Organizzazioni criminali, grandi holding e società di
costruzioni guardano con sempre maggiore attenzione al Ponte sullo
Stretto, una delle opere più devastanti rilanciate dal governo
Berlusconi-Lunardi. Come si stanno preparando i poteri forti di
Calabria e Sicilia al grande appuntamento del Ponte? Potranno essere
gli appalti l’occasione per un nuovo patto
politico-economico-militare tra le mafie e la borghesia locale e
nazionale? E chi sono realmente gli Uomini del Partito del Ponte?
di Antonio Mazzeo
Cap. 1 – Mani criminali sull’affare del Ponte
Tra le possibili cause dell’accelerazione del processo di 'mafiosizzazione’
e concentrazione dei poteri criminali nell’area dello Stretto di
Messina, trova sempre più credito l’attesa suscitata dal sogno
trentennale di realizzare un’infrastruttura per l’attraversamento
stabile dello Stretto, oltre 14.000 miliardi di lire d’investimenti
per un ponte di appena tre chilometri di lunghezza (1).
Questa tesi trova conforto in quasi tutti i più recenti rapporti
semestrali sullo stato della criminalità organizzata in Italia
della Direzione Investigativa Antimafia. Il primo allarme sugli
interessi suscitati tra le organizzazioni mafiose dalla ventilata
realizzazione dell’infrastruttura, è stato rilanciato in un
comunicato Ansa del 22 aprile 1998. "La DIA – si legge - è
preoccupata dalla grande attenzione della ‘ndrangheta e di Cosa
Nostra per il progetto relativo alla realizzazione del ponte sullo
Stretto". "Appare chiaro – aggiunge la Direzione
Investigativa Antimafia – che si tratta di interessi tali da
giustificare uno sforzo inteso a sottrarre il più possibile l’area
della provincia di Messina all’attenzione degli organismi
giudiziari ed investigativi" (2).
Le mani sul Ponte
La DIA torna sull’argomento con una più approfondita
valutazione, nella sua seconda relazione semestrale per l’anno
2000. Soffermandosi sulla ristrutturazione territoriale dei poteri
criminali in Calabria e in Sicilia, il rapporto segnala come le
ultime indagini hanno evidenziato che "le famiglie di vertice
della ‘ndrangheta si sarebbero già da tempo attivate per
addivenire ad una composizione degli opposti interessi che,
superando le tradizionali rivalità, consenta di poter aggredire con
maggiore efficacia le enormi capacità di spesa di cui le
amministrazioni calabresi usufruiranno nel corso dei prossimi
anni". Nel mirino delle cosche, secondo la DIA, innanzi tutto i
progetti di sviluppo da finanziare con i contributi comunitari
previsti dal piano "Agenda 2000" per le ‘aree depresse’
del Mezzogiorno, stimati per la sola provincia di Reggio Calabria in
oltre cinque miliardi di euro nel periodo 2000-2006. "Altro
terreno fertile ai fini della realizzazione di infiltrazioni mafiose
nell’economia legale – aggiunge il rapporto della DIA - è
rappresentato dal progetto di realizzazione del ponte sullo stretto
di Messina, al quale sembrerebbero interessate sia le cosche
siciliane che calabresi. Sul punto è possibile ipotizzare l’esistenza
di intese fra Cosa nostra e ‘ndrangheta ai fini di una più
efficace divisione dei potenziali profitti".
A prova del patto comune tra le due organizzazioni criminali per la
cogestione dei flussi finanziari previsti per la megainfrastruttura,
gli investigatori segnalano in particolare i
"collegamenti" emersi in ambito giudiziario nella gestione
dei grandi traffici di stupefacenti, tra malavitosi gravitanti nell’area
catanese e personaggi di spicco della ‘ndrangheta appartenenti al
clan Morabito di Africo Nuovo. L’asse strategico tra questi
potentissimi gruppi criminali ed il loro sofisticato modus operandi
è stato evidenziato dalle indagini sull’infiltrazione mafiosa
nella realizzazione dei grandi appalti pubblici nella provincia di
Messina, e in particolare nella gestione di attività illecite nella
locale Università degli Studi (3).
La Direzione Investigativa Antimafia ha arricchito questi elementi d’analisi
con gli ultimi due rapporti semestrali sulle attività d’indagine
espletate nell’anno 2001. Ciò che più preoccupa gli
investigatori è la nuova struttura della ‘ndrangheta sorta dopo
le guerre tra le cosche degli ultimi decenni, un’organizzazione
criminale "vivacissima" nel settore del traffico
internazionale di stupefacenti e con sempre maggiori possibilità di
infiltrazione negli affari economico-imprenditoriali, anche grazie
alla ridotta attenzione generale in tema di lotta alla mafia (4).
"Gli attuali standard organizzativi – si legge nella
relazione della DIA - hanno consentito l’acquisizione di ingenti
introiti finanziari in grado di sviluppare, accanto ai tradizionali
business, attività di natura imprenditoriale, apparentemente
lecite, che si presentano a costituire veicoli d’infiltrazione
della malavita all’interno del sistema economico. Una siffatta
strategia della ‘ndrangheta è quanto mai allarmante, soprattutto
nell’attuale fase di sviluppo calabrese, nella quale al sistema
imprenditoriale privato sono attribuite grandi responsabilità per
il progresso dell’economia regionale, soprattutto nel quadro dei
cospicui contributi comunitari per il piano pluriennale ‘Agenda
2000’ e con quelli, pure prossimi, relativi alla realizzazione del
Ponte di Messina".
A questa infrastruttura, è dedicato un passaggio chiave del
rapporto della Direzione antimafia: "Le prospettive di guadagno
che ne deriveranno non potranno non interessare le principali
famiglie mafiose operanti in Calabria. Inoltre l’entità degli
interessi per la costruzione del Ponte e la particolarità dell’opera,
sono tali da far ritenere possibile un’intesa tra le famiglie
reggine e Cosa Nostra, in vista di una gestione non conflittuale
delle opportunità di profitto che ne deriveranno". Come si
vede, gli investigatori confermano la possibilità di un’intesa
‘ndrangheta-Cosa Nostra per la suddivisione degli appalti relativi
al Ponte dello Stretto, una compartecipazione affaristica in linea
all’impostazione data a Cosa Nostra in Sicilia dagli uomini
affiliati a Bernardo Provenzano, incline alla trattativa ‘politica’
con le istituzioni dello Stato ed al recupero del coordinamento
regionale delle organizzazioni mafiose. E’ appunto questa
strategia d’intervento che ha restituito alla mafia la
possibilità di sfruttare a pieno le sue risorse economiche
principali: lo sfruttamento parassitario delle attività commerciali
e imprenditoriali locali e il controllo nel settore degli appalti
pubblici e delle imprese siciliane e nazionali che operano nell’isola.
Secondo la DIA, Cosa Nostra avrebbe ripristinato un elevato grado di
controllo sull’imprenditoria, specialmente quella del settore
edile, intercettando sia gli investimenti pubblici sia quelli
privati, "vuoi mediante l’estorsione pura e semplice, vuoi
con la partecipazione diretta ai lavori". "Con la
conseguenza – conclude la Direzione antimafia - che una rilevante
quota delle risorse investite viene sottratta alla realizzazione
dell’opera, determinandone una esecuzione non rispondente ai
criteri qualitativi stabiliti e la necessità di dare ricorso ad
ulteriori e non previsti finanziamenti". Uno scenario
particolarmente preoccupante proprio perché affermatosi in
prospettiva della "prossima realizzazione di una straordinaria
serie di opere indispensabili per l’adeguamento delle strutture
dell’isola agli standard nazionali ed europei" (5).
Il grande affare del consorzio ‘Ndrangheta-Cosa nostra S.p.A.
Sin qui le relazioni ufficiali del massimo organo d’investigazione
antimafia. Alle considerazioni precedenti vanno aggiunte le
dichiarazioni di due tra i maggiori rappresentanti degli organi
giudiziari dello Stretto, l’ex procuratore aggiunto di Reggio
Calabria, Salvatore Boemi, e il procuratore capo di Messina, Luigi
Croce.
Boemi, occupatosi di importanti indagini sulle infiltrazioni mafiose
nel tessuto economico calabrese e sull’asse ‘ndrangheta-eversione
di destra-massoneria e politica (6), ha ripetutamente messo in
guardia sui sempre più provati interessi mafiosi per l’accaparramento
degli enormi investimenti pubblici in arrivo a Reggio Calabria.
"Il Ponte è il grande affare del terzo millennio per Sicilia e
Calabria: se non se ne interessa la mafia, ne sarei sorpreso"
ha commentato nel corso dello speciale sul Ponte della trasmissione
‘Sciuscià’ di Michele Santoro, nel febbraio 2001. "Il
ponte sullo Stretto lo vogliono tutti, sarà un affare da 15 mila
miliardi" ha poi spiegato il dottor Boemi al giornalista Mario
Portanova ."Già fra la richiesta "ambientale" e i
subappalti, la mafia si appropria del 25 per cento dei soldi
pubblici che arrivano in Calabria" (7). Nonostante l’infiltrazione
dei gruppi criminali nei grandi appalti, lo stesso Boemi ha dovuto
lamentare la "cancellazione" del pool antimafia di Reggio
Calabria, la "fine di una stagione" di contrapposizione
alle cosche e ai comitati d’affari che "si preparano al varo
del ponte sullo Stretto e ai miliardi europei di Agenda 2000"
(8).
Nel mirino delle cosche ci sarebbero anche i quasi mille miliardi
relativi al cosiddetto ‘Decreto Reggio Calabria’, i
finanziamenti del Piano Urban per la riqualificazione del centro
urbano e quelli relativi alla costruzione di nuovi pontili per il
collegamento marittimo Reggio-Messina. "Relativamente al
problema del ponte sullo Stretto – ha aggiunto il procuratore
Boemi - vorrei capire come si possa conciliare questo investimento
sull'attraversamento stabile con i nuovi progetti per dar vita a
corsie preferenziali ai fini del potenziamento del traghettamento
dello stesso Stretto di Messina" (9). Il magistrato cioè,
oltre a denunciare il rischio d’infiltrazione criminale, pone il
dito contro la logica degli sprechi delle risorse economiche e
finanziarie e l’assenza di una politica organica dei trasporti da
parte delle classi dirigenti locali e nazionali.
Dall’altra parte dello Stretto, ha fatto eco al dottor Boemi, il
Procuratore capo della Repubblica di Messina, Luigi Croce. Nel corso
di un convegno organizzato dalla locale Associazione antiusura, il
magistrato ha denunciato i "contrastanti ed inquietanti"
segnali inviati alla città dal mondo criminale: "È forse
all'orizzonte, in vista anche della possibile costruzione del Ponte,
un'alleanza ancor più stretta tra Cosa Nostra e 'Ndrangheta che
passa per la città dello Stretto, per cui la crisi delle
organizzazioni locali potrebbe semplicemente aprire la strada a
un'invasione da parte delle organizzazioni mafiose esogene".
Anche il dottor Croce denuncia il clima di "generale
rilassamento" in tema di contrasto della criminalità, fattore
che alimenterebbe nella provincia di Messina gli interessi dei
gruppi mafiosi e dei settori dell’imprenditoria in rapporto con le
cosche. "In alcuni casi hanno costituito una vera e propria
"mafia bianca", meno appariscente di quella dei Riina, dei
Santapaola e, su scala più ridotta, degli Sparacio, ma non meno
perniciosa per lo sviluppo della città" (10).
Sui tentativi d’infliltrazione della mafia per l’accaparramento
del flusso delle risorse previste da ‘Agenda 2000’ e dai
progetti per le grandi opere infrastrutturali come il Ponte sullo
Stretto, è recentemente intervenuta anche la Procura di Palermo
attraverso il procuratore aggiunto Roberto Scarpiato. L’allarme è
stato ripreso dagli allora ministri del tesoro Vincenzo Visco e
delle finanze Ottaviano del Turco. Visco, riferendosi espressamente
al Ponte sullo Stretto, ha richiesto che "i controlli e
l'azione di prevenzione siano organizzati con grande attenzione,
grande energia e grande decisione". Del Turco, già presidente
della Commissione parlamentare antimafia che aveva indagato su
criminalità-politica e affari nel messinese, ha commentato che il
Ponte "deve riunire due realtà, quelle di Messina e Reggio
Calabria, in cui ci sono stati fenomeni che hanno coinvolto la vita
delle amministrazioni. E visto che la mafia si è occupata di tutti
gli appalti anche di minima entità si può immaginare che non metta
gli occhi su un appalto di 5-6 mila miliardi?" (11).
Un impatto criminale top secret
Le dichiarazioni degli ex ministri Del Turco e Visco sono il
frutto di intuizioni soggettive, oppure trovano un fondamento ‘scientifico’
e documentale? In realtà è difficile credere che i due componenti
dell’esecutivo abbiano parlato del ‘rischio infiltrazione’
senza una lettura del rapporto sul cosiddetto "impatto
criminale del Ponte", commissionato nell’anno 2000 al centro
studi Nomos del Gruppo Abele di Torino dagli advisor chiamati dal
Ministero dei lavori pubblici a valutare la fattibilità dell’opera
(12). Nonostante le conclusioni di questo studio siano state
secretate dai committenti e dallo stesso governo, alcuni dei
passaggi chiave sono stati rivelati in un articolo dello studioso
Giovanni Colussi pubblicato dal settimanale Carta, ed in un saggio
del sociologo Rocco Sciarrone sulla rivista Meridiana. E’ bene
riportarne alcuni passi.
"Sono state prese in considerazione le due possibilità offerte
dal ministero dei lavori pubblici e da quello del tesoro: Ponte
sullo Stretto e trasporto multimodale" scrive Colussi.
"Trattandosi di un’esperienza con pochi precedenti, gli
autori hanno dovuto ragionare su un modello interpretativo che
potesse offrire un’efficace descrizione dell’opportunità
criminale che si apriva, per i mafiosi, con un’opera come il
Ponte. Ed è stato scelto un modello di analisi essenzialmente
qualitativo, non essendo disponibili dati sufficienti che
consentissero la costruzione di indicatori efficaci sul piano
quantitativo. La storia dei gruppi criminali presenti sul
territorio, e la loro reattività alle opportunità offerte da altre
Grandi Opere, sono state incrociate con le caratteristiche dell’opera
in quanto tale: modalità di costruzione, la presenza o meno di
manodopera specializzata, il livello tecnologico richiesto nelle
varie fasi della lavorazione. Si è cercato quindi di identificare,
attraverso un’analisi del know-how criminale presente in loco, le
parti più a rischio di infiltrazione mafiosa" (13).
Per ciò che concerne il contesto geocriminale in cui s’inserisce
il progetto, i ricercatori di Nomos confermano come lo Stretto di
Messina si caratterizzi per essere un’area ad alta densità
mafiosa "in cui le attività criminali sono strutturate e
coordinate a livello organizzativo, e quindi realizzate con
sistematicità" (14). Analizzando il modo con cui mafie e
imprenditoria locale e nazionale hanno interagito principalmente in
Calabria per la realizzazione di grandi opere pubbliche (l’autostrada
Salerno-Reggio, il porto e la centrale di Gioia Tauro, ecc.), il
rapporto rileva la notevole capacità dei gruppi criminali di
inserirsi nei grandi appalti pubblici. "La ‘ndrangheta ha,
infatti, saputo imporsi in molte delle numerose infrastrutture
costruite in Calabria dagli anni sessanta ad oggi. E spesso le
strategie di infiltrazione sono state realizzate stringendo rapporti
di collusione con le imprese titolari degli appalti" e
instaurando "rapporti di scambio reciprocamente vantaggiosi con
il mondo della politica e dell’imprenditoria" (15). Dato il
contesto delle relazioni intercorse e dato il controllo pressoché
totale del territorio da parte della ‘ndrangheta, Nomos giunge a
dichiarare "pienamente fondato" il rischio criminalità
della localizzazione dell’infrastruttura in quest’area. Si è di
fronte ad un "danno atteso", in cui si prefigura un
rapporto di ‘cooperazione’ tra le cosche per l’accaparramento
degli appalti. A tal fine la ‘ndrangheta si è dotata, sul modello
della struttura organizzativa della mafia siciliana, di un organismo
unitario e centralizzato di coordinamento in grado di appianare le
controversie interne (16). Si ritiene infine plausibile un vero e
proprio "accordo di cartello" tra i vertici delle cosche
di ambedue le regioni: alle stesse conclusioni, come abbiamo visto,
sono giunti gli investigatori della Direzione Nazionale Antimafia.
Lo scenario degli appalti
Un elemento che rende particolarmente attrattivo il Ponte alle
cosche criminali – secondo il rapporto di Nomos - è l’ingente
somma prevista per la sua realizzazione, e soprattutto il fatto che
si è di fronte ad un’iperconcentrazione degli investimenti in un’area
territoriale limitata. E’ possibile prevedere che rispetto a
questa particolare condizione dell’opera, i gruppi mafiosi
metteranno in atto fondamentalmente due tipi di strategie per
accaparrarsi l’enorme flusso finanziario previsto. La prima
strategia, scrive Sciarrone, "ha a che fare direttamente con il
controllo del territorio e si sostanzia concretamente nel meccanismo
della estorsione-protezione. La seconda riguarda l’attività
imprenditoriale dei mafiosi e di loro eventuali soci e si traduce
empiricamente nell’inserimento dei lavori da eseguire". Il
pagamento del ‘pizzo’ sui lavori affidati in appalto o in
concessione, la protezione su scambi e accordi pattuiti da terzi, il
controllo e l’intermediazione rispetto al mercato locale del
lavoro, il collegamento e la mediazione con i circuiti
politico-amministrativi, appaiono le attività più prevedibili,
anche perché sono le meglio sperimentate dalle organizzazioni
criminali. "La realizzazione di un’opera come Il Ponte –
aggiunge Sciarrone - potrebbe costituire altresì una favorevole
opportunità per rapporti economici e attività imprenditrici che
vanno fondamentalmente in due direzioni: attraverso imprese
costituite e gestite direttamente da esponenti del gruppo criminale
e attraverso la costituzione di fatto (se non di diritto) di
società con imprenditori ‘puliti’" (17). Questi interventi
sono favoriti appunto dall’organizzazione stessa che si è data la
mafia calabrese, in grado ormai di poter agire con imprese e
società che, in vario modo, "sono da essa controllate e che,
assumendo forme del tutto legali, sono in grado di utilizzare tutti
gli strumenti tecnico-giuridici idonei a rendere
"invisibile" la presenza mafiosa" (18).
E’ tuttavia più credibile l’ipotesi che i gruppi criminali
puntino alla gestione diretta dei lavori. Come rilevato dall’ex
procuratore di Reggio Calabria, Salvatore Boemi, la ‘ndrangheta
non punta alle "estorsioni di piccolo cabotaggio", ma all’ingresso
da protagonista nella gestione diretta delle opere previste nella
provincia di Reggio. "Non vorrei – ha spiegato Boemi - che si
ripetesse in questa occasione l'errore che si fece, anni fa, ai
tempi del costruendo Quinto Centro Siderurgico di Gioia Tauro,
quando si rincorrevano piccoli affari mafiosi e si perdeva di vista
che la mafia era entrata nella grande torta" (19). Basta
pensare al grado di condizionamento esercitato dalla ‘ndrangheta
durante i lavori di costruzione della megacentrale a carbone, ancora
una volta a Gioia Tauro. "Non c‘era più soltanto il classico
inserimento delle ‘ndrine nei lavori di sub appalto – scrive lo
storico Enzo Ciconte – ma c’era l’individuazione dell’impresa
a "partecipazione mafiosa" la cui caratteristica
essenziale era di "far capo, comunque al mafioso, ma gestita da
un insospettabile prestanome. Inoltre, c’era anche il consorzio d’imprese
che univa insieme imprese mafiose e imprese non mafiose, e c’era
la complicità degli organi istituzionali dell’ENEL" (20).
Sino a qui, in realtà, l’analisi del centro studi del Gruppo
Abele di Torino non appare originale, poiché non ci sarebbero
differenze particolari del ‘rischio criminalità’ nel caso della
realizzazione del Ponte dello Stretto o di una qualsivoglia
megainfrastruttura in qualsiasi parte del territorio a controllo
mafioso. Se però si tengono in conto le specificità tecniche del
progetto (il Ponte in sé con le strutture portanti e le relative
infrastrutture d’accesso, di collegamento e di servizio), è
possibile definire un impatto criminale che ha carattere di unicità
nel panorama delle Grandi Opere. In verità Nomos sostiene che l’elevato
contenuto tecnologico dell’infrastruttura e la necessità di
reperire manodopera qualificata possano essere fattori d’ostacolo
per l’inserimento dei gruppi mafiosi. "La maggior parte degli
elementi che compongono l’impalcato e le torri sono prefabbricati
e preassemblati. Per questi lavori, si può ipotizzare che le
possibilità d’infiltrazione da parte di imprese mafiose o a
compartecipazione mafiosa siano ridotte. Molto dipenderà comunque
da come saranno articolati, lottizzati e appaltati i lavori
stessi" (21).
Una tesi difficile da condividere, anche perché risponde ad una
visione assai riduttiva delle capacità d’impresa delle
organizzazioni mafiose e che non tiene conto delle risultanze delle
più recenti indagini. Esiste realmente questa divisione di
competenza tecnologica tra la grande impresa ‘legale’ e l’impresa
in mano ai boss? E non è forse vero che attraverso l’investimento
in borsa di quantità inimmaginabili di denaro sporco, le
organizzazioni criminali siano entrate in possesso di cospicui
pacchetti azionari delle maggiori imprese ‘tecnologizzate’ così
da divenire esse stesse imprese mafiose o a capitale mafioso? La
scalata mafiosa al Gruppo Ferruzzi, holding finanziaria con vasti
interessi nel settore delle infrastrutture a tecnologia avanzata è
l’esempio più noto di questo processo di trasformazione del ruolo
imprenditoriale della criminalità. Proprio alla vigilia della
realizzazione delle grandi opere promesse dal governo Berlusconi,
sono stati raccolti ulteriori segnali che comproverebbero una
evoluzione in tal senso delle relazioni mafia-imprenditoria. Il
procuratore Pier Luigi Vigna, in una sua recente audizione davanti
alla Commissione parlamentare antimafia, ha fatto esplicito
riferimento ad "una vera e propria mimetizzazione in atto delle
imprese colluse con la mafia", fenomeno che si accompagna ad un
vasto movimento delle imprese stesse, una "sorta di
trasmigrazione" da una regione all’altra. Molte società
cioè, avrebbero deciso di trasferire la loro attività e di
abbandonare la Sicilia, lasciando il mercato libero ai grandi gruppi
imprenditoriali del Nord. E’ questo il frutto di un accordo più o
meno tacito, oppure è il segnale di una modifica in atto delle
stesse composizioni societarie delle holding finanziarie a capo
delle grandi imprese?
Al di là di una possibile sottovalutazione delle capacità
tecnologiche delle imprese mafiose, il rapporto Nomos è importante
perché giunge a quantificare la percentuale delle opere che
tuttavia sarebbero a specifico rischio d’infiltrazione criminale.
Il dato di per sé è allarmante: secondo il ricercatore Giovanni
Colussi circa il 40 per cento delle opere potrebbe alimentare i
circuiti mafiosi (22). E’ nei settori più tradizionali dell’intervento
criminale nei lavori pubblici (movimenti terra, trasporti, forniture
di materiali inerti e calcestruzzi), in cui è più facile glissare
normative e certificazioni antimafia, che secondo i ricercatori di
Torino è possibile un "maggior grado di permeabilità all’azione
di gruppi criminali". Il Ponte è un megamonumento di cemento
ed acciaio (è prevista la produzione e la movimentazione di oltre
1,1 milioni di tonnellate di cemento, 780.000 metri cubi d’inerti,
69.000 tonnellate d’acciaio, oltre 1,3 milioni di metri cubi di
materia di risulta). I mafiosi "cercheranno di inserirsi
proprio in attività di questo tipo, che costituiscono ormai da
tempo i settori che privilegiano e che in genere tendono a
monopolizzare" (23).
"Per quanto riguarda le torri – spiega ancora Rocco Sciarrone
- un rischio criminalità potrebbe in ipotesi manifestarsi nella
fase di scavo e della realizzazione delle fondazioni, il cui volume
complessivo è di 86.400 mc in Sicilia e di 72.400 mc in Calabria.
In questo caso, imprese mafiose – già esistenti o più
probabilmente costituite ad hoc – potrebbero rivendicare una
partecipazione diretta ai lavori, soprattutto per le fasi di scavo e
di movimentazione terra. Lo stesso rischio può essere segnalato per
quanto riguarda le strutture di ancoraggio dei cavi di sospensione,
per le quali è previsto un volume di 328.000 mc in Sicilia e di
237.000 mc in Calabria". "Se si tiene inoltre conto che
per la realizzazione del manufatto occorrono in totale circa 860.000
mc di calcestruzzo, il rischio criminalità appare di gran lunga
più elevato data la tradizionale specializzazione dei gruppi
mafiosi nel cosiddetto ‘ciclo del cemento’. Lo stesso rischio si
rileva in tutte quelle lavorazioni con procedure esecutive di tipo
standardizzato, che riguardano, ad esempio, verniciature, saldature,
pavimentazioni, ecc." (24).
"Da dove verrà tutto il cemento necessario a costruire il
ponte?", si domanda il sociologo Osvaldo Pieroni, autore di un
eccellente volume che analizza i limiti dell’infrastruttura.
"E chi gestisce in quest’area il mercato delle attività
estrattive, del cemento, delle costruzioni e degli appalti?". E’
lo stesso Pieroni a fare un lungo elenco di famiglie storiche della
‘ndrangheta reggina: i Mammoliti, i Mazzaferro e i Piromalli di
Gioia Tauro, gli Iamonte di Melito Porto Salvo, i Barreca di Pellaro,
i Pesce e i Pisano di Taurianova, i Serraino, i Viola e gli Zagari
di Roccaforte del Greco, i Fazzolari e gli Albanesi di Molochio
(25). I nomi sono gli stessi di quelli segnalati dai più recenti
rapporti della Direzione nazionale Investigativa Antimafia, accanto
ai clan Mancuso e Morabito, di cui si denuncia l’enorme
pericolosità "in virtù dei già percorribili segnali di
infiltrazione nel tessuto imprenditoriale legale", capace di
"condizionare le procedure di gare d’appalto".
Gallerie, ferrovie e viadotti, la vera manna della mafia del
Ponte
Ma è nell’ambito dei lavori per i collegamenti ferroviari e
stradali, in buona parte previsti in galleria (21,7 Km in Sicilia e
25,9 Km in Calabria) e delle rampe di accesso al Ponte, che secondo
Nomos il rischio criminalità è ancora più alto ed evidente. Tali
lavori prevedono notevoli volumi di scavo e discarica, oltre al
fabbisogno di inerti lapidei per calcestruzzi. Si avranno
complessivamente 4,2 milioni di mc di scavo sul versante siciliano e
3,9 milioni di mc su quello calabrese e nonostante le dimensioni di
queste opere, il progetto della Società Stretto di Messina non
fornisce ipotesi credibili sulla localizzazione e l’utilizzo delle
cave e delle discariche necessarie.
Ci sono poi le infrastrutture di servizio al Ponte, che nel progetto
comprendono un volume complessivo di fabbricati per ciascun versante
di 2.800 mc, un’area di servizio-ristoro in Sicilia (38.000 mc),
un centro commerciale e di ristoro in Calabria (35.000 mc), un
centro direzionale sempre in Calabria con un’area d’assistenza e
soccorso ed una caserma della polizia (15.000 mc), un albergo ad
anfiteatro (23.500 mq), un museo (2.300 mq). "Si tratta di
opere rilevanti, che richiederanno un impegno finanziario non
indifferente e che facilmente possono richiamare gli interessi dei
gruppi mafiosi" afferma il sociologo Rocco Sciarrone. "Il
rischio criminalità è dunque particolarmente elevato, tenendo
peraltro presente che tali opere saranno considerate secondarie –
e anche oggettivamente marginali – rispetto alla realizzazione del
manufatto e delle sue infrastrutture principali. Il livello di
"guardia" potrebbe essere più basso e ciò comporterebbe
di conseguenza un maggior grado di vulnerabilità di queste opere
rispetto a eventuali infiltrazioni mafiose" (26).
Un altro settore particolarmente sensibile alla penetrazione mafiosa
è quello relativo all’offerta di servizi necessari per il
funzionamento dei cantieri. Oltre alla tradizionale funzione di
guardiania, "i mafiosi cercheranno con molta probabilità di
inserirsi nelle fasi di installazione e organizzazione dei cantieri,
e successivamente anche nella gestione dei loro canali di
approvvigionamento. E’ dunque ipotizzabile il tentativo di
controllare il rifornimento idrico e quello di carburante, la
manutenzione di macchine e impianti e la relativa fornitura di pezzi
di ricambio, il trasporto di merci e persone" (27). Un’ultima
nota del rapporto Nomos sul rischio criminalità è riservata al
ruolo che i mafiosi potrebbero cercare di assumere, in termini di
intermediazione e speculazione, sui terreni da espropriare per la
costruzione delle infrastrutture di collegamento e di servizio.
Segnali d’allarme in tal senso, sono stati raccolti dal Forum
sociale di Messina tra gli abitanti della frazione di Faro-Capo
Peloro, in occasione del recente campeggio di lotta contro il Ponte
sullo Stretto.
Un 40% delle opere ad alto "rischio di azione criminale"
significano 5.600-6.000 miliardi di lire d’investimenti pronti a
finire nelle mani delle imprese di mafia. Nonostante lo scenario di
forte illegalità e incompatibilità socioterritoriale del progetto
Ponte, il vecchio governo di centrosinistra guidato da Giuliano
Amato ha scelto di occultare i risultati del rapporto, e per bocca
del sottosegretario ai lavori pubblici, on. Antonino Mangiacavallo,
ha ridimensionato l’"impatto criminale" dell’infrastruttura,
assimilandola ad un qualsiasi progetto per il trasporto multimodale.
"Il maggior pericolo, nel caso della realizzazione del Ponte,
non appare legato né alla natura dell'opera né alla sua
unitarietà" ha dichiarato Mangiacavallo, rispondendo ad una
serie di interrogazioni parlamentari. "A rendere più rischiosa
tale soluzione sembra solo essere la sua maggiore dimensione
finanziaria rispetto alla multimodalità, ma se le risorse pubbliche
liberate dalla scelta dello scenario multimodale venissero impiegate
per rendere tale stesso scenario più robusto, costruendo ponti,
aeroporti e strade (...), l'impatto sulla sicurezza dei due scenari
diverrebbe simile" (28). Nonostante il contorto gioco di
parole, il sottosegretario conferma implicitamente che la mafia è
pronta a spartirsi i lavori di realizzazione del manufatto.
Al grande appuntamento con il mostro tra Scilla e Cariddi le
autorità si stanno accingendo impreparate e senza gli strumenti
idonei ad impedire il grande banchetto delle cosche criminali
siculo-calabre. Debole e per lo meno inopportuna è la soluzione
auspicata dagli stessi ricercatori del Gruppo Abele, che nel
rapporto sul ‘rischio criminalità’ per i lavori del Ponte
prospettano la creazione di una task force guidata dai magistrati
"che opererebbero come aggiunti presso le DDA di Messina e
Reggio Calabria, coordinati dalla Direzione Nazionale Antimafia e
coadiuvati da un apposito nucleo della DIA, allo scopo di compiere
una sistematica attività d’indagine e di prevenzione nei
confronti di tutti i soggetti economici impegnati nell’opera"
(29)
Valutare come altissimi i costi in termini di militarizzazione e
controllo mafioso del territorio nel momento in cui si aprirebbero i
cantieri per il Ponte, dovrebbe portare ad una seria messa in
discussione del valore e della fattibilità dell’opera stessa. E’
particolarmente ingenuo pensare che l’enorme impatto
sociocriminale previsto possa essere ‘bilanciato’ e ‘controllato’
dal potenziamento degli organismi d’indagine e magari di polizia.
Il processo di militarizzazione della Sicilia, la realizzazione di
megaimpianti di guerra sotto il controllo dei più efficienti
sistemi d’intelligence degli Stati Uniti, non ha assolutamente
impedito l’infiltrazione criminale nei cantieri e nei servizi
delle basi e degli aeroporti. Di contro, esso è stato funzionale
alla composizione di nuovi e più agguerriti blocchi sociali
moderati e al potenziamento della forza politico-militare della
mafia. La realizzazione delle grandi opere militari ha avuto l’effetto,
non certamente secondario, di ridurre gli spazi d’espressione
democratica e d’organizzazione dei soggetti sociali antagonisti al
modello di sviluppo dominante e al complesso bellico-industriale. C’è
poi da chiedersi perché mai dovrebbe avere esito positivo l’implementazione
di una task force di magistrati e agenti speciali, in un’area dove
le forti contiguità tra i poteri hanno impedito l’esercizio della
giustizia e persino inquinato e depistato indagini strategiche per
colpire i santuari del crimine…
Non è un caso che l’ipotesi di un ‘nucleo speciale d’indagini’
sia piaciuta ai grandi Signori del Ponte. L’on. Nino Calarco,
direttore della Gazzetta del Sud e presidente della Stretto di
Messina, a proposito del rischio d’infiltrazione mafiosa negli
appalti è giunto a proporre di nominare l’ex procuratore
distrettuale della DDA di Reggio Calabria, Salvatore Boemi, a capo
della task-force che il governo dovrebbe istituire per la verifica
della legalità. "Boemi sarebbe l’uomo giusto anche perché
è stato il primo a sollevare il problema delle possibili
infiltrazioni mafiose" (30). Un tentativo di cooptazione e di
legittimazione delle classi dirigenti locali che non può che essere
respinto per la sua inutilità e pericolosità. Quali sarebbero poi
le garanzie e i supporti che il nuovo governo potrebbe mai dare a
task force del tipo di quella proposta per la ‘vigilanza’ dei
lavori del Ponte? Illuminante in proposito quanto ha dichiarato
recentemente il ministro delle infrastrutture Pietro Lunardi:
"Ci siamo preoccupati d’investire una piccolissima parte
delle somme destinate alla realizzazione delle grandi opere per la
sicurezza contro il rischio criminalità. Abbiamo siglato un accordo
con il ministero degli Interni e del Tesoro in virtù del quale sui
cantieri per le grandi opere saranno presenti tutori dell’ordine a
garanzia che tutto avvenga al riparo dalle pressioni mafiose.
Monitoraggio costante, dunque, sui cantieri, come peraltro sta già
avvenendo in altre zone d’Italia" (31). Nient’altro che
fumo: piccolissime somme di denaro e qualche tutore dell’ordine in
più. Per Lunardi, del resto, l’infiltrazione mafiosa nella
gestione delle grandi opere non può essere argomento d’allarme.
"Mafia e Camorra ci sono e dovremo convivere con questa
realtà" ha esternato il ministro nell’agosto 2001.
"Questo problema non ci deve impedire di fare le
infrastrutture. Noi andiamo avanti a fare le opere che dobbiamo
fare, e questi problemi di Camorra, che ci saranno, per carità,
ognuno se li risolverà come vuole".
Guerra e stragi per i lavori del Ponte
L’infiltrazione delle organizzazioni mafiose nella gestione
delle risorse finanziarie finalizzate alla realizzazione del Ponte
non è un processo recente, e soprattutto non è stato né lineare
né indolore. Al contrario, esso è passato attraverso una fase di
grave conflitto tra le maggiori cosche calabresi, culminata in una
vera e propria guerra che, nella seconda metà degli anni ’80, ha
disseminato di morti (oltre 600) le strade della provincia di Reggio
Calabria. Lo scontro militare scoppiò nell’ottobre del 1985 a
seguito dell’assassinio del boss di Archi Paolo De Stefano,
intimamente legato ai poteri economici, politici e massonici. Di lui
sono stati provati i legami con la Banda della Magliana e con gli
ambienti dell’eversione di estrema destra, alla quale si sarebbe
accostato "negli anni in cui frequentava l’Ateneo messinese,
ed attraverso tali ambienti con altri ancora più potenti ed
influenti a livello nazionale, quali quelli dei servizi segreti,
della massoneria deviata, del terrorismo internazionale e dei grandi
trafficanti internazionali di armi e droga" (32).
L’eliminazione di Paolo De Stefano fu la risposta, immediata, all’attentato
con un’autobomba cui era miracolosamente scampato il boss Antonino
Imerti, detto ‘nano feroce’, ma che costò la vita a tre
persone. Gli inquirenti non tardarono ad individuare la causa
scatenante del conflitto tra le cosche. "A quanto pare - scrive
Enzo Ciconte - la guerra era da mettere in relazione agli appalti
pubblici attorno a Villa San Giovanni in vista della costruzione del
ponte sullo stretto di Messina che avrebbe dovuto collegare
stabilmente le sponde della Calabria e della Sicilia" (33).
Alla stessa conclusione sarebbe giunto il Tribunale di Reggio
Calabria, in una sua recente ordinanza di arresto contro 191
affiliati alla ‘ndrangheta: "Tra le ragioni alla base della
"guerra di mafia" che ha interessato l’area di Reggio
Calabria tra il 1985 e il 1991, sembra esserci anche il controllo
dei futuri appalti relativi alla costruzione del Ponte sullo
Stretto" (34). La tesi viene sposata dalla Commissione
parlamentare antimafia in visita nel 1989, nella provincia di Reggio
Calabria. Pur senza fare esplicito riferimento all’infrastruttura,
la Commissione, soffermandosi sul caso di Villa San Giovanni, comune
che aveva visto cadere sotto i colpi di lupara affiliati alle cosche
e uomini politici locali, affermava che "i giudici hanno
chiarito che in questa località si è sviluppato uno scontro fra
cosche per la gestione di una cospicua, futura erogazione di denaro.
(...). E’ ragionevole pensare che al centro delle attenzioni da
parte della criminalità organizzata possa essere stato il Comune
più importante e produttivo (Villa San Giovanni) ove peraltro deve
essere decisa la realizzazione di importanti opere pubbliche"
(35).
In realtà lo scatenamento del conflitto seguì di poco gli annunci
favorevoli alla realizzazione dell’opera "in tempi
brevi" da parte dell’allora governo presieduto da Bettino
Craxi. Il leader socialista arrivò perfino a fissare le date del
progetto: "i lavori del Ponte dovranno iniziare nel 1988 e
terminare nel 1996" (36). Le aspettative furono alimentate
dalla firma, sempre nel 1985, della convenzione Stato-Società dello
Stretto di Messina che metteva nero su bianco sui tempi di
realizzazione dell’infrastruttura. L’anno successivo il
ministero dei lavori pubblici diretto da Claudio Signorile stanziava
220 miliardi per ulteriori studi e sondaggi nell’area tra Scilla e
Cariddi (37).
Il rapporto diretto guerra di mafia-Ponte ha trovato riscontro nelle
dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. Filippo Barreca,
deponendo durante il processo contro il boss Giorgio De Stefano ed
altri 34 affiliati alla ‘ndrangheta di Reggio Calabria, ha
spiegato che il conflitto tra Paolo De Stefano e Antonino Imerti
verteva proprio su chi dovesse esercitare la leadership sulla
gestione delle opere infrastrutturali: "Liberando il territorio
da Antonino Imerti, Paolo De Stefano si assicurava il controllo
della zona e, quindi, dei futuri lavori".
L’ex affiliato alla ‘ndrina Filippo Barreca ha aggiunto che fu
proprio l’esigenza di appropriarsi dei cospicui finanziamenti per
le opere pubbliche a spingere le cosche a ricomporre il conflitto
"L’interesse a che fosse ristabilita la pace in provincia di
Reggio scaturiva da una serie di motivazioni, alcune di ordine
economico (pacchetto Reggio Calabria e realizzazione del ponte sullo
Stretto) e altre di politica criminale" ha dichiarato Barreca
ai magistrati calabresi. "Anche i siciliani presero posizione
nel senso che andava imposta la pace fra le cosche del Reggino,
essendo in gioco grossi interessi economici la cui realizzazione
veniva compromessa da quella guerra. Mi riferisco al ponte sullo
Stretto nonché ad opere pubbliche che dovevano essere appaltate su
Reggio Calabria".
Il procedimento giudiziario scaturito dalla cosiddetta ‘Operazione
Olimpia’ ha accertato l’intervento dei maggiori esponenti di
Cosa Nostra siciliana per favorire la rappacificazione tra le cosche
calabresi, accanto ai vecchi patriarchi della ‘ndrangheta emigrati
in Canada e ad alcuni esponenti politici reggini vicini ai poteri
massonici e all’eversione di estrema destra. La pace di Reggio
rappresentò una vera e propria svolta nella storia della ‘ndrangheta,
che si riorganizzò sul modello delle ‘commissioni’ delle
province siciliane e con una struttura sempre più impermeabile alle
possibili infiltrazioni esterne. Le ‘ndrine ne uscirono dunque
rafforzate e ben organizzate per partecipare alla spartizione delle
nuove opere pubbliche programmate nell’area.
L’estorsione sui sondaggi
Una conferma degli interessi di Cosa Nostra nella gestione delle
attività relative alla realizzazione del Ponte è venuta da un
altro importante collaboratore di giustizia, il messinese Gaetano
Costa, che ha riferito di un incontro tenutosi a Roma intorno all’82-83
tra il suo ex braccio destro Domenico Cavò, poi assassinato, e il
boss Pippo Calò, mente economica delle cosche vincenti di Palermo,
"per discutere una questione concernente l’inserimento della
mafia nella gestione di alcuni sondaggi geologici in vista della
possibile realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina".
Questa dichiarazione ha trovato conferme in ambito processuale, nel
cosiddetto procedimento ‘Olimpia 4’, condotto contro le famiglie
dei Rosmini, dei Serraino, degli Imerti, dei Condello, dei Latella e
dei Paviglianiti, responsabili di una serie di episodi estorsivi e
di un vasto traffico di stupefacenti nella provincia di Reggio
Calabria (38). Grazie ai collaboratori di giustizia è stata,
infatti, provata l’attività estorsiva nei confronti dei
responsabili della ATP - Giovanni Rodio S.p.A. di Milano, la
società incaricata delle trivellazioni e dei sondaggi idrogeologici
nel corso degli studi di fattibilità del Ponte sullo Stretto, da
parte di Ciccio Ranieri, boss di Campo Piale, legato al clan Imerti
(39).
Per questa estorsione, Ciccio Ranieri è stato condannato in appello
a tre anni e quattro mesi di reclusione; ad accusarlo, è stato il
pentito di mafia Maurizio Marcianò, che ha pure identificato i
dirigenti della società che gli avevano versato alcuni milioni di
lire. L’atteggiamento dei funzionari della Rodio S.p.A. è stato
scarsamente collaborativo e in sede di dibattimento è accaduto
perfino che il capo cantiere dell'impresa, arrivato dall'estero per
testimoniare, nonostante l’ammonimento del presidente della Corte,
insistesse nel non riconoscere l'imputato Ranieri (40).
Cap. 2 – Messina, il Ponte e i Poteri Occulti
Lo Stretto di Messina, snodo degli interessi criminali
Molto si è scritto sulla potenza criminale della ‘ndrangheta e
sulla sua capacità di penetrazione nel tessuto socioeconomico della
Calabria. Un po’ meno si sa delle organizzazioni criminali
esistenti nel territorio messinese e solo dopo lo scoppio del
cosiddetto ‘Caso Messina’ nell’inverno-primavera del 1998,
mass-media, inquirenti e membri della Commissione parlamentare
antimafia hanno iniziato ad approfondire il ruolo e la portata della
mafia della città dello Stretto. E’ opportuno un approfondimento
per comprendere a pieno il contesto criminale in cui dovrebbe
sorgere la grande infrastruttura per il collegamento tra i
promontori di Scilla e di Cariddi.
E stata ancora una volta la Direzione Investigativa Antimafia ad
analizzare opportunamente il ruolo storico giocato da Messina per l’alleanza
strategico-operativa delle cosche siciliane e delle ‘ndrine
calabresi. Le risultanze delle indagini hanno accertato che grazie
alla sua posizione geografica, la provincia di Messina rappresenta
uno "snodo vitale", una sorta di "area comune",
non solo per l’economia siciliana ma anche per gli interessi di
Cosa Nostra e della ‘ndrangheta.
La provincia di Messina, scrive la DIA, è "caratterizzata da
vivaci e complesse dinamiche criminali locali in cui si evidenziano
costanti interferenze mafiose di diversa estrazione e provenienza
che, tuttavia, non sembrano mirare alla impostazione di un modello
di struttura criminale verticistico con competenza su tutto il
territorio della provincia. Si registra l’influenza di circuiti
malavitosi collegati alla Calabria, anche in funzione di proiezioni
verso zone ad elevata criminalità mafiosa del catanese e del
palermitano, contigue a quella messinese".
Storicamente la "massiccia infiltrazione" nel territorio
peloritano dei Corleonesi e dei clan catanesi è riferibile ai primi
anni ‘80, mentre nel corso degli anni ‘70, la città dello
Stretto era inserita a pieno titolo nella sfera di influenza della
‘ndrangheta calabrese. In quegli anni i boss dei gruppi emergenti
della criminalità messinese erano "immediatamente sottordinati"
ai capi storici della ‘ndrangheta quali Antonio Macrì di Siderno,
Girolamo Piromalli di Gioia Tauro e Domenico Tripodo di Reggio
Calabria. La città ed il suo hinterland furono trasformati nel
luogo favorevole alla permanenza dei latitanti, alcuni affiliati
persino ai gruppi camorristi campani (ad esempio il clan Misso,
coinvolto nella strage al rapido 804 dell’antivigilia di Natale
del 1984).
Nel sottolineare la sinergia criminale della ‘ndrangheta e di Cosa
Nostra, accanto alle più pericolose organizzazioni criminali
internazionali e alle aree ‘grigie’ della finanza e della
politica, la DIA ha specificato che in quest’ambito Messina è
stata assunta a ‘snodo di traffici e collegamenti’. "Si
tratta di interessi che ben potrebbero giustificare uno sforzo di
sottrarre il più possibile l’area della provincia di Messina all’attenzione
degli organismi giudiziari ed investigativi creando una sorta di
cuscinetto in cui allocare la sede di interessi comuni e di
rilevante importanza strategica". La città dello Stretto è
stato punto di riferimento di un vasto traffico internazionale di
armi e di riciclaggio di denaro proveniente dal commercio di
stupefacenti o di proventi di tangenti finite a politici,
imprenditori mafiosi, funzionari pubblici, a seguito del massiccio
investimento in opere pubbliche o di edilizia turistico-immobiliare,
in buona parte dal devastante impatto socioambientale. Come ha
sottolineato il Procuratore della Repubblica di Messina Luigi Croce,
nel capoluogo, "realtà morente sul piano
imprenditoriale", hanno trovato ampio impulso le estorsioni e
lo spaccio degli stupefacenti, mentre "massicci appaiono gli
inserimenti negli appalti dei lavori pubblici e nel riciclaggio di
denaro, con il successivo reimpiego in attività imprenditoriali
apparentemente lecite" (41). Le indagini giudiziarie sulla
cosiddetta ‘Mani Pulite dello Stretto’ hanno evidenziato che
negli anni ‘80 sono state finanziate nella provincia opere
pubbliche per ben 17.000 miliardi, un dato che corrisponde al 32%
del valore dei finanziamenti di opere in tutta la Sicilia.
Secondo quanto raccontato alla Commissione Antimafia da Angelo Siino,
il collaboratore di giustizia già ‘ministro-massone dei lavori
pubblici’ di Cosa Nostra, tutti gli appalti pubblici della
provincia, comprese le opere di minor rilievo, sono stati
"scanditi" dalle ‘famiglie’ di Palermo e di Catania.
"Le imprese messinesi potevano competere, vincere secondo un
codice governato dai due tronconi di Cosa Nostra garantendo il
rispetto delle competenze territoriali delle imprese", scrive
la Commissione parlamentare nella sua bozza di relazione sul ‘Caso
Messina’. "Tale Governo era pagato con una sorta di tassa che
derivava dai proventi dell’appalto. Le imprese che pagavano
potevano continuare a svolgere la propria attività. Quelle che
venivano dichiarate ‘insolventi’ perdevano ogni speranza di
poter svolgere qualunque lavoro. (...). Questa regia occulta
assicurata dalle famiglie siciliane e calabresi spiega la relativa
tranquillità ‘militare’ del territorio messinese. Ma questa
pace, interrotta di tanto in tanto da regolamenti di conti
sanguinari, era pagata con il prezzo altissimo della perdita di quel
livello minimo di legalità, di trasparenza, che fanno di un mercato
qualunque un’area del libero confronto tra energie economiche che
si confrontano su un terreno di pari opportunità". Nonostante
la Commissione antimafia eviti ogni classificazione, è indubbio che
questo sistema abbia prodotto quell’"interazione tra le
organizzazioni criminali e il blocco sociale a composizione
interclassista, egemonizzato da strati illegali-legali" proprio
della cosiddetta ‘borghesia mafiosa’, nell’accezione dei
maggiori studiosi in materia (42) .
La fitta rete tra poteri forti
Una delle contraddizioni più stridenti di Messina è stata
sottolineata ancora dalla Commissione parlamentare antimafia: è
quella che ha per oggetto "gli intrecci di interessi, le
alleanze e persino i legami di parentela ai livelli più alti di
responsabilità della vita istituzionale". "Una tendenza
al condizionamento della vita politica, sociale, economica,
giudiziaria, culturale, accademica – continua il documento dell’Antimafia
– tanto più efficace quanto più grande si manifestino i legami,
gli intrecci tra le istituzioni che contano: la magistratura da un
lato, il mondo accademico, quello economico e finanziario dall’altro".
A Messina, spesso, ampi settori della magistratura hanno ostentato
familiarità e amicizia con il potere politico ed imprenditoriale.
Negli anni ‘90 si è verificato che nella poltrona più alta della
Procura sedesse uno stretto congiunto del Rettore dell’Università,
al centro di delicate indagini perché socio di un’azienda a
conduzione familiare che ha fornito farmaci al Policlinico
universitario a prezzi sovradimensionati. Le recenti inchieste della
Procura di Catania hanno evidenziato un vasto circuito di
contiguità e collusioni tra importanti magistrati giudicanti e
inquirenti del distretto di Messina e i maggiori boss criminali
dello Stretto e finanche la concertazione di una strategia di
depistaggi e falsi pentitismi tesi alla protezione della cupola
politico-affaristica-mafiosa della provincia. Soffermandosi proprio
sul distretto giudiziario peloritano, la Commissione antimafia ha
evidenziato "conflitti profondi, divisioni irrimediabili,
guasti talmente forti da mettere in discussione la certezza dei più
elementari diritti alla giustizia che spettano ad ogni comunità
democratica, ad ogni consorzio civile".
Nel sentire comune, a Messina ‘giustizia non è mai stata fatta’;
corruzioni, omissioni, benevolenze, superficialità in indagini e
sentenze sono sotto gli occhi di tutti, e continuano ad essere
oggetto di procedimenti giudiziari e delle attività ispettive del
Consiglio Superiore della Magistratura. La sfiducia nella Giustizia
ha pesato come un macigno sulle possibilità di sviluppo democratico
di un’intera collettività.
Il crocevia dell’eversione neofascista e della massoneria
deviata
La relazione della Commissione antimafia, che pure ha il pregio
di aver messo le dita su alcune delle piaghe di Messina (malaffare
nell’Università, caso giustizia, inquietante gestione di alcuni
pentiti, ecc.), ha preferito non analizzare altri elementi che pure
hanno favorito il fenomeno mafioso e l’instaurarsi di un blocco di
potere che nelle sue dinamiche, per certi aspetti, appare similare
ai gruppi dominanti nelle narcodemocrazie dell’America Latina.
Il Comitato per la pace e il disarmo unilaterale di Messina,
pubblicando nel 1998 il volume ‘Le mani sull’Università’, ha
denunciato come per l’ingresso in città della criminalità
mafiosa alla fine degli anni ‘60, sia stato centrale il legame dei
gruppi criminali con le organizzazioni di estrema destra (Ordine
Nuovo, Avanguardia Nazionale) che operavano in quegli anni a Messina
grazie alle coperture di ampi settori della magistratura e delle
autorità di pubblica sicurezza.
Alle medesime conclusioni è giunta recentemente la Procura di
Messina rinviando a giudizio decine di affiliati al clan di Africo
dei Morabito, che in legame con le cosche del messinese e del
barcellonese hanno cogestito i maggiori appalti infrastrutturali e
di gestione dei servizi dell’Ateneo e dell’Opera Universitaria,
controllando altresì il mercato a pagamento degli esami e delle
lauree (Operazione ‘Panta Rei’). Nell’ateneo di Messina si è
consumato un patto scellerato tra affiliati alle ‘ndrine e
militanti neonazisti finalizzato alla gestione di appalti di
forniture e servizi e alla realizzazione della cosiddetta ‘strategia
della tensione’ per bloccare i processi di democratizzazione in
atto nel paese.
La convergenza tra i poteri criminali è già stata al centro di
numerose inchieste (si pensi alle risultanze cui sono giunte la
Commissione parlamentare sulla P2 o le procure che indagano sulle
stragi – Milano, Firenze, Reggio Calabria, ecc.). Quello che non
si sapeva è che Messina ha avuto un ruolo strategico all’interno
del panorama eversivo nazionale, anche grazie al fatto che in città
si sviluppò parallelamente un’altissima concentrazione di logge
massoniche ‘ufficiali’ e ‘deviate’ (43). E’ stata la
stessa Direzione Investigativa Antimafia a sottolineare come a
Messina la massoneria potrebbe essere stata "il canale di
collegamento con ambienti politico-affaristici di altissimo livello,
normalmente non alla portata delle cosche tradizionali".
Nell’area dello Stretto hanno operato importanti iscritti alla P2
di Licio Gelli, tra cui ex questori ed ex comandanti dell’Arma e
il nucleo più numeroso del sud Italia di appartenenti all’organizzazione
militare segreta Gladio (44). Senza enfasi è possibile affermare
che molti dei segreti della storia della Repubblica passino da
Messina. Alcuni dei protagonisti della stagione delle bombe nell’università
negli anni ‘70, sono stati condannati per le grandi stragi
politico-mafiose del ’92-’93, mentre altri sono stati indagati
all’interno dell’inchiesta, oggi archiviata, sui cosiddetti ‘Sistemi
criminali’, i mandanti coperti della strategia destabilizzante
degli ultimi anni, tra massoneria, servizi segreti ed alta finanza.
Come vedremo più avanti, perlomeno uno di questi personaggi è
stato in relazione con i maggiori gruppi finanziari ed industriali
che concorrono alla realizzazione del Ponte sullo Stretto.
Messina metafora del Mezzogiorno senza sviluppo
Messina ha così assunto il ruolo di centro nevralgico per l’accumulazione
e il riciclaggio di denaro sporco; è il luogo dove si è fatta
asfissiante la concentrazione dei poteri economici e criminali; è l’area
strategica per la concertazione di progetti lesivi dello sviluppo
democratico del paese, protagonisti le mafie siciliane e calabresi e
quelli che impropriamente vengono definiti ‘poteri occulti’, le
logge massoniche, alcuni gruppi di derivazione neofascista e certi
segmenti paraistituzionali presumibilmente legati ai servizi segreti
‘deviati’. Ma più che il teatro di una spy story dai confini
indefinibili Messina è forse solo una metafora di un Sud asservito
ad un modello di sviluppo che ha dilapidato immense risorse del
territorio, ha visto il trasferimento a Nord d’inestimabili
capitali finanziari e di saperi, ha accresciuto la disoccupazione e
consegnato intere aree al dominio della borghesia mafiosa.
La radiografia tracciata dal CENSIS nel suo rapporto del marzo 1998
su ‘Legalità e sviluppo a Messina’, evidenzia come la città
dello Stretto sia caratterizzata da buona parte dei fattori
socioeconomici che hanno condannato al sottosviluppo il Mezzogiorno
d’Italia. Innanzi tutto, l’esclusiva vocazione al terziario e l’alto
tasso di disoccupazione (45). A Messina, dopo la frenetica
urbanizzazione degli anni Sessanta e Settanta, nell’ultimo
decennio è stata registrata la fuga dal centro urbano del 2,5%
della popolazione. La valutazione del CENSIS dei consumi culturali
ha delineato una situazione di ‘scarsa vitalità’ e la bassa
propensione alla creazione di associazioni a carattere artistico e
culturale. Di contro il numero degli operatori finanziari è ben al
di sopra della media nazionale, mentre la quantità di sportelli
bancari è in linea con i valori nazionali (46). Ciò, spiega il
rapporto dell’istituto di ricerca è "elemento di ambiguità
anziché di sviluppo, in un contesto sospettato di
riciclaggio". A questa specificità messinese si aggiungono i
fenomeni tipici di tante aree del Sud, l’assenza di mobilità
sociale, il sempre maggiore disagio dovuto ai processi di cattiva
urbanizzazione (baraccopoli post-terremoto 1908 mai risanate,
creazione di quartieri ghetto, assenza di servizi sociali e verde
pubblico attrezzato), la deindustrializzazione (a Messina le
tradizionali attività legate alla trasformazione agrumaria e alla
cantieristica sono pressoché collassate), la crisi del settore
edilizio (ambito ‘protetto’ dalle amministrazioni, che in
assenza di Piano regolatore in soli 30 anni ha visto triplicare il
patrimonio immobiliare della città, contro un aumento della
popolazione di appena il 25%).
Il CENSIS ha posto altresì l’accento sulla ‘debolezza’ della
società civile, "sia come incapacità di rappresentare
pubblicamente i grandi problemi (sottosviluppo, disagio sociale,
inefficienza delle istituzioni, ecc.), sia come poca disponibilità
all’impegno per la soluzione dei problemi stessi". In una
realtà caratterizzata dall’arretratezza socioeconomica, ciò non
può che privilegiare l’insediamento mafioso.
La città e le istituzioni di Messina hanno vissuto la ‘rimozione’
pressoché generale del fenomeno criminale. Sempre il CENSIS
ipotizza che questo atteggiamento sia stato favorito da una ‘convergenza
d’interessi’, "alcuni in buona fede, altri dubbi, altri
sicuramente tesi a creare una copertura per una presenza che alla
fine degli anni Ottanta era forte e pervasiva". Come si vede
una tesi similare a quanto denunciato dalla Direzione Investigativa
Antimafia, nella sua radiografia sui processi criminali in atto nell’altra
città dello Stretto, Reggio Calabria. Questa fitta rete d’interessi
piccoli e grandi ha impedito che per anni il problema della mafia a
Messina emergesse nella coscienza civica. Ha altresì accelerato –
aggiunge il CENSIS - l’evoluzione della rete criminale, cresciuta
sull’estorsione e l’usura e "dunque sulla capacità di
inserirsi nell’economia territoriale, stringendo una sempre più
fitta strategia d’intervento con l’imprenditoria e ampi settori
della vita politica".
E’ nel settore del prestito usuraio che si è particolarmente
realizzata la contiguità della criminalità con i settori ‘produttivi’.
Messina, oggi, si colloca al terzo posto, dopo Napoli e Roma, tra le
province d’Italia più a rischio d’usura. E il capitale d’usura
non sarebbe tutto d’origine mafiosa, ma proverrebbe in parte da
soggetti insospettabili, che vedono nel ‘prestito di denaro’ un
investimento redditizio e a basso rischio. Questo sistema illegale
ha trovato il suo migliore terreno di coltura in quei settori
caratterizzati dalla gestione clientelare delle aziende di credito,
dalla scarsa professionalità degli imprenditori, dalla recessione,
dalla "tendenza del sistema economico a perseguire la rendita
piuttosto che il rischio imprenditoriale". E’ in questo
contesto sociale perverso, frantumato, deideologizzato, che
attecchisce e si sviluppa il sogno-mito del collegamento stabile tra
Scilla e Cariddi.
Una nuova cattedrale per il deserto meridionale
Il polo siderurgico di Gioia Tauro, l’Italsider di Bagnoli e
Taranto, i poli chimici siciliani di Gela, Milazzo, Priolo. Per
decenni le grandi concentrazioni industriali altamente inquinanti o
le megainfrastrutture sono state le uniche ricette del ‘modello di
sviluppo’ proposto per il Mezzogiorno. Il Ponte, in linea con il
passato, è la panacea offerta alla gente dello Stretto, chimera
"capace di enormi ricadute economiche ed occupazionali e di
accelerare la crescita socioeconomica e l’integrazione delle
popolazioni dell’area dello Stretto". "Quando il
manufatto sarà pronto – ha dichiarato enfaticamente il
neoministro delle infrastrutture Pietro Lunardi – si registrerà
una trasformazione del territorio straordinaria sotto i profili
urbanistico, economico e sociale" (47).
Come rilevato dal CENSIS, la filosofia che sta dietro il progetto
del Ponte è la stessa che vede nella grande opera pubblica la
chance privilegiata di riscatto del Mezzogiorno: "Una filosofia
niente affatto nuova, e che ha per lungo tempo guidato la politica
degli interventi pubblici nel Meridione. Una filosofia che ha
portato ad una serie di storiche disfatte dello Stato nella
battaglia per lo sviluppo del Sud". Filosofia, prosegue il
CENSIS, dominata da alcune dinamiche perverse: "la cultura
delle inaugurazioni contro quella delle manutenzioni (realizzata l’opera
ne si trascura la gestione); la tendenza al gigantismo a scapito di
una diffusione degli interventi; la tendenza a posizionare le opere
sulla base di considerazioni elettorali o assistenziali e non nel
quadro di un progetto organico di sviluppo; la tendenza a
considerare l’opera pubblica come un pretesto per l’erogazione
di rendite a più livelli; l’asistematicità dell’intervento; l’incertezza
dei finanziamenti".
Il Ponte assume così l’aspetto di un’imponente ‘Cattedrale
sullo Stretto’, o più correttamente di un’infrastruttura che
accelera il processo di ‘desertificazione’ dei trasporti del sud
Italia, dove restano incomplete le reti autostradali e ferroviarie e
insufficiente la viabilità secondaria (specie in Calabria e
Sicilia), e dove si è ancora lontani dal definire un progetto di
sistema delle comunicazioni, che punti al rilancio della rete
portuale e del cabotaggio. Il sogno-modello del Ponte - e non è
casuale - si afferma nel momento stesso in cui nell’area dello
Stretto è in atto il progressivo smantellamento del sistema di
trasporto pubblico delle ferrovie a favore delle compagnie private
in mano ad imprenditori assistiti, ben protetti dal potere politico
locale e nazionale, strenui oppositori d’ogni politica d’integrazione
del sistema dei trasporti da e verso la Sicilia.
I cavalieri neri dello Stretto
L’attraversamento dello Stretto si è così trasformato nel
Pozzo di San Patrizio di due potenti gruppi armatoriali,
opportunisticamente consorziatosi: sono essi che guardano con sempre
più interesse alle opere di finanziamento e di realizzazione di una
megainfrastruttura tra Scilla e Cariddi. Da una parte, in Calabria,
i Matacena della Caronte S.p.A. (48), con il patriarca Amedeo
senior, passato alla storia dell’Italia repubblicana per essere
stato uno dei maggiori finanziatori della rivolta di Reggio Calabria
nel 1970 (49). Dall’altra il gruppo Franza, comproprietario della
Tourist Ferry Boat, la seconda grande impresa che opera tra Messina
e Villa San Giovanni e che nel solo anno 2000 ha fatturato con il
trasporto del gommato oltre 60 miliardi di lire (50).
Due società armatoriali che una recente inchiesta della Procura di
Messina ha provato essere state assoggettate per anni al pagamento
del pizzo dalla ‘ndrangheta calabrese, in particolare dal gruppo
guidato dal boss di Archi Paolo De Stefano, e dalle cosche messinesi
guidate da Domenico Cavò, Salvatore Pimpo e Mario Marchese. Le
dazioni annue sarebbero state di oltre mezzo miliardo di lire, a cui
si sarebbe aggiunta l’assunzione di amici e parenti di uomini
affiliati alle cosche. La Caronte e la Tourist si sarebbero
sottoposte silenziosamente al sistema estorsivo pur di accrescere in
piena tranquillità i propri fatturati con il monopolio del
trasporto di auto e tir tra Messina e Villa San Giovanni (51).
Per anni si è creduto che fossero i ‘signori del traghettamento
privato’ i rappresentanti locali di quei "poteri
occulti" che si sarebbero opposti alla realizzazione del Ponte
sullo Stretto. In realtà è stato il contrario. Con il Ponte i due
gruppi armatoriali hanno tutto da guadagnare, ed in vista della sua
realizzazione sono state riorganizzate società ed holding ed
avviate invadenti strategie di mercato e d’immagine.
La famiglia Matacena, in particolare, ha tentato di entrare
direttamente nella gestione delle opere relative all’attraversamento
stabile dello Stretto di Messina, costituendo ad hoc la Società
Ponte d’Archimede (presidente Elio Matacena, figlio di Amedeo
senior) e brevettando il progetto di un ponte sommerso, ancorato ai
fondali da una serie di tiranti metallici. Il progetto di
fattibilità tecnica è stato presentato per conto delle società
Saipem, Snamprogetti, Spea e Tecnomare, ha ricevuto cospicui
finanziamenti da parte dell’Unione europea ed ha visto il
coinvolgimento del Politecnico di Milano e dell’Università
Federico II di Napoli. Tuttavia l’ipotesi di un ponte semi
sommerso è stato scartato dalla Società Stretto di Messina che ha
preferito l’alternativa del ponte sospeso (52).
Ciò non ha significato la resa finale del gruppo armatoriale e
attraverso Amedeo Matacena junior, eletto parlamentare di Forza
Italia nel ’94 e nel ’97, è stata intrapresa una battaglia
nelle maggiori sedi istituzionali contro l’ipotesi ‘ponte
sospeso’, a difesa del progetto del ‘ponte d’Archimede’.
Amedeo Matacena junior è perfino giunto a scrivere direttamente a
Silvio Berlusconi per chiedere di "approfondire i motivi che
hanno sempre privilegiato il progetto Ponte a scapito di un tunnel
collegante lo Stretto" e ad invitare, l’allora ministro dei
lavori pubblici Antonio Di Pietro, a considerare "i progetti
relativi al tunnel dello Stretto di Messina che costano un terzo
rispetto al ponte e hanno un impatto ambientale meno dannoso"
(53).
Gli interventi dell’ex deputato di Forza Italia non sono stati
proficui e presto l’intero partito-azienda ha preso le distanze
non solo dall’ipotesi progettuale del gruppo Matacena, ma perfino
dello stesso Amedeo junior, non ricandidato alle ultime politiche.
Hanno certamente pesato in questa scelta le gravi accuse di
contiguità con la criminalità organizzata calabrese di cui è
stato vittima il politico-imprenditore dello Stretto. Accuse finite
al vaglio del tribunale di Reggio Calabria che nel marzo 2001 ha
condannato l’on. Amedeo Matacena junior, a cinque anni e quattro
mesi per associazione mafiosa e voto di scambio con le cosche. Per i
giudici, è stata dimostrata "una perfetta sintonia d’intenti
del Matacena sia con le cosche reggine sia con quelle delle altre
aree calabresi di maggior peso criminale, dalla Piana di Gioia Tauro
al cosentino" e la "rilevanza e influenza nella
risoluzione di questioni interne alla ‘ndrangheta". Nella
sentenza di condanna di Amedeo Matacena, i giudici hanno descritto i
rapporti "accertati sin dalla giovinezza" con il boss
Paolo De Stefano (54), le "frequentazioni affettuose" con
le famiglie Alvaro e Mammoliti e gli "interventi e l’assistenza"
in sede istituzionale e giudiziaria a favore del clan
Rosmini-Serraino (55).
Amicizie pericolose
"Matacena – si legge nel dispositivo di sentenza del
Tribunale di Reggio Calabria – era per le sue qualità familiari
ed economiche, ritenuto idoneo a rivestire direttamente cariche
pubbliche elevate per la realizzazione dei propri interessi"
(56). In precedenza Amedeo Matacena junior era stato accusato dal
pentito Rocco Nasone di averlo incontrato in occasione delle
elezioni amministrative del 1988 e di aver ricevuto 10 milioni per
sostenerlo elettoralmente. Alle successive elezioni regionali, il
Matacena si sarebbe recato frequentemente a Scilla per incontrare
gli affiliati Vincenzo e Pasquale Gaietti; secondo un collaboratore
di giustizia di Sibari, il Matacena avrebbe inoltre partecipato nell’aprile
1992 ad una cena elettorale assieme ad altri mafiosi in favore del
candidato liberale Attilio Bastianini (57).
Stando al collaboratore Pasquale Nucera, affiliato al clan Iamonte
di Melito Porto Salvo, Amedeo Matacena junior, nel settembre 1991,
qualche mese prima della campagna elettorale che avrebbe segnato l’avvento
della Seconda repubblica, sarebbe stato tra i partecipanti della
riunione annuale delle famiglie della ‘ndrangheta presso il
santuario della Madonna dei Polsi in Aspromonte. "Era presente
– ha dichiarato Nucera - seppure defilato, Matacena junior ‘il
pelato’, appartato con Antonino Mammoliti di Castellace". Il
vertice sarebbe stato di rilevanza strategica e vi sarebbero
intervenuti, tra gli altri, esponenti mafiosi di Canada, Australia,
Stati Uniti e Francia e uno strano personaggio presumibilmente
legato ai servizi segreti. Nel corso della riunione, sempre secondo
il Nucera, il boss calabrese Francesco Nirta avrebbe fatto
riferimento all’inizio di una campagna per la conquista del potere
politico, grazie ad "uomini nuovi per formare un partito che
sia espressione diretta della criminalità mafiosa da portare al
successo elettorale attraverso una campagna terroristica" (58).
Sei mesi più tardi avrebbe preso il via la lunga stagione delle
stragi, gli assassinii dei giudici Falcone e Borsellino prima, gli
attentati a Roma, Firenze e Milano dopo.
"Sulle dichiarazioni dei pentiti contro di lui ci sono
riscontri di tutti i generi", ha rilevato il procuratore di
Reggio Calabria Salvatore Boemi. "Il rapporto fra Matacena e la
mafia è organico. Lui mette in contatto imprese e clan e in cambio
chiede voti. È riuscito a imporre come vicepresidente della
Provincia uno come Giuseppe Aquila, barista della Caronte e nipote
di Demetrio Rosmini, boss dell'omonimo clan che nella guerra di
mafia dei primi anni Novanta si alleò con lo schieramento
Serraino-Condello-Imerti, contro la potente famiglia De
Stefano" (59). La gestione del servizio bar-ristorazione a
bordo delle unità navali della Caronte S.p.A., presso cui era
impiegato l’Aquila, era stato affidato dai Matacena prima a Bruno
Campolo e successivamente al figlio Giuseppe Campolo. Bruno Campolo
è stato condannato a otto anni di reclusione per traffico di droga,
ma neanche dopo la condanna "venne a mancare il rapporto di
fiducia con la famiglia Matacena", come segnalano i magistrati
reggini che hanno indagato sull’ex parlamentare di Forza Italia.
Anche al fratello Elio Armando Matacena, presidente della Società
Ponte d’Archimede, sono state contestate relazioni d’affari con
personaggi chiacchierati. In particolare egli è stato titolare del
51% delle azioni della Sogesca, società di cui il restante 49% era
nelle mani di Giancarlo Liberati, esponente locale di Forza Italia
e, secondo i magistrati, "uomo della ‘Ndrangheta, legato ai
Molè e ai Piromalli di Gioia Tauro" (60). La Sogesca era stata
fondata con il nome di In.co.tur e lo scopo societario prevedeva la
fornitura di servizi navali; poi si era trasformata in Sogesca per
la gestione degli appalti nel settore edile, ottenendo il subappalto
per la costruzione della Scuola allievi carabinieri di Reggio
Calabria. Nel 1997 la società fu dichiarata fallita ma la
successiva inchiesta rivelò una serie di presunte irregolarità
contabili e amministrative. A pesare sui bilanci in rosso una lunga
serie d’assunzioni per fini clientelari ed elettorali. Per il
fallimento della Sogesca, il giudice del Tribunale di Reggio ha
deciso recentemente il rinvio a giudizio di Elio Armando Matacena,
del fratello Amedeo junior e di altri sei imputati. Un procedimento
avviato in stralcio all’inchiesta sulla bancarotta dell’azienda
edile, relativo ad una presunta estorsione ai danni della società
Edilmil e che vedeva sotto accusa l’ex parlamentare di Forza
Italia, Giancarlo Liberati e l’ex vicepresidente della Provincia,
Giuseppe Aquila, si è invece concluso con l’assoluzione di tutti
gli imputati (61).
L’impero dei Franza
Sono sicuramente state meno esplicite e più coperte le
"attenzioni" relative alla realizzazione del Ponte del
secondo gruppo armatoriale dello Stretto, quello con sede nella
città di Messina. Eppure anche la famiglia Franza concorre a
partecipare al grande banchetto degli appalti e dei subappalti.
Meno nazionalmente noti dei ‘soci’ Matacena, i Franza sono a
capo di un vero e proprio impero economico-finanziario, che dal
settore del traghettamento privato in Sicilia si estende a quello
industriale, alla cantieristica (62), all’edilizia privata (63) e
al settore turistico-alberghiero, dove grazie alla controllata
Framon Hotels, i Franza gestiscono in tutta Italia diciotto
alberghi, con un giro d’affari di 100 miliardi e 600 dipendenti. I
Franza hanno creato anche società per la gestione dei Beni
Culturali e dei Servizi multimediali (Tourinternet e Datacom). Tra
le proprietà della famiglia, ci sono immobili per un valore di
oltre trenta miliardi e pacchetti azionari della maggiore emittente
radiofonica delle città di Messina e Reggio Calabria (Antenna dello
Stretto) e d’importanti società sportive locali, in particolare
del Messina Calcio che milita in serie B (64).
Insomma, una vera e propria holding, di cui è però la gestione del
traghettamento del gommato l’attività più redditizia. Un vero e
proprio moltiplicatore di utili e profitti che erroneamente si
ritiene ‘a rischio’ nel caso in cui entrasse in funzione il
Ponte. In realtà la megainfrastruttura non ha fatto mai paura al
gruppo messinese. Nel 1986, quando era in corso un vero e proprio
scontro politico tra le classi dirigenti calabresi e siciliane
relativo alla reale fattibilità dell’opera (65), intervenne
pubblicamente a difesa del progetto del Ponte, l’ingegnere
Giuseppe Franza, fondatore dell’omonimo impero finanziario.
"Come operatore economico – dichiarò Franza - ritengo che un’opera
così grandiosa aiuti il nostro territorio, risolva il problema del
collegamento con l’altra sponda e crei comunque un così vasto
movimento da rivoluzionare tutta la nostra realtà economica e
sociale. Gli effetti positivi si vedranno già durante la
costruzione a parte poi, ad opera ultimata, il beneficio del
richiamo turistico e ambientale nonché l’interesse culturale per
un manufatto di alta ingegneria e di tecnica specializzata".
Nell’occasione l’ingegnere Franza espresse inaspettatamente il
proprio dissenso verso l’ipotesi progettuale sostenuta dal socio
Matacena. "Contrario mi ritengo al tunnel che trovo un
congiungimento anomalo, che non potrà mai dare al territorio gli
stessi benefici del ponte sospeso" (66).
Gli farà eco, otto anni più tardi, la consorte Olga Mondello
Franza, succeduta alla guida della holding dopo la morte del
fondatore. "Per noi, la costruzione del ponte sarebbe un grande
business. Durante i dieci anni occorrenti alla realizzazione dell’opera
il nostro lavoro aumenterebbe notevolmente. E poi lavoreremmo a
pieno ritmo per diversificare l’attività. Per noi il problema non
si pone. Il Ponte sullo Stretto non ci fa paura" (67).
Le parole non permettono fraintendimenti. Il gruppo Franza, in altre
parole, è pronto per concorrere direttamente alla realizzazione
dell’opera, sia per capitalizzare il presumibile aumento del
traffico nello Stretto in concomitanza dei lavori di esecuzione, e
sia per ampliare la quota del proprio mercato quando, a Ponte
ultimato, l’alto costo del passaggio attraverso l’infrastruttura
spingerà sempre più automobilisti a scegliere la fedeltà con il
traghettamento. E’ forse casuale che sia stata proprio l’amministratrice
della Tourist Olga Franza, a fare da anfitrione del ministro Pietro
Lunardi, durante la sua visita a Messina nell’aprile 2002 ai
luoghi in cui dovrebbe essere realizzato il Ponte sullo Stretto?
(68). E come spiegare che tale disponibilità si sia ripetuta
qualche mese dopo durante il sopralluogo tra Scilla e Cariddi del
neopresidente della Stretto di Messina Giuseppe Zamberletti e dell’intero
consiglio d’amministrazione al seguito?
In realtà al grande appuntamento del Ponte, la potente famiglia
dello Stretto si è preparata a dovere, innanzi tutto promuovendo
una grande intesa con le maggiori imprese di costruzioni della
provincia di Messina, fondando nel giugno 1997, il Consorzio
Costruttori Messinesi per competere con le maggiori imprese del Nord
nel settore delle grandi opere pubbliche in via di finanziamento
nella provincia di Messina e per la gestione di società miste per
lo sviluppo dei servizi pubblici e privati. In realtà il nuovo
consorzio appare lo strumento più idoneo per accrescere il peso
dell’imprenditoria locale nella contrattazione diretta degli
appalti e dei subappalti per la realizzazione del grande manufatto
(69). Per non dimenticare che attorno al Ponte dovrebbero sorgere
infrastrutture turistico-immobiliari e ‘culturali’, settori dove
il Gruppo Franza non conosce avversari nell’area dello Stretto.
Banche e finanziarie per la cementificazione dello Stretto
Ma è particolarmente nel settore bancario e finanziario,
strategico per la reperibilità di parte dei finanziamenti necessari
alla realizzazione del Ponte sullo Stretto, che il gruppo Franza è
intervenuto attivamente e con lungimiranza. Da sempre vicini agli
uomini di vertice dei maggiori istituti presenti nel capoluogo dello
Stretto (70), attraverso la Cofimer, cassaforte finanziaria del
gruppo, i Franza hanno acquisito nei primi anni ’90 lo 0,51% del
pacchetto azionario della Banca Commerciale italiana (COMIT),
successivamente entrata a far parte del Gruppo Banca Intesa Bci
(71).
Nel 1999 la famiglia Franza ha fatto ingresso nella cordata d’imprenditori
siciliani (72) e istituti di credito del Nord (le banche popolari di
Vicenza, Novara e Verona), sorta per concorrere all’acquisizione
di Medio Credito Centrale, e attraverso esso, della controllata
Banco di Sicilia. Un’operazione arenatasi a causa dell’intervento
della Banca di Roma che è riuscita a battere la concorrenza e ad
annettersi il prestigioso istituto bancario dell’isola. Il gruppo
armatoriale messinese tuttavia, è riuscito ad inserire un proprio
rappresentante (Pietro Franza, figlio secondogenito dei consorti
Giuseppe e Olga Mondello), nel consiglio d’amministrazione della
Banca di Credito Popolare di Siracusa, entrata a far parte del
gruppo che fa capo alla Banca Antoniana Popolare Veneta (73). E’
da rilevare come alla direzione generale dell’Antonveneta e alla
vicepresidenza della Banca Popolare di Siracusa sieda il dottor
Silvano Pontello, già addetto alla presidenza della Banca Privata
di Michele Sindona, il finanziere originario della provincia di
Messina che mise a servizio di Cosa Nostra e dei poteri eversivi
internazionali il proprio impero bancario.
Ma il vero colpo nell’universo creditizio, il Gruppo Franza lo ha
messo a segno di recente inserendosi in Consortium, la finanziaria
cui aderisce un gruppo d’imprenditori e di banche italiane e che
nel marzo 2001 ha scalato con successo l’impero di Mediobanca,
acquisendone il 14,5% del pacchetto azionario. Sono due holding
lussemburghesi, la Work and Finance e la Tourist Internacional,
società riconducibili al Gruppo Franza di Messina, a possedere
attualmente il 5% delle quote della Consortium (74). Quest’operazione
fa della famiglia messinese uno dei maggiori centri finanziari del
paese. Oggi i Franza operano attivamente sulla Borsa di Londra
grazie alla Sofig Invest (75), e sempre attraverso la Cofimer
controllano il pacchetto di maggioranza di un’importante società
di gestione finanziaria, la Marathon Holding, con un patrimonio di
oltre 150 miliardi di lire (76).
Che il sistema bancario guardi con estrema attenzione all’ipotesi
di fattibilità del Ponte non è un segreto. Nel settembre del 2001,
presso il ministero delle infrastrutture diretto da Pietro Lunardi,
si sono tenute le audizioni di una decina di banche nazionali ed
estere, interessate a vagliare la finanziabilità dell’infrastruttura.
Tra i principali istituti presentatisi la Banca Opi (S.Paolo-Imi),
la Abn Amro, la Banca Intesa Bci ed Unicredito: come abbiamo visto
in Banca Intesa è confluita la Banca Commerciale di cui è
azionista la Cofimer dei Franza, mentre Unicredito è socia in
Consortium-Mediobanca delle holding lussemburghesi degli armatori
messinesi.
C’è infine un’ultima ‘coincidenza’ che conferma la spinta
pro-infrastruttura dei maggiori istituti di credito. Recentemente la
Banca Popolare di Lodi ha deliberato lo stanziamento di 500 milioni
di euro di crediti agevolati a favore delle imprese interessate alla
costruzione del Ponte di Messina. La Popolare di Lodi, oggi il nono
gruppo bancario d’Italia, ha acquisito ben sette istituti di
credito in Sicilia, tra cui la Banca del Sud di Messina, presieduta
dal defunto on. Giuseppe Merlino, sindaco andreottiano di Messina
negli anni ’70, poi deputato all’Assemblea siciliana e assessore
regionale, ritenuto uno dei ‘soci ombra’ del Gruppo armatoriale
dei Franza (77). Vedremo in seguito con quali obiettivi il sistema
bancario italiano guarda alla finanziazione delle opere di
realizzazione del Ponte dello Stretto e come siano forti in quest’ambito
gli interessi delle industrie del cemento e quelli delle maggiori
società edili nazionali.
Cap. 3 – La borghesia elettiva del Ponte dello Stretto
Monopolio dell’informazione e partito del cemento
Pur essendo rimasto ancorato alla fase preprogettuale, la
megainfrastruttura per l’attraversamento dello Stretto ha già
causato i primi dissesti sul tessuto sociale di Messina. Il
modello-ponte ha favorito tra le forze politiche e culturali, tra
gli imprenditori e la collettività, un preoccupante atteggiamento
di passività, la mancanza di fantasia e di ricerca di uno sviluppo
soft, autocentrato ed ecocompatibile, il disimpegno istituzionale a
reperire finanziamenti per progetti alternativi, l’assoggettamento
al sistema politico-clientelare dominante portavoce dell’istanza
progettuale.
La scelta consociativa del Ponte che a Messina vede uniti da
Alleanza Nazionale ai Democratici di Sinistra (78), i sindacati, le
forze economiche e cultural-educative, l’Ateneo universitario, i
club service, finanche i massimi vertici della Chiesa locale - con
la sola esclusione e conseguente marginalizzazione e
criminalizzazione dei circoli di Verdi e Rifondazione Comunista - ha
reso impossibile la dialettica democratica sul futuro della città.
Il ‘ponte immaginato’ è causa e conseguenza stessa della crisi
di democrazia a Messina.
Assai raramente i mass-media hanno dato voce a chi ha espresso
pareri scientifici controtendenza e manifestato dissenso e
perplessità sulle compatibilità socioambientali dell’opera,
sulla sua fattibilità sia dal punto di vista tecnologico che sulle
possibilità di reperimento degli ingenti finanziamenti necessari, e
sulla dubbia vocazione occupazionale del manufatto (79). La campagna
stampa ossessiva del maggiore organo d’informazione di Messina e
della Calabria, la Gazzetta del Sud, ha impedito il confronto tra le
parti, ha avvelenato le competizioni elettorali, ha
irresponsabilmente mistificato dati ed informazioni e demonizzato
gli avversari.
"Preoccupata di smussare ogni angolo, generando oggettivamente
una sorta di assuefazione verso i drammi regionali - scrive il
sociologo Fulvio Mazza in un volume sul ruolo dell’editoria nel
Mezzogiorno - la Gazzetta del Sud ha avuto un ruolo determinante di
costruzione del consenso pro-infrastruttura e di cloroformizzazione
delle coscienze e dei vissuti, disincentivando l’impegno sociale e
politico delle collettività e dunque contribuendo al clima generale
di apatia e insofferenza". E’ stato "il giornale dei
notabili che tarpa le ali a quel poco di società civile calabrese
che esiste e che tenta di decollare" aggiunge Fulvio Mazza.
"Da ‘giornale-ponte’ tra la Sicilia e la Calabria, è
diventato il ‘giornale del Ponte’, sponsorizzando qualsiasi
iniziativa e qualsiasi politico (dalla destra ai diessini di
governo) favorevoli alla realizzazione del Ponte sullo Stretto di
Messina" (80).
L’interventismo dell’organo di stampa a favore della
megainfrastruttura dello Stretto ha ragioni antiche, risponde ad
interessi economici profondi neanche tanto dissimulati. Un’azione
di ‘intossicazione dell’informazione’ esercitata in pieno
regime di monopolio anche grazie alla fitta rete di
compartecipazioni che legano la società editoriale della Gazzetta
del Sud a quelle dei quotidiani ‘cugini’ dell’isola, detentori
a loro volta della proprietà di quasi tutte le maggiori emittenti
televisive siciliane. Nei fatti non esiste testata nel sud Italia
che non intrecci i propri azionisti con quelli del ‘giornale del
Ponte’ e se poi si pensa agli accordi di mercato per la
coproduzione delle pagine di politica interna ed estera con i
quotidiani del Gruppo Monti (La Nazione di Firenze, Il Resto del
Carlino di Bologna, Il Giorno di Milano) o a quelli per la stampa
presso le industrie tipografiche siciliane dei maggiori quotidiani
nazionali, possiamo affermare che la forza monopolistica della
società editoriale che sta dietro la Gazzetta del Sud è invadente
quasi quanto l’’anomalia’ italiana rappresentata dal gruppo
politico-economico di Mediaset. Basterà un’occhiata alla
proprietà e agli uomini che siedono nel consiglio d’amministrazione
della Gazzetta per comprendere come mai il quotidiano e i suoi
soci-alleati della carta stampata si siano caratterizzati per il
furore nella crociata a favore di quattro immense torri ed una lunga
campata di cemento armato ed acciaio che sconvolgeranno il paesaggio
dello Stretto (81).
Nino Calarco l’Uomo del Ponte
A simbolizzare il ruolo della Gazzetta del Sud di portavoce
ideologico del ‘partito del Ponte’ c’è la figura del suo più
che trentennale direttore Nino Calarco, sino al dicembre dello
scorso anno presidente della Società Stretto di Messina (82). La
sua nomina ai vertici della società cui è stata affidata la
progettazione della megainfrastruttura, risale all’estate del
1990, con decreto dell’allora presidente del consiglio Giulio
Andreotti, persona a cui Calarco è rimasto particolarmente legato,
al punto da invitarlo, insieme all’ex presidente della Repubblica
Francesco Cossiga, ad un importante appuntamento pubblico a Messina
nella primavera del 1997 (83).
Nino Calarco non ha mai nascosto le tendenze politiche ultramoderate
ed ha ricoperto per una legislatura il ruolo di senatore della
repubblica, dal 1979 al 1983, nelle file della Democrazia Cristiana
(84). E’ la stessa ala moderata del partito a volerlo tra i propri
membri nella costituenda Commissione parlamentare d’inchiesta
sulla P2, presidente un’altra DC, l’on. Tina Anselmi. Eppure il
quotidiano diretto da Calarco si era caratterizzato fino allora per
numerosi articoli contro i giudici che indagavano sulla superloggia
di Licio Gelli definiti "filocomunisti", e di cui s’ipotizzava
la partecipazione ad un ipotetico 'complotto'.
Nonostante la scoperta delle liste della P2, il quotidiano siciliano
continuerà a pregiarsi dei fondi e degli editoriali di alcuni
giornalisti risultati affiliati, in particolare di Alberto Sensini,
già capo dell'ufficio romano del Corriere della Sera, poi direttore
della Nazione (85), dell’ex parlamentare socialdemocratico
Costantino Belluscio (86) e di Gustavo Selva (tessera P2 n. 1814),
già direttore del Gr2 Rai, poi europarlamentare DC, oggi senatore
di AN.
Nino Calarco dovette lasciare l’incarico in Commissione
parlamentare a seguito dell’inaspettata non rielezione al Senato,
nel 1983. Sette anni più tardi però, l’establishment governativo
della prima Repubblica gli offrì la presidenza alla Stretto di
Messina, società costituita nel 1981 dal Gruppo Iri-Italstat, dalle
Ferrovie dello Stato, dall’ANAS e dalle Regioni Calabria e Sicilia
(87). Calarco subentrò ad un altro ex parlamentare democristiano
messinese, l’on. Oscar Andò, padre dell’allora sindaco di
Messina Antonino Andò; vicepresidente fu nominato Gianfranco
Gilardini, in passato manager del gruppo finanziario Agnelli-Fiat,
mentre ad amministratore delegato della Stretto di Messina fu
insediato il dottor Baldo de Rossi (Italstat).
L'essere stato abbastanza critico a riguardo di certi atteggiamenti
della società non addebitabili all'on. Andò e non solo attraverso
il giornale che dirigo (...), ma soprattutto attraverso i miei
interventi esterni in dibattiti, tavole rotonde, conferenze
internazionali, avr forse sensibilmente contribuito a convincere l'on.
Andreotti ad accogliere la proposta in tal senso delle forze
politiche siciliane e calabresi, con la neutralità delle
opposizioni. E' la spiegazione che Nino Calarco ha dato delle
motivazioni della scelta fatta a suo favore dall'esecutivo. Alla fin
fine, si saranno detti, scegliamo uno che ci far conoscere
correttamente i momenti progettuali. Infatti, oltre a dover
rispondere al potere politico, Calarco dovr farlo nei confronti dei
lettori della Gazzetta. E i lettori, si sa, giudicano un direttore
giorno per giorno. Uno che, per professione, non è mai incline,
come ogni giornalista, a tenersi niente nel cassetto..." (88).
Né Calarco, né le forze politiche di maggioranza e d'opposizione
hanno avuto mai dubbi sull'opportunit che il Presidente della
Stretto di Messina abbia continuato a mantenere contestualmente la
carica di direttore della Gazzetta del Sud, anzi questo è stato
presentato come elemento di trasparenza pubblica e di modello per
raccogliere le tendenze di giudizio dei lettori-cittadini-futuri
utenti del Ponte. Peccato che il sistema abbia funzionato più da
fabbrica del consenso che da supervisore dei consensi-dissensi sull’operato
della Società e sulla valenza dell’iter progettuale.
Ciò non ha impedito al presidente-direttore Nino Calarco di
assumere ulteriori incarichi che ne hanno rafforzato il ruolo di ‘uomo
del Ponte’, cementificando gli interessi del gruppo editoriale
attorno all’infrastruttura. Egli è stato prima nominato direttore
della Rtp-Radio Televisione Peloritana, maggiore emittente
televisiva dell’area dello Stretto, e poi presidente della
Fondazione Bonino-Pulejo, azionista di maggioranza della
SES-Società Editrice Siciliana, comproprietaria della Gazzetta del
Sud e delle due reti televisive della Rtp (89). Con il risultato che
oltre a poter giudicare da sé il proprio operato e quello della
Stretto di Messina, Nino Calarco e il gruppo imprenditoriale a capo
delle sue testate, hanno potuto estendere il potere lobbista a
favore del mostro di cemento tra il mitico Stretto di Scilla e
Cariddi.
La fabbrica del consenso
C’è una vicenda che è emblematica del potere di pressione
politica che è stato esercitato in regime monopolistico dagli
uomini della Gazzetta del Sud a favore del Ponte e della Società
che lo ha progettato, nonostante il quotidiano - nelle intenzioni di
Calarco - avrebbe dovuto essere l’organo ‘neutrale’ per far
"conoscere correttamente i momenti progettuali". La
vicenda è emersa in occasione di un’indagine della Procura di
Reggio Calabria su un presunto caso di malasanità che nell’anno
2000 ha visto coinvolti il direttore generale dell’Asl, l’assessore
regionale alla sanità, alcuni politici di vertice del
centrosinistra e perfino gli affiliati alla potente cosca di Mario
Audino (90).
Secondo l’accusa, a fare da "mediatore" tra i differenti
protagonisti dell’affare, il noto giornalista Paolo Pollichieni,
responsabile della redazione reggina della Gazzetta del Sud: per gli
inquirenti era "capace di scatenare campagne di stampa a
comando e di condizionare le decisioni della giunta regionale".
Il giornalista sarebbe stato in stretto contatto con l’imprenditore
Giovanni Minniti, sospettato di collusioni con la criminalità
organizzata, amministratore unico della EdiIminniti, società
vincitrice di appalti per decine di miliardi accanto alla CMC -
Cooperativa Muratori Cementisti di Ravenna. I contatti di
Pollichieni, ritenuto la memoria storica di tutti i fatti di cronaca
nera della regione, si estendevano ai maggiori palazzi del potere
nazionale, compresi ministeri e l’Alto comando dei Carabinieri
(91).
Intercettando le telefonate di Pollichieni, i giudici di Reggio
scoprono le frequenti chiamate ad uno dei massimi esponenti della
politica nazionale,l'allora sottosegretario alla presidenza del
Consiglio Marco Minniti, successivamente passato al ministero della
difesa (92). Il politico diessino è tra i maggiori sostenitori
della realizzazione del Ponte di Messina, e proprio di ponte e
Società dello Stretto, gli investigatori gli sentiranno parlare con
Pollichieni in più di un’occasione. Durante un incontro a Scilla
il 30 luglio 1999 tra il sottosegretario e il redattore della
Gazzetta del Sud, quest’ultimo telefona con un cellulare al
proprio direttore-presidente Nino Calarco. "La chiamo oggi
perché sono qui con Marco e la voleva salutare". Il cellulare
viene poi passato al politico diessino. Calarco e Minniti parlano di
politica e dell'ex presidente Francesco Cossiga, infine il direttore
si rivolge per chiedere un favore: "Senti una cosa... l'unica
potenza che tu non riesci a esplicare... con questi maledetti
burocrati del ministero dei Lavori pubblici... ancora questo decreto
del bando non c'è!".
L’argomento in questione riguarda un bando per il finanziamento
della Società Stretto di Messina, che Nino Calarco vorrebbe che
fosse acquisita dall’ANAS. Della questione il direttore dice di
averne parlato direttamente con il Presidente del consiglio Giuliano
Amato. "E Con Giuliano Amato come è andata?" gli chiede
Marco Minniti. "Favoloso, favoloso" gli risponde Calarco.
"Però il problema caro Marco è che bisogna trovare nella
Finanziaria un po' di spiccioli perché io debbo chiudere la
società perché non ho più una lira! ... Non è che è una grossa
cifra... 4... 5 miliardi... ".
Una decina di giorni più tardi Pollichieni e Minniti si rincontrano
per chiamare nuovamente il direttore Calarco. Quest’ultimo ritorna
sul tema del finanziamento della Stretto di Messina: "Marco, ti
volevo segnalare due cose... primo che in questa Finanziaria...
qualche cosa la dovete inserire... L'altro è che Bargone rema
contro... ancora... dice che è andato da D'Alema... a dire... ma
quale, il ponte sullo Stretto!". Minniti interrompe per
rassicurare il presidente: "Ho capito va boh... adesso vedo
io..." (93).
"L'interessamento richiestomi, che io ritengo legittimo nella
sostanza, non nella forma – ha spiegato Marco Minniti - era
finalizzato alla concessione di fondi per il pagamento degli advisor".
"Devo precisare - ha poi aggiunto - che lo stanziamento dei
fondi era stato autonomamente previsto dal ministero del Tesoro
proprio per il pagamento degli advisor". Minniti cioè,
conferma di essere intervenuto istituzionalmente per perorare la
causa del presidente Calarco, anche se però la decisione di pagare
le parcelle ai consulenti per la progettazione sarebbe stata presa
‘autonomanente’ dall’esecutivo. "Non mi sono più
interessato della questione Ponte sullo Stretto di Messina – ha
concluso - ma ritengo che con l'approvazione della Legge finanziaria
sia stato concesso il finanziamento necessario al pagamento degli
advisor" (94).
La pubblicazione sul settimanale Panorama degli stralci delle
telefonate tra il giornalista Pollichieni, il direttore Calarco e il
sottosegretario Minniti e le implicite conferme dell’azione di
lobbing sul governo degli uomini della Gazzetta del Sud non sono
stati sufficienti a sollevare in sede parlamentare l’evidente
conflitto di interessi del presidente della Stretto di Messina.
Diversamente è successo due mesi più tardi, quando nel corso di un’intervista
ai giornalisti Rai di ‘Sciuscià’, il sen. Calarco, nel
rispondere sulla possibilità d’infiltrazione criminale nella
realizzazione del Ponte arrivava a dichiarare: " Se la mafia
fosse in grado di costruire il Ponte, benvenuta la mafia".
Il Ponte prima di tutto, perfino al di là dei confini della
legalità e dei comuni valori di giustizia. Stavolta insorsero i
parlamentari di Verdi e Rifondazione e alcuni Democratici di
Sinistra e furono chieste le dimissioni di Nino Calarco dalla carica
di presidente della Stretto di Messina. Il conflitto però durò
appena qualche giorno. Il governo decise di non revocare l’incarico
e Calarco rifiutò di dimettersi limitandosi a dichiarare all’Ansa
di essersi "pentito di aver detto e fatto registrare quella
frase" pur respingendo "con fermezza, la interpretazione
capziosa e strumentale che ne è stata fatta". "Se gli
onorevoli interroganti non sono riusciti a percepire il senso della
mia provocatoria affermazione – aggiunse - significa che abbiamo
raggiunto il massimo dell'incultura. Non mi resta che ripetere la
famosa frase di Aldo Moro ‘ma quanto sono noiosi’" (95).
Il Calarco pernsiero sul possibile rapporto mafia-Ponte è
certamente più che singolare e lo dimostra quanto affermato in
occasione di un recente Festival dell’Unità a Messina (ottobre
1999). "Il ponte è stato contrastato dai ‘poteri forti’
– ha denunciato il direttore della Gazzetta del Sud, pur
astenendosi dallo specificare chi e come si nasconderebbe dietro
questi ‘poteri’. "Anche la mafia non vuole il Ponte e non
vuole controlli sullo Stretto, come dimostrano i venticinque anni
che non sono bastati per attivare il sistema radar Vts che farebbe
scoprire tutti i traffici illeciti che vi si consumano, a partire
dal contrabbando" (96). Per Calarco in pratica, la criminalità
organizzata ha tutto da perdere con la realizzazione della
megainfrastruttura. La militarizzazione del territorio che ne
deriverebbe, impedirebbe la realizzazione dei traffici che si
realizzano nello Stretto. Peccato che di questi traffici la Gazzetta
del Sud non sia mai stata prodiga d’inchieste e di denunce.
La Fondazione, il Ponte ed altro ancora
Nino Calarco oltre ad aver ricoperto contestualmente il ruolo di
direttore delle maggiori testate giornalistiche e televisive dell’area
dello Stretto, presiede la Fondazione Bonino-Pulejo, espressione di
uno dei più agguerriti gruppi politico-economico-imprenditoriali
locali che ha convertito le proprie attività ‘benefiche’ a
strumento di propaganda a favore della fattibilità dell’"ottava
meraviglia del mondo", il Ponte sullo Stretto di Messina.
La Fondazione prende il nome dai coniugi Uberto Bonino e Maria Sofia
Pulejo, entrambi scomparsi, fondatori della Società Editrice
Siciliana e della controllata Gazzetta del Sud. Una rapida occhiata
alla biografia del cavaliere-industriale Uberto Bonino per
comprenderne l’importanza nella recente storia del capoluogo dello
Stretto. Figlio di un ammiraglio della Regia Marina, Bonino acquisì
un ingente patrimonio finanziario grazie alla produzione e alla
distribuzione della farina per conto del Comando Alleato sbarcato in
Sicilia nel 1943, le stesse attività che consentirono ad un oscuro
avvocato di provincia, Michele Sindona, a sperimentare le proprie
doti affaristiche.
Alla fine della seconda guerra mondiale, Uberto Bonino fece ingresso
in politica, fondando a Messina il partito liberale con il massone
Gaetano Martino, futuro ministro degli esteri (97). Bonino venne
eletto con il PLI nella costituente del 1946; poi fu riconfermato
alle politiche del 1948. Transitato nelle file del partito
monarchico, venne rieletto alle tornate del ’55 e del ’58. Dopo
un breve ritiro dalla vita politica attiva, Bonino si ricandidò con
successo nel ’72 con l’MSI alle elezioni per il rinnovo del
Senato (98). L’attività politica si alternò con quella di
imprenditore e di filantropo; dopo una presidenza ventennale della
Banca di Messina, istituto di cui Bonino ha detenuto un pacchetto di
minoranza sino all’avvento di Michele Sindona (99), il cavaliere
fondò la SES - Società Editrice Siciliana e nel 1973 l’omonima
Fondazione, che nei disegni del senatore-editore doveva trasformarsi
innanzi tutto nel centro propulsore delle attività didattiche e di
ricerca dell’Università di Messina.
Oggi, la Fondazione Bonino-Pulejo è la principale entità
finanziatrice delle attività didattiche e di ricerca dell’Università
e di quelle culturali dell’Opera universitaria (100). Vengono
finanziate borse di studio, specializzazioni, ricerche, seminari e
corsi di laurea brevi; la Fondazione ha istituito persino un Centro
per il trattamento dei neurolesi in consorzio con l’Ateneo di
Messina e la locale facoltà di Medicina. Per sottolineare il grado
di coesione esistente tra la grande impresa editoriale meridionale e
l’università, lo statuto della Fondazione prevede la presenza di
diritto nel proprio consiglio d’amministrazione dei Rettori vecchi
e nuovi dell’Ateneo e dell’amministratore della SES-Società
Editrice Siciliana (101).
L’occupazione dell’Università da parte della Fondazione è un
processo che è proseguito anche in questi ultimi anni segnati dal
"rinnovamento nella legalità" voluto dal nuovo rettore
Gaetano Silvestri, dopo lo scoppio del ‘caso Messina’ e della
scoperta del dominio dell’Ateneo da parte delle cosche di ‘ndrangheta.
Di questo bisogna dare atto alle capacità di coinvolgimento
trasversale del direttore-presidente. E’ innegabile che con la
guida assunta da Nino Calarco, la Fondazione Bonino Pulejo è
riuscita ad allineare fedelmente docenti e ricercatori al grande ‘partito
del Ponte’, con la conseguenza che l’Università di Messina è
mancata ai suoi doveri istituzionali di analisi sui possibili
impatti socio-ambientali, e peggio, nella ricerca di strategie
alternative di sviluppo economiche per l’area dello Stretto.
Troppo spesso, così, uno dei maggiori atenei del Mezzogiorno ha
legato la propria immagine al sogno progettuale della
megainfrastruttura. Nel settembre del 1994, ad esempio, le
Università di Messina e Reggio Calabria insieme alla Fondazione
Bonino Pulejo e al Consorzio dell’Istituto Superiore dei Trasporti
di Reggio Calabria hanno organizzato un convegno internazionale sui
trasporti nell’area dello Stretto in cui i relatori, tutti, si
sono detti favorevoli alla realizzazione del Ponte.
Significativamente a concludere i lavori, è stato chiamato il
direttore della Gazzetta e presidente della Società Stretto di
Messina Nino Calarco.
Otto anni più tardi, in piena campagna di rilancio delle Grandi
Opere e dell’ipotesi progettuale del Ponte, la Fondazione è scesa
in campo accanto alle Università dello Stretto e al ministero dell’Istruzione,
finanziando l’indagine del Consorzio interuniversitario Almalaurea
sulla ‘condizione occupazionale dei laureati’. L’appuntamento
scientifico si è trasformato in una tribuna del presidente Calarco
per richiamare attorno al Ponte "l’attenzione delle facoltà
di Ingegneria di Messina e di Reggio Calabria" e quella degli
studenti e dei neolaureati ingegneri a cui l’infrastruttura potrà
fornire "centinaia" di posti di lavoro (102).
In realtà le due facoltà di ingegneria dello Stretto si sono
particolarmente distinte nell’organizzare importanti meeting ‘scientifici’
a sostegno degli elementi tecnico-strutturali del megaprogetto. E
più dell’improbabile sbocco occupazionale per i propri laureati
esse sperano di ottenere un riconoscimento diretto e concreto dal
Ponte: il professore Aurelio Misiti, assessore regionale della
Calabria e presidente del Consiglio superiore dei Lavori Pubblici,
uno dei maggiori sostenitori dell’infrastruttura, ha già promesso
la realizzazione a Reggio della ‘Galleria del vento’ e a Messina
della facoltà di Scienze dei materiali (103).
Consiglieri e consigliori dell’azienda di beneficenza
Che la Bonino-Pulejo si sia trasformata nel tempo nella
Fondazione del Ponte ne è prova la mutua relazione che è
intercorsa tra alcuni dei suoi maggiori rappresentanti e i consigli
d’amministrazione della Società Stretto di Messina. Il caso di
condivisione di cariche e ruoli dell’on. Nino Calarco non è
stato, infatti, l’unico. Con lui fu nominato dal governo Andreotti,
membro del C.d.A. della società pubblica, l’ex parlamentare
democristiano calabrese Sebastiano Vincelli, che sino alla sua
recente scomparsa, ha fatto parte del consiglio d’amministrazione
della SES e della Fondazione Bonino-Pulejo.
Vincelli è stato sottosegretario ai trasporti dal 1969 al 1974, gli
anni della realizzazione dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria,
opera che secondo lo storico Enzo Ciconte, fu "la grossa
occasione colta dalle ‘ndrine calabresi per inserirsi nei lavori
di costruzione, per imporre una propria presenza e, in definitiva,
per accrescere le proprie possibilità economiche oltre che per
affermare, in modo clamoroso e pubblico, la propria forza e il
proprio potere" (104). Fino agli anni ’80, segretario
particolare di Sebastiano Vincelli è stato Vincenzo Cafari,
pluripregiudicato per reati contro il patrimonio, definito "uno
dei punti di riferimento" dei clan ‘ndranghetisti degli
Avignone, dei Piromalli e dei De Stefano. Il senatore Sebastiano
Vincelli, insieme al suo stretto collaboratore, l’on. Lodovico
Ligato, il presidente delle Ferrovie dello Stato trucidato dalla ‘ndrangheta,
compare tra i politici indicati dal collaboratore di giustizia
Giacomo Lauro come appartenenti ad una superloggia massonica coperta
di Reggio Calabria (105)
C’è un altro discusso politico calabrese che ha contestualmente
legato il proprio nome alla Fondazione Bonino-Pulejo e alla
battaglia per la realizzazione del Ponte di Messina. Si tratta del
più volte sindaco di Palmi Armando Veneto, già DC, poi PPI, oggi
Margherita, editorialista della Gazzetta del Sud e patron del ‘Premio
Città di Palmi’, finanziato dal 1995 dalla Fondazione presieduta
da Nino Calarco. Di Armando Veneto è nota l’attività di lobbista
del Ponte; in particolare ha promosso in Parlamento l’ordine del
giorno che ha sbloccato i finanziamenti per l’ultima fase della
progettazione affidata alla Società Stretto di Messina.
Sul sindaco-parlamentare si sono soffermati i giudici di Reggio
nella loro ordinanza sull’Operazione Olimpia: "Altrettanto
memorabile fu il funerale di Girolamo Piromalli nel febbraio del
1979. Assolutamente incuranti della presenza dei fotografi (delle
forze dell’ordine) capi bastone ed affiliati di tutte le
consorterie calabresi resero l’estremo e doveroso omaggio al capo
ormai privo di vita. A ringraziare in nome del casato Piromalli la
moltitudine mafiosa presente intervenne in conclusione l’avvocato
Armando Veneto noto professionista del foro di Palmi" (106).
Se per Vincelli non è stata provata l’affiliazione alla
massoneria, differente il discorso per alcuni dei consiglieri d’amministrazione
del gruppo Fondazione Bonino-Pulejo-Gazzetta del Sud. Consigliere
del Centro Neurolesi e della Gazzetta del Sud-Calabria S.p.A. è
stato sino alla sua recentissima scomparsa, Vittorio Causarano,
affiliato alla loggia massonica ‘Libertà’ del Grande Oriente d’Italia.
Vittorio Causarano ha ricoperto per decenni l’incarico di
dirigente per la Sicilia e la Calabria della Publikompass S.p.A., la
maggiore società pubblicitaria italiana, concessionaria della
Gazzetta. Fratello di Francesco Causarano, viceredattore capo della
Rai, in vita l’ex dirigente della Publikompass è stato intimo
amico dell’ex direttore del Tg 1 Nuccio Fava e di Eugenio Rendo,
imprenditore della nota famiglia di costruttori-imprenditori
catanesi.
Nel collegio sindacale della SES e della Gazzetta del Sud-Calabria
S.p.A. compare anche il nome del commercialista messinese Salvatore
Cacace, anch’egli massone del Grande Oriente d’Italia, dalle
forti simpatie politiche per Forza Italia (107). Cacace è stato
recentemente rinviato a giudizio nell’ambito dell’inchiesta
sulla bancarotta della società S.p.i.d.a. - Costruzioni generali
S.p.A., di cui era titolare il costruttore Cesare D'Amico. Secondo
l'accusa, la S.p.i.d.a. avrebbe venduto una serie d’appartamenti
distraendoli dall'asse fallimentare e quindi recando pregiudizio ai
creditori (108).
I Signori del cemento
Se la Bonino-Pulejo può essere definita a ragione la Fondazione
del Ponte, altrettanto forti sono le spinte pro-infrastruttura degli
azionisti di minoranza della SES, editrice della Gazzetta del Sud,
diretta dal presidente onorario della Società Stretto di Messina.
Una cospicua quota del pacchetto azionario della società editrice
è in mano, infatti, al padrone del quotidiano catanese La Sicilia,
Mario Ciancio, il potente imprenditore già presidente delle
Federazione Nazionale degli Editori Italiani ed azionista del terzo
grande quotidiano dell’isola, il Giornale di Sicilia di Palermo.
Poco conosciuto è l’attivismo degli editori ‘cugini’ nel
settore dell’informazione meridionale e d’oltreadriatico. Nel
1997, ad esempio, la SES in cordata con La Sicilia, ha acquisito il
controllo della Edisud di Bari che pubblica la Gazzetta del
Mezzogiorno e, in Albania, la Gazeta Squiptare. Il segno evidente di
un interesse ad essere presenti nelle aree a maggiore previsione d’investimento
infrastrutturale e d’intervento dei contributi europei ‘per lo
sviluppo’.
Ma è tuttavia la presenza tra gli azionisti della SES del
maggiore produttore mondiale di cemento a supportare la tesi di un
uso strumentale dell’editoria meridionale per la mobilitazione
delle coscienze collettive a favore della realizzazione di inutili e
devastanti megainfrastrutture ad alta intensità di capitali
pubblici. Il 18% circa del pacchetto azionario della società
editrice della Gazzetta del Sud appartiene infatti al Gruppo
industriale Pesenti, che oltre a dominare il mercato internazionale
dei materiali di costruzione vanta enormi interessi nel settore
immobiliare, dell’acciaio e dell’editoria. Oggi uno dei Pesenti,
Carlo, siede in nome del gruppo industriale alla vicepresidenza
della SES, mentre l’editore Mario Ciancio è membro del consiglio
di amministrazione (109).
Per diretta ammissione di Uberto Bonino, l’ingresso nella
seconda metà degli anni ‘70 della famiglia Pesenti nel quotidiano
messinese è ascrivibile proprio all’interesse del gruppo di
inserirsi direttamente nella progettazione e nella realizzazione del
Ponte sullo Stretto. "Pesenti entrò nella SES, nel 1976, ed io
gli ho dato una quota della Gazzetta, il 33%" ha raccontato il
sen. Uberto Bonino in un’intervista ad un settimanale messinese.
"Lui era un industriale dell’acciaio e del cemento e si era
illuso che la questione del ponte sullo Stretto fosse una cosa
seria. Quindi credeva di avere degli interessi in questa zona. Ma
una cosa seria il ponte non lo è mai stata" (110). Una
conclusione amara, ma i tempi erano diversi, e oggi finalmente,
potrebbe essere premiata la lungimiranza di uno dei più grandi
signori del cemento.
In realtà gli interessi in Sicilia del gruppo Pesenti erano
fortissimi da tempo, come lo erano i legami con i potentati
economici e le classi politiche locali. Ventidue anni prima dell’ingresso
nel quotidiano di Messina, Carlo Pesenti era riuscito a strappare
dall’allora assessore regionale alle finanze Giuseppe La Loggia
una nuova legge per l'industrializzazione della Sicilia che
estendeva alle grandi imprese del Nord onerose agevolazioni e
congrue esenzioni fiscali (111). L’Italmobiliare della famiglia
Pesenti, insieme ai giganti italiani della chimica Edison e
Montecatini, ottenne dagli istituti regionali, finanziamenti per
ventidue miliardi, la metà di quanto venne investito dai tre gruppi
nell’isola (112). In pochi anni l’Italmobiliare acquisì in
Sicilia la titolarità delle Cementerie siciliane con i rispettivi
impianti di Villafranca Tirrena (Me), Catania, Porto Empedocle (Ag)
e Isola delle Femmine (Pa). Con le scelte del Gruppo di trasferire
nel Sud del mondo i propri maggiori complessi produttivi, il settore
industriale cementizio è entrato fortemente in crisi in Sicilia e
molti degli impianti sono stati chiusi e dismessi. L’ipotesi della
realizzazione del Ponte e di altre Grandi Opere potrebbe vedere
però il rilancio degli investimenti nell’isola. Il dinamismo
mostrato recentemente dal Gruppo nel mercato finanziario può essere
interpretato come più di un segnale in questa direzione.
Dalle cave dellisola al sacco di Palermo
Il gruppo Pesenti è alla guida dell’Italmobiliare S.p.a. di
Milano, società leader nel settore della finanziazione immobiliare.
Presidente dell’Italmobiliare è Giampiero Pesenti, mentre sono
membri del consiglio d’amministrazione il figlio Carlo, Livio
Strazzera per la Serfis - società finanziaria e immobiliare
proprietaria del 10,61% del pacchetto azionario dell’Italmobiliare
- Giorgio Bonomi, Luca Minoli e Mario Bini. Dell’Italmobiliare
sono soci di minoranza Mediobanca, la SAI, feudo del chiacchierato
costruttore siciliano Salvatore Ligresti, e l’Alleanza
Assicurazioni, società appena scalata dallo stesso Ligresti. (113).
La società di Milano controlla a sua volta il 56,6% delle azioni
dell’Italcementi S.p.A., un fatturato di oltre 4.000 milioni di
euro e una presenza in quindici paesi con oltre 19.000 dipendenti
(114). I Pesenti hanno deciso altresì di espandere le proprie
attività sui mercati internazionali mantenendo concentrato l’interesse
sul mercato delle costruzioni e "cercando una integrazione
verticale dal cemento, al calcestruzzo preconfezionato, ai materiali
da costruzione e ai componenti aggiuntivi". Anche in questo
settore, grazie alla controllata Italcalcestruzzi, i Pesenti hanno
ottenuto la leadership per quota di mercato, fatturato e centri
produttivi. Nel 1997 l’Italcalcestruzzi ha interamente acquisito
la Calcestruzzi S.p.A., società appartenuta al Gruppo Ferruzzi di
Ravenna e di cui era stato manager, sino alla sua morte nel luglio
1993, Raul Gardini, uno dei principali protagonisti dell’inchiesta
sulle tangenti Enimont, l’effimera joint venture creta da ENI,
Montedison e Gruppo Ferruzzi (115). Altro manager alla guida della
Calcestruzzi, è stato Lorenzo Panzavolta, tra i maggiori
protagonisti della prima Mani Pulite, arrestato nel 1992 per le
tangenti versate dalla società dei Ferruzzi per assicurarsi una
parte degli appalti per la desolforazione delle centrali ENEL.
Con la Calcestruzzi S.p.A., l’holding industriale-finanziaria
lombarda rafforza la propria presenza in Sicilia, dove però dovrà
confrontarsi con le distorsioni e le dinamiche sviluppate dalla
società di materiali edili negli anni della gestione
Ferruzzi-Gardini. Nell’isola, infatti, nei primi anni ’80, la
Calcestruzzi S.p.A. ha firmato un patto scellerato con Cosa Nostra,
acquisendo il controllo delle maggiori cave siciliane e scegliendo
di operare congiuntamente con le società di produzione di materiale
per l’edilizia in mano alla famiglia Buscemi dello storico
mandamento di mafia di Brancaccio.
Più che una scesa a patti con i poteri criminali, l’interscambio
tra la grande impresa del Nord e le piccole società in odor di
mafia, ha risposto ad una precisa scelta di mercato del management
per acquisire il pieno controllo del settore. Nessun assoggettamento
pertanto, ma una consapevole strategia da cui ne è uscito
rafforzato il blocco di potere imprenditoriale-politico-mafioso. Una
mutazione dell’impresa, insomma, più rispondente alla
globalizzazione dei mercati e dell’economia. Riferendosi ai
rapporti tra il manager Raul Gardini e Cosa Nostra, Giovanni Brusca
ha così dichiarato: "Una quota dei grandi appalti era previsto
fosse affidata alle imprese direttamente riconducibili a Cosa
Nostra, come il Gruppo Ferruzzi, facente capo ai Buscemi di Passo di
Rigano. (...) I Buscemi si tenevano in mano questo gruppo
imprenditoriale, in maniera molto forte". E il collaboratore
Angello Siino ha aggiunto che "il Gruppo Ferruzzi, facente capo
a Raul Gardini e, dopo la sua morte, all’ingegnere Giovanni Bini e
Lorenzo Panzavolta, si era avvalso della protezione mafiosa dei
Buscemi, i quali, a loro volta, in cambio della protezione offerta,
potrevano avvalersi della copertura e del prestigio del potente
gruppo finanziario ravennate che vantava anche importanti agganci
politici" (116).
Come hanno provato le recenti indagini della Procura di Palermo,
la società del Gruppo Ferruzzi-Gardini è giunta ad acquisire
fittiziamente la Calcestruzzi Palermo S.p.A. del clan Buscemi, per
fare da paravento ai mafiosi operanti per conto del boss Bernardo
Provenzano ed impedire il possibile sequestro da parte dell’autorità
giudiziaria (117). Il padrino intervenne direttamente dalla
latitanza sull’affiliato Luigi Ilardo per chiedere di fermare un
tentativo d’estorsione ai danni dei gestori di una cava a Riesi,
Caltanissetta, una "delle strutture di proprietà della
Calcestruzzi S.p.A." (118). La società del Gruppo Ferruzzi ha
potuto estendere altresì i propri interessi anche al settore
edile-immobiliare, realizzando importanti operazioni finanziarie a
Palermo, grazie alle mediazioni dell’imprenditore Vincenzo Piazza,
personaggio legato ai boss Angelo La Barbera e Totò Riina, a cui è
stato confiscato un patrimonio di oltre 2.000 miliardi di lire
(119). In particolare la società ravennate compare tra le imprese
responsabili della lottizzazione e conseguente devastazione dell’area
di Pizzo Sella, una collina sovrastante la splendida baia di
Mondello.
Piazza Affari e il controllo dell’editoria
L’intervento di Italmobiliare non si ferma però ai settori
immobiliari e delle grandi infrastrutture: la società dei Pesenti,
infatti, possiede importanti partecipazioni nel settore finanziario
- controlla il 12,91% della Mittel, società azionista della
Fondiaria - e in quello industriale, dove controlla il Gruppo Falck
e il Gruppo Franco Tosi. Quest’ultimo, operava sino a qualche
tempo fa solo nell’area elettromeccanica, ma a partire del 1990 ha
reinvestito parte delle proprie risorse nel settore dell’imballaggio
e dell’isolamento alimentare (Sirap Gema), del ciclo integrale
dell’acqua (Sigesa) e della distribuzione del gas (Crea) (120).
Italcementi ha inoltre costituito Italgen S.p.A., società in cui si
sono concentrate le attività di produzione e di distribuzione d’energia
elettrica del Gruppo in Italia (121). Il Gruppo Pesenti ha poi
importanti partecipazioni azionarie nel settore del trasporto
pubblico su gomma extra urbano (Gruppo SAB), ed ha fatto ingresso
nella cosiddetta "new economy" e in particolare nel
commercio via internet, finanziando la nascita di BravoSolution
S.p.A., società che dalla metà del 2000 gestisce il portale
BravoBuild.
Come ogni grande gruppo industrial-finanziario che si rispetti, i
Pesenti hanno costruito un vero e proprio impero editoriale. Oltre
alla quota della SES-Gazzetta del Sud, l’Italmobiliare di Milano
è proprietaria di una serie di cartiere nazionali e a fine anni ’90,
grazie ad un complesso accordo di cambio di pacchetti societari con
il Gruppo Monti-Riffeser, ha acquisito una rilevante quota (il
4,77%) della Poligrafici Editoriale, l’holding proprietaria in
Italia dei quotidiani Il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno, e
in Francia delle società Presse Alliance-Regie Print, editrici del
popolare quotidiano France Soir (122).
Facendo ingresso nella Poligrafici Editoriale, l’Italmobiliare-Pesenti
è diventata socia-alleata di un’altra importante holding
editoriale-finanziaria, quella legata alla Fiat e agli Agnelli, la
Hdp guidata dal manager Maurizio Romiti, che controlla a sua volta
la Rcs, il Corriere della Sera e la rete radio Sper (123). Una quota
dell’1% della Poligrafici Editoriale infine, è in mano alla
SocPresse, maggiore gruppo editoriale francese di quotidiani, tra
cui lo storico Le Figaro. A riprova della fitta rete di controllo
della stampa esercitato dalla holding in mano al trio
Monti-Pesenti-Agnelli, va aggiunto che lo scorso 2 maggio, la
Poligrafici ha stilato un accordo con il gruppo editoriale
Caltagirone – Il Messaggero, Il Mattino, Il Quotidiano di
Brindisi, Lecce e Taranto - per la stampa nelle proprie tipografie
del quotidiano Leggo, diffuso gratuitamente a Roma e Milano.
Banche, armi e mandanti coperti
Ci sono infine gli innumerevoli interessi del Gruppo Pesenti nel
settore bancario. Attualmente esso controlla l’1,71% di Unicredito
Italiano, una quota sufficiente ad imporre un proprio
rappresentante, Carlo Pesenti, nel consiglio d’amministrazione nel
gruppo bancario che ha espresso pubblicamente l’interesse a
concorrere alla finanziazione del Ponte sullo Stretto. Come abbiamo
già visto, Unicredito è socia in Consortium del Gruppo Franza di
Messina, comproprietaria della Tourist-Caronte che ha il monopolio
dei collegamenti marittimi privati dello Stretto. Consortium ha
scalato Mediobanca e Carlo Pesenti è divenuto consigliere dell’istituto
di Via Filodrammatici; lo stesso vicepresidente della SES-Gazzetta
del Sud siede nel C.d.A. della Banca Popolare ed è stato
consigliere del Credito Romagnolo.
Giampiero Pesenti, già presidente del Gruppo Gemina e padre di
Carlo, è stato sino al 1999, membro del consiglio d’amministrazione
del Credito Italiano (124). Carlo Pesenti senior, l’uomo che
sbarcò a Messina per acquisire una quota della Gazzetta del Sud in
vista della realizzazione del Ponte, ebbe sotto il suo controllo a
metà degli anni ’70 il Credito Commerciale, per poi sbarazzarsene
dopo un’indagine aperta dagli ispettori della Banca d’Italia.
Subito dopo iniziò la scalata al Banco Ambrosiano, il prestigioso
istituto cattolico di Milano presieduto da Roberto Calvi e in cui
erano rilevanti gli interessi dello IOR (Istituto Opere Religiose)
del cardinale Marcinkus e del gruppo di potere che ruotava attorno a
Licio Gelli (125).
In realtà Carlo Pesenti aveva già tentato inutilmente, negli
anni ’50, di entrare in possesso dell’Ambrosiano.
Successivamente l’industriale si era scontrato violentemente in
Borsa contro l’istituto di Calvi, quando questi aveva sostenuto
Michele Sindona nella scalata all’Italcementi. Il conflitto fu poi
risolto grazie alla mediazione del Vaticano; Pesenti e Sindona
divennero soci delle maggiori cementerie italiane e il Banco
Ambrosiano e lo IOR intervennero a favore dell’imprenditore
lombardo, al tempo in gravi difficoltà economiche.
"Carlo Pesenti, ormai anziano, ha dato in pegno proprio a
Calvi le chiavi della cassaforte del suo impero" hanno scritto
i giornalisti Leo Sisti e Gianfranco Modolo. "Presso l’Ambrosiano,
infatti, è depositata ormai da tempo, a garanzia di prestiti, la
maggior parte dei pacchi di controllo di Italmobiliare (il cuore del
gruppo), Ras, Franco Tosi, Ibi, Banca Provinciale Lombarda,
ecc." (126). Fu però Licio Gelli a mediare la pace definitiva
tra Roberto Calvi e Carlo Pesenti e a sancire l’ingresso di
Italcementi nel Banco Ambrosiano. Agli inizi del 1979 il Venerabile
Maestro e i due finanzieri cattolici s’incontrano all’Hotel
Dolder di Zurigo per firmare un vero e proprio ‘patto di non
belligeranza’. Qualche mese più tardi Carlo Pesenti fu nominato
membro del consiglio d’amministrazione della Centrale, la
finanziaria controllata dal Banco Ambrosiano (127).
Negli stessi mesi Roberto Calvi intervenne a favore del nuovo
alleato per sventare l’ingresso in Italmobiliare della finanziaria
del Gruppo Agnelli, stimolando alcuni violenti attacchi stampa sulle
pagine del controllato Corriere della Sera, che arrivò a definire
gli Agnelli degli "scorridori di Borsa" (128). Tre anni
più tardi - marzo 1982 – venne infine autorizzata l’entrata
dello stesso Carlo Pesenti nel consiglio d’amministrazione del
Banco Ambrosiano. Contemporaneamente l’Italmobiliare acquistò il
3,62% dell’Ambrosiano, sborsando 100 miliardi (129). In verità
per questa acquisizione Pesenti non arrivò a sborsare neanche una
lira, anche perché se avesse voluto non lo avrebbe potuto fare dato
l’indebitamento per oltre mille miliardi del proprio gruppo. Per
acquisire i titoli dell’Ambrosiano, Pesenti utilizzò un prestito
dall’Imi, con una fideiussione della stessa banca milanese.
L’ingresso dei Pesenti, tuttavia, non fu sufficiente a salvare
il Banco Ambosiano dal maggiore crack finanziario che abbia mai
colpito un istituto italiano (130). Un crack precipitato dopo le
voragini apertesi nei conti del controllato Banco Andino, utilizzato
da Calvi e Gelli per finanziare l’esportazione di commesse d’armi
ai regimi dittatoriali sudamericani. Il Banco Andino garantì la
vendita al Perù di fregate lanciamissili della classe 'Lupo' e di
una decina d’elicotteri 'Agusta-Bell' cui si aggiunsero
transazioni miliardarie a favore di Argentina, Bolivia, Cile,
Ecuador e Venezuela (131). Non sono mai state accertate
responsabilità del Gruppo Pesenti nella cattiva gestione dei
crediti delle controllate sudamericane dell’istituto milanese,
tuttavia i giudici hanno potuto verificare che nel Banco Andino di
Lima oltre al pacchetto di maggioranza del Banco Ambrosiano (pari al
10,4%), era stato depositato il 10% di quello dell’Italmobiliare
(132). Si sa inoltre che tra gli intermediari della transazione
degli armamenti tra Roberto Calvi e i generali peruviani ci fu
Alvaro Meneses, presidente del Banco de la Naciòn, tra gli
azionisti di minoranza del Banco Andino. Nello stesso periodo
operava sulla rotta Italia-Perù il faccendiere di origine messinese
Filippo Battaglia, personaggio noto alla famiglia Pesenti al punto
da non fargli mancare il proprio cordoglio in occasione di un lutto
familiare che lo colpì nel 1991, prima dello scoppio di importanti
inchieste sul traffico di armi che lo avrebbero coinvolto accanto a
personaggi legati ai servizi segreti, alle famiglie mafiose di
Catania e ad alcuni politici-imprenditori iscritti a Forza Italia.
Tra le maggiori banche 'prenditrici' del Banco Andino-Ambrosiano
ci sarebbe stata poi la BCCI - Bank of Credit and Commerce
International, più nota come 'Criminal Bank', il più importante
centro di lavaggio del denaro proveniente dal narcotraffico,
utilizzata per la conduzione di operazioni finanziarie clandestine e
il traffico internazionale d’armi. La BCCI era proprietà del
miliardario pakistano Aga Hasan Abedi, uno dei più importanti soci
del miliardario saudita Adnan Khashoggi, partner nelle transazioni d’armi
di Filippo Battaglia. La filiale della BCCI di Lima ha garantito il
commercio illegale di armi verso stati sotto embargo ufficiale,
fornendo false certificazioni sui paesi di destinazione; inoltre
avrebbe dato la copertura bancaria, accanto al Banco Andino, ad
acquisti di armi di produzione italiana (autoblindo Fiat ed
Oto-Melara e caccia Aermacchi). "A un paese di merda come il
Perù gli abbiamo portato via 270 milioni solo con gli
elicotteri" ha esclamato in un’occasione Filippo Battaglia
interloquendo telefonicamente con un suo socio mercante d’armi.
Una conferma del ruolo interpretato in Perù dal faccendiere e della
portata dei traffici che banche e imprese nazionali hanno realizzato
nel Sud del mondo.
Filippo Battaglia, l’uomo che ha vantato ‘amicizie’ nei
migliori salotti della finanza italiana (133), è stato indagato
nell’ambito dell’inchiesta sui cosiddetti ‘Sistemi criminali’,
i mandanti occulti tra mafia, politica e massoneria della stagione
delle stragi 92-93. L’inchiesta si è conclusa con l’archiviazione
della Procura di Palermo che si è però dichiarata "convinta
della bontà della pista imboccata", anche se il poco tempo a
disposizione "non avrebbe consentito la raccolta di ‘prove
certe’ nei confronti degli indagati". Oltre al faccendiere
italo-peruviano, nell’inchiesta sui ‘Sistemi Criminali’ sono
stati indagati Licio Gelli, il neofascista Stefano Delle Chiaie, l’avvocato-imprenditore
di Barcellona Rosario Cattafi, il commercialista Giuseppe Mandalari
e i boss mafiosi Totò Riina e Nitto Santapaola (134).
Cap. 4 - Tutti gli uomini del Presidente
Le consulenze per il capitalismo dal volto disumano
Il grave conflitto d’interessi del gruppo
imprenditoriale-mediatico-politico del cavaliere Silvio Berlusconi
al centro del dibattito-scontro politico, non è esente da
esemplificazioni e personalizzazioni che non aiutano a comprendere
la complessità della crisi democratica e istituzionale che sta
attraversando il nostro paese. Con riferimento all’impero Mediaset
si è troppo abusato dell’espressione "anomalia del caso
italiano". In realtà, solo per restare nell’ambito degli
interessi economici che ruotano attorno al Ponte dello Stretto,
abbiamo già rilevato come siano differenti e variegate le
incompatibilità e i conflitti che hanno caratterizzato la storia
progettuale dell’opera (vedi casi Pesenti, Matacena, Franza,
Gruppo Gazzetta del Sud-Fondazione Bonino Pulejo, ecc.). Se è pur
vero che in Italia oggi esiste un premier-capitano di una delle
maggiori concentrazioni editoriali-televisive, per giunta
"perseguitato" da un eccezionale numero di procedimenti
penali, è altrettanto vero che nell’entourage di Berlusconi sono
in tanti a condividere contestualmente ruoli di governo o di ‘vigilanza
istituzionale’ e quelli di gestione di imprese per la
progettazione e l’esecuzione di grandi opere.
Dovendo per forza di cose soffermarci sulla megaopera di
collegamento tra Scilla e Cariddi, è utile considerare la figura
dello stesso ministro delle infrastrutture Pietro Lunardi,
politico-imprenditore che sta giocando un ruolo decisivo per il
rilancio dell’ipotesi-mito del Ponte. Prima di assumere l’incarico
che lo vuole a capo di un ministero che chiede di spendere centinaia
di migliaia di miliardi sventrando alpi ed appennini e
cementificando fiumi, coste e lagune, l’ingegnere Pietro Lunardi
è stato consulente di alcune tra le più importanti imprese di
costruzioni italiane: la Romagnoli, la Tettamanti, la Cogefar del
gruppo Fiat (oggi inglobata nell’Impregilo), il Gruppo Ferruzzi,
la Lodigiani di Roma, la Pizzarotti di Parma, la Grassetto di
Salvatore Ligresti. Società che sono state indagate nei vari
tronconi di Mani Pulite e, alcune, persino sospettate di essere
entrate in affari con gruppi mafiosi-imprenditoriali.
Sono innumerevoli le storie di mazzette e appalti truccati delle
società di cui il professore-ministro Pietro Lunardi si onora
essere stato consulente-contrattista. Romagnoli, Tettamanti,
Lodigiani e Grassetto sono le imprese che in consorzio hanno
realizzato parte della linea 3 della metropolitana di Milano e il
passante ferroviario del capoluogo lombardo, ungendo di miliardi,
oltre dodici, il gotha politico-istituzionale dell’Italia di fine
prima repubblica. I Ferruzzi sono tra i protagonisti dello scandalo
Enimont, la "madre di tutte le tangenti" e con la
controllata Calcestruzzi (oggi passata alla famiglia Pesenti) sono
finiti sotto inchiesta per gli appalti per la desolforazione delle
centrali ENEL e come abbiamo visto, per la gestione delle cave in
Sicilia nelle mani dei boss di Cosa Nostra. Il costruttore Paolo
Pizzarotti ha dovuto ammettere di aver versato a Severino Citaristi,
il cassiere della DC, 500 milioni per potersi aggiudicare alcuni
appalti per la realizzazione dell’aeroporto Malpensa di Milano,
mentre sarebbe necessario un intero volume per raccontare le
malefatte della ex Cogefar-Impresit oggi Impregilo, dalle tangenti
per i lavori alla metropolitana e al passante di Milano, a quelle
per la costruzione del policlinico di Pavia, dalla cogestione del
sistema spartitorio per i grandi appalti dell’ANAS e della
Società Autostrade ai tempi del ministro Gianni Prandini, all’immane
scandalo dell’Alta Velocità e dei trafori ferroviari dell’appennino
tosco-emiliano.
"La Cogefar Impresit, ereditando una procedura instaurata
dalla precedente gestione della Cogefar, utilizzava disponibilità
estere esistenti presso una società terza sita nelle isole del
Canale e che si serviva a sua volta di una banca in Liechtenstein",
si legge nel memoriale consegnato ai magistrati di Mani Pulite dall’allora
amministratore delegato del Gruppo Fiat, Cesare Romiti (135). Grazie
ai fondi neri occultati sui conti esteri, miliardi su miliardi sono
stati versati a politici, amministratori, dirigenti, militari della
guardia di finanza; in pochi anni, grazie ad una strategia di
mercato che l’ha vista impegnata nella fusione-assorbimento di
altre importanti imprese del settore (la Girola e la stessa
Lodigiani, ad esempio), l’Impregilo ha conseguito la leadership
nel mercato italiano delle costruzioni delle grandi infrastrutture
ed è penetrata con successo perfino nel delicato mondo delle
commesse pubbliche della Sicilia, quello sovraordinato dai ‘tavolini’
a cui sedevano politici, imprenditori, mafiosi e massoni (136). E
non vanno infine dimenticati i crimini sociali ed ambientali e la
lunga scia di violazioni dei diritti umani di cui la
Cogefar-Impregilo è direttamente e indirettamente responsabile nel
Sud del mondo, dalla Nigeria al Lesotho, dalla Colombia all’Argentina,
dal Kurdistan al Nepal (137).
Il ministro-ingegnere dell’Alta Velocità
Oltre alle consulenze per i padroni delle megacostruzioni che
concorrono a spartirsi i progetti finanziati o in via di
finanziazione da parte del Ministero delle infrastrutture, l’ingegnere
Pietro Lunardi sarebbe socio di un’impresa svizzera, la
Marcionelli & Winkler, impegnata in Italia in alcune grandi
commesse pubbliche (138); egli è poi il fondatore-titolare dell’impresa
di progettazione e di consulenza idrogeologica Rocksoil, che dal
1979 ha contribuito alla realizzazione di alcune tra le più
imponenti e costose opere infrastrutturali, in particolare quelle
relative alle metropolitane di Roma, Milano e Napoli, alle tratte
dell’Alta Velocità Bologna-Firenze e Roma-Napoli, alle Autostrade
Livorno-Civitavecchia e Aosta-Monte Bianco (RAV) (139).
I lavori per le metropolitane di Milano e Roma e per l’Altà
Velocità sono tra le opere a più alto impatto criminogeno e
tangentizio della recente storia repubblicana. Già dicevamo dei
dodici miliardi versati a politici e amministratori di Milano dal
consorzio Romagnoli-Tettamanti-Lodigiani-Grassetto, per accaparrarsi
i lavori per alcune tratte della metro lombarda. Ma i giudici hanno
svelato un sistema corruttivo ancora più complesso ed articolato
all’ombra della MM Strutture ed Infrastrutture del Territorio
S.p.A., la società che ha gestito l’intera assegnazione degli
appalti per la terza linea dell’infrastruttura e quelli per il
passante ferroviario di Milano. Per l’attribuzione dei lavori
esisteva un tariffario determinato che alimentava un fondo per il
finanziamento dei partiti politici: la regola prevedeva il 3-4% di
tangenti sulle opere di costruzione fino ad un 13,5% sui contratti d’impiantistica.
I due quinti delle tangenti finivano al PSI, un quinto al PCI, un
altro quinto alla DC e il resto veniva suddiviso ai partiti minori
(PSDI e PRI).
Le tangenti del ‘sistema MM’ sono state pagate per i vari
lotti della linea della metropolitana, per il passante ferroviario,
per tutte le forniture di materiale rotabile, per l’impiantistica,
per la costruzione dei parcheggi adiacenti alle stazioni. "Le
imprese, come d’abitudine, si accordavano per predeterminare gli
esiti delle gare evitando i noiosi impicci del libero mercato. Un
rappresentante dell’azienda capofila per ogni appalto si premurava
di raccogliere le somme "dovute" da ciascuna società
della cordata vincitrice. Poi regolava le pendenze con i diversi
partiti, oppure consegnava la tangente al ‘cassiere unico’ delle
forze politiche, il quale poi divideva il bottino con i ‘colleghi’"
(140).
Non c’è stata impresa di costruzioni che non si sia sottoposta
al sistema di tassazione illegale pur di ottenere la sua fetta d’appalti
a Milano. Oltre alle società che affidarono direttamente lavori di
progettazione alla Rocksoil di Lunardi, ci furono i più noti gruppi
industriali internazionali, l’Ansaldo, la Siemens, la Abb, la
Fatme, la Sasib, la Siette, la Wabco Westinghouse, le imprese di
costruzioni Torno, Collini, Progetti&Costruzioni e Guffanti, e
finanche una lunga serie di cooperative ‘rosse’, la
CMC-Cooperativa Muratori e Cementisti di Ravenna, la Unieco, la
Coopsette, la Cmb di Carpi. Una fitta trama imprenditorial-politica
che ha dilapidato immense risorse finanziarie e che ha avuto come
prima ricaduta la crescita vertiginosa dei costi di realizzazione
delle infrastrutture per il trasporto urbano di Milano. E’ stato
calcolato che la nuova linea è costata all’erario, 192 miliardi
di lire a chilometro, contro i 45 della metropolitana di Amburgo; il
passante ferroviario, a sua volta, ha raggiunto i 100 miliardi a
chilometro mentre quello similare di Zurigo è costato poco meno
della metà.
Ancora più scandaloso è stato l’incremento dei costi per la
realizzazione della metropolitana di Napoli - committente ancora una
volta la MM Strutture ed Infrastrutture del Territorio S.p.A. - un’opera
che doveva costare 50 miliardi e che al completamento superò i 1300
miliardi. Anche per questi lavori il giro di mazzette fu ampio ed
articolato. Solo al processo d’appello, l’ex ministro per il
bilancio del governo Andreotti, l’on. Cirino Pomicino, è uscito
assolto per intervenuta prescrizione del reato, dopo una condanna a
due anni per essere stato il recettore di una tangente di quattro
miliardi.
Meglio era invece andata all’ex ministro delle partecipazioni
statali on. Clelio Darida e agli altri imputati del processo sulle
tangenti versate dal consorzio Intermetro a guida Cogefar-Impresit e
Iri-Italstat per l’aggiudicazione dei lavori per la nuova
metropolitana di Roma, l’altra megaopera a cui la Rocksoil di
Lunardi ha venduto le proprie competenze progettuali (141). Eccetto
l’allora presidente del consorzio Luciano Scipione, sono usciti
tutti assolti in primo grado dopo che il fascicolo d’indagine era
approdato nel porto delle nebbie del tribunale capitolino.
C’è poi il capitolo non ancora conclusosi del business dell’Alta
Velocità, i cui lavori nelle tratte Bologna-Firenze e Roma-Napoli,
hanno comportato una spesa superiore ai 50 mila miliardi di lire e l’affermazione
di un vero e proprio blocco di potere che ha visto tra i maggiori
protagonisti l’ex amministratore delle Ferrovie dello Stato
Lorenzo Necci, il banchiere Pierfrancesco Pacini Battaglia, alcuni
magistrati romani e noti faccendieri legati alla P2 e ad alcuni
trafficanti d’armi. "L’Alta Velocità coinvolge tutti i
centri di potere che contano in Italia, così da non scontentare
nessuno e stroncare sul nascere qualunque opposizione" scrive l’economista
Ivan Cicconi, estensore di una ricerca sul sistema delle tangenti
nell’affare ferrovie. In effetti, il congegno spartitorio è stato
disegnato con scientificità e saggio equilibrismo. Al tavolo degli
appalti si sono sedute le maggiori imprese di costruzioni nazionali,
accorpatesi in sette consorzi, guidati due dall’IRI, due dalla
Fiat, due dall’ENI e uno rispettivamente dalla Grassetto di
Ligresti e dal Gruppo Ferruzzi. Apparentemente nulla di nuovo sotto
il sole: le società sono sempre le stesse, ma c’è una novità
nel modello di finanziazione e realizzazione delle opere, attività
affidate ad una società creata ad hoc in seno alle Ferrovie dello
Stato, la Tav S.p.A., spacciata mediaticamente per ‘società
privata’, nonostante l’azienda statale ne detenga direttamente
il 45.1% del pacchetto azionario, più un altro 5% attraverso la
controllata Banca nazionale delle comunicazioni. Un vero e proprio
falso ideologico "anche perché il restante 49,5% è
distribuito fra 23 istituti bancari, in maggioranza di diritto
pubblico ed è inoltre stato accertato che tutti i prestiti bancari
per l’alta velocità sono stati attivati solo grazie alle garanzie
prestate presso gli istituti di credito da FS e dal suo socio di
riferimento, il ministero del Tesoro" (142).
Grazie all’escamotage della Tav "società privata", i
lavori per l’Alta Velocità sono stati affidati a trattativa
privata e non per appalto pubblico, come previsto dalle direttive
europee. Inoltre ciò ha permesso che gli eventuali responsabili d’illeciti
restino al riparo dal codice penale, perché a loro non è possibile
contestare il ruolo di pubblici ufficiali. Attraverso il sistema del
general contractor – l’affidamento ai privati di un’infrastruttura
dalla fase di progettazione, alla cofinanziazione, all’esecuzione
e gestione - lo stesso che viene proposto per la realizzazione del
Ponte sullo Stretto e per le grandi opere dell’era Lunardi, i tre
maggiori colossi economici italiani (IRI, ENI e Fiat) hanno potuto
scegliere in piena autonomia le imprese per i lavori "ventitre
in tutto, coordinate dal quintetto Astaldi-Lodigiani-Caltagirone-Di
Falco-Salini" (143). Anche in questo caso la ‘privatizzazione’
delle grandi opere pubbliche si è rilevata tutt’altro che un
affare. Mentre in Spagna la linea ad alta velocità Madrid-Siviglia
è costata nove miliardi e mezzo di lire a chilometro, in Italia,
nel 1998 la previsione di spesa era di ventisei miliardi, linee
elettriche e treni esclusi (144).
Solo per gli appalti della Bologna-Firenze sarebbero state
versate tangenti multimiliardarie a DC, PSI, PDS, MSI e partiti
minori dell’ex centrosinistra. Un primo grande troncone d’indagine
sull’affare dell’Alta Velocità è approdato in un tribunale,
quello di Perugia, dopo l’apertura dell’inchiesta sulle trame
del banchiere Pacini Battaglia (145). Sono 74 le persone di cui è
stato chiesto il rinvio a giudizio, in buona parte imprenditori,
dirigenti delle ferrovie ed ufficiali della guardia di finanza. Gli
indagati farebbero tutti parte "di una struttura bene
organizzata composta da manager pubblici e privati" che gestiva
gli appalti e la "successiva distribuzione di lavori per le
grandi opere", con l’obiettivo di "creare fondi
extracontabili per erogare tangenti verso il potere politico che
quei vertici avevano sponsorizzato, e verso gli stessi
amministratori pubblici per garantire il loro illecito
arricchimento" (146). Tra i nomi più noti, il presidente della
squadra calcistica della Lazio Sergio Cragnotti e l’ex
amministratore della Tav S.p.A. Ettore Incalza. Secondo la Procura
di Perugia sarebbe proprio quest’ultimo uno dei maggiori
protagonisti della vicenda. "Pupillo e vero amico di Pacini,
Incalza era destinato a succedere a Necci alla guida delle Ferrovie
dello Stato", scrivono di lui i magistrati umbri. Appena
nominato ministro delle infrastrutture, Pietro Lunardi lo ha però
chiamato tra i suoi più stretti collaboratori.
Lavori relativi a progettazioni di Gallerie e di Consolidamenti e
Fondazioni realizzati dalla Rocksoil S.p.A. per conto di grandi
società e consorzi privati
Cogefar-Impresit (oggi Impregilo)
1979 – Strada di collegamento Frejus, tratto
Bardonecchia-Savolux
1979 – Ferrovie El Gourzi-El Khoub-Costantine (Algeria) – In
consorzio con Italstrade
1986 - Consolidamento Frana di Spriana (Valtellina)
1988 – Autostrada Vittorio Veneto-Pian di Vedoia (lotti 2 e 6)
– In consorzio con Italstrade
Di Penta
1997 – Galleria Principe Amedeo, viabilità Roma
Gambogi S.p.A.
1987 – Autostrada Fiano – S. Cesareo
Grassetto
1985 – Metropolitana Milano linea 3 (lotto 2B) – In consorzio
con Lodigiani, Romagnoli, Tettamanti
1990 – Diga cantoniera sul fiume Tirso
1990 – Viadotto Santa Chiara sul fiume Tirso
Incisa
1991 – Strada Statale n. 248 Montebelluna
Intermetro S.p.A.
1988 - Metropolitana di Roma, linea A, tratto da Ottaviano a
Battistini
1988 - Stazione Aurelia Cornelia
1988 – Stazione Ubaldo degli Ubaldi
Italstrade S.p.A.
1979 – Ferrovie El Gourzi-El Khoub-Costantine (Algeria) – In
consorzio con Cogefar
1981 – Autostrada Udine-Cervia-Tarvisio
1988 – Autostrada Vittorio Veneto-Pian di Vedoia (lotti 2 e 6)
– In consorzio con Grassetto
1990 – Depuratore di Temuno
Lodigiani S.p.A.
1985 – Metropolitana Milano linea 3 (lotto 2B) – In consorzio
con Grassetto, Romagnoli, Tettamanti
M.M. Strutture ed Infrastrutture del Territorio S.p.A.
1985 – Metropolitana di Milano, linea 3, lotto 7
1985 - Passante ferroviario Milano-Porta Venezia
1986 - Metropolitana di Napoli, linea tranviaria rapida.
1990 – Differenti lotti Metropolitana di Milano, linea 3
1990 – Collegamento ferroviario Passante di Milano
1991 - Differenti lotti Metropolitana di Milano, linea 3
1991 – Collegamento ferroviario Passante di Milano
Pizzarotti S.p.A.
1984 – Scalo F.S. Crevignano del Fiuli
1984 – Officina F.S. Nola
1987 – Strada Statale Merano-Bolzano
1989 – Parcheggi sotterranei in località Revis – Cortina d’Ampezzo
Romagnoli S.p.A.
1985 – Metropolitana Milano linea 3 (lotto 2B) – In consorzio
con Grassetto, Lodigiani, Tettamanti
1991 – Strada Statale n. 415 Paullen
Sicalf S.p.A.
1983 – Strada Statale n. 3 Flaminia (lotti I e II)
1987 – Autostrada Fiano – S. Cesareo
Tettamanti
1985 – Metropolitana Milano linea 3 (lotto 2B) – In consorzio
con Grassetto, Lodigiani, Romagnoli
Al club degli impresentabili-incompatibili
La Rocksoil vanta nel suo curriculum importanti commesse da parte
delle maggiori imprese del settore trasporti, su cui nonostante la
privatizzazione in atto, il ministero delle infrastrutture esercita
ancora ampi poteri decisionali e di gestione (la Società
Autostrade, l’ANAS, le Ferrovie dello Stato, società le ultime
due azioniste della Stretto di Messina). Importanti attività
progettuali sono state commissionate alla società di Lunardi dai
giganti dell’industria chimica e petrolifera italiana, come la
Selm-Montedison (una galleria idraulica in Val Camonica nel 1986) e
la SNAM Progetti del Gruppo ENI (5 gallerie di un metanodotto nell’ex
Unione Sovietica). La SNAM Progetti, come abbiamo visto, è una
delle società che concorrono alla realizzazione del cosiddetto
Ponte d’Archimede, il tunnel sommerso proposto in alternativa al
Ponte sullo Stretto dagli armatori Matacena.
In realtà, la Rocksoil è più vicina di quanto pare all’ipotesi
progettuale per un collegamento stabile del corridoio marino tra
Scilla e Cariddi. Nel 1987, per conto dell’ANAS, la società ha
eseguito lavori di progettazione relativi "all’attraversamento
dello Stretto". A differenza di tutte le altre opere progettate
e di cui la Rocksoil fornisce una lunga serie di dati tecnici, le
informazioni della società Lunardi sulle attività svolte a Messina
sono proprio ridotte al minimo. Titolo e anno lasciano però
presupporre un intervento diretto nell’iter progettuale del Ponte:
due anni prima, la Società Stretto di Messina aveva stipulato
proprio con l’ANAS e le Ferrovie dello Stato, una convenzione per
lo "studio, la predisposizione del progetto di massima del
ponte, la costruzione e l'esercizio del collegamento stradale".
Il periodo, tra l’altro, coincide con un certo attivismo della
società nell’area compresa tra le province di Messina e di Reggio
Calabria: nel 1980 il Genio Civile di Reggio aveva assegnato alla
Rocksoil i lavori di consolidamento del promontorio di Scilla; nel
1984 Lunardi si era aggiudicato dalla Società Autostrada
Messina-Palermo la progettazione di alcuni tunnel dell’arteria mai
completata (gallerie S. Elia, Carbonara e Laugenia); tre anni più
tardi aveva ottenuto dalle Ferrovie dello Stato la progettazione
della galleria di Capo d’Armi sulla tratta ionica Reggio-Metaponto
(147).
Se il ministro non trova incompatibile il decidere sulla
fattibilità e sulla messa in opera di infrastrutture proposte o
appaltate a imprese di cui è stato consulente e contrattista, ancor
meno ritiene possibile un qualsiasi conflitto d’interessi lo
scegliere collaboratori e commissari che sono stati suoi committenti
o datori di lavoro. Lunardi, ad esempio, ha nominato commissario
dell’ANAS, Vincenzo Pozzi, già amministratore delegato della RAV,
la società del Raccordo Autostradale Valdostano che ha affidato
alla Rocksoil la progettazione del raccordo autostradale e di
quattro gallerie in Val d’Aosta (148). "Pozzi dà incarichi
professionali miliardari al Lunardi-progettista, Lunardi-progettista
diventa ministro, il Lunardi-ministro nomina Pozzi presidente dell’ANAS"
ha commentato il giornalista Gianni Barbacetto il circolo vizioso
che ha posto l’ex manager Rav a capo della società titolare del
12,25% delle azioni della Società Stretto di Messina (149).
E’ proprio in tema di Ponte che appaiono più evidenti i
conflitti d’interessi dei nuovi incaricati dal governo alla
gestione delle Grandi Opere. Da qualche mese sono stati nominati i
nuovi membri del consiglio d’amministrazione della Stretto di
Messina, più alcuni ‘consulenti’ da affiancare per la
riprogettazione dell’infrastruttura. Le sorprese sono tante. Il
neo amministratore delegato della società ad esempio, è il dottor
Pietro Ciucci, attuale consigliere di Alitalia e di Rai Holding,
direttore generale dell’IRI e componente del Collegio dei
liquidatori dell’istituto di Via Veneto. Trasporti, emittenza
televisiva e settore industriale, quasi a volere enfatizzare i
pilastri su cui poggia il ‘modello di sviluppo’ dell’era
Berlusconi. Ciucci, però, ha un curriculum vitae ancora più ampio
e ramificato: dal 1969 al 1987 ha lavorato come direttore
amministrativo nella Società Autostrade; poi è passato alla
presidenza della finanziaria Cofiri e alla vicepresidenza della
Banca di Roma e, infine, è stato nominato membro dei consigli d’amministrazione
di colossi del settore creditizio ed industriale come l’ABI, la
Banca Commerciale Italiana, il Credito Italiano, la Stet,
Finmeccanica, Aeroporti di Roma, e della stessa società Autostrade.
Come è possibile notare molte di queste società o dei gruppi che
ne detengono i pacchetti azionari sono tra i maggiori concorrenti
alla cofinanziazione-realizzazione-gestione del Ponte di Messina.
A dar soluzione agli enormi problemi di tipo tecnico-strutturale
della infrastruttura che si vorrebbe realizzare nello Stretto,
Pietro Lunardi ha chiamato il professore di tecnica delle
costruzioni Remo Calzona, anchegli impegnato in prima persona,
insieme allo stesso ministro delle infrastrutture, nella
progettazione dellAlta Velocit e dei tunnel autostradali del
Raccordo Valdostano. Remo Calzona è stato nominato presidente del
comitato tecnico che dovrà sovrintendere all'adeguamento del
progetto del Ponte di Messina, mentre già circola il suo nome tra i
candidati che potrebbero assumere la carica di commissario
straordinario per la realizzazione dell'opera.
Nella classifica degli impresentabili spicca poi il nome di Lino
Cardarelli, fresco di nomina nel consiglio d’amministrazione della
Stretto di Messina, a cui è transitato dopo aver fatto parte per
circa un anno della segreteria particolare del ministro Pietro
Lunardi. Cardarelli è uno dei tanti miracolati dalla rapida fine
del ciclone Mani Pulite e dall’altrettanto repentino passaggio
alla seconda repubblica: arrestato per finanziamento illecito ai
partiti quando era dirigente della Montedison di Schimberni, ne è
poi uscito ‘assolto’ per intervenuta prescrizione del reato
(150). Nelle file degli impresentabili c’è poi l’ex
amministratore delegato della Stretto di Messina, il dottor Carlo
Bucci, riconfermato tra i membri del nuovo consiglio d’amministrazione
della società. In questo caso non si tratta di qualche errore di
gioventù ma di una riprovata ignoranza in tema storico-ambientale.
E’ sufficiente riportare una sua dichiarazione ad un convegno sui
trasporti, a cui la Gazzetta del Sud non poteva non dare grande
rilevanza. "Di tutte le possibilità di collegamento – ha
sottolineato Bucci – il Ponte è la più ecologicamente
compatibile: non ha fondamenta in acqua ma poggia sulla terraferma,
dunque non altera l’equilibrio marino, né scarica nulla a
mare". Bucci ha poi aggiunto che nell’arco di otto anni, i
lavori per il Ponte impegneranno un indotto "di 75 mila
persone: gli abitanti virtuali di una città invisibile che
prospererà sulla costruzione di un’opera di rilievo planetario,
la prima che sarà realizzata in Italia dopo il Duomo di Milano,
sorto 700 anni fa" (151). Forse Bucci non conosce Piazza San
Pietro, il Duomo di Firenze e la Torre di Pisa, ma la cosciente
menzogna sull’indotto, moltiplicato per dieci volte il suo valore
reale, è proprio imperdonabile.
Un Presidente da Sogno
Il 12 maggio 2001, alla vigilia delle elezioni politiche che
avrebbero riportato al governo Berlusconi, Bossi e Fini, il
candidato Pietro Lunardi, indicato dal leader di Forza Italia come
possibile futuro ministro per le infrastrutture, si reca a Luino
(Varese) per incontrare amministratori ed esponenti di Forza Italia
e un nutrito gruppo di imprenditori lombardi. Lo accompagna l’on.
Giuseppe Zamberletti, DC doc, già sottosegretario all’interno e
ministro per la protezione civile e dei lavori pubblici (152).
Zamberletti apre la convention elettorale presentando il futuro
ministro come l’uomo giusto per rendere cantierabili le Grandi
Opere bloccate da anni. Interviene Lunardi: "La Casa delle
Libertà prevede per l’intero Paese, investimenti che si
aggireranno in tutto attorno ai 260 mila miliardi". Quindici
giorni più tardi l’ingegnere-consulente delle maggiori società
di costruzioni d’Italia assumerà l’incarico di ministro. Un
anno più tardi avrà modo di sdebitarsi con l’amico-collega
Zamberletti, nominandolo alla presidenza della Società Stretto di
Messina dopo dodici anni di incontrastata presenza del direttore
della Gazzetta del Sud Nino Calarco.
C’è un filo impercettibile che lega tutti i presidenti della
storia della società del Ponte, dall’on. Oscar Andò, a Calarco,
per finire con Zamberletti: l’essere stati parlamentari eletti
come espressione dell’area ultramoderata della Democrazia
Cristiana. E l’ex ministro, come il direttore della Gazzetta del
Sud, vanta un’antica amicizia con l’ex presidente della
Repubblica, Francesco Cossiga, di cui tra l’altro ne è stato
sottosegretario negli anni di piombo della cosiddetta lotta al
terrorismo. Con Cossiga, Zamberletti condivide passioni e vicinanze
con certi settori delle forze armate e dei servizi segreti. Poco
prima di essere chiamato alla Stretto di Messina, Giuseppe
Zamberletti è stato tra i parlamentari particolarmente distintisi
nella campagna orchestrata dalle grandi imprese militar-industriali
per la modifica della legge 185 del 1990 che regola l’export di
armi italiane, a favore della piena ‘liberalizzazione’ in
materia. "Siamo contro le norme, introdotte dall’area
parlamentare più utopistica e massimalista, realmente assurde, come
quelle relative ai paesi in via di sviluppo", ha dichiarato lo
stesso Zamberletti, in occasione di un seminario organizzato dall’Istrid,
l’Istituto ricerche e informazioni difesa insieme alle maggiori
aziende belliche nazionali.
L’azione a favore della lobby dei mercanti di morte si è
sviluppata parallelamente alla ricerca della "verità" su
due delle peggiori stragi della recente storia d’Italia, l’esplosione
in volo del Dc-9 di Ustica e l’attentato alla stazione di Bologna
nel 1980. In un volume Zamberletti ha rilanciato la cosiddetta
"pista libica", sempre più improbabile e depistante dopo
le conclusioni a cui sono giunte procure e commissioni parlamentari
d’inchiesta. "Se pure i servizi segreti italiani hanno bene
interpretato sia la minaccia di Ustica sia la vendetta di Bologna
– ha dichiarato Giuseppe Zamberletti – essi non avevano alcun
interesse ad indagare in quella direzione e provocare un grosso
incidente internazionale. C'era dunque una ragione di Stato. Fuggire
dalla pista libica significava mantenere intatte le condizioni per
la ripresa dei buoni rapporti con la Libia" (153).
Non è noto perché mai il neopresidente della Stretto di Messina
si ostini a difendere una tesi che fu sposata ed amplificata da
agenti deviati e centrali massoniche. Di certo non è mai stato
chiarito a che titolo e per conto di chi il nome di Giuseppe
Zamberletti fosse stato inserito nella lista del governo
ultramoderato che doveva essere insediato dopo il cosiddetto ‘golpe
bianco’ dell’ex partigiano Edgardo Sogno, previsto per l’agosto
1974, al culmine di una lunga stagione di sangue e di bombe
neofasciste. Il ‘governissimo’ per la restaurazione dell’ordine
sociale, il cui programma presentava sorprendenti analogie con il
Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli, prevedeva la
presidenza di Randolfo Pacciardi, con ministro della difesa Edgardo
Sogno e dell’industria, appunto, Giuseppe Zamberletti (154).
Il ‘sogno’ di una svolta conservatrice e antioperaia fu
alimentato dai fondi neri della Fiat e dei servizi segreti italiani
e USA. Vide altresì l’attivazione dei Comitati di Resistenza
democratica, dei maggiori industriali di destra, di uomini di
vertice delle forze armate e perfino di alcuni banchieri stranieri,
come ad esempio i due John McCaffery senior e junior. Il primo aveva
guidato dal 1943 al 1945 i servizi segreti inglesi in Italia;
successivamente era divenuto socio del finanziere Michele Sindona
nella Banca Privata Italiana e nella Banca Wolf di Amburgo. John Mc
Caffery junior invece, negli anni della strategia della tensione,
sedeva come membro del consiglio d’amministrazione della Banca di
Messina di cui era proprietario Sindona e di cui l’industriale
editore Uberto Bonino aveva detenuto un pacchetto di minoranza sino
all’avvento del banchiere in odor di mafia (155). Le ombre del
passato si sono rincrociate tra i venti e le correnti dello Stretto.
Il business dell’eccezionalità
La scelta di attribuire la presidenza della Società Stretto di
Messina all’anziano parlamentare democristiano risponde ad un
criterio oggettivo: accelerare la trasformazione della società del
Ponte, favorirne la privatizzazione e assicurarle pieni poteri in
tema di appalti e cantierizzazione dell’opera. Per un’infrastruttura
di tale ‘straordinarietà’ sono indispensabili strumenti e mezzi
‘straordinari’, come quelli che furono affidati a Giuseppe
Zamberletti in occasione di eventi ‘straordinari’, come accadde
nel 1976 con il terremoto del Friuli e quattro anni più tardi con
il sisma che distrusse l’Irpinia. E non è un caso che queste
siano anche le intenzioni del ministro Pietro Lunardi, sponsor di
Zamberletti, che vanta esperienze dirette proprio in tema di
post-emergenza ed ‘eccezionalità’ degli interventi. Nel 1985
alla Rocksoil di proprietà Lunardi, furono affidati i lavori di
consolidamento delle fondazioni degli edifici predisposti per i
terremotati dei comuni di Melito e Pozzuoli (Napoli), per conto del
Consorzio Co.Ri.. Forse risale ad allora la conoscenza tra l’ingegnere
e il parlamentare a cui il governo aveva affidato la delega per la
ricostruzione di Campania e Basilicata.
Esperienza estremamente negativa quella della ricostruzione dell’Irpinia
specie per gli effetti che ha avuto nella società e nel costume
politico di un’area strategica del Mezzogiorno d’Italia.
"Nel nostro paese il verificarsi di calamità naturali ha
finora costituito un’ottima occasione per la lievitazione degli
interessi di gruppi mafiosi o ad essi assimilabili – ha commentato
lo studioso Umberto Santino del Centro studi antimafia ‘Giuseppe
Impastato’. "Si è creata una vera e propria ‘economia
delle catastrofi’ di cui hanno beneficiato in tanti, comprese
associazioni e imprese criminali. (...) La mole degli interessi e le
modalità di gestione delle attività di ricostruzione in Irpinia,
all’insegna dell’eccezionalità, hanno stimolato lo sviluppo e l’incrocio
di più sistemi illegali". I risultati di questo intreccio sono
stati l’enorme spreco di risorse e il trasferimento del denaro
pubblico a favore di imprenditori, camorristi, amministratori e
politici, "con la lievitazione del ruolo della criminalità e
la comparsa di criminali organizzati anche in Lucania, regione fino
ad allora indenne" (156). Fu grazie alla straordinarietà delle
misure adottate per il post-terremoto e all’ingente quantità
delle risorse finanziarie catapultate sulle regioni colpite che si
potè sviluppare in Campania un sistema di potere e di scambio tra
le imprese di costruzione del Nord "con molte aderenze
ministeriali", le organizzazioni camorrisitico-imprenditoriali,
i gruppi politico-affaristici locali. "Ed è ancora tutto da
valutare il ruolo dei grandi procacciatori d’affari (Pazienza e
compagni) legati ai servizi segreti e all’affare Cirillo"
(157). Secondo la magistratura, per la ricostruzione post-terremoto
furono versate al gotha della politica campana, mazzette per
trentadue miliardi di lire, al valore dei primi anni ‘80. Il
procedimento giudiziario si è però concluso con un generale colpo
di spugna: dei 137 imputati (tra cui gli ex ministri Gava, Pomicino,
De Lorenzo, Di Donato, Scotti) nessuno è stato condannato, vuoi
perché assolti, vuoi perché ‘prescritti’.
L’Istituto delle Grandi Opere
Sarebbe sufficiente la discutibile gestione dell’emergenza
post-terremoto per porre al centro del dibattito politico l’inopportunità
della presenza di Giuseppe Zamberletti alla presidenza della
società che chiede massimi poteri e un assegno in bianco per
realizzare il Ponte sullo Stretto. Eppure c’è dell’altro. L’anziano
parlamentare ricopre infatti, contestualmente, un incarico che per
la sua vicinanza alle maggiori imprese di costruzioni e al sistema
bancario che assicura loro i necessari flussi finanziari,
apparirebbe ostativo in un paese retto da regole democratiche certe
e non manipolabili attraverso il monopolio esercitato dai mezzi di
comunicazione che le stesse banche e gli stessi costruttori
detengono.
Giuseppe Zamberletti, l’Uomo nuovo del Ponte, presiede dalla
sua fondazione nel 1986, l’IGI - Istituto Grandi Infrastrutture,
centro di studi e ricerche in campo ingegneristico, infrastrutturale,
finanziario e legislativo, che raccoglie tutte le più grandi
imprese di costruzioni italiane ed anche determinati istituti
bancari.
Scopo statutario dell’IGI è di "approfondire i temi degli
appalti pubblici". In vista del rilancio delle Grandi Opere, l’istituto
ha ampliato la propria base associativa, con l’ingresso dei grandi
concessionari autostradali, degli enti aeroportuali, delle compagnie
di assicurazione e di settori imprenditoriali complementari ai
tradizionali costruttori. "Accanto all’Osservatorio sui
grandi lavori pubblici, che consente all’Istituto di monitorare,
unico in Europa, tutto l’iter dei grandi appalti, dalla gara al
collaudo, sono stati effettuati approfondimenti sui sistemi
normativi degli altri Partner europei, mentre un altro Osservatorio,
di recente avvio, mira a mettere sotto controllo tutte le iniziative
in materia di finanza di progetto". Insomma un istituto-lobby,
capace di intervenire in tutte le sedi istituzionali, nazionali ed
europee, per sponsorizzare e proporre la realizzazione di
megainfrastrutture o per richiedere la modifica delle norme in
materia di appalti e concessioni in modo da favorire gli
investimenti e il ritorno finanziario ai privati, che sono poi gli
stessi soci-dirigenti dell’istituto presieduto dall’on.
Zamberletti (158).
L’IGI può essere definito come un vero e proprio centro di
confronto-scambio tra le società e i manager che hanno fatto la
storia economica d’Italia, una storia troppo spesso caratterizzata
da macroscandali, corruzioni dell’amministrazione pubblica,
tangenti a partiti e parlamentari, interventi del pubblico a favore
degli interessi e dei profitti dei privati. Una cassa di
compensazione su cosa, dove come e con chi progettare e realizzare,
magari definendo prioritariamente regole e metodologie di
spartizione. Oggi che i confini tra Stato e aziende sono stati
cancellati, associazioni simili possono anche decidere di
sostituirsi ai poteri pubblici per regolare l’economia e gestire
il territorio.
Riciclati e riciclabili
Scorrere i nomi dei massimi dirigenti dell’Istituto Grandi
Infrastrutture può essere utile per rimettere in discussione l’assunto
che ci sia stata una prima repubblica e che dopo Mani Pulite ne sia
iniziata una seconda. Vice presidente vicario dell’IGI è il
cavaliere del lavoro Franco Nobili, presidente della FIEC –
Fédération de l’Industrie Européenne de la Construction (la
federazione delle grandi società europee di costruzione), con un
invidiabile curriculum professionale nelle maggiori aziende
pubbliche e private d’Italia: amministratore delegato nell’impresa
di costruzioni Angelo Farsura S.p.A. di Milano, dal 1959 al 1989
amministratore e poi presidente della Costruzioni Generali Cogefar
S.p.A. del Gruppo Fiat, consigliere della Pizzarotti S.p.A. di
Parma, vicepresidente e amministratore della Bastogi-IRBS e infine,
dal novembre del 1989 al maggio 1993, presidente dell’IRI, l’impero
dell’industria statale nazionale (159).
La stagione di Franco Nobili all’IRI coincide con il piano di
rilancio della controllata Società Stretto di Messina e del
progetto del Ponte, con la nomina di Nino Calarco alla presidenza, e
con l’inserimento nella finanziaria, di un pinguo stanziamento
annuale a favore della stessa società. Nobili dovette abbandonare l’incarico
all’IRI in seguito all’arresto per una storia di tangenti. Ad
accusarlo l’allora vicedirettore d’Italstat Alberto Mario
Zamorani: secondo il manager, Franco Nobili, insieme al ministro dei
trasporti Giorgio Santuz e a quello dei lavori pubblici Gianni
Prandini, avrebbe fatto parte del cosiddetto "sistemone",
il tavolo di suddivisione di appalti e subappalti per i lavori all’ANAS
e alla Società Autostrade a cui sedevano grandi costruttori
privati, manager delle imprese pubbliche e politici. I giudici di
Milano hanno altresì rilevato nei bilanci della Cogefar - al tempo
della presidenza di Franco Nobili e quando era di proprietà di
Acqua Marcia (Gruppo Romagnoli) - movimentazioni che hanno lasciato
intravedere un giro di tangenti e di fondi neri. Nobili trascorse
settantasette giorni in prigione; rinviato a giudizio fu assolto
otto anni dopo. Successivamente è finito sotto inchiesta a Milano,
Salerno e Roma per vicende relative agli appalti dell’ENEL. I
processi, tuttavia, hanno dato ragione al vice di Zamberletti: a
Milano, dopo la condanna in primo grado assoluzione in appello;
assoluzione a Salerno e infine prescrizione nel procedimento aperto
dai giudici della capitale (160).
Tra i vicepresidenti dell’IGI, compare anche Giancarlo Elia
Valori, neopresidente dell’Unione Industriali di Roma e presidente
dell’A.S.E.C.A.P. – Association Européenne des Concessionnaires
d’Autorouts et d’Ouvrages à Péage (l’associazione europea
dei concessionari delle autostrade a pagamento). Sino allo scorso
mese di maggio, Giancarlo Elia Valori ha ricoperto l’incarico di
presidente della Autostrade S.p.A. la società a capo della più
grande rete autostradale del mondo, con i suoi 3.000 chilometri d’asfalto,
3.200 miliardi di fatturato, 426 di utili. Al suo posto è stato
nominato, su designazione dell’Edizione Holding del gruppo
Benetton, maggiore azionista di Autostrade, il manager Gian Maria
Gros-Pietro, presidente uscente dell’ENI, il quale dovrebbe
subentrare a Valori anche alla vicepresidenza dell’Istituto Grandi
Infrastrutture (161).
Gli anni trascorsi da Valori alla guida di Autostrade sono stati
decisivi per l’espansione nel mercato della concessionaria; in
particolare il manager è stato tra gli ideatori del consorzio
telefonico Blu, di cui è stato nominato presidente, per la
creazione del quarto gestore Gsm, e che ha visto scendere in campo
oltre ad Autostrade, Benetton, il costruttore-editore Caltagirone,
Mediaset e la British Telecom. Originario della Calabria, Giancarlo
Elia Valori non poteva non restare insensibile al mito del Ponte
sullo Stretto, e sin dalla sua nomina a presidente di Autostrade è
intervenuto pubblicamente a favore della realizzazione dell’opera,
promettendo l’ingresso finanziario nella Stretto di Messina del
colosso di cui era alla guida.
Come Franco Nobili, anche Valori è giunto alla presidenza di
Autostrade S.p.A. dopo aver ricoperto incarichi di prestigio nelle
maggiori società pubbliche e private d’Italia: entrato alla Rai
nel 1965 come consulente, ne divenne presto funzionario; negli anni
‘70 fu vicedirettore generale di Italstrade e consulente del
Gruppo Fiat; negli anni ‘80 passò alla vicepresidenza della Sme,
la finanziaria agroalimentare dell’IRI presieduta al tempo da
Romano Prodi. Dopo una breve parentesi alla presidenza della Sirti,
società della Stet, nel 1987 Valori fece ritorno alla Sme, come
presidente della GS Supermercati (162). Tre anni più tardi, il
nuovo presidente dell’IRI, quel Franco Nobili con cui poi avrebbe
condiviso la vicepresidenza dell’IGI, lo nominò nuovamente alla
guida della Sme. Infine, nel 1995, durante il governo di transizione
di Lamberto Dini, Giancarlo Elia Valori diventò il "Signore
delle Autostrade" (163).
Nel corso della sua carriera come top manager nelle grandi
società a maggioranza pubblica, Valori si è distinto nella
politica delle privatizzazioni e delle dismissioni delle aziende
controllate. Da presidente della Sme, ad esempio, ha ceduto le
prestigiose marche alimentari Cirio-Bertolli-De Rica ad una società
nelle mani di uno sconosciuto finanziere, Saverio Lamiranda, che
presto le ha rivendute con insperati guadagni al presidente della
Lazio Sergio Cragnotti e alla multinazionale Unilever. Prima di
passare alle autostrade, Valori ha avuto il tempo di disfarsi della
nota catena di distribuzione alimentare e di ristorazione
autostradale Autogrill, trasferita alla famiglia Benetton, che l’ex
manager Sme ritroverà nei consigli d’amministrazione dell’Autostrade
S.p.A. e del consorzio telefonico Blu. Alla guida della
concessionaria Valori convincerà il governo a ridurre la propria
presenza societaria e a cedere parte del pacchetto azionario ad una
cordata d’imprenditori capeggiata dai Benetton e da Franco
Caltagirone, l’editore de Il Messaggero a capo della Vianini
costruzioni, socia IGI. Anche Caltagirone, come Benetton, entrerà
poi nel consorzio Blu presieduto da Valori (164).
Meno conosciuti sono i rapporti intessuti a livello
internazionale dal potente manager, dalla Cina alla Corea del Nord,
dal Medio Oriente alla Libia, dalla Romania di Ceasescu all’Argentina
di Juan Domingo Peron. Di quest’ultimo, Giancarlo Elia Valori è
stato amico e profondo estimatore, al punto di accompagnarlo
personalmente in Argentina nel 1973 dopo il lungo esilio in Spagna.
Valori non fu l’unico italiano a bordo dell’aereo di Peron. Con
lui viaggiò anche il gran maestro Licio Gelli alla cui loggia lo
stesso Valori, già massone della ‘Romagnosi’ del Grande Oriente
d’Italia, si era affiliato nel 1973. "Licio Gelli – scrive
il giornalista Gianni Barbacetto - lo contatta perché sa dei suoi
ottimi rapporti con l’Argentina, lo iscrive al Centro Culturale
Europeo e lo coinvolge in una società di import-export chiamata Ase.
Che cosa importi e che cosa esporti - carne, armi, informazioni -
non è dato sapere. Valori comunque sostiene di esserne uscito
subito, lasciando Gelli al suo destino" (165). In realtà, i
rapporti tra i due si incrinarono nel momento in cui Gelli
egemonizzò la relazione con il neopresidente Peron e con il suo
braccio destro, il piduista José Lopez Rega. Lo scontro
Gelli-Valori si sarebbe concluso con l’espulsione di quest’ultimo
dalla P2.
Nonostante l’uscita di scena dall’entourage dei fratelli
della superloggia, Giancarlo Elia Valori si è mantenuto in stretto
contatto con gli ambienti dei servizi segreti italiani, in
particolare con il generale Giuseppe Santovito, con il faccendiere
Francesco Pazienza e con il giornalista di Op Mino Pecorelli,
successivamente assassinato. Per questi legami certamente non
ordinari tra i manager e gli imprenditori italiani, Valori fu
ripetutamente chiamato a deporre nelle indagini chiave dei primi
anni ‘80, quelle della Procura di Roma sulla P2, del giudice Carlo
Palermo sui traffici d’armi, di Rosario Priore sui suoi rapporti
con i Paesi arabi, nel contesto dell’inchiesta sulla strage di
Ustica. A differenza poi dei colleghi a capo dei maggiori imperi
finanziari e imprenditoriali, l’ex presidente di Autostrade S.p.A.
è uscito del tutto indenne dal filone d’indagine di Mani Pulite.
"L’unica ombra di Tangentopoli che lo ha sfiorato è un
versamento di 150 milioni nel giugno 1991; ne parla, al sostituto
procuratore di Milano Francesco Greco, Giuseppe Garofano, allora
presidente della Montedison: ‘Si è trattato di un versamento da
me effettuato a favore di Valori Giancarlo Elia, attuale presidente
della Sme, che all’epoca aveva prestato consulenze professionali
alla Montedison. Il Valori mi chiese di erogare la somma in nero e
per contanti, per motivi fiscali’" (166). Trattandosi di un
pur discutibile incarico di consulenza da parte di una società
privata, il fatto non poteva essere punibile processualmente. I
magistrati poi, non trovarono riscontri alle dichiarazioni dell’ex
presidente della Montedison.
Pur conclusasi per oggettivi limiti d’età la carriera
manageriale in Autostrade di Giancarlo Elia Valori, esiste ancora
chi lo ritenga un personaggio potente da adulare e rispettare. Così
gli industriali di Roma e della regione Lazio lo hanno voluto alla
presidenza della propria associazione, mentre a fine aprile,
l'assemblea degli azionisti di Italintesa S.p.A., riunitisi a Reggio
Emilia, gli ha conferito la presidenza onoraria della società. Nel
corso dei lavori è stato altresì deliberato un sostanziale aumento
del capitale sociale e l’ingresso tra gli azionisti del politologo
americano Edward Luttwak, già consulente di Italintesa ed assiduo
editorialista nelle testate del Gruppo Monti e della siciliana
Gazzetta del Sud. Come Valori, Luttwak vanta un passato contiguo ai
poteri atlantici più o meno occulti. E’ stato tra i fondatori e
gli animatori del Csis – Center of Strategic and International
Studies di Washington, il centro di studi strategici legato alla CIA
e al Pentagono americano, noto per aver elaborato l’interventismo
Usa a fianco dei regimi fascisti-militari in America latina ed in
Europa. Casualità vuole che il Csis abbia avuto in Italia come
partner la Fondazione Bonino-Pulejo del presidente onorario della
Stretto di Messina, Nino Calarco, nell’organizzazione a Taormina,
anno 1993, di una convention internazionale sugli "Effetti
delle migrazioni nei paesi industrializzati" (167).
La lobby delle tangenti e dei Servizi
In quota Banca Intesa Bci, il colosso bancario sorto dalla
fusione di Cariplo, Ambroveneto e Commerciale Italiana che ha
espresso l’interesse ad entrare finanziariamente nell’affare
Ponte sullo Stretto, l’Istituto Grandi Infrastrutture ha riservato
la vicepresidenza anche all’ex parlamentare Maurizio Pagani, già
ministro delle poste e telecomunicazioni nel primo governo Amato e
nel successivo di Azelio Ciampi. In molti lo considerano l’anima
berlusconiana nella lobby dei grandi costruttori diretta dall’on.
Zamberletti. Pagani, infatti, fu accusato dalle opposizioni di
essere stato da ministro troppo indulgente con gli interessi
televisivi del futuro premier Silvio Berlusconi, già
abbondantemente favorito dalla legge Mammì sull’emittenza
privata. Di certo dopo l’esperienza governativa nelle file del
PSDI, l’on. Maurizio Pagani preferì approdare tra gli Azzurri di
Forza Italia con cui poi, fu eletto sindaco di Novara.
In rappresentanza di un altro istituto di credito, la Banca
Popolare dell’Emilia, nel direttivo dell'IGI, c’è un altro
personaggio di cui è nota la forte simpatia con il partito-azienda
del Presidente del consiglio. Si tratta di Claudio Calza,
contestualmente consigliere d’amministrazione del Banco di
Sardegna e dell’azienda farmaceutica Pierrel, amico come
Zamberletti dell'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga
(168). Calza ha fatto molto parlare di sé in questi mesi a
proposito dell'inchiesta sulla tangentopoli che ha colpito i vertici
politici della Basilicata, primi fra tutti i parlamentari Angelo
Sanza (Forza Italia) e Antonio Luongo (DS). Il presidente della
banca emiliana, infatti, è stato arrestato con l’accusa di
concorso in corruzione per le presunte mazzette che sarebbero state
versate dal gruppo imprenditoriale De Sio per aggiudicarsi l’appalto
per una nuova sede dell’INAIL. Il Calza avrebbe intrattenuto
stabili contatti con i De Sio: il suo ufficio sarebbe stato aperto
nello stesso appartamento di Roma dove c’è l’ufficio dell’ingegner
Antonio De Sio, mentre in passato Claudio Calza ha ricoperto il
ruolo di presidente della Banca Popolare del Sinni, della quale i De
Sio risultano azionisti (169).
Particolarmente inquietanti le trascrizioni di alcune telefonate
intercettate al consigliere dell’IGI. Claudio Calza era in
costante contatto con il dirigente del Sisde, generale Stefano
Orlando, in servizio al Quirinale quando era presidente Francesco
Cossiga. Il militare è stato accusato dai magistrati di Potenza di
rivelazione di segreti d’ufficio e favoreggiamento nei confronti
proprio di Calza, per conto del quale avrebbe fatto alcuni
accertamenti avvalendosi dei mezzi a disposizione del Sisde. Orlando
avrebbe avviato un rapporto con Calza, "forse nella prospettiva
di reclutarlo nei servizi segreti, di farne una fonte dalla quale
ricevere notizie di prima mano su operazioni economiche e
finanziarie per miliardi di lire" (170). Qualcosa del genere è
stato ipotizzato per spiegare le relazioni tra il collega-socio nell’Istituto
Grandi Infrastrutture, Giancarlo Elia Valori, e l’allora direttore
del Sismi Giuseppe Santovito. Considerate poi le ambigue ‘rivelazioni’
del presidente Zamberletti sulle stragi di Ustica e di Bologna resta
l’impressione che nell’esclusivo club delle Grandi Opere, le
entrature nei o dei Servizi, siano proprio tante.
I miracolati di Mani Pulite
Centro studi, lobby del Ponte e delle megacostruzioni, club
trasversale alle divisioni di corrente e di partito, area grigia tra
imprenditoria, finanza e poteri più o meno occulti, confraternita
immolatasi al dio delle privatizzazioni comunque e dovunque. L’IGI
è tutto questo e forse più di questo. Di certo, agisce da corte
dei miracoli e molte delle società che vi sono affiliate hanno
agito da grandi dispensatrici di miracoli e prebende a favore di
politici ed amministratori. Hanno temuto di essere spazzate via dal
ciclone tangentopoli, ma le lentezze procedurali, i depistaggi nelle
indagini, qualche benevolenza in sede processuale, i colpi di spugna
dell’esecutivo e delle maggioranze politiche vecchie e nuove, le
hanno graziate, miracolate, ne hanno restituito verginità e vigore.
Oggi queste imprese si proiettano alla conquista del fiume di denaro
assegnato al piano di devastazione delle risorse territoriali
scampate al saccheggio degli anni del Caf, la sigla del triunvirato
Craxi-Andreotti-Forlani.
Sono socie illustri le aziende, società e banche che partecipano
al ‘consorzio’ per le grandi infrastrutture. Della maggioranza
delle aderenti, le cronache giudiziarie di Mani Pulite ne hanno
tracciato intime radiografie, ricostruendo metodologie tangentizie
sperimentate con successo da Nord a Sud. Su alcune – Grassetto,
Impregilo-ex Cogefar - ci siamo soffermati in precedenza per le
maxinchieste della Procura di Milano sui lavori alla metropolitana e
al passante ferroviario di cui la Rocksoil del ministro Pietro
Lunardi ha eseguito consulenze per svariati miliardi. Possiamo solo
aggiungere che il titolare della Grassetto, il costruttore siciliano
Salvatore Ligresti, noto per la sua amicizia con Bettino Craxi,
oltre ad essere stato attenzionato per l’affare della
Metropolitana di Milano, è stato implicato nello scandalo della
vendita di alcuni palazzi ad enti pubblici da parte della sua
Premafin, e in quello dell’accordo Eni-Sai, secondo cui furono
affidati alla società del costruttore, tutti i contratti
assicurativi dei dipendenti dell’ente petrolifero, grazie al
pagamento di una tangente di diciassette miliardi di lire.
Per ciò che riguarda la grande società di costruzioni del
gruppo Fiat è interessante notare come tra le socie nell’IGI,
compaiano due delle maggiori banche che ne sono azioniste, la Banca
di Roma e la Cariplo, quest’ultima entrata in Banca Intesa, il
più accreditato istituto finanziario del Ponte di Messina. Nell’Istituto
Grandi Infrastrutture c’è poi un’altra grande azionista dell’Impregilo,
la Girola Partecipazioni. Cariplo e Girola hanno condiviso con l’Impregilo,
ex-Cogefar, alcuni guai giudiziari: l’allora presidente della
cassa di risparmio lombarda, Roberto Mazzotta, è stato arrestato e
processato per una storia di tangenti a DC e PSI. Dopo una condanna
in primo grado, Mazzotta è stato graziato in appello grazie alla
modifica dell’art. 513 del codice di procedura penale che
impedisce l’utilizzo delle accuse in fase istruttoria se non
ripetute in aula. La Girola, invece, è stata una delle innumerevoli
società implicate nello scandalo delle ‘Fiamme sporche’, le
mazzette girate ad ufficiali e sottufficiali della Guardia di
finanza, una ventina dei quali affiliati alla massoneria, per
ottenere un occhio di riguardo su bilanci truccati e fatturazioni di
comodo (171). Sempre nell’IGI, compare un’altra società di
riferimento del Gruppo Agnelli, la Fiat Engineering, finita nelle
cronache giudiziarie per aver tentato una poco ortodossa
sollecitazione su un europarlamentare del PDS per ottenere un parere
favorevole per l’appalto al nuovo stadio di Venezia, tentando
"di riciclare il progetto bocciato per il ‘Delle Alpi’ di
Torino" (172).
Nel sistema spartitorio degli appalti alla metropolitana di
Milano, oltre alle società già menzionate, hanno partecipato
alcune delle maggiori cooperative ‘rosse’. Due di esse, la
Coopsette di Reggio Emilia e la Cmc di Ravenna, sono tra i
soci-consiglieri dell’Istituto Grandi Infrastrutture dell’on.
Zamberletti. Grazie all’ingresso nell’affare metro, le
cooperative di costruzioni "vengono trattate come tutte le
altre aziende: vengono cioè inserite nelle aggiudicazioni
preconfezionate degli appalti, in cambio del pagamento ai partiti di
una quota percentuale sul valore della commessa" (173). La
Coopsette è inoltre tra le aziende che hanno realizzato il centro
commerciale Le Gru di Gugliasco, alle porte di Torino, di proprietà
dell’Euromercato-Standa (Gruppo Berlusconi-Fininvest). Per
ottenere le autorizzazioni a realizzare il centro commerciale, i
proprietari sono sospettati di aver distribuito tangenti ad
assessori e consiglieri comunali del capoluogo piemontese.
La Cooperativa Costruttori e Cementisti di Ravenna (CMC), da
parte sua, in consorzio con le società Torno, Guffanti e Collini ha
ottenuto l’appalto per le forniture del lotto 6 della
metropolitana di Milano, che secondo i giudici, avrebbe visto l’esborso
di cospicue tangenti a favore degli amministratori meneghini. Altre
tangenti sarebbero state versate da Torno, Guffanti e Collini per un
altro lotto, il 2/a, della metropolitana. Nello specifico la Torno
di Milano, società che è socia della CMC nell’Istituto Grandi
Infrastrutture, avrebbe versato per i lavori alla metro di Milano,
fra i 300 e i 400 milioni l’anno, per lo meno dal 1987 al 1991
(174).
La cooperativa ravennate invece, è un gruppo che si è
caratterizzato per un certo attivismo nel ‘difficile’ mercato
delle costruzioni in Sicilia. In particolare, sbaragliando l’Impregilo
dell’allora presidente Franco Carraro, la CMC ha ottenuto un
appalto di oltre ottanta miliardi per l’ampliamento della base
militare di Sigonella. Per lunghi anni quest’infrastruttura
strategica delle forze armate statunitensi è stata in mano a
consorzi e società delle cosche mafiose locali, che ne hanno
gestito lavori infrastrutturali, trasporti, pulizie. Nel corso delle
indagini è stato scoperto che un’azienda della famiglia Ercolano,
la Sud Trasporti, si è incaricata della movimentazione per conto
della CMC di Ravenna. La stessa cooperativa ha affidato alla
Trasporiental dei fratelli Francesco e Antonio Pesce, i lavori di
pulizia di alcuni appartamenti realizzati a Sigonella. Anche la
Trasporiental è tra le società controllate dai gruppi catanesi di
Cosa Nostra. Gli inquirenti hanno accertato che tra i dipendenti
della cooperativa hanno fatto parte due elementi di spicco del clan
Santapaola, entrambi condannati nel 1996 per associazione mafiosa,
Natale Di Raimondo e Carmelo Santocono.
Alla mensa delle Ferrovie
Come se non fossero bastati i miliardi della nuova linea
metropolitana di Milano, alcune delle società del Club per le
Grandi Opere hanno partecipato e partecipano al banchetto dell’Alta
Velocità. C’è innanzi tutto il colosso Impregilo, che presiede i
due superconsorzi della Bologna-Firenze (Cavet) e della
Torino-Milano (Cavtomi). La società del gruppo Fiat, insieme alla
controllata Lodigiani ed all’Astaldi, partner nel consiglio
direttivo dell’IGI, avrebbero dispensato discutibili contribuzioni
a partiti e sindacati "per evitare la microconflittualità nei
cantieri" in vista dei progetti sull’Alta Velocità e per l’ampliamento
dell’autostrada Firenze-Bologna (175). L’Astaldi, la
Lodigiani-Impregilo con i costruttori Caltagirone e Salini – anch’essi
soci dell’istituto presieduto da Zamberletti - fanno parte del
nucleo centrale che ha ottenuto dal ‘general contractor’ una
fetta consistente dei lavori di realizzazione della moderna rete
ferroviaria.
Nel consorzio Cociv che cura i lavori per la tratta dell’Alta
Velocità Milano-Genova, c’è poi un’altra associata IGI, la
Tecnimont, società d’engineering della Montedison. Con la
Tecnimont si sono consorziate due grandi società di costruzioni,
una appartenente al gruppo Grassetto-Ligresti, l’altra al gruppo
Itinera-Gavio. Anche sulla megacommessa della Milano-Genova
incombono le ombre della magistratura, interessata in particolare ad
una serie di studi di natura idrogeologica in buona parte
"inutili", ma soprattutto ipercostosi (si parla di una
spesa di oltre cento miliardi di lire). Contro la Tecnimont, la
procura di Milano sta poi procedendo per falso in bilancio a seguito
della scoperta di "consulenze fantasma" eseguite per suo
conto da un’azienda irlandese presumibilmente nell’orbita di
Pierfrancesco Pacini Battaglia. La fatturazione sarebbe servita a
creare fondi neri per possibili tangenti (176). L’Itinera del
costruttore Marcellino Gavio, a sua volta, è finita sotto inchiesta
per un giro di mazzette versate ai massimi dirigenti del PSI per
ottenere i lavori per la realizzazione della Milano-Serravalle,
autostrada gestita da una società per azioni entrata anch’essa
nella potente schiera dell’Istituto Grandi Infrastrutture.
Sempre per restare in tema di corruzioni vere o presunte
realizzate dai componenti IGI, un capitolo a parte meritano i
fratelli imprenditori-editori Leonardo e Francesco Gaetano
Caltagirone, titolari della Vianini Lavori. Entrambi sono stati
rinviati a giudizio nell’estate del 2001 per corruzione in atti
giudiziari, per una tangente versata in concorso con il
commercialista Sergio Melpignano, ai giudici romani Orazio Savia ed
Antonino Vinci (quest’ultimo recentemente scomparso), che
indagavano sul cosiddetto scandalo dei ‘palazzi d’oro’ che
vedeva coinvolti, tra gli altri, i due fratelli costruttori. In
passato un’altra indagine aveva interessato i fratelli Caltagirone
per un presunto versamento di un contributo per un miliardo e 600
milioni a favore del cassiere della DC Severino Citaristi per
ottenere una variante al piano regolatore sull’area milanese del
Portello. Nel 1994 i Caltagirone furono anche sottoposti a misura
cautelare, ma quattro anni più tardi, l’inchiesta fu archiviata
dal PM Antonino Vinci.
Oltre metro, treni ed autostrade, i tentacoli dei grandi
costruttori non potevano non estendersi ai grandi appalti di ‘Malpensa
2000’, la realizzazione del nuovo e inquinante aeroporto di
Milano, su cui sono piovute le immancabili indagini giudiziarie. A
gestire i due aeroscali del capoluogo (Linate e Malpensa), la Sea,
azienda a capitale pubblico-privato, affiliata al gruppo IGI. Il suo
vicepresidente, il democristiano Roberto Mongini, fu arrestato nel
1992 perché considerato uno dei ‘cassieri’ dell’intero
sistema tangenti di Milano. Per il giro di mazzette alla Sea, a
conclusione delle indagini, quarantaquattro persone tra politici,
amministratori e dirigenti dell’azienda, sono state rinviate a
giudizio. Per ottenere alcuni appalti nel nuovo aeroscalo di
Malpensa, il costruttore Paolo Pizzarotti, a capo dell’omonima
società che ha una delle vicepresidenze IGI, avrebbe consegnato a
Bettino Craxi una tangente di 500 milioni in tre tranche. Secondo il
costruttore parmense, per i lavori di ‘Malpensa 2000’, esisteva
un preciso procedimento spartitorio: una società provvedeva alla DC,
un’altra al PSI e un’altra ancora al PCI. Nonostante i soldi a
Craxi, Pizzarotti era il referente per lo scudocrociato.
"Personalmente ho provveduto a versare il denaro alla DC nelle
mani del senatore Severino Citaristi per un importo complessivo di
circa un miliardo, un miliardo e 300 milioni", ha dichiarato
Pizzarotti. Il costruttore fu costretto a diversificare
ulteriormente la contribuzione, provvedendo, pare, ad ungere qualche
funzionario del PCI-PDS di Milano (177).
Sempre in tema di contribuzione illecita ai partiti, il primo
grande ‘pentito’ di tangentopoli, il socialista Mario Chiesa, ha
raccontato ai giudici che tra le società di costruzioni da cui
avrebbe ricevuto grosse tangenti, compariva l’ennesima socia IGI,
la Sic di Ugo Fossati. In società con la Ifg-Tettamanti, una delle
tante società per cui ha lavorato come consulente il ministro
Lunardi, la Sic ottenne un appalto da sessanta miliardi, ampliabile
fino a centoventi, per le costruzioni di alcuni padiglioni del Pio
Albergo Trivulzio. "In cambio Sic e Tettamanti avevano versato
a Mario Chiesa 100 milioni al mese, fino a raggiungere i sei
miliardi di lire pattuiti" (178).
Ad essere incorsa in un procedimento penale è un’altra delle
grandi cooperative ‘rosse’ che quasi a sottolineare la
trasversalità del mondo della politica e degli affari italiani,
siedono al tavolo dell’Istituto Grandi Infrastrutture. Si tratta
dell’Iter di Ravenna, il cui direttore Michele Cavallini è stato
arrestato a Catania nell’ambito dell’inchiesta per i lavori di
costruzione del nuovo ospedale ‘Garibaldi’. Sotto osservazione
dei magistrati etnei, oltre alla cooperativa emiliana, Filippo
Salamone, l’imprenditore agrigentino divenuto punto di riferimento
del ‘tavolino’, il nuovo patto tra politici, imprenditori e Cosa
Nostra, e Giulio Romagnoli, della famiglia un tempo proprietaria del
gruppo finanziario Acqua Marcia (179). Romagnoli, presidente della
Costruzioni generali Cgp S.r.l., società che ha partecipato ai
lavori del ‘Garibaldi’ con Iter, Collini S.p.A. ed Impresem è
stato accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, poiché
ritenuto in collegamento con il boss Giuseppe Intelisano, del clan
di Nitto Santapaola. E’ da notare che negli anni ’70 la famiglia
Romagnoli, insieme ai costruttori siciliani Cassina, Costanzo e
Rendo, aveva partecipato alla realizzazione dell’autostrada
Palermo-Punta Raisi. Nell’occasione, i materiali di costruzione
furono forniti dalle cave di Cinisi, Terrasini e Partinico gestite
dai clan diretti da Tano Badalamenti (180).
Romagnoli S.p.A., con Tettamanti, Cogefar-Impregilo, Gruppo
Ferruzzi, Lodigiani, Pizzarotti, Grassetto, Consorzio Intermetro e
Metropolitana di Milano, hanno una cosa in comune oltre alle
tangenti: l’essersi fregiate delle consulenze del ministro Pietro
Lunardi, il nuovo Re Mida delle Grandi Opere e del Ponte, l’ingegnere
della deregulation in tema di appalti e concessioni
I.G.I.
Consiglio direttivo
Presidente Giuseppe Zamberletti
Vice Presidente Vicario cav. lav. dr. Franco Nobili imp.
Pizzarotti
Vice Presidenti :
prof. Giancarlo Elia Valori Soc. Autostrade
dr. Giuseppe Mustica Fiatengineering
geom. Vittorio Morigi C.m.c.
dr. Maurizio Pagani Intesa BCI S.p.A.
consiglieri:
dr. ing. Gianni Battolla Iter
dr. ing. Paolo Bruno Condotte S.p.A.
dr. Paolo Cetroni Astaldi
dr. Giorgio Cimagalli SIC
geom. Donato Fontanesi Coopsette
dr. Giuseppe Gatto Impregilo
dr. Franco Lattanzi Banca di Roma
dr. ing. Valter Montevecchi Vianini S.p.A.
dr. Guelfo Tagliavini Alcatel
dr. ing. Massimiliano Di Torrice Oice
dr. Mario Lupo Agi
dr.Claudio Calza Banca Pop. Emilia Romagna
Tesoriere dr. Francesco S. Salini Salini S.p.A.
Collegio dei Revisori
Presidente dr. Paolo Resta
Componenti:
dr. Adolfo Leonardi
rag. Maurizio Silvi
I SOCI
Alcatel – Business Distribution; Alstom Power Italia; Assiteca;
Astaldi; Autostrade S.p.A.; Autostrade Serravalle;
Baldassini-Tognozzi; Banca di Roma; Banca Popolare dell’Emilia
Romagna; Banca Popolare di Milano; Gruppo Banca Popolare di Vicenza;
C.M.C. – Cooperativa Muratori e Cementisti di Ravenna; Società
Italiana per Condotte d’Acqua S.p.A.; Coopsette; De Lieto
Costruzioni Generali; A & I Della Morte S.p.A.; Ferrovie Emilia
Romagna; Fiat Engineering; Fioroni Sistema; Sviluppo Sistema Fiera
di Milano; Girola; Grandi Lavori Fincosit; Impresa Grassetto;
Impregilo; Intesa BCI; Iter – Cooperativa Ravennate; Lombardini
Ruscalla Costruzioni; Pizzarotti & C.; Pontello S.p.A.; Safab
Società Appalti e Forniture per Acquedotti e Bonifiche; Salini
Costruttori; System Service; S.A.T.A.P. S.p.A.; S.E.A.; S.I.C. –
Società Italiana Cauzioni; Taverna S.p.A.; Tecnimont; Tenax; Todini
Costruzioni Generali; Torno; Trevi-Finanziaria Industriale; Unicalce;
Unieco; Vianini Lavori.
L’Istituto del Ponte
"La società Stretto di Messina può avere un grande ruolo
nella realizzazione del Ponte - ha dichiarato il presidente dell'IGI,
Giuseppe Zamberletti poco prima di essere chiamato alla guida della
S.p.A. del Ponte. "La società può diventare, per conto del
Governo, stazione appaltante, perché avendo elaborato il progetto
di massima conosce bene tutti i termini del problema, ed esercitare
l'alta sorveglianza sul concessionario perché ha al suo interno non
solo il Ministero del Tesoro ma anche Ferrovie e ANAS che sono gli
utilizzatori del progetto. La società è quindi il più naturale
rappresentante della committenza" (181).
Ha le idee chiare in materia l’on. Zamberletti. Trasformare la
società di progettazione in entità privata, fuori da ogni
controllo pubblico e farle assumere la responsabilità dell’intero
ciclo dell’opera, dal reperimento delle risorse finanziarie, alla
gestione del bando di gara, all’assegnazione degli appalti, fino
alla realizzazione delle infrastrutture e magari alla futura
gestione delle attività d’attraversamento del Ponte. Quando il
governo avrà definito il destino della società concessionaria e la
quota di contributo pubblico da allocare, spiega Zamberletti, la
Stretto di Messina potrà operare "per parti e/o per fasi, ad
esempio come soggetto promotore e/o poi appaltatore e/o poi
affidatario dei lavori e/o poi gestore a regime, etc".
Al futuro della società del Ponte, l’Istituto Grandi
Infrastrutture ha riservato studi, analisi e commissioni di lavoro.
Nei fatti si è sostituito al parlamento e all’esecutivo, i quali,
pur rilanciando mediaticamente il sogno-mito di un’infrastruttura
di collegamento tra le coste di Scilla e Cariddi, mai hanno
affrontato con serietà una questione di per sé strategica. Nel
2001, l’IGI delle grandi società di costruzione e del cuore
bancario d’Italia, ha istituito una speciale commissione di lavori
"Ponte sullo Stretto", affidandone il coordinamento al
dottor Baldo de Rossi, già amministratore delegato della Stretto di
Messina, quota Italstat, accanto a Nino Calarco presidente e
Gianfranco Gilardini vice (182). I risultati della commissione di
studio sono stati resi pubblici assai di recente e il testo finale
del documento è consultabile su internet. Ne riportiamo i passi
più significativi.
L’IGI, ha valutato la fattibilità finanziaria dell’opera e
la situazione giuridica dell’attuale società Stretto di Messina,
di cui innanzi tutto se ne chiede la ricapitalizzazione e
privatizzazione, anche se ad oggi nessuna grossa azienda
internazionale si è fatta avanti per partecipare all’ipotesi
progettuale del Ponte (183). Per rendere appetibile l’investimento
e l’ingresso dei soggetti di natura privata, secondo l’IGI,
sarà però prima necessaria "l’emanazione della norma
speciale che consenta alla neo società di assumere le
responsabilità dell’intero ciclo operativo e delle attività
tecnico-finanziarie". La commissione ‘Ponte sullo Stretto’
prefigura due ipotesi: la prima prevede l’abrogazione della legge
1158 del 1971 che istituisce la società pubblica per la
progettazione e la costruzione dell’infrastruttura per l’attraversamento
dello Stretto, "attraverso un provvedimento legislativo e la
conseguente eliminazione dell’atto di concessione", per poi
mettere in gara la concessione stessa, previa acquisizione del
progetto di massima predisposto. La seconda ipotesi prevede l’ingresso
di un socio privato nella Stretto di Messina, affidando il pacchetto
di controllo dell’IRI al concorrente miglior offerente.
Quest’ultima possibilità è stata però scartata dall’Istituto
per le Grandi Opere poiché "in conflitto con le attuali norme
europee", soprattutto dopo che la Commissione dell’Unione ha
diffidato il governo italiano di continuare a considerare la Stretto
di Messina concessionaria della realizzazione della
megainfrastruttura (184). "Resta dunque sul campo, se si vuole
evitare una lunga e logorante controversia con la commissione UE,
solo l’ipotesi di porre fine all’attività della società Ponte
sullo Stretto, come concessionaria e di mandare in gara per la
scelta di un concessionario di costruzione e gestione il progetto di
massima approvato con prescrizioni dal Consiglio Superiore dei
Lavori Pubblici e che attende l’approvazione formale del
Governo".
Il documento elaborato dall’Istituto Grandi Infrastrutture
passa poi ad elencare una serie d’ipotesi per accelerare la
cantierizzazione e l’esecuzione dell’opera. Per il club dei
signori del cemento è necessaria la "modifica delle norme
ordinarie in tema di opere pubbliche" onde assicurare la
"eccezionalità delle molteplici attività di acquisizione dei
fondi, di gestione amministrativa, d’affidamento delle commesse,
di scelta fiduciaria dei fornitori, di provvista dei materiali, di
reperimento della manodopera e di tutto ciò che rende unica la
realizzazione dell’opera". Alla nuova Stretto di Messina in
mano ai privati, cioè, devono essere affidati pieni poteri,
"poteri eccezionali", quasi come ci si trovasse di fronte
ad una grande emergenza (un terremoto? una guerra? una catastrofe
naturale?). Per l’idea del ‘Ponte chiavi in mano’ sono così
necessarie l’adozione di "semplificazioni procedurali che
contraddistinguono le autorizzazioni o le contrattazioni previste
per i grandi investimenti privati industriali", ulteriori
contributi pubblici "che oltre all’apporto in conto
capitale", prevedano "appropriate forme di
esenzione/riduzione di IVA, di rimodulazione del costo del lavoro,
di tassazione differenziata per comparti e fasi di realizzazione, di
copertura programmata dell’eventuale differenziazione costi/ricavi
di gestione" (185). Come dire che l’Opera che doveva
prevedere la finanziazione privata, di privato avrà solo la
gestione delle risorse e dei profitti, scaricando costi e rischi all’erario
pubblico e per di più bypassando le norme in tema di contratti di
lavoro e sicurezza nei cantieri (186).
Come se ciò non bastasse, l’Istituto Grandi Infrastrutture
ritiene che alla riformulata Società Stretto di Messina, dovrebbero
essere infine consentite "potestà amministrative pari a quelle
di una autonoma ‘autorità di territorio’, perlomeno
responsabile di tutte le attività antecedenti la realizzazione
fisica dell’opera, ivi compreso il riassetto ambientale ed
urbanistico della zona" (187). Una mostruosità giuridica che
avrebbe come conseguenza l’extraterritorialità di diritto e di
fatto dello Stretto, esautorando i poteri degli enti locali in tema
di ordinamento territoriale, pianificazione e regolazione
urbanistica, ecc. Un ulteriore regalo ai poteri criminali e alla
borghesia mafiosa che già regna sovrana tra Scilla e Cariddi.
"Le cosche mafiose – scrive Rocco Sciarrone - hanno
storicamente dimostrato una grande capacità di adattamento,
riuscendo a sfruttare a proprio vantaggio occasioni economiche che
nascono e si sviluppano in un clima di emergenza, che poi esse
stesse hanno cura di alimentare nel tempo". Proprio per non
creare opportunità favorevoli alla mafia, il rapporto di Nomos sul
‘rischio criminalità’ diffidava che i "caratteri di
straordinarietà che indubbiamente presenta l’opera" fossero
tradotti in emergenzialità, "ovvero in attori che
giustifichino procedure d’urgenza o eccezionali, oppure corsie
preferenziali o speciali, che di fatto possono finire per aggirare
le normative e gli standard previsti e richiesti" (188). La
divergenza con lo Zamberletti pensiero è proprio insormontabile.
L’ordine è esautorare la legge ed eliminare i controlli
All’auspicata realizzazione del Ponte sullo Stretto lo stesso
Giuseppe Zamberletti, ha dedicato ampi stralci della sua relazione
di chiusura dell’anno 2001 davanti a consiglieri e soci dell’Istituto
Grandi Infrastrutture. Definendo il Ponte "opera emblematica
per l’effetto di trascinamento del processo di infrastrutturazione
del Mezzogiorno", l’ex pluriministro ha integrato il
pacchetto di richieste destinate all’esecutivo per dare
consistenza all’ipotesi progettuale: smantellamento della legge
Merloni che regola l’aggiudicazione degli appalti per le grandi
opere, deregulation in tema di estensione del contratto integrato (general
contractor) e project financing (189). "Il Ponte sullo Stretto
– ha specificato Zamberletti - è un esempio di operazione che
possiamo tentare in project financing - e in questo abbiamo convinto
anche l’attuale Governo, impegnato a sondare la disponibilità del
mercato - sempre che non si debba sottostare ai vincoli temporali
legati alla durata di una concessione che, per opere di particolare
rilevanza, deve essere valutata caso per caso (190).
Più specificatamente, l’Istituto Grandi Infrastrutture punta
alla sostanziale modifica delle previsioni della legge Merloni
relative alla percentuale del contributo pubblico all’investimento
nell’opera (attualmente le norme pongono il limite della
partecipazione statale al 50%) e alla durata della concessione, in
modo da estenderla oltre l’attuale limite massimo dei 30 anni.
Entità dell’investimento pubblico e durata della concessione sono
i "punti critici" emersi durante gli incontri tra i
maggiori istituti bancari e il ministero delle infrastrutture,
relativi alla fattibilità finanziaria del Ponte sullo Stretto.
"Se non vengono eliminati i vincoli giuridico-amministrativi
della Merloni, il progetto non sta in piedi" è il commento
unanime dei banchieri. "Se la concessione non può andare oltre
i 30 anni, sarà difficile anche recuperare il servizio del debito
perché stiamo parlando di un progetto da oltre 9mila miliardi.
(...) Considerando le stime di mole di traffico sul ponte e una
tariffa concorrenziale con quella dei traghetti, l'operazione non è
concepibile se poi lo Stato non contribuisce con più del 50%".
Per le banche, quindi, "è indispensabile che la legge
obiettivo, attualmente all'esame del Parlamento, intervenga su
questi due punti. Prima di allora, è impossibile per gli istituti
di credito valutare fondatamente la finanziabilità del progetto: è
difficile per una banca pronunciarsi sul lato economico-finanziario
quando non conosce nemmeno quanto può essere il contributo dello
Stato" (191).
Il governo ha fatto proprie le considerazioni del Club per le
Grandi Opere, varando a fine dicembre 2001 una legge delega
finalizzata a porre le condizioni per la realizzazione di un
programma nazionale di diciannove infrastrutture definite
strategiche, tra cui ovviamente il Ponte, e che prevede investimenti
quantificati in 235 mila miliardi di lire (192). Più concretamente,
il cosiddetto decreto Lunardi prevede una serie di interventi tesi
"a rimuovere gli ostacoli che hanno impedito una massiccia
partecipazione dei privati ai finanziamenti delle opere". Al
proposito viene individuato uno strumento, il general contractor o
contraente generale, già sperimentato in occasione dei lavori per
le tratte dell’Alta Velocità interappenniniche, di cui sono noti
gli effetti ambientali e il fitto sistema corruttivo generato. La
legge Merloni ne limitava il ricorso solo alle opere la cui
redditività era così elevata da consentire un apporto di capitali
privato superiore al 50% dell’onere. Con la ‘legge obiettivo’
si estende l’intervento del general contractor alle opere
stretagiche di cui è lo Stato ad essere il principale se non il
solo finanziatore. Unico limite per il soggetto aggiudicatore (il
consorzio delle aziende private), il rispetto delle normative
europee in tema di evidenza pubblica e di scelta dei fornitori di
beni o servizi, "ma con un regime derogatorio rispetto alla
legge 109 del 1994 per tutti gli aspetti di essa non aventi
necessaria rilevanza comunitaria" (193).
Come spiegato dallo stesso ministro Lunardi, attraverso le
competenze affidate al general contractor, il contraente viene
individuato come "esecutore con qualsiasi mezzo di un’opera
rispondente alle esigenze specificate dal soggetto aggiudicatore".
Il contraente, cioè, "è un costruttore di opere che, per
altro, a differenza dell’appaltatore di lavori pubblici regolato
dalle leggi attuali, può realizzare l’opera ad esso affidata con
qualsiasi mezzo, cioè anche subaffidandola in tutto o in parte a
terzi dallo stesso prescelti e coordinati" (194). Lo Stato
cioè, rinuncia rinuncia ad ogni controllo sulla realizzazione dell’opera
(dalla progettazione, alla gestione degli appalti, alle varianti in
corso d’opera, ecc.), anche se i costi dell’infrastruttura
graveranno interamente sul bilancio pubblico. Enti locali e regioni
saranno del tutto esautorati; vengono ridotte le possibilità di
ricorso al TAR e limitati gli effetti della sospensiva in attesa di
giudizio; si da ampia possibilità ai contraenti di realizzare le
grandi opere senza la Valutazione di impatto ambientale, sostituendo
la normativa con un ‘accertamento di compatibilità ambientale’,
di cui sarebbe responsabile il CIPE (195). L’affidamento alle
aziende private del rapporto diretto con il territorio, scavalcando
il ruolo di intermediazione dei soggetti pubblici locali, porrà
ancorà di più le opere a rischio d’infiltrazione mafiosa.
Saranno possibili nuovi e più stringenti accordi tra le cosche e i
soggetti incaricati, e nel caso, improbabile, in cui ci si vorrebbe
opporre al dominio mafioso, il privato possiede meno strumenti di
reazione nei confronti della violenza criminale" (196).
"La legge Obiettivo – ha commentato l’economista Ada
Becchi - è l’ennesimo provvedimento, varato per ‘sregolare’
le procedure per la realizzazione di opere pubbliche. Il
riferimento, in questo caso, è alla legislazione per la tutela dell’ambiente,
ma più ancora alla legislazione cosiddetta Merloni, approvata negli
anni ‘90, e motivata in larga parte dalla necessità di por fine
agli sprechi ed alla corruzione che avevano a lungo dominato il
campo" (...). Il recupero del passato, delle deroghe, del
ricorso indiscriminato al general contractor, ecc., è così
drastico e sfrontato da lasciare interdetti" (197). Dopo i
colpi di spugna giudiziari al Malaffare di tangentopoli, un
dispositivo legislativo che sigilla il ritorno ai circuiti
imprenditoria-politica-mafia per il saccheggio delle risorse e del
territorio.
Le alternative nel cassetto
Se a governare la politica, l’economia e l’informazione non
ci fosse a Messina il ‘partito del ponte’, probabilmente
sarebbero stati cantierizzati tutta una serie di progetti, che
avrebbero risposto positivamente alla domanda di lavoro e di
sviluppo del territorio.
Il rilancio della centieristica in sostegno al potenziamento del
traghettamento pubblico nello Stretto e la realizzazione di
collegamenti veloci con l’aeroporto di Reggio Calabria e le isole
minori dell’arcipelago eoliano; l’attivazione di quei servizi
pubblici la cui inesistenza accentua il gap con le aree urbane del
Settentrione e ha drammatiche ricadute in tema di vivibilità; il
recupero del patrimonio storico e artistico danneggiato dal
terremoto del 1908 e dall’incuria di tutte le aministrazioni
locali post-ricostruzione; il risanamento dei quartieri periferici
dove imperano le baracche e sono inesistenti spazi verdi e luoghi di
socializzazione; la manutenzione delle abitazioni private e degli
edifici pubblici del centro storico le cui realizzazioni sono
fatiscenti e ad alto rischio di crollo; una politica di prevenzione
antisimica in un’area dove i sismologi attendono a breve un evento
di dimensioni simili a quello subito all’inizio del XX secolo; la
riqualificazione del territorio collinare devastato dall’abusivismo
edilizio e dalla cementificazione dei torrenti, già oggetto di
disastrosi nubifragi; la valorizzazione turistica del porto e la
realizzazione di parchi urbani per il recupero dell’antico sistema
fortilizio; la valorizzazione di alcune aree paesaggistiche
straordinarie, oggi in stato d’abbandono (la zona falcata, Capo
Peloro, i monti Peloritani); l’impegno sul fronte delle nuove
tecnologie ove può avere un ruolo propulsivo l’Università,
caratterizzatasi sino ad ora come soggetto distributore di reddito
ed appalti; l’investimento nell’agricoltura biologica e il
rilancio delle produzioni tipiche dell’area (agrumi, olio d’oliva,
vigneti); la valorizzazione dell’artigianato locale e il recupero
delle antiche produzioni artistiche; lo sfruttamento delle energie
rinnovabili (proprio lo Stretto ha un patrimonio energetico
incommensurabile – si pensi all’energia eolica e alle correnti
marine); il finanziamento diretto e la facilitazione di accesso al
credito per tutto il ‘terzo settore’ in vista dell’incentivazione
delle imprese sociali, dell’associazionismo e delle cooperative
giovanili (quest’ultime finalmente libere dalle relazioni
clientelari e di sperimentazione della flessibilità d’orario e di
salario che le hanno caratterizzate sino ad oggi). Ecco alcune delle
alternative possibili, reali, credibili, al modello obsoleto e
insostenibile del Ponte di Scilla e Cariddi.
Rispondere ai criteri di un’economia autocentrata che valorizzi
le risorse locali e dia risposte concrete ai bisogni della gente.
Mettere innanzi tutto i valori della difesa del patrimonio esistente
nell’area dello Stretto, contro speculazioni, saccheggi, rapine
dei Signori del Ponte. Pensare, creare, sognare, organizzare, la
Vita contro la cultura della Morte, il ritorno alla relazione
ancestrale con il territorio e l’ambiente contro il dominio
mafioso dell’acciacio e del cemento.
1 Nel febbraio del 2001, il Ministero dei Lavori Pubblici ha
stimato un costo per il Ponte di Messina, pari, al netto dell’IVA,
di circa 9.400 miliardi contro i 7.150 miliardi stimati nel 1997.
Per quanto concerne gli interventi infrastrutturali di supporto
(rete stradale, ferroviaria, ecc.) l'advisor ha stimato, una spesa
ulteriore pari a 4.650 miliardi di lire.
2 In Gazzetta del Sud, 23 aprile 1998.
3 Per una più approfondita analisi sui collegamenti tra le
cosche catanesi, i clan della provincia di Messina e il gruppo ‘ndranghetista
di Africo si consulti www.terrelibere.it/africo).
4 "Denaro e potenziale di fuoco – si legge nelle due
relazioni semestrali 2001 della Dia - sono i veri assi della manica
della ‘ndrangheta che gode del silenzio politico e sociale per
espandersi, fare proselitismo con le promesse di lavoro e infiltrare
giorno dopo giorno il tessuto sociale sano della Calabria".
5 In Il nuovo Soldo, 11 maggio 2002.
6 Si vedano in particolare le indagini ‘Olimpia 1, 2, 3 e 4’.
7 M. Portanova, "ll lamento del grande escluso", in Il
diario della settimana, 13-19 aprile 2001.
8 G. Barbacetto, "Campioni d’Italia. Storie di uomini
eccellenti e no", Marco Tropea Editore, Milano, 2002, pag. 243.
9 In Gazzetta del Sud, 15 settembre 1999.
10 In Gazzetta del Sud, 17 dicembre 2000.
11 In Gazzetta del Sud, 5 dicembre 2000.
12 Gli advisor sono stati prescelti dal Ministero dei lavori
pubblici per fornire gli elementi per la decisione definitiva sulla
realizzazione dell'opera. La consulenza per l’approfondimento
degli aspetti tecnici del progetto di massima del Ponte di Messina,
è stata assegnata alla Parsons Transportation Group di Washington
con la controllata Steinman di New York (l’importo della gara è
stato di euro 857.318 + IVA). La definizione delle
"problematiche territoriali, ambientali, sociali, economiche e
finanziarie del progetto" è stata invece assegnata nel
dicembre 1999 al Certet dell'Università Bocconi di Milano, alla
Coopers & Lybrand, alla Pricewaterhouse Coopers, al Sic e al
Sintra (importo di euro 2.143.296 + IVA).
13 G. Colussi, "Perchè i mafiosi amano tanto il
ponte", Carta, n.19, 16-22 maggio 2002, pag. 27.
14 A. Becchi, "Criminalità organizzata. Paradigmi e scenari
delle organizzazioni mafiose in Italia", Donzelli, Roma, 2000,
p. 40.
15 R. Sciarrone, ‘E la mafia, starà a guardare? Il rischio
criminalità’, in AA.VV., "Ponte sullo Stretto",
Meridiana. Rivista di storia e scienze sociali, Donzelli Editore,
Roma, 2001, p.167-168.
16 Ibidem, p. 169.
17 Ibidem, p. 174-175.
18 Tribunale di Palmi, "Richiesta di rinvio a giudizio, di
misure cautelari e di archiviazione nei confronti di Galluzzo V. R.
+ 81", Palmi, 1993, p. 1687.
19 In Gazzetta del Sud, 15 settembre 1999.
20 E. Ciconte, "Processo alla ‘Ndrangheta", Laterza
editori, Roma, 1996, p. 223. Per intendere come i poteri criminali
abbiano modificato i loro rapporti con le grandi imprese di
costruzioni nazionali, si può pensare a quanto successo, ancora una
volta a Gioia Tauro, con la società Calcestruzzi del gruppo
Ferruzzi-Gardini, entrata in consorzio con uomini legati al clan
Piromalli per il riciclaggio delle ceneri della centrale. Come
vedremo successivamente, la Calcestruzzi, oggi nell’orbita della
famiglia Pesenti, è una delle tante imprese candidate alla
realizzazione del Ponte dello Stretto.
21 R. Sciarrone, ‘E la mafia, starà a guardare?’, cit., p.
176-177.
22 G. Colussi, "Perché i mafiosi amano tanto il
ponte", p. 27.
23 R. Sciarrone, "E la mafia starà a guardare?", cit.,
p. 177.
24 Ibidem, p. 178.
25 O. Pieroni, "Il mostro sullo Stretto", Ora locale,
n. 9, ottobre-novembre 1997.
26 Ibidem, p. 180.
27 Ibidem, p. 181.
28 In Gazzetta del Sud, 10 febbraio 2001.
29 R. Sciarrone, "E la mafia, starà a guardare?", cit.,
p. 183.
30 In Gazzetta del Sud, 25 giugno 2002.
31 In Gazzetta del Sud, 26 aprile 2002.
32 Procura di Reggio Calabria-DDA, "Operazione Olimpia.
Condello Pasquale ed altri", Reggio Calabria, 1994, p. 4884.
33 E. Ciconte, "Processo alla ‘Ndrangheta", Cit., p.
143.
34 Tribunale di Reggio Calabria, "Ordinanza-Sentenza contro
Albanese Mario + 190", Reggio Calabria, 1998, p. 312.
35 In N. Tranfaglia, Mafia, politica e affari. 1943-91. Editori
Laterza, 1992, pagg. 369-70.
36 R. Sciarrone, "E la mafia, starà a guardare?", cit.,
p. 169.
37 La convenzione fu firmata da Claudio Signorile, dall’allora
presidente dell’ANAS Franco Nicolazzi, da Romano Prodi per l’IRI,
dal presidente della Stretto di Messina on. Oscar Andò e dall’amministratore
delegato Gianfranco Gilardini. Nonostante gli impegni assunti da
Craxi e Signorile, la Gazzetta del Sud aprì uno scontro con il
governo, accusato di "parlare con il cuore e non con la
mente". Anche l’allora presidente delle Ferrovie dello Stato,
l’on. Lodovigo Ligato si dichiarò scettico sul rispetto dei tempi
previsti (in Onda Verde, n. 9, gennaio-febbraio 1991, pp. 74-75).
Ligato, ritenuto vicino alla famiglia De Stefano, verrà
successivamente assassinato. Nino Calarco, direttore della Gazzetta,
nel 1990 sarà nominato presidente della Stretto di Messina, mentre
l’on. Sebastiano Vincelli, intimo amico di Ligato, entrerà nel
consiglio d’amministrazione della società del Ponte, su
designazione dell’IRI di Romano Prodi.
38 E’ opportuno menzionare che l’indagine ‘Olimpia 4’ ha
fatto luce su un’altra inquietante vicenda criminale, l'omicidio
del dipendente della società Tourist Ferry Boat, Vincenzo Santoro,
avvenuto a Villa S. Giovanni il 14 giugno 1984 (in Gazzetta del Sud,
2 settembre 1998). Come vedremo in seguito, la Tourist è una delle
società che ha il monopolio dell’attraversamento privato dello
Stretto di Messina, un’attività dove è stata forte l’"attenzione"
mafiosa e dove impera un’imprenditoria che guarda con sempre
maggiore attenzione alla realizzazione del manufatto per il
collegamento stabile.
39 Proprio in località Campo Piale, nel comune di Villa San
Giovanni, è previsto l’ancoraggio del Ponte dello Stretto.
40 In Gazzetta del Sud, 19 marzo 2002.
41 In Il nuovo Soldo, 27 aprile 2002.
42 Per comprendere la complessità del sistema di relazioni
tipico della cosiddetta ‘borghesia mafiosa’, si consulti U.
Santino, "La borghesia mafiosa", CSD, Palermo,
43 Si pensi innanzitutto alla forte presenza a Messina dell’obbedienza
massonica della Camea strettamente inserita nel sistema
mafioso-finanziario di Michele Sindona. Sindona, originario della
provincia di Messina, aveva avviato nell’area importanti attività
industriali ed era proprietario della Banca di Messina.
44 E’ da sottolineare come alcuni degli aderenti alla Gladio
siciliana sono risultati affiliati alla loggia massonica ‘Giuseppe
Minolfi‘ del Grande Oriente d’Italia, contestualmente a un
vicequestore, un ufficiale di marina, un comandante dei carabinieri
e a noti imprenditori e docenti universitari delle due città di
Messina e Reggio Calabria.
45 Secondo il CENSIS, il 28,2% dei residenti risulterebbe
disoccupato contro una media nazionale del 12,1% Tra le fasce
giovanili, il tasso di disoccupazione raggiunge punte del 60%.
46 Nel solo territorio comunale sono state censite 255 imprese
del settore finanziario ed assicurativo, un valore di 1.1 in
rapporto alla popolazione (su 1.000 abitanti) contro lo 0,8
nazionale. Ad esse si aggiungono 68 sportelli bancari.
47 in Gazzetta del Sud, 26 aprile 2002.
48 La Caronte S.p.A. è stata creata nel luglio 1998 dopo aver
rilevato parte del patrimonio della Caronte Shipping S.p.A. La
Caronte è entrata in pool con la Tourist Ferry Boat del gruppo
siciliano Franza e attualmente controlla oltre l’80% della quota
di mercato del traffico gommato nello Stretto di Messina. Presidente
è stato nominato Elio Matacena. Dalle ceneri della Caronte Shipping
è sorta anche la Amadeus S.p.A. a cui sono state attribuite tutte
le attività economiche del gruppo Matacena diverse dal settore
armatoriale. A presiedere l’Amadeus, il cavaliere del lavoro
Amedeo Matacena senior.
49 In merito alla rivolta di Reggio, il collaboratore di
giustizia Giacomo Lauro ha ricostruito con dovizia di particolari i
legami tra la ‘ndrangheta, l’eversione di destra e alcuni noti
imprenditori calabresi. In relazione ad Amedeo Matacena, il Lauro ha
raccontato che l’armatore avrebbe fornito "i soldi per le
azioni criminali per la ricerca delle armi e dell’esplosivo
". Ha aggiunto poi di aver ricevuto da Ciccio Silverini,
accusato della strage al treno di Gioia Tauro del 22 luglio 1970,
tre milioni di lire come pagamento dell’esplosivo utilizzato per l’attentato.
"A dire di Ciccio Silverini, e non aveva motivo di dirmi una
palla per un’altra, i soldi gli erano stati forniti da Amedeo
Matacena e dal cavaliere Mauro nelle mani di Ciccio Franco"
(Procura di Reggio-DDA, "Operazione Olimpia", cit., p.
4830).
50 L’impero dei Franza è stato fondato dal commendatore
Giuseppe Franza, recentemente scomparso, risultato affiliato al
Centro Sociologico italiano, la superloggia massonica palermitana di
Via Roma 391 in cui sono risultati iscritti alcuni tra i maggiori
boss di Cosa Nostra (In la Città, 19 febbraio 1998). Attualmente le
redini della famiglia Franza sono tenute dalla signora Olga Mondello,
vedova dell’ingegnere Giuseppe, nominata da Carlo Azeglio Ciampi
cavaliere del lavoro, e dai figli Vincenzo, Helga e Pietro. Tutti
sono azionisti della società armatoriale. Tra i soci della Tourist
Ferry Boat compare anche l’on. Francantonio Genovese,
neoparlamentare della Margherita all’Assemblea Regionale
Siciliana, figlio del senatore DC Luigi Genovese e nipote dell’ex
ministro Nino Gullotti, azionista ‘ombra’ e padrino del successo
economico della famiglia Franza.
51 Il collaboratore di giustizia Mario Marchese ha dichiarato in
particolare che le dazioni di denaro a favore della società del
gruppo Matacena sarebbero proseguite almeno sino ai primi anni ’90
a favore del clan ‘ndranghetista Imerti-Mondello (In Contro, 30
aprile 1998).
52 La Società Ponte d’Archimede ha comunque avviato la
progettazione di infrastrutture similari da realizzare in Norvegia,
tra le città di Sandnes e Oanes, nello Stretto di Jintang (Cina), a
sud di Shangaj, e nel lago di Como, per congiungere Menaggio a
Bellano. I progetti prevedono il finanziamento dell’Unione
Europea; solo in Cina è stimata una spesa di 500 milioni di euro
(in Il nuovo Soldo, 11 maggio 2002). Nonostante il rifiuto del
progetto per un ponte sommerso, la Ponte d’Archimede è comunque
tornata ad essere attiva nell’area dello Stretto di Messina,
avviando un programma sperimentale per la "produzione di
energia dalle correnti marine". Lo studio sulle correnti dello
Stretto di Messina prevede la partnership con la società cinese
Zheijang Provincial Science and Technology Commission e l’Università
Federico II di Napoli.
53 In Gazzetta del Sud, 25 luglio 1996.
54 Come abbiamo visto in precedenza, Paolo De Stefano è colui
che scatenò la guerra di mafia per l’accaparramento dei flussi
finanziari per le grandi opere nella provincia di Reggio Calabria, e
in particolare di quelli per la realizzazione del Ponte sullo
Stretto.
55 Singolari le idee di Amedeo Matacena junior sul tema della
mafia: "Voi giornalisti fate confusione tra la delinquenza e la
mafia, che ha le sue regole morali. Regole morali simili a quelle
del miglior galateo. La mafia parla di protezione della donna, di
strette di mano e non di carte scritte, di rispetto della persona e
di valori. Io parlo della mafia delle campagne, di quella con le
scarpe sporche di terra, della Calabria che non è mai stata capita
perché colonizzata dal Nord" (In Corriere della Sera, 31
ottobre 1989).
56 In Gazzetta del Sud, 10 maggio 2002.
57 E. Ciconte, "Processo alla ‘Ndrangheta", cit, p.
218-219.
58 M. Torrealta, "La trattativa. Mafia e Stato: un dialogo a
colpi di bombe", Editori Riuniti, Roma, 2002, p. 66.
59 M. Portanova, "ll lamento del grande escluso", cit..
60 G. Barbacetto, "Campioni d’Italia", cit., p. 256.
61 In Gazzetta del Sud, 10 luglio 2002.
62 Il Gruppo Franza è azionista di minoranza degli storici
Cantieri navali Snav – Rodriquez che realizzano aliscafi e unità
veloci utilizzabili anche a fini militari.
63 Il Gruppo Franza opera nel settore delle costruzioni
attraverso la Siceas Building, società responsabile di una
devastante cementificazione delle colline sovrastanti i laghi di
Ganzirri, una delle località naturalistiche più importanti di
Messina, a due passi da Capo Peloro dove dovrebbe sorgere il Ponte
sullo Stretto.
64 Del Messina Calcio, è vicepresidente il giovane Pietro Franza;
presidente il gioiellere Emanuele Aliotta, già vicepresidente dell’Acr
Messina guidato dall’imprenditore di Bagheria Michelangelo Alfano,
oggi in carcere per essere ritenuto uno dei referenti stortici di
Cosa Nostra a Messina.
65 Forti perplessità sull’opera furono espresse dai leader
locali del PSI Nicola Capria e Giacomo Mancini e dall’allora
presidente delle Ferrovie dello Stato on. Ligo Ligato, esponente
democristiano, successivamente assassinato dalla ‘ndrangheta.
66 In Il Soldo, 25 gennaio 1986.
67 In Centonove, 14 maggio 1994.
68 Nell’occasione, ad accompagnare il ministro su un traghetto
del Gruppo Franza, c’erano anche l’allora presidente della
Società Stretto di Messina, Nino Calarco, e il presidente della
Regione siciliana Totò Cuffaro. Il ministro Lunardi si è così
espresso: "Il Ponte sullo Stretto è una struttura
straordinaria che verranno a vedere da tutto il mondo. Sarà un’opera
eccezionale dal punto di vista ingegneristico e ambientalistico, che
avrà una valenza come il Colosseo e le Piramidi, indispensabile per
il rilancio del Sud" (In Gazzetta del Sud, 7 aprile 2002).
69 Al Consorzio Costruttori Messinesi, oltre alla Siceas Building
del Gruppo Franza, hanno aderito la A & V costruzioni, la
Antonino Lanzafame di Messina, la Anzà costruzioni di Patti, l’ing.
Paolo Arcovito S.r.l. di Messina, la Antonino Bongiovanni di
Messina, la Benito Borrella di Spartà, la C. e D. costruzioni S.r.l.,
la D & D, la Giovanni De Domenico Snc, la Edil.Gen. S.r.l., la
Edilmoter di Barcellona, la E.Spert S.p.A. di Messina, la Fago
S.r.l. di Milazzo, la Figliozzi costruzioni S.r.l., la geom.
Domenico Gemelli di Messina, la Italgeo S.r.l., la Vincenzo Oliva di
Milazzo, la Giuseppe Pettinato, la Studi progetti e costruzioni
S.p.A. di Messina e la Trio S.r.l. di Pace del Mela. Alcune di
queste società sono state coinvolte in inchieste di tangentopoli.
70 Il Gruppo Franza, per la sua affermazione nei settori
armatoriale, edile, industriale e finanziario, ha goduto della ‘protezione’
e dell’amicizia di importanti istituti di credito regionali e
nazionali, in particolare del Banco di Sicilia, della Cassa di
Risparmio Siciliana, della BNL e della Banca del Sud oggi assorbita
dal Banco di Lodi.
71 Della COMIT i Franza sono i maggiori azionisti accanto a
Giuseppe Stefanel, alle Assicurazione Generali, alla Commerzbank
tedesca, al Gruppo Lucchini, al gruppo Monti e alla Codelouf del
finanziare Luca Padulli, azionista a sua volta del gruppo Ferruzzi e
Montedison. Il Gruppo Intesa Bci è attualmente il maggior gruppo
bancario italiano; si è costituito nel 1998 con l'integrazione fra
Cariplo e Ambroveneto a cui si sono aggiunti l'anno successivo
Cariparma, FriulAdria e Banca Commerciale Italiana.
72 Per l’operazione di acquisizione di Mediocredito-Banco di
Sicilia, il Gruppo Franza è entrato in cordata con i costruttori
Virlinzi di Catania, con l’editore del quotidiano La Sicilia,
Mario Ciancio Sanfilippo - al tempo presidente della Federazione
Editori Italiani (Fieg) - e con i banchieri trapanesi D’Alì
Staiti, ex proprietari della Banca Sicula poi assorbita dalla COMIT,
oggi Banca Intesa Bci.
73 La Banca Antonveneta è alla guida di uno dei principali
gruppi bancari italiani che comprende, oltre al Capogruppo e alla
Banca di Credito Popolare di Siracusa, il Credito Industriale
Sammarinese, la Banca Popolare Jonica (Grottaglie Taranto), la Banca
Cattolica (Molfetta, Bari), la Banca Nazionale dell'Agricoltura e la
Banca Agricola Etnea (Catania). Quest’ultimo istituto è
appartenuto al costruttore siciliano Gaetano Graci, di cui sono
stati provati i legami con le maggiori cosche mafiose catanesi e con
il finanziere Michele Sindona. Grazie all’assorbimento della BAE,
l’Antonveneta dispone attualmente in Sicilia di 74 sportelli
bancari.
74 Nella finanziaria Consortium, sorta nel 1980 per gestire il
salvataggio poi non effettuato della Snia, oltre al Gruppo Franza,
sono presenti tra gli altri, la Mediolanum della famiglia Berlusconi,
Unicredito, la Banca di Roma, la Tredicimarzo (ex gruppo Lazard), le
Assicurazioni Generali e il costruttore Marcellino Gavio, titolare
della società Itinera, coinvolta in alcune inchieste di
tangentopoli per gli appalti autostradali.
75 In www.imgpress.it
76 La Marathon Holding era di titolarità della Cominvest di
Roma, società attiva nella gestione patrimoniale di proprietà del
finanziere Sergio Cragnotti. Nel 1994 fu ceduta ad un gruppo di
manager e promotori finanziari, guidati dal Gruppo Franza, su ordine
della Consob, dopo la condanna in Canada del presidente della Lazio
e dell’ex braccio destro Raul Gardini, per una vicenda di "insider
training’ nella Borsa dell’Ontario (Il Mondo, 9-16 gennaio 1995,
pag. 87).
77 Oltre alla Banca del Sud, la Popolare di Lodi ha acquisito in
Sicilia la Banca Popolare di Belpasso, istituto finito nelle mani
del boss mafioso catanese Giuseppe Pulvirenti ‘u malpassotu, la
Banca Popolare di Carini, il cui consiglio di amministrazione è
stato rinviato a giudizio per falso in bilancio, le banche
monosportello di Vittoria e Mazara del Vallo, il Credito Siciliano
guidato dall’ex eurodeputato di Forza Italia, Pietro Di Prima. La
Popolare di Lodi è in mano ad un gruppo di privati: la immobiliare
romana Magiste di Stefano Ricucci (4,99%), la Barilla (3,2%), la
Hopa di Emilio Gnutti (2%), la Tabacchi della Safilo (1%) (in Il
nuovo Soldo, 8 giugno 2002).
78 E’ grazie all’emendamento presentato come primo firmatario
dall’on. Pietro Folena dell’allora PCI, che venne iscritto per
la prima volta nella Finanziaria un fondo di 40 miliardi di lire a
favore della Società Stretto di Messina, a cui è stata affidata la
progettazione del Ponte. A partire dal 1991 tutte le Finanziarie
hanno previsto un capitolo a favore della società, con il voto
unanime di tutti i partiti escluso Verdi e Rifondazione Comunista
(in Il Manifesto, 10 luglio 1996).
79 La Società Stretto di Messina assicura, con l’indotto,
7.000 posti di lavoro a termine, che considerata l’entità dell’investimento
è poca cosa se si pensa che i dodici Patti Territoriali approvati
nel 1998 dal CIPE con una spesa di 1.245 miliardi prevedono un
incremento occupazionale stabile di 7.040 unità.
80 S. Pantaleoni, "Quotidiani desiderati. Giornalismo,
editoria e stampa in Calabria", Edizioni Memoria, Cosenza,
2000, p. 200.
81 Secondo i progettisti, il Ponte sarà lungo 3.690 metri, ma l’intero
manufatto raggiungerà i 5.070 metri. La campata centrale sarà di
3.360 metri. A sorreggerla ci saranno quattro cavi di dimensioni
gigantesche (il loro diametro sarà di 132 centimetri) che avranno
il compito di "ancorare la sede stradale alle quattro
torri", alte ciascuna 380 metri. La campata sarà sospesa a 64
metri dal mare e sarà larga 61 metri, così da consentire sei
corsie stradali, più due d’emergenza, e quattro binari
ferroviari. Verranno inoltre costruiti 27 chilometri di collegamenti
stradali e 35 di ferrovie.
82 La carica di Nino Calarco è rimasta ‘scoperta’ sino allo
scorso 21 maggio, quando il governo ha nominato presidente della
Stretto di Messina, l’ex parlamentare DC Giuseppe Zamberletti,
già ministro dei lavori pubblici e della protezione civile. Nino
Calarco è stato tuttavia nominato ‘presidente onorario’ della
società.
83 Si trattava di un seminario sull’Europa di Maastricht,
organizzato dalla Fondazione Bonino-Pulejo presieduta dall’on.
Calarco e a cui intervennero oltre ad Andreotti e Cossiga, Gustavo
Selva, Antonio Martino e Achille Occhetto. Giulio Andreotti giunse a
Messina direttamente da Palermo dove aveva assistito, da imputato,
ad un’udienza dello storico processo per concorso esterno in
associazione mafiosa. Andreotti al tempo, era anche imputato al
processo per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli a Perugia.
Come è noto, da questi processi Andreotti uscirà assolto.
84 Il sen. Calarco è stato commissario di sconto del Banco di
Sicilia e componente della commissione distrettuale delle Imposte
dirette. Per la sua elezione al Senato scese direttamente in campo
il consorzio La Casa Nostra, che per l’occassione sperimentò il
voto differenziato: per il Senato Calarco; per la Camera dei
deputati il PSI, preferenze all’allora ministro Nicola Capria, a
Natale Amodeo e Salvatore Rizzo; per il parlamento europeo Salvo
Lima. Dietro la realizzazione del complesso edilizio La Casa Nostra,
un’opera devastante dal punto di vista paesaggistico e del
territorio, sono stati determinanti gli interessi economici dei
gruppi mafiosi vicini all’imprenditore Michelangelo Alfano.
"Per il complesso edilizio di Tremonti – ha dichiarato ai
magistrati il collaboratore Gaetano Costa – erano direttamente
interessati Leoluca Bagarella, Luciano Liggio, Mariano Agate, Totò
Riina, Leonardo Greco ed altri esponenti di Cosa Nostra".
85 Alberto Sensini fece domanda di affiliazione alla P2 il 2
settembre 1977, quando stava per aprirsi la corsa alla direzione del
Corriere della Sera, dopo le dimissioni di Piero Ottone. L'8
novembre 1977 la sua domanda fu accolta. Successivamente Sensini
cominciò a pensare "d'aver fatto una sciocchezza" e su
sua richiesta, nel giungo 1978 entrò nella condizione di
"sospeso".
86 Di Costantino Belluscio, la Gazzetta del Sud giunse a
pubblicare una smentita di affiliazione alla loggia P2, lunga tre
colonne, nonostante i giudici fossero in possesso di alcune ricevute
di pagamento del parlamentare a favore di Licio Gelli.
87 La scelta di Nino Calarco da parte dell’allora presidente
del consiglio Giulio Andreotti, fu fatta di concerto con i ministri
dei lavori pubblici Giovanni Prandini e dei trasporti Carlo Bernini.
I due ministri saranno travolti dallo scoppio di Tangentopoli.
88 In Ondaverde, n. 9, gennaio-febbraio 1991, p. 79.
89 Va aggiunto che il figlio dell’on. Nino Calarco, Duilio, ha
assunto recentemente l’incarico di giornalista presso la sede
regionale di Palermo di Rai Tre.
90 Nell’ordinanza dei magistrati di Reggio si fa esplicito
riferimento ad "una politica calabrese prigioniera, ingabbiata
e soprattutto manovrata", pronta ad allontanare il direttore
generale della Asl che non si era piegato alle intimidazioni
mafiose, per sostituirlo con Francesco Cosentino, detto ‘Ciccio
mazzetta’, "già arrestato per concussione, legato alla
massoneria di Vibo Valentia e contiguo agli interessi della
'ndrangheta" (F. Folda, "Minniti e quel favore molto
Stretto", in Panorama, 18 novembre 2000).
91 In una telefonata del 9 settembre 1999, l’ex generale dei
carabinieri Francesco Delfino si rivolgeva al giornalista
Pollichieni perché il sottosegretario diessino Marco Minniti si
interessasse alla sua vicenda processuale relativa al sequestro dell’imprenditore
Giuseppe Soffiantini, conclusasi con la condanna a tre anni e
quattro mesi per il reato di truffa. Il nome del generale Delfino è
comparso tra le carte di un’altra inchiesta, quella relativa ad
maxitraffico d’armi gestito dalle cosche catanesi, l’imprenditore
messinese Filippo Battaglia e alcuni esponenti siciliani vicini a
Forza Italia. A Delfino, al tempo in forza al comando dei
Carabinierri di Roma, si rivolgeva telefonicamente l’ex agente
Walter Beneforti, in stretto contatto con i principali trafficanti
siciliani.
92 Esponente dei DS, Minniti, è il politico di governo che
insieme a Lamberto Dini si recherà a Tunisi per partecipare ai
solenni funerali del latitante Bettino Craxi. Interrogato come teste
nell’indagine sulla malasanità, Marco Minniti ha ammesso di
conoscere l’omonimo amministratore della Edilminniti e di averlo
incontrato sia a Reggio Calabria che Roma.
93 F. Folda, "Minniti e quel favore molto Stretto", in
Panorama, 18 novembre 2000.
94 Ibidem.
95 In Gazzetta del Sud, 1 febbraio 2001.
96 In Gazzetta del Sud, 4 ottobre 1999.
97 Gaetano Martino è il padre di Antonio, attuale ministro della
difesa e ministro degli esteri nel primo governo Berlusconi, una
domanda di iscrizione, ‘sospesa’, alla loggia P2 di Licio Gelli.
98 Le elezioni politiche del 1972 rappresentano un grande
successo per il partito neofascista, che a Messina elegge oltre a
Uberto Bonino, l’on. Saverio D’Aquino, futuro sottosegretario
alla sanità e agli interni, e che è stato ritenuto dagli
inquirenti come uno dei politici locali più contigui alle
organizzazioni criminali.
99 Prima della sua partenza per Milano, il finanziere Michele
Sindona lavorava presso lo studio di Antonino Mangiò, tributarista
del gruppo Bonino e sindaco nella Gazzetta del Sud e nella società
Mulini Gazzi di proprietà dei coniugi Uberto Bonino e Sofia Pulejo.
100 La privatizzazione de facto dell’Ateneo e dell’Opera
Universitaria oltre alla Fondazione Bonino-Pulejo vede il
protagonismo delle società del Gruppo Franza, che oltre a
sponsorizzare alcune iniziative culturali, sono contestualmente
erogatrici per contratto di servizi e infrastrutture a favore delle
istituzioni universitarie di Messina. Gli interessi comuni dei due
grandi gruppi economici vanno al di là della condivisione delle
spese per la realizzazione di eventi culturali in ambito
universitario. La Banca Commerciale, oggi in Intesa Bci, ha aperto
nel dicembre ’96 una propria filiale all’interno dei locali
della Gazzetta del Sud di Via Bonino a Messina; i loghi del Gruppo
Franza e della Fondazione Bonino-Pulejo compaiono accanto nelle
campagne abbonamento per le stagioni calcistiche del Messina di
serie B, squadra di cui è vicepresidente Pietro Franza. Nella
stagione 95-96, quella del rilancio del Messina Calcio e dell’ingresso
nella proprietà dei Franza, il Centro Neurolesi della Fondazione è
stato lo sponsor principale della squadra.
101 Attualmente l’amministratore della SES è il presidente
dell’Associazione Industriali di Messina Gianni Morgante.
102 "Tra quattro anni saranno necessari centinaia di
ingegneri, che non dovranno certo essere presi altrove" ha
inoltre dichiarato Nino Calarco. "Mafia e 'ndrangheta si
sconfiggono con il progresso economico che deve coinvolgere le
giovani leve siciliane e calabresi, alle quali è giusto dare la
possibilità di proiettarsi nel futuro" (Gazzetta del Sud, 15
marzo 2002).
103 In Gazzetta del Sud, 28 aprile 2002.
104 E. Ciconte, ‘Ndrangheta dall’unità ad oggi’, Laterza,
Bari, 1992, p. 299.
105 Comitato messinese per la pace e il disarmo unilaterale,
"Le mani sull’Università", Armando Siciliano Editore,
Messina, 1998, p. 149-150.
106 E.Ciconte, "’Ndrangheta dall’unità ad oggi",
cit., p. 243.
107 Salvatore Cacace è stato candidato nelle file del PSDI dell’ex
sottosegretario alla Difesa on. Dino Madaudo, accusato dai
magistrati di legami con il clan Marchese della zona nord della
città di Messina e con il boss Giuseppe Pulvirenti ‘u Malpassotu’
di Catania. Madaudo è stato assolto dall’accusa di voto di
scambio con la mafia per intervenuta prescrizione del reato.
108 La società S.p.i.d.a. aveva progettato la lottizzazione di
una vasta area per creare insediamenti industriali, in un terreno a
ridosso del villaggio Tremestieri, noto come ‘Villa Melania’,
sottoposto a vincolo della Soprintendenza nel settembre del 1991
dopo che le ruspe portarono alla luce alcuni reperti che hanno
confermato l'esistenza di un insediamento romano di età imperiale.
109 Carlo Pesenti e Mario Ciancio siedono inoltre nel consiglio d’amministrazione
della Gazzetta del Sud Calabria S.P.A, società che cura la stampa
delle edizioni calabresi dell’omonimo quotidiano.
110 In Il Soldo, 16 marzo 1985.
111 Giuseppe La Loggia è il padre dell’attuale ministro di
Forza Italia, Enrico La Loggia. Alla vigilia delle elezioni
politiche del 1994, la Procura di Palermo intercettò il futuro
ministro La Loggia in un colloquio telefonico con il commercialista
Giuseppe Mandalari, gran maestro di logge massoniche coperte e uomo
di fiducia del boss Totò Riina.
112 Il rapporto tra l’on. La Loggia e Carlo Pesenti continuò
negli anni successivi: grazie all’industriale del cemento e a
Carlo Faina della Montecatini, La Loggia ottenne "il sostegno
economico e politico per essere eletto nuovo presidente del governo
regionale. E quel governo venne chiamato dalla stampa di opposizione
proprio "il governo dei due Carletti"" (M.
Bartoccelli, "La via giudiziaria al deserto Sicilia. Rapporto
su come, per colpire la mafia, la magistratura ha ucciso l'economia
dell'isola", www.liberalfondazione.it, 2001).
113 Salvatore Ligresti, costruttore intimamente legato a Bettino
Craxi e al PSI lombardo è stato indagato e prosciolto per lo
scandalo delle lottizzazioni del ‘Piano Casa’ di Milano; è
stato arrestato con l’accusa di corruzione per i lavori alla
metropolitana di Milano, per l’acquisto di un terreno dell’IPAB,
e per l’affare Sai-Eni, il cui procedimento si è concluso con la
condanna in primo grado di Ligresti a quattro anni e quattro mesi. L’imprenditore
è riuscito però ad evitare il carcere facendosi affidare ai
servizi sociali. Ligresti è stato coinvolto inoltre nell’indagine
sul tracollo della Maa Assicurazioni di Paolo Berlusconi (G.
Barbacetto, P. Gomez, M. Travaglio, "Mani Pulite. La vera
storia", Editori Riuniti, Roma, 2002, p. 675). Su un ipotetico
legame dell’imprenditore con la criminalità si è soffermato il
collaboratore di giustizia Luigi Sparacio, che in riferimento ad
alcune opere in via di realizzazione a Messina, ha dichiarato di
aver ricevuto segnalazioni di imprese dal clan Santapaola "a
cui erano interessati i palermitani". Tra esse, Sparacio nomina
la Di Penta, "un’impresa di calcestruzzi di Ravenna" e
la Grassetto di Salvatore Ligresti che al tempo stava realizzando
lavori per 73 miliardi presso il Policlinico Universitario di
Messina (Comitato Messinese per la Pace e il Disarmo Unilaterale,
"Le mani sull’Università", cit., pp. 79-80). L’azienda
di Ligresti, secondo i giudici, per ottenere l’appalto, avrebbe
versato tangenti del 5-6% a funzionari e politici locali. Come
vedremo successivamente la Grassetto è tra i soci dell’IGI-Istituto
Grandi Infrastrutture presieduto da Giuseppe Zamberletti,
neopresidente della Società Stretto di Messina.
114 L’Italcementi ha acquisito nel 1992 il Gruppo Ciments
Français, conquistando la leadership internazionale della
produzione del cemento. Attualmente possiede al mondo 53 cementerie,
13 centri di macinazione, 150 cave di aggregati, 533 centrali di
betonaggio. L’attività è focalizzata sulla produzione di cemento
(oltre il 60% del fatturato) e si integra con la produzione di
calcestruzzo, aggregati e materiali per l’edilizia.
115 Il Gruppo Pesenti, già titolare del 36% del pacchetto
azionario della Calcestruzzi S.p.a., ha acquisito la restante quota
societaria dalla Calcemento S.p.a. del Gruppo Lucchini.
116 In E. Bellinvia e S. Palazzolo, "Falcone Borsellino.
Mistero di Stato", Edizioni della Battaglia, Palermo, 2002, pp.
57-58.
117 G. Barbacetto, "Campioni d’Italia", cit., pp.
204-205.
118 Già alla fine degli anni '80 la Procura della Repubblica di
Massa Carrara aveva scoperto che l'intero capitale della SAM
(Società Apuana Marmi) e dell'Imeg (Industria di Marmi e Graniti),
erano stati ceduti dall'ENI alla Calcestruzzi di Ravenna. L’affare
fu realizzato dalla Generale Impianti, il cui capitale sociale
apparteneva alla Finsavi, società al 50% dei fratelli Buscemi.
Direttore della Imeg era un parente di Buscemi, Rosario Sfera, che
diventerà procuratore della Finimeg "società che porta il
gruppo Calcestruzzi tra gli affari di Michele Greco, facendogli
acquistare il complesso immobiliare di Pizzo Sella di proprietà di
Rosa Greco Notaro, sorella del boss Michele Greco" (M.
Bartoccelli, "La via giudiziaria al deserto Sicilia", cit.,
www.liberalfondazione.it.). I lavori di realizzazione del complesso
di Pizzo Sella furono eseguiti inizialmente dall’impresa Sicicalce
di Andrea Notaro, marito di Rosa Greco, e furono terminati dalla
Cisa del Gruppo Ferruzzi, guidata dal manager Giuliano Visentin.
119 Hanno scritto in merito i magistrati palermitani: "Non
risultano acquisiti elementi per affermare né per escludere che
Salvatore Riina abbia investito propri capitali nelle attività
imprenditoriali del gruppo Ferruzzi. Certo è che Gardini e
Penzavolta ben sapevano legare le loro sorti a quelle di soggetti di
cui conoscevano l’influenza e il carisma nel contesto mafioso
palermitano e anzi ritenendo proprio per questo di potere più
facilmente introdursi nel difficile mercato siciliano".
"Non è dato conoscere se vi sia stata una molla scatenante che
abbia indotto i maggiori rappresentanti di uno dei gruppi
imprenditoriali più importanti del nostro paese a mettere
totalmente e del tutto consapevolmente a disposizione di
pericolosissimi esponenti di Cosa Nostra la loro struttura, il
credito acquisito presso il sistema bancario, il loro
prestigio".
120 La Crea è stata ceduta dal Gruppo Franco Tosi nei primi mesi
del 2000.
121 Attualmente Italgen-Italcementi dispone in Italia di tre
centrali termoelettriche con una potenza installata di circa 150 Mw,
di tredici centrali idroelettriche con una potenza di circa 50 Mw, e
di linee di alta tensione per oltre 400 chilometri.
122 Con l’accordo con il Gruppo Monti-Riffeser, i Pesenti hanno
ceduto la proprietà della Editrice Romana (editrice del quotidiano
Il Tempo) e della Società Tipografica Tiburtina. Le tre testate
edite dalla Poligrafici Editoriale sono invece quelle con cui la
Gazzetta del Sud ha un accordo per la produzione congiunta delle
pagine di politica interna ed estera.
123 L’Hdp di Romiti possiede il 7,6% del pacchetto azionario
della Poligrafici Editoriale; è inoltre titolare di una quota della
società informatica Dada, attiva nel sistema internet. La Hdp è
inoltre attiva nel mercato della moda, dove controlla la Fila e sino
allo scorso marzo la Valentino, poi ceduta alla Marzotto.
124 Giampiero Pesenti è stato accusato in qualità di presidente
del Gruppo Gemina di aver coperto artificiosamente parte dei 446
miliardi di perdite sui crediti rateali della Rizzoli-Corriere della
Sera. Il processo è stato bloccato all’inizio del maggio 2002 per
intervenuta prescrizione del reato (G. Barbacetto, P. Gomez, M.
Travaglio, "Mani Pulite", cit., p. 658).
125 Dalle ceneri del Banco Ambrosiano è sorto il Banco
Ambroveneto, oggi confluito nel Gruppo Banca Intesa Bci.
126 L. Sisti, G. Modolo, "Il Banco paga. Roberto Calvi e l’aventura
dell’Ambrosiano", Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1982, p.
203.
127 Carlo Pesenti entra nel consiglio di amministrazione della
Centrale, insieme ad altri grossi personaggi dell’imprenditoria
italiana, Alberto Grandi (Gruppo Bastogi), Giovanni Fabbri
(azionista del Gruppo Rizzoli-Corriere della Sera e industriale
della carta), e il re dell’acciaio Luigi Lucchini. Questo gruppo
aprirà uno scontro con la cordata di imprenditori guidata da Enrico
Cuccia e Mediobanca, riunitosi nella Consortium e a cui aderirono
gli Agnelli, i Bonomi, Mondadori, Silvio Berlusconi e lo stesso
Lucchini.
128 L. Sisti, G. Modolo, "Il Banco paga", cit., p. 205.
129 Nel 1979 sono la Toro Assicurazioni con la Kredietbank di
Anversa, la Credito Overseas di Panama e lo IOR del Vaticano a
detenere il pacchetto di maggioranza del Banco Ambrosiano. Tre anni
più tardi, quando scoppia il crack dell’istituto di Milano e
viene assassinato Roberto Calvi, la situazione è diversa: l’Italmobiliare
di Milano ne è il maggiore azionista (3,62%), seguita dalla
Kreditbank (3,2%), dalla Credito Overseas (2,71%) e dallo IOR
(1,58%) (M. A. Calabrò, "Le mani della Mafia. Vent’anni di
finanza e politica attraverso la storia del Banco Ambrosiano",
Edizioni Associate, Roma, 1991, p. 248).
130 Al tentativo di ‘salvataggio’ del Banco Ambrosiano
parteciparono tra gli altri due personaggi che sono riusciti a
superare brillantemente le tempeste politico-giudiziarie degli
scandali dell’Ambrosiano e della loggia P2: il faccendiere sardo
Flavio Carboni e l’amico Giuseppe Pisanu, anch’egli sardo, ex
sottosegretario DC, neoministro agli interni del governo Berlusconi.
131 Attraverso il Banco Andino avvennero i pagamenti di una serie
di forniture di materiale bellico (missili Exocet, cannoni navali
Oto Melara, velivoli da trasporto Aeritalia, elicotteri Agusta) a
favore dell’Argentina dei generali golpisti affiliati alla P2 di
Licio Gelli. Scoppiata la guerra con gli inglesi per le
Falkland-Malvinas, il buco del Banco Andino divenne una voragine e
il banchiere Roberto Calvi fu costretto a riparare in Svizzera per
fuggire ai magistrati italiani che indagavano sul crack dell’Ambrosiano.
Il 17 giugno 1982, giorno delle dimissioni a Buenos Aires del
generale Galtieri, Calvi venne ritrovato impiccato a Londra sotto il
'Blackfrias Bridge', il ponte dei frati neri, l'unico del Tamigi
dipinto in bianco e celeste, i colori della bandiera argentina.
132 L. Sisti, G. Modolo, "Il Banco paga", cit., p.154.
133 Oltre ai Pesenti, Battaglia sarebbe stato in contatto con le
note famiglie della finanza Bonomi e Bulgari.
134 In un troncone dell’inchiesta sui ‘mandanti coperti’
delle stragi, sono stati indagati a Caltanissetta l’attuale
presidente del consiglio Silvio Berlusconi e il braccio destro
Marcello Dell’Utri. Lo scorso maggio il Gip ha archiviato l’inchiesta
per l’"insufficienza e la frammentarietà delle prove
raccolte". Nel suo provvedimento di archiviazione, il Tribunale
di Caltanissetta scrive però che sono stati "accertati
rapporti di società facenti capo al gruppo Fininvest con personaggi
in varia posizione collegati all’organizzazione di Cosa
Nostra". "Vi è insomma da ritenere – conclude il Gip di
Caltanissetta – che tali rapporti di affari con soggetti legati
all’organizzazione abbiano quantomeno legittimato agli occhi degli
‘uomini d’onore’ l’idea che Berlusconi e Dell’Utri
potessero divenire interlocutori privilegiati di Cosa Nostra".
135 in G. Barbacetto, P. Gomez, M. Travaglio, "Mani
Pulite", cit., p. 180.
136 In Sicilia, la Cogefar-Impresit è stata tra le maggiori
committenti nazionali accanto alla Calcestruzzi del Gruppo Ferruzzi,
alla Lodigiani di Roma, alla CMC di Ravenna e alla Grassetto del
cavaliere Salvatore Ligresti. A fine anni ’90, il dirigente
Impregilo per l’area siciliana, Giuseppe Crini, è stato arrestato
nell’ambito dell’inchiesta denominata ‘Trash’, relativa alla
gestione della discarica di Bellolampo (Palermo) e del piano
regionale di realizzazione di alcune discariche comprensoriali in
Sicilia, su cui erano forti gli interessi dei maggiori gruppi
criminali. Giuseppe Crini aveva lavorato in passato presso la Cisa
del Gruppo Ferruzzi, la società che ha realizzato il devastante
complesso immobiliare di Pizzo Sella. E’ interessante sottolineare
che nell’ambito dell’inchiesta ‘Trash’ è stato arrestato
anche l’imprenditore Romano Tronci, titolare della De Bartolomeis,
società realizzatrice con la Fiat-Impresit del grande depuratore di
Palermo, i cui costi lievitarono dai 14 miliardi preventivati ai 170
finali. Tronci, vicino ad ambienti del PCI-PDS, si era associato con
la Calcestruzzi del Gruppo Ferruzzi e l’Ansaldo per ottenere,
dietro il pagamento di una grossa tangente, i lavori per la
desolforazione di alcune centrali a carbone dell’Enel.
137 L’Impregilo è in mano al gruppo Gemina S.p.A che detiene
il 15,63% del pacchetto azionario, al Gruppo Fiat-Sicind S.p.A.
(4,7%), alla Girola Partecipazioni S.p.A. (2,77%) e a cinque
importanti istituti bancari nazionali, la Banca di Roma, la Banca
Commerciale Italiana, il Credito Italiano, Cariplo e il Gruppo
Bancario San Paolo-Imi. Per un approfondimento sulle maggiori
infrastrutture realizzate nel Sud del mondo dalla Cogefar-Impregilo,
si veda: A. Mazzeo, A. Trifirò, "Colombia. Conflitto armato,
ruolo delle multinazionali e violazione dei diritti indigeni",
Palombi Editori, Roma, 2001, pp.122-144. Si veda anche
www.terrelibere.it/impregilo.
138 in Carta n. 20, 23-29 maggio 2002, pag. 25.
139 In particolare la Rocksoil di Pietro Lunardi è stata tra le
progettatrici nel 1994 delle gallerie Pianoro, Saderano, Monte
Bibele, Raticosa, Scheggianico, Fiorenzuola, Rinzelli, Morticina e
Vaglia (Alta Velocità Bologna-Firenze), e delle gallerie Collatina,
Massimo, Colli Albani, Sgurgola, Macchia Piana 1 e 2, La Botte,
Castellana, S. Arcangelo, Selva Piano, Collevento, Selvotta, Colle
Pece, Campo Zillone 1 e 2, Briccelle, Castagne, Santuario (Alta
Velocità Roma-Napoli).
140 G. Barbacetto, P. Gomez, M. Travaglio, "Mani
Pulite", cit., p. 25.
141 L’Iri-Italstat, che vedremo successivamente coinvolta nel
grande affare dell’Alta Velocità, è l’azionista di maggioranza
della Società Stretto di Messina a cui è affidata la progettazione
e la realizzazione del Ponte.
142 I. Cicconi, "La storia del futuro di Tangentopoli",
Dei-Tipografia del Genio Civile, Roma, 2000.
143 Ibidem.
144 G. Barbacetto, P. Gomez, M. Travaglio, "Mani
Pulite", cit., p. 559.
145 Nelle indagini, avviate dalla Procura di La Spezia, è stata
individuata una misteriosa società di progettazione dell’Alta
Velocità, la Tpl, in mano a Pacini Battaglia, che avrebbe ricevuto
anticipazioni finanziarie largamente superiori al fatturato; dai
bilanci della Tpl sarebbero emerse "irregolarità contrattuali
e procedurali che dimostrano sia il vantaggio economico che il
favore riservato a Tpl da parte dei responsabili decisionali di
Italferr, Tav e Fs". Sempre in ambito ferroviario, Pacini
Battaglia avrebbe mediato anche una tangente versata dal Consorzio
Ferscalo per aggiudicarsi i lavori di un gigantesco terminal
ferroviario alle porte di Milano, lo Scalo Firenza. Al consorzio
aderivano la Cogei della famiglia Rendo di Catania, la Lodigiani di
Roma e il Consorzio cooperative costruzioni di Bologna, una delle
maggiori coop rosse. Il nome di Pacini Battaglia, accanto a quello
di Sergio Cragnotti compare anche nella maxi-inchiesta Enimont.
146 G. Barbacetto, P. Gomez, M. Travaglio, "Mani
Pulite", cit., p. 561.
147 Dal 1989, la Rocksoil è stata trasformata in società per
azioni e che conta attualmente su una sessantina di collaboratori.
Per conoscere la lista completa delle opere progettate dalla
Rocksoil della famiglia Lunardi si consulti il relativo sito web
www.rocksoil.com.
148 Il valore delle consulenze della Rocksoil a favore della RAV
è stato di circa sette miliardi di vecchie lire; più
specificatamente tra il 1989 e il 1990 sono state progettate per l’autostrada
Aosta-Monte Bianco le gallerie Villenueve, Avise, Leverogne, Les
Cretes e Villaret.
149 G. Barbacetto, "Campioni d’Italia", cit., pag.
412.
150 In Il nuovo Soldo, 22 giugno 2002. Nel nuovo consiglio di
amministrazione della Stretto di Messina oltre a Carlo Bucci e Lino
Cardarelli, hanno fatto ingresso Giuseppe Calcerano, Ercole Pietro
Pellicanò, Vito Riggio, Francesco Sabato (ANAS), Renato Gabrio
Casale (FS), Emmanuele Emanuele (Regione Calabria) ed Elio Fanara
(Regione Siciliana). Nel collegio sindacale sono stati invece
nominati Lucio Brundo (presidente), Gaetana Celico, Giuseppe Chessa
(sindaci effettivi), Lucio Mariani, Giovanni Rizzica e Giuseppe
Pedalino (sindaci supplenti).
151 In Gazzetta del Sud, 29 aprile 2002.
152 Giuseppe Zamberletti è stato inoltre componente dell’Assemblea
Parlamentare dei Consigli d’Europa e dell’Unione Europea
Occidentale. E’ attualmente presidente dell’UNAIE, associazione
di sostegno agli italiani emigrati all’estero, e come vedremo,
dell’IGI, l’Istituto Grandi Infrastrutture.
153 in Il Resto del Carlino, 29 novembre 2000.
154 Per la realizzazione del suo Piano di Rinascita Democratica
in Italia, Licio Gelli guardava con particolare attenzione, tra gli
altri, all’ex ministro democristiano Antonino Gullotti, messinese,
oggi scomparso. Gullotti è ritenuto il maggior ‘padrino’ delle
fortune della famiglia Franza. La sorella Angelina, sposa del sen.
Luigi Genovese, con il nipote Francantonio Genovese, risultano tra
gli azionisti e i membri del C.d.a. della Tourist Ferry Boat, della
Satme S.p.A. e della Framon Hotel S.r.l. del Gruppo Franza.
155 John Mc Caffery senior, insieme a Licio Gelli ed Edgardo
Sogno ha firmato gli ‘affidavit’ a favore di Michele Sindona per
evitarne l'estradizione in Italia a seguito dell’inchiesta
giudiziaria per bancarotta. Ha dichiarato Mc Caffery: "Sindona
è anticomunista, filoamericano, progettò un colpo di Stato in
Italia nel 1972. Era destinato ad insediare un governo filoamericano
e capitalista. A questo progetto partecipai anch'io. Ci incontrammo
con ufficiali di alto rango delle forze armate italiane e Sindona,
per proprio conto, ebbe contatti con la Cia e con funzionari di
rango elevato dell'ambasciata americana a Roma". I primi
contatti tra Michele Sindona e John Mc Caffery risalirebbero al
periodo in cui il finanziere di Patti sarebbe stato 'arruolato' da
Lucky Luciano per tenere i collegamenti tra gli agenti segreti
italo-americani Vincent Scamporino e Max Corvo con i capi mafiosi
della Sicilia, alla vigilia dello sbarco alleato del 1943.
156 U. Santino, "Il ruolo della mafia nel saccheggio del
territorio", paper, Gibellina, 1993, pp. 15-17.
157 I. Sales, "La camorra, le camorre", Editori
Riuniti, Roma, 1988, p. 198.
158 Giuseppe Zamberletti è anche presidente del Forum Europeo
dell’Ingegneria generale e di costruzioni e del Forum europeo
delle Grandi Imprese, uno degli interlocutori privilegiati dei
Commissari e degli uffici della Commissione lavori pubblici e
infrastrutture dell’Unione europea.
159 Franco Nobili è stato inoltre membro della Giunta
Confederale della Confindustria e vicepresidente dell'ANCE, l’Associazione
Nazionale Costruttori Edili, e consigliere dell’Istituto dell’Enciclopedia
italiana, Attualmente ricopre l’incarico di presidente dell’Unione
di Amicizia Italia-Turchia, paese quest’ultimo nel mirino delle
maggiori organizzazioni umanitarie internazionali per le costanti
violazioni dei diritti umani e per le attività di repressione del
popolo kurdo.
160 G. Barbacetto, P. Gomez, M. Travaglio, "Mani
Pulite", Op. cit., p. 675.
161 Oltre ai Benetton in Autostrade S.p.a. sono presenti tra i
maggiori azionisti la Fondazione Cr Torino, Acesa, le Assicurazioni
Generali, Unicredito.
162 Al tempo della presidenza di Giancarlo Elia Valori della
telefonica Sirti, la Stet che ne era proprietaria, era era
presieduta dal politico socialista calabrese Michele Principe,
iscritto alla P2 di Licio Gelli come lo stesso Valori.
163 La biografia di Giancarlo Elia Valori è tratta da G.
Barbacetto, "Campioni d’Italia’, cit., pp. 84-95.
164 G. Barbacetto, "Campioni d’Italia", cit., p. 94.
165 Ibidem, p. 87.
166 Ibidem, p. 88.
167 Comitato Messinese per la Pace e il Disarmo Unilaterale,
"Le mani sull’Università", cit., p. 155.
168 Nel C.d.A. della Pierrel siede con Claudio Calza anche Flavio
Briatore, ex accompagnatore di Noami Campbell ed ex manager della
scuderia automobilistica della Benetton.
169 "A proposito di Claudio Calza - ha raccontato ai giudici
il collaboratore Gerardo Gastone -posso dire che lo stesso è una
testa di cuoio dell’onorevole Sanza Angelo, lo so con certezza
perchè ho lavorato con Sanza per tre anni. Il Calza, in sostanza,
gestisce la Job Orienta Business che è la società presso al quale
si trova l’ufficio di Roma dell’ing. Antonio De Sio e dove,
almeno in passato, lavorava la signora Aurora Bisogni, moglie di
Sanza. Negli uffici di Roma vengono gestiti gli affari sia di De Sio
che di Sanza che, peraltro, sono tra loro legatissimi. (...). So che
tra i De Sio e Calza ci sono ingenti movimenti di denaro, in
particolare spesso il dottor Michele versa denaro a Calza. So che in
passato sicuramente Calza Claudio ha smistato tangenti per Sanza"
(in Gazzetta del Sud, 31 maggio 2002).
170 Gazzetta del Sud, 11 giugno 2002.
171 Tra le società implicate nell’inchiesta sulle ‘Fiamme
sporche’, oltre alla Girola, c’è la controllata Cogefar, la
finanziaria della famiglia Agnelli Gemina, la Falck del gruppo
Pesenti, la Lodigiani di Roma, l’Euromercato dei fratelli
Berlusconi.
172 G. Barbacetto, P. Gomez, M. Travaglio, "Mani
Pulite", cit., p. 191.
173 Ibidem, p. 44.
174 La Torno di Milano è indagata a Messina nell’ambito dell’inchiesta
sulla realizzazione dei megasvincoli autostradali di Giostra e
Annunziata, insieme ad amministratori e funzionari comunali ed ai
titolari della società di costruzioni di Barcellona Gitto &
figli. Per un approfondimento sull’inchiesta si veda
www.terrelibere.it/gitto).
175 G. Barbacetto, P. Gomez, M. Travaglio, "Mani
Pulite", cit., p. 169.
176 Ibidem, p. 568.
177 Ibidem, p. 123. La Pizzarotti S.p.a. è una delle società
che ha particolarmente contribuito al processo di militarizzazione
della Sicilia, ottenendo importanti appalti per la realizzazione
della ex base nucleare di Comiso. Per un approfondimento si veda
www.terrelibere.it/memoriacomiso.
178 Ibidem, p. 15.
179 Secondo i magistrati di Palermo, Totò Riina avrebbe promosso
un comitato d’affari tra lo stesso Filippo Salamone, i fratelli
Buscemi e il Gruppo Ferruzzi, che esautorando Angelo Siino, avrebbe
regolato negli anni ’90 la spartizione degli appalti in Sicilia, d’intesa
con i politici, gli imprenditori e la mafia. Filippo Salamone è
titolare dell’Impresem e fratello del giudice Fabio Salamone in
forza alla procura di Brescia, titolare dei procedimenti contro i
giudici del pool di Mani Pulite di Milano.
180 Centro siciliano di documentazione ‘Giuseppe Impastato’,
"Accumulazione e cultura mafiosa", Palermo, 1979, pp.
12-19.
181 Ansa. "Ponte Stretto, Società può essere
appaltante", 30 luglio 2001, ore 16.34.42.
182 Come per Nino Calarco e Gianfranco Gilardini, la nomina di
Baldo de Rossi ai vertici della Società Stretto di Messina fu
firmata dal trio di governo Andreotti-Prandini-Bernini.
183 Solo nel 1998 la Mitsubishi Heavy Industries LTD, una delle
più grandi società costruttrici di ponti al mondo, ha manifestato
il proprio interesse a partecipare, sia in qualità di costruttore
che di finanziatore, alla realizzazione del Ponte sullo Stretto di
Messina. Da allora non sono seguiti ulteriori interventi.
184 Dalla lettura del testo elaborato dalla commissione ‘Ponte
sullo Stretto’ dell’IGI, si evince che i massimi dirigenti dell’istituto
si sono recati di recente a Bruxelles per incontrare "il
professor Mattera e i suoi collaboratori della Direzione Generale
del Mercato Interno". Poi a Roma c’è stata una riunione tra
l’IGI e il capo dell’ufficio legislativo della Presidenza del
Consiglio per approfondire il tema della "situazione
giuridica" e dell’apertura ai privati della Stretto di
Messina. Un’ulteriore prova di quanto stia a cuore al consorzio
dei grandi costruttori di tangentopoli, la realizzazione dell’Opera.
185 Il sole-24 Ore ha ipotizzato la "regolamentazione del
servizio di traghettamento e contenimento degli effetti indotti dal
trasferimento di traffico alle autostrade del mare" (Il sole-24
Ore, 7 ottobre 2001). Come spiegato da Giuseppe Gilimberti,
presidente di Italia Nostra-Sicilia, ciò significherebbe che
"data la prevedibile necessità di imporre alte tariffe al
transito dei mezzi si dovrà intervenire per evitare che flussi di
traffico in specie commerciale possano prendere la strada del
cabotaggio. Ciò non potrà non avvenire se non costringendo anche
gli operatori marittimi ad imporre alte tariffe o evitando di
mettere a disposizione le infrastrutture necessarie allo sviluppo di
questo tipo di traffico" (G. Giliberti, "Il gioco dei tre
Ponti di Messina", Bollettino Nazionale di Italia Nostra,
ottobre 2001).
186 Il ministro delle infrastrutture Pietro Lunardi ha le idee
chiare sul modello che dovrà caratterizzare i lavori di
realizzazione del Ponte. Nel corso della sua recente visita a
Messina ha dichiarato ai giornalisti che per accelerare i tempi di
consegna dell’opera, il governo prevederà "turni di notte,
per complessivi tre turni nel corso della giornata; riconoscimento
di incentivi economici alle imprese che consegneranno i lavori prima
dei termini contrattuali; lotti unici affidati a un "general
contractor" con costi e tempi certi" (Gazzetta del Sud, 26
aprile 2002).
187 La relazione finale della commissione IGI per il ‘Ponte
sullo Stretto’ è consultabile su internet all’indirizzo
www.igitalia.it/documenti.
188 R. Sciarrone, "E la mafia, starà a guardare?", cit.,
pp. 184-185.
189 Sui limiti e le contraddizioni del ‘Project financing’,
la ‘progettazione attraverso la finanziazione pubblica-privata’,
si veda M. Lo Cicero, "Project Financing" in AA.VV., ‘Ponte
sullo Stretto’, cit., pp.187-208.
190 Per comprendere appieno la ‘cultura ambientale’ del
neopresidente della Stretto di Messina Giuseppe Zamberletti, è
rilevante il successivo passaggio della relazione svolta davanti
alle società e alle banche dell’Istituto Grandi Infrastrutture:
"Si è preferito fasciarsi la testa con norme farraginose,
pensate in una logica appaltistica, che scoraggiano qualsiasi
promotore che abbia idee e soldi e che desideri investirli in
progetti remunerativi. (...) Le penalizzazioni operative imposte
dalla Merloni con le successive integrazioni, gli affanni derivanti
da un faticoso processo autorizzatorio, gestito con tutte le
prudenze indotte da un khomeinismo ambientalista, capace di
condizionare la pubblica amministrazione, avevano già da tempo
appesantito il mercato dei lavori pubblici, incidendo negativamente
sulla attività ordinaria riguardante le opere programmate"
(Giuseppe Zamberletti, "Relazione di chiusura dell’anno
sociale 2001", Roma, 21 maggio 2001, in
www.igitalia.it/documenti).
191 Ansa. "Ponte Stretto, al via audizioni banche", 3
settembre 2001, ore 18.41.16.
192 Si tratta della cosiddetta "Legge Obiettivo" o
"Legge Lunardi" (è la n. 443 del 21 dicembre 2001,
"Delega al Governo in materia di infrastrutture ed insediamenti
produttivi strategici ed altri interventi per il rilancio delle
attività produttive". Le norme della legge delega riguardano
oltre al Ponte sullo Stretto di Messina, la realizzazione di altre
grandi opere infrastrutturali di enorme impatto ambientale, tra cui
il sistema delle Mose di Venezia, l’autostrada
Livorno-Civitavecchia e la linea ferroviaria ad Alta Velocità
Milano-Genova.
193 Per un’analisi approfondita della ‘legge obiettivo’ del
ministro Pietro Lunardi, si veda A. Becchi, "A proposito del
Ponte", in AA.VV., ‘Ponte sullo Stretto’, cit., pp.127-138.
194 In Gazzetta del Sud, 5 maggio 2002.
195 Gli effetti di una deroga in tema di Valutazione dell’Impatto
Ambientale nel progetto del Ponte sarebbero devastanti, considerato
anche il fatto che sino ad oggi gli studi ambientali allegati al
progetto sono incompleti e deficitari. Se ne è accorto lo stesso
ministro Lunardi che ha richiesto l’affidamento di un nuovo studio
d’impatto ambientale. Il C.d.A. della Società Stretto di Messina,
il 28 giugno 2002, ha affidato il "servizio d’aggiornamento e
integrazione dello studio di impatto ambientale del Progetto del
Ponte sullo Stretto" al Raggruppamento temporaneo di imprese
Systra S.p.A. (mandataria), Bonifica S.p.A., Systra-Sotecni S.p.A.,
Ast Sistemi S.r.l..
196 G. Colussi, "Perchè i mafiosi amano tanto il
ponte", Carta, cit., pag. 28.
197 A. Becchi, "A proposito del ponte", cit., p. 133.