Stragi di Stato, omicidi eccellenti, mafiosi ed agenti segreti,
ambigue connivenze. La storia della Repubblica è fatta di zone d’ombra
che le inchieste giudiziarie non hanno saputo o voluto svelare. Un
inventario di vita italiana per comprendere l'origine degli attuali
primati che il mondo ci invidia.
"Questa è la storia der passato
Ch'era finito ed è ricominciato
Questa è la storia der presente
Che se ce guardi nun capisci gnente
Ma è puro la storia der futuro
Chi la capisce ce pò annà sicuro."
Franco Antonicelli
("Canzonetta")
Regina Coeli, 10 gennaio 1944
Premessa
Forse non ci sarebbe bisogno di spendere altre parole: bastano
quelle racchiuse nella canzonetta romanesca di Antonicelli qui
collocata a distico per commentare il significato di queste pagine.
Ma intanto è necessario almeno un chiarimento sulla loro genesi.
Gli scritti qui riuniti sono d’occasione. Si tratta di articoli
sparsi e apparsi mimetizzati, quasi alla macchia per la loro natura,
in larga parte databili fra il 1995 ed il 1998. Credo si possa dire
che siano nati per puntiglio, sollecitati dagli eventi che fino ad
allora si erano verificati, a partire dal '93. Quello è stato
infatti un anno particolare, con uno scenario a dir poco
mistificante. Al crollo di un regime costruito sulle mazzette fanno
eco in quei giorni il bastone delle autobombe e la carota della
maggioritaria, una sintesi degna della peggiore stagione (ce ne sono
state tante) della politica italiana.
Lo scenario che però si presentava in quel momento, fra arresti
e suicidi eccellenti, con la liquidazione - nemmeno totale - di una
classe di potere diventata ormai impresentabile e gli ulteriori
colpi di coda dei suoi manutengoli, poneva più d'ogni altro una
questione essenziale: quella del passato e del suo riesame. Non un
passato remoto ma prossimo, con tutti i suoi intrighi e con tutte le
sue similitudini. Se si può anzi trarre un buon insegnamento dalla
storia è che in essa somiglianze e analogie non sono mai casuali.
La stessa opzione stragista inaugurata da Cosa nostra con il
probabile fiancheggiamento di altre entità e perseguita a Roma,
Firenze e Milano nell'anno delle valanghe, aveva già radici
consolidate - parimenti indecifrabili, per taluni aspetti - nelle
stragi di Ciaculli e Villabate di trent'anni prima. Da qui,
l'opportunità di rievocarle entrambi per un raffronto che possa
fornire al lettore alcuni dati sui quali riflettere.
Un altro dato, stavolta solo apparente, deriva da ciò che sembra
una mancanza di collegamento "organico" fra questi
capitoli. Appare quasi un passaggio di palo in frasca il proporre un
delitto da dolce vita accostandolo a Piazza Fontana o ad altri
episodi che qui si raccontano. In realtà, nella macrostoria dei
misteri italiani, vi sono tante microstorie che s'incrociano con gli
accadimenti principali, risvolti e persone a margine di quei fatti
eclatanti sul cui ruolo non si è mai potuto o voluto far chiarezza.
Se c'è anzi un tratto comune che lega le vicende rievocate con la
vena madre dei grandi misteri nazionali questo è il tratto stesso
dell'ambiguità. Si prenda il caso Wanninger, fattaccio di cronaca
capitolina, del quale gli indizi d'intrigo -e di ricatto- li abbiamo
visti baluginare come fuochi di Sant'Elmo per oltre vent'anni.
Ebbene l'uso e il ripescaggio strumentale di quel fattaccio, con il
permanere dell'enigma sul vero movente del delitto, fanno il paio
con tutte le altre storie attraverso cui certi poteri forti si sono
scornati e compattati a vicenda, secondo le proprie convenienze.
Vi è inoltre una persistenza di nomi, oltre che di ambiguità,
negli eventi qui riesumati. Per scrivere il capitolo sull'omicidio
di Christa Wanninger mi sono avvalso, tra le fonti reperite, di un
singolare fascicolo di un'altrettanto singolare editrice -
battezzata con una graziosa quanto eloquente "testatina" o
emblema tipografico a forma di pistola sotto la quale campeggia la
sigla S.P.Edit - registrata forse come agenzia stampa nel 1986
presso il tribunale di Roma. Il fascicolo, però, non reca indirizzo
né altro recapito dell'editrice, ma solo un numero di casella
postale. L'esemplare fa parte di un'apposita collana il cui
direttore responsabile risulta essere Giulio Savelli, cioè lo
stesso editore presente in queste pagine e non nuovo a curiose
sortite che qui si raccontano.
La continuità di nomi e situazioni viene confermata anche nel
caso dello spionaggio telefonico che movimentò le cronache nella
prima metà degli anni '70, una dimostrazione -casomai ce ne fosse
stata la necessità- che certi pasticci trovano sovente gli stessi
manipolatori. E poiché l'affare delle intercettazioni, così come
risulta in realtà, fu qualcosa di serio e non una commediaccia,
vale la pena di aggiungere qualche parola sulle responsabilità
occulte di quella e di altre strategie, senza dimenticare la più
nota di tutte e detta appunto strategia della tensione.
Quest'ultima, piaccia o no, ha visto una saldatura nettissima tra un
blocco di forze, moderate ed estremiste, in una sorta di cartello
dell'ansia che aveva come scopo il congelamento della democrazia
italiana, la revisione dei primati sociali (casa, scuola, salute,
lavoro) raggiunti e soprattutto un disegno d'ingegneria
costituzionale, per di più portato avanti fino ai nostri giorni: il
presidenzialismo. A farsene sostenitori in quegli anni troviamo
tanto una parte cospicua del capitalismo nero che una nebulosa di
formazioni politiche nate per la bisogna e non di rado finite nelle
inchieste della magistratura. Dunque il passato non muore mai e mi
è sembrato perciò giusto riproporne in tal senso particolari
illuminanti, circostanze nelle quali si sono ritrovati più d'una
volta nomi e figure che hanno oggi i loro degni eredi ed epigoni.
Altre pagine ancora sono invece dedicate a frangenti del tutto
obnubilati come l'omicidio del piccolo albergatore siciliano Candido
Ciuni, delitto dai risvolti misconosciuti avvenuto in una Palermo
torbida e golpista. Il torbido non manca neppure nell'alone che
circonda le gesta di un ex legionario con spiccate tendenze
nostalgiche coinvolto nelle indagini sulla strage del 12 dicembre
1969, così come ne troviamo traccia in quelle di un
narcotrafficante informatore dei servizi segreti.
Grazie al loro contributo è possibile comprendere quanto sia
stato raffinato il gioco di un'altra strategia, quella del
depistaggio, costante che ha insidiato e compromesso in tutti i modi
l'accertamento della verità sui crimini compiuti contro il popolo
sovrano.
Su questo genere d'intrighi era molto ben informato un
giornalista come Mino Pecorelli, tolto dalla circolazione in una
sera di marzo del 1979. La sua morte è rimasta un altro mistero, ma
ancora più misteriosa è la storia della pistola che lo ha ucciso e
che io ho cercato di ricostruire basandomi sui pochi dati emersi in
(o di?) proposito. Pecorelli era un giornalista non ortodosso,
quando fu ammazzato si disse e si scrisse che era un ricattatore
salvo poi - molti anni dopo e in virtù delle disgrazie andreottiane
- trasformarlo quasi in un santino, martire dell'informazione.
Comunque sia, era un uomo al corrente di tante verità
inconfessabili, quelle verità che anche la stampa perbene o
perbenista conosce ma non può raccontare. Proprio alla stampa è
dedicata l'ultima parte di questo volumetto che con i suoi rumori di
fondo mi sembra ironicamente suggellare il contenuto della presente
raccolta.
E adesso smetto di scrivere perché sento altri rumori, quelli
alla porta d'ingresso. Qualcuno sta cercando di entrare e non credo
sia un ammiratore.
La ragazza di maggio
Storia giudiziaria che si apre il 2 maggio 1963 e si conclude
più di vent’anni dopo con un colpevole che però rimane a piede
libero, il caso Christa Wanninger presenta tutti gli ingredienti di
un vero e proprio "affaire" italiano, una vicenda in cui
la barbara uccisione di una bruna ed avvenente ragazza tedesca
massacrata sul pianerottolo di un palazzo romano sembra evocare i
toni di una guerra sommersa. Una guerra non del tutto percettibile
nei clamori delle cronache, negli scoop improvvisi in cui si avverte
la mano o la regia d'inquietanti presenze. Una guerra dove l'uso
della notizia diventa un'arma, il tramite d'indecifrabili
avvertimenti molto vicini al ricatto. Che quella storia possa
nascondere risvolti ben diversi dal semplice omicidio ne ha
immediato sentore Domenico Migliorini - capo della Squadra mobile
della questura di Roma - non appena mette piede nel palazzo dove è
avvenuto il fattaccio, al numero 81 di via Emilia. Quella è una
zona "calda", tutto il perimetro che comprende via Veneto
fino al Tritone è nevralgico. Al numero 59 di via Sicilia, ad
esempio, cioè poco più avanti della pensione dove Christa
Wanninger risiedeva, neanche a farlo apposta c'è la sede sotto
copertura di una delle tante polizie parallele create da Umberto
Federico D'Amato, il gran gourmet del Viminale. Lo sanno bene, i
funzionari della mobile. Come sanno della lotta senza quartiere che
si è svolta fra gli amici dello chef e il questore Carmelo Marzano,
una faida che ha pure avuto dei momenti grotteschi (1).
La conferma ai sospetti di Migliorini arriva però con
l'interrogatorio di Gerda Hoddapp. Il capo della mobile è un
segugio esperto, di buon fiuto, e intuisce subito che la versione
della donna, amica della vittima e inquilina dell'appartamento
davanti al quale la Wanninger è stata ammazzata a coltellate, non
si regge in piedi neppure con la colla. "Dormivo - dichiarerà
la Hoddapp ai poliziotti - e non ho sentito niente. Mi sono
svegliata soltanto quando ho sentito la sirena dell'ambulanza;
pensavo quasi di sognare, poi ho sentito un frastuono provenire
dalle scale e dopo qualche minuto mi sono resa conto che bussavano
alla mia porta"(2).
A bussare sono proprio i poliziotti quando vedono quella porta
chiusa, l'unica di tutto il palazzo rimasta sbarrata anche dopo
l'arrivo di curiosi, giornalisti e paparazzi. Gerda appare in
vestaglia, occhi socchiusi e capelli scarmigliati come se si fosse
appena alzata dal letto: eppure sono le due del pomeriggio passate.
Davanti alla folla sbalordita dalla sua apparizione, dopo aver
gettato un grido nel vedere a terra il corpo massacrato dell'amica,
singhiozza d'aver preso un sonnifero la sera prima, per questo non
ha sentito nulla. Migliorini non le crede, la incalza di domande
fino a farle sfuggire che Christa le ha telefonato quella mattina
annunciandole che sarebbe passata a trovarla per quell'ora. Ed è
così che Migliorini si convince che la donna sta mentendo: com'è
possibile, infatti, che i rumori dell'aggressione fuori la porta, le
urla della Wanninger, l'arrivo dei primi soccorritori, il battere
con insistenza sull'uscio - prima della custode del palazzo,
Francesca Barbonetti, e poi degli altri condomini - non sono
riusciti a svegliarla quando è bastato un trillo del telefono?
I giornali si occuperanno del delitto per giorni e giorni, senza
sosta, ripercorrendo al centimetro la vita della vittima e della sua
enigmatica conoscente. Viene addirittura lanciato un concorso
invitando i lettori a suggerire la soluzione del giallo mentre si
cerca di dare un volto all'aggressore, un misterioso "uomo in
blu" visto scendere tranquillamente le scale dopo l'omicidio. I
primi indiziati sono gli amanti, gli amici ed accompagnatori
occasionali delle due donne, ma tutti sembrano avere un alibi di
ferro. Migliorini, pur non abbandonando l'ipotesi che Gerda Hoddapp
sappia bene chi e perché ha ucciso Christa, al momento non ha
indizi per poterla inchiodare. Questo però non significa che il
capo della mobile sia deciso a mollarla. Dalla borsetta della sua
amica trovata sul pianerottolo sono venute fuori due agendine, altre
tre saranno rinvenute nella pensione dove la ragazza alloggiava.
Tutte sono zeppe di nomi, nomi che anche Gerda conosce, nomi che non
saranno mai resi noti e che scatenano la fantasia dei cronisti in un
tema univoco: chi era, in realtà, Christa Wanninger?
Il ritratto della vittima è controverso, spesso a metà strada
fra la puttana e la santa, una brava ragazza - ma non troppo -
calata a Roma per fare fortuna, come tante. E dove può mai far
fortuna una bella straniera di ventitre anni a Roma, nella Roma
della "Dolce Vita", se non nel mondo del cinema? Sarà
proprio il cinema, però, a riservare qualche sorpresa quando si
accerta che, prima di arrivare in Italia, Christa "era stata
impiegata a Monaco in una società di riprese cinematografiche, la
Telefilm, di cui era direttore Anton Kirchdorfer, il marito della
sorella Gertrud"(3).
Il nome di Anton Kirchdorfer, cognato di Christa, balza fuori in
un occasione quantomeno fortuita. E' amico di un giornalista – un
certo Obermaier - che durante il carnevale 1963 ha presentato alla
ragazza Raimondo Riffeser. Questi è il fratello di Bruno Riffeser,
genero e "factotum" (4) del cavalier Attilio Monti,
industriale dello zucchero, petroliere ed editore nonché ras della
cosiddetta finanza nera italiana. Si apprenderà anni dopo che nel
corso d'indagini su finanziamenti industriali alle trame eversive di
destra, un altro giornalista - Lando Dell'Amico - viene trovato in
possesso di una velina dei servizi segreti in cui si fa riferimento
proprio al caso Wanninger e alla direttiva di tener fuori da
quell'intrigo il buon nome dei Riffeser. Per la cronaca, Bruno
Riffeser finirà poi suicida nella villa del suocero a Cap
d'Antibes, in Francia. L'attività cinematografica di Anton
Kirchdorfer è presente senza che costui sia nominato anche nel
ricordo di Edgardo Pellegrini, uno dei coautori del bestseller
"La Strage di Stato". Pellegrini, ai tempi del delitto
Wanninger, lavorava come cronista seguendone gli sviluppi e racconta
di come fu "sbattuto fuori a calci e spintoni da uno strano
ufficio di uno strano produttore tedesco che film non ne
produceva"(5). Aggiunge poi di aver fatto in tempo a notare
sulla scrivania di questi una lettera recante l'intestazione "Permindex",
una società il cui proprietario era nientemeno che Clay Shaw,
petroliere americano implicato - secondo il procuratore Jim Garrison
- nel complotto dell'assassinio del presidente John Fitzgerald
Kennedy. Pellegrini sostiene inoltre che la "Permindex"
finanziasse "i neofascisti in Italia e in Sud Tirolo"(6)
grazie anche al suo fiduciario che di lì a poco diventerà celebre:
Michele Sindona.
Il primo interrogatorio di Gerda Hoddapp comincia poche ore dopo
il delitto e si protrae fino alle cinque del mattino successivo. La
porta del suo appartamento "era rimasta chiusa per circa venti
minuti"(7) prima che si aprisse agli uomini della mobile e
soltanto dopo che la donna è già in questura da parecchio
Migliorini può disporre la perquisizione dei locali da parte della
"scientifica". Un ritardo che ha una spiegazione nella
mancanza di un mandato non sottoscritto subito dal giudice, ma
micidiale per l'esito delle indagini. L'appartamento di Gerda ha un
doppio ingresso. Su una delle due porte viene riscontrata
un'impronta palmare, come il segno di una spinta: forse è quella
dell'assassino, l'uomo in blu visto scendere le scale. Però non è
detto che sia stato proprio lui ad uccidere Christa. Quell'uomo,
anzi, potrebbe essere una figura diversiva, la lepre finta che
attira l'attenzione dei testimoni mentre il vero killer trova riparo
nello stesso palazzo, forse proprio nell'appartamento di Gerda.
Perché no? In fondo, se l'omicidio è premeditato come sospetta
Migliorini, perchè non pensare ad un'ipotesi del genere? Venti
minuti sono un'eternità per eclissarsi in un nascondiglio
predisposto, un nascondiglio dal quale uscire appena le acque si
sono calmate. E prima del mandato nessuno ha potuto spingersi oltre
l'ingresso di quell'appartamento, perquisirlo da cima a fondo
spostando mobili, aprendo ripostigli o frugando negli armadi.
Migliorini si danna per questa trascuratezza forzata, è convinto
che la chiave del delitto sia in quel palazzo, lui avrebbe frugato
casa per casa se gli fosse stato possibile. Sì, ci sono troppe
circostanze strane su quell'appartamento: dal doppio ingresso che
immette in un ufficio, all'impronta sulla porta, fino al
comportamento sconcertante di Gerda Hoddapp. Quest'ultima ha un
amante quasi stabile, Giorgio Brunelli, commerciante di liquori con
interessi in altri campi. E' di fronte all'atteggiamento dell'uomo -
tutt'altro che benevolo verso di lei negli interrogatori - che Gerda
comincia a parlare dei suoi affari citando "misteriosi incontri
con un certo Holtzmann, di Buenos Aires; con un avvocato che diceva
di lavorare presso il ministero degli Esteri e soprattutto con un
americano, Hough"(8).
I rapporti di Brunelli, nel racconto della Hoddapp, raggiungono
anche la base Nato di Napoli, attraverso il direttore delle
esportazioni di un gruppo che si occupa delle forniture ai militari
di quell'insediamento. Ma ad intrattenere rapporti con quella base
c'è anche il cavalier Attilio Monti, parte del carburante che esce
dalle sue raffinerie è destinato alle navi della Sesta Flotta di
stanza nel Mediterraneo. Direttore generale e azionista della Sarom
(società azionaria raffinazione oli minerali) nonché di altre
imprese e stabilimenti è il genero, Bruno Riffeser, che ha un
fratello - come si è visto - un po' troppo incauto nelle
frequentazioni, almeno durante le festività. Raimondo Riffeser,
infatti, nel giorno di Pasqua, pochi giorni prima del delitto, ha
ospitato nella sua casa romana Kirchdorfer, Gerda e Christa. I tre
sono andati a trovarlo dopo che la Wanninger ha litigato con il suo
fidanzato italiano, Angelo Galassi, che pare conoscere Riffeser come
questi, plausibilmente, conosce Brunelli. Kirchdorfer sarà ancora
ospite di Riffeser il 3 maggio quando, da Monaco, torna in Italia
per seguire le indagini sull'omicidio: naturalmente i due si sentono
prima che il tedesco metta piede in questura.
In questo giro di legami che s'intrecciano in amicizie più o
meno affettuose con gli affari di Brunelli - che ha anche provato a
mollare Gerda per Corista - i poliziotti non possono nascondere la
loro perplessità allorché l'amante della Hoddapp dichiara di non
sapere che "la sua attività e quella di Gerda fossero oggetto
di controllo da parte dei Carabinieri del Sifar"(9), il
servizio informazioni militari ancora sotto il dominio nemmeno tanto
occulto di Sua Eccellenza Giovanni De Lorenzo. Malgrado abbia
lasciato la poltrona di direttore del servizio per andare a sedersi
su quella di Comandante supremo della Benemerita, nel 1963 la
massiccia operazione di schedatura voluta da De Lorenzo prosegue
tranquillamente. Al Sifar c'è Egidio Viggiani, suo fidatissimo che
durerà poco, in tutti i sensi. La fascicolazione del mondo
politico, sindacale ed imprenditoriale, anzi, avrà persino
un'impennata in quel periodo, forse in vista di un piano - detto
"Solo" - che il generale col monocolo tiene pronto in caso
di necessità. Ovvio, poi, che a De Lorenzo interessino per prima
cosa le notizie piccanti e gli argomenti scabrosi sulla vita di quei
personaggi messi sotto traccia. Il Sifar conta un'infinità di
collaboratori esterni, tra questi proprio Lando Dell'Amico, il
giornalista trovato con la velina Riffeser. Ma è anche vero che
certe informazioni vanno cercate negli ambienti giusti, magari
infiltrandoli proprio laddove le umane debolezze trovano meglio il
loro sfogo. E mentre Brunelli ignora o dice di ignorare le
attenzioni del Sifar, Migliorini pensa a quelle cinque agendine
possedute da Christa e piene di nominativi come quelle della
"ragazza Rosemarie", il personaggio creato dallo scrittore
Eric Kuby e reso celebre da un film con Nadja Tiller. Nella storia
di una squillo d'alto bordo che viene a conoscenza di particolari
scottanti sui suoi facoltosi amici e che perciò finisce ammazzata,
forse ci sono analogie con il destino della Wanninger. Solo che il
capo della mobile ignora a sua volta un particolare importante: non
sa ancora che il Sifar, fra poco, si farà vivo per davvero
spostando le indagini su una strada lontana da via Emilia e dal
civico n°81.
Gerda Hoddapp soggiorna a Rebibbia giusto due mesi, uscendone con
l'accusa di favoreggiamento in omicidio e il rinvio a giudizio in
libertà vigilata. Migliorini - che l'avrebbe lasciata volentieri
dietro le sbarre - le ha fatto ritirare il passaporto disponendo
ogni misura per tenerla d'occhio, i controlli dureranno "oltre
due anni"(10), poi l'austriaca di Achern lascerà l'Italia con
uno strano provvedimento di espulsione dopo essere stata prosciolta
per insufficienza di prove. E' in questo intervallo che si verifica
il fatto imprevisto dal capo della Squadra mobile. Nel pomeriggio
del 6 marzo 1964 una telefonata raggiunge il quotidiano Momento
Sera. Il caso Wanninger, sulla stampa, prosegue con alterne fortune,
l'ultimo scoop lo ha agguantato il settimanale tedesco Quick
pubblicando le lettere autografe di Christa, ma è ben poco rispetto
a quello che sta per succedere.
Quando Maurizio Mengoni, cronista di turno al Momento Sera,
solleva il ricevitore e ascolta l'uomo che ha chiamato, pensa in un
primo momento che si tratti del solito mitomane. Lo sconosciuto,
inoltre, intende offrire al suo giornale - "il più povero di
Roma" (11) - la verità sull'omicidio per la modica cifra di
cinque milioni. Mengoni temporeggia, dice di richiamarlo fra un paio
d'ore perché ne deve parlare al direttore. Poi, chiusa la
comunicazione, avverte i carabinieri. Ma perché proprio i
carabinieri quando è la questura a seguire le indagini? Due ore
più tardi, prodigi dell'efficienza, è già tutto predisposto per
intercettare la telefonata e stabilirne la zona di provenienza.
L'apparecchio squilla puntuale, Mengoni trattiene lo sconosciuto per
il tempo necessario alla Benemerita onde precipitarsi in Piazza San
Silvestro e bloccarlo nella cabina telefonica da dove sta ancora
parlando col cronista. E' così che entra in scena Guido Pierri,
scapolo, impiegato presso un istituto scolastico di via Somalia e
residente in una stanza d'albergo da cui vengono fuori alcuni
quaderni "pieni di note introspettive che delineano
progressivamente i tratti di una personalità psicopatica"(12).
Pierri è trovato in possesso di un coltello da caccia, dichiara
di aver tentato, con quella telefonata, una truffa per cavarci un
po' di danaro e di avere scritto le sue note deliranti suggestionato
dagli articoli sul delitto. I quaderni narrano dei suoi appostamenti
e pedinamenti femminili, in particolare quelli di tre donne senza
nome su cui si sono accentrati i suoi morbosi desideri, desideri di
morte. I carabinieri non faticano molto ad individuare due dei
soggetti presi di mira dall'autore, si tratta di un'affittacamere e
la sua ospite. Le due donne, rintracciate e poste a confronto con
Pierri, lo riconoscono come l'uomo che qualche mese prima, tramite
un'inserzione, le aveva avvicinate in cerca di una camera per la
sorella. La descrizione della terza donna, invece, sembra
corrispondere perfettamente con quella di Christa Wanninger.
Senza un alibi preciso per il giorno del delitto, Pierri viene
messo a confronto anche con le persone che nel palazzo di via Emilia
hanno visto l'uomo in blu, ma il risultato è contrastante.
Francesca Barbonetti, la custode, pur avendo scambiato il 2 maggio
qualche battuta faccia a faccia con quella persona, non la riconosce
nelle fattezze di Pierri. Non molto meglio va con gli altri
testimoni che ne ravvedono una qualche rassomiglianza con l'uomo che
hanno notato, ma niente di più. Ciò malgrado, il tenente
colonnello Margiotta inoltra alla Procura della Repubblica richiesta
di rinvio a giudizio contro l'indiziato, una richiesta sonoramente
bocciata dalla magistratura. Tuttavia quel polverone almeno un
risultato è riuscito a raggiungerlo: lo smontaggio del paziente -e
forse troppo pericoloso- lavoro d'indagine di Migliorini e della sua
Squadra. Il capo della mobile sarà poi promosso questore e inviato
a Palermo.
Nel 1971 il delitto di via Emilia è uno dei tanti crimini
dimenticati di una Roma divenuta nel frattempo sempre più torbida e
feroce, ma a riportarne la memoria ai lettori intervengono due fatti
nuovi. Il primo riguarda l'istanza presentata alla magistratura
italiana dai legali della famiglia Wanninger per la riapertura
dell'inchiesta; il secondo è costituito dall'ampio reportage di una
rivista tedesca - al solito, la sempre ben informata Quick - che è
riuscita ad assicurarsi le copie dei quaderni di Pierri i cui
originali sembravano essere stati distrutti (13) per mano
dell'autore, una volta prosciolto. Quelle fotocopie, si mormora,
forse sono uscite dal vecchio Sifar ora diventato Sid: ma in che
modo? Spunta fuori un nome, Renzo Mambrini. Chi è costui? Per
alcuni è uno dei militi che la sera di quel marzo '64 avrebbero
arrestato Pierri a Piazza San Silvestro (14), anche se, per
ammissione sua, sembra invece "non essersi mai occupato
ufficialmente delle indagini e di non aver mai conosciuto Pierri"(15).
Sia come sia, Renzo Mambrini è qualcosa di più di un ex
maresciallo della Benemerita, lo dimostrano i lunghi periodi passati
all'estero - soprattutto a Londra - oltre alla sua perfetta
conoscenza delle lingue straniere. Ma a maggior merito c'è anche il
lavoro svolto come addetto stampa del generalissimo De Lorenzo.
Congedato dall'Arma, Mabrini si avvicina al giornalismo e a Cefis,
venendo assunto per un certo periodo alla SNAM di Monterotondo come
capo dei servizi di vigilanza. In quello stesso 1971 Eugenio Cefis
ha completato la sua scalata all'impero Montedison (16), il faraone
della chimica italiana è già in ottimi rapporti con Carlo Pesenti,
cementiere ed azionista di uno dei feudi dell'immensa holding nata
dalla fusione Edison-Montecatini. I rapporti con Attilio Monti,
invece, sono più complessi. I due hanno entrambi la stessa idea che
la politica debba essere asservita al loro tornaconto, la convivenza
è possibile, ma il cavaliere non è meno tosto di carattere né
meno spregiudicato negli affari: forse va ammonito. E il caso
Christa Wanninger si presta bene come segnale.
Tutto fa brodo, anche le vecchie storie che sembrano dormire
negli archivi, ma in quel risveglio c'è ben poco di accidentale se
è vero che Mambrini, "proclamandosi certo che Pierri fosse
implicato nel delitto"(17), ha fatto del suo meglio perché
venissero pubblicate le parti fotocopiate dai carabinieri. Né si
concede soste, l'ex maresciallo. Nel 1973 pubblica e diffonde a
"proprie" spese un romanzo che ha scritto ispirandosi alla
sorte della sventurata ragazza di via Emilia. In esso, rievoca
l'omicidio ritoccando nomi, luoghi ed epoca affinché non vi siano
"nel racconto, personaggio né fatto alcuno che abbia
rispondenza con persone esistenti"(18), ma si tratta di una
precauzione del tutto gratuita.
Visto che il successo del libro non deve essere così
entusiasmante o forse per ragioni meno decifrabili, Mambrini si
decide a portare le sue convinzioni fino alle estreme conseguenze e
nel 1974 presenta un esposto-denuncia contro Guido Pierri.
Probabilmente esagera, perché nello stesso anno - il 26 novembre -
muore in un incidente stradale andando a sbattere contro un
autotreno sulla via Cassia: una fine che forse suggella il ruolo e
l'utilità da lui ricoperti fino a quel momento. Gli sforzi dell'ex
maresciallo non andranno comunque persi del tutto. Il giudice
Nicolò Amato dispone una nuova perizia psichiatrica sugli scritti
di Pierri affidandola a due consulenti, uno dei quali è il
professor Aldo Semerari che -anni dopo- troverà una morte orrenda.
La perizia, tutto sommato, è indulgente: Pierri viene definito
una natura schizofrenica ma non più pericolosa, in sintesi è la
motivazione che manderà a piede libero l'imputato nei successivi
dibattimenti. Un primo verdetto lo assolve per insufficienza di
prove, il secondo lo riconosce colpevole di omicidio aggravato ma
incapace d'intendere e di volere al momento del reato, il terzo
conferma la sua non punibilità. Sotto il profilo penale la storia
finisce qui, scompare l'ombra del Sifar come le agendine con gli
oltre centoquaranta nomi annotati dalla vittima. Per il mistero
irrisolto di Christa Wanninger, ragazza di un maggio ormai lontano,
cala un sipario pieno di buchi. Un sipario di panni sporchi.
Note
(1) Alessandro Silj, Malpaese, Donzelli, Roma, pag. 48; Giuseppe
De Lutiis, Storia dei Servizi segreti in Italia, Editori Riuniti,
Roma, pag. 51.
(2) Felice Borsato, Siena Monza chiama Doppia Vela 21, Ciarrapico
Editore, Roma, pag. 15.
(3) Paolo E. Messeliere, Il mistero di Christa Wanninger,
S.P.EDIT, Roma, pag. 23.
(4) Ibidem, pag. 69.
(5) AA.VV., La Strage di Stato, B.I.M-Leoncavallo-Odradek, (nuova
edizione), pag. 163.
(6) Ibidem, pag. 164.
(7) Borsato, Op. cit., pag. 7.
(8) Messeliere, Op. cit., pag. 39.
(9) Ibidem, pag. 40.
(10) Borsato, Op. cit., pag. 94.
(11) Messeliere, Op.cit., pag. 50.
(12) Ibidem, pag. 51.
(13) Ibidem, pag. 64.
(14) Borsato, Op. cit., pag. 109 e seg..
(15) Messeliere, Op. cit., pag. 68.
(16) Angiolo Silvio Ori, L'Affare Montedison, Settedidenari, s.l.,
1971.
(17) Messeliere, Op.cit., pag. 67.
(18) Renzo Mambrini, Christa, Edizioni dell'Acquario, Roma, 1973.
La strage ambigua
Brancati, siciliano, in uno dei suoi libri più intimi afferma
che senza memoria "il mondo sarebbe sottilissimo, una lastra
priva di spessore"(1). Ma c'è qualcosa di peggio del perdere
la memoria: è il non considerare le circostanze di un evento quando
questo si chiude definitivamente con una versione che le stesse
circostanze sembrano contraddire.Tra Ciaculli e Villabate, nei
dintorni di Palermo, il 30 giugno 1963 esplodono a distanza di poche
ore l'una dall'altra due autovetture Alfa Romeo modello Giulietta
imbottite di tritolo causando la morte di nove persone. Una tragica
fatalità - si dice - non essendo quei nove innocenti i veri
obiettivi degli attentati. Le premesse sembrano smentirlo perché
quello è solo l'ultimo atto di una guerra feroce, una guerra di
mafia che nella sua escalation ha visto contrapporsi le onorate
famiglie dei fratelli Angelo e Salvatore La Barbera a quella dei
cugini Greco, appunto di Ciaculli, una contrada a quattro chilometri
dal capoluogo palermitano.
Da oltre tre anni questa guerra insanguina il territorio e senza
che nessuno muova un dito per fermarla, si nega addirittura la
matrice di quei delitti definiti sì opera di criminali, ma
tutt'altro che affiliati ad un'organizzazione composita. A pensarla
diversamente sono i rapporti di carabinieri e polizia che restano ad
impolverarsi negli archivi delle caserme, in quelli della questura o
nei cassetti del Palazzo di Giustizia dove è appena andato ad
insediarsi il dottor Pietro Scaglione. Lo scenario politico vede
invece uomini come i rampanti Lima e Ciancimino o i già affermati
Giovanni Gioia e Bernardo Mattarella quale migliore espressione di
una classe di potere per la quale la mafia continua a non esistere.
L'evidenza negata culmina nella notte fra il 29 e il 30 di un giugno
caldissimo, quando in corso Vittorio Emanuele, a Villabate, due
giovani panettieri - Giuseppe Tesauro e Giuseppe Castello - escono
dal locale dove lavorano per godersi un po' di fresco. Proprio di
fronte al forno c'è un'autorimessa il cui proprietario è Giovanni
Di Peri che abita ai piani superiori dello stabile dove questa è
ubicata. Di Peri è legato solo da una mezza parentela ai Greco, ma
ciò basta a trasformarlo in vittima designata o, quantomeno, in
soggetto da ammonire pesantemente. Non c'è anima viva - neanche
Pietro Cannizzaro, il guardiano dell'autorimessa - ad aver notato la
Giulietta parcheggiata proprio lì davanti. Ad accorgersene sono i
due fornai perché dalla vettura esce del fumo, Tesauro si avvicina
alla macchina quando un bagliore e un boato tremendo lo investono in
pieno, disintegrandolo. Lo scoppio distrugge anche l'autorimessa
uccidendo Cannizzaro e ferendo gravemente Castello.
Il secondo attentato si verifica quindici ore più tardi, non
senza quegli elementi d’indecifrabilità che permarranno a
dispetto dei resoconti particolareggiati sulla strage: "Verso
le undici di quella stessa mattina, a Ciaculli, nel fondo
<Sirena> dei fratelli Salvatore e Giovanni Prestifilippo, c’è
una Giulietta con una gomma a terra, gli sportelli aperti e una
bombola di gas sul sedile posteriore"(2). Quando la vettura
viene avvistata, dunque, la notizia dell’autobomba esplosa durante
la notte nella vicina Villabate corre già sulla bocca di molti, ma
intorno all’indicazione della macchina nel fondo dei Prestifilippo
graverà - senza mai essere smentita - una voce. La voce di una
segnalazione anonima, una telefonata che avverte i carabinieri
spingendoli sul luogo del ritrovamento. Forse la voce al telefono
precisa anche la presenza di una bomba a bordo del veicolo o forse
vuole soltanto accertarsi che siano proprio loro, i carabinieri, ad
arrivare alla vettura. Quel che è certo è che a guidarli ci sarà
un giovane e brillante ufficiale dell’Arma.
Per quanto giovane, il tenente Mario Malausa è tutt’altro che
sprovveduto in materia di mafia. Proviene da Cuneo, dove ha prestato
servizio, e ha una qualche affinità di carattere con il maggiore
Carlo Alberto Dalla Chiesa, nativo di Saluzzo, che è già stato in
Sicilia negli anni caldi del banditismo e di lì ad un lustro vi
tornerà col grado di colonnello. Ma a differenza di questi, Malausa
è molto meno pragmatico: non sa o non vuole adeguarsi a quei
frangenti che talvolta impongono una prudenza calcolata, quel tanto
almeno dal non far trasparire mai - neppure con i superiori - idee
personali ed iniziative poco ortodosse.
Appena cinque mesi prima di quel 30 giugno Malausa ha firmato un
rapporto dettagliato, pieno di nomi e di "amicizie"
imbarazzanti sugli uomini d’onore da lui indagati. Quel documento
rimane senza alcun riscontro, eppure parla chiaro: racconta usi,
costumi e relazioni dei pezzi da novanta che, "a conferma del
peso che avevano nella gerarchia mafiosa"(3), finiranno quasi
tutti nel primo storico maxiprocesso presso la Corte di Catanzaro.
Ma se ci sia un nesso o no tra il rapporto da lui firmato e il
destino che lo aspetta, è in ogni caso il tenente a trovarsi quel
giorno nel fondo dei Prestifilippo: che gli competa o meno la zona,
abbia ricevuto l’ordine di spostarsi laggiù o ci sia andato su
propria iniziativa importa poco dal momento che l’ufficiale
avverte subito qualcosa di strano. La Giulietta scoppiata a
Villabate, ad esempio, aveva un sistema d’innesco diverso, forse
una miccia a tempo che ha provocato il fumo notato dai due fornai.
Questa, invece, presenta una bombola di gas collegata con dei fili
ad una carica di esplosivo bene in vista. E’ plausibile che la
bucatura della ruota abbia impedito ai passeggeri di raggiungere il
loro obiettivo, ma lo è altrettanto l’abbandonare così una
macchina per un banale contrattempo? La faccenda non quadra e
Malausa, a scanso di rischi, intima al drappello di non toccare
niente e di aspettare l’arrivo degli artificieri.
Alle quattro del pomeriggio si presentano il maresciallo dell’esercito
Pasquale Nuccio ed il soldato Giorgio Ciacci. Con loro c’è anche
il maresciallo di polizia Silvio Corrao, venuto a dare un’occhiata.
Nell’intervallo fra il piantonamento ed il loro arrivo non è
accertato se Malausa abbia potuto esprimere le sue perplessità ai
superiori per quella strana anomalia, ma Nuccio - si afferma - è
uno che conosce il mestiere, ha esperienza. Il guaio è che Nuccio
ha esperienza in disinneschi tradizionali, non in quelli civetta.
Ignora del tutto la possibilità di un sistema a doppia carica
installato a bordo della Giulietta - proprio nel portabagagli dove,
di solito, è alloggiata la ruota di scorta - e si limita ad
ispezionare solo scocca e abitacolo della vettura prima di rendere
inoffensivo l’ordigno di richiamo. Quando tutto sembra finito e la
bombola rimossa, un più rincuorato Malausa apre il portello del
bagagliaio saltando in aria con i carabinieri Calogero Vaccaro,
Eugenio Altomare e Marino Fardelli. Nell’esplosione perdono la
vita anche Nuccio, Corrao e Ciacci. Uno scempio, "il resto dei
corpi e delle lamiere si spargeranno in un raggio di 200
metri"(4).
La retorica indignazione degli editoriali pubblicati sui
principali quotidiani del giorno dopo non serve a fugare gli
inquietanti interrogativi legati alla strage, in essi vi è rabbia,
dolore, sgomento e persino lo spazio per l’esternazione del
generale Aldo De Marco, comandante della regione militare siciliana,
che arriva a dire: "Prendete tutti i pregiudicati della zona,
metteteli dentro per ordine mio. Li passiamo sotto torchio e vediamo
cosa ne esce. Oppure sparate a vista sui delinquenti. Andrò in
galera ma non si può, non si può più andare avanti
così"(5). Per fortuna sparare nel mucchio o ricorrere alla
tortura non sarà necessario e ciò che non sono riusciti a fare
informative e rapporti come quello steso da Malausa lo produce
adesso la strage con una eccezionale serie di retate e, soprattutto,
con il varo atteso da anni della Commissione parlamentare d’inchiesta
sulla mafia.
Fin dal primo momento la Commissione parlamentare non ha vita
facile. Tra le mille difficoltà in cui s’imbatte e il prevedibile
disaccordo fra i suoi stessi componenti, c’è anche l’ostruzionismo
di coloro che dovrebbero agevolarne i lavori. Esemplare è in tal
senso l’acquisizione del rapporto Malausa, acquisizione boicottata
a lungo dal Comando Carabinieri presso cui il documento è
conservato. Nella seduta del 28 marzo 1969, giorno della deposizione
del colonnello Carlo Alberto Dalla Chiesa, comandante della Legione
di Palermo, il senatore Girolamo Li Causi rammenta che "nel
gennaio 1964, in occasione della sua prima visita in Sicilia, la
Commissione aveva fatto prelevare presso il comando i rapporti
Malausa"(6).
Si badi bene, Li Causi parla di "rapporti" - non di uno
- segno che ne esiste almeno un altro meno depurato nelle sue parti
più scabrose. E infatti il senatore aggiunge: "In primo luogo,
il rapporto presentava indicazioni difformi nelle due versioni;
questo rapporto non ebbe nessuna efficacia finché non avvennero i
fatti di Ciaculli; terzo, ci fu un momento di grave tensione tra il
comandante di allora - mi sembra si chiamasse Fazio - e la
Commissione perché (costui) si rifiutava di dare all’Antimafia
questi elenchi"(7).
Alla domanda sul perché di quelle contrarietà e sui motivi per
i quali ciò che Malausa aveva raccontato nel suo rapporto fosse
rimasto privo di attenzione, il colonnello Dalla Chiesa dichiara di
non saper rispondere in quanto, all’epoca dei fatti, lui non era
ancora tornato in Sicilia. La sua è una risposta elusiva solo in
apparenza. In realtà, il nuovo comandante non solo conosce la
natura di quelle omissioni ma sta anche aggiornando e integrando l’indagine
compiuta sei anni prima da Malausa. Il colonnello sa inoltre che
occhi indiscreti potrebbero posarsi sui verbali della sua audizione
e lui non è ancora pronto a scoprire le carte.
Lo sarà un anno dopo - il 4 novembre 1970 - quando, riascoltato
dall’Antimafia, dimostrerà di conoscere perfettamente i
meccanismi di contiguità tra potere politico e criminale, tanto che
a suo avviso basterebbe "prendere in blocco le 1200 varianti
che ci sono state al piano regolatore"(8) approvato dal comune
di Palermo per cominciare a fare sul serio. Quelle varianti, sembra
intendere, sono già state analizzate dal suo staff ed hanno tutte
un minimo comune denominatore in Vito Ciancimino, ossia nello stesso
uomo politico il cui nome era già noto quando il tenente stendeva
il suo rapporto. Non per nulla due mesi più tardi, il 15 gennaio
del 1971, la Legione carabinieri di Palermo trasmette alla
Commissione, per cura e per conto di Dalla Chiesa, uno studio
rigoroso sulla carriera di Ciancimino, integrandola con tutti i
particolari sui legami disinvolti del personaggio.
Mentre le relazioni fra i carabinieri di Palermo e l’Antimafia
subiscono un netto miglioramento, ancora nel 1972 la cortina di
censure sulle notizie raccolte da Malausa in tema di collusioni
seguita a persistere. I dati contenuti nel rapporto sono resi
pubblici col contagocce e "sempre in termini limitati e
ultraprudenti"(9).
Se ne apprende perciò soltanto la parte che riguarda alcuni boss
di borgata, con la riserva – beninteso - che il documento (nelle
entrambi due versioni commentate da Li Causi) non sia stato già
oggetto di modifiche e aggiustamenti nel suo contenuto originale.
Tra i soggetti che vi sono segnalati ce n’è uno che vanta
"aderenze e amicizie alla regione siciliana, alla prefettura,
alla questura e in molti altri enti statali"(10). Di un altro,
lo si descrive come "padrone di casa"(11) della stessa
questura essendo costui proprietario dell’immobile adibito a
garage per gli automezzi della polizia. Non mancano i profili di
Leonardo Vitale, primo pentito storico di Cosa nostra, e quello di
Pietro Torretta, capo-mandamento dell’Uditore e uomo "di
massimo rispetto"(12).
Torretta - appena pochi giorni prima di Ciaculli, il 19 giugno -
si è reso organizzatore dell’omicidio di Girolamo Conigliaro e di
Pietro Garofalo, due mafiosi della fazione Greco attirati in casa
sua col pretesto di una trattativa. Ad aiutare il boss nell’eliminazione
dei due avversari c’è un uomo d’onore chiamato Tommaso Buscetta
che parteggia per i La Barbera, alleati di don Pietro. Molti anni
dopo, da collaboratore di giustizia, Buscetta racconterà che la
guerra tra i La Barbera e i Greco è stata provocata con l’inganno
da Michele Cavataio - un sanguinario killer della famiglia Torretta
- che nel calcolo di un’ascesa più rapida ai vertici di Cosa
nostra ha deliberatamente soppresso un corriere di droga legato alla
cosca di Ciaculli, scatenando così la rabbiosa vendetta dei Greco.
Cavataio sarà anche sospettato – sempre nel racconto
buscettiano - di avere ordito il macello delle due autobombe che
mette in crisi, con l’ondata di arresti che ne consegue, l’intera
organizzazione di Cosa nostra. I conti con lui, comunque, si
chiuderanno sei anni dopo, il 10 dicembre 1969, in una furibonda
sparatoria negli uffici in via Lazio, a Palermo, del costruttore
Girolamo Moncada. Notevole è anche il tranello cui fanno ricorso i
suoi assassini: travestiti da poliziotti si presentano alla porta
come per un normale controllo e non appena l’uscio si apre fanno
irruzione sparando a raffica. Cavataio muore con le armi in pugno,
come si conviene ad un boss diventato leggenda fra i picciotti delle
onorate famiglie. Con lui restano a terra i suoi guardaspalle -
Francesco Tumminello e Salvatore Bevilacqua - ma anche uno del
commando e il custode dei Moncada ci lasciano la pelle. L’eco
della strage di via Lazio, però, viene smorzata in meno di
quarantotto ore da un massacro ben più grave ed oscuro: quello di
Piazza Fontana, a Milano.
Se la fuga dalla clinica in cui è ricoverato segna - appena il
mese prima, 19 novembre - la nuova latitanza di Luciano Liggio ed è
direttamente collegata alla fine di Michele Cavataio, c’è anche
chi arriva ad intravedere fra i due episodi un richiamo sinistro con
l’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura (13) e,
dunque, con un’evoluzione sconvolgente e torbida dei rapporti tra
mafia e politica. L’ipotesi è davvero tremenda, ma sfiora anche
le valutazioni conclusive della relazione di minoranza della
Commissione Antimafia (14). Non mancheranno, in effetti, occasioni
realmente consociative tra Cosa nostra ed altre indecifrabili
entità in progetti eversivi (golpe Borghese) e nemmeno una certa
singolarità in alcuni omicidi (Mattarella, La Torre, lo stesso
Dalla Chiesa) ad essa accreditati. Tuttavia è proprio la
persistenza ormai storica di queste oscurità a rafforzare il dubbio
di una convergenza d’interessi altrettanto inconfessabili nella
sfortunata morte del tenente Malausa.
A qualcuno i pochi dati emersi dal memoriale reso pubblico, e qui
ripercorsi, potranno apparire frammentari, generici, troppo isolati
– magari - per tirare una conclusione che conforti la drastica
necessità di Ciaculli. Non dimentichiamo, però, che nella feroce
contingenza della guerra tra i La Barbera e i Greco - scenario sul
quale Malausa prepara il suo rapporto - l’eliminazione di un
segugio attento a quei temi e quindi molesto tanto per i mafiosi che
per i loro amici coperti, diventa meglio mimetizzabile e ancor
meglio realizzata se il bersaglio viene a trovarsi nel posto e al
momento giusto. In altre parole, nelle circostanze di una tragica
quanto opportuna fatalità.
Note
(1) Vitaliano Brancati, I Piaceri, Bompiani Editore, Milano,
1980, pag. 5.
(2) Giuseppe Di Lello, Giudici, Sellerio Editore, Palermo, 1994,
pag. 92.
(3) Nicola Tranfaglia, Mafia, politica e affari. 1943-91, Laterza
Editori, Bari, 1992, pag. 65.
(4) G. Di Lello, Op. cit., pag. 92.
(5) Rosario Poma, Enzo Perrone, La mafia. Nonni e nipoti,
Vallecchi Editore, Firenze, 1973, pag. 65.
(6) N. Tranfaglia, Op. cit., pag. 65.
(7) Ibidem, pagg. 65-66.
(8) AA.VV. Morte di un generale, Mondadori Editore, Collezione
Gli Oscar, 1983, pag. 31.
(9) Emanuele Macaluso, La mafia e lo Stato, Editori Riuniti,
Roma, 1972, pag. 109.
(10) Ibidem, pag.110.
(11) Ibidem.
(12) Salvatore Lupo, Storia della mafia, Donzelli Editore, Roma,
1993, pag. 186.
(13) La tesi è contenuta in: Giorgio Galli, La regia occulta,
Marco Tropea Editore, Milano, 1995. Dello stesso autore vedi anche i
capitoli conclusivi di: La sfida perduta. Biografia politica di
Enrico Mattei, Bompiani Editore, Milano, 1976.
(14) Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della
mafia in Sicilia, VI legislatura. Relazione conclusiva di minoranza
dei parlamentari La Torre, Benedetti, Malagugini, Adamoli,
Chiaromonte, Lugnano, Maffioletti, Terranova. 4 febbraio 1976. Vedi
anche: La Repubblica, 14 gennaio 1976.
Maschere e pugnali
Era il 7 gennaio 1973 quando apparvero per la prima volta, sul
rinnovato Corriere della Sera, le invettive del Pasolini corsaro.
Fino a quel momento il giornale di via Solferino non aveva debordato
molto dalla linea editoriale apprezzata per decenni dalla buona
borghesia italiana. Ci pensò Pasolini ad apportarvi un po' di sana
eversione con i suoi scritti di cui il primo intervento - quello
contro i capelli lunghi - è rimasto forse il più celebre. C'è un
passaggio, in quel pezzo, ancora pregnante: "Una sottocultura
di destra può benissimo essere confusa con una sottocultura di
sinistra"(1).
Oggi che non si sa bene cosa sia la destra e cosa la sinistra
quelle parole sembrano scritte apposta, ma allora il riferimento era
molto più allusivo. L'omologazione dei capelli lunghi, secondo
Pasolini, poteva anche diventare complice di una mimesi inquietante,
tanto da rendere addirittura impossibile il "distinguere dalla
presenza fisica un rivoluzionario da un provocatore". Non è a
caso, anzi, che proprio in quell'articolo venga citato a mo' di
esempio il nome di un personaggio, tristemente noto per le sue
imprese, quando l'autore afferma che "ormai migliaia e
centinaia di migliaia di facce di giovani italiani, assomigliano
sempre di più alla faccia di Merlino"(2).
Mario Merlino, detto Mago magò per i suoi trasformismi, era
infatti divenuto sinonimo d'infiltrazione e provocazione per il
ruolo da lui sostenuto nella vicenda di Piazza Fontana. Troppo
conosciuta è tuttavia la storia che lo riguarda, mentre più
sfumata e sfuggente appare quella di un'altra figura, soltanto
lambita dalle indagini sulla strage del 12 dicembre. Se il
retroscena dell'attentato alla Banca Nazionale dell'Agricoltura è
torbido, non sono da meno gli elementi a carico del soggetto in
questione. Un rapporto della questura milanese ne stabilisce
carattere ed attitudini, queste ultime tutt'altro che lusinghiere:
"Invertito, sbandato, vagabondo, sfrontato, assolutamente
amorale, figlio a quanto afferma di martire fascista, fuggito da
casa minorenne"(3).
È curioso che della serie di definizioni usate in quel rapporto,
il giudice Antonio Amati - ex ufficiale dei carabinieri e
consigliere al Palazzo di Giustizia di Milano - ne ripeta buona
parte nella sua istruttoria sui fatti del 12 dicembre:
"Personaggio ambiguo, vagabondo e sfrontato, assolutamente
amorale, nostalgico e simpatizzante, stranamente, nello stesso
tempo, di elementi di estrema sinistra"(4). Se ne ricava che il
giudice si sia fidato del rapporto steso dalla questura reiterando
la scarsa affidabilità e l'ambivalenza equivoca del personaggio
che, malgrado i suoi requisiti, potrà uscire da ogni altro
accertamento in mancanza di dolo. Tale mancanza, peraltro, rimarrà
finanche sospesa nella sentenza della Corte di Assise di Catanzaro
che il 23 febbraio 1979 chiude il primo processo per la strage di
Milano. Di lui restano tracce negli atti ormai polverosi di una
storia mai conclusa del tutto e che ha in Giuseppe Pinelli,
ferroviere di fede anarchica, uno degli aspetti più tragici. Quando
Antonio o Antonino Sottosanti, più conosciuto negli ambienti che
frequenta con l'appellativo di Nino il fascista, resta impigliato
nelle prime indagini sulla strage, ha quarantadue anni e una vita -
se non avventurosa - più che movimentata alle spalle. E' un uomo
che ha fatto mille mestieri, spostandosi tra Italia, Germania e
Olanda, con una puntata triennale nella Legione Straniera dov'era
fuggito nel '59 dopo un matrimonio e una figlia. Ondivago ma non
troppo nelle sue simpatie politiche, Sottosanti è un uomo d'ordine,
"passa di volta in volta dall'Msi al gruppo delle "camicie
verdi", poi alle SAM (squadre d'azione Mussolini) quindi alla
CNR (costituente nazionale rivoluzionaria, capeggiata dal
trafugatore della salma di Mussolini) e infine approda alla Nuova
Repubblica di Pacciardi"(5). Del duce è un fanatico
ammiratore, tanto dal tenerne un'immaginetta nel portafogli, ma tra
l'estate e l'autunno del 1969 si converte all'anarchia, una
conversione forse non del tutto inopportuna.
L'aria della provocazione tira forte su Milano, in quei giorni.
Sottosanti "si presenta agli anarchici con una sola carta da
visita: un periodo tra i provos di Amsterdam, per imparare a
fabbricare e usare le bombe fumogene"(6). E' così che conosce
Pino Pinelli, animatore del circolo del Ponte della Ghisolfa, uomo
mite e portato a fidarsi del prossimo con molta faciltà, tanto da
affidare al nuovo arrivato la consegna di pacchi e danaro per i
compagni incarcerati a San Vittore. Ce ne sono diversi in galera, di
loro, in quel momento: il 25 aprile, alla Fiera di Milano, sono
scoppiate due bombe e gli "indizi" raccolti hanno portato
al fermo di una quindicina di anarchici. Fra di essi c'è anche Tito
Pulsinelli, arrestato per aver abbandonato un pacco dinamitardo
davanti una caserma di Pubblica Sicurezza in corso Magenta.
Quando Sottosanti avvicina Pinelli, ha da poco lasciato il posto
di custode della sede di Nuova Repubblica, in via San Maurilio, per
trasferirsi in Sicilia. Ciò non gli impedisce di fare frequenti
trasferte a Milano, avendo dei parenti che risiedono a Pero dove va
a pernottare. I rapporti con Pinelli sono abbastanza buoni anche se
la moglie del ferroviere non li digerisce per niente - e ha ragione
- perchè Sottosanti non ha affatto cambiato idea, crede in
Pacciardi ed è convinto che con lui "si arriva prima a
Roma"(7). Inoltre, la sua disinvoltura nel bazzicare tanto i
neofascisti che gli anarchici puzza di provocazione, soprattutto la
sua amicizia con Serafino Di Luia e Giorgio Chiesa - due ultrà di
destra - è sospetta, i tre sono stati anche vicini di camera nella
pensione dove Sottosanti alloggiava. La situazione dell'amico di
Pinelli in carcere, intanto, non si sblocca e Sottosanti propone di
testimoniare in suo favore, una falsa testimonianza, per scagionarlo
procurandogli un alibi che lo discolpi dall'affare di corso Magenta.
Pinelli ci pensa, è perplesso, ma Nino il fascista è l'unico che
può tirar fuori di galera Pulsinelli, proprio la sua estraneità al
mondo anarchico è una garanzia di buonafede per i giudici, e
purtroppo accetta. Il mattino del 12 dicembre Sottosanti si presenta
a casa Pinelli per pranzare e incassare le quindicimila lire di
rimborso per la sua prestazione a favore di Pulsinelli. Sono le
11,30. Pino dorme ancora quando lui arriva, ha fatto il turno di
notte alla stazione ed è rientrato alle sette, ma si alza e prepara
da mangiare mentre la moglie, stizzita per quell'intruso, esce a far
la spesa. Il pranzo, poi, si svolge tra i silenzi di Licia Pinelli e
la domestica conversazione di Sottosanti con il capofamiglia, non si
parla comunque di politica. Alle 14,30 Pinelli e il suo ospite
scendono al Bar Fabiani, in via Morgantini, per un caffè. Pino
scambia qualche battuta con gli amici che notano quella faccia
nuova, una faccia che rammenta qualcuno, quindi i due escono dal
locale diretti alla vicina Banca del Monte per cambiare un assegno
firmato dal ferroviere. L'operazione dura pochi minuti, Sottosanti
intasca il contributo-spese e saluta Pinelli, ha una corriera per
Pero che parte da piazzale Cadorna alle quattro. Le lancette
dell'orologio segnano le tre appena passate. Trenta o quaranta
minuti più tardi, il tassista Cornelio Rolandi accoglie sulla sua
Fiat "600" multipla uno strano passeggero. L'uomo ha un
che di scostante, sbatte con forza lo sportello e, perentorio, dice
all'autista di dirigersi da Piazza Beccaria verso Piazza Fontana che
è distante poche decine di metri. L'uomo ha una borsa di pelle
nera, Rolandi la sbircia quando il passeggero gli ordina di fermarsi
e di aspettarlo, quindi costui scende di vettura. Passano pochi
minuti ed eccolo di ritorno, però quella borsa è sparita. L'uomo
rimonta e si fa scaricare all'angolo di via Albricci. Alle 16,37
Piazza Fontana è sconvolta da una spaventosa esplosione.
Alla fine del 1969 uno dei giornali più informati sulla
situazione italiana è il settimanale inglese The Observer. Questi
non solo ha prodigiosamente previsto con giorni d'anticipo (7
dicembre) la strage individuandone, peraltro, la matrice
neofascista, ma è anche al corrente che il maggior beneficiario
della strategia della tensione varata con Piazza Fontana è la
destra moderata, non quella estremista: "L'obiettivo è di
preparare le condizioni di una riforma costituzionale paragonabile a
quella introdotta da De Gaulle nel 1958"(8), per favorire
appunto il sorgere di una repubblica presidenziale di cui, in
Italia, proprio il movimento di Randolfo Pacciardi è tra i
principali sostenitori. La curiosa circostanza del periodico inglese
così ben informato è trascritta anche nell'istruttoria del giudice
Guido Salvini che per rinviare a giudizio, dopo trent'anni,
esecutori ed organizzatori dell'attentato, ha dovuto ricostruire
un'epoca. Scrive il magistrato che due testimoni, Edgardo Bonazzi e
Giampaolo Stimamiglio, già appartenenti alle cellule neofasciste
coinvolte nella strage, "hanno accennato ad un militante di
destra, sosia di Pietro Valpreda, che doveva entrare in azione a
Milano per chiudere il cerchio intorno alla vittima predestinata,
funzionando da controfigura certamente idonea ad essere riconosciuta
nella persona di Valpreda dall'ignaro tassista"(9).
Vittima predestinata non è il solo Valpreda ma anche, e
principalmente, Giuseppe Pinelli perché quando il ferroviere si
ritrova in questura la sera stessa del fattaccio, dopo aver seguito
di sua spontanea volontà il commissario Luigi Calabresi, non
immagina neppure in quale diabolico disegno è caduto. Costretto a
tacere del suo incontro con Sottosanti per via dell'alibi di
Pulsinelli, senza perciò molte frecce nel suo arco quando i
poliziotti gli contestano i movimenti che ha avuto nel pomeriggio,
Pinelli comincia a capire. Presto il gioco si fa duro e scoppia la
tragedia, il ferroviere precipita dalla finestra della stanza al
quarto piano di via Fatebenefratelli durante un interrogatorio
serratissimo nella notte del 15 dicembre. La versione del suicidio
non convince nessuno, "la chiave della tragedia resta affidata
alle sei parole pronunciate da un funzionario della polizia:
<Quando gli abbiamo detto quella frase...>"(10). Quale
frase? Non si saprà mai con certezza, forse un nome, un
riferimento, meglio ancora, un'illuminazione.
Antonio Sottosanti è uno che ha fatto mille mestieri, come già
detto. Non mancano, al suo attivo, alcune sortite nel mondo dello
spettacolo: comparsa per il cinema e generico per alcuni
fotoromanzi. La sua faccia è apparsa anche in un fotofumetto dal
titolo "Il cavaliere del fiume" pubblicato sul periodico
Bolero Film. Nulla di male, se i lineamenti dell'attore improvvisato
non ricordassero molto da vicino quelli di un altro. Ad un
giornalista che gli mostra una foto di scena con il volto di
Sottosanti, il tassista che ha caricato il misterioso passeggero
sulla sua vettura esclama: "Ma via, quella è una foto del
Valpreda ritoccata...". E' questa la prima reazione di Cornelio
Rolandi, il supertestimone d'accusa di Pietro Valpreda,
nell'osservare quelle fattezze (11). C'è davvero questa
somiglianza? C'è e come, le foto di Nino il fascista fanno il giro
delle redazioni senza che però riescano a comprovare uno scambio di
persona. Eppure, di sosia del Valpreda, in quel periodo ce n'è
almeno un altro che gira per Milano, si chiama Gino e frequenta il
Bar "Gabriele" di via Mercato. Forse, di queste
somiglianze, deve essersene ricordato anche il povero Pinelli, prima
di cadere da quella finestra. Quel che è certo è che il ferroviere
conosceva bene Valpreda, tanto da averci pure litigato, e alla
contestazione del suo nome per la strage non può non aver messo
insieme i pezzi: l'apparizione di Sottosanti, il suo offrirsi come
testimone dì Pulsinelli, l'assegno di quindicimila lire che da solo
bastava ad incastrarlo, sono tracce che portano ad una sola
conclusione.
Le somiglianze non si fermano qui. Ve n'è un'altra che riguarda
la cassetta metallica che conteneva la bomba collocata nella sede
della Banca Commerciale di Piazza della Scala, fortunatamente
inesplosa. A farla brillare ci penseranno gli stessi inquirenti,
distruggendo così una prova preziosissima. In un primo momento non
si capisce se insieme alla bomba sia brillata anche la cassetta,
poiché sembra che il modello faccia parte anche dell'arredamento
della sede in via San Maurilio di Nuova Repubblica, dove Sottosanti
prestava servizio come custode e che avrebbe trattenuto in conto
stipendio, "ma poi la cassetta originale salta fuori e i
sospetti si allontanano"(12).
La faccenda della cassetta, ad ogni modo, resta irrisolta almeno
per un aspetto: il numero di serie. Un rapporto della questura di
Milano del 17 dicembre 1969 afferma trattarsi di esemplare recante
sigla 13/4 A. Altra cifra è invece indicata nella perizia eseguita
dall'ingegner Teonesto Cerri, esperto in esplosivi. La sua relazione
stabilisce che la cassetta della Comit "è senz'altro del tipo
14/4"(13).
In questa discrepanza s'inserisce l'episodio di Amos Lassis, un
tizio - "forse" di origine greca - il quale all'inizio di
luglio del 1970 si presenta alla polizia per denunciare un
commerciante di Rossano, tale Enrico Karanastassis, che
confezionerebbe ordigni esplosivi su commissione e nel cui negozio
di ferramenta ha in deposito cassette dello stesso tipo di quella
repertata nella Banca Commerciale. Casa e negozio del titolare
vengono così perquisiti e si scopre che, accanto alla giacenza di
tre cassette metalliche "Juwell" e un timer dal quadrante
simile a quello fatto brillare dagli improvvidi artificieri, ci sono
anche numerose pallottole e cartucce da guerra non denunciate. Le
cassette fanno parte di un'ordinazione all'importatrice
"Parma" e sono il residuo di uno stock di otto esemplari
commissionati da Karanastassis. Questi esibisce copia di ordinazione
e fattura dicendo che le cinque cassette mancanti sono state vendute
a clienti occasionali, non identificabili. Viene perciò steso un
verbale di perquisizione da cui risulta che le tre cassette trovate
in deposito sono dei tipi 13/3, 13/3 A e 13/4. Tutto il materiale
non viene sottoposto a sequestro, in quanto "non si hanno
ragioni per ritenere che il soggetto svolga attività terroristiche
né che sia in contatto con gruppi o persone dediti al
terrorismo"(14). Fotocopia di ordinazione e fattura esibite da
Karanastassis è allegata al verbale, complicando ancora di più la
storia. L'ordinazione, infatti, parla di ben venti cassette
commissionate, mentre in fattura sono riportati dieci esemplari.
Tenuta per buona la fattura, esistono comunque due cassette in più
di quelle dichiarate dal commerciante.
Non è finita. C'è un modello, il 13/4 giacente in deposito e
non citato nei documenti contabili, che è del tutto simile a quello
adoperato per Piazza della Scala. Come se poi tutto questo non
dovesse bastare, anche l'articolo 14/4 citato dall'ingegner Cerri
nella sua perizia ricorda molto da vicino una delle cassette di
Karanastassis. Succede perciò che l'articolo 13/4, già assente su
ordinazione e fattura ma in dotazione al titolare del negozio, viene
trasformato in 23/4 nel rapporto della questura milanese del 7
luglio 1970: "il rapporto è firmato dal commissario
Calabresi"(15).
Anche Karanastassis e Lassis (o Lassi, italianizzato da alcuni)
vengono lasciati perdere, mentre l'indecenza del balletto delle
cifre non spiega come sia finita nella sede di via San Maurilio
quella cassetta presa in acconto dall'ex custode di Nuova
Repubblica. L'ipotesi che Sottosanti, una volta lasciato Pinelli,
sia arrivato a Piazza Beccaria per montare sul taxi di Rolandi allo
scopo di farsi "riconoscere" come Valpreda, non è tanto
peregrina ma i giudici non potranno dimostrarla. Però, se non c'è
prova che sia stato lui a salire su quella vettura, non vi è
neanche la "matematica certezza" (16) del contrario. Ciò
basta a far uscire per sempre Nino il fascista dai successivi gradi
di giudizio. Il gioco degli inganni, tra maschere e pugnali, si
conclude così. Non ne mancheranno altri nella nuova stagione
politica italiana segnando il momento più tragico della nostra
storia.
Note
(1) Pier Paolo Pasolini, "Contro i capelli lunghi",
Corriere della Sera, 7 gennaio 1973. Articolo contenuto anche in
Scritti corsari, Garzanti-Einaudi, Milano-Torino.
(2) Ibidem.
(3) Marcello Del Bosco, Da Pinelli a Valpreda, Editori Riuniti,
Roma, pag. 64.
(4) Ibidem.
(5) Ibidem.
(6) AA.VV., Le bombe di Milano, Ugo Guanda Editore, Parma, pag.
199.
(7) Ibidem.
(8) Fabrizio Calvi - Frederic Laurent, Piazza Fontana, Mondadori,
Milano, pag. 125.
(9) Ibidem, pag. 99.
(10) AA.VV., Le bombe di Milano, Op. cit., pag. 150.
(11) Ibidem, pagg. 127 e 230.
(12) Ibidem, pag. 199.
(13) Marco Sassano, Pinelli: un suicidio di stato, Marsilio
Editori, Padova, pag. 128.
(14) Ibidem.
(15) Ibidem.
(16) Sentenza della Corte di Assise di Catanzaro, 23 Febbraio
1979. Citato anche in: Giorgio Boatti, Piazza Fontana, Feltrinelli,
Milano, pag. 68.
Un candido massacro
Via Maqueda, ore 20. E' il 22 ottobre1970. La secentesca strada
palermitana, ora un ghetto di attività ai limiti del lecito, è una
strada malfamata quanto basta per assistervi, quasi ogni sera, allo
scoppio improvviso di baruffe e schiamazzi. E' qui che ha sede un
alberghetto - il "Sicilia" - gestito da Candido Ciuni, 44
anni, di Ravanusa. Il suo, per la verità, ha più l'aspetto di una
locanda che di un albergo, ricavato com'è da un appartamento di
dieci stanze con annesso salone. Un riparo alla buona, per coppiette
irregolari, ma forse anche per chi il riparo lo cerca per altri
motivi.
Proprio a quell'ora Ciuni sta rincasando, fa appena in tempo a
varcare l'androne quando l'intero quartiere piomba nel buio. E'
mancata la luce - mancherà per più di quindici minuti -
"presumibilmente" per un guasto, il tempo necessario per
accoltellare più volte il gestore del "Sicilia". Ciuni
cade a terra in un lago di sangue, è ferito tanto gravemente che i
suoi aggressori - due o forse tre persone - lo credono morto e si
dileguano. L'uomo però respira ancora, soccorso dai familiari viene
portato di corsa al Civico, l'ospedale di zona, e sottoposto ad un
lungo e delicato intervento al quale riesce a sopravvivere. Per il
momento, almeno.
L'agguato di via Maqueda sembrerebbe quasi un banale regolamento
di conti, proprio da ghetto di pensioncine compiacenti, eppure c'è
quel black-out durato un quarto d'ora a rendere nell'immaginario
palermitano e nel pigro lavoro d'indagine della Squadra mobile
l'idea di un'anomalia. La stessa circostanza si è verificata la
sera del 16 settembre, quando il giornalista Mauro De Mauro è stato
prelevato sotto casa ed è scomparso nel nulla.
Candido Ciuni si ristabilizza in pochi giorni, non apre bocca
sull'aggressione rifiutando di vedere i cronisti ed eludendo le
domande dei poliziotti. Costoro non ci pensano neanche a tenerlo
d'occhio, la stanza d'ospedale dove Ciuni e sua moglie sono allogati
rimane senza protezione. Si dirà poi che mancando contro di lui
"accusa di reato", il piantonamento sarebbe stato non solo
inutile ma ingiustificato: una motivazione che ha del paradossale
perché Ciuni, sia pure con la bocca cucita, qualche segnale lo
emette. Ed è un segnale di paura, di malcelato terrore che si
manifesta ogni sera nella precauzione di far chiudere a sua moglie -
Antonina Orlando - la porta della stanza che li ospita al Civico a
doppia mandata.
Si arriva così al 28 ottobre. Ciuni dovrebbe essere dimesso
l'indomani, ma quella sera stessa , alle 22,30, quattro persone in
camice bianco si presentano al portone dell'ospedale. Il custode,
scambiandoli per quattro sanitari, li fa entrare e si ritrova con la
canna di una pistola puntata alla faccia. Uno dei quattro gli ordina
di stendersi a terra mentre gli altri si avviano alle scale, sanno
già dove dirigersi - alla stanza numero 6 - però non basta.
Afferrano l'infermiere di turno intimandogli di bussare alla porta
dei Ciuni: "Di' che c'è il medico per una visita di
controllo"(1). La scusa potrebbe anche non funzionare, ma è
già pronto il rimedio. Un'ascia da pompiere spunta da sotto il
camice di uno dei killer pronta per abbattere la porta. Col cuore in
gola l'infermiere bussa e Antonina Orlando, riconoscendone la voce,
gira la chiave nella serratura. La porta si spalanca con un calcio,
il commando irrompe nella stanza fra le urla della donna gettata a
terra e spara un'infinità di colpi contro Ciuni, massacrandolo.
Poi, a passo di corsa, i tre rifanno il percorso, raggiungono il
compare e spariscono nel buio.
L'assalto all'ospedale civico, vera e propria azione militare, ha
un effetto dirompente. Angelo Vicari, capo della Polizia, vola nella
notte a Palermo mentre posti di blocco sono allestiti in tutta la
zona occidentale dell'isola. Furioso con i suoi uomini per la
micidiale trascuratezza verso la vittima, Vicari è soprattutto
inquieto per i significati nascosti del delitto Ciuni. Forse, da
buon siciliano, avverte il segno intangibile di un collegamento fra
quella uccisione e il sequestro di Mauro De Mauro. Ma ne avrebbe di
ragioni, il capo della polizia, per inquietarsi davvero se sapesse
ciò che si va addensando per dicembre, addirittura un golpe. Un
golpe che vede coinvolti pezzi dello stato, neofascisti e uomini
d'onore, questi ultimi pure con il compito di farlo fuori senza
complimenti.
I principali quotidiani di Palermo riportano il giorno dopo,
giovedì 29 ottobre 1970, tutti lo stesso commento: "Se Candido
Ciuni fosse morto sette giorni fa, il caso sarebbe stato archiviato
come un delitto qualunque, di quelli che possono capitare in
qualsiasi città (...) Eppure Ciuni sapeva di essere stato
condannato a morte. Perché non ha voluto fare i nomi degli
assalitori di mercoledì dell'altra settimana? Accusandoli, avrebbe
coinvolto anche se stesso? C'è da supporlo. Secondo lo staff degli
investigatori, Ciuni doveva essere legato ai suoi primi assalitori
e, poi, agli assassini da un grosso segreto. Forse qualche fatto di
sangue, forse qualche cosa di più grosso"(2).
Candido Ciuni vivo, comunque, non era di sicuro un sant'uomo. Ad
attestarlo sono i suoi precedenti penali: processato nel marzo 1959
presso il tribunale di Caltanissetta per truffa; diffidato dalla
questura di Agrigento nel giugno 1961; processato, ancora ad
Agrigento, per appropriazione indebita e falso in cambiali;
denunciato a Palermo, nel 1963, per ingiurie e lesioni a sua
sorella; denunciato di nuovo, nel 1967, per lesioni personali,
ingiurie e minacce. Piccoli reati, certo, ma proprio la loro bassa
entità indica nella sua uccisione qualcosa d'incongruo. Il
ferimento in albergo, ad esempio, paventato da Antonina Orlando come
assai improbabile contrasto d'interessi sorto fra suo marito e
alcuni concorrenti in affari, è irrapportabile alla mortale
sanzione del Civico. E difatti, quando Ciuni viene ammazzato
l'atteggiamento della donna cambia. Ad ascoltarla con attenzione ci
sarà un giudice istruttore particolarmente sveglio e preparato in
materia di mafia: Cesare Terranova.
Mentre i cronisti persistono nel sostenere che lo scopo in
entrambi le aggressioni era quello di uccidere proprio "per
evitare che prendesse corpo un pericolo, sino a quel momento
latente, per le persone di cui l'albergatore conosceva i
segreti"(3), Palermo si diverte col suo cinismo abituale sul
movente del delitto, appunto il grosso segreto. L'analogia con il
sequestro De Mauro, però, è tutta qui, in quell'aggettivo -
"grosso" - che racchiude la scomparsa del giornalista
vicino a qualcosa d'importante prima d'essere rapito. Sarebbe
istruttivo seguire la genesi di un'illazione, ma in Sicilia - e
soprattutto a Palermo - è difficile se non impossibile stabilirne
la provenienza. Le illazioni, si sa, alimentano a loro volta
chiacchiere, dicerie, malignità. Non ne mancano sul conto di De
Mauro, forse non del tutto disinteressate, ma sono altrettanto
assenti sul conto di Candido Ciuni. Quest'assenza non si spiega solo
con la marginalità del piccolo pregiudicato rispetto al giornalista
di punta, fa parte di uno stesso copione. Nessuno, tanto per dirlo,
si sforza di rilevare che lo stesso mestiere di Ciuni, titolare di
un infimo albergo in una zona di Palermo tutt'altro che tranquilla,
è anche uno dei mestieri più adatti per osservare (e riferire)
quel che succede nel sottobosco cittadino.
Nulla di scandaloso, quindi, se accanto all'attività di
albergatore l'uomo possa averne abbinata un'altra, forse occasionale
ma non rara in quel contesto, vendendo o cedendo qualche
informazione per non incorrere, magari, in certe noie per i suoi
trascorsi penali. Ma di questo non si parla. Si parla invece, a
proposito di De Mauro, di una strana circostanza in cui il
giornalista si sarebbe trovato poche sere prima di scomparire.
Di ritorno da una cena sul lungomare, egli avrebbe assistito in
macchina ad un violento alterco fra due protettori, sarebbe perciò
sceso dalla vettura per mettere pace fra i litiganti senza alcun
timore di finire accoltellato. E' nel carattere dell'uomo - si dice
- questo tipo di bravate, però l'episodio confermerebbe anche il
coraggio professionale che De Mauro aveva più d'una volta
dimostrato accostandosi a quel mondo che pure Ciuni conosceva,
talvolta proprio per trarvi confidenze per i suoi articoli. La
notizia esplosiva costata tanto cara al cronista, dopotutto,
potrebbe essere scaturita da lì, dai bassifondi. I primi indizi,
almeno. A conforto di un possibile collegamento fra l'uccisione di
Ciuni e il sequestro di via delle Magnolie c'è anche un nome,
quello di Giuseppe Di Cristina. E' Antonina Orlando ad accusarlo
quale mandante del delitto. La donna non soltanto ne riferisce il
nome al magistrato, ma altresì consegna a questi un effetto molto
personale, un paio di pantaloni: "Questi calzoni sono la prova
che il Di Cristina frequentava l'albergo "Sicilia", non
per alloggiare ma per prendere parte a riunioni con <quelli>
di Ravanusa. Questi calzoni me li diede un giorno perché io glieli
lavassi e stirassi"(4).
Dunque in quell'albergo si svolgevano riunioni - di che genere,
non lo sappiamo - con Di Cristina partecipe. Teniamo però conto del
periodo: estate-autunno 1970. Ma chi è, intanto, Giuseppe Di
Cristina? Per le anime belle è un galantuomo, funzionario della
tesoreria di una holding dell'EMS, l'ente minerario siciliano
presieduto dall'ex senatore Graziano Verzotto. Per i bene informati
è invece un uomo "di panza", di primissima panza,
capocosca di Riesi e nel direttivo di Cosa nostra. A guardare bene,
anzi, Di Cristina rappresenta qualcosa di più del mafioso
tradizionale, è un colletto bianco, uno che ha cercato la
rispettabilità oltre che il rispetto nel decoro professionale e nei
titoli accademici. Come lui è Stefano Bontade, laureato in
giurisprudenza, colto, massone e poco incline a simpatie verso gli
zappaterra di Corleone: i Liggio, i Riina e i Provenzano. E'
assodato, inoltre, che Di Cristina -compare d’anello di Graziano
Verzotto, suo testimone alle nozze - è ben conosciuto anche da
Mauro De Mauro che di lui ha scritto su una rivista in questi
termini: "Si prenda il caso del dottor Di Cristina, figlio del
defunto boss di Riesi e lui stesso considerato elemento di massimo
prestigio nel giro, assegnato per due anni al confino. Tornato a
casa ha trovato bella e pronta l'assunzione alla società mineraria
siciliana"(5). Al ritratto qui accennato, il giornalista
aggiunge i particolari legati alla lettera di assunzione firmata dal
segretario della Sofis, Aristide Gunnella, ma ciò non gli impedisce
di coltivare rapporti con il presidente dell'EMS fino al 14
settembre 1970. Verzotto, infatti, è una delle ultime persone che
De Mauro incontra. Qualche anno dopo, l'ex senatore scivolerà su
una storia di fondi neri subendo pure uno strano attentato per poi
eclissarsi in Libano e quindi in Francia. Tornerà quando le acque
per lui - quelle mafiose prima che giudiziarie - si saranno
finalmente chetate.
L'articolo di De Mauro è del 1968 e Di Cristina ha buona
memoria, ma al principio di quel settembre 1970 ci sono altre cose
che gli stanno a cuore. Cosa nostra, all'inizio dell'estate, ha
avviato contatti con strane figure, emissari del principe Junio
Valerio Borghese, ex comandante della X Mas di cui, guarda un po',
De Mauro ha in gioventù fatto parte. Quelle persone hanno offerto
all'onorata società la partecipazione ad un golpe, un colpo di
stato che dovrebbe mandare a piede libero parecchi picciotti e Di
Cristina ne è entusiasta, è uno dei boss più attivi nel perorarne
il progetto. Di avviso diverso è Luciano Liggio che ha buone
ragioni per diffidare di quel piano, prima fra tutte la certezza che
- in caso di riuscita - il prestigio del capofamiglia di Riesi e dei
suoi alleati avrebbe finito con lo schiacciare lui e i corleonesi.
L'operazione è prevista per la notte dell'Immacolata, 8 dicembre, e
uno degli obiettivi affidati agli uomini d'onore è Angelo Vicari,
il capo della Polizia. Le trattative vanno avanti fra luglio e
settembre, ma ancora oggi - a dispetto delle testimonianze dei
collaboratori di giustizia - i luoghi dove queste avvengono non sono
del tutto chiari.
Nel luglio 1970 la polizia stradale, in zona confinante, ferma
"un'auto di grossa cilindrata proveniente dalla Svizzera e
diretta a Milano"(6). A bordo ci sono cinque persone: Gerlando
Alberti, Tommaso Buscetta, Salvatore Greco, Gaetano Badalamenti e
Giuseppe Calderone. Un rapporto dell'FBI parla di un presunto
vertice tenuto a Zurigo al quale i cinque avrebbero preso parte per
la decisione di "importanti azioni criminose"(7). E' ben
strano, dunque, che nelle versioni rese quattordici anni dopo dallo
stesso Buscetta - nel frattempo divenuto il principale teste
d'accusa contro Cosa nostra - la Svizzera sia quasi del tutto
estromessa, al più è un luogo di passaggio suo e del solo
Salvatore Greco che, dal Perù, lo ha chiamato negli Stati Uniti per
la faccenda del golpe: "Greco mi disse che occorreva che
entrambi ci recassimo subito in Italia per un fatto molto
importante. Fissammo un appuntamento per Zurigo e io accettai
l'invito, nonostante che in Italia fossi latitante. A Zurigo, nello
stesso aeroporto, prendemmo a noleggio un'autovettura Volvo e ci
recammo direttamente a Catania"(8).
Spariscono da questa versione i nomi degli altri per ricomparire
- e nemmeno tutti - nel viaggio inverso, quello che dalla Sicilia li
fa spostare prima a Roma e poi a Milano. Lo spostamento a Roma
riguarda Calderone e Di Cristina che, insieme ad un gruppo di
massoni catanesi e palermitani, devono incontrare Borghese. Non si
capisce perché con loro non ci siano anche Buscetta e Greco, i
quali ripartono (sempre in macchina) da Catania per raggiungerli
nella capitale e proseguire insieme il viaggio verso Milano, allo
scopo d'incontrare Badalamenti, "allora al soggiorno obbligato
in un paese dell'Italia settentrionale"(9). Fra il verbale
della polizia stradale, il rapporto FBI e il racconto di Buscetta i
conti non tornano, il quadro è sicuramente confuso, gli spostamenti
non del tutto comprensibili e la presenza di alcuni è incerta. Ma
almeno su un dato non c'è discrepanza: in Sicilia, fra Catania e
Palermo, si sono comunque svolti incontri e consultazioni per
l'operazione prevista in dicembre. E' giusto allora domandarsi
perché mai Di Cristina tenesse riunioni nell'albergo di Candido
Ciuni, proprio in quel periodo e dimenticandovi persino i pantaloni,
anche se questa domanda, con lo scenario appena descritto, potrebbe
apparire oziosa.
Non è affatto oziosa, invece, l'anomalia del delitto Ciuni sotto
il profilo esclusivamente criminale: dal black-out in via Maqueda,
al mancato controllo in ospedale, fino alla
"consapevolezza" degli assassini – muniti di scure - che
già sanno verso quale porta dirigersi. E c'è di più. Un altro
dettaglio, anch'esso sibillino, è nel ritrovamento in quella stanza
d'ospedale di un bossolo calibro 9 inesploso. La stranezza è nel
fatto che i killer si sono serviti di armi a tamburo per far fuori
l'albergatore: tutte le ferite prodotte sul suo corpo appartengono a
pistole non automatiche, probabilmente usate proprio per evitare
l'espulsione di bossoli e più accurate perizie balistiche. Come si
spiega, perciò, quel proiettile di calibro diverso e adatto solo
per modelli d'automatica? Gli inquirenti dicono che il reperto può
essere caduto dalla tasca di uno degli aggressori e che questi,
nella baraonda, non se ne sia accorto. La spiegazione è semplice e
non occorrerebbe nemmeno ribattere che è strano portarsi dietro
munizioni inservibili, per armi diverse da quelle che si devono
usare. Ma, stranezza nella stranezza, sul bossolo repertato sono
anche riscontrabili tracce di polvere protettiva non conforme alla
normale produzione. E' soltanto un accenno, chi può mai badarci in
quell'autunno 1970?
Forse orecchie allenate ai messaggi, nessun altro. Di armi e
munizioni non convenzionali usciti da depositi clandestini se ne
parlerà soltanto vent'anni dopo e per una storia altrettanto
irrisolta: "Gladio".
Ma questa è già un'altra storia. Forse.
Note
(1) Giuliana Saladino, De Mauro. Una cronaca palermitana,
Feltrinelli, Milano, pag. 78.
(2) Estratto dai quotidiani Il Giornale di Sicilia e L'Ora, 29
Ottobre 1970 e gg. seg.
(3) Ibidem.
(4) Rosario Poma - Enzo Perrone, La Mafia. Nonni e nipoti,
Vallecchi, Firenze, pagg. 285-286.
(5) Riccardo De Sanctis, Delitto al potere, Samonà e Savelli,
Roma, pag. 82.
(6) Silvestro Prestifilippo, Mafia: quarta ondata, Guida, Napoli,
pag. 57.
(7) Ibidem.
(8) Silvestro Montanaro - Sandro Ruotolo, La vera storia
d'Italia, Pironti, Napoli, pag. 668.
(9) Ibidem, pag. 669.
Qualcuno in ascolto
"In questa Italia fallimentare anno '74 in cui manchiamo
veramente di tutto, dal credito all'acqua del lavandino, costretti a
invidiare alla Francia (tanto per guardare ai più vicini di casa)
perfino Giscard d'Estaing , scopriamo con soddisfazione che
finalmente abbiamo anche noi il nostro Maigret. E in vantaggio sui
francesi, visto che ne abbiamo due"(1).
Con l'ironia e l'eleganza che sempre distinguevano i suoi corsivi
su Paese Sera, così Berenice - al secolo, Jolena Baldini -
presentava ai lettori del quotidiano la coppia di giallisti Massimo
Felisatti e Fabio Pittorru, ideatori del poliziesco di costume con
più d'una venatura satirica. L'anno, il 1974, neanche a dirlo
sarebbe stato peggiore rispetto le carenze denunciate dalla
giornalista, specie sotto il profilo degli accadimenti politici. In
quel momento, Pittorru e Felisatti hanno appena pubblicato presso
Garzanti i due primi romanzi della serie "Qui squadra
mobile", già trasmessa con fortuna da mamma Rai. E uno dei due
romanzi ha un titolo ed una trama entrambi ispirati alla realtà del
momento: "Telefoni sotto controllo" (2).
La storia prende dichiaratamente origine dalla cronaca di quel
periodo, si parla cioè d'intercettazioni a scopo di ricatto operate
da inquietanti figuri che, nel libro, ricordano molto da vicino
quelli reali. Uno, in particolare, è addirittura un investigatore
privato con tanto di attrezzature sofisticatissime - almeno per quel
tempo - beccato in flagranza di reato e con tanto di tesserino dei
"servizi speciali". Ovvio che il godimento di quelle
pagine sia stato ben altra cosa per i lettori del 1974 che avevano
fin lì seguito il vero scandalo descritto con clamore da tutta la
stampa italiana, eppure chi vuol farsi un'idea – oggi - del clima
(o del tanfo) che si respirava allora faticherebbe a trovare le
fonti adatte perché quella storia sembrò ai molti un intrigo quasi
parodistico, un mistero buffo da commedia all'italiana, ma solo in
apparenza dal momento che in Italia gli scandali non nascono mai per
caso: c'è sempre qualcuno che li provoca.
La genesi dell'intera vicenda è infatti ancora oggi controversa.
C'era già stato, per la verità, un primo segnale di bufera nel
mese di febbraio del 1972, quando il leader socialista Giacomo
Mancini - preso di mira in una campagna denigratoria dell'estrema
destra - aveva alzato la voce in una riunione (3) del quadripartito
di maggioranza, presente Giulio Andreotti, denunciando il fenomeno
delle intercettazioni. Ma, al solito, non era servito a nulla.
Solo nell'autunno successivo la Procura di Roma si decide ad
avviare un'inchiesta promossa dal dottor Luciano Infelisi su
espressa denuncia di un cittadino dabbene, un probo cittadino che
però resterà senza nome, al punto che il presidente del Consiglio
- sempre Andreotti - crederà più tardi "di poter dire che le
indagini del pretore Infelisi sono nate da un'iniziativa del suo
capo-gabinetto"(4).
Il riferimento andreottiano è a Carmelo Spagnuolo, procuratore
generale presso la Corte d'Appello di Roma, noto più in là per i
suoi affidavit sindoniani e liaisons piduiste, poi estromesso dalla
magistratura. Anche il telefono di Spagnuolo, secondo Mancini, è
stato messo sotto controllo e questa è una buona ragione per
incazzarsi ed aprire il fuoco. Infelisi nomina perciò dei periti di
fiducia e già sembra partir male perché fra essi c'è il bolognese
Antonio Randaccio che l'estremista di destra Luigi Meneghin,
coinvolto in un'indagine sulle trame eversive, descriverà come
"provocatore e fascista noto a magistratura, polizia e
carabinieri"(5).
L'equipe di esperti messa in piedi da Infelisi non tarda comunque
ad accertare che l'intera rete telefonica capitolina è "una
ragnatela di radiospie"(6), cosa del resto già presunta per i
troppi apparati istituzionali che hanno provveduto, ciascuno per suo
conto, a seminare Roma di microfoni. L'aspetto grave, però, è per
la presenza dei privati. C'è un tale, Marcello Micozzi, che presta
servizio presso la SIP e nel tempo libero, per arrotondare, offre il
suo talento a chi ne ha bisogno, insomma è conosciuto negli
ambienti come installatore di cimici e di altri marchingegni
indiscreti. Micozzi è l'ultima ruota del carro, un manovale, ma è
anche il trait d'union fra gli organizzatori della rete
d'intercettazioni e i loro commissionari. Lui quelle radiospie
individuate da Infelisi e dal suo staff le ha installate per conto
terzi e uno di questi si chiama Bruno Mattioli, altro tecnico
elettronico con il quale ha lavorato a lungo.
Mattioli è a sua volta legato a filo doppio con un personaggio
che il grosso dell'opinione pubblica conosce già, in quanto si è
fatto apprezzare in una performance televisiva come gustoso
interprete di un commissario meridionale in uno sceneggiato tratto
da un libro di Piero Chiara. E' il detective Tom Ponzi.
Corpulento, stempiato, guance e occhi da mastino napoletano,
Ponzi è il più noto poliziotto privato d'Italia. Ma è anche
qualcos'altro. Non sono un mistero per nessuno le sue simpatie
politiche, tanto che dalla fine degli anni '60 pubblica un
giornaletto (7) col suo nome - Tom - che si occupa principalmente di
denunciare le infiltrazioni comuniste nei settori più delicati del
paese. Tra le amicizie consolidate del detective ci sono quelle con
Giorgio Pisanò - direttore del Candido, il settimanale fascista che
ha avviato la campagna diffamatoria contro Mancini - e di Gastone
Nencioni, senatore missino e grandissimo amico di Eugenio Cefis.
L'ombra di quest'ultimo, ritenuto il vero artefice dell'intrigo
telefonico, spunterà con insistenza nel corso della storia, ma per
il momento fermiamoci qui.
Micozzi, intanto, sotto interrogatorio non si è limitato ai nomi
di Mattioli e di Ponzi ma, con molta titubanza, ne ha chiamato un
altro in causa pur cercando di sminuirne il ruolo. Verso quest’ultimo,
il tecnico della SIP usa tutta la cautela possibile non per una
forma di riguardo ma perché sa bene che costui è il tramite
diretto con quel mondo parallelo che è meglio tener fuori dagli
schiamazzi. Si tratta di Walter Beneforti, già commissario di
polizia e collaboratore di Guido De Nozza, ex direttore degli Affari
riservati del Viminale. I due, alla fine degli anni ’50, erano nel
clan in guerra contro il questore di Roma Carmelo Marzano che non
aveva mai visto di buon occhio le imprese di De Nozza e soci, mal
tollerava l’esistenza di una polizia segreta e meno che mai l’ingerenza
della combriccola nei confronti della questura. Marzano aveva
perciò cercato di contrastare quella gente in tutti i modi e ne era
nata una faida, una delle tante fra i corpi d’apparato, che
riuscì a sconfinare nel piccante allorché qualcuno ebbe l’idea
di fotografare di nascosto il questore (sposato con prole) all’uscita
dalla sua garconniere in compagnia dell’amante. La foto, poi,
arrivò ad un giornale di opposizione - Paese Sera - che,
naturalmente, non esitò a pubblicarla. Marzano non fece una piega,
incassò il colpo e si preparò a cogliere il momento buono per
togliersi gli schiaffi dalla faccia. Con il pretesto di un
controllo, il questore inviò i suoi uomini a fare irruzione in un
ufficio di copertura del gruppo. E qui, dal piccante, si passò alla
farsa perché uno della cricca - il commissario Angelo Mangano -
cercando una via di scampo, alto e grosso com’era, si nascose
sotto un letto dal quale spuntavano le sue poderose estremità.
Tutti i presenti furono impacchettati e portati in questura.
La vendetta di Marzano pone fine all’attività di spionaggio
del clan De Nozza. Esso viene sciolto senza che però le carriere
dei suoi componenti ne risentano, Beneforti è trasferito a
Frosinone ma qualche anno dopo diventa capo della Criminalpol di
Milano. Nella capitale mancata ci resterà fino al 1971, anno in cui
rassegna le dimissioni dalla polizia: quella riconosciuta, perché
il suo ha tutta l’aria di un passaggio definitivo al settore delle
barbe finte. E infatti i rapporti con gli Affari riservati
continueranno - almeno sotto il profilo clientelare - per via d’una
partita di radiospie che Beneforti ha venduto al ministero degli
Interni, "ma solo per scopi didattici"(8), come
premurosamente sostiene un comunicato del Viminale quando l’ex
commissario finisce in carcere.
Tom Ponzi, invece, trascorre più giorni in clinica che in
galera: lui è uno tosto, non ci sta a farsi incastrare e non perde
tempo a scaricare su Beneforti e Mario Nardone le loro
responsabilità. E’ un anticipo su quello che potrebbe ancora dire
- e dirà - il nome di Nardone, anch’egli ex capo della
Criminalpol milanese e ora questore a Como. Furente per averlo
coinvolto, Nardone segnala ad Infelisi che Ponzi nasconde nei suoi
uffici di Lugano materiale molto interessante, i carabinieri vi
trovano dodici casse piene di bobine e di apparecchiature. I nastri
con le intercettazioni comprovano quale sia stata l’attività dell’investigatore,
molte di quelle bobine sono servite a sostegno delle campagne
scandalistiche di Candido e de Il Borghese e raccontano, tra l’altro,
"i retroscena dell’affare Pisanò e i legami con Cefis"(9).
La perquisizione si estende a Santa Margherita Ligure dov’è
ormeggiata l’imbarcazione di Ponzi. A bordo, i militi della
Benemerita sorprendono due collaboratori del proprietario mentre
sono in procinto di sbarcare altre casse di materiale
compromettente. All’interno del panfilo c’è anche una
sala-radio che ha del fantascientifico. Nella foga del rilancio,
però, Ponzi commette l’errore di nominare in un’intervista un
personaggio sconosciuto ai più in quel momento, ma che farà
precipitare la situazione. Giorgio Fabbri, questo il nome, è un
avvocato che risulta notaio nella Repubblica di San Marino ma che
svolge anche altre attività a latere, non ultima quella di
confidente - sia pure occasionale - della Guardia di Finanza. Certo
è che i quattrini, dice Ponzi, l’avvocato li avrebbe fatti non
con le sue consulenze legali bensì con l’ausilio di Beneforti e
di Mattioli. Il segugio non aggiunge altro ma ciò basta a provocare
una reazione a catena che scoperchia uno scenario indecoroso. Prima
è il turno di Nicola Di Pietrantonio, un collaboratore di Fabbri,
poi è lo stesso Mattioli a descrivere le imprese dell’avvocato.
Nei primi mesi del 1970, Fabbri gli avrebbe commissionato una
radiospia chiedendogli delucidazioni sul suo impiego. Quel
giocattolo è servito a spiare le conversazioni di Nicola Chiatante,
direttore generale dell’Anas - l’azienda nazionale autostrade -
allo scopo d’intercettare in anticipo i numeri delle aste e
rivenderli alle ditte concorrenti. Gustoso è anche il modo in cui
la cimice sarebbe stata piazzata sotto la scrivania di Chiatante:
uno dei due, Fabbri o Mattioli, si sarebbe chiuso nei gabinetti dell’Anas
aspettando l’orario di uscita del personale per quindi agire con
tranquillità. Le audizioni occulte durano ben nove mesi poi succede
qualcosa di strano, Fabbri - usando lo pseudonimo di "Pontedera"
- si rivolge in forma anonima alla Finanza invitandola a prendere
con le mani nel sacco il direttore dell’Anas che lui avrebbe
intrappolato con un finto ricatto. Non si capisce per quale motivo l’avvocato
decida di compiere un passo del genere, dal momento che lui stesso
è coinvolto nell’intrallazzo. Viene fuori perciò il sospetto che
sia stata proprio la polizia tributaria -spinta dal ministro alle
Finanze Luigi Preti, socialdemocratico di destra- a mettere
preventivamente le mani su Fabbri prima che costui fosse roso dall’onestà.
Comunque sia, altri sospetti si addensano intorno alla versione
della radiospia collocata nell’ufficio di Chiatante senza che vi
fossero anche delle complicità interne all’azienda. Qualcuno,
infatti, avrebbe dovuto tenere in funzione quell’apparecchiatura e
inoltre provvedere in extremis a manipolare i numeri delle aste per
favorire le offerte delle ditte compiacenti. E’ una storia,
insomma, che non sta in piedi e meglio quadrerebbe se gli imbrogli e
le pastette dell’Anas fossero serviti come fondi neri, canali di
alimentazione ad un certo partito o ad una certa corrente politica
invisa pure all’onorevole Preti.
Da qui è facile risalire al come e al perché degli attacchi di
Giorgio Pisanò nei confronti di Giacomo Mancini, ministro dei
Lavori pubblici. Il direttore del Candido, che prima ha ricattato
Cefis con una vecchia faccenda sul passato partigiano del presidente
Montedison (10), ha poi da questi ottenuto contributi sostanziosi
per la sua rivista. Di conseguenza, dopo aver attaccato Cefis, passa
ad un altro obiettivo e comincia a chiamar ladro Mancini ribadendo l’insulto
persino su manifesti a caratteri cubitali che ha fatto stampare e
affiggere sulle mura di mezza Italia. La manovra è dovuta al fatto
che il socialista Mancini è uno dei pochi leader politici che si è
opposto e si oppone con vigore alla scalata irresistibile di Cefis,
da lui definito come "uno degli uomini più pericolosi per la
democrazia italiana"(11).
Che il signor Eugenio Cefis sia un uomo pericoloso non è il solo
Mancini a pensarlo. Molti anni dopo, in un’intervista postuma,
Aldo Ravelli -uno dei maghi della Borsa italiana- farà delle
allusioni pesantissime sul conto dell’ex faraone della chimica
fuggito in Canada nel 1977: "Conosco con precisione quello che
è avvenuto. Stavano per arrestarlo. E non per storie di tangenti
ante litteram. I motivi erano molto più gravi, importanti. Deve
ritenersi fortunato che non l’abbiano fatto. Secondo me, in quella
primavera del 1977, stavano per arrestare anche lui, Fanfani.
Proprio nei mesi precedenti a quando Cefis annunciò l’uscita
dalla Montedison"(12).
Ravelli allude, su insistenza del suo intervistatore, a disegni
autoritari in cui sarebbero stati coinvolti "ufficiali e
generali dell’esercito e poi una parte dei carabinieri"(13).
Se con Amintore Fanfani i rapporti sono buoni, quelli con i
carabinieri dei corpi speciali sono addirittura eccellenti per Cefis,
basti pensare a Carlo Massimiliano Gritti, ex ufficiale, prima
"capo del servizio di sicurezza del Sifar per Enrico Mattei
quando era presidente dell’Eni"(14) e poi per il faraone che
seguirà alla Montedison.
Il caso delle intercettazioni telefoniche rischia di diventare la
punta di un iceberg d’intrighi che potrebbero portare molto in
alto, magari nella direzione indicata da Ravelli, e non sorprende
affatto che la vicenda sarà infine insabbiata dalla stessa Procura.
Questa provvede a bloccare la trasferta d’Infelisi a Lugano, dove
sono state repertate le casse di Ponzi, in seguito alla visita di
Gastone Nencioni (legale di Cefis) al dottor Spagnuolo. Dopo quel
colloquio, il procuratore manderà a Lugano - al posto d’Infelisi
- il giudice Romolo Pietroni, già allontanato dalla Commissione
parlamentare antimafia di cui era consulente per sospetti legami con
ambienti non evangelici. Sarà forse casuale, ma "pochi giorni
dopo il viaggio di Pietroni, salta fuori la notizia che le casse
sono state manomesse, quelli che non si trovano più sono proprio i
documenti più scottanti"(15). Non è ancora sufficiente. Negli
uffici di Milano dell’agenzia investigativa Ponzi sono state
smagnetizzate numerose bobine mentre un’altra, "l’unica che
conteneva prove consistenti a carico dell’investigatore"(16),
si dissolve sotto il naso di Infelisi dai locali della Procura.
Tra i nomi presi di mira dagli spioni spunta pure quello del
cavalier Attilio Monti, magnate dell’industria zuccheriera e dei
petroli nonché proprietario di numerosi quotidiani. Nella carta
stampata, anzi, il cavaliere ha cercato di creare - senza riuscirvi,
ma erano altri tempi e altri cavalieri - la prima grande
concentrazione informativa del Belpaese. Alla fine del 1969, Monti
possiede il pacchetto di maggioranza di ben cinque quotidiani e
connesse edizioni di supplemento: "un impero giornalistico che
vende (sono cifre accertate) 600.000 copie al giorno"(17).
Corre anche voce che il magnate stia trattando la partecipazione o l’acquisto
de Il Tempo di Angiolillo e che finanzi il Momento Sera di Roma.
Questo foglio, appena pochi anni prima, si è preso cura di
rilanciare il caso Wanninger trasformandolo nel caso Pierri e forse
quel finanziamento non è del tutto disinteressato. Ad ogni modo, la
storia del delitto di via Emilia riemergerà improvvisamente, non
prima però di far avere al cavaliere un segnale premonitore,
stavolta telefonico. A mandarlo è qualcuno che mette sotto
controllo la linea dell’appartamento bolognese di Monti. Questi si
rivolge perciò ad un altro detective privato, Alessandro Micheli,
titolare dell’agenzia "Mike Investigazioni" di Padova
che è a sua volta collegata con Walter Beneforti. Micheli,
"unito da qualche legame di parentela al petroliere amico di
Cefis"(18), presta il suo aiuto a Monti non si capisce bene
come. Il dato certo è che anche lui proviene dalle barbe finte, è
un ex maresciallo che ha prestato servizio presso il centro
controspionaggio di Padova agli ordini del colonnello Giorgio
Slataper. Curiosamente, quindi, ha contatti tanto con il Sid che con
gli Affari riservati e quando Beneforti sta per finire in gattabuia
vola a Roma presentandosi ad Infelisi per essere ascoltato. Il
pretore rinvia l’incontro al giorno dopo perché deve finire d’interrogare
Beneforti che quella notte stessa verrà associato alle patrie
galere. L’indomani Micheli arriva alla porta dell’ufficio d’Infelisi,
ma non ci resta per molto: vista la fine del suo amico si rende
uccel di bosco. Ci rimarrà per quattro anni e nemmeno un ordine di
cattura servirà a fargli cambiare idea.
Orba di prove e monca di testimoni l’inchiesta romana ha
fagocitato nel frattempo quella milanese che l’aveva preceduta di
poco ma con criteri molto più rigorosi. La Procura meneghina stava
per emettere trentasei mandati di arresto che vengono annullati con
il provvedimento della Cassazione, solerte nell'unificare le due
inchieste e affidarne le competenze alla Capitale. Del resto, se
quella benedetta indagine deve andare in porto, è meglio che vada
in un porto sicuro: pieno di nebbie, magari, però collaudato.
Infatti bisognerà aspettare il 1979 per la conclusione giudiziaria.
Due anni prima, nel 1977, quando Cefis è scappato, il Pubblico
ministero Domenico Sica ha chiesto il rinvio a giudizio per
cinquantaquattro imputati. Ne vengono concessi quarantacinque per un
totale di ventiquattro condanne e ventuno assoluzioni. Le condanne
più severe sono per Ponzi e Beneforti - che rimangono pur sempre
dei comprimari nella vicenda - ma che resteranno, come gli altri, a
piede libero.
Una fine già annunciata e, tutto sommato, esemplare. All’italiana,
appunto.
Note
(1) Berenice, "Presi a volo", I grandi servizi di Paese
Sera, Editrice il Rinnovamento, Roma, pag. 91.
(2) Massimo Felisatti - Fabio Pittorru, Qui Squadra Mobile,
Garzanti-Vallardi, Milano, pagg. 112 e segg.
(3) Panorama, 16 gennaio 1975. Contenuto anche in: Gianni
Flamini, Il partito del golpe, volume terzo, tomo primo, Bovolenta
Editore, pag. 233.
(4) AA.VV. Trent’anni di trame, supplemento de L’Espresso
n°14 del 7 aprile 1985. L’articolo è di Giuseppe Catalano (pag.
47).
(5) Flamini, Op. cit., pagg. 233 e 240.
(6) Catalano, Op. cit., pag. 47.
(7) Daniele Barbieri, Agenda Nera, Coines Edizioni, Milano, pagg.
159-160.
(8) Catalano, Op. cit., pag. 50.
(9) Ibidem, pag. 51.
(10) L’episodio è riferito da diverse fonti. Esso
riguarderebbe il periodo in cui Cefis era vicecomandante in Val d’Ossola
delle brigate partigiane all’ordine di Alfredo Di Dio, morto in un
agguato tesogli dai fascisti repubblicani. Sembra che Pisanò fosse
al corrente di particolari molto imbarazzanti su quella storia. Cfr:
Giorgio Galli, La regia occulta, Marco Tropea Editore, Milano, pagg.
117-118. Vedi anche: Eugenio Scalari - Giuseppe Turani, Razza
Padrona, Feltrinelli, Milano, pagg. 206-207, ora ristampato da
Baldini&Castoldi.
(11) Flamini, Op. cit., pag. 51.
(12) Fabio Tamburini (a cura di), Misteri d’Italia, Longanesi
&C., Milano, pag. 143.
(13) Ibidem.
(14) Flamini, Op.cit., pag. 50. Su Gritti è interessante l’accenno
di Ravelli in Misteri d’Italia (pag. 142) e quello di Galli in La
regia occulta (pagg. 101-102)
(15) Catalano, Op. cit., pag. 53.
(16) Ibidem, pag. 52.
(17) Paolo Murialdi, La stampa italiana del dopoguerra, Laterza,
Bari, pagg. 563-567.
(18) Flamini, Op. cit., pag. 51.
Mani rosse, ombre nere
In un romanzo di Joseph Roth ispirato alla figura di Lev
Davidovic Trotzkj c'è un personaggio che adombra quello di Stalin e
che l'autore ribattezza curiosamente con un nome italiano: Savelli.
Questi è descritto nel libro come un uomo gelido, privo di
sentimenti e tanto ieratico da definire se stesso un semplice
strumento al servizio di una grande idea, la rivoluzione. Ad essa,
Roth dedica la parabola del protagonista – Kargan - che finirà
esiliato da Savelli, una volta conquistato con lui il potere,
proprio perché il "mondo nuovo" è solo una variante più
orrenda di quello vecchio. Resta comunque il sogno, al povero Kargan,
l'utopia che neppure l'amarezza della disillusione riesce a
cancellare del tutto: "La gioia di avere un tempo sofferto per
una grande idea e per l'umanità continua a determinare le nostre
decisioni anche dopo molto tempo che il dubbio ci ha reso
chiaroveggenti, consapevoli e senza speranza"(1).
Non sappiamo se il dubbio renda davvero chiaroveggenti, ma è
certo che per alcuni il passaggio al disincanto non sembra affatto
un problema e tanto meno un trauma. Un altro Savelli - stavolta non
immaginario - fu editore dall'inizio degli anni '70 di numerose
opere ispirate alla sinistra di classe ed extraparlamentare per
approdare più tardi a sponde opposte, vituperate e censurate dagli
stessi libelli usciti un tempo dalle sue collane. E ce n'erano di
titoli, in quelle collane, entrati poi nella memoria. Basti pensare
alla "Strage di Stato" pubblicata in binomio con Samonà,
suo sodale che lo abbandonò presto per ragioni non note, oppure
quel "Porci con le ali" che tanto scalpore destò alla sua
uscita per linguaggio e contenuti.
Fermiamoci però al momento del distacco dei due fondatori della
casa editrice "Nuova Sinistra". Rimasto da solo al
comando, Savelli miete altri successi, spesso all'insegna di ciò
che allora si chiama controinformazione, genere tutto di parte su
fatti più o meno clamorosi. Uno di questi è il caso del rogo di
Primavalle, avvenuto a Roma nel 1973. In quell'anno, la notte del 15
aprile, l'intero quartiere è svegliato da una tragedia: sono
bruciati vivi due fratelli - Stefano e Virgilio Mattei, di otto e
ventidue anni - nell'incendio del loro appartamento. Non è una
disgrazia, qualcuno ha appiccato il fuoco attraverso l'ingresso
versando benzina e le fiamme si sono sviluppate subito in modo
violento. Per i due ragazzi, intrappolati nella loro stanza, non
c'è stato niente da fare; Mario Mattei, il capofamiglia, è invece
riuscito fortunosamente a salvarsi insieme alla moglie e alle due
figlie. Perché un atto tanto scellerato?
Perché Mattei padre è il segretario della locale sezione dell'Msi,
partito di estrema destra, e per di più in una borgata dove il
basso reddito pro capite (ventimila lire mensili) è sopperito da
tensioni e scontri politici elevatissimi. Ne sarebbe riprova il
messaggio sottratto alle fiamme da Anna Maria Mattei, madre dei due
sventurati, un cartello lasciato sul pianerottolo dagli attentatori
che parla di "giustizia proletaria": un'indicazione
generica più che una rivendicazione, ma basta e avanza.
Le indagini portano all'arresto di due aderenti a Potere operaio,
Achille Lollo e Marino Sorrentino, al loro fermo segue quello di
altri due militanti: Marino Clavo e Manlio Grillo. Costui, però,
non è solo un militante della stessa organizzazione, ma anche
membro del Direttivo nazionale della CGIL per il pubblico impiego.
Scoppia così l'affare Primavalle, le sinistre - Potere operaio in
testa – sostengono che le circostanze legate all'attentato non
sono chiare per niente, forse la tragedia è il risultato di una
faida interna alla sezione "Giarabub" dove sussisteva un
forte contrasto fra una parte degli iscritti e il segretario. Mattei,
infatti, è un moderato malvisto dai rautiani, l'ala più dura del
partito, e alla "Giarabub" non sono mancate risse ed
aggressioni contro di lui. E' una traccia che non viene approfondita
dagli inquirenti né dalla stampa moderata, ci pensa perciò il
collettivo di Potere operaio ad organizzare una controinchiesta che
Savelli pubblica con un titolo più che allusivo: Primavalle,
incendio a porte chiuse (2).
La formula del libro ripete quella della più nota edizione
stampata con Samonà sulla strage di Piazza Fontana, ma le
informazioni raccolte sembrano molto meno convincenti, tanto che
Savelli prende opportunamente le distanze dal documento politico
allegato al volume. Questi, ribadendo l'innocenza degli arrestati,
non lesina critiche alla sinistra borghese - e in allusione al
partito comunista italiano - formata da "gente che si permette
di chiamare provocatori e incappucciati gli operai che alla Fiat
bullonano i capi"(3), o attaccano e colpiscono in altre aziende
i dirigenti, secondo Potere operaio a giusta ragione. A queste
farneticanti argomentazioni che pure hanno trovato terreno, gli
estensori del documento aggiungono il sistematico lavoro di
demolizione del progetto di alternativa che il maggior partito di
opposizione, leader di quella sinistra sprezzantemente chiamata
"borghese", sta cercando di attuare. In questo senso, la
funzione anti Pci di Potere operaio si rivelerà davvero esemplare
nella sua coerenza.
All'esemplarità in negativo non corrisponde invece l'indirizzo
originario dell'editrice che pur ospitando voci non omologate aveva,
fino a quel momento, proposto opere più rigorose e comunque meno
ambigue: un segnale, forse, non necessariamente legato alla
rinnovata linea editoriale bensì allo stesso arcipelago della
"nuova" sinistra che sta cambiando e che proprio
dall'ambiguità, a volte, pare infettata non a caso. Ecco perciò
uscire a pochi mesi di distanza dal pamphlet su Primavalle un nuovo
libretto savelliano, curato da Lotta continua, che ha una genesi
molto particolare. Si tratta della ristampa di un opuscolo scritto
nove anni prima da Pino Rauti, Edgardo Beltrametti e Guido
Giannettini per conto del generale Giuseppe Aloja, il titolo è Le
mani rosse sulle Forze armate.
Nel 1966, quando Aloja ne commissiona la stesura ai tre
giornalisti di estrema destra, è in corso una delle tante guerre
invisibili fra le alte sfere del potere, più precisamente nello
Stato maggiore militare di Esercito e Difesa. Meglio ancora, fra
Aloja e il generale sibarita Giovanni De Lorenzo. Quale, il motivo
della discordia? Pare una diversa concezione strategica per arginare
l'avanzata delle sinistre. Aloja vuole un esercito ideologizzato
nell'anticomunismo e quindi organizza appositi corsi per le truppe,
detti d'ardimento, che "tendono a creare un particolare clima
psicologico ed etico che si stabilisce tra i frequentatori"(4);
De Lorenzo, invece, ritiene che per tenere a bada le sinistre è
"sufficiente disporre di un valido servizio segreto appoggiato
da una ridotta forza militare"(5).
In realtà, lo scontro fra i due generali cela motivazioni più
prosaiche, l'uno teme che l'altro lo scavalchi e lo estrometta dal
controllo che entrambi perseguono sulle Forze armate. La guerra va
avanti a colpi di fascicoli riservati e avvicendamenti dei loro
fedelissimi nei posti nevralgici finché Aloja, proprio per
rintuzzare le orchestrate rivelazioni fatte circolare da De Lorenzo
sulla stampa, ricorre all'autoapologia con il contributo di Rauti,
Giannettini e Beltrametti. Nasce così l'opuscolo in sua lode e
gloria, ma il generalissimo si accorge ben presto d'aver fatto uno
sbaglio - e grosso - con la pubblicazione e diffusione di quelle
paginette, più nocive che benefiche alla sua immagine. Sarà
l'ammiraglio Eugenio Henke, capo del Sid, il "rinnovato"
servizio segreto militare, ad occuparsi del ritiro e della
distruzione di tutte le copie reperibili de Le mani rosse, con buona
pace dei corsi d'ardimento.
Nel 1975 sono in pochissimi a conoscere la storia del libercolo
commissionato da Aloja, ma i nomi di Rauti e Giannettini sono più
che noti. Quest'ultimo, soprattutto, è diventato celebre come
l'agente Z del Sid, lo spione coinvolto nelle indagini sulla strage
di Piazza Fontana. Nel giugno 1974 è Giulio Andreotti a rivelare
pubblicamente che Giannettini lavora per i servizi di sicurezza e il
clamore è enorme. Nello stesso anno, il 4 dicembre 1974, il
giornalista Edgardo Beltrametti viene interrogato dalla magistratura
milanese in merito alle connessioni di Giannettini con le cellule
nere coinvolte nella strage. Al giudice, Beltrametti racconta anche
le vicissitudini legate alla pubblicazione de Le mani rosse, dicendo
tra l'altro: "Dopo alcuni giorni dalla pubblicazione, mi
chiamò l'ammiraglio Henke. Mi disse che la diffusione del libro
avrebbe potuto danneggiare le Forze armate e che era pertanto
opportuno che io intervenissi perché ne fosse bloccata la
diffusione. Ebbi l'impressione che Henke non sapesse che la
pubblicazione fosse stata voluta da Aloja... Ricordo però che
l'ammiraglio mi chiese quanto era stato speso per la pubblicazione e
io risposi circa due milioni. In effetti erano state tirate circa
diecimila copie. Parecchi di questi libretti, circa 700-800,
rimasero a casa mia in garage. Li ho indicati anche alla polizia
quando è venuta a fare la perquisizione"(6).
Copia del verbale d'interrogatorio di Beltrametti con le
dichiarazioni qui riportate, sarà rinvenuto nella documentazione
sequestrata dai giudici romani al generale Gian Adelio Maletti - ex
direttore dell'ufficio D del Sid - l'11 novembre del 1980. Dunque
Beltrametti è ancora padrone di numerosi esemplari del libro in
quel 1974, li indica chissà perché alla polizia e il Sid ne viene
a conoscenza. Sono dei dati che fanno riflettere perché trascorre
poco più d'un mese dall'interrogatorio del giornalista e l'editore
Giulio Savelli ripubblica prodigiosamente l'opera con un lungo
saggio introduttivo, avvertendo in una premessa: "Ai primi di
gennaio siamo venuti in possesso, in modo fortunoso, di una
fotocopia dell'edizione originale delle Mani rosse. L'esigenza
politica di pubblicare il libro il più rapidamente possibile ci ha
spinto a stamparlo fotografando direttamente le fotocopie, senza
ricomporre il testo"(7).
Com'è arrivato, sia pure in fotocopia, quel testo all'editore?
E' la commissione PID ("Proletari in Divisa") di Lotta
continua a vagheggiare una risposta in apertura della nuova
edizione: "Questo libro è stato reso possibile dal movimento
che si è sviluppato nelle caserme, costruendo i primi nuclei di
un'organizzazione di massa dei soldati di leva... Il movimento dei
soldati rivendica il diritto proprio, e della classe operaia, di
conoscere cose come quelle che abbiamo raccolto in queste pagine,
mettendo insieme frammenti di notizie e recuperando faticosamente
testi introvabili"(8).
Si deve perciò supporre che il recupero dell'edizione originale
sia da attribuirsi a qualche proletario in divisa, un simpatizzante
che in caserma si è imbattuto in quell'opuscolo, lo ha fotocopiato,
facendolo poi pervenire al movimento. Ma è plausibile che nelle
caserme circolassero ancora copie de "Le mani rosse"?
Certo, va riconosciuto a Lotta continua il merito di essere stata,
tra le formazioni extraparlamentari di quegli anni, una delle più
agguerrite in materia d'informazione antagonista e, dunque,
estremamente abile nel ribattere colpo per colpo tutte le
provocazioni ai suoi danni. Buon esempio è il caso Marco Pisetta,
un provocatore infiltrato nelle Brigate rosse di Curcio e
Franceschini, che in un falso memoriale reso agli agenti del Sid
accusa nel 1972 il movimento di Sofri, Pietrostefani e Bompressi
quale responsabile dell'assassinio del commissario Luigi Calabresi.
Pisetta non è nuovo alle delazioni, ha già collaborato in
maggio con i carabinieri e la magistratura per poi trasferirsi in
Austria. Raggiunto ancora dalla Benemerita, il 27 giugno rende una
nuova confessione nella caserma del Comando di Trento. Alla fine
dell'interrogatorio è rispedito oltre frontiera, ma non sarà
lasciato in pace per molto: il Sid lo recupera alla metà di
settembre prelevandolo e rinchiudendolo in una villa nei dintorni di
Salorno, in Alto Adige. Si noti che il recupero avviene quasi in
concomitanza con l'arresto, proprio al confine italiano, del
neofascista Gianni Nardi, indiziato per un certo tempo come il
killer di Calabresi. Nardi è arrestato il 20 settembre, il Sid
lascia libero Pisetta al principio di ottobre dopo aver ottenuto da
lui il memoriale che arriva alla stampa di destra. Ma ecco il colpo
di scena. Pisetta, tornato libero, ha scritto un contromemoriale
ritrattando tutto ciò che ha raccontato nel primo, ottenuto con il
ricatto (e la dettatura) del Sid. Il settimanale ABC e il quotidiano
Il Giorno lo pubblicano a puntate, ma è soprattutto il giornale di
Lotta continua a sguazzarci con ricchezza di particolari e ludibrio
delle forze dell'ordine. Per il Sid e i carabinieri è un vero e
proprio smacco che, forse, non sarà mai dimenticato. Sedici anni
più tardi, infatti, la stessa accusa di Pisetta contro Lotta
continua per l'omicidio Calabresi verrà formulata da Leonardo
Marino, ma stavolta l'attendibilità del teste - pur messa in
discussione da molti - sarà presa sul serio.
Se si deve pur riconoscere l'abilità da parte del movimento nel
difendersi da attacchi e mistificazioni dei suoi avversari, è
tuttavia remota la possibilità che il libretto di Rauti,
Giannettini e Beltrametti sia potuto arrivare alla commissione PID
solo con l'ausilio dei compagni che prestavano servizio di leva.
Più plausibile è, invece, che qualcuno - interessato alla
diffusione - abbia voluto fruire o profittare dell'apporto
(volontario o meno) degli attivisti di una formazione politica di
prim'ordine nello schieramento extraparlamentare, di sicuro quella
che allora riscuoteva largo seguito tra i giovani. A sostenere la
tesi d'una possibile contiguità d'interessi provvede, giusto
vent'anni dopo la fine del movimento, un episodio di cronaca.
Vediamone le premesse. E' l'estate del 1996 e l'omicidio di Mauro
Rostagno, ex leader di Lotta continua ucciso a trapani il 26
settembre 1988, viene riaperto dalla Procura siciliana nell'ipotesi
di un delitto maturato nella stessa comunità di recupero dove la
vittima lavorava. Per anni si era pensato e sostenuto che Rostagno
fosse stato ucciso da entità mafiose della zona per il fastidio
provocato con le sue denunce televisive presso un'emittente locale,
finché diversi brogli e numerose irregolarità amministrative di
"Saman" - la comunità fondata da lui e da Francesco
Cardella, un personaggio alquanto discusso - non hanno portato i
giudici a considerare un'altra pista investigativa. Appunto, il
delitto "tra amici"(9). Elisabetta Roveri, ex convivente
di Rostagno, è arrestata per presunta complicità nell'omicidio
mentre Cardella si rende uccel di bosco. Frattanto, la vicenda
giudiziaria di Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio
Pietrostefani si sta avviando verso la conclusione più amara. E' in
questo frangente che l'avvocato Luigi Li Gotti, legale della
famiglia Calabresi, esterna un'ipotesi inquietante: Mauro Ristagno
potrebbe essere stato ucciso per ciò che sapeva sulla morte del
commissario in quanto, all'epoca, era nel direttivo di Lotta
continua. La data della sua uccisione, peraltro, coincide con
l'incriminazione dei tre imputati chiamati in causa da Marino e
tanto basta all'avvocato Li Gotti per tirare le somme: "Rostagno
non è morto di lupara. E' stato fatto tacere alla vigilia di un
interrogatorio sul caso Calabresi. Le prove? Chiedetele
all'onorevole Marco Boato, un altro ex leader di Lotta
continua"(10).
Nella furia delle polemiche scatenate dall'esternazione di Li
Gotti s'insinua la voce di un altro reduce, il giornalista Marco
Nozza, che in gioventù ha collaborato con il quotidiano del
movimento nel periodo in cui questo si stampava in una tipografia di
Roma, tipografia che in realtà era un paravento dei servizi segreti
americani. "Nozza - racconta in proposito il Corriere della
Sera - conduce il lettore in una strada nel cuore di Trastevere e
alle pendici di Monteverde Vecchio: lì, venticinque anni fa, c'era
una tipografia che stampava Lc ma anche Notizie Radicali, il Daily
American e la Nuova Repubblica, il settimanale di Randolfo Pacciardi
e Giano Accame. La proprietà, spiega Nozza, era dell'americano
Robert Hugh Cunningham, <uno dei capi della CIA di Roma>. E'
vero, ammette il giornalista, Lc pagava il lavoro di stampa, <ma
ci voleva molto a capire che quello che loro scrivevano faceva molto
comodo al signor Cunningham?>"(11).
Poiché Nozza non può essere smentito perché la storia della
tipografia è comprovata, la reazione acida dei suoi detrattori -
molti sono degli ex come lui - sfiora il ridicolo quando uno di essi
afferma che Cunningham era anche un uomo d'affari e per questo
"un conto era la sua attività di stampatore, un conto
l'altra"(12), come se fosse possibile una distinzione fra le
due cose. Più che legittima, perciò, rimane la domanda formulata
dal giornalista e che si collega alle circostanze rammentate intorno
alla ripubblicazione delle Mani rosse nonché al lungo saggio
introduttivo a quelle pagine. Ma a dispetto di ciò che vi afferma
la commissione PID su testi e frammenti messi insieme con fatica, il
lavoro d'introduzione è troppo ben documentato per non ispirare il
dubbio che sia stato il frutto di un altro affidamento opportuno,
così come è avvenuto - con tutta probabilità - per l'opuscolo
fotocopiato. Vi sono cioè dei passaggi che hanno vero e proprio
carattere di riservatezza e appare davvero strano che atti o
documenti di scuole di guerra, anche non ortodossa, siano potuti
arrivare sulla scrivania della commissione senza la compiacenza di
una matrice estranea al movimento.
Si prenda uno dei convegni sulla controguerriglia svoltosi a Roma
dal 24 al 26 giugno del 1971 presso l'Istituto di Studi Militari
Nicola Marselli, un convegno vieppiù "tenuto a porte
chiuse"(13) nella sua parte finale che vede come relatori
proprio Giannettini e Beltrametti. Nel saggio della commissione PID
si afferma che tutto ciò che viene enunciato in quella seduta
segreta "troverà puntuale realizzazione negli anni
successivi"(14), a cominciare da un programma strategico
riguardante aspetti delicatissimi come telecomunicazioni e fonti
d'energia: "Nell'estate del 1972, le ditte della ITT impiantano
2.400 linee telefoniche militari illegali, che sono in grado di
escludere le linee civili e tenere i collegamenti solo tra gli
impianti militari. Nell'estate del 1974 la società Telespazio, del
gruppo IRI e con partecipazione di altre industrie con capitale USA,
fa prove di oscuramento consistenti nell'isolamento dal resto del
mondo dei telefoni italiani. Nell'autunno del 1974 una serie di
black-out elettrici isola tutti gli impianti civili lasciando in
funzione solo quelli militari"(15).
Tenuto conto che il programma previsto dai relatori è stato
illustrato a porte chiuse, c'è da capire come hanno fatto i
compagni di Lotta continua a documentarsi così bene sui suoi
successivi sviluppi ed applicazioni. Si cita nel saggio, a tal
riguardo, il nome di una rivista militaresca, Fortuna Italiana, che
però è del 1971 e riporta un lungo articolo di Beltrametti sulle
conclusioni del convegno. Forse la citazione di Beltrametti non è
casuale, come non è casuale che alla fine del 1974 egli sia ancora
in possesso di numerose copie originali dell'opuscolo scritto con
Rauti e Giannettini. Forse non è neanche casuale che ne indichi la
giacenza alla polizia. Ma se alle casualità, quando sono troppe,
non bisogna credere, la conclusione sarebbe davvero imbarazzante.
Meno imbarazzante, dopo di allora, sarà il percorso editoriale (ed
umano) di Giulio Savelli che avrà sì altre sortite clamorose ma
più accorte. Nella seconda metà degli anni '80 il passaggio verso
ideologie più moderate sarà per lui quasi uno sbocco naturale.
Pazienza, poi, se per alcuni lo stesso passaggio si è rivelato
altrettanto proficuo da incrementare anche la già collaudata
intolleranza verso chiunque abbia il torto di non pensarla come
loro. Almeno in questo, dimostrando una coerenza ammirevole.
Note
(1) Joseph Roth, Il profeta muto, Adelphi, Milano, 1978, pag.
210.
(2) Nell'edizione savelliana non sono indicati né l'anno né la
tipografia dove il volume è stato stampato. La sua uscita è
tuttavia collocabile per la data apposta al documento di Potere
operaio che vi è allegato: settembre 1974.
(3) Ibidem, documento allegato con il titolo: "Un intervento
di Potere operaio".
(4) Giannettini - Rauti, Le mani rosse sulle Forze armate,
Savelli, Roma, 1975, pag. 88.
(5) Giuseppe De Lutiis, Storia dei servizi segreti in Italia,
Editori Riuniti, Roma, 1993, pag. 75.
(6) Giorgio Boatti Piazza Fontana, Feltrinelli, Milano, 1993,
pag. 219.
(7) Giannettini - Rauti, Op. cit., pag. 52.
(8) Ibidem, pag. 5.
(9) Per tutta la vicenda Rostagno vedi: Attilio Bolzoni -
Giuseppe D'Avanzo, Rostagno: un delitto tra amici, Mondadori,
Milano, 1997.
(10) Ibidem, pag. 117.
(11) Corriere della sera, 6 settembre 1996.
(12) Ibidem.
(13) Giannettini - Rauti, Op. cit., pag. 29.
(14) Ibidem.
(15) Ibidem, pagg. 29-30.
La pistola di Pecorelli
Di se stesso, in uno dei colloqui raccolti dal tedesco Ludwig e
destinato ai posteri, un Mussolini al culmine della potenza dice che
"nessuno può sfidare due volte la sorte e ognuno muore della
morte che corrisponde al suo carattere"(1). Frase compiaciuta,
quella del duce. Che non immaginava quanto fosse profetica. Eppure,
la frase, sembra condensare anche la vita (e la fine) di un altro
italiano, minore, certo, sotto il profilo storico ma crocevia dei
grandi misteri della Repubblica.
Carmine Pecorelli, detto Mino, la sorte l’aveva sfidata più di
due volte con i suoi articoli. Ed è morto esattamente nel modo che
lui stesso ebbe occasione di prevedere. Uno dei suoi pezzi, quello
che chiude la breve esperienza d’apprendistato del futuro
fondatore di OP presso il settimanale Nuovo Mondo d’Oggi, nomina
lucidamente il modello d’arma da fuoco che undici anni più tardi
- e per molti anni ancora - passerà come quello usato la sera del
20 marzo 1979 per farlo fuori.
A quel periodico legato ai servizi di sicurezza Pecorelli c’era
arrivato nel 1967, quasi quarantenne, dopo aver svolto senza
entusiasmo la professione forense. Nulla, anzi, gli avrebbe impedito
di diventare uno dei più quotati civilisti di Roma se avesse avuto
buonsenso. Quarant’anni, poi, sono molti per un debutto: è un’età
più idonea ai primi bilanci esistenziali che per l’esordio in un
mestiere poco raccomandabile, collocato in una dimensione parallela
che peraltro gli regala anche la fama di ricattatore. Sì, il suo
più che un passaggio è un paradosso, l’approdo da un’attività
in cui il segreto professionale è sacro a quello dove il segreto
diventa almeno qualcosa di opinabile. Ma il caso Pecorelli è pieno
di paradossi. Il più macroscopico è rilevato in un libretto che la
rivista satirica Il Male pubblicò come supplemento, oggi
introvabile, dove si sosteneva che "la pratica del ricatto
fosse l’unica che potesse garantire nel giornalismo l’autonomia
delle fonti di finanziamento"(2).
Paradossi a parte, tutti gli articoli pubblicati da Pecorelli
hanno ottenuto dopo la sua morte un esame minuzioso nella ricerca di
una possibile verità sulla sua fine. Il risultato è stato quello
di fissarsi sulla luna, non sul dito che la indica. Un dito che
assume appunto la forma di una canna di pistola e che spara per poi
dissolversi. Le oscurità su quella morte cominciano proprio intorno
all’arma, non vi è nulla di certo se non il calibro - una 7,65 -
e la marca di produzione dei proiettili sulla cui provenienza
parleremo più avanti. Meno sicura, intanto, è l’origine sfumata
sul modello usato dal misterioso killer, una Browning automatica,
che una volta messo in circolazione resisterà a lungo, tanto da
confermare segni e prodigi della scrittura pecorelliana e forse
qualcosa d’altro.
E’ comunque lui, Pecorelli, a parlare per primo di una pistola
Browning , certo minacciosa ma non più efficace "di un anello
di ametista per raccogliere un’informazione o far tacere un
testimone"(3). La citazione è contenuta nell’articolo
apparso nel 1968 su Nuovo Mondo d’Oggi, dove l’autore si occupa
per l’occasione dell’università Pro Deo - oggi Luiss - e del
suo rettore, il domenicano belga Felix Morlion. Più che un articolo
è l’annuncio di clamorose rivelazioni(mancate)su un intrigo che
investe alti prelati, spioni italiani e stranieri, grossi papaveri
della finanza, della politica e ancora "la Fiat, la
Montecatini, la Michelin"(4) in qualcosa anche di piccante,
visto che si parla pure di squillo. Insomma, ci va giù cosi pesante
che gli Affari riservati del Viminale s’incazzano imponendo la
chiusura della rivista. Pecorelli, che ne è comproprietario,
intasca una cinquantina di milioni e firma un’impegnativa dove
dichiara di starsene buono per almeno cinque anni: impegno che
naturalmente non rispetterà.
Nel mese di novembre del 1981 la polizia romana scopre in uno
scantinato presso lo stabile di via Listz 34, all’Eur, dove ha
sede la direzione generale dei servizi d’igiene pubblica del
ministero della Sanità, una vera e propria santabarbara. Nel locale
vengono repertate armi d’ogni tipo e fra queste "diciotto
pistole e revolver, un fucile a pompa, una carabina, una machine
pistole M12, un mitra Mab 38/42, un fucile mitragliatore Schmeisser
Mp40, un altro mitragliatore Sten MkII"(5) nonché diversi
ordigni esplosivi e – soprattutto - una partita di proiettili
marca Jevelot di produzione Nato, questi ultimi abbastanza rari in
Italia. Proprio due dei quattro proiettili sparati su Pecorelli
provengono da quel quantitativo e nell’arsenale scoperto dovrebbe
esserci anche la pistola che lo ha fatto secco. Quell’ira di Dio
appartiene alla famigerata banda della Magliana, un gruppo di
malavitosi che qualcuno definisce inquietante terminale di servizi
segreti, mafia siciliana, estremismo nero e massoneria inquinata.
Quando ancora anni dopo alcuni dei suoi componenti - scampati alle
sanguinose faide interne della banda - decideranno di collaborare
con la giustizia, verrà fuori che l’omicidio Pecorelli è stato
appaltato alla Magliana da Cosa nostra per conto dei cugini Nino e
Ignazio Salvo, preoccupati del fastidio che il giornalista arrecava
con i suoi articoli all’onorevole Giulio Andreotti e al suo
entourage.
Scartando il movente ancora al vaglio della magistratura e
prendendo per buona la matrice esecutiva, la storia di quella
pistola si complica. Sarebbe cioè stata usata la sera del 20 marzo
da un terrorista nero fiancheggiato da un mafioso. Questi, dopo l’omicidio,
avrebbe consegnato l’arma ad uno dei boss della banda, "quasi
si trattasse di un trofeo"(6). Non è chiara, perciò, la
provenienza d’origine dell’arma. Se ne conoscono tuttavia le
caratteristiche essenziali attraverso il racconto di Antonio Mancini
e Fabiola Moretti, due degli ex affiliati al gruppo che hanno
accettato di collaborare con i giudici. Entrambi hanno visto quella
pistola e la Moretti avrebbe vieppiù speso diverso tempo nella sua
manutenzione. Mancini la descrive come "un’automatica 7,65 (…)
munita di silenziatore (…) cromata, ossia color acciaio chiaro. In
più aveva dei particolari sul calcio che richiamavano l’attenzione,
come fossero disegni"(7).
Benché l’abbia maneggiata con cura per pulirla e lubrificarla,
Fabiola Moretti è addirittura incerta sul calibro della pistola
servita per liquidare Pecorelli: "Ricordo un’arma
semiautomatica 7,65 o 9. Ad occhio direi che era una calibro 9,
perché la ricordo piuttosto grande. Smontai la pistola e la
ripulii, avvolgendola in una camera d’aria da pneumatico"(8).
Molto più precisa è la circostanza raccontata dalla donna nella
quale, dopo la scoperta del deposito di via Listz, il suo convivente
di allora - Danilo Abbruciati - le chiede notizia della pistola che
ha pulito e se sopra possano esservi rimaste le sue impronte:
"Io naturalmente gli dissi che certamente c’erano e gli
chiesi come mai la cosa lo interessasse. Mi spiegò che quell’arma
ritrovata tra le altre al ministero della Sanità era quella usata
per uccidere Pecorelli"(9).
L’approssimato ricordo sul calibro dell’arma che la Moretti -
"ad occhio"- rammenta di potenza più elevata, sembra
confortato da un altro pentito, Maurizio Abbatino, il quale attesta
che la banda della Magliana preferiva utilizzare bocche da fuoco
superiori al 7,65, "usato solo per scopo di difesa personale e
mai per operazioni"(10). E’ pur vero che l’omicidio non
viene compiuto da un elemento organico al gruppo ma da un esterno,
una deroga curiosa se si pensa che Abbruciati si prenderà il
disturbo di andare a Milano per sparare su Rosone e rimetterci la
pelle, però è strano che nessuno ricordi con precisione il modello
che, peraltro, è transitato fra lo stock di pistole trovate nel
deposito. Sull’arsenale, poi, rimangono irrisolte diverse
domande:da dove proviene il materiale? Chi vi aveva accesso, oltre i
malavitosi? In che modo quella partita di proiettili, tutt’altro
che comuni, è finita in via Listz? La risposta, in parte, la
fornisce ancora Abbatino: "Non so nulla di preciso circa la
provenienza delle munizioni utilizzate per l’omicidio Pecorelli.
Posso però dire che le munizioni di marca Gavelot (sic) calibro
7,65 rinvenute all’interno del deposito del ministero della
Sanità, potevano provenire o da un borsone d’armi consegnatoci
personalmente da Danilo Abbruciati e lì custodito, oppure
depositate in quel luogo da Massimo Carminati"(11). Quest’ultimo
è il nome del neofascista che -secondo le testimonianze dei
pentiti- si sarebbe reso esecutore materiale del delitto.
Assente nelle dichiarazioni rese a verbale in istruttoria dagli
ex membri della Magliana, quel nome – Browning - sembra sbiadire e
dissolversi come una nuvola luciferina. Ma c’è un altro nome
nella vicenda Pecorelli che i pentiti si astengono dal pronunciare:
quello di Antonio Chichiarelli. Costui, falsario di talento e amico
di Danilo Abbruciati, ha un ruolo che gli compete tanto nell’affare
Moro che nel colpo miliardario alla Brink’s romana. Chichiarelli,
però, è anche l’uomo che si diverte a trasmettere strani
messaggi che hanno tutta l’aria d’essere occulti, seminando a
puntate reperti indecifrabili. Uno di essi riguarda proprio il
giornalista di OP, è una scheda informativa che contiene indirizzi,
carattere ("molto sospettoso") e spostamenti del soggetto
messo sotto traccia. Vi è indicata anche la scadenza tassativa
entro cui colpirlo a morte, con la precisazione che l’omicidio non
va rivendicato, occorre anzi depistarlo. Cosa che puntualmente
avviene.
Ma oltre ad essere falsario e rapinatore, Chichiarelli è anche
trafficante in armi. Un suo conoscente, Luciano Dal Bello, che
bazzica da informatore il Sisde, di lui attesta che le armi piazzate
alla malavita Chichiarelli se le procurava in luoghi inaccessibili.
Tra questi, la base militare Nato di Napoli (12). Quei proiettili
Jevelot sono fabbricati proprio su licenza Nato e forse si comincia
a capire meglio perché Abbatino non sa nulla di preciso sulla loro
provenienza.
Ciò che si continua a non capire è quale pistola ha sparato su
Pecorelli. Fra quelle rinvenute in via Listz, due risultano essere
modelli Beretta che possono eventualmente montare un silenziatore.
Premesso che una perizia ha stabilito che i bossoli rinvenuti la
sera del 20 marzo presentano "sul fondello un’impronta del
percussore caratteristica del modello Beretta ‘81"(13) e che
l’arma che ha sparato era silenziata, ciò non basta ad essere
assolutamente certi che sia quella la pistola usata dal killer.
Ulteriori perizie balistiche effettuate sulle pistole trovate dalla
polizia hanno avuto esiti negativi, e tuttavia la magistratura
giudicante non ha escluso "che nel deposito del ministero della
Sanità sia transitata l’arma in questione"(14). L’ipotesi
sospesa nasce da due valutazioni. Primo, perché dal momento dell’omicidio
alla scoperta dell’arsenale passano due anni e mezzo. Inoltre,
tutte le armi repertate presentano alterazioni - "per la
presenza di acidi"(15) - che ne impediscono un riscontro utile
fra il raffronto tecnico dei bossoli trovati vicino al cadavere del
giornalista e quelli sparati dalle pistole in comparazione dai
periti. Si rimane cioè nel vago, nell’opaco. E con questi dati
possiamo tranquillamente concludere che Pecorelli sia stato
ammazzato due volte, nello stile di quei misteri di cui lui stesso
è stato grande depositario.
Note
(1) Paolo Monelli, Mussolini piccolo borghese, Garzanti-Vallardi,
Milano, 1983, pag. 299.
(2) Piero "Zut" Lo Sardo, "Omicidio Pecorelli:
desiderio di stato", in Metropoli, anno 3°, numero 6,
settembre 1981, pag. 27.
(3) Ibidem, pagg. 28-29. L’articolo scritto da Pecorelli è
integralmente riprodotto nel pezzo che appare su Metropoli,
periodico legato ad Autonomia operaia. In esso, Piero Lo Sardo
sostiene che la morte del giornalista va collocata nel connubio tra
classe dirigente e massoneria - ipotesi peraltro non nuova nelle
piste d’indagine - che Pecorelli avrebbe affrontato in almeno due
occasioni: "La prima (quella del 1968 su Nuovo Mondo d’Oggi)
è comprato, la seconda (nel 1979, su OP) è ucciso". Va
altresì notato che Lo Sardo nomina in chiusura Gianni Baget Bozzo e
Giano Accame, entrambi nella rivista Nuova Repubblica del movimento
politico guidato da Randolfo Pacciardi, a sua volta legato ad un
progetto tecnocratico di una "nuova elite modernizzante"
in cui il "problema della struttura della classe
dirigente" va interpretato nel rapporto che essa può avere con
quei centri di potere sovranazionali fino ad entrare "in
simbiosi con essi".
(4) Ibidem, pagg. 28-29.
(5) Giovanni Bianconi, Ragazzi di malavita. Fatti e misfatti
della banda della Magliana, Baldini&Castoldi, Milano, 1995, pag.
188.
(6) Ibidem, pag. 161.
(7) Silvestro Montanaro, Sandro Ruotolo (a cura di), La vera
storia d’Italia, Tullio Pironti Editore, Napoli, 1995, pag. 597.
(8) Ibidem, pag. 623.
(9) Ibidem, pag. 623. A proposito del racconto della Moretti, la
donna precisa che Abbruciati adopera un’espressione brutale per
alludere alla pistola ("Lì ci sta l’abbacchio di Pecorelli").
Come è ben noto, l’abbacchio è una pietanza tipica di Roma che
si riferisce tanto all’agnello macellato ancora lattante che a
quello più coriaceo, appunto di pecora. Nel 1980 si apprende l’episodio
in cui Pecorelli, poco tempo prima della morte, si è incontrato con
Claudio Vitalone, Carlo Adriano Testi, Walter Bonino e Donato Lo
Prete in un ristorante della capitale per discutere il tema di un
suo articolo molto velenoso sul conto di Andreotti. La rivista
satirica Il Male ne prende spunto e pubblica in prima di copertina
una significativa vignetta dove il cadavere del giornalista viene
mostrato sotto forma di abbacchio fumante su un piatto da portata
che un giulivo cameriere si appresta a servire. Mentre una voce
fuori campo si rivolge impaziente al servitore ("Allora, arriva
o non arriva ‘sto Pecorelli?!), un’ulteriore didascalia avverte
che la cena si svolge in casa Vitalone. Il riferimento del
disegnatore all’abbacchio - sia pure involontario perché gioca
sul nome della vittima - rimane comunque curioso.
(10) Ibidem, pag. 630.
(11) Ibidem.
(12) Peter Willan, I Burattinai, Tullio Pironti Editore, Napoli,
1993, pag. 287.
(13) Sentenza della Corte di Assise di Perugia del 24 settembre
1999.
(14) Ibidem.
(15) Ibidem.
La lepre finta
Nelle cronache milanesi del 9 dicembre 1995 compare per l'ultima
volta un nome, quello del libanese Bou Chebel Ghassan, che al
momento della morte nessuno ricordava più. La notizia, quel giorno,
è già vecchia di alcune settimane quando viene pubblicata perché
Ghassan se n'è andato all'altro mondo sotto silenzio minato
dall'Aids, male che come il cancro (e la mafia) non perdona, ma
anche più idonee nel sottacere le circostanze di una fine. I
cronisti che vi accennano distrattamente, se ne fanno quasi
partecipi affermando che il soggetto, molto poco raccomandabile,
frequentava ormai da anni "pensioni di terz'ordine, ospite di
prostitute e travestiti"(1).
Lo scenario – forse - sarà anche vero, ma è un di più, una
forzatura che sembra voler accentuare il comprensibile riserbo non
intorno alla malattia bensì ai tanti, i troppi segreti che il
libanese s'è tirato dietro.
Il segreto più grosso è di sicuro racchiuso nell'uccisione del
giudice Rocco Chinnici, il capo dell'Ufficio istruzione del
tribunale di Palermo, saltato in aria con la scorta il 29 luglio
1983. Ed è significativo che proprio nelle date comincino le
contraddizioni. Se quella della morte di Ghassan non viene
specificata, ce n'è almeno un'altra che è contrastante: riguarda
la sua telefonata "anonima" avvenuta giorni prima
dell'omicidio di Chinnici per avvertire i funzionari della Squadra
mobile palermitana dello scadere di un gravissimo attentato. Qualche
giorno prima, si è detto, ma sulla data precisa esistono versioni
diverse. Quella più accreditata fissa al 10 di luglio la
segnalazione, una segnalazione generica, senza indicazioni ma di
certo allarmante. L'annuncio del misterioso telefonista
sull'imminenza di una strage che sarà compiuta con una vettura
carica di tritolo non specifica chi sia l'obiettivo, dice solo che
si tratta di qualcuno importante, un pezzo grosso: forse Falcone o
De Francesco "o chiunque altro avesse ficcato il naso negli
affari dei boss emergenti"(2).
Non è chiaro perché Ghassan avrebbe dovuto ricorrere
all'anonimato se, come si afferma nel suo epitaffio, proprio
"all'inizio di luglio viene agganciato dall'Alto Commissariato
Antimafia di Bruno Contrada ed Emanuele De Francesco"(3).
Ghassan è infatti già noto a parecchie persone degli apparati non
solo come trafficante di armi e droga, ma anche come informatore. E'
un uomo che "vanta ottimi agganci con la Criminalpol italiana,
con la Guardia di Finanza di Milano, con il servizio centrale
antidroga del ministero dell'Interno e anche con i servizi
segreti"(4). Tutto questo, però, non basta. Alle benemerenze
appena citate si dovrebbe aggiungere un requisito ancora più
inquietante. Sembra cioè che il libanese non sia estraneo neanche
alla struttura più impenetrabile della storia parallela italiana,
Gladio, di cui avrebbe fatto parte in almeno un'operazione:
"Nel 1986 viene creato il Gruppo operazioni speciali (GOS),
chiamato anche Nucleo K. La nuova struttura è dotata di forte
autonomia. Entra in azione durante il sequestro della Achille Lauro,
nella rivolta al carcere di Trani, nel dirottamento su Malta di un
jet egiziano. E nel sequestro Dozier. Nella medesima operazione è
presente anche Bou Chebel Ghassan, certamente informatore della
polizia. E' indicato da un'ufficiale della Finanza come
collaboratore del Sismi"(5).
Perché, dunque, il ricorso ad una telefonata anonima, ammesso
che ci sia stata davvero? All'autorità giudiziaria che raccoglie la
deposizione di Ghassan nell'istruttoria per il processo contro
Michele e Salvatore Greco quali mandanti della strage di via
Pipitone Federico, "non interessa fino a qual punto egli fosse
un leale confidente"(6) ed è un male, visto che i Greco - pur
criminali riconosciuti - non c'entrano con la morte di Chinnici, ma
questo si appurerà anni dopo. Intanto, però, il libanese già
indossa i panni della lepre finta, la stessa impiegata nelle corse
per ingannare i cani condizionati dal loro istinto di segugi, una
lepre eccellente nei depistaggi. Certo, la matrice dell'assassinio
di Chinnici è sicuramente mafiosa, ma nel massacro del 29 luglio ci
sono elementi che fanno pensare ad altre entità, quelle che il
giudice annotava nei suoi diari.
Carattere duro, spigoloso, quello di Rocco Chinnici. I diari che
lascia riportano passaggi stringati ma eloquenti dei suoi umori
spesso acidi, impietosi. Quella che però sembra un'irriducibile
protervia è soltanto il riflesso di un'angoscia, Chinnici siede
sulla stessa poltrona di Cesare Terranova, amico e collega carissimo
da lui sostituito quando questi viene ammazzato il 25 settembre 1979
proprio sotto casa, predestinazione comune ad entrambi. Come
Terranova, anche Chinnici è convinto che la mafia sia solo uno
degli elementi - il primo livello - di un disegno ben più ampio del
semplice scenario criminale e lo dice pubblicamente, commettendo il
suo errore più grosso, forse quello fatale: "C'è un filo
rosso che lega i grandi delitti, un unico progetto
politico"(7).
Intuito e passione. Mentre il primo segna un punto a suo favore
perché Chinnici ha voluto accanto a sé un giovane magistrato,
Giovanni Falcone, che si è fatto le ossa alla Sezione fallimentare,
è la sua incapacità di mediare a costargli la vita. Falcone,
fintanto che lui è vivo, ne condivide le idee benché sia più
accorto nelle esternazioni, sa che il gioco a carte scoperte
facilita gli avversari e muterà rotta - ma solo in apparenza -
qualche anno dopo. E' il gioco grande, quello delle menti
raffinatissime, ma Chinnici ci si butta a testa bassa lasciando
scoperte le spalle, riunisce in una sola inchiesta le indagini sugli
omicidi di Mattarella, Costa e La Torre con quello di Carlo Alberto
Dalla Chiesa, preparandosi a firmare i mandati di cattura per Nino
ed Ignazio Salvo. Ne preannuncia quasi l'arresto quando va a trovare
la vedova di Pio La Torre meno di venti giorni prima di saltare in
aria. La donna insiste, vuol saperne di più, e lui la rassicura:
"Si tratta solo di aspettare qualche settimana. Finalmente ci
siamo"(8).
Meno di venti giorni. Una concomitanza da lasciare allibiti se la
telefonata di Ghassan avviene davvero il 10 luglio. A raccoglierla
è Antonio De Luca, commissario della Criminalpol, lo stesso
funzionario il cui nome Chinnici trascrive il 27 gennaio 1981 nei
diari, a proposito di Pier Santi Mattarella. Parlando dell'omicidio
del presidente della Regione siciliana, il giudice annota che
Mattarella - al rientro da Roma dopo un colloquio con Virginio
Rognoni - ha confidato alla sua segretaria il timore di finire
ucciso per quello che ha detto al ministro e "che di ciò il
commissario De Luca ebbe a fare una relazione; il documento però
non è stato allegato al rapporto, per il veto dei
superiori"(9).
Interrogato in merito all'episodio, De Luca conferma che la sua
relazione "non fu allegata né trasfusa nel rapporto,
trattandosi di notizia confidenziale"(10), escludendo tuttavia
che l'omissione fosse dovuta al veto dei superiori. Si è trattato,
insomma, di una trascuratezza. Non ne mancheranno intorno alla
vigilanza sull'incolumità di Chinnici dopo l'avvertimento di
Ghassan. Nelle carte istruttorie (11) per il processo sulla strage
del 29 luglio, Ghassan spiega per filo e per segno come sono
avvenuti i suoi contatti con il clan dei Greco e come questi fossero
caparbiamente intenzionati a far fuori Chinnici con un omicidio
esemplare. Michele Greco, soprattutto, vuole che l'esecuzione sia
spettacolosa, mozzafiato. Sua, secondo Ghassan, è l'idea
dell'autobomba: "Ricordo che disse quasi testualmente
<salterà anche a Palermo come si fa nei vostri paesi e così
salteranno tutti e nessuno potrà fare testimonianza>"(12).
Al dibattimento, però, l'ambiguità del libanese viene fuori con
evidenza, tortuose restano le sue versioni sui rapporti che lo
legano ad esponenti di Cosa nostra, tanto che "più volte, in
aula, ritratterà le accuse a carico di Michele e Salvatore Greco,
denunciando minacce e presunti attentati alla sua vita in
carcere"(13).
Prosciolto dall'accusa di aver fornito esplosivo e detonatore per
l'attentato a Chinnici, Ghassan viene condannato per solo traffico
di narcotici, nell'autunno del 1987 è a piede libero. Forse la
pacchia per lui è finita perché dai grandi alberghi e donnine di
lusso passa a vivere in pensioni a buon mercato pur continuando a
registrarsi col suo vero nome e millantando sempre i gravi pericoli
per la sua collaborazione. Torna perciò a Palermo,
"denunciando nuovi complotti ai suoi danni"(14), poi
sparisce o viene fatto sparire fino all'estate del 1993.
Gli avvenimenti di quell'anno sono vertiginosi (15). Il 1993 si
apre con il preannuncio delle collusioni mafiose di Giulio Andreotti,
poi seguite dalla sua incriminazione vera e propria. Le inchieste su
Tangentopoli innescano una serie di suicidi, alcuni eccellenti. Il
18 febbraio viene trovato il corpo di Sergio Castellari, megamanager
delle Partecipazioni statali; il 20 luglio Gabriele Cagliari, già
presidente Eni, si uccide nel carcere di San Vittore; tre giorni
dopo Raul Gardini, il timoniere dell'impero Montedison, si spara
nella sua abitazione milanese. In questo frangente sembra riprendere
in pieno una nuova strategia della tensione: il 14 maggio - a Roma -
esplode un'autobomba in via Ruggero Fauro, ai Parioli, strada dove
hanno sede misteriose società di copertura in odore di servizi
segreti. Il 27 maggio un'altra vettura carica di esplosivo
parcheggiata davanti alla Galleria degli Uffizi, in via dei
Georgofili, causa la morte di cinque fiorentini. Infine, nella notte
fra il 27 e il 28 luglio, c'è un triplo attentato con la stessa
tecnica: uno a Milano, in via Palestro (ancora sei vittime), gli
altri due a Roma, davanti alla Basilica di San Giovanni in Laterano
e alla chiesa di San Giorgio al Velabro. Questi macelli saranno
attribuiti all'ala corleonese di Cosa nostra, estromettendo – al
solito - ogni altra entità.
La strage di via Palestro e lo scempio di Roma costano la
poltrona al prefetto Angelo Finocchiaro, direttore del Sisde, il
servizio di sicurezza civile. Ma la sostituzione non avviene
soltanto in conseguenza degli attentati, il Sisde è già nella
bufera da qualche mese per via di un'inchiesta della Procura romana
che ha accertato l'esistenza di fondi neri, cifre miliardarie che
alcuni spioni intascavano a proprio uso e consumo. Ad ottobre,
quando le barbe finte messe sotto accusa tenteranno di coinvolgere
nei loro intrallazzi alte personalità passate e presenti della
politica italiana e persino il Quirinale, la bufera diventerà
tempesta. Nel frattempo, già screditato dall'affare Contrada e
dall'inefficienza nel prevenire gli attentati, il Sisde pensa di
correre ai ripari con il redivivo Bou Chebel Ghassan, beccato in una
pensioncina del quartiere milanese di Città studi.
Per qualche anima bella, il libanese, è ancora una lepre finta
ideale. A suo carico c'è il fatto che risiede nella città
meneghina da abbastanza tempo per essere coinvolto nella strage di
via Palestro, per di più è un esperto in esplosivi già impelagato
nella morte di Rocco Chinnici. Quando però il suo nome viene
proposto come artificiere, la stampa non dà alcun credito
all'ipotesi che sia stato lui a collocare la bomba su quella
vettura, Ghassan è un rottame, uno che vive ormai di espedienti
più che di traffici. Il ripescaggio, tuttavia, non è solo una
goffa trovata per scaricare la responsabilità dell'eccidio su di un
penoso fantasma bensì, ancora una volta, il diversivo per coprire
con il suo nome quello di un altro personaggio, molto più temibile,
e il cui avvistamento proprio a Milano è avvenuto senza che nessuno
– ad eccezione del Corriere della Sera - vi facesse caso. Di chi
si tratta? Di un tale che risponde al nome di Eugenio Berrios, un
chimico cileno e spia prezzolata, attivo come agente della feroce
dittatura di Augusto Pinochet. Il signor Berrios è rimasto
pesantemente indiziato, tra l'altro, anche dell'assassinio di
Orlando Letelier, ex ministro del governo di Salvador Allende,
massacrato in esilio – guarda guarda - proprio con un'autobomba.
Sembra che il chimico sia un vero e proprio mago in materia di
esplosivi e la sua segnalazione in Italia lo fa fuggire a gambe
levate, tanto più che è stata preceduta dalla visita del direttore
della CIA in persona nell'ultima settimana elettorale prima del
Referendum per il voto maggioritario.
Coincidenze? Forse. O forse aveva ragione Ghassan quando, ai
giudici di Palermo che lo interrogavano, diceva di non poter
immaginare "che i funzionari di polizia, per prevenire un
attentato, avessero bisogno d'informazioni al minuto, come i bambini
col biberon. Un bravo poliziotto da una piccola cosa capisce
tutto"(16). Già. Sempre che ci sia la volontà di capire.
Note
(1) "L'Aids uccide il libanese dei misteri", Corriere
della Sera, 9 dicembre 1995.
(2) Benito Li Vigni, Omicidi eccellenti, Pironti, Napoli, pag.
326.
(3) Corriere della Sera, art. cit..
(4) Sandro Provvisionato, Misteri d'Italia, Laterza, Bari, pag.
269.
(5) Alfredo Galasso, La mafia politica, Baldini & Castoldi,
Milano, pag. 144.
(6) AA.VV. Mafia. L'Atto di accusa dei giudici di Palermo,
Editori Riuniti, Roma, pag. 294.
(7) Li Vigni, Op.cit., pag. 321.
(8) Francesco Misiani, Per fatti di mafia, Sapere 2000, Roma,
pag. 102.
(9) Alfredo Galasso, Op. cit., pag. 97.
(10) Ibidem, pag. 98.
(11) Contenute in Mafia. L'Atto di accusa dei giudici di Palermo,
cit., pagg. 294 e seg..
(12) Ibidem.
(13) Li Vigni, Op. cit., pag. 329.
(14) Ibidem.
(15) Per tutte le vicende legate al 1993 vedi: Fabio Andriola -
Massimo Arcidiacono, L'anno dei complotti, Baldini & Castoldi,
Milano.
(16) Corriere della Sera, art. cit..
Rumori di fondo
"Poco m'importa la menzogna
ma detesto l'inesattezza"
Samuel Butler
(Note-Books)
In quella spaventosa concentrazione di potere rappresentata
dall'informazione il peccato d'inesattezza sembrerebbe quasi una
banalità, una sorta di pedaggio dovuto alla massa di notizie che ci
bombardano. Eppure, proprio perché le imprecisioni eludono spesso i
controlli, c'è da chiedersi se davvero la natura dell'inesattezza
sia ascrivibile sempre e comunque all'involontario e al casuale. Ai
fatti raccontati dai media non può che corrispondere la loro stessa
virtualità proprio nei segni contraddittori - rumori di fondo
avvertibili e persistenti - che essi tradiscono senza che nessuno se
ne faccia interprete. Se anzi dovessimo scegliere un frangente in
cui questi rumori sono stati percepiti ma non raccolti, ci
basterebbe scorrere la cronistoria dei suicidi correlati a
Tangentopoli e, in particolare, quelli di Raul Gardini e di Gabriele
Cagliari.
Del secondo, citando la riapertura delle indagini sulla morte
avvenuta in carcere nell'estate del '93, il Corriere della Sera
riferisce due anni dopo che l'ex presidente dell'Eni "scriveva
spesso alla famiglia e alla moglie - Bruna Di Lucca - che a San
Vittore non è mai andata a trovarlo, perché Cagliari non
voleva"(1). Il corsivo è necessario, dal momento che il
lettore delle cronache sulla vicenda di due anni prima si trovava
ora, nel 1995, a dover scegliere fra il passare ad altri argomenti o
verificare la discrepanza avvertita nelle parole riportate dal
pezzo. Dov'era la discrepanza? Nel rifiuto di Cagliari di ricevere
visite della propria consorte oppure nell'affermazione che questa
non fosse mai andata a trovarlo?
All'indomani del 20 luglio 1993, tra i particolari riferiti dalla
stampa sulla tragedia di San Vittore, non manca l'accenno alla
domanda di scarcerazione ripresentata da Cagliari al giudice di
sorveglianza qualche giorno prima, né al colloquio con il suo
legale in cui questi, proprio quel mattino, avrebbe dovuto
comunicargli l'esito dell'istanza. Nella mancata visita si fa anche
il nome della moglie del detenuto: un errore? E' possibile che nei
clamori di quel 20 luglio, non essendoci tempo bastante per le
verifiche, nessuno abbia pensato all'inesattezza. O almeno, se
inesattezza ci fu, nessuno abbia pensato a correggerla. E'
altrettanto vero, però, che nel raccontare minuziosamente gli
ultimi istanti di vita di Gabriele Cagliari, i cronisti fornirono il
ritratto di un uomo che si era alzato, lavato e sbarbato con cura
per poi fare colazione, confidando ai compagni di braccio
l'imminenza del colloquio. Un colloquio forse inutile ma che
quantomeno - confermandogli il rigetto dell'istanza - avrebbe meglio
giustificato la sua decisione di farla finita. Poco più tardi, il
corpo viene ritrovato con la testa infilata in un sacchetto di
plastica stretto intorno al collo. Alla versione di un Cagliari
ritroso nel ricevere visite dei propri familiari, è abbinata la
strana e poco comprensibile metodica, da parte della signora Di
Lucca, nel distruggere la maggior parte delle lettere che il marito
le scriveva da San Vittore: "Gabriele me ne avrà scritte un
centinaio in quattro mesi di carcere. A casa ne avrò una decina,
forse"(2).
Fermiamoci un momento. La presenza epistolare non manca neppure
nella morte di Raul Gardini. Anche l'ex stratega del Gruppo Ferruzzi
lasciò una lettera prima di uccidersi a soli tre giorni di distanza
dalla scomparsa di Cagliari. A proposito dell'indagine avviata dal
giudice Scagliarini, sul dettaglio della lettera e sui punti
essenziali del suicidio si sofferma più degli altri il settimanale
L'Espresso i cui servizi vengono ripresi in questi termini:
"Compaiono anche alcune ombre nella ricostruzione della fine di
Raul Gardini. La pistola sarebbe stata trovata su uno scrittoio
sulla parete opposta rispetto al letto sul quale si è sparato. Il
magistrato incaricato dell'inchiesta, conferma la posizione
dell'arma ma non ritiene che si tratti di un giallo, i soccorritori
hanno sconvolto la scena del suicidio. Qualcuno avrebbe quindi tolto
l'arma dalle mani dell'imprenditore morente per spostarla. Chi?
Il giudice non vuole fare nomi. Ma altri dettagli insinuano nuovi
dubbi. C'è una lettera al pool Mani pulite in cui viene offerta
piena disponibilità. Lettera che, secondo L'Espresso, sarebbe stata
completata la notte prima del suicidio. Ma se era pronto per
l'interrogatorio, perché Gardini si è ucciso? Anche in questo caso
gli investigatori non pensano si tratti di un elemento
chiave..."(3).
Completare non significa necessariamente finire ciò che si è
cominciato ma altresì aggiungere ciò che manca a qualcosa. Stando
all'ambiguità del termine adoperato dal cronista, l'ipotetica
aggiunta alla lettera di Gardini potrebbe anche non essere
attribuita al morto, impressione confortata peraltro dal fatto che i
soccorritori hanno sconvolto la scena del suicidio. Ma quello di
togliere l'arma dalle mani di un moribondo che si è appena sparato
è un gesto naturale, un gesto che non sconvolge un bel niente se
non si vuol suggerire dell'altro. E cioè che Gardini possa essersi
sparato a quello stesso scrittoio sul quale era posata la pistola e
dove, con tutta probabilità, ha scritto la sua lettera. Che poi sia
stata la mano di Gardini a completare lo scritto, la mano di qualcun
altro o, peggio ancora, che Gardini sia stato costretto a scrivere
ciò che ha scritto sotto la minaccia dell'arma, è un discorso
troppo compromettente persino per i giornalisti.
Torniamo a Gabriele Cagliari. Come in Gardini l'incongruenza del
suicidio è affidata ad una lettera in cui dichiara la sua
disponibilità a collaborare con la magistratura, nella morte del
detenuto di San Vittore la contraddizione può essere colta non
tanto e non solo in quel colloquio mancato, ma pure nelle lettere
premurosamente distrutte dalla vedova. Per di più, di lui, si
scrive che si è ucciso "quando si è reso conto che i
magistrati non avevano alcuna intenzione di concedergli gli arresti
domiciliari"(4). E ancora la signora Di Lucca ne ribadisce la
fermezza di carattere dichiarando che suo marito "aveva ammesso
le sue colpe, ma i giudici volevano che rivelasse i nomi: me lo
hanno ammazzato perché non ha voluto fare il delatore"(5).
Questo senso dell'onore attribuitogli post mortem è ammirevole,
ma di ben poca consistenza: Cagliari sapeva bene che a quei nomi i
giudici ci sarebbero arrivati comunque, con lui o senza di lui. E un
uomo che becca una tangente di quattro miliardi su una fornitura di
turbine a gas destinate all'Enel, prima o poi finisce col parlare.
Ma il guaio è che Cagliari, già in carcere dal 9 marzo, era stato
risucchiato nel vortice Enimont, madre sì di tutte le mazzette ma
anche pericolosa linea di confine: uno scenario oltre il quale
avventurarsi significa entrare in un'altra dimensione. E' in questo
senso che la sua fermezza nel non voler parlare potrebbe essere
meglio compresa - così come la distruzione delle sue lettere e le
ribadite assenze dei familiari nelle visite in carcere - poiché
proprio l'eventualità che quell'onore potesse incrinarsi da un
momento all'altro, non è da scartare negli ingredienti di una morte
divenuta forse indispensabile.
Scenari paralleli a corruzioni e mazzette nell'orbita Enimont si
erano già proposti all'inizio di quel 1993, il 18 febbraio, con il
ritrovamento del corpo di Sergio Castellari, ex dirigente del
ministero per le Partecipazioni statali, forse suicida per altrui
concorso. La sensazione che dietro la sua fine potesse celarsi
qualcosa d'inconfessabile e in cui fossero coinvolti enti ed
organismi o importanti poli chimici da questi assorbiti, ne
legittimava - soprattutto con la morte di Cagliari e di Gardini - la
persistenza. Tale sensazione induce in quei giorni finanche un
magistrato avaro di sortite come Pier Luigi Dell'Osso ad esporsi in
ipotesi davvero inquietanti: "Possiamo pensare a traffici
d'armi, a cointeressenze con Paesi stranieri, a qualsiasi cosa da
non sottovalutare né trascurare, perché nell'affare Enimont
troviamo il ritorno ossessivo di Lussemburgo, Liechenstein, Nassau,
Isole Caiman e, da ultimi, i back to back...".
Questi back to back altro non sono che speciali depositi bancari
ultraprotetti e attraverso i quali si può disporre di somme che
possono essere utilizzate in qualsiasi modo e da chiunque, cioè per
qualsiasi scopo. Se poi il discorso si estende a certe banche, va
allora rammentato che fra i diversi incarichi ricoperti da Sergio
Castellari vi era anche quello di consulente per l'Italia della
Deutsche Bank sulle privatizzazioni delle imprese pubbliche. Proprio
quest'istituto di credito è più volte inciampato in indagini che
ruotano intorno al traffico d'armi e a quello di materiale nucleare.
Già nel 1987 la Deutsche era rimasta coinvolta in un'oscura
transazione con l'Ansaldo per la costruzione di quattro generatori
di vapore da destinare, come celle calde per l'arricchimento di
uranio, ad un paese sottoposto ad embargo. Castellari conservava a
casa sua (6) le carte di quella transazione, altre sono
probabilmente scomparse dopo la sua morte. Come le lettere di
Cagliari.
I rumori di fondo nel triplice marchio di morte che segna
l'affare Enimont verranno percepiti anche per la cremazione
affrettata del corpo di Gabriele Cagliari, dopo un'autopsia dai
risultati non del tutto convincenti (7). La fretta suscita
l'interesse del deputato Antonio Pappalardo - già ufficiale dei
carabinieri che qualche anno dopo si produrrà in esternazioni molto
più contestate - il quale, nel ricordo del malore che aveva
stroncato il 26 dicembre 1990 proprio l'artefice delle operazioni di
fusione fra Eni e Montedison, chiede la riesumazione dei resti di
Franco Piga, ex ministro delle Partecipazioni statali, per una nuova
perizia. I sospetti di Pappalardo, che vuol sapere se Piga sia
davvero morto per infarto, non devono apparire del tutto gratuiti se
la Procura di Roma, attraverso il dottor Davide Iori, decide di
ascoltarlo. Poi però la faccenda si sgonfia e viene archiviata
mentre ciò che rimane della Montedison comincia ad entrare nelle
mire del Gruppo Agnelli grazie all'operazione Supergemina, benedetta
da Mediobanca ma non dalla magistratura. Nel mancato passaggio di
proprietà, in quel 1995 non stona affatto la dichiarazione della
vedova di Cagliari, convinta più che mai che il marito "sia
stato costretto psicologicamente ad uccidersi" (8) per il
trattamento ricevuto dal pool Mani pulite. Peccato che la riapertura
delle indagini, in quel settembre già prodigo di attacchi verso i
giudici di Milano, non riesca poi a chiarire ciò che è veramente
accaduto la mattina del 20 luglio 1993 a San Vittore. Le premesse
c'erano. E anche gli stimoli necessari, quelli nominati da Roberto
Di Martino, titolare dell'inchiesta, a proposito di "alcuni
fatti che non tornano: i risultati dell'autopsia, prima di tutto, ma
anche la posizione del cadavere, quando è stato
ritrovato..."(9).
Note
(1) Alessandra Arachi, "Il pm De Martino cerca nuove piste:
<Non credo al suicidio di Cagliari>", Corriere della
Sera, 7 settembre 1995.
(2) Ibidem.
(3) I particolari della lettera di Gardini, oltre che da
L'Espresso, sono riportati dai principali quotidiani nazionali e
diventano il tormentone di agosto del 1993.
(4) Corriere della Sera, art. cit..
(5) Vedi anche: Alessandro Silj, Malpaese, Donzelli Editore,
Roma, pag. 422.
(6) Michele Gambino - Luigi Grimaldi, Traffico d'armi. Il
crocevia jugoslavo, Editori Riuniti, Roma, pagg. 69-70.
(7) Corriere della Sera, art. cit..
(8) Ibidem.
(9) Ibidem.
Compukiller
L'ultima giornata terrena per Juan Rodolfo Wilcock doveva cadere,
per sua sfortuna, il 16 marzo 1978 e non furono in molti a badarne
notizia della morte: Aldo Moro, presidente della Democrazia
Cristiana, era stato rapito nello stesso giorno dai terroristi dopo
che questi ne avevano massacrato la scorta e il clamore fu enorme,
tanto almeno da offuscare la scomparsa di un intellettuale poco
conosciuto ma prezioso.
Era nato a Buenos Aires quasi sessant'anni prima, Wilcock.
Argentino, dunque, come Borges. E come Borges con una predilezione
per il fantastico, il surreale. Ma le affinità fra i due non si
limitano ai gusti: se a Borges -malgrado la grandezza riconosciuta-
non fu mai assegnato il Nobel, a Wilcock spettò in sorte il ruolo
di eccentrico, scrittore per soli iniziati. Poeta finissimo e
critico teatrale, traduttore e narratore di lui rimangono pochi
libri dispersi se non introvabili, alcuni ben avrebbero figurato in
quella biblioteca di Babele immaginata dal gigante Jorge Luis.
Osservatore maniacale dei fenomeni di costume, Wilcock leggeva di
tutto e tutto annotava, una delle sue opere meno conosciute - tanto
da non essere neppure citata nelle rare biografie - riuscì a
pubblicarla avvalendosi della lettura costante, si direbbe accanita
da parte sua, di quel tipo di notizia che in gergo giornalistico
veniva un tempo chiamata "tappabuchi".
Erano, i trafiletti che raccoglieva e conservava per poi
rielaborarli, succinti riepiloghi di accadimenti strani, curiosi, a
volte inspiegabili. Prima che se ne andasse ebbe modo di farne
uscire una serie sotto il titolo di Fatti Inquietanti. A scorrere
quelle pagine si entra in una galleria di eventi grotteschi,
bizzarri come l'apparizione di orrende creature - umane o aliene -
mutazioni, casi inspiegabili di pazzia omicida e di scomparse e
ritrovamenti. Non mancano misteriosi delitti avvenuti in ancor più
misteriose circostanze e sembra che l'autore abbia per essi
un'attenzione maggiore. E' un peccato, perciò, che la fine lo abbia
colto in anticipo, prima cioè dell'avvento informatico, perché
Wilcock - ingegnere elettronico prestato alla letteratura - ne
avrebbe saputo cogliere il lato oscuro, idoneo al suo repertorio,
lui che cercava sempre i possibili richiami metafisici con la
realtà sarebbe stato in grado di prevedere ciò che poi il cinema
ha raccontato descrivendoci complotti ed intrighi da incubo su ben
altra realtà, quella più o meno virtuale in cui oggi ci tocca
vivere.
Ma il cinema, almeno, ha questo di buono: spiega gli eventi e il
più delle volte conforta lo spettatore con un opportuno lieto fine.
La realtà vera, invece, è spesso non soltanto indecifrabile,
quando il finale arriva finanche a negarlo e a lasciarlo sospeso,
insoluto come un cruciverba del vecchio Bartezzaghi.
A quale origine attribuire questa indecifrabilità, questo finale
negato? Forse proprio allo scenario di cui le storie di cronaca più
recenti recano traccia, quella informatica o comunque legata alla
presenza in luogo di un computer, non di rado trovato in funzione.
E' una costante che incrocia e forse collega, sia pure sotto il
profilo suggestivo, casi eclatanti come quelli di due ragazze -
Simonetta Cesaroni e Nada Cella - massacrate nei rispettivi uffici
dove lavoravano con altre vicende del tutto simili per le
circostanze ma diverse per le modalità osservate dagli assassini.
Costoro possono far ricorso tanto ad un'arma da taglio che ad un
più banale oggetto contundente, per esempio un portasciugamani
metallico. In quest'ultimo caso, come vedremo, si ribadisce meglio
l'occasionalità del delitto, la sua estemporaneità. Il tratto
comune, intanto, è che tutte le vittime sono state colpite nel
momento in cui potevano trovarsi sole e impreparate, cioè ignare di
quel che poteva accadere. Non è così semplice scegliere questo
momento, a meno che non si abbia fortuna, se di fortuna si può
parlare. Vediamone meglio, perciò, le caratteristiche per le due
povere ragazze: un giorno sonnolento d'agosto in una Roma assolata e
già semideserta per Simonetta Cesaroni; un precoce mattino di
maggio nella più tranquilla zona di Chiavari per Nada Cella.
Entrambi, dicono le ricostruzioni, hanno aperto la porta del loro
ufficio agli aggressori. Entrambi, dicono sempre le ricostruzioni,
stavano lavorando al computer prima d'essere aggredite.
Ad aprire tranquillamente la porta all'assassino facendolo
entrare nel suo bellissimo appartamento che lui stesso ha arredato,
provvede anche Alvise de Robilant, gentiluomo e antiquario
trapiantato a Firenze. Gli inquirenti ne troveranno il corpo con la
testa fracassata e ancora un computer - stavolta un modello
portatile - lasciato acceso. Lo schermo dell'apparecchio è stato
raggiunto da uno dei colpi inferti durante l'aggressione i cui
rumori, nello stabile, nessuno è riuscito a percepire. Ciò che si
percepisce subito è l'assonanza dei particolari del delitto
-soprattutto con quelli di Nada Cella, brutalmente raggiunta da una
decina di colpi violenti al capo- assonanza riscontrabile vieppiù
in un altro crimine consumato a Roma, esattamente a tre giorni di
distanza da quello di Chiavari. E' il 9 maggio 1996 e il cadavere
dell'ingegner Luciano Petrini, trentasette anni, viene scoperto
nella sua abitazione al Portuense. Accanto al corpo è rinvenuta
l'arma che lo ha ucciso, "un portasciugamani con il piedistallo
metallico"(1), strumento che conforta l'ipotesi di un gesto
repentino, maturato senza premeditazione da parte del killer. Chi ha
ammazzato Petrini, insomma, è qualcuno incontrato occasionalmente
ed occasionalmente invitato nell'appartamento dal professionista.
Scapolo, riservato, l'ingegner Petrini secondo i vicini di casa
aveva una vita sessuale diversa: "Negli ultimi tre o quattro
giorni - racconta Maurizio Romitelli, l'inquilino del piano di sotto
- l'avevo visto uscire in due occasioni con due ragazzetti, mai
visti in passato"(2). Dunque è da un incontro mercenario che
è nato il delitto? Quella omosessuale è una pista che per più
d'un momento sembra prendere anche l'indagine su Alvise de Robilant
ed è curioso che la sua presunta diversità sia prima formulata,
poi smentita, poi di nuovo accennata allorché viene fuori la voce
che il gentiluomo era consulente dei servizi segreti. Ad una teoria,
forse ritenuta più imbarazzante dell'omosessualità, se ne
contrappone un'altra, quasi che avere avuto contatti con apparati di
sicurezza equivalga ad avere avuto contatti con satanasso.
Se un'umana debolezza come l'omofilia va comunque presa in
considerazione nel lavoro d'indagine su un morto ammazzato, è
altrettanto innegabile che essa diventi addirittura preziosa nel
sancirne la natura estemporanea. Così se Petrini poteva avere una
vita sessuale disinvolta, non è detto che quella professionale
fosse meritevole di trascuratezza, dal momento che la vittima era un
esperto informatico il quale, tra l'altro, "aveva esaminato il
computer di Giovanni Falcone nell'inchiesta della magistratura di
Caltanissetta"(3). E se questo non bastasse, di lui ci si
accerta pure "che lavorava per una società che aveva eseguito
consulenze sul caso di via Poma"(4), cioè sull'omicidio di
Simonetta Cesaroni.
Superfluo è rammentare che nel fattaccio di via Poma sembrò ad
un punto venir fuori anche l'ombra dei servizi tramite un loro
confidente, eppure ci voleva un altro morto per ricordarsi di
Petrini. Se costui aveva lavorato al computer di Falcone per conto
della magistratura nissena, Michele Landi era stato consulente
tecnico per la superprocura di Palermo curandone la riorganizzazione
dei sistemi informatici. Landi è ritrovato appeso ad una corda
legata alla scala che immette al piano superiore della sua
abitazione: un suicidio che lascia perplessi parenti ed amici, visto
che poi la posizione del corpo è dubbia. Pochi giorni prima aveva
confidato ad un conoscente di avere scoperto qualcosa di strano,
forse qualcosa legato al lavoro svolto in Sicilia o altrove. E'
comunque un altro superesperto - come Petrini - che scompare in
circostanze da brivido nel giro di pochi anni, ma il ministro
agl'Interni in persona si prende cura di avallarne pubblicamente il
suicidio e i giornali smettono di parlarne. Questo silenzio potrebbe
anche apparire in qualche misura sorprendente se si pensa che il
caso Cesaroni e il delitto Cella hanno alimentato per anni le
fantasie dei cronisti.
Ma quando si sconfina in territori dove non è lecito
avventurarsi o dove talvolta si verifica persino un intervento
ammonitore dall'alto, diviene assai poco conveniente insistere. Ne
deriverebbe quasi che alla letteratura - e soltanto alla letteratura
- spetti oggi la ricerca della verità, quella verità che Sciascia
nel suo libro su Moro descrive dura e tragica nello spazio
quotidiano e dunque impossibile da ignorare o travisare. Una
verità, appunto, che sembra generata dalla letteratura stessa e che
affascinava scrittori come Juan Rodolfo Wilcock.
Note
(1-4) "Massacrato ingegnere esperto in computer",
Corriere della Sera, 10 maggio 1996.
Tentacoli
"Controllava i fusibili della luce e dell’ascensore,
temendo che fossero manomessi. Aveva paura di un blocco, magari un
incidente che poteva essere scambiato per tale in caso di disgrazia.
Una volta giunto davanti alla porta di casa, si soffermava a
controllare gli stipiti e le cerniere, guardando se c’erano segni
di qualche passaggio estraneo"(1).
Lo scrupolo con il quale Mario Ferraro, 48 anni, colonnello del
Sismi, osserva queste misure precauzionali fino alla sera del 16
luglio 1995, non basta a salvargli la vita. Il corpo è ritrovato
nella stanza da bagno dell’appartamento in cui vive con la sua
compagna, all’ultimo piano di via della Grande Muraglia, a Roma.
La morte è subentrata per strangolamento, tramite la cintura di un
accappatoio stretta attorno al collo e legata ad un portasciugamani
"attaccato alla parete sopra il lato corto della
vasca"(2). La giornata di quella domenica trascorre tranquilla,
Ferraro e la sua donna la spendono sul grande terrazzo dell’abitazione
- separata da una scaletta interna - a prendere il sole e a poltrire
fino alle otto di sera, quando l’ufficiale decide di uscire per
comprare del gelato. Maria Antonietta Viali rimane sul terrazzo
mentre lui va via: lo rivedrà due ore più tardi quando,
preoccupata del ritardo, scende nell’appartamento e nota la luce
filtrare dalla porta accostata del bagno. Si avvicina e cerca di
aprirla, ma qualcosa la ostruisce. Sono le gambe di Ferraro, distese
a terra mentre il resto del corpo giace impiccato ad un metro e
venti di altezza. Scatta subito l’allarme ed i primi a
precipitarsi sono i colleghi del Sismi che si preoccuperanno di far
sparire il telefonino cellulare e l’agenda del colonnello, mentre
la notizia della sua strana morte arriverà ai giornali soltanto il
24 luglio. Ma chi era Mario Ferraro e perché negli ultimi tempi
avrebbe dato segni d’inquietudine, se non di timore, tanto da
osservare quelle cautele quasi maniacali?
Sui compiti dell’ufficiale viene sparsa una cortina di
reticenze e di vaghezze, Ferraro cioè avrebbe avuto interessi
esclusivamente analistici, al più studi di strategia militare
routinaria, "ma ci sono altre voci che definiscono il
colonnello come addetto alla polizia interna del Sismi"(3).
Sembra perciò che la sua fosse più un’attività di controllo
sugli spioni che sugli spiati. Voci, comunque. Quel che resta
tangibile è il sentore del pericolo da lui avvertito fino al punto
da lasciare una lettera, uno scritto di sei cartelle in cui parla di
una strana missione a Beirut e di un conflitto all'interno del
servizio segreto militare che avrebbe avuto come snodo centrale
proprio quel viaggio in Libano: un viaggio-trappola per lo
scrivente. Poi, come spesso succede nel caso di una sparizione
nevralgica, le piste si dilatano, Ferraro sembra diventare il
prezzemolo di ogni intrigo sbugiardando così le versioni che lo
avevano dipinto quasi come un passacarte.
Ad un mese esatto dalla morte è Alessandro Conforti - ex agente
del Sismi e amico del "suicida"- a rivelare che il
colonnello stava indagando sull’affare Moro. In particolare, sui
depistaggi compiuti intorno al falso comunicato del lago della
Duchessa. Il 18 aprile 1978, mentre lo statista è tenuto
prigioniero dalle Brigate rosse, viene segnalato attraverso un
documento apocrifo il luogo dove giace il corpo dell’ostaggio. Il
vero significato di quella sortita è indecifrabile e la sua
interpretazione rimarrà controversa, ma autore del volantino - si
scopre tempo dopo - è il falsario e trafficante Antonio
Chichiarelli, uomo in rapporti con la banda della Magliana e fra gli
organizzatori di un supercolpo miliardario ai danni della Brink’s
Securmark, il cui bottino non sarà mai del tutto recuperato.
Chichiarelli viene ucciso nel 1984 sotto casa, all’Eur, portandosi
via i suoi segreti, ma c’è chi ipotizza che la rapina alla Brink’s
sia stata il compenso per il suo intervento
"professionale" durante il sequestro. Con molta
probabilità, anzi, costui è stato fatto fuori proprio dai
committenti del falso messaggio, gli stessi che hanno deciso di
tappargli la bocca. A questo proposito, è Luciano Dal Bello - altro
pregiudicato e confidente del Sisde - ad aver raccontato che Tony il
falsario si incontrava periodicamente con qualcuno dei servizi di
spionaggio: luogo abituale dei loro incontri, l’aeroporto di
Fiumicino. Chi era questo fantomatico individuo? Forse un ufficiale
conosciuto anche da Mario Ferraro?
Nello scritto lasciato dal colonnello si accenna a del marcio all’interno
del Sismi, un "clima feroce"(4) per il quale si consuma
uno scontro "all’ombra di scandali che avevano stravolto il
servizio segreto militare"(5). A tratti si ha l’impressione
che quest’ombra si dirami come una piovra dai tentacoli che s’insinuano
in molte direzioni. Neanche a farlo apposta, una decina di giorni
dopo la morte di Ferraro, si verifica un episodio suggestivo:
Roberto Pancani, alto funzionario della Banca di Roma, viene
rinvenuto cadavere nei giardini pubblici di Vetralla, in provincia
di Viterbo. L’uomo si sarebbe suicidato con un colpo di pistola
alla tempia. Pancani aveva assolto il suo ultimo incarico di
dirigente portando a termine le operazioni di joint-venture della
Banca Italo-Albanese, una cordata tra la Banca di Roma e la Banca
Nazionale Commerciale di Tirana, quest’ultima controllata dal
governo di Berisha. Nel ’92, quando comincia l’operazione, le
cose sembrano promettere bene. Finché arriva la truffa delle
finanziarie che offrono guadagni del 100% e i risparmiatori
abbandonano in massa gli istituti di credito. Allo scoppio della
truffa scoppia anche la rabbia dei truffati e a Tirana è la
rivoluzione, ma il Banco Italo-Albanese si è prudentemente tenuto
fuori dai pasticci. Così sembra, almeno, perché proprio Ferraro
pare essersi interessato ad un presunto traffico di titoli fra
Italia e Albania benché non ci siano conferme, come non ci sono
conferme di un rapporto di conoscenza tra lui e il povero Pancani.
Se però questa certezza non c’è, è altrettanto vero che gli
interessi investigativi del colonnello si rivelano poco per volta
molto sensibili agli intrecci fra alta finanza e criminalità
internazionale. A confermare quest’impressione è Francesco Elmo,
uno dei primi arrestati nell’inchiesta Cheque to cheque partita
nell’aprile del ’94 su iniziativa della Procura di Torre
Annunziata, cittadina costiera in provincia di Napoli.
Tutto comincia con le apprensioni paterne del signor Acanfora
quando questi nota che il figlio Raffaele -un trentenne disoccupato-
maneggia soldi e autovetture di lusso con troppa disinvoltura.
Acanfora senior si rivolge perciò al maresciallo della stazione
carabinieri di Vico Equense che è non molto distante da Gragnano
dove ruota il giro di amicizie del figlio. E non sono belle, quelle
amicizie. Si tratta di pregiudicati che bazzicano una pescheria
gestita da un tale, Ciro Sorrentino, il cui telefono viene messo
sotto controllo dalla Benemerita. Invece di scoprire un traffico di
macchine rubate, i carabinieri colgono qualcosa di molto più grosso
in quelle conversazioni: un affare sporco di valute straniere, oro e
diamanti, armi e materiale nucleare. I nomi che vi sono coinvolti
fanno tremare le vene ai polsi, si parla di re e di governanti,
illustri faccendieri e diplomatici, roba da fantascienza. Anche lo
scenario sembra uscito da un libro di Ian Fleming, la stessa
indagine della Procura - affidata ai magistrati Paolo Fortuna e
Giancarlo Novelli - risale al coinvolgimento di paesi come Russia,
Slovenia, Irak e Kuwait, Niger, Zambia e Marocco. Quest’ultimo è
anche il nome di un faccendiere milanese che, beccato, comincia a
collaborare con gli inquirenti portandoli a Francesco Elmo, un
siciliano già nei guai per traffico di Bot e Cct falsi. Costui gli
ha detto che i titoli che maneggia li vende e li sconta per i
servizi di sicurezza o per qualcuno che è in grado di utilizzare i
servizi di sicurezza.
Finito in manette, Elmo racconta ai giudici di avere allacciato
rapporti con Nicolas Alexander Oman, trafficante d’armi residente
in Slovenia, proprio "su incarico del colonnello del Sismi
Mario Ferraro"(6), forse a caccia d’intrallazzi fra barbe
finte italiane e i loro collegamenti internazionali. Quel che è
certo è che l’affare Cheque to cheque si mostra letale almeno per
un reporter francese - Xavier Bernard Gautier - il quale, indagando
su Nicolas Oman, viene trovato morto il 17 giugno 1996 a Minorca,
nelle Baleari, impiccato con le mani legate. Lo stile, insomma, è
davvero una costante in certi casi. Si direbbe, anzi, che sia tutto.
Note
(1) "Lo 007 si sentiva in pericolo", 30 luglio 1995.
(2) "Quello strano suicidio dello 007", La Repubblica,
24 luglio 1995.
(3) Ibidem.
(4) "Ferraro indagò sul caso Moro", Il Messaggero, 21
agosto 1995.
(5) Ibidem.
(6) "Traffico d’armi, indagato Zhirinovski", Corriere
della Sera, 2 giugno 1996.
Bibliografia
AA. VV., Le Bombe di Milano, Ugo Guanda Editore, Parma, 1970.
AA. VV., Mafia. L'atto di accusa dei giudici di Palermo, Editori
Riuniti, Roma, 1986.
AA. VV. Morte di un Generale, Arnoldo Mondadori Editore, Milano,
1983.
AA. VV. Trent'anni di Trame, L'Espresso, Roma, 1985.
AA. VV. La Strage di Stato, La Nuova Sinistra, Samonà e Savelli,
Roma, 1970 (Nuova Edizione: B.I.M-Leoncavallo-Odradek, Milano, 2001)
AA. VV. Primavalle. Incendio a porte chiuse, Savelli Editore,
Roma, s.d.
Andriola Fabio, Arcidiacono Massimo, L'Anno dei Complotti,
Baldini&Castoldi, Milano, 1995.
Barbieri Daniele, Agenda Nera. Trent'anni di neofascismo in
Italia, Coines Edizioni, Roma, 1976.
Bellini Fulvio, Previdi Alessandro, L'Assassinio di Enrico Mattei,
Edizioni Flan, Milano, 1970.
Berenice (Jolena Baldini), Presi a Volo, Editrice il
Rinnovamento, Roma, 1974.
Bianconi Giovanni, Ragazzi di Malavita. Fatti e misfatti della
Banda della Magliana, Baldini&Castoldi, Milano, 1995.
Boatti Giorgio, Piazza Fontana. 12 Dicembre 1969: il giorno
dell'innocenza perduta, Feltrinelli Editore, Milano, 1993 (Nuova
Edizione: Giulio Einaudi Editore, Torino, 2001).
Bolzoni Attilio, D'Avanzo Giuseppe, Rostagno: Un delitto tra
amici, Arnoldo Mondatori Editore, Milano, 1997.
Borsato Felice, Siena-Monza chiama Doppia Vela 2, Adriano
Ciarrapico Editore, Roma, 1976.
Calvi Fabrizio, Laurent Frederic, Piazza Fontana. La verità su
una strage, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1997.
Del Bosco Marcello, Da Pinelli a Valpreda, Editori Riuniti, Roma,
1972.
De Lutiis Giuseppe, Storia dei Servizi Segreti in Italia, Editori
Riuniti, Roma, 1993 (2^ ristampa).
De Sanctis Riccardo, Delitto al Potere. Controinchiesta, La Nuova
Sinistra, Samonà e Savelli, Roma, 1972.
Di Lello Giuseppe, Giudici, Sellerio Editore, Palermo, 1994.
Felisatti Massimo, Pittorru Fabio, Qui Squadra Mobile, Garzanti/Vallardi,
Milano, 1978.
Flamini Gianni, Il Partito del Golpe. 1968/1978, Italo Bovolenta
Editore, Ferrara, 1982-1985.
Gambino Michele, Grimaldi Luigi, Traffico d'Armi. Il Crocevia
Jugoslavo, Editori Riuniti, Roma, 1995.
Galasso Alfredo, La Mafia Politica, Baldini&Castoldi, Milano,
1993.
Gatti Claudio, Rimanga tra noi, Leonardo Editore, Milano, 1991.
Galli Giorgio, La Regia Occulta. Da Enrico Mattei a Piazza
Fontana, Marco Tropea Editore, Milano, 1996.
Giannettini Guido, Rauti Pino, Beltrametti Edgardo, Le Mani Rosse
sulle Forze Armate, Savelli Editore, Roma, 1975.
Li Vigni Benito, Omicidi Eccellenti. Poteri occulti e
Criminalità, Tullio Pironti Editore, Napoli, 1995.
Lupo Salvatore, Storia della Mafia dalle origini ai nostri
giorni, Donzelli Editore, Roma, 1993.
Macaluso Emanuele, La Mafia e lo Stato, Editori Riuniti, Roma,
1971.
Mambrini Renzo, Christa, Edizioni dell'Acquario, Roma, 1973.
Messeliere E. Paolo, Il mistero di Christa Wanninger, S.P.Edit,
Roma, 1986.
Montanaro Silvestro, Ruotolo Sandro, La vera Storia d'Italia,
Tullio Pironti Editore, Napoli, 1995.
Murialdi Paolo, La Stampa Italiana del Dopoguerra. Dalla
Liberazione agli anni del Centrosinistra, Laterza Editore, Bari,
1978.
Ori Angiolo Silvio, L'Affare Montedison, Settedidenari ed. (senza
luogo di edizione), 1971.
Poma Rosario, Perrone Enzo, La Mafia. Nonni e Nipoti, Vallecchi
Editore, Firenze, 1971.
Prestifilippo Silvestro, Mafia: quarta ondata, Guida Editori,
Napoli, 1974.
Provvisionato Sandro, Misteri d'Italia. Cinquant'anni di trame e
di delitti senza colpevoli, Laterza Editore, Bari, 1993.
Saladino Giuliana, De Mauro. Una Cronaca palermitana, Feltrinelli
Editore, Milano, 1972.
Sassano Marco, Pinelli: un suicidio di stato, Marsilio Editori,
Padova, 1971.
Scalfari Eugenio, Turani Giuseppe, Razza Padrona, Feltrinelli
Editore, Milano, 1974 (Nuova Edizione: Baldini&Castoldi, Milano,
2001).
Silj Alessandro, Malpaese. Criminalità, corruzione e politica
nell'Italia della Prima Repubblica. 1943/1991, Donzelli Editore,
Roma, 1994.
Tamburini Fabio, Misteri d'Italia, Longanesi&C., Milano,
1996.
Tranfaglia Nicola, Mafia, politica e affari. 1943/91, Laterza
Editore, Bari, 1992.
Prologo
Piazza SS. Apostoli
Quella era la prima volta che vedevo Roma. La prima volta,
almeno, che ricordo di averci messo piede.
Avevo otto anni e quel viaggio in treno era stato un’avventura,
qualcosa di emozionante come poteva esserlo l’esperienza di un
bambino che scopre il mondo esterno. Clara, mia sorella, ci viveva
già da un anno rincorrendo la sua falsa vocazione di giovane
attrice. La pensione dove allora alloggiava era in realtà un
appartamento familiare al primo piano di una costruzione umbertina,
nel quartiere Prati.
La pensione ospitava per lo più figuranti e comprimari di belle
speranze, "artisti" venivano chiamati, che col cinema e
col teatro avevano rapporti alterni. Anche la proprietaria, una
vecchia signora di origini napoletane, era un’ex teatrante. I suoi
ospiti la chiamavano affettuosamente zia Fofò e io trovavo un po’
ridicolo quel nome, mi veniva da ridere ogni volta che lo sentivo
anche se poi riuscivo a trattenermi e a restare serio.
Fofò aveva una vera passione per i gatti siamesi, venerava
soprattutto lei, Elettra, capostipite della famiglia dei felini che
appestavano le mura della pensione, mura dal parato giallo-grigio
come il loro manto. Clara, a quel tempo, aveva già lavorato in
piccoli ruoli nella compagnia di Eduardo e presto si sarebbe
stancata, incostante com’era, di quella vita. Recitava all’Eliseo
e dal momento che nel pomeriggio aveva le prove per la nuova
commedia, mia madre ne profittò per portarmi a far visita al
fratello, trasferito a Roma dalla fine della guerra.
Ero contento di andare a trovare mio zio, se non altro aveva un
carattere allegro. Prendemmo perciò un autobus diretto nei paraggi
della sua abitazione, facendo a piedi l’ultimo tratto. Mia madre
mi teneva per mano e questo mi seccava, mi faceva sentire più
piccolo soffocando i miei primi istinti d’indipendenza, così
cercavo di non pensarci rivolgendo la mia attenzione a quello che mi
stava intorno. Guardavo incantato il traffico, la strada e le
vetrine: tutto mi sembrava più grande, festoso, rispetto la mia
città. Stavamo percorrendo l’ultimo tratto di via del Corso,
quando d’improvviso, in lontananza, si sentì come un boato. Non
so descrivere quel rumore ma era diverso da ogni altro, un rombo
forte e cupo prodotto da una sola unica voce, quella della folla.
Era una voce di rabbia, di paura. Subito dopo si avvertirono le
sirene della polizia e vedemmo gente correre in tutte le direzioni.
L’istinto di mia madre mi trascinò dentro un portone per trovarvi
riparo mentre sfrecciavano le camionette della Celere. Annusai l’aria,
s’era alzato uno strano odore. Non lo avevo mai sentito, quell’odore,
ma era penetrante e cominciava a far male agli occhi: era quello dei
lacrimogeni.
Doveva essere scoppiato un parapiglia lì vicino, anche se mia
madre non riusciva a individuarne la zona e proprio per questo
indugiava fra il portarmi via e il timore di finire in mezzo al
tafferuglio.
Altre persone, intanto, s’erano fermate sotto l’androne del
palazzo per cercarvi rifugio. Una signora con un’amica che
piangeva, appena arrivate ansimando, spiegò a mia madre cos’era
successo.
"Lì, agli Apostoli –disse indicando con la mano- C’era
un comizio e hanno sparato."
Non si capiva bene chi e perché avesse sparato e se davvero c’era
stato uno sparo, ma in pochi secondi il furore s’era impadronito
dei manifestanti portandoli a devastare vetrine e macchine. Il
servizio d’ordine della polizia aveva ordinato l’assalto e lo
scontro con quei forsennati –così li chiamava la signora- era
stato terribile, tanto che stavano arrivando i rinforzi. In quel
preciso momento, sotto l’androne, apparve una figura. Gli altri
non ci badarono, presi com’erano dal racconto della donna, ma io
sì.
Era un uomo che giudicai piuttosto anziano, non tanto perché lo
fosse ma per il fatto che alla mia età ero portato a vedere tutti
gli adulti sopra i trenta come anziani. E quello, di anni, ne doveva
avere almeno quaranta. In più, vestiva in modo dimesso. Indossava
uno di quegli impermeabili da poche lire, in tessuto Rhodiatoce
spiegazzato e liso, come se ne portavano allora tra i ceti popolari.
Vi notai qualche macchia biancastra, forse di calce o di vernice,
che risaltava sul colore scuro. E anche sulle scarpe, sformate e
grosse, aveva quelle macchie, molto più numerose. L’uomo teneva
chiuso l’impermeabile con la mano al bavero, quasi sotto il mento,
e aveva come gli altri il fiatone per aver fatto di corsa la strada.
Però era stato lo sguardo che aveva lanciato fermandosi, prima di
entrare, ad avermi incuriosito: come se per un istante avesse voluto
sincerarsi se era il caso o meno di farlo. Il suo era uno sguardo di
apprensione, inquieto, come forse se ne può avere quando ci si
sente braccati. Entrò e si mise in disparte, schiena poggiata al
muro.
Dalla visuale del portone, lungo la strada, vedevo ancora correre
disperatamente quelli che la signora aveva chiamato i forsennati e
che a me sembravano invece dei poveri diavoli, almeno per il modo in
cui dovevano averle già prese. Ne vidi diversi, infatti, che si
reggevano il fazzoletto sporco di sangue chi dietro la nuca, chi sul
naso o la bocca, chi su un orecchio. Qualcuno zoppicava, facilitando
il lavoro della Celere. Appena era raggiunto, veniva sbattuto per
terra e pestato di santa ragione a colpi di sfollagente. La caccia
era assistita dalle camionette che aggiravano quei disgraziati, li
stringevano sul marciapiede salendovi senza difficoltà e scaricando
loro addosso la furia di altri celerini. Mia madre era talmente
ammutolita per quella scena che ormai non badava più a me. Sollevai
lo sguardo sull’uomo che era entrato poco prima nell’androne e
non dimenticherò mai l’angoscia che vidi nei suoi occhi mentre
seguiva quel macello.
Presto la strada pullulò di agenti, alcuni fermi a godersi lo
spettacolo, altri ad ispezionare la zona per accertarsi se qualcuno
di quei cialtroni non avesse fatto il furbo mischiandosi tra le
persone per bene, magari in un bar o dentro un palazzo. Due celerini
passarono osservando il nostro gruppo, uno di loro si fermò
alzandosi sulla punta dei piedi per guardare dietro la fila. Gli
bastò quell’occhiata per individuare il sovversivo. Fece cenno al
collega ed entrarono nell’androne dirigendosi con calma, quasi si
divertissero, verso l’uomo con l’impermeabile. Il celerino più
giovane, bruno di pelle, gli si mise sulla destra mentre l’altro
lo squadrava da capo a piedi. L’uomo evitava di guardarlo negli
occhi, sapeva già come sarebbe finita.
"Fammi vedere le mani", disse l’agente anziano. L’altro
borbottò qualcosa senza farsi capire.
"Ti ho detto di farmi vedere le mani", ripetè
insolente, ma quello esitava scuotendo la testa che teneva bassa. Il
celerino allora gli afferrò la mano che stringeva il bavero e
urlò: "Fammi vedere questa cazzo di mano!"
Rassegnato, l’uomo lasciò che l’agente esaminasse la sua
mano. Questi, ammiccando al collega, lo invitò con un cenno a
constatare le callosità e le asperità sparse sulla palma della
mano tenuta aperta. L’altro annuì e sorrise. Il celerino anziano
agguantò l’uomo per una spalla cercando di trascinarlo fuori ma,
inaspettatamente, quel poveraccio si mise a protestare
divincolandosi.
"Che volete da me? Non ho fatto niente! Niente!!!"
Il primo colpo lo raggiunse alla testa che cercò di ripararsi
con le mani, l’altro ne profittò per sferrargli di punta lo
sfollagente in pieno stomaco. L’uomo si piegò mentre mia madre e
le due signore emisero un urlo. Caduto in ginocchio, altre due
manganellate gli vennero inferte alla schiena mentre il celerino
più giovane se lo lavorava ai fianchi a suon di calci, il tonfo che
producevano quelle percosse mi arrivavano dritte all’orecchio
malgrado fossero coperte dalle grida scandalizzate di mia madre.
Alla fine, preso come un fagotto, quel disgraziato venne
trascinato via. Vidi mia madre piangere e non per colpa dei
lacrimogeni, portai la sua mano alla guancia e lei mi abbracciò.
Poi andammo via anche noi, ma io continuavo a chiedermi chi era
quell’uomo, che male aveva fatto, perché i poliziotti lo avevano
aggredito in quel modo.
Col tempo dimenticai la scena. Passarono molti anni finché un
giorno lessi sul giornale che durante l’audizione di un ex alto
ufficiale dei servizi di sicurezza davanti alla Commissione stragi,
costui aveva rivelato che gli scontri e i disordini scoppiati a
Piazza SS. Apostoli quasi un trentennio prima erano stati
debitamente provocati da gruppi paramilitari, proprio con lo scopo
di suscitare la rabbiosa reazione della Celere contro gli operai
edili che partecipavano alla manifestazione di quell’ormai lontano
mese di ottobre del 1963, quando appunto vidi Roma per la prima
volta. O la prima volta, almeno, che ricordo d’averci messo piede.