottoposto a sequestro, in quanto "non si hanno
ragioni per ritenere che il soggetto svolga attività terroristiche
né che sia in contatto con gruppi o persone dediti al
terrorismo"(14). Fotocopia di ordinazione e fattura esibite da
Karanastassis è allegata al verbale, complicando ancora di più la
storia. L'ordinazione, infatti, parla di ben venti cassette
commissionate, mentre in fattura sono riportati dieci esemplari.
Tenuta per buona la fattura, esistono comunque due cassette in più
di quelle dichiarate dal commerciante.
Non è finita. C'è un modello, il 13/4 giacente in deposito e
non citato nei documenti contabili, che è del tutto simile a quello
adoperato per Piazza della Scala. Come se poi tutto questo non
dovesse bastare, anche l'articolo 14/4 citato dall'ingegner Cerri
nella sua perizia ricorda molto da vicino una delle cassette di
Karanastassis. Succede perciò che l'articolo 13/4, già assente su
ordinazione e fattura ma in dotazione al titolare del negozio, viene
trasformato in 23/4 nel rapporto della questura milanese del 7
luglio 1970: "il rapporto è firmato dal commissario
Calabresi"(15).
Anche Karanastassis e Lassis (o Lassi, italianizzato da alcuni)
vengono lasciati perdere, mentre l'indecenza del balletto delle
cifre non spiega come sia finita nella sede di via San Maurilio
quella cassetta presa in acconto dall'ex custode di Nuova
Repubblica. L'ipotesi che Sottosanti, una volta lasciato Pinelli,
sia arrivato a Piazza Beccaria per montare sul taxi di Rolandi allo
scopo di farsi "riconoscere" come Valpreda, non è tanto
peregrina ma i giudici non potranno dimostrarla. Però, se non c'è
prova che sia stato lui a salire su quella vettura, non vi è
neanche la "matematica certezza" (16) del contrario. Ciò
basta a far uscire per sempre Nino il fascista dai successivi gradi
di giudizio. Il gioco degli inganni, tra maschere e pugnali, si
conclude così. Non ne mancheranno altri nella nuova stagione
politica italiana segnando il momento più tragico della nostra
storia.
Note
(1) Pier Paolo Pasolini, "Contro i capelli lunghi",
Corriere della Sera, 7 gennaio 1973. Articolo contenuto anche in
Scritti corsari, Garzanti-Einaudi, Milano-Torino.
(2) Ibidem.
(3) Marcello Del Bosco, Da Pinelli a Valpreda, Editori Riuniti,
Roma, pag. 64.
(4) Ibidem.
(5) Ibidem.
(6) AA.VV., Le bombe di Milano, Ugo Guanda Editore, Parma, pag.
199.
(7) Ibidem.
(8) Fabrizio Calvi - Frederic Laurent, Piazza Fontana, Mondadori,
Milano, pag. 125.
(9) Ibidem, pag. 99.
(10) AA.VV., Le bombe di Milano, Op. cit., pag. 150.
(11) Ibidem, pagg. 127 e 230.
(12) Ibidem, pag. 199.
(13) Marco Sassano, Pinelli: un suicidio di stato, Marsilio
Editori, Padova, pag. 128.
(14) Ibidem.
(15) Ibidem.
(16) Sentenza della Corte di Assise di Catanzaro, 23 Febbraio
1979. Citato anche in: Giorgio Boatti, Piazza Fontana, Feltrinelli,
Milano, pag. 68.
Un candido massacro
Via Maqueda, ore 20. E' il 22 ottobre1970. La secentesca strada
palermitana, ora un ghetto di attività ai limiti del lecito, è una
strada malfamata quanto basta per assistervi, quasi ogni sera, allo
scoppio improvviso di baruffe e schiamazzi. E' qui che ha sede un
alberghetto - il "Sicilia" - gestito da Candido Ciuni, 44
anni, di Ravanusa. Il suo, per la verità, ha più l'aspetto di una
locanda che di un albergo, ricavato com'è da un appartamento di
dieci stanze con annesso salone. Un riparo alla buona, per coppiette
irregolari, ma forse anche per chi il riparo lo cerca per altri
motivi.
Proprio a quell'ora Ciuni sta rincasando, fa appena in tempo a
varcare l'androne quando l'intero quartiere piomba nel buio. E'
mancata la luce - mancherà per più di quindici minuti -
"presumibilmente" per un guasto, il tempo necessario per
accoltellare più volte il gestore del "Sicilia". Ciuni
cade a terra in un lago di sangue, è ferito tanto gravemente che i
suoi aggressori - due o forse tre persone - lo credono morto e si
dileguano. L'uomo però respira ancora, soccorso dai familiari viene
portato di corsa al Civico, l'ospedale di zona, e sottoposto ad un
lungo e delicato intervento al quale riesce a sopravvivere. Per il
momento, almeno.
L'agguato di via Maqueda sembrerebbe quasi un banale regolamento
di conti, proprio da ghetto di pensioncine compiacenti, eppure c'è
quel black-out durato un quarto d'ora a rendere nell'immaginario
palermitano e nel pigro lavoro d'indagine della Squadra mobile
l'idea di un'anomalia. La stessa circostanza si è verificata la
sera del 16 settembre, quando il giornalista Mauro De Mauro è stato
prelevato sotto casa ed è scomparso nel nulla.
Candido Ciuni si ristabilizza in pochi giorni, non apre bocca
sull'aggressione rifiutando di vedere i cronisti ed eludendo le
domande dei poliziotti. Costoro non ci pensano neanche a tenerlo
d'occhio, la stanza d'ospedale dove Ciuni e sua moglie sono allogati
rimane senza protezione. Si dirà poi che mancando contro di lui
"accusa di reato", il piantonamento sarebbe stato non solo
inutile ma ingiustificato: una motivazione che ha del paradossale
perché Ciuni, sia pure con la bocca cucita, qualche segnale lo
emette. Ed è un segnale di paura, di malcelato terrore che si
manifesta ogni sera nella precauzione di far chiudere a sua moglie -
Antonina Orlando - la porta della stanza che li ospita al Civico a
doppia mandata.
Si arriva così al 28 ottobre. Ciuni dovrebbe essere dimesso
l'indomani, ma quella sera stessa , alle 22,30, quattro persone in
camice bianco si presentano al portone dell'ospedale. Il custode,
scambiandoli per quattro sanitari, li fa entrare e si ritrova con la
canna di una pistola puntata alla faccia. Uno dei quattro gli ordina
di stendersi a terra mentre gli altri si avviano alle scale, sanno
già dove dirigersi - alla stanza numero 6 - però non basta.
Afferrano l'infermiere di turno intimandogli di bussare alla porta
dei Ciuni: "Di' che c'è il medico per una visita di
controllo"(1). La scusa potrebbe anche non funzionare, ma è
già pronto il rimedio. Un'ascia da pompiere spunta da sotto il
camice di uno dei killer pronta per abbattere la porta. Col cuore in
gola l'infermiere bussa e Antonina Orlando, riconoscendone la voce,
gira la chiave nella serratura. La porta si spalanca con un calcio,
il commando irrompe nella stanza fra le urla della donna gettata a
terra e spara un'infinità di colpi contro Ciuni, massacrandolo.
Poi, a passo di corsa, i tre rifanno il percorso, raggiungono il
compare e spariscono nel buio.
L'assalto all'ospedale civico, vera e propria azione militare, ha
un effetto dirompente. Angelo Vicari, capo della Polizia, vola nella
notte a Palermo mentre posti di blocco sono allestiti in tutta la
zona occidentale dell'isola. Furioso con i suoi uomini per la
micidiale trascuratezza verso la vittima, Vicari è soprattutto
inquieto per i significati nascosti del delitto Ciuni. Forse, da
buon siciliano, avverte il segno intangibile di un collegamento fra
quella uccisione e il sequestro di Mauro De Mauro. Ma ne avrebbe di
ragioni, il capo della polizia, per inquietarsi davvero se sapesse
ciò che si va addensando per dicembre, addirittura un golpe. Un
golpe che vede coinvolti pezzi dello stato, neofascisti e uomini
d'onore, questi ultimi pure con il compito di farlo fuori senza
complimenti.
I principali quotidiani di Palermo riportano il giorno dopo,
giovedì 29 ottobre 1970, tutti lo stesso commento: "Se Candido
Ciuni fosse morto sette giorni fa, il caso sarebbe stato archiviato
come un delitto qualunque, di quelli che possono capitare in
qualsiasi città (...) Eppure Ciuni sapeva di essere stato
condannato a morte. Perché non ha voluto fare i nomi degli
assalitori di mercoledì dell'altra settimana? Accusandoli, avrebbe
coinvolto anche se stesso? C'è da supporlo. Secondo lo staff degli
investigatori, Ciuni doveva essere legato ai suoi primi assalitori
e, poi, agli assassini da un grosso segreto. Forse qualche fatto di
sangue, forse qualche cosa di più grosso"(2).
Candido Ciuni vivo, comunque, non era di sicuro un sant'uomo. Ad
attestarlo sono i suoi precedenti penali: processato nel marzo 1959
presso il tribunale di Caltanissetta per truffa; diffidato dalla
questura di Agrigento nel giugno 1961; processato, ancora ad
Agrigento, per appropriazione indebita e falso in cambiali;
denunciato a Palermo, nel 1963, per ingiurie e lesioni a sua
sorella; denunciato di nuovo, nel 1967, per lesioni personali,
ingiurie e minacce. Piccoli reati, certo, ma proprio la loro bassa
entità indica nella sua uccisione qualcosa d'incongruo. Il
ferimento in albergo, ad esempio, paventato da Antonina Orlando come
assai improbabile contrasto d'interessi sorto fra suo marito e
alcuni concorrenti in affari, è irrapportabile alla mortale
sanzione del Civico. E difatti, quando Ciuni viene ammazzato
l'atteggiamento della donna cambia. Ad ascoltarla con attenzione ci
sarà un giudice istruttore particolarmente sveglio e preparato in
materia di mafia: Cesare Terranova.
Mentre i cronisti persistono nel sostenere che lo scopo in
entrambi le aggressioni era quello di uccidere proprio "per
evitare che prendesse corpo un pericolo, sino a quel momento
latente, per le persone di cui l'albergatore conosceva i
segreti"(3), Palermo si diverte col suo cinismo abituale sul
movente del delitto, appunto il grosso segreto. L'analogia con il
sequestro De Mauro, però, è tutta qui, in quell'aggettivo -
"grosso" - che racchiude la scomparsa del giornalista
vicino a qualcosa d'importante prima d'essere rapito. Sarebbe
istruttivo seguire la genesi di un'illazione, ma in Sicilia - e
soprattutto a Palermo - è difficile se non impossibile stabilirne
la provenienza. Le illazioni, si sa, alimentano a loro volta
chiacchiere, dicerie, malignità. Non ne mancano sul conto di De
Mauro, forse non del tutto disinteressate, ma sono altrettanto
assenti sul conto di Candido Ciuni. Quest'assenza non si spiega solo
con la marginalità del piccolo pregiudicato rispetto al giornalista
di punta, fa parte di uno stesso copione. Nessuno, tanto per dirlo,
si sforza di rilevare che lo stesso mestiere di Ciuni, titolare di
un infimo albergo in una zona di Palermo tutt'altro che tranquilla,
è anche uno dei mestieri più adatti per osservare (e riferire)
quel che succede nel sottobosco cittadino.
Nulla di scandaloso, quindi, se accanto all'attività di
albergatore l'uomo possa averne abbinata un'altra, forse occasionale
ma non rara in quel contesto, vendendo o cedendo qualche
informazione per non incorrere, magari, in certe noie per i suoi
trascorsi penali. Ma di questo non si parla. Si parla invece, a
proposito di De Mauro, di una strana circostanza in cui il
giornalista si sarebbe trovato poche sere prima di scomparire.
Di ritorno da una cena sul lungomare, egli avrebbe assistito in
macchina ad un violento alterco fra due protettori, sarebbe perciò
sceso dalla vettura per mettere pace fra i litiganti senza alcun
timore di finire accoltellato. E' nel carattere dell'uomo - si dice
- questo tipo di bravate, però l'episodio confermerebbe anche il
coraggio professionale che De Mauro aveva più d'una volta
dimostrato accostandosi a quel mondo che pure Ciuni conosceva,
talvolta proprio per trarvi confidenze per i suoi articoli. La
notizia esplosiva costata tanto cara al cronista, dopotutto,
potrebbe essere scaturita da lì, dai bassifondi. I primi indizi,
almeno. A conforto di un possibile collegamento fra l'uccisione di
Ciuni e il sequestro di via delle Magnolie c'è anche un nome,
quello di Giuseppe Di Cristina. E' Antonina Orlando ad accusarlo
quale mandante del delitto. La donna non soltanto ne riferisce il
nome al magistrato, ma altresì consegna a questi un effetto molto
personale, un paio di pantaloni: "Questi calzoni sono la prova
che il Di Cristina frequentava l'albergo "Sicilia", non
per alloggiare ma per prendere parte a riunioni con <quelli>
di Ravanusa. Questi calzoni me li diede un giorno perché io glieli
lavassi e stirassi"(4).
Dunque in quell'albergo si svolgevano riunioni - di che genere,
non lo sappiamo - con Di Cristina partecipe. Teniamo però conto del
periodo: estate-autunno 1970. Ma chi è, intanto, Giuseppe Di
Cristina? Per le anime belle è un galantuomo, funzionario della
tesoreria di una holding dell'EMS, l'ente minerario siciliano
presieduto dall'ex senatore Graziano Verzotto. Per i bene informati
è invece un uomo "di panza", di primissima panza,
capocosca di Riesi e nel direttivo di Cosa nostra. A guardare bene,
anzi, Di Cristina rappresenta qualcosa di più del mafioso
tradizionale, è un colletto bianco, uno che ha cercato la
rispettabilità oltre che il rispetto nel decoro professionale e nei
titoli accademici. Come lui è Stefano Bontade, laureato in
giurisprudenza, colto, massone e poco incline a simpatie verso gli
zappaterra di Corleone: i Liggio, i Riina e i Provenzano. E'
assodato, inoltre, che Di Cristina -compare d’anello di Graziano
Verzotto, suo testimone alle nozze - è ben conosciuto anche da
Mauro De Mauro che di lui ha scritto su una rivista in questi
termini: "Si prenda il caso del dottor Di Cristina, figlio del
defunto boss di Riesi e lui stesso considerato elemento di massimo
prestigio nel giro, assegnato per due anni al confino. Tornato a
casa ha trovato bella e pronta l'assunzione alla società mineraria
siciliana"(5). Al ritratto qui accennato, il giornalista
aggiunge i particolari legati alla lettera di assunzione firmata dal
segretario della Sofis, Aristide Gunnella, ma ciò non gli impedisce
di coltivare rapporti con il presidente dell'EMS fino al 14
settembre 1970. Verzotto, infatti, è una delle ultime persone che
De Mauro incontra. Qualche anno dopo, l'ex senatore scivolerà su
una storia di fondi neri subendo pure uno strano attentato per poi
eclissarsi in Libano e quindi in Francia. Tornerà quando le acque
per lui - quelle mafiose prima che giudiziarie - si saranno
finalmente chetate.
L'articolo di De Mauro è del 1968 e Di Cristina ha buona
memoria, ma al principio di quel settembre 1970 ci sono altre cose
che gli stanno a cuore. Cosa nostra, all'inizio dell'estate, ha
avviato contatti con strane figure, emissari del principe Junio
Valerio Borghese, ex comandante della X Mas di cui, guarda un po',
De Mauro ha in gioventù fatto parte. Quelle persone hanno offerto
all'onorata società la partecipazione ad un golpe, un colpo di
stato che dovrebbe mandare a piede libero parecchi picciotti e Di
Cristina ne è entusiasta, è uno dei boss più attivi nel perorarne
il progetto. Di avviso diverso è Luciano Liggio che ha buone
ragioni per diffidare di quel piano, prima fra tutte la certezza che
- in caso di riuscita - il prestigio del capofamiglia di Riesi e dei
suoi alleati avrebbe finito con lo schiacciare lui e i corleonesi.
L'operazione è prevista per la notte dell'Immacolata, 8 dicembre, e
uno degli obiettivi affidati agli uomini d'onore è Angelo Vicari,
il capo della Polizia. Le trattative vanno avanti fra luglio e
settembre, ma ancora oggi - a dispetto delle testimonianze dei
collaboratori di giustizia - i luoghi dove queste avvengono non sono
del tutto chiari.
Nel luglio 1970 la polizia stradale, in zona confinante, ferma
"un'auto di grossa cilindrata proveniente dalla Svizzera e
diretta a Milano"(6). A bordo ci sono cinque persone: Gerlando
Alberti, Tommaso Buscetta, Salvatore Greco, Gaetano Badalamenti e
Giuseppe Calderone. Un rapporto dell'FBI parla di un presunto
vertice tenuto a Zurigo al quale i cinque avrebbero preso parte per
la decisione di "importanti azioni criminose"(7). E' ben
strano, dunque, che nelle versioni rese quattordici anni dopo dallo
stesso Buscetta - nel frattempo divenuto il principale teste
d'accusa contro Cosa nostra - la Svizzera sia quasi del tutto
estromessa, al più è un luogo di passaggio suo e del solo
Salvatore Greco che, dal Perù, lo ha chiamato negli Stati Uniti per
la faccenda del golpe: "Greco mi disse che occorreva che
entrambi ci recassimo subito in Italia per un fatto molto
importante. Fissammo un appuntamento per Zurigo e io accettai
l'invito, nonostante che in Italia fossi latitante. A Zurigo, nello
stesso aeroporto, prendemmo a noleggio un'autovettura Volvo e ci
recammo direttamente a Catania"(8).
Spariscono da questa versione i nomi degli altri per ricomparire
- e nemmeno tutti - nel viaggio inverso, quello che dalla Sicilia li
fa spostare prima a Roma e poi a Milano. Lo spostamento a Roma
riguarda Calderone e Di Cristina che, insieme ad un gruppo di
massoni catanesi e palermitani, devono incontrare Borghese. Non si
capisce perché con loro non ci siano anche Buscetta e Greco, i
quali ripartono (sempre in macchina) da Catania per raggiungerli
nella capitale e proseguire insieme il viaggio verso Milano, allo
scopo d'incontrare Badalamenti, "allora al soggiorno obbligato
in un paese dell'Italia settentrionale"(9). Fra il verbale
della polizia stradale, il rapporto FBI e il racconto di Buscetta i
conti non tornano, il quadro è sicuramente confuso, gli spostamenti
non del tutto comprensibili e la presenza di alcuni è incerta. Ma
almeno su un dato non c'è discrepanza: in Sicilia, fra Catania e
Palermo, si sono comunque svolti incontri e consultazioni per
l'operazione prevista in dicembre. E' giusto allora domandarsi
perché mai Di Cristina tenesse riunioni nell'albergo di Candido
Ciuni, proprio in quel periodo e dimenticandovi persino i pantaloni,
anche se questa domanda, con lo scenario appena descritto, potrebbe
apparire oziosa.
Non è affatto oziosa, invece, l'anomalia del delitto Ciuni sotto
il profilo esclusivamente criminale: dal black-out in via Maqueda,
al mancato controllo in ospedale, fino alla
"consapevolezza" degli assassini – muniti di scure - che
già sanno verso quale porta dirigersi. E c'è di più. Un altro
dettaglio, anch'esso sibillino, è nel ritrovamento in quella stanza
d'ospedale di un bossolo calibro 9 inesploso. La stranezza è nel
fatto che i killer si sono serviti di armi a tamburo per far fuori
l'albergatore: tutte le ferite prodotte sul suo corpo appartengono a
pistole non automatiche, probabilmente usate proprio per evitare
l'espulsione di bossoli e più accurate perizie balistiche. Come si
spiega, perciò, quel proiettile di calibro diverso e adatto solo
per modelli d'automatica? Gli inquirenti dicono che il reperto può
essere caduto dalla tasca di uno degli aggressori e che questi,
nella baraonda, non se ne sia accorto. La spiegazione è semplice e
non occorrerebbe nemmeno ribattere che è strano portarsi dietro
munizioni inservibili, per armi diverse da quelle che si devono
usare. Ma, stranezza nella stranezza, sul bossolo repertato sono
anche riscontrabili tracce di polvere protettiva non conforme alla
normale produzione. E' soltanto un accenno, chi può mai badarci in
quell'autunno 1970?
Forse orecchie allenate ai messaggi, nessun altro. Di armi e
munizioni non convenzionali usciti da depositi clandestini se ne
parlerà soltanto vent'anni dopo e per una storia altrettanto
irrisolta: "Gladio".
Ma questa è già un'altra storia. Forse.
Note
(1) Giuliana Saladino, De Mauro. Una cronaca palermitana,
Feltrinelli, Milano, pag. 78.
(2) Estratto dai quotidiani Il Giornale di Sicilia e L'Ora, 29
Ottobre 1970 e gg. seg.
(3) Ibidem.
(4) Rosario Poma - Enzo Perrone, La Mafia. Nonni e nipoti,
Vallecchi, Firenze, pagg. 285-286.
(5) Riccardo De Sanctis, Delitto al potere, Samonà e Savelli,
Roma, pag. 82.
(6) Silvestro Prestifilippo, Mafia: quarta ondata, Guida, Napoli,
pag. 57.
(7) Ibidem.
(8) Silvestro Montanaro - Sandro Ruotolo, La vera storia
d'Italia, Pironti, Napoli, pag. 668.
(9) Ibidem, pag. 669.
Qualcuno in ascolto
"In questa Italia fallimentare anno '74 in cui manchiamo
veramente di tutto, dal credito all'acqua del lavandino, costretti a
invidiare alla Francia (tanto per guardare ai più vicini di casa)
perfino Giscard d'Estaing , scopriamo con soddisfazione che
finalmente abbiamo anche noi il nostro Maigret. E in vantaggio sui
francesi, visto che ne abbiamo due"(1).
Con l'ironia e l'eleganza che sempre distinguevano i suoi corsivi
su Paese Sera, così Berenice - al secolo, Jolena Baldini -
presentava ai lettori del quotidiano la coppia di giallisti Massimo
Felisatti e Fabio Pittorru, ideatori del poliziesco di costume con
più d'una venatura satirica. L'anno, il 1974, neanche a dirlo
sarebbe stato peggiore rispetto le carenze denunciate dalla
giornalista, specie sotto il profilo degli accadimenti politici. In
quel momento, Pittorru e Felisatti hanno appena pubblicato presso
Garzanti i due primi romanzi della serie "Qui squadra
mobile", già trasmessa con fortuna da mamma Rai. E uno dei due
romanzi ha un titolo ed una trama entrambi ispirati alla realtà del
momento: "Telefoni sotto controllo" (2).
La storia prende dichiaratamente origine dalla cronaca di quel
periodo, si parla cioè d'intercettazioni a scopo di ricatto operate
da inquietanti figuri che, nel libro, ricordano molto da vicino
quelli reali. Uno, in particolare, è addirittura un investigatore
privato con tanto di attrezzature sofisticatissime - almeno per quel
tempo - beccato in flagranza di reato e con tanto di tesserino dei
"servizi speciali". Ovvio che il godimento di quelle
pagine sia stato ben altra cosa per i lettori del 1974 che avevano
fin lì seguito il vero scandalo descritto con clamore da tutta la
stampa italiana, eppure chi vuol farsi un'idea – oggi - del clima
(o del tanfo) che si respirava allora faticherebbe a trovare le
fonti adatte perché quella storia sembrò ai molti un intrigo quasi
parodistico, un mistero buffo da commedia all'italiana, ma solo in
apparenza dal momento che in Italia gli scandali non nascono mai per
caso: c'è sempre qualcuno che li provoca.
La genesi dell'intera vicenda è infatti ancora oggi controversa.
C'era già stato, per la verità, un primo segnale di bufera nel
mese di febbraio del 1972, quando il leader socialista Giacomo
Mancini - preso di mira in una campagna denigratoria dell'estrema
destra - aveva alzato la voce in una riunione (3) del quadripartito
di maggioranza, presente Giulio Andreotti, denunciando il fenomeno
delle intercettazioni. Ma, al solito, non era servito a nulla.
Solo nell'autunno successivo la Procura di Roma si decide ad
avviare un'inchiesta promossa dal dottor Luciano Infelisi su
espressa denuncia di un cittadino dabbene, un probo cittadino che
però resterà senza nome, al punto che il presidente del Consiglio
- sempre Andreotti - crederà più tardi "di poter dire che le
indagini del pretore Infelisi sono nate da un'iniziativa del suo
capo-gabinetto"(4).
Il riferimento andreottiano è a Carmelo Spagnuolo, procuratore
generale presso la Corte d'Appello di Roma, noto più in là per i
suoi affidavit sindoniani e liaisons piduiste, poi estromesso dalla
magistratura. Anche il telefono di Spagnuolo, secondo Mancini, è
stato messo sotto controllo e questa è una buona ragione per
incazzarsi ed aprire il fuoco. Infelisi nomina perciò dei periti di
fiducia e già sembra partir male perché fra essi c'è il bolognese
Antonio Randaccio che l'estremista di destra Luigi Meneghin,
coinvolto in un'indagine sulle trame eversive, descriverà come
"provocatore e fascista noto a magistratura, polizia e
carabinieri"(5).
L'equipe di esperti messa in piedi da Infelisi non tarda comunque
ad accertare che l'intera rete telefonica capitolina è "una
ragnatela di radiospie"(6), cosa del resto già presunta per i
troppi apparati istituzionali che hanno provveduto, ciascuno per suo
conto, a seminare Roma di microfoni. L'aspetto grave, però, è per
la presenza dei privati. C'è un tale, Marcello Micozzi, che presta
servizio presso la SIP e nel tempo libero, per arrotondare, offre il
suo talento a chi ne ha bisogno, insomma è conosciuto negli
ambienti come installatore di cimici e di altri marchingegni
indiscreti. Micozzi è l'ultima ruota del carro, un manovale, ma è
anche il trait d'union fra gli organizzatori della rete
d'intercettazioni e i loro commissionari. Lui quelle radiospie
individuate da Infelisi e dal suo staff le ha installate per conto
terzi e uno di questi si chiama Bruno Mattioli, altro tecnico
elettronico con il quale ha lavorato a lungo.
Mattioli è a sua volta legato a filo doppio con un personaggio
che il grosso dell'opinione pubblica conosce già, in quanto si è
fatto apprezzare in una performance televisiva come gustoso
interprete di un commissario meridionale in uno sceneggiato tratto
da un libro di Piero Chiara. E' il detective Tom Ponzi.
Corpulento, stempiato, guance e occhi da mastino napoletano,
Ponzi è il più noto poliziotto privato d'Italia. Ma è anche
qualcos'altro. Non sono un mistero per nessuno le sue simpatie
politiche, tanto che dalla fine degli anni '60 pubblica un
giornaletto (7) col suo nome - Tom - che si occupa principalmente di
denunciare le infiltrazioni comuniste nei settori più delicati del
paese. Tra le amicizie consolidate del detective ci sono quelle con
Giorgio Pisanò - direttore del Candido, il settimanale fascista che
ha avviato la campagna diffamatoria contro Mancini - e di Gastone
Nencioni, senatore missino e grandissimo amico di Eugenio Cefis.
L'ombra di quest'ultimo, ritenuto il vero artefice dell'intrigo
telefonico, spunterà con insistenza nel corso della storia, ma per
il momento fermiamoci qui.
Micozzi, intanto, sotto interrogatorio non si è limitato ai nomi
di Mattioli e di Ponzi ma, con molta titubanza, ne ha chiamato un
altro in causa pur cercando di sminuirne il ruolo. Verso quest’ultimo,
il tecnico della SIP usa tutta la cautela possibile non per una
forma di riguardo ma perché sa bene che costui è il tramite
diretto con quel mondo parallelo che è meglio tener fuori dagli
schiamazzi. Si tratta di Walter Beneforti, già commissario di
polizia e collaboratore di Guido De Nozza, ex direttore degli Affari
riservati del Viminale. I due, alla fine degli anni ’50, erano nel
clan in guerra contro il questore di Roma Carmelo Marzano che non
aveva mai visto di buon occhio le imprese di De Nozza e soci, mal
tollerava l’esistenza di una polizia segreta e meno che mai l’ingerenza
della combriccola nei confronti della questura. Marzano aveva
perciò cercato di contrastare quella gente in tutti i modi e ne era
nata una faida, una delle tante fra i corpi d’apparato, che
riuscì a sconfinare nel piccante allorché qualcuno ebbe l’idea
di fotografare di nascosto il questore (sposato con prole) all’uscita
dalla sua garconniere in compagnia dell’amante. La foto, poi,
arrivò ad un giornale di opposizione - Paese Sera - che,
naturalmente, non esitò a pubblicarla. Marzano non fece una piega,
incassò il colpo e si preparò a cogliere il momento buono per
togliersi gli schiaffi dalla faccia. Con il pretesto di un
controllo, il questore inviò i suoi uomini a fare irruzione in un
ufficio di copertura del gruppo. E qui, dal piccante, si passò alla
farsa perché uno della cricca - il commissario Angelo Mangano -
cercando una via di scampo, alto e grosso com’era, si nascose
sotto un letto dal quale spuntavano le sue poderose estremità.
Tutti i presenti furono impacchettati e portati in questura.
La vendetta di Marzano pone fine all’attività di spionaggio
del clan De Nozza. Esso viene sciolto senza che però le carriere
dei suoi componenti ne risentano, Beneforti è trasferito a
Frosinone ma qualche anno dopo diventa capo della Criminalpol di
Milano. Nella capitale mancata ci resterà fino al 1971, anno in cui
rassegna le dimissioni dalla polizia: quella riconosciuta, perché
il suo ha tutta l’aria di un passaggio definitivo al settore delle
barbe finte. E infatti i rapporti con gli Affari riservati
continueranno - almeno sotto il profilo clientelare - per via d’una
partita di radiospie che Beneforti ha venduto al ministero degli
Interni, "ma solo per scopi didattici"(8), come
premurosamente sostiene un comunicato del Viminale quando l’ex
commissario finisce in carcere.
Tom Ponzi, invece, trascorre più giorni in clinica che in
galera: lui è uno tosto, non ci sta a farsi incastrare e non perde
tempo a scaricare su Beneforti e Mario Nardone le loro
responsabilità. E’ un anticipo su quello che potrebbe ancora dire
- e dirà - il nome di Nardone, anch’egli ex capo della
Criminalpol milanese e ora questore a Como. Furente per averlo
coinvolto, Nardone segnala ad Infelisi che Ponzi nasconde nei suoi
uffici di Lugano materiale molto interessante, i carabinieri vi
trovano dodici casse piene di bobine e di apparecchiature. I nastri
con le intercettazioni comprovano quale sia stata l’attività dell’investigatore,
molte di quelle bobine sono servite a sostegno delle campagne
scandalistiche di Candido e de Il Borghese e raccontano, tra l’altro,
"i retroscena dell’affare Pisanò e i legami con Cefis"(9).
La perquisizione si estende a Santa Margherita Ligure dov’è
ormeggiata l’imbarcazione di Ponzi. A bordo, i militi della
Benemerita sorprendono due collaboratori del proprietario mentre
sono in procinto di sbarcare altre casse di materiale
compromettente. All’interno del panfilo c’è anche una
sala-radio che ha del fantascientifico. Nella foga del rilancio,
però, Ponzi commette l’errore di nominare in un’intervista un
personaggio sconosciuto ai più in quel momento, ma che farà
precipitare la situazione. Giorgio Fabbri, questo il nome, è un
avvocato che risulta notaio nella Repubblica di San Marino ma che
svolge anche altre attività a latere, non ultima quella di
confidente - sia pure occasionale - della Guardia di Finanza. Certo
è che i quattrini, dice Ponzi, l’avvocato li avrebbe fatti non
con le sue consulenze legali bensì con l’ausilio di Beneforti e
di Mattioli. Il segugio non aggiunge altro ma ciò basta a provocare
una reazione a catena che scoperchia uno scenario indecoroso. Prima
è il turno di Nicola Di Pietrantonio, un collaboratore di Fabbri,
poi è lo stesso Mattioli a descrivere le imprese dell’avvocato.
Nei primi mesi del 1970, Fabbri gli avrebbe commissionato una
radiospia chiedendogli delucidazioni sul suo impiego. Quel
giocattolo è servito a spiare le conversazioni di Nicola Chiatante,
direttore generale dell’Anas - l’azienda nazionale autostrade -
allo scopo d’intercettare in anticipo i numeri delle aste e
rivenderli alle ditte concorrenti. Gustoso è anche il modo in cui
la cimice sarebbe stata piazzata sotto la scrivania di Chiatante:
uno dei due, Fabbri o Mattioli, si sarebbe chiuso nei gabinetti dell’Anas
aspettando l’orario di uscita del personale per quindi agire con
tranquillità. Le audizioni occulte durano ben nove mesi poi succede
qualcosa di strano, Fabbri - usando lo pseudonimo di "Pontedera"
- si rivolge in forma anonima alla Finanza invitandola a prendere
con le mani nel sacco il direttore dell’Anas che lui avrebbe
intrappolato con un finto ricatto. Non si capisce per quale motivo l’avvocato
decida di compiere un passo del genere, dal momento che lui stesso
è coinvolto nell’intrallazzo. Viene fuori perciò il sospetto che
sia stata proprio la polizia tributaria -spinta dal ministro alle
Finanze Luigi Preti, socialdemocratico di destra- a mettere
preventivamente le mani su Fabbri prima che costui fosse roso dall’onestà.
Comunque sia, altri sospetti si addensano intorno alla versione
della radiospia collocata nell’ufficio di Chiatante senza che vi
fossero anche delle complicità interne all’azienda. Qualcuno,
infatti, avrebbe dovuto tenere in funzione quell’apparecchiatura e
inoltre provvedere in extremis a manipolare i numeri delle aste per
favorire le offerte delle ditte compiacenti. E’ una storia,
insomma, che non sta in piedi e meglio quadrerebbe se gli imbrogli e
le pastette dell’Anas fossero serviti come fondi neri, canali di
alimentazione ad un certo partito o ad una certa corrente politica
invisa pure all’onorevole Preti.
Da qui è facile risalire al come e al perché degli attacchi di
Giorgio Pisanò nei confronti di Giacomo Mancini, ministro dei
Lavori pubblici. Il direttore del Candido, che prima ha ricattato
Cefis con una vecchia faccenda sul passato partigiano del presidente
Montedison (10), ha poi da questi ottenuto contributi sostanziosi
per la sua rivista. Di conseguenza, dopo aver attaccato Cefis, passa
ad un altro obiettivo e comincia a chiamar ladro Mancini ribadendo l’insulto
persino su manifesti a caratteri cubitali che ha fatto stampare e
affiggere sulle mura di mezza Italia. La manovra è dovuta al fatto
che il socialista Mancini è uno dei pochi leader politici che si è
opposto e si oppone con vigore alla scalata irresistibile di Cefis,
da lui definito come "uno degli uomini più pericolosi per la
democrazia italiana"(11).
Che il signor Eugenio Cefis sia un uomo pericoloso non è il solo
Mancini a pensarlo. Molti anni dopo, in un’intervista postuma,
Aldo Ravelli -uno dei maghi della Borsa italiana- farà delle
allusioni pesantissime sul conto dell’ex faraone della chimica
fuggito in Canada nel 1977: "Conosco con precisione quello che
è avvenuto. Stavano per arrestarlo. E non per storie di tangenti
ante litteram. I motivi erano molto più gravi, importanti. Deve
ritenersi fortunato che non l’abbiano fatto. Secondo me, in quella
primavera del 1977, stavano per arrestare anche lui, Fanfani.
Proprio nei mesi precedenti a quando Cefis annunciò l’uscita
dalla Montedison"(12).
Ravelli allude, su insistenza del suo intervistatore, a disegni
autoritari in cui sarebbero stati coinvolti "ufficiali e
generali dell’esercito e poi una parte dei carabinieri"(13).
Se con Amintore Fanfani i rapporti sono buoni, quelli con i
carabinieri dei corpi speciali sono addirittura eccellenti per Cefis,
basti pensare a Carlo Massimiliano Gritti, ex ufficiale, prima
"capo del servizio di sicurezza del Sifar per Enrico Mattei
quando era presidente dell’Eni"(14) e poi per il faraone che
seguirà alla Montedison.
Il caso delle intercettazioni telefoniche rischia di diventare la
punta di un iceberg d’intrighi che potrebbero portare molto in
alto, magari nella direzione indicata da Ravelli, e non sorprende
affatto che la vicenda sarà infine insabbiata dalla stessa Procura.
Questa provvede a bloccare la trasferta d’Infelisi a Lugano, dove
sono state repertate le casse di Ponzi, in seguito alla visita di
Gastone Nencioni (legale di Cefis) al dottor Spagnuolo. Dopo quel
colloquio, il procuratore manderà a Lugano - al posto d’Infelisi
- il giudice Romolo Pietroni, già allontanato dalla Commissione
parlamentare antimafia di cui era consulente per sospetti legami con
ambienti non evangelici. Sarà forse casuale, ma "pochi giorni
dopo il viaggio di Pietroni, salta fuori la notizia che le casse
sono state manomesse, quelli che non si trovano più sono proprio i
documenti più scottanti"(15). Non è ancora sufficiente. Negli
uffici di Milano dell’agenzia investigativa Ponzi sono state
smagnetizzate numerose bobine mentre un’altra, "l’unica che
conteneva prove consistenti a carico dell’investigatore"(16),
si dissolve sotto il naso di Infelisi dai locali della Procura.
Tra i nomi presi di mira dagli spioni spunta pure quello del
cavalier Attilio Monti, magnate dell’industria zuccheriera e dei
petroli nonché proprietario di numerosi quotidiani. Nella carta
stampata, anzi, il cavaliere ha cercato di creare - senza riuscirvi,
ma erano altri tempi e altri cavalieri - la prima grande
concentrazione informativa del Belpaese. Alla fine del 1969, Monti
possiede il pacchetto di maggioranza di ben cinque quotidiani e
connesse edizioni di supplemento: "un impero giornalistico che
vende (sono cifre accertate) 600.000 copie al giorno"(17).
Corre anche voce che il magnate stia trattando la partecipazione o l’acquisto
de Il Tempo di Angiolillo e che finanzi il Momento Sera di Roma.
Questo foglio, appena pochi anni prima, si è preso cura di
rilanciare il caso Wanninger trasformandolo nel caso Pierri e forse
quel finanziamento non è del tutto disinteressato. Ad ogni modo, la
storia del delitto di via Emilia riemergerà improvvisamente, non
prima però di far avere al cavaliere un segnale premonitore,
stavolta telefonico. A mandarlo è qualcuno che mette sotto
controllo la linea dell’appartamento bolognese di Monti. Questi si
rivolge perciò ad un altro detective privato, Alessandro Micheli,
titolare dell’agenzia "Mike Investigazioni" di Padova
che è a sua volta collegata con Walter Beneforti. Micheli,
"unito da qualche legame di parentela al petroliere amico di
Cefis"(18), presta il suo aiuto a Monti non si capisce bene
come. Il dato certo è che anche lui proviene dalle barbe finte, è
un ex maresciallo che ha prestato servizio presso il centro
controspionaggio di Padova agli ordini del colonnello Giorgio
Slataper. Curiosamente, quindi, ha contatti tanto con il Sid che con
gli Affari riservati e quando Beneforti sta per finire in gattabuia
vola a Roma presentandosi ad Infelisi per essere ascoltato. Il
pretore rinvia l’incontro al giorno dopo perché deve finire d’interrogare
Beneforti che quella notte stessa verrà associato alle patrie
galere. L’indomani Micheli arriva alla porta dell’ufficio d’Infelisi,
ma non ci resta per molto: vista la fine del suo amico si rende
uccel di bosco. Ci rimarrà per quattro anni e nemmeno un ordine di
cattura servirà a fargli cambiare idea.
Orba di prove e monca di testimoni l’inchiesta romana ha
fagocitato nel frattempo quella milanese che l’aveva preceduta di
poco ma con criteri molto più rigorosi. La Procura meneghina stava
per emettere trentasei mandati di arresto che vengono annullati con
il provvedimento della Cassazione, solerte nell'unificare le due
inchieste e affidarne le competenze alla Capitale. Del resto, se
quella benedetta indagine deve andare in porto, è meglio che vada
in un porto sicuro: pieno di nebbie, magari, però collaudato.
Infatti bisognerà aspettare il 1979 per la conclusione giudiziaria.
Due anni prima, nel 1977, quando Cefis è scappato, il Pubblico
ministero Domenico Sica ha chiesto il rinvio a giudizio per
cinquantaquattro imputati. Ne vengono concessi quarantacinque per un
totale di ventiquattro condanne e ventuno assoluzioni. Le condanne
più severe sono per Ponzi e Beneforti - che rimangono pur sempre
dei comprimari nella vicenda - ma che resteranno, come gli altri, a
piede libero.
Una fine già annunciata e, tutto sommato, esemplare. All’italiana,
appunto.
Note
(1) Berenice, "Presi a volo", I grandi servizi di Paese
Sera, Editrice il Rinnovamento, Roma, pag. 91.
(2) Massimo Felisatti - Fabio Pittorru, Qui Squadra Mobile,
Garzanti-Vallardi, Milano, pagg. 112 e segg.
(3) Panorama, 16 gennaio 1975. Contenuto anche in: Gianni
Flamini, Il partito del golpe, volume terzo, tomo primo, Bovolenta
Editore, pag. 233.
(4) AA.VV. Trent’anni di trame, supplemento de L’Espresso
n°14 del 7 aprile 1985. L’articolo è di Giuseppe Catalano (pag.
47).
(5) Flamini, Op. cit., pagg. 233 e 240.
(6) Catalano, Op. cit., pag. 47.
(7) Daniele Barbieri, Agenda Nera, Coines Edizioni, Milano, pagg.
159-160.
(8) Catalano, Op. cit., pag. 50.
(9) Ibidem, pag. 51.
(10) L’episodio è riferito da diverse fonti. Esso
riguarderebbe il periodo in cui Cefis era vicecomandante in Val d’Ossola
delle brigate partigiane all’ordine di Alfredo Di Dio, morto in un
agguato tesogli dai fascisti repubblicani. Sembra che Pisanò fosse
al corrente di particolari molto imbarazzanti su quella storia. Cfr:
Giorgio Galli, La regia occulta, Marco Tropea Editore, Milano, pagg.
117-118. Vedi anche: Eugenio Scalari - Giuseppe Turani, Razza
Padrona, Feltrinelli, Milano, pagg. 206-207, ora ristampato da
Baldini&Castoldi.
(11) Flamini, Op. cit., pag. 51.
(12) Fabio Tamburini (a cura di), Misteri d’Italia, Longanesi
&C., Milano, pag. 143.
(13) Ibidem.
(14) Flamini, Op.cit., pag. 50. Su Gritti è interessante l’accenno
di Ravelli in Misteri d’Italia (pag. 142) e quello di Galli in La
regia occulta (pagg. 101-102)
(15) Catalano, Op. cit., pag. 53.
(16) Ibidem, pag. 52.
(17) Paolo Murialdi, La stampa italiana del dopoguerra, Laterza,
Bari, pagg. 563-567.
(18) Flamini, Op. cit., pag. 51.
Mani rosse, ombre nere
In un romanzo di Joseph Roth ispirato alla figura di Lev
Davidovic Trotzkj c'è un personaggio che adombra quello di Stalin e
che l'autore ribattezza curiosamente con un nome italiano: Savelli.
Questi è descritto nel libro come un uomo gelido, privo di
sentimenti e tanto ieratico da definire se stesso un semplice
strumento al servizio di una grande idea, la rivoluzione. Ad essa,
Roth dedica la parabola del protagonista – Kargan - che finirà
esiliato da Savelli, una volta conquistato con lui il potere,
proprio perché il "mondo nuovo" è solo una variante più
orrenda di quello vecchio. Resta comunque il sogno, al povero Kargan,
l'utopia che neppure l'amarezza della disillusione riesce a
cancellare del tutto: "La gioia di avere un tempo sofferto per
una grande idea e per l'umanità continua a determinare le nostre
decisioni anche dopo molto tempo che il dubbio ci ha reso
chiaroveggenti, consapevoli e senza speranza"(1).