Organizzazioni criminali, grandi holding e società di
costruzioni guardano con sempre maggiore attenzione al Ponte sullo
Stretto, una delle opere più devastanti rilanciate dal governo
Berlusconi-Lunardi. Come si stanno preparando i poteri forti di
Calabria e Sicilia al grande appuntamento del Ponte? Potranno essere
gli appalti l’occasione per un nuovo patto
politico-economico-militare tra le mafie e la borghesia locale e
nazionale? E chi sono realmente gli Uomini del Partito del Ponte?
di Antonio Mazzeo
Cap. 1 – Mani criminali sull’affare del Ponte
Tra le possibili cause dell’accelerazione del processo di 'mafiosizzazione’
e concentrazione dei poteri criminali nell’area dello Stretto di
Messina, trova sempre più credito l’attesa suscitata dal sogno
trentennale di realizzare un’infrastruttura per l’attraversamento
stabile dello Stretto, oltre 14.000 miliardi di lire d’investimenti
per un ponte di appena tre chilometri di lunghezza (1).
Questa tesi trova conforto in quasi tutti i più recenti rapporti
semestrali sullo stato della criminalità organizzata in Italia
della Direzione Investigativa Antimafia. Il primo allarme sugli
interessi suscitati tra le organizzazioni mafiose dalla ventilata
realizzazione dell’infrastruttura, è stato rilanciato in un
comunicato Ansa del 22 aprile 1998. "La DIA – si legge - è
preoccupata dalla grande attenzione della ‘ndrangheta e di Cosa
Nostra per il progetto relativo alla realizzazione del ponte sullo
Stretto". "Appare chiaro – aggiunge la Direzione
Investigativa Antimafia – che si tratta di interessi tali da
giustificare uno sforzo inteso a sottrarre il più possibile l’area
della provincia di Messina all’attenzione degli organismi
giudiziari ed investigativi" (2).
Le mani sul Ponte
La DIA torna sull’argomento con una più approfondita
valutazione, nella sua seconda relazione semestrale per l’anno
2000. Soffermandosi sulla ristrutturazione territoriale dei poteri
criminali in Calabria e in Sicilia, il rapporto segnala come le
ultime indagini hanno evidenziato che "le famiglie di vertice
della ‘ndrangheta si sarebbero già da tempo attivate per
addivenire ad una composizione degli opposti interessi che,
superando le tradizionali rivalità, consenta di poter aggredire con
maggiore efficacia le enormi capacità di spesa di cui le
amministrazioni calabresi usufruiranno nel corso dei prossimi
anni". Nel mirino delle cosche, secondo la DIA, innanzi tutto i
progetti di sviluppo da finanziare con i contributi comunitari
previsti dal piano "Agenda 2000" per le ‘aree depresse’
del Mezzogiorno, stimati per la sola provincia di Reggio Calabria in
oltre cinque miliardi di euro nel periodo 2000-2006. "Altro
terreno fertile ai fini della realizzazione di infiltrazioni mafiose
nell’economia legale – aggiunge il rapporto della DIA - è
rappresentato dal progetto di realizzazione del ponte sullo stretto
di Messina, al quale sembrerebbero interessate sia le cosche
siciliane che calabresi. Sul punto è possibile ipotizzare l’esistenza
di intese fra Cosa nostra e ‘ndrangheta ai fini di una più
efficace divisione dei potenziali profitti".
A prova del patto comune tra le due organizzazioni criminali per la
cogestione dei flussi finanziari previsti per la megainfrastruttura,
gli investigatori segnalano in particolare i
"collegamenti" emersi in ambito giudiziario nella gestione
dei grandi traffici di stupefacenti, tra malavitosi gravitanti nell’area
catanese e personaggi di spicco della ‘ndrangheta appartenenti al
clan Morabito di Africo Nuovo. L’asse strategico tra questi
potentissimi gruppi criminali ed il loro sofisticato modus operandi
è stato evidenziato dalle indagini sull’infiltrazione mafiosa
nella realizzazione dei grandi appalti pubblici nella provincia di
Messina, e in particolare nella gestione di attività illecite nella
locale Università degli Studi (3).
La Direzione Investigativa Antimafia ha arricchito questi elementi d’analisi
con gli ultimi due rapporti semestrali sulle attività d’indagine
espletate nell’anno 2001. Ciò che più preoccupa gli
investigatori è la nuova struttura della ‘ndrangheta sorta dopo
le guerre tra le cosche degli ultimi decenni, un’organizzazione
criminale "vivacissima" nel settore del traffico
internazionale di stupefacenti e con sempre maggiori possibilità di
infiltrazione negli affari economico-imprenditoriali, anche grazie
alla ridotta attenzione generale in tema di lotta alla mafia (4).
"Gli attuali standard organizzativi – si legge nella
relazione della DIA - hanno consentito l’acquisizione di ingenti
introiti finanziari in grado di sviluppare, accanto ai tradizionali
business, attività di natura imprenditoriale, apparentemente
lecite, che si presentano a costituire veicoli d’infiltrazione
della malavita all’interno del sistema economico. Una siffatta
strategia della ‘ndrangheta è quanto mai allarmante, soprattutto
nell’attuale fase di sviluppo calabrese, nella quale al sistema
imprenditoriale privato sono attribuite grandi responsabilità per
il progresso dell’economia regionale, soprattutto nel quadro dei
cospicui contributi comunitari per il piano pluriennale ‘Agenda
2000’ e con quelli, pure prossimi, relativi alla realizzazione del
Ponte di Messina".
A questa infrastruttura, è dedicato un passaggio chiave del
rapporto della Direzione antimafia: "Le prospettive di guadagno
che ne deriveranno non potranno non interessare le principali
famiglie mafiose operanti in Calabria. Inoltre l’entità degli
interessi per la costruzione del Ponte e la particolarità dell’opera,
sono tali da far ritenere possibile un’intesa tra le famiglie
reggine e Cosa Nostra, in vista di una gestione non conflittuale
delle opportunità di profitto che ne deriveranno". Come si
vede, gli investigatori confermano la possibilità di un’intesa
‘ndrangheta-Cosa Nostra per la suddivisione degli appalti relativi
al Ponte dello Stretto, una compartecipazione affaristica in linea
all’impostazione data a Cosa Nostra in Sicilia dagli uomini
affiliati a Bernardo Provenzano, incline alla trattativa ‘politica’
con le istituzioni dello Stato ed al recupero del coordinamento
regionale delle organizzazioni mafiose. E’ appunto questa
strategia d’intervento che ha restituito alla mafia la
possibilità di sfruttare a pieno le sue risorse economiche
principali: lo sfruttamento parassitario delle attività commerciali
e imprenditoriali locali e il controllo nel settore degli appalti
pubblici e delle imprese siciliane e nazionali che operano nell’isola.
Secondo la DIA, Cosa Nostra avrebbe ripristinato un elevato grado di
controllo sull’imprenditoria, specialmente quella del settore
edile, intercettando sia gli investimenti pubblici sia quelli
privati, "vuoi mediante l’estorsione pura e semplice, vuoi
con la partecipazione diretta ai lavori". "Con la
conseguenza – conclude la Direzione antimafia - che una rilevante
quota delle risorse investite viene sottratta alla realizzazione
dell’opera, determinandone una esecuzione non rispondente ai
criteri qualitativi stabiliti e la necessità di dare ricorso ad
ulteriori e non previsti finanziamenti". Uno scenario
particolarmente preoccupante proprio perché affermatosi in
prospettiva della "prossima realizzazione di una straordinaria
serie di opere indispensabili per l’adeguamento delle strutture
dell’isola agli standard nazionali ed europei" (5).
Il grande affare del consorzio ‘Ndrangheta-Cosa nostra S.p.A.
Sin qui le relazioni ufficiali del massimo organo d’investigazione
antimafia. Alle considerazioni precedenti vanno aggiunte le
dichiarazioni di due tra i maggiori rappresentanti degli organi
giudiziari dello Stretto, l’ex procuratore aggiunto di Reggio
Calabria, Salvatore Boemi, e il procuratore capo di Messina, Luigi
Croce.
Boemi, occupatosi di importanti indagini sulle infiltrazioni mafiose
nel tessuto economico calabrese e sull’asse ‘ndrangheta-eversione
di destra-massoneria e politica (6), ha ripetutamente messo in
guardia sui sempre più provati interessi mafiosi per l’accaparramento
degli enormi investimenti pubblici in arrivo a Reggio Calabria.
"Il Ponte è il grande affare del terzo millennio per Sicilia e
Calabria: se non se ne interessa la mafia, ne sarei sorpreso"
ha commentato nel corso dello speciale sul Ponte della trasmissione
‘Sciuscià’ di Michele Santoro, nel febbraio 2001. "Il
ponte sullo Stretto lo vogliono tutti, sarà un affare da 15 mila
miliardi" ha poi spiegato il dottor Boemi al giornalista Mario
Portanova ."Già fra la richiesta "ambientale" e i
subappalti, la mafia si appropria del 25 per cento dei soldi
pubblici che arrivano in Calabria" (7). Nonostante l’infiltrazione
dei gruppi criminali nei grandi appalti, lo stesso Boemi ha dovuto
lamentare la "cancellazione" del pool antimafia di Reggio
Calabria, la "fine di una stagione" di contrapposizione
alle cosche e ai comitati d’affari che "si preparano al varo
del ponte sullo Stretto e ai miliardi europei di Agenda 2000"
(8).
Nel mirino delle cosche ci sarebbero anche i quasi mille miliardi
relativi al cosiddetto ‘Decreto Reggio Calabria’, i
finanziamenti del Piano Urban per la riqualificazione del centro
urbano e quelli relativi alla costruzione di nuovi pontili per il
collegamento marittimo Reggio-Messina. "Relativamente al
problema del ponte sullo Stretto – ha aggiunto il procuratore
Boemi - vorrei capire come si possa conciliare questo investimento
sull'attraversamento stabile con i nuovi progetti per dar vita a
corsie preferenziali ai fini del potenziamento del traghettamento
dello stesso Stretto di Messina" (9). Il magistrato cioè,
oltre a denunciare il rischio d’infiltrazione criminale, pone il
dito contro la logica degli sprechi delle risorse economiche e
finanziarie e l’assenza di una politica organica dei trasporti da
parte delle classi dirigenti locali e nazionali.
Dall’altra parte dello Stretto, ha fatto eco al dottor Boemi, il
Procuratore capo della Repubblica di Messina, Luigi Croce. Nel corso
di un convegno organizzato dalla locale Associazione antiusura, il
magistrato ha denunciato i "contrastanti ed inquietanti"
segnali inviati alla città dal mondo criminale: "È forse
all'orizzonte, in vista anche della possibile costruzione del Ponte,
un'alleanza ancor più stretta tra Cosa Nostra e 'Ndrangheta che
passa per la città dello Stretto, per cui la crisi delle
organizzazioni locali potrebbe semplicemente aprire la strada a
un'invasione da parte delle organizzazioni mafiose esogene".
Anche il dottor Croce denuncia il clima di "generale
rilassamento" in tema di contrasto della criminalità, fattore
che alimenterebbe nella provincia di Messina gli interessi dei
gruppi mafiosi e dei settori dell’imprenditoria in rapporto con le
cosche. "In alcuni casi hanno costituito una vera e propria
"mafia bianca", meno appariscente di quella dei Riina, dei
Santapaola e, su scala più ridotta, degli Sparacio, ma non meno
perniciosa per lo sviluppo della città" (10).
Sui tentativi d’infliltrazione della mafia per l’accaparramento
del flusso delle risorse previste da ‘Agenda 2000’ e dai
progetti per le grandi opere infrastrutturali come il Ponte sullo
Stretto, è recentemente intervenuta anche la Procura di Palermo
attraverso il procuratore aggiunto Roberto Scarpiato. L’allarme è
stato ripreso dagli allora ministri del tesoro Vincenzo Visco e
delle finanze Ottaviano del Turco. Visco, riferendosi espressamente
al Ponte sullo Stretto, ha richiesto che "i controlli e
l'azione di prevenzione siano organizzati con grande attenzione,
grande energia e grande decisione". Del Turco, già presidente
della Commissione parlamentare antimafia che aveva indagato su
criminalità-politica e affari nel messinese, ha commentato che il
Ponte "deve riunire due realtà, quelle di Messina e Reggio
Calabria, in cui ci sono stati fenomeni che hanno coinvolto la vita
delle amministrazioni. E visto che la mafia si è occupata di tutti
gli appalti anche di minima entità si può immaginare che non metta
gli occhi su un appalto di 5-6 mila miliardi?" (11).
Un impatto criminale top secret
Le dichiarazioni degli ex ministri Del Turco e Visco sono il
frutto di intuizioni soggettive, oppure trovano un fondamento ‘scientifico’
e documentale? In realtà è difficile credere che i due componenti
dell’esecutivo abbiano parlato del ‘rischio infiltrazione’
senza una lettura del rapporto sul cosiddetto "impatto
criminale del Ponte", commissionato nell’anno 2000 al centro
studi Nomos del Gruppo Abele di Torino dagli advisor chiamati dal
Ministero dei lavori pubblici a valutare la fattibilità dell’opera
(12). Nonostante le conclusioni di questo studio siano state
secretate dai committenti e dallo stesso governo, alcuni dei
passaggi chiave sono stati rivelati in un articolo dello studioso
Giovanni Colussi pubblicato dal settimanale Carta, ed in un saggio
del sociologo Rocco Sciarrone sulla rivista Meridiana. E’ bene
riportarne alcuni passi.
"Sono state prese in considerazione le due possibilità offerte
dal ministero dei lavori pubblici e da quello del tesoro: Ponte
sullo Stretto e trasporto multimodale" scrive Colussi.
"Trattandosi di un’esperienza con pochi precedenti, gli
autori hanno dovuto ragionare su un modello interpretativo che
potesse offrire un’efficace descrizione dell’opportunità
criminale che si apriva, per i mafiosi, con un’opera come il
Ponte. Ed è stato scelto un modello di analisi essenzialmente
qualitativo, non essendo disponibili dati sufficienti che
consentissero la costruzione di indicatori efficaci sul piano
quantitativo. La storia dei gruppi criminali presenti sul
territorio, e la loro reattività alle opportunità offerte da altre
Grandi Opere, sono state incrociate con le caratteristiche dell’opera
in quanto tale: modalità di costruzione, la presenza o meno di
manodopera specializzata, il livello tecnologico richiesto nelle
varie fasi della lavorazione. Si è cercato quindi di identificare,
attraverso un’analisi del know-how criminale presente in loco, le
parti più a rischio di infiltrazione mafiosa" (13).
Per ciò che concerne il contesto geocriminale in cui s’inserisce
il progetto, i ricercatori di Nomos confermano come lo Stretto di
Messina si caratterizzi per essere un’area ad alta densità
mafiosa "in cui le attività criminali sono strutturate e
coordinate a livello organizzativo, e quindi realizzate con
sistematicità" (14). Analizzando il modo con cui mafie e
imprenditoria locale e nazionale hanno interagito principalmente in
Calabria per la realizzazione di grandi opere pubbliche (l’autostrada
Salerno-Reggio, il porto e la centrale di Gioia Tauro, ecc.), il
rapporto rileva la notevole capacità dei gruppi criminali di
inserirsi nei grandi appalti pubblici. "La ‘ndrangheta ha,
infatti, saputo imporsi in molte delle numerose infrastrutture
costruite in Calabria dagli anni sessanta ad oggi. E spesso le
strategie di infiltrazione sono state realizzate stringendo rapporti
di collusione con le imprese titolari degli appalti" e
instaurando "rapporti di scambio reciprocamente vantaggiosi con
il mondo della politica e dell’imprenditoria" (15). Dato il
contesto delle relazioni intercorse e dato il controllo pressoché
totale del territorio da parte della ‘ndrangheta, Nomos giunge a
dichiarare "pienamente fondato" il rischio criminalità
della localizzazione dell’infrastruttura in quest’area. Si è di
fronte ad un "danno atteso", in cui si prefigura un
rapporto di ‘cooperazione’ tra le cosche per l’accaparramento
degli appalti. A tal fine la ‘ndrangheta si è dotata, sul modello
della struttura organizzativa della mafia siciliana, di un organismo
unitario e centralizzato di coordinamento in grado di appianare le
controversie interne (16). Si ritiene infine plausibile un vero e
proprio "accordo di cartello" tra i vertici delle cosche
di ambedue le regioni: alle stesse conclusioni, come abbiamo visto,
sono giunti gli investigatori della Direzione Nazionale Antimafia.
Lo scenario degli appalti
Un elemento che rende particolarmente attrattivo il Ponte alle
cosche criminali – secondo il rapporto di Nomos - è l’ingente
somma prevista per la sua realizzazione, e soprattutto il fatto che
si è di fronte ad un’iperconcentrazione degli investimenti in un’area
territoriale limitata. E’ possibile prevedere che rispetto a
questa particolare condizione dell’opera, i gruppi mafiosi
metteranno in atto fondamentalmente due tipi di strategie per
accaparrarsi l’enorme flusso finanziario previsto. La prima
strategia, scrive Sciarrone, "ha a che fare direttamente con il
controllo del territorio e si sostanzia concretamente nel meccanismo
della estorsione-protezione. La seconda riguarda l’attività
imprenditoriale dei mafiosi e di loro eventuali soci e si traduce
empiricamente nell’inserimento dei lavori da eseguire". Il
pagamento del ‘pizzo’ sui lavori affidati in appalto o in
concessione, la protezione su scambi e accordi pattuiti da terzi, il
controllo e l’intermediazione rispetto al mercato locale del
lavoro, il collegamento e la mediazione con i circuiti
politico-amministrativi, appaiono le attività più prevedibili,
anche perché sono le meglio sperimentate dalle organizzazioni
criminali. "La realizzazione di un’opera come Il Ponte –
aggiunge Sciarrone - potrebbe costituire altresì una favorevole
opportunità per rapporti economici e attività imprenditrici che
vanno fondamentalmente in due direzioni: attraverso imprese
costituite e gestite direttamente da esponenti del gruppo criminale
e attraverso la costituzione di fatto (se non di diritto) di
società con imprenditori ‘puliti’" (17). Questi interventi
sono favoriti appunto dall’organizzazione stessa che si è data la
mafia calabrese, in grado ormai di poter agire con imprese e
società che, in vario modo, "sono da essa controllate e che,
assumendo forme del tutto legali, sono in grado di utilizzare tutti
gli strumenti tecnico-giuridici idonei a rendere
"invisibile" la presenza mafiosa" (18).
E’ tuttavia più credibile l’ipotesi che i gruppi criminali
puntino alla gestione diretta dei lavori. Come rilevato dall’ex
procuratore di Reggio Calabria, Salvatore Boemi, la ‘ndrangheta
non punta alle "estorsioni di piccolo cabotaggio", ma all’ingresso
da protagonista nella gestione diretta delle opere previste nella
provincia di Reggio. "Non vorrei – ha spiegato Boemi - che si
ripetesse in questa occasione l'errore che si fece, anni fa, ai
tempi del costruendo Quinto Centro Siderurgico di Gioia Tauro,
quando si rincorrevano piccoli affari mafiosi e si perdeva di vista
che la mafia era entrata nella grande torta" (19). Basta
pensare al grado di condizionamento esercitato dalla ‘ndrangheta
durante i lavori di costruzione della megacentrale a carbone, ancora
una volta a Gioia Tauro. "Non c‘era più soltanto il classico
inserimento delle ‘ndrine nei lavori di sub appalto – scrive lo
storico Enzo Ciconte – ma c’era l’individuazione dell’impresa
a "partecipazione mafiosa" la cui caratteristica
essenziale era di "far capo, comunque al mafioso, ma gestita da
un insospettabile prestanome. Inoltre, c’era anche il consorzio d’imprese
che univa insieme imprese mafiose e imprese non mafiose, e c’era
la complicità degli organi istituzionali dell’ENEL" (20).
Sino a qui, in realtà, l’analisi del centro studi del Gruppo
Abele di Torino non appare originale, poiché non ci sarebbero
differenze particolari del ‘rischio criminalità’ nel caso della
realizzazione del Ponte dello Stretto o di una qualsivoglia
megainfrastruttura in qualsiasi parte del territorio a controllo
mafioso. Se però si tengono in conto le specificità tecniche del
progetto (il Ponte in sé con le strutture portanti e le relative
infrastrutture d’accesso, di collegamento e di servizio), è
possibile definire un impatto criminale che ha carattere di unicità
nel panorama delle Grandi Opere. In verità Nomos sostiene che l’elevato
contenuto tecnologico dell’infrastruttura e la necessità di
reperire manodopera qualificata possano essere fattori d’ostacolo
per l’inserimento dei gruppi mafiosi. "La maggior parte degli
elementi che compongono l’impalcato e le torri sono prefabbricati
e preassemblati. Per questi lavori, si può ipotizzare che le
possibilità d’infiltrazione da parte di imprese mafiose o a
compartecipazione mafiosa siano ridotte. Molto dipenderà comunque
da come saranno articolati, lottizzati e appaltati i lavori
stessi" (21).
Una tesi difficile da condividere, anche perché risponde ad una
visione assai riduttiva delle capacità d’impresa delle
organizzazioni mafiose e che non tiene conto delle risultanze delle
più recenti indagini. Esiste realmente questa divisione di
competenza tecnologica tra la grande impresa ‘legale’ e l’impresa
in mano ai boss? E non è forse vero che attraverso l’investimento
in borsa di quantità inimmaginabili di denaro sporco, le
organizzazioni criminali siano entrate in possesso di cospicui
pacchetti azionari delle maggiori imprese ‘tecnologizzate’ così
da divenire esse stesse imprese mafiose o a capitale mafioso? La
scalata mafiosa al Gruppo Ferruzzi, holding finanziaria con vasti
interessi nel settore delle infrastrutture a tecnologia avanzata è
l’esempio più noto di questo processo di trasformazione del ruolo
imprenditoriale della criminalità. Proprio alla vigilia della
realizzazione delle grandi opere promesse dal governo Berlusconi,
sono stati raccolti ulteriori segnali che comproverebbero una
evoluzione in tal senso delle relazioni mafia-imprenditoria. Il
procuratore Pier Luigi Vigna, in una sua recente audizione davanti
alla Commissione parlamentare antimafia, ha fatto esplicito
riferimento ad "una vera e propria mimetizzazione in atto delle
imprese colluse con la mafia", fenomeno che si accompagna ad un
vasto movimento delle imprese stesse, una "sorta di
trasmigrazione" da una regione all’altra. Molte società
cioè, avrebbero deciso di trasferire la loro attività e di
abbandonare la Sicilia, lasciando il mercato libero ai grandi gruppi
imprenditoriali del Nord. E’ questo il frutto di un accordo più o
meno tacito, oppure è il segnale di una modifica in atto delle
stesse composizioni societarie delle holding finanziarie a capo
delle grandi imprese?
Al di là di una possibile sottovalutazione delle capacità
tecnologiche delle imprese mafiose, il rapporto Nomos è importante
perché giunge a quantificare la percentuale delle opere che
tuttavia sarebbero a specifico rischio d’infiltrazione criminale.
Il dato di per sé è allarmante: secondo il ricercatore Giovanni
Colussi circa il 40 per cento delle opere potrebbe alimentare i
circuiti mafiosi (22). E’ nei settori più tradizionali dell’intervento
criminale nei lavori pubblici (movimenti terra, trasporti, forniture
di materiali inerti e calcestruzzi), in cui è più facile glissare
normative e certificazioni antimafia, che secondo i ricercatori di
Torino è possibile un "maggior grado di permeabilità all’azione
di gruppi criminali". Il Ponte è un megamonumento di cemento
ed acciaio (è prevista la produzione e la movimentazione di oltre
1,1 milioni di tonnellate di cemento, 780.000 metri cubi d’inerti,
69.000 tonnellate d’acciaio, oltre 1,3 milioni di metri cubi di
materia di risulta). I mafiosi "cercheranno di inserirsi
proprio in attività di questo tipo, che costituiscono ormai da
tempo i settori che privilegiano e che in genere tendono a
monopolizzare" (23).
"Per quanto riguarda le torri – spiega ancora Rocco Sciarrone
- un rischio criminalità potrebbe in ipotesi manifestarsi nella
fase di scavo e della realizzazione delle fondazioni, il cui volume
complessivo è di 86.400 mc in Sicilia e di 72.400 mc in Calabria.
In questo caso, imprese mafiose – già esistenti o più
probabilmente costituite ad hoc – potrebbero rivendicare una
partecipazione diretta ai lavori, soprattutto per le fasi di scavo e
di movimentazione terra. Lo stesso rischio può essere segnalato per
quanto riguarda le strutture di ancoraggio dei cavi di sospensione,
per le quali è previsto un volume di 328.000 mc in Sicilia e di
237.000 mc in Calabria". "Se si tiene inoltre conto che
per la realizzazione del manufatto occorrono in totale circa 860.000
mc di calcestruzzo, il rischio criminalità appare di gran lunga
più elevato data la tradizionale specializzazione dei gruppi
mafiosi nel cosiddetto ‘ciclo del cemento’. Lo stesso rischio si
rileva in tutte quelle lavorazioni con procedure esecutive di tipo
standardizzato, che riguardano, ad esempio, verniciature, saldature,
pavimentazioni, ecc." (24).
"Da dove verrà tutto il cemento necessario a costruire il
ponte?", si domanda il sociologo Osvaldo Pieroni, autore di un
eccellente volume che analizza i limiti dell’infrastruttura.
"E chi gestisce in quest’area il mercato delle attività
estrattive, del cemento, delle costruzioni e degli appalti?". E’
lo stesso Pieroni a fare un lungo elenco di famiglie storiche della
‘ndrangheta reggina: i Mammoliti, i Mazzaferro e i Piromalli di
Gioia Tauro, gli Iamonte di Melito Porto Salvo, i Barreca di Pellaro,
i Pesce e i Pisano di Taurianova, i Serraino, i Viola e gli Zagari
di Roccaforte del Greco, i Fazzolari e gli Albanesi di Molochio
(25). I nomi sono gli stessi di quelli segnalati dai più recenti
rapporti della Direzione nazionale Investigativa Antimafia, accanto
ai clan Mancuso e Morabito, di cui si denuncia l’enorme
pericolosità "in virtù dei già percorribili segnali di
infiltrazione nel tessuto imprenditoriale legale", capace di
"condizionare le procedure di gare d’appalto".
Gallerie, ferrovie e viadotti, la vera manna della mafia del
Ponte
Ma è nell’ambito dei lavori per i collegamenti ferroviari e
stradali, in buona parte previsti in galleria (21,7 Km in Sicilia e
25,9 Km in Calabria) e delle rampe di accesso al Ponte, che secondo
Nomos il rischio criminalità è ancora più alto ed evidente. Tali
lavori prevedono notevoli volumi di scavo e discarica, oltre al
fabbisogno di inerti lapidei per calcestruzzi. Si avranno
complessivamente 4,2 milioni di mc di scavo sul versante siciliano e
3,9 milioni di mc su quello calabrese e nonostante le dimensioni di
queste opere, il progetto della Società Stretto di Messina non
fornisce ipotesi credibili sulla localizzazione e l’utilizzo delle
cave e delle discariche necessarie.
Ci sono poi le infrastrutture di servizio al Ponte, che nel progetto
comprendono un volume complessivo di fabbricati per ciascun versante
di 2.800 mc, un’area di servizio-ristoro in Sicilia (38.000 mc),
un centro commerciale e di ristoro in Calabria (35.000 mc), un
centro direzionale sempre in Calabria con un’area d’assistenza e
soccorso ed una caserma della polizia (15.000 mc), un albergo ad
anfiteatro (23.500 mq), un museo (2.300 mq). "Si tratta di
opere rilevanti, che richiederanno un impegno finanziario non
indifferente e che facilmente possono richiamare gli interessi dei
gruppi mafiosi" afferma il sociologo Rocco Sciarrone. "Il
rischio criminalità è dunque particolarmente elevato, tenendo
peraltro presente che tali opere saranno considerate secondarie –
e anche oggettivamente marginali – rispetto alla realizzazione del
manufatto e delle sue infrastrutture principali. Il livello di
"guardia" potrebbe essere più basso e ciò comporterebbe
di conseguenza un maggior grado di vulnerabilità di queste opere
rispetto a eventuali infiltrazioni mafiose" (26).
Un altro settore particolarmente sensibile alla penetrazione mafiosa
è quello relativo all’offerta di servizi necessari per il
funzionamento dei cantieri. Oltre alla tradizionale funzione di
guardiania, "i mafiosi cercheranno con molta probabilità di
inserirsi nelle fasi di installazione e organizzazione dei cantieri,
e successivamente anche nella gestione dei loro canali di
approvvigionamento. E’ dunque ipotizzabile il tentativo di
controllare il rifornimento idrico e quello di carburante, la
manutenzione di macchine e impianti e la relativa fornitura di pezzi
di ricambio, il trasporto di merci e persone" (27). Un’ultima
nota del rapporto Nomos sul rischio criminalità è riservata al
ruolo che i mafiosi potrebbero cercare di assumere, in termini di
intermediazione e speculazione, sui terreni da espropriare per la
costruzione delle infrastrutture di collegamento e di servizio.
Segnali d’allarme in tal senso, sono stati raccolti dal Forum
sociale di Messina tra gli abitanti della frazione di Faro-Capo
Peloro, in occasione del recente campeggio di lotta contro il Ponte
sullo Stretto.
Un 40% delle opere ad alto "rischio di azione criminale"
significano 5.600-6.000 miliardi di lire d’investimenti pronti a
finire nelle mani delle imprese di mafia. Nonostante lo scenario di
forte illegalità e incompatibilità socioterritoriale del progetto
Ponte, il vecchio governo di centrosinistra guidato da Giuliano
Amato ha scelto di occultare i risultati del rapporto, e per bocca
del sottosegretario ai lavori pubblici, on. Antonino Mangiacavallo,
ha ridimensionato l’"impatto criminale" dell’infrastruttura,
assimilandola ad un qualsiasi progetto per il trasporto multimodale.
"Il maggior pericolo, nel caso della realizzazione del Ponte,
non appare legato né alla natura dell'opera né alla sua
unitarietà" ha dichiarato Mangiacavallo, rispondendo ad una
serie di interrogazioni parlamentari. "A rendere più rischiosa
tale soluzione sembra solo essere la sua maggiore dimensione
finanziaria rispetto alla multimodalità, ma se le risorse pubbliche
liberate dalla scelta dello scenario multimodale venissero impiegate
per rendere tale stesso scenario più robusto, costruendo ponti,
aeroporti e strade (...), l'impatto sulla sicurezza dei due scenari
diverrebbe simile" (28). Nonostante il contorto gioco di
parole, il sottosegretario conferma implicitamente che la mafia è
pronta a spartirsi i lavori di realizzazione del manufatto.
Al grande appuntamento con il mostro tra Scilla e Cariddi le
autorità si stanno accingendo impreparate e senza gli strumenti
idonei ad impedire il grande banchetto delle cosche criminali
siculo-calabre. Debole e per lo meno inopportuna è la soluzione
auspicata dagli stessi ricercatori del Gruppo Abele, che nel
rapporto sul ‘rischio criminalità’ per i lavori del Ponte
prospettano la creazione di una task force guidata dai magistrati
"che opererebbero come aggiunti presso le DDA di Messina e
Reggio Calabria, coordinati dalla Direzione Nazionale Antimafia e
coadiuvati da un apposito nucleo della DIA, allo scopo di compiere
una sistematica attività d’indagine e di prevenzione nei
confronti di tutti i soggetti economici impegnati nell’opera"
(29)
Valutare come altissimi i costi in termini di militarizzazione e
controllo mafioso del territorio nel momento in cui si aprirebbero i
cantieri per il Ponte, dovrebbe portare ad una seria messa in
discussione del valore e della fattibilità dell’opera stessa. E’
particolarmente ingenuo pensare che l’enorme impatto
sociocriminale previsto possa essere ‘bilanciato’ e ‘controllato’
dal potenziamento degli organismi d’indagine e magari di polizia.
Il processo di militarizzazione della Sicilia, la realizzazione di
megaimpianti di guerra sotto il controllo dei più efficienti
sistemi d’intelligence degli Stati Uniti, non ha assolutamente
impedito l’infiltrazione criminale nei cantieri e nei servizi
delle basi e degli aeroporti. Di contro, esso è stato funzionale
alla composizione di nuovi e più agguerriti blocchi sociali
moderati e al potenziamento della forza politico-militare della
mafia. La realizzazione delle grandi opere militari ha avuto l’effetto,
non certamente secondario, di ridurre gli spazi d’espressione
democratica e d’organizzazione dei soggetti sociali antagonisti al
modello di sviluppo dominante e al complesso bellico-industriale. C’è
poi da chiedersi perché mai dovrebbe avere esito positivo l’implementazione
di una task force di magistrati e agenti speciali, in un’area dove
le forti contiguità tra i poteri hanno impedito l’esercizio della
giustizia e persino inquinato e depistato indagini strategiche per
colpire i santuari del crimine…
Non è un caso che l’ipotesi di un ‘nucleo speciale d’indagini’
sia piaciuta ai grandi Signori del Ponte. L’on. Nino Calarco,
direttore della Gazzetta del Sud e presidente della Stretto di
Messina, a proposito del rischio d’infiltrazione mafiosa negli
appalti è giunto a proporre di nominare l’ex procuratore
distrettuale della DDA di Reggio Calabria, Salvatore Boemi, a capo
della task-force che il governo dovrebbe istituire per la verifica
della legalità. "Boemi sarebbe l’uomo giusto anche perché
è stato il primo a sollevare il problema delle possibili
infiltrazioni mafiose" (30). Un tentativo di cooptazione e di
legittimazione delle classi dirigenti locali che non può che essere
respinto per la sua inutilità e pericolosità. Quali sarebbero poi
le garanzie e i supporti che il nuovo governo potrebbe mai dare a
task force del tipo di quella proposta per la ‘vigilanza’ dei
lavori del Ponte? Illuminante in proposito quanto ha dichiarato
recentemente il ministro delle infrastrutture Pietro Lunardi:
"Ci siamo preoccupati d’investire una piccolissima parte
delle somme destinate alla realizzazione delle grandi opere per la
sicurezza contro il rischio criminalità. Abbiamo siglato un accordo
con il ministero degli Interni e del Tesoro in virtù del quale sui
cantieri per le grandi opere saranno presenti tutori dell’ordine a
garanzia che tutto avvenga al riparo dalle pressioni mafiose.
Monitoraggio costante, dunque, sui cantieri, come peraltro sta già
avvenendo in altre zone d’Italia" (31). Nient’altro che
fumo: piccolissime somme di denaro e qualche tutore dell’ordine in
più. Per Lunardi, del resto, l’infiltrazione mafiosa nella
gestione delle grandi opere non può essere argomento d’allarme.
"Mafia e Camorra ci sono e dovremo convivere con questa
realtà" ha esternato il ministro nell’agosto 2001.
"Questo problema non ci deve impedire di fare le
infrastrutture. Noi andiamo avanti a fare le opere che dobbiamo
fare, e questi problemi di Camorra, che ci saranno, per carità,
ognuno se li risolverà come vuole".
Guerra e stragi per i lavori del Ponte
L’infiltrazione delle organizzazioni mafiose nella gestione
delle risorse finanziarie finalizzate alla realizzazione del Ponte
non è un processo recente, e soprattutto non è stato né lineare
né indolore. Al contrario, esso è passato attraverso una fase di
grave conflitto tra le maggiori cosche calabresi, culminata in una
vera e propria guerra che, nella seconda metà degli anni ’80, ha
disseminato di morti (oltre 600) le strade della provincia di Reggio
Calabria. Lo scontro militare scoppiò nell’ottobre del 1985 a
seguito dell’assassinio del boss di Archi Paolo De Stefano,
intimamente legato ai poteri economici, politici e massonici. Di lui
sono stati provati i legami con la Banda della Magliana e con gli
ambienti dell’eversione di estrema destra, alla quale si sarebbe
accostato "negli anni in cui frequentava l’Ateneo messinese,
ed attraverso tali ambienti con altri ancora più potenti ed
influenti a livello nazionale, quali quelli dei servizi segreti,
della massoneria deviata, del terrorismo internazionale e dei grandi
trafficanti internazionali di armi e droga" (32).
L’eliminazione di Paolo De Stefano fu la risposta, immediata, all’attentato
con un’autobomba cui era miracolosamente scampato il boss Antonino
Imerti, detto ‘nano feroce’, ma che costò la vita a tre
persone. Gli inquirenti non tardarono ad individuare la causa
scatenante del conflitto tra le cosche. "A quanto pare - scrive
Enzo Ciconte - la guerra era da mettere in relazione agli appalti
pubblici attorno a Villa San Giovanni in vista della costruzione del
ponte sullo stretto di Messina che avrebbe dovuto collegare
stabilmente le sponde della Calabria e della Sicilia" (33).
Alla stessa conclusione sarebbe giunto il Tribunale di Reggio
Calabria, in una sua recente ordinanza di arresto contro 191
affiliati alla ‘ndrangheta: "Tra le ragioni alla base della
"guerra di mafia" che ha interessato l’area di Reggio
Calabria tra il 1985 e il 1991, sembra esserci anche il controllo
dei futuri appalti relativi alla costruzione del Ponte sullo
Stretto" (34). La tesi viene sposata dalla Commissione
parlamentare antimafia in visita nel 1989, nella provincia di Reggio
Calabria. Pur senza fare esplicito riferimento all’infrastruttura,
la Commissione, soffermandosi sul caso di Villa San Giovanni, comune
che aveva visto cadere sotto i colpi di lupara affiliati alle cosche
e uomini politici locali, affermava che "i giudici hanno
chiarito che in questa località si è sviluppato uno scontro fra
cosche per la gestione di una cospicua, futura erogazione di denaro.
(...). E’ ragionevole pensare che al centro delle attenzioni da
parte della criminalità organizzata possa essere stato il Comune
più importante e produttivo (Villa San Giovanni) ove peraltro deve
essere decisa la realizzazione di importanti opere pubbliche"
(35).
In realtà lo scatenamento del conflitto seguì di poco gli annunci
favorevoli alla realizzazione dell’opera "in tempi
brevi" da parte dell’allora governo presieduto da Bettino
Craxi. Il leader socialista arrivò perfino a fissare le date del
progetto: "i lavori del Ponte dovranno iniziare nel 1988 e
terminare nel 1996" (36). Le aspettative furono alimentate
dalla firma, sempre nel 1985, della convenzione Stato-Società dello
Stretto di Messina che metteva nero su bianco sui tempi di
realizzazione dell’infrastruttura. L’anno successivo il
ministero dei lavori pubblici diretto da Claudio Signorile stanziava
220 miliardi per ulteriori studi e sondaggi nell’area tra Scilla e
Cariddi (37).
Il rapporto diretto guerra di mafia-Ponte ha trovato riscontro nelle
dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. Filippo Barreca,
deponendo durante il processo contro il boss Giorgio De Stefano ed
altri 34 affiliati alla ‘ndrangheta di Reggio Calabria, ha
spiegato che il conflitto tra Paolo De Stefano e Antonino Imerti
verteva proprio su chi dovesse esercitare la leadership sulla
gestione delle opere infrastrutturali: "Liberando il territorio
da Antonino Imerti, Paolo De Stefano si assicurava il controllo
della zona e, quindi, dei futuri lavori".
L’ex affiliato alla ‘ndrina Filippo Barreca ha aggiunto che fu
proprio l’esigenza di appropriarsi dei cospicui finanziamenti per
le opere pubbliche a spingere le cosche a ricomporre il conflitto
"L’interesse a che fosse ristabilita la pace in provincia di
Reggio scaturiva da una serie di motivazioni, alcune di ordine
economico (pacchetto Reggio Calabria e realizzazione del ponte sullo
Stretto) e altre di politica criminale" ha dichiarato Barreca
ai magistrati calabresi. "Anche i siciliani presero posizione
nel senso che andava imposta la pace fra le cosche del Reggino,
essendo in gioco grossi interessi economici la cui realizzazione
veniva compromessa da quella guerra. Mi riferisco al ponte sullo
Stretto nonché ad opere pubbliche che dovevano essere appaltate su
Reggio Calabria".
Il procedimento giudiziario scaturito dalla cosiddetta ‘Operazione
Olimpia’ ha accertato l’intervento dei maggiori esponenti di
Cosa Nostra siciliana per favorire la rappacificazione tra le cosche
calabresi, accanto ai vecchi patriarchi della ‘ndrangheta emigrati
in Canada e ad alcuni esponenti politici reggini vicini ai poteri
massonici e all’eversione di estrema destra. La pace di Reggio
rappresentò una vera e propria svolta nella storia della ‘ndrangheta,
che si riorganizzò sul modello delle ‘commissioni’ delle
province siciliane e con una struttura sempre più impermeabile alle
possibili infiltrazioni esterne. Le ‘ndrine ne uscirono dunque
rafforzate e ben organizzate per partecipare alla spartizione delle
nuove opere pubbliche programmate nell’area.
L’estorsione sui sondaggi
Una conferma degli interessi di Cosa Nostra nella gestione delle
attività relative alla realizzazione del Ponte è venuta da un
altro importante collaboratore di giustizia, il messinese Gaetano
Costa, che ha riferito di un incontro tenutosi a Roma intorno all’82-83
tra il suo ex braccio destro Domenico Cavò, poi assassinato, e il
boss Pippo Calò, mente economica delle cosche vincenti di Palermo,
"per discutere una questione concernente l’inserimento della
mafia nella gestione di alcuni sondaggi geologici in vista della
possibile realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina".
Questa dichiarazione ha trovato conferme in ambito processuale, nel
cosiddetto procedimento ‘Olimpia 4’, condotto contro le famiglie
dei Rosmini, dei Serraino, degli Imerti, dei Condello, dei Latella e
dei Paviglianiti, responsabili di una serie di episodi estorsivi e
di un vasto traffico di stupefacenti nella provincia di Reggio
Calabria (38). Grazie ai collaboratori di giustizia è stata,
infatti, provata l’attività estorsiva nei confronti dei
responsabili della ATP - Giovanni Rodio S.p.A. di Milano, la
società incaricata delle trivellazioni e dei sondaggi idrogeologici
nel corso degli studi di fattibilità del Ponte sullo Stretto, da
parte di Ciccio Ranieri, boss di Campo Piale, legato al clan Imerti
(39).
Per questa estorsione, Ciccio Ranieri è stato condannato in appello
a tre anni e quattro mesi di reclusione; ad accusarlo, è stato il
pentito di mafia Maurizio Marcianò, che ha pure identificato i
dirigenti della società che gli avevano versato alcuni milioni di
lire. L’atteggiamento dei funzionari della Rodio S.p.A. è stato
scarsamente collaborativo e in sede di dibattimento è accaduto
perfino che il capo cantiere dell'impresa, arrivato dall'estero per
testimoniare, nonostante l’ammonimento del presidente della Corte,
insistesse nel non riconoscere l'imputato Ranieri (40).
Cap. 2 – Messina, il Ponte e i Poteri Occulti
Lo Stretto di Messina, snodo degli interessi criminali
Molto si è scritto sulla potenza criminale della ‘ndrangheta e
sulla sua capacità di penetrazione nel tessuto socioeconomico della
Calabria. Un po’ meno si sa delle organizzazioni criminali
esistenti nel territorio messinese e solo dopo lo scoppio del
cosiddetto ‘Caso Messina’ nell’inverno-primavera del 1998,
mass-media, inquirenti e membri della Commissione parlamentare
antimafia hanno iniziato ad approfondire il ruolo e la portata della
mafia della città dello Stretto. E’ opportuno un approfondimento
per comprendere a pieno il contesto criminale in cui dovrebbe
sorgere la grande infrastruttura per il collegamento tra i
promontori di Scilla e di Cariddi.
E stata ancora una volta la Direzione Investigativa Antimafia ad
analizzare opportunamente il ruolo storico giocato da Messina per l’alleanza
strategico-operativa delle cosche siciliane e delle ‘ndrine
calabresi. Le risultanze delle indagini hanno accertato che grazie
alla sua posizione geografica, la provincia di Messina rappresenta
uno "snodo vitale", una sorta di "area comune",
non solo per l’economia siciliana ma anche per gli interessi di
Cosa Nostra e della ‘ndrangheta.
La provincia di Messina, scrive la DIA, è "caratterizzata da
vivaci e complesse dinamiche criminali locali in cui si evidenziano
costanti interferenze mafiose di diversa estrazione e provenienza
che, tuttavia, non sembrano mirare alla impostazione di un modello
di struttura criminale verticistico con competenza su tutto il
territorio della provincia. Si registra l’influenza di circuiti
malavitosi collegati alla Calabria, anche in funzione di proiezioni
verso zone ad elevata criminalità mafiosa del catanese e del
palermitano, contigue a quella messinese".
Storicamente la "massiccia infiltrazione" nel territorio
peloritano dei Corleonesi e dei clan catanesi è riferibile ai primi
anni ‘80, mentre nel corso degli anni ‘70, la città dello
Stretto era inserita a pieno titolo nella sfera di influenza della
‘ndrangheta calabrese. In quegli anni i boss dei gruppi emergenti
della criminalità messinese erano "immediatamente sottordinati"
ai capi storici della ‘ndrangheta quali Antonio Macrì di Siderno,
Girolamo Piromalli di Gioia Tauro e Domenico Tripodo di Reggio
Calabria. La città ed il suo hinterland furono trasformati nel
luogo favorevole alla permanenza dei latitanti, alcuni affiliati
persino ai gruppi camorristi campani (ad esempio il clan Misso,
coinvolto nella strage al rapido 804 dell’antivigilia di Natale
del 1984).
Nel sottolineare la sinergia criminale della ‘ndrangheta e di Cosa
Nostra, accanto alle più pericolose organizzazioni criminali
internazionali e alle aree ‘grigie’ della finanza e della
politica, la DIA ha specificato che in quest’ambito Messina è
stata assunta a ‘snodo di traffici e collegamenti’. "Si
tratta di interessi che ben potrebbero giustificare uno sforzo di
sottrarre il più possibile l’area della provincia di Messina all’attenzione
degli organismi giudiziari ed investigativi creando una sorta di
cuscinetto in cui allocare la sede di interessi comuni e di
rilevante importanza strategica". La città dello Stretto è
stato punto di riferimento di un vasto traffico internazionale di
armi e di riciclaggio di denaro proveniente dal commercio di
stupefacenti o di proventi di tangenti finite a politici,
imprenditori mafiosi, funzionari pubblici, a seguito del massiccio
investimento in opere pubbliche o di edilizia turistico-immobiliare,
in buona parte dal devastante impatto socioambientale. Come ha
sottolineato il Procuratore della Repubblica di Messina Luigi Croce,
nel capoluogo, "realtà morente sul piano
imprenditoriale", hanno trovato ampio impulso le estorsioni e
lo spaccio degli stupefacenti, mentre "massicci appaiono gli
inserimenti negli appalti dei lavori pubblici e nel riciclaggio di
denaro, con il successivo reimpiego in attività imprenditoriali
apparentemente lecite" (41). Le indagini giudiziarie sulla
cosiddetta ‘Mani Pulite dello Stretto’ hanno evidenziato che
negli anni ‘80 sono state finanziate nella provincia opere
pubbliche per ben 17.000 miliardi, un dato che corrisponde al 32%
del valore dei finanziamenti di opere in tutta la Sicilia.
Secondo quanto raccontato alla Commissione Antimafia da Angelo Siino,
il collaboratore di giustizia già ‘ministro-massone dei lavori
pubblici’ di Cosa Nostra, tutti gli appalti pubblici della
provincia, comprese le opere di minor rilievo, sono stati
"scanditi" dalle ‘famiglie’ di Palermo e di Catania.
"Le imprese messinesi potevano competere, vincere secondo un
codice governato dai due tronconi di Cosa Nostra garantendo il
rispetto delle competenze territoriali delle imprese", scrive
la Commissione parlamentare nella sua bozza di relazione sul ‘Caso
Messina’. "Tale Governo era pagato con una sorta di tassa che
derivava dai proventi dell’appalto. Le imprese che pagavano
potevano continuare a svolgere la propria attività. Quelle che
venivano dichiarate ‘insolventi’ perdevano ogni speranza di
poter svolgere qualunque lavoro. (...). Questa regia occulta
assicurata dalle famiglie siciliane e calabresi spiega la relativa
tranquillità ‘militare’ del territorio messinese. Ma questa
pace, interrotta di tanto in tanto da regolamenti di conti
sanguinari, era pagata con il prezzo altissimo della perdita di quel
livello minimo di legalità, di trasparenza, che fanno di un mercato
qualunque un’area del libero confronto tra energie economiche che
si confrontano su un terreno di pari opportunità". Nonostante
la Commissione antimafia eviti ogni classificazione, è indubbio che
questo sistema abbia prodotto quell’"interazione tra le
organizzazioni criminali e il blocco sociale a composizione
interclassista, egemonizzato da strati illegali-legali" proprio
della cosiddetta ‘borghesia mafiosa’, nell’accezione dei
maggiori studiosi in materia (42) .
La fitta rete tra poteri forti
Una delle contraddizioni più stridenti di Messina è stata
sottolineata ancora dalla Commissione parlamentare antimafia: è
quella che ha per oggetto "gli intrecci di interessi, le
alleanze e persino i legami di parentela ai livelli più alti di
responsabilità della vita istituzionale". "Una tendenza
al condizionamento della vita politica, sociale, economica,
giudiziaria, culturale, accademica – continua il documento dell’Antimafia
– tanto più efficace quanto più grande si manifestino i legami,
gli intrecci tra le istituzioni che contano: la magistratura da un
lato, il mondo accademico, quello economico e finanziario dall’altro".
A Messina, spesso, ampi settori della magistratura hanno ostentato
familiarità e amicizia con il potere politico ed imprenditoriale.
Negli anni ‘90 si è verificato che nella poltrona più alta della
Procura sedesse uno stretto congiunto del Rettore dell’Università,
al centro di delicate indagini perché socio di un’azienda a
conduzione familiare che ha fornito farmaci al Policlinico
universitario a prezzi sovradimensionati. Le recenti inchieste della
Procura di Catania hanno evidenziato un vasto circuito di
contiguità e collusioni tra importanti magistrati giudicanti e
inquirenti del distretto di Messina e i maggiori boss criminali
dello Stretto e finanche la concertazione di una strategia di
depistaggi e falsi pentitismi tesi alla protezione della cupola
politico-affaristica-mafiosa della provincia. Soffermandosi proprio
sul distretto giudiziario peloritano, la Commissione antimafia ha
evidenziato "conflitti profondi, divisioni irrimediabili,
guasti talmente forti da mettere in discussione la certezza dei più
elementari diritti alla giustizia che spettano ad ogni comunità
democratica, ad ogni consorzio civile".
Nel sentire comune, a Messina ‘giustizia non è mai stata fatta’;
corruzioni, omissioni, benevolenze, superficialità in indagini e
sentenze sono sotto gli occhi di tutti, e continuano ad essere
oggetto di procedimenti giudiziari e delle attività ispettive del
Consiglio Superiore della Magistratura. La sfiducia nella Giustizia
ha pesato come un macigno sulle possibilità di sviluppo democratico
di un’intera collettività.
Il crocevia dell’eversione neofascista e della massoneria
deviata
La relazione della Commissione antimafia, che pure ha il pregio
di aver messo le dita su alcune delle piaghe di Messina (malaffare
nell’Università, caso giustizia, inquietante gestione di alcuni
pentiti, ecc.), ha preferito non analizzare altri elementi che pure
hanno favorito il fenomeno mafioso e l’instaurarsi di un blocco di
potere che nelle sue dinamiche, per certi aspetti, appare similare
ai gruppi dominanti nelle narcodemocrazie dell’America Latina.
Il Comitato per la pace e il disarmo unilaterale di Messina,
pubblicando nel 1998 il volume ‘Le mani sull’Università’, ha
denunciato come per l’ingresso in città della criminalità
mafiosa alla fine degli anni ‘60, sia stato centrale il legame dei
gruppi criminali con le organizzazioni di estrema destra (Ordine
Nuovo, Avanguardia Nazionale) che operavano in quegli anni a Messina
grazie alle coperture di ampi settori della magistratura e delle
autorità di pubblica sicurezza.
Alle medesime conclusioni è giunta recentemente la Procura di
Messina rinviando a giudizio decine di affiliati al clan di Africo
dei Morabito, che in legame con le cosche del messinese e del
barcellonese hanno cogestito i maggiori appalti infrastrutturali e
di gestione dei servizi dell’Ateneo e dell’Opera Universitaria,
controllando altresì il mercato a pagamento degli esami e delle
lauree (Operazione ‘Panta Rei’). Nell’ateneo di Messina si è
consumato un patto scellerato tra affiliati alle ‘ndrine e
militanti neonazisti finalizzato alla gestione di appalti di
forniture e servizi e alla realizzazione della cosiddetta ‘strategia
della tensione’ per bloccare i processi di democratizzazione in
atto nel paese.
La convergenza tra i poteri criminali è già stata al centro di
numerose inchieste (si pensi alle risultanze cui sono giunte la
Commissione parlamentare sulla P2 o le procure che indagano sulle
stragi – Milano, Firenze, Reggio Calabria, ecc.). Quello che non
si sapeva è che Messina ha avuto un ruolo strategico all’interno
del panorama eversivo nazionale, anche grazie al fatto che in città
si sviluppò parallelamente un’altissima concentrazione di logge
massoniche ‘ufficiali’ e ‘deviate’ (43). E’ stata la
stessa Direzione Investigativa Antimafia a sottolineare come a
Messina la massoneria potrebbe essere stata "il canale di
collegamento con ambienti politico-affaristici di altissimo livello,
normalmente non alla portata delle cosche tradizionali".
Nell’area dello Stretto hanno operato importanti iscritti alla P2
di Licio Gelli, tra cui ex questori ed ex comandanti dell’Arma e
il nucleo più numeroso del sud Italia di appartenenti all’organizzazione
militare segreta Gladio (44). Senza enfasi è possibile affermare
che molti dei segreti della storia della Repubblica passino da
Messina. Alcuni dei protagonisti della stagione delle bombe nell’università
negli anni ‘70, sono stati condannati per le grandi stragi
politico-mafiose del ’92-’93, mentre altri sono stati indagati
all’interno dell’inchiesta, oggi archiviata, sui cosiddetti ‘Sistemi
criminali’, i mandanti coperti della strategia destabilizzante
degli ultimi anni, tra massoneria, servizi segreti ed alta finanza.
Come vedremo più avanti, perlomeno uno di questi personaggi è
stato in relazione con i maggiori gruppi finanziari ed industriali
che concorrono alla realizzazione del Ponte sullo Stretto.
Messina metafora del Mezzogiorno senza sviluppo
Messina ha così assunto il ruolo di centro nevralgico per l’accumulazione
e il riciclaggio di denaro sporco; è il luogo dove si è fatta
asfissiante la concentrazione dei poteri economici e criminali; è l’area
strategica per la concertazione di progetti lesivi dello sviluppo
democratico del paese, protagonisti le mafie siciliane e calabresi e
quelli che impropriamente vengono definiti ‘poteri occulti’, le
logge massoniche, alcuni gruppi di derivazione neofascista e certi
segmenti paraistituzionali presumibilmente legati ai servizi segreti
‘deviati’. Ma più che il teatro di una spy story dai confini
indefinibili Messina è forse solo una metafora di un Sud asservito
ad un modello di sviluppo che ha dilapidato immense risorse del
territorio, ha visto il trasferimento a Nord d’inestimabili
capitali finanziari e di saperi, ha accresciuto la disoccupazione e
consegnato intere aree al dominio della borghesia mafiosa.
La radiografia tracciata dal CENSIS nel suo rapporto del marzo 1998
su ‘Legalità e sviluppo a Messina’, evidenzia come la città
dello Stretto sia caratterizzata da buona parte dei fattori
socioeconomici che hanno condannato al sottosviluppo il Mezzogiorno
d’Italia. Innanzi tutto, l’esclusiva vocazione al terziario e l’alto
tasso di disoccupazione (45). A Messina, dopo la frenetica
urbanizzazione degli anni Sessanta e Settanta, nell’ultimo
decennio è stata registrata la fuga dal centro urbano del 2,5%
della popolazione. La valutazione del CENSIS dei consumi culturali
ha delineato una situazione di ‘scarsa vitalità’ e la bassa
propensione alla creazione di associazioni a carattere artistico e
culturale. Di contro il numero degli operatori finanziari è ben al
di sopra della media nazionale, mentre la quantità di sportelli
bancari è in linea con i valori nazionali (46). Ciò, spiega il
rapporto dell’istituto di ricerca è "elemento di ambiguità
anziché di sviluppo, in un contesto sospettato di
riciclaggio". A questa specificità messinese si aggiungono i
fenomeni tipici di tante aree del Sud, l’assenza di mobilità
sociale, il sempre maggiore disagio dovuto ai processi di cattiva
urbanizzazione (baraccopoli post-terremoto 1908 mai risanate,
creazione di quartieri ghetto, assenza di servizi sociali e verde
pubblico attrezzato), la deindustrializzazione (a Messina le
tradizionali attività legate alla trasformazione agrumaria e alla
cantieristica sono pressoché collassate), la crisi del settore
edilizio (ambito ‘protetto’ dalle amministrazioni, che in
assenza di Piano regolatore in soli 30 anni ha visto triplicare il
patrimonio immobiliare della città, contro un aumento della
popolazione di appena il 25%).
Il CENSIS ha posto altresì l’accento sulla ‘debolezza’ della
società civile, "sia come incapacità di rappresentare
pubblicamente i grandi problemi (sottosviluppo, disagio sociale,
inefficienza delle istituzioni, ecc.), sia come poca disponibilità
all’impegno per la soluzione dei problemi stessi". In una
realtà caratterizzata dall’arretratezza socioeconomica, ciò non
può che privilegiare l’insediamento mafioso.
La città e le istituzioni di Messina hanno vissuto la ‘rimozione’
pressoché generale del fenomeno criminale. Sempre il CENSIS
ipotizza che questo atteggiamento sia stato favorito da una ‘convergenza
d’interessi’, "alcuni in buona fede, altri dubbi, altri
sicuramente tesi a creare una copertura per una presenza che alla
fine degli anni Ottanta era forte e pervasiva". Come si vede
una tesi similare a quanto denunciato dalla Direzione Investigativa
Antimafia, nella sua radiografia sui processi criminali in atto nell’altra
città dello Stretto, Reggio Calabria. Questa fitta rete d’interessi
piccoli e grandi ha impedito che per anni il problema della mafia a
Messina emergesse nella coscienza civica. Ha altresì accelerato –
aggiunge il CENSIS - l’evoluzione della rete criminale, cresciuta
sull’estorsione e l’usura e "dunque sulla capacità di
inserirsi nell’economia territoriale, stringendo una sempre più
fitta strategia d’intervento con l’imprenditoria e ampi settori
della vita politica".
E’ nel settore del prestito usuraio che si è particolarmente
realizzata la contiguità della criminalità con i settori ‘produttivi’.
Messina, oggi, si colloca al terzo posto, dopo Napoli e Roma, tra le
province d’Italia più a rischio d’usura. E il capitale d’usura
non sarebbe tutto d’origine mafiosa, ma proverrebbe in parte da
soggetti insospettabili, che vedono nel ‘prestito di denaro’ un
investimento redditizio e a basso rischio. Questo sistema illegale
ha trovato il suo migliore terreno di coltura in quei settori
caratterizzati dalla gestione clientelare delle aziende di credito,
dalla scarsa professionalità degli imprenditori, dalla recessione,
dalla "tendenza del sistema economico a perseguire la rendita
piuttosto che il rischio imprenditoriale". E’ in questo
contesto sociale perverso, frantumato, deideologizzato, che
attecchisce e si sviluppa il sogno-mito del collegamento stabile tra
Scilla e Cariddi.
Una nuova cattedrale per il deserto meridionale
Il polo siderurgico di Gioia Tauro, l’Italsider di Bagnoli e
Taranto, i poli chimici siciliani di Gela, Milazzo, Priolo. Per
decenni le grandi concentrazioni industriali altamente inquinanti o
le megainfrastrutture sono state le uniche ricette del ‘modello di
sviluppo’ proposto per il Mezzogiorno. Il Ponte, in linea con il
passato, è la panacea offerta alla gente dello Stretto, chimera
"capace di enormi ricadute economiche ed occupazionali e di
accelerare la crescita socioeconomica e l’integrazione delle
popolazioni dell’area dello Stretto". "Quando il
manufatto sarà pronto – ha dichiarato enfaticamente il
neoministro delle infrastrutture Pietro Lunardi – si registrerà
una trasformazione del territorio straordinaria sotto i profili
urbanistico, economico e sociale" (47).
Come rilevato dal CENSIS, la filosofia che sta dietro il progetto
del Ponte è la stessa che vede nella grande opera pubblica la
chance privilegiata di riscatto del Mezzogiorno: "Una filosofia
niente affatto nuova, e che ha per lungo tempo guidato la politica
degli interventi pubblici nel Meridione. Una filosofia che ha
portato ad una serie di storiche disfatte dello Stato nella
battaglia per lo sviluppo del Sud". Filosofia, prosegue il
CENSIS, dominata da alcune dinamiche perverse: "la cultura
delle inaugurazioni contro quella delle manutenzioni (realizzata l’opera
ne si trascura la gestione); la tendenza al gigantismo a scapito di
una diffusione degli interventi; la tendenza a posizionare le opere
sulla base di considerazioni elettorali o assistenziali e non nel
quadro di un progetto organico di sviluppo; la tendenza a
considerare l’opera pubblica come un pretesto per l’erogazione
di rendite a più livelli; l’asistematicità dell’intervento; l’incertezza
dei finanziamenti".
Il Ponte assume così l’aspetto di un’imponente ‘Cattedrale
sullo Stretto’, o più correttamente di un’infrastruttura che
accelera il processo di ‘desertificazione’ dei trasporti del sud
Italia, dove restano incomplete le reti autostradali e ferroviarie e
insufficiente la viabilità secondaria (specie in Calabria e
Sicilia), e dove si è ancora lontani dal definire un progetto di
sistema delle comunicazioni, che punti al rilancio della rete
portuale e del cabotaggio. Il sogno-modello del Ponte - e non è
casuale - si afferma nel momento stesso in cui nell’area dello
Stretto è in atto il progressivo smantellamento del sistema di
trasporto pubblico delle ferrovie a favore delle compagnie private
in mano ad imprenditori assistiti, ben protetti dal potere politico
locale e nazionale, strenui oppositori d’ogni politica d’integrazione
del sistema dei trasporti da e verso la Sicilia.
I cavalieri neri dello Stretto
L’attraversamento dello Stretto si è così trasformato nel
Pozzo di San Patrizio di due potenti gruppi armatoriali,
opportunisticamente consorziatosi: sono essi che guardano con sempre
più interesse alle opere di finanziamento e di realizzazione di una
megainfrastruttura tra Scilla e Cariddi. Da una parte, in Calabria,
i Matacena della Caronte S.p.A. (48), con il patriarca Amedeo
senior, passato alla storia dell’Italia repubblicana per essere
stato uno dei maggiori finanziatori della rivolta di Reggio Calabria
nel 1970 (49). Dall’altra il gruppo Franza, comproprietario della
Tourist Ferry Boat, la seconda grande impresa che opera tra Messina
e Villa San Giovanni e che nel solo anno 2000 ha fatturato con il
trasporto del gommato oltre 60 miliardi di lire (50).
Due società armatoriali che una recente inchiesta della Procura di
Messina ha provato essere state assoggettate per anni al pagamento
del pizzo dalla ‘ndrangheta calabrese, in particolare dal gruppo
guidato dal boss di Archi Paolo De Stefano, e dalle cosche messinesi
guidate da Domenico Cavò, Salvatore Pimpo e Mario Marchese. Le
dazioni annue sarebbero state di oltre mezzo miliardo di lire, a cui
si sarebbe aggiunta l’assunzione di amici e parenti di uomini
affiliati alle cosche. La Caronte e la Tourist si sarebbero
sottoposte silenziosamente al sistema estorsivo pur di accrescere in
piena tranquillità i propri fatturati con il monopolio del
trasporto di auto e tir tra Messina e Villa San Giovanni (51).
Per anni si è creduto che fossero i ‘signori del traghettamento
privato’ i rappresentanti locali di quei "poteri
occulti" che si sarebbero opposti alla realizzazione del Ponte
sullo Stretto. In realtà è stato il contrario. Con il Ponte i due
gruppi armatoriali hanno tutto da guadagnare, ed in vista della sua
realizzazione sono state riorganizzate società ed holding ed
avviate invadenti strategie di mercato e d’immagine.
La famiglia Matacena, in particolare, ha tentato di entrare
direttamente nella gestione delle opere relative all’attraversamento
stabile dello Stretto di Messina, costituendo ad hoc la Società
Ponte d’Archimede (presidente Elio Matacena, figlio di Amedeo
senior) e brevettando il progetto di un ponte sommerso, ancorato ai
fondali da una serie di tiranti metallici. Il progetto di
fattibilità tecnica è stato presentato per conto delle società
Saipem, Snamprogetti, Spea e Tecnomare, ha ricevuto cospicui
finanziamenti da parte dell’Unione europea ed ha visto il
coinvolgimento del Politecnico di Milano e dell’Università
Federico II di Napoli. Tuttavia l’ipotesi di un ponte semi
sommerso è stato scartato dalla Società Stretto di Messina che ha
preferito l’alternativa del ponte sospeso (52).
Ciò non ha significato la resa finale del gruppo armatoriale e
attraverso Amedeo Matacena junior, eletto parlamentare di Forza
Italia nel ’94 e nel ’97, è stata intrapresa una battaglia
nelle maggiori sedi istituzionali contro l’ipotesi ‘ponte
sospeso’, a difesa del progetto del ‘ponte d’Archimede’.
Amedeo Matacena junior è perfino giunto a scrivere direttamente a
Silvio Berlusconi per chiedere di "approfondire i motivi che
hanno sempre privilegiato il progetto Ponte a scapito di un tunnel
collegante lo Stretto" e ad invitare, l’allora ministro dei
lavori pubblici Antonio Di Pietro, a considerare "i progetti
relativi al tunnel dello Stretto di Messina che costano un terzo
rispetto al ponte e hanno un impatto ambientale meno dannoso"
(53).
Gli interventi dell’ex deputato di Forza Italia non sono stati
proficui e presto l’intero partito-azienda ha preso le distanze
non solo dall’ipotesi progettuale del gruppo Matacena, ma perfino
dello stesso Amedeo junior, non ricandidato alle ultime politiche.
Hanno certamente pesato in questa scelta le gravi accuse di
contiguità con la criminalità organizzata calabrese di cui è
stato vittima il politico-imprenditore dello Stretto. Accuse finite
al vaglio del tribunale di Reggio Calabria che nel marzo 2001 ha
condannato l’on. Amedeo Matacena junior, a cinque anni e quattro
mesi per associazione mafiosa e voto di scambio con le cosche. Per i
giudici, è stata dimostrata "una perfetta sintonia d’intenti
del Matacena sia con le cosche reggine sia con quelle delle altre
aree calabresi di maggior peso criminale, dalla Piana di Gioia Tauro
al cosentino" e la "rilevanza e influenza nella
risoluzione di questioni interne alla ‘ndrangheta". Nella
sentenza di condanna di Amedeo Matacena, i giudici hanno descritto i
rapporti "accertati sin dalla giovinezza" con il boss
Paolo De Stefano (54), le "frequentazioni affettuose" con
le famiglie Alvaro e Mammoliti e gli "interventi e l’assistenza"
in sede istituzionale e giudiziaria a favore del clan
Rosmini-Serraino (55).
Amicizie pericolose
"Matacena – si legge nel dispositivo di sentenza del
Tribunale di Reggio Calabria – era per le sue qualità familiari
ed economiche, ritenuto idoneo a rivestire direttamente cariche
pubbliche elevate per la realizzazione dei propri interessi"
(56). In precedenza Amedeo Matacena junior era stato accusato dal
pentito Rocco Nasone di averlo incontrato in occasione delle
elezioni amministrative del 1988 e di aver ricevuto 10 milioni per
sostenerlo elettoralmente. Alle successive elezioni regionali, il
Matacena si sarebbe recato frequentemente a Scilla per incontrare
gli affiliati Vincenzo e Pasquale Gaietti; secondo un collaboratore
di giustizia di Sibari, il Matacena avrebbe inoltre partecipato nell’aprile
1992 ad una cena elettorale assieme ad altri mafiosi in favore del
candidato liberale Attilio Bastianini (57).
Stando al collaboratore Pasquale Nucera, affiliato al clan Iamonte
di Melito Porto Salvo, Amedeo Matacena junior, nel settembre 1991,
qualche mese prima della campagna elettorale che avrebbe segnato l’avvento
della Seconda repubblica, sarebbe stato tra i partecipanti della
riunione annuale delle famiglie della ‘ndrangheta presso il
santuario della Madonna dei Polsi in Aspromonte. "Era presente
– ha dichiarato Nucera - seppure defilato, Matacena junior ‘il
pelato’, appartato con Antonino Mammoliti di Castellace". Il
vertice sarebbe stato di rilevanza strategica e vi sarebbero
intervenuti, tra gli altri, esponenti mafiosi di Canada, Australia,
Stati Uniti e Francia e uno strano personaggio presumibilmente
legato ai servizi segreti. Nel corso della riunione, sempre secondo
il Nucera, il boss calabrese Francesco Nirta avrebbe fatto
riferimento all’inizio di una campagna per la conquista del potere
politico, grazie ad "uomini nuovi per formare un partito che
sia espressione diretta della criminalità mafiosa da portare al
successo elettorale attraverso una campagna terroristica" (58).
Sei mesi più tardi avrebbe preso il via la lunga stagione delle
stragi, gli assassinii dei giudici Falcone e Borsellino prima, gli
attentati a Roma, Firenze e Milano dopo.
"Sulle dichiarazioni dei pentiti contro di lui ci sono
riscontri di tutti i generi", ha rilevato il procuratore di
Reggio Calabria Salvatore Boemi. "Il rapporto fra Matacena e la
mafia è organico. Lui mette in contatto imprese e clan e in cambio
chiede voti. È riuscito a imporre come vicepresidente della
Provincia uno come Giuseppe Aquila, barista della Caronte e nipote
di Demetrio Rosmini, boss dell'omonimo clan che nella guerra di
mafia dei primi anni Novanta si alleò con lo schieramento
Serraino-Condello-Imerti, contro la potente famiglia De
Stefano" (59). La gestione del servizio bar-ristorazione a
bordo delle unità navali della Caronte S.p.A., presso cui era
impiegato l’Aquila, era stato affidato dai Matacena prima a Bruno
Campolo e successivamente al figlio Giuseppe Campolo. Bruno Campolo
è stato condannato a otto anni di reclusione per traffico di droga,
ma neanche dopo la condanna "venne a mancare il rapporto di
fiducia con la famiglia Matacena", come segnalano i magistrati
reggini che hanno indagato sull’ex parlamentare di Forza Italia.
Anche al fratello Elio Armando Matacena, presidente della Società
Ponte d’Archimede, sono state contestate relazioni d’affari con
personaggi chiacchierati. In particolare egli è stato titolare del
51% delle azioni della Sogesca, società di cui il restante 49% era
nelle mani di Giancarlo Liberati, esponente locale di Forza Italia
e, secondo i magistrati, "uomo della ‘Ndrangheta, legato ai
Molè e ai Piromalli di Gioia Tauro" (60). La Sogesca era stata
fondata con il nome di In.co.tur e lo scopo societario prevedeva la
fornitura di servizi navali; poi si era trasformata in Sogesca per
la gestione degli appalti nel settore edile, ottenendo il subappalto
per la costruzione della Scuola allievi carabinieri di Reggio
Calabria. Nel 1997 la società fu dichiarata fallita ma la
successiva inchiesta rivelò una serie di presunte irregolarità
contabili e amministrative. A pesare sui bilanci in rosso una lunga
serie d’assunzioni per fini clientelari ed elettorali. Per il
fallimento della Sogesca, il giudice del Tribunale di Reggio ha
deciso recentemente il rinvio a giudizio di Elio Armando Matacena,
del fratello Amedeo junior e di altri sei imputati. Un procedimento
avviato in stralcio all’inchiesta sulla bancarotta dell’azienda
edile, relativo ad una presunta estorsione ai danni della società
Edilmil e che vedeva sotto accusa l’ex parlamentare di Forza
Italia, Giancarlo Liberati e l’ex vicepresidente della Provincia,
Giuseppe Aquila, si è invece concluso con l’assoluzione di tutti
gli imputati (61).
L’impero dei Franza
Sono sicuramente state meno esplicite e più coperte le
"attenzioni" relative alla realizzazione del Ponte del
secondo gruppo armatoriale dello Stretto, quello con sede nella
città di Messina. Eppure anche la famiglia Franza concorre a
partecipare al grande banchetto degli appalti e dei subappalti.
Meno nazionalmente noti dei ‘soci’ Matacena, i Franza sono a
capo di un vero e proprio impero economico-finanziario, che dal
settore del traghettamento privato in Sicilia si estende a quello
industriale, alla cantieristica (62), all’edilizia privata (63) e
al settore turistico-alberghiero, dove grazie alla controllata
Framon Hotels, i Franza gestiscono in tutta Italia diciotto
alberghi, con un giro d’affari di 100 miliardi e 600 dipendenti. I
Franza hanno creato anche società per la gestione dei Beni
Culturali e dei Servizi multimediali (Tourinternet e Datacom). Tra
le proprietà della famiglia, ci sono immobili per un valore di
oltre trenta miliardi e pacchetti azionari della maggiore emittente
radiofonica delle città di Messina e Reggio Calabria (Antenna dello
Stretto) e d’importanti società sportive locali, in particolare
del Messina Calcio che milita in serie B (64).
Insomma, una vera e propria holding, di cui è però la gestione del
traghettamento del gommato l’attività più redditizia. Un vero e
proprio moltiplicatore di utili e profitti che erroneamente si
ritiene ‘a rischio’ nel caso in cui entrasse in funzione il
Ponte. In realtà la megainfrastruttura non ha fatto mai paura al
gruppo messinese. Nel 1986, quando era in corso un vero e proprio
scontro politico tra le classi dirigenti calabresi e siciliane
relativo alla reale fattibilità dell’opera (65), intervenne
pubblicamente a difesa del progetto del Ponte, l’ingegnere
Giuseppe Franza, fondatore dell’omonimo impero finanziario.
"Come operatore economico – dichiarò Franza - ritengo che un’opera
così grandiosa aiuti il nostro territorio, risolva il problema del
collegamento con l’altra sponda e crei comunque un così vasto
movimento da rivoluzionare tutta la nostra realtà economica e
sociale. Gli effetti positivi si vedranno già durante la
costruzione a parte poi, ad opera ultimata, il beneficio del
richiamo turistico e ambientale nonché l’interesse culturale per
un manufatto di alta ingegneria e di tecnica specializzata".
Nell’occasione l’ingegnere Franza espresse inaspettatamente il
proprio dissenso verso l’ipotesi progettuale sostenuta dal socio
Matacena. "Contrario mi ritengo al tunnel che trovo un
congiungimento anomalo, che non potrà mai dare al territorio gli
stessi benefici del ponte sospeso" (66).
Gli farà eco, otto anni più tardi, la consorte Olga Mondello
Franza, succeduta alla guida della holding dopo la morte del
fondatore. "Per noi, la costruzione del ponte sarebbe un grande
business. Durante i dieci anni occorrenti alla realizzazione dell’opera
il nostro lavoro aumenterebbe notevolmente. E poi lavoreremmo a
pieno ritmo per diversificare l’attività. Per noi il problema non
si pone. Il Ponte sullo Stretto non ci fa paura" (67).
Le parole non permettono fraintendimenti. Il gruppo Franza, in altre
parole, è pronto per concorrere direttamente alla realizzazione
dell’opera, sia per capitalizzare il presumibile aumento del
traffico nello Stretto in concomitanza dei lavori di esecuzione, e
sia per ampliare la quota del proprio mercato quando, a Ponte
ultimato, l’alto costo del passaggio attraverso l’infrastruttura
spingerà sempre più automobilisti a scegliere la fedeltà con il
traghettamento. E’ forse casuale che sia stata proprio l’amministratrice
della Tourist Olga Franza, a fare da anfitrione del ministro Pietro
Lunardi, durante la sua visita a Messina nell’aprile 2002 ai
luoghi in cui dovrebbe essere realizzato il Ponte sullo Stretto?
(68). E come spiegare che tale disponibilità si sia ripetuta
qualche mese dopo durante il sopralluogo tra Scilla e Cariddi del
neopresidente della Stretto di Messina Giuseppe Zamberletti e dell’intero
consiglio d’amministrazione al seguito?
In realtà al grande appuntamento del Ponte, la potente famiglia
dello Stretto si è preparata a dovere, innanzi tutto promuovendo
una grande intesa con le maggiori imprese di costruzioni della
provincia di Messina, fondando nel giugno 1997, il Consorzio
Costruttori Messinesi per competere con le maggiori imprese del Nord
nel settore delle grandi opere pubbliche in via di finanziamento
nella provincia di Messina e per la gestione di società miste per
lo sviluppo dei servizi pubblici e privati. In realtà il nuovo
consorzio appare lo strumento più idoneo per accrescere il peso
dell’imprenditoria locale nella contrattazione diretta degli
appalti e dei subappalti per la realizzazione del grande manufatto
(69). Per non dimenticare che attorno al Ponte dovrebbero sorgere
infrastrutture turistico-immobiliari e ‘culturali’, settori dove
il Gruppo Franza non conosce avversari nell’area dello Stretto.
Banche e finanziarie per la cementificazione dello Stretto
Ma è particolarmente nel settore bancario e finanziario,
strategico per la reperibilità di parte dei finanziamenti necessari
alla realizzazione del Ponte sullo Stretto, che il gruppo Franza è
intervenuto attivamente e con lungimiranza. Da sempre vicini agli
uomini di vertice dei maggiori istituti presenti nel capoluogo dello
Stretto (70), attraverso la Cofimer, cassaforte finanziaria del
gruppo, i Franza hanno acquisito nei primi anni ’90 lo 0,51% del
pacchetto azionario della Banca Commerciale italiana (COMIT),
successivamente entrata a far parte del Gruppo Banca Intesa Bci
(71).
Nel 1999 la famiglia Franza ha fatto ingresso nella cordata d’imprenditori
siciliani (72) e istituti di credito del Nord (le banche popolari di
Vicenza, Novara e Verona), sorta per concorrere all’acquisizione
di Medio Credito Centrale, e attraverso esso, della controllata
Banco di Sicilia. Un’operazione arenatasi a causa dell’intervento
della Banca di Roma che è riuscita a battere la concorrenza e ad
annettersi il prestigioso istituto bancario dell’isola. Il gruppo
armatoriale messinese tuttavia, è riuscito ad inserire un proprio
rappresentante (Pietro Franza, figlio secondogenito dei consorti
Giuseppe e Olga Mondello), nel consiglio d’amministrazione della
Banca di Credito Popolare di Siracusa, entrata a far parte del
gruppo che fa capo alla Banca Antoniana Popolare Veneta (73). E’
da rilevare come alla direzione generale dell’Antonveneta e alla
vicepresidenza della Banca Popolare di Siracusa sieda il dottor
Silvano Pontello, già addetto alla presidenza della Banca Privata
di Michele Sindona, il finanziere originario della provincia di
Messina che mise a servizio di Cosa Nostra e dei poteri eversivi
internazionali il proprio impero bancario.
Ma il vero colpo nell’universo creditizio, il Gruppo Franza lo ha
messo a segno di recente inserendosi in Consortium, la finanziaria
cui aderisce un gruppo d’imprenditori e di banche italiane e che
nel marzo 2001 ha scalato con successo l’impero di Mediobanca,
acquisendone il 14,5% del pacchetto azionario. Sono due holding
lussemburghesi, la Work and Finance e la Tourist Internacional,
società riconducibili al Gruppo Franza di Messina, a possedere
attualmente il 5% delle quote della Consortium (74). Quest’operazione
fa della famiglia messinese uno dei maggiori centri finanziari del
paese. Oggi i Franza operano attivamente sulla Borsa di Londra
grazie alla Sofig Invest (75), e sempre attraverso la Cofimer
controllano il pacchetto di maggioranza di un’importante società
di gestione finanziaria, la Marathon Holding, con un patrimonio di
oltre 150 miliardi di lire (76).
Che il sistema bancario guardi con estrema attenzione all’ipotesi
di fattibilità del Ponte non è un segreto. Nel settembre del 2001,
presso il ministero delle infrastrutture diretto da Pietro Lunardi,
si sono tenute le audizioni di una decina di banche nazionali ed
estere, interessate a vagliare la finanziabilità dell’infrastruttura.
Tra i principali istituti presentatisi la Banca Opi (S.Paolo-Imi),
la Abn Amro, la Banca Intesa Bci ed Unicredito: come abbiamo visto
in Banca Intesa è confluita la Banca Commerciale di cui è
azionista la Cofimer dei Franza, mentre Unicredito è socia in
Consortium-Mediobanca delle holding lussemburghesi degli armatori
messinesi.
C’è infine un’ultima ‘coincidenza’ che conferma la spinta
pro-infrastruttura dei maggiori istituti di credito. Recentemente la
Banca Popolare di Lodi ha deliberato lo stanziamento di 500 milioni
di euro di crediti agevolati a favore delle imprese interessate alla
costruzione del Ponte di Messina. La Popolare di Lodi, oggi il nono
gruppo bancario d’Italia, ha acquisito ben sette istituti di
credito in Sicilia, tra cui la Banca del Sud di Messina, presieduta
dal defunto on. Giuseppe Merlino, sindaco andreottiano di Messina
negli anni ’70, poi deputato all’Assemblea siciliana e assessore
regionale, ritenuto uno dei ‘soci ombra’ del Gruppo armatoriale
dei Franza (77). Vedremo in seguito con quali obiettivi il sistema
bancario italiano guarda alla finanziazione delle opere di
realizzazione del Ponte dello Stretto e come siano forti in quest’ambito
gli interessi delle industrie del cemento e quelli delle maggiori
società edili nazionali.
Cap. 3 – La borghesia elettiva del Ponte dello Stretto
Monopolio dell’informazione e partito del cemento
Pur essendo rimasto ancorato alla fase preprogettuale, la
megainfrastruttura per l’attraversamento dello Stretto ha già
causato i primi dissesti sul tessuto sociale di Messina. Il
modello-ponte ha favorito tra le forze politiche e culturali, tra
gli imprenditori e la collettività, un preoccupante atteggiamento
di passività, la mancanza di fantasia e di ricerca di uno sviluppo
soft, autocentrato ed ecocompatibile, il disimpegno istituzionale a
reperire finanziamenti per progetti alternativi, l’assoggettamento
al sistema politico-clientelare dominante portavoce dell’istanza
progettuale.
La scelta consociativa del Ponte che a Messina vede uniti da
Alleanza Nazionale ai Democratici di Sinistra (78), i sindacati, le
forze economiche e cultural-educative, l’Ateneo universitario, i
club service, finanche i massimi vertici della Chiesa locale - con
la sola esclusione e conseguente marginalizzazione e
criminalizzazione dei circoli di Verdi e Rifondazione Comunista - ha
reso impossibile la dialettica democratica sul futuro della città.
Il ‘ponte immaginato’ è causa e conseguenza stessa della crisi
di democrazia a Messina.
Assai raramente i mass-media hanno dato voce a chi ha espresso
pareri scientifici controtendenza e manifestato dissenso e
perplessità sulle compatibilità socioambientali dell’opera,
sulla sua fattibilità sia dal punto di vista tecnologico che sulle
possibilità di reperimento degli ingenti finanziamenti necessari, e
sulla dubbia vocazione occupazionale del manufatto (79). La campagna
stampa ossessiva del maggiore organo d’informazione di Messina e
della Calabria, la Gazzetta del Sud, ha impedito il confronto tra le
parti, ha avvelenato le competizioni elettorali, ha
irresponsabilmente mistificato dati ed informazioni e demonizzato
gli avversari.
"Preoccupata di smussare ogni angolo, generando oggettivamente
una sorta di assuefazione verso i drammi regionali - scrive il
sociologo Fulvio Mazza in un volume sul ruolo dell’editoria nel
Mezzogiorno - la Gazzetta del Sud ha avuto un ruolo determinante di
costruzione del consenso pro-infrastruttura e di cloroformizzazione
delle coscienze e dei vissuti, disincentivando l’impegno sociale e
politico delle collettività e dunque contribuendo al clima generale
di apatia e insofferenza". E’ stato "il giornale dei
notabili che tarpa le ali a quel poco di società civile calabrese
che esiste e che tenta di decollare" aggiunge Fulvio Mazza.
"Da ‘giornale-ponte’ tra la Sicilia e la Calabria, è
diventato il ‘giornale del Ponte’, sponsorizzando qualsiasi
iniziativa e qualsiasi politico (dalla destra ai diessini di
governo) favorevoli alla realizzazione del Ponte sullo Stretto di
Messina" (80).
L’interventismo dell’organo di stampa a favore della
megainfrastruttura dello Stretto ha ragioni antiche, risponde ad
interessi economici profondi neanche tanto dissimulati. Un’azione
di ‘intossicazione dell’informazione’ esercitata in pieno
regime di monopolio anche grazie alla fitta rete di
compartecipazioni che legano la società editoriale della Gazzetta
del Sud a quelle dei quotidiani ‘cugini’ dell’isola, detentori
a loro volta della proprietà di quasi tutte le maggiori emittenti
televisive siciliane. Nei fatti non esiste testata nel sud Italia
che non intrecci i propri azionisti con quelli del ‘giornale del
Ponte’ e se poi si pensa agli accordi di mercato per la
coproduzione delle pagine di politica interna ed estera con i
quotidiani del Gruppo Monti (La Nazione di Firenze, Il Resto del
Carlino di Bologna, Il Giorno di Milano) o a quelli per la stampa
presso le industrie tipografiche siciliane dei maggiori quotidiani
nazionali, possiamo affermare che la forza monopolistica della
società editoriale che sta dietro la Gazzetta del Sud è invadente
quasi quanto l’’anomalia’ italiana rappresentata dal gruppo
politico-economico di Mediaset. Basterà un’occhiata alla
proprietà e agli uomini che siedono nel consiglio d’amministrazione
della Gazzetta per comprendere come mai il quotidiano e i suoi
soci-alleati della carta stampata si siano caratterizzati per il
furore nella crociata a favore di quattro immense torri ed una lunga
campata di cemento armato ed acciaio che sconvolgeranno il paesaggio
dello Stretto (81).
Nino Calarco l’Uomo del Ponte
A simbolizzare il ruolo della Gazzetta del Sud di portavoce
ideologico del ‘partito del Ponte’ c’è la figura del suo più
che trentennale direttore Nino Calarco, sino al dicembre dello
scorso anno presidente della Società Stretto di Messina (82). La
sua nomina ai vertici della società cui è stata affidata la
progettazione della megainfrastruttura, risale all’estate del
1990, con decreto dell’allora presidente del consiglio Giulio
Andreotti, persona a cui Calarco è rimasto particolarmente legato,
al punto da invitarlo, insieme all’ex presidente della Repubblica
Francesco Cossiga, ad un importante appuntamento pubblico a Messina
nella primavera del 1997 (83).
Nino Calarco non ha mai nascosto le tendenze politiche ultramoderate
ed ha ricoperto per una legislatura il ruolo di senatore della
repubblica, dal 1979 al 1983, nelle file della Democrazia Cristiana
(84). E’ la stessa ala moderata del partito a volerlo tra i propri
membri nella costituenda Commissione parlamentare d’inchiesta
sulla P2, presidente un’altra DC, l’on. Tina Anselmi. Eppure il
quotidiano diretto da Calarco si era caratterizzato fino allora per
numerosi articoli contro i giudici che indagavano sulla superloggia
di Licio Gelli definiti "filocomunisti", e di cui s’ipotizzava
la partecipazione ad un ipotetico 'complotto'.
Nonostante la scoperta delle liste della P2, il quotidiano siciliano
continuerà a pregiarsi dei fondi e degli editoriali di alcuni
giornalisti risultati affiliati, in particolare di Alberto Sensini,
già capo dell'ufficio romano del Corriere della Sera, poi direttore
della Nazione (85), dell’ex parlamentare socialdemocratico
Costantino Belluscio (86) e di Gustavo Selva (tessera P2 n. 1814),
già direttore del Gr2 Rai, poi europarlamentare DC, oggi senatore
di AN.
Nino Calarco dovette lasciare l’incarico in Commissione
parlamentare a seguito dell’inaspettata non rielezione al Senato,
nel 1983. Sette anni più tardi però, l’establishment governativo
della prima Repubblica gli offrì la presidenza alla Stretto di
Messina, società costituita nel 1981 dal Gruppo Iri-Italstat, dalle
Ferrovie dello Stato, dall’ANAS e dalle Regioni Calabria e Sicilia
(87). Calarco subentrò ad un altro ex parlamentare democristiano
messinese, l’on. Oscar Andò, padre dell’allora sindaco di
Messina Antonino Andò; vicepresidente fu nominato Gianfranco
Gilardini, in passato manager del gruppo finanziario Agnelli-Fiat,
mentre ad amministratore delegato della Stretto di Messina fu
insediato il dottor Baldo de Rossi (Italstat).
L'essere stato abbastanza critico a riguardo di certi atteggiamenti
della società non addebitabili all'on. Andò e non solo attraverso
il giornale che dirigo (...), ma soprattutto attraverso i miei
interventi esterni in dibattiti, tavole rotonde, conferenze
internazionali, avr forse sensibilmente contribuito a convincere l'on.
Andreotti ad accogliere la proposta in tal senso delle forze
politiche siciliane e calabresi, con la neutralità delle
opposizioni. E' la spiegazione che Nino Calarco ha dato delle
motivazioni della scelta fatta a suo favore dall'esecutivo. Alla fin
fine, si saranno detti, scegliamo uno che ci far conoscere
correttamente i momenti progettuali. Infatti, oltre a dover
rispondere al potere politico, Calarco dovr farlo nei confronti dei
lettori della Gazzetta. E i lettori, si sa, giudicano un direttore
giorno per giorno. Uno che, per professione, non è mai incline,
come ogni giornalista, a tenersi niente nel cassetto..." (88).
Né Calarco, né le forze politiche di maggioranza e d'opposizione
hanno avuto mai dubbi sull'opportunit che il Presidente della
Stretto di Messina abbia continuato a mantenere contestualmente la
carica di direttore della Gazzetta del Sud, anzi questo è stato
presentato come elemento di trasparenza pubblica e di modello per
raccogliere le tendenze di giudizio dei lettori-cittadini-futuri
utenti del Ponte. Peccato che il sistema abbia funzionato più da
fabbrica del consenso che da supervisore dei consensi-dissensi sull’operato
della Società e sulla valenza dell’iter progettuale.
Ciò non ha impedito al presidente-direttore Nino Calarco di
assumere ulteriori incarichi che ne hanno rafforzato il ruolo di ‘uomo
del Ponte’, cementificando gli interessi del gruppo editoriale
attorno all’infrastruttura. Egli è stato prima nominato direttore
della Rtp-Radio Televisione Peloritana, maggiore emittente
televisiva dell’area dello Stretto, e poi presidente della
Fondazione Bonino-Pulejo, azionista di maggioranza della
SES-Società Editrice Siciliana, comproprietaria della Gazzetta del
Sud e delle due reti televisive della Rtp (89). Con il risultato che
oltre a poter giudicare da sé il proprio operato e quello della
Stretto di Messina, Nino Calarco e il gruppo imprenditoriale a capo
delle sue testate, hanno potuto estendere il potere lobbista a
favore del mostro di cemento tra il mitico Stretto di Scilla e
Cariddi.
La fabbrica del consenso
C’è una vicenda che è emblematica del potere di pressione
politica che è stato esercitato in regime monopolistico dagli
uomini della Gazzetta del Sud a favore del Ponte e della Società
che lo ha progettato, nonostante il quotidiano - nelle intenzioni di
Calarco - avrebbe dovuto essere l’organo ‘neutrale’ per far
"conoscere correttamente i momenti progettuali". La
vicenda è emersa in occasione di un’indagine della Procura di
Reggio Calabria su un presunto caso di malasanità che nell’anno
2000 ha visto coinvolti il direttore generale dell’Asl, l’assessore
regionale alla sanità, alcuni politici di vertice del
centrosinistra e perfino gli affiliati alla potente cosca di Mario
Audino (90).
Secondo l’accusa, a fare da "mediatore" tra i differenti
protagonisti dell’affare, il noto giornalista Paolo Pollichieni,
responsabile della redazione reggina della Gazzetta del Sud: per gli
inquirenti era "capace di scatenare campagne di stampa a
comando e di condizionare le decisioni della giunta regionale".
Il giornalista sarebbe stato in stretto contatto con l’imprenditore
Giovanni Minniti, sospettato di collusioni con la criminalità
organizzata, amministratore unico della EdiIminniti, società
vincitrice di appalti per decine di miliardi accanto alla CMC -
Cooperativa Muratori Cementisti di Ravenna. I contatti di
Pollichieni, ritenuto la memoria storica di tutti i fatti di cronaca
nera della regione, si estendevano ai maggiori palazzi del potere
nazionale, compresi ministeri e l’Alto comando dei Carabinieri
(91).
Intercettando le telefonate di Pollichieni, i giudici di Reggio
scoprono le frequenti chiamate ad uno dei massimi esponenti della
politica nazionale,l'allora sottosegretario alla presidenza del
Consiglio Marco Minniti, successivamente passato al ministero della
difesa (92). Il politico diessino è tra i maggiori sostenitori
della realizzazione del Ponte di Messina, e proprio di ponte e
Società dello Stretto, gli investigatori gli sentiranno parlare con
Pollichieni in più di un’occasione. Durante un incontro a Scilla
il 30 luglio 1999 tra il sottosegretario e il redattore della
Gazzetta del Sud, quest’ultimo telefona con un cellulare al
proprio direttore-presidente Nino Calarco. "La chiamo oggi
perché sono qui con Marco e la voleva salutare". Il cellulare
viene poi passato al politico diessino. Calarco e Minniti parlano di
politica e dell'ex presidente Francesco Cossiga, infine il direttore
si rivolge per chiedere un favore: "Senti una cosa... l'unica
potenza che tu non riesci a esplicare... con questi maledetti
burocrati del ministero dei Lavori pubblici... ancora questo decreto
del bando non c'è!".
L’argomento in questione riguarda un bando per il finanziamento
della Società Stretto di Messina, che Nino Calarco vorrebbe che
fosse acquisita dall’ANAS. Della questione il direttore dice di
averne parlato direttamente con il Presidente del consiglio Giuliano
Amato. "E Con Giuliano Amato come è andata?" gli chiede
Marco Minniti. "Favoloso, favoloso" gli risponde Calarco.
"Però il problema caro Marco è che bisogna trovare nella
Finanziaria un po' di spiccioli perché io debbo chiudere la
società perché non ho più una lira! ... Non è che è una grossa
cifra... 4... 5 miliardi... ".
Una decina di giorni più tardi Pollichieni e Minniti si rincontrano
per chiamare nuovamente il direttore Calarco. Quest’ultimo ritorna
sul tema del finanziamento della Stretto di Messina: "Marco, ti
volevo segnalare due cose... primo che in questa Finanziaria...
qualche cosa la dovete inserire... L'altro è che Bargone rema
contro... ancora... dice che è andato da D'Alema... a dire... ma
quale, il ponte sullo Stretto!". Minniti interrompe per
rassicurare il presidente: "Ho capito va boh... adesso vedo
io..." (93).
"L'interessamento richiestomi, che io ritengo legittimo nella
sostanza, non nella forma – ha spiegato Marco Minniti - era
finalizzato alla concessione di fondi per il pagamento degli advisor".
"Devo precisare - ha poi aggiunto - che lo stanziamento dei
fondi era stato autonomamente previsto dal ministero del Tesoro
proprio per il pagamento degli advisor". Minniti cioè,
conferma di essere intervenuto istituzionalmente per perorare la
causa del presidente Calarco, anche se però la decisione di pagare
le parcelle ai consulenti per la progettazione sarebbe stata presa
‘autonomanente’ dall’esecutivo. "Non mi sono più
interessato della questione Ponte sullo Stretto di Messina – ha
concluso - ma ritengo che con l'approvazione della Legge finanziaria
sia stato concesso il finanziamento necessario al pagamento degli
advisor" (94).
La pubblicazione sul settimanale Panorama degli stralci delle
telefonate tra il giornalista Pollichieni, il direttore Calarco e il
sottosegretario Minniti e le implicite conferme dell’azione di
lobbing sul governo degli uomini della Gazzetta del Sud non sono
stati sufficienti a sollevare in sede parlamentare l’evidente
conflitto di interessi del presidente della Stretto di Messina.
Diversamente è successo due mesi più tardi, quando nel corso di un’intervista
ai giornalisti Rai di ‘Sciuscià’, il sen. Calarco, nel
rispondere sulla possibilità d’infiltrazione criminale nella
realizzazione del Ponte arrivava a dichiarare: " Se la mafia
fosse in grado di costruire il Ponte, benvenuta la mafia".
Il Ponte prima di tutto, perfino al di là dei confini della
legalità e dei comuni valori di giustizia. Stavolta insorsero i
parlamentari di Verdi e Rifondazione e alcuni Democratici di
Sinistra e furono chieste le dimissioni di Nino Calarco dalla carica
di presidente della Stretto di Messina. Il conflitto però durò
appena qualche giorno. Il governo decise di non revocare l’incarico
e Calarco rifiutò di dimettersi limitandosi a dichiarare all’Ansa
di essersi "pentito di aver detto e fatto registrare quella
frase" pur respingendo "con fermezza, la interpretazione
capziosa e strumentale che ne è stata fatta". "Se gli
onorevoli interroganti non sono riusciti a percepire il senso della
mia provocatoria affermazione – aggiunse - significa che abbiamo
raggiunto il massimo dell'incultura. Non mi resta che ripetere la
famosa frase di Aldo Moro ‘ma quanto sono noiosi’" (95).
Il Calarco pernsiero sul possibile rapporto mafia-Ponte è
certamente più che singolare e lo dimostra quanto affermato in
occasione di un recente Festival dell’Unità a Messina (ottobre
1999). "Il ponte è stato contrastato dai ‘poteri forti’
– ha denunciato il direttore della Gazzetta del Sud, pur
astenendosi dallo specificare chi e come si nasconderebbe dietro
questi ‘poteri’. "Anche la mafia non vuole il Ponte e non
vuole controlli sullo Stretto, come dimostrano i venticinque anni
che non sono bastati per attivare il sistema radar Vts che farebbe
scoprire tutti i traffici illeciti che vi si consumano, a partire
dal contrabbando" (96). Per Calarco in pratica, la criminalità
organizzata ha tutto da perdere con la realizzazione della
megainfrastruttura. La militarizzazione del territorio che ne
deriverebbe, impedirebbe la realizzazione dei traffici che si
realizzano nello Stretto. Peccato che di questi traffici la Gazzetta
del Sud non sia mai stata prodiga d’inchieste e di denunce.
La Fondazione, il Ponte ed altro ancora
Nino Calarco oltre ad aver ricoperto contestualmente il ruolo di
direttore delle maggiori testate giornalistiche e televisive dell’area
dello Stretto, presiede la Fondazione Bonino-Pulejo, espressione di
uno dei più agguerriti gruppi politico-economico-imprenditoriali
locali che ha convertito le proprie attività ‘benefiche’ a
strumento di propaganda a favore della fattibilità dell’"ottava
meraviglia del mondo", il Ponte sullo Stretto di Messina.
La Fondazione prende il nome dai coniugi Uberto Bonino e Maria Sofia
Pulejo, entrambi scomparsi, fondatori della Società Editrice
Siciliana e della controllata Gazzetta del Sud. Una rapida occhiata
alla biografia del cavaliere-industriale Uberto Bonino per
comprenderne l’importanza nella recente storia del capoluogo dello
Stretto. Figlio di un ammiraglio della Regia Marina, Bonino acquisì
un ingente patrimonio finanziario grazie alla produzione e alla
distribuzione della farina per conto del Comando Alleato sbarcato in
Sicilia nel 1943, le stesse attività che consentirono ad un oscuro
avvocato di provincia, Michele Sindona, a sperimentare le proprie
doti affaristiche.
Alla fine della seconda guerra mondiale, Uberto Bonino fece ingresso
in politica, fondando a Messina il partito liberale con il massone
Gaetano Martino, futuro ministro degli esteri (97). Bonino venne
eletto con il PLI nella costituente del 1946; poi fu riconfermato
alle politiche del 1948. Transitato nelle file del partito
monarchico, venne rieletto alle tornate del ’55 e del ’58. Dopo
un breve ritiro dalla vita politica attiva, Bonino si ricandidò con
successo nel ’72 con l’MSI alle elezioni per il rinnovo del
Senato (98). L’attività politica si alternò con quella di
imprenditore e di filantropo; dopo una presidenza ventennale della
Banca di Messina, istituto di cui Bonino ha detenuto un pacchetto di
minoranza sino all’avvento di Michele Sindona (99), il cavaliere
fondò la SES - Società Editrice Siciliana e nel 1973 l’omonima
Fondazione, che nei disegni del senatore-editore doveva trasformarsi
innanzi tutto nel centro propulsore delle attività didattiche e di
ricerca dell’Università di Messina.
Oggi, la Fondazione Bonino-Pulejo è la principale entità
finanziatrice delle attività didattiche e di ricerca dell’Università
e di quelle culturali dell’Opera universitaria (100). Vengono
finanziate borse di studio, specializzazioni, ricerche, seminari e
corsi di laurea brevi; la Fondazione ha istituito persino un Centro
per il trattamento dei neurolesi in consorzio con l’Ateneo di
Messina e la locale facoltà di Medicina. Per sottolineare il grado
di coesione esistente tra la grande impresa editoriale meridionale e
l’università, lo statuto della Fondazione prevede la presenza di
diritto nel proprio consiglio d’amministrazione dei Rettori vecchi
e nuovi dell’Ateneo e dell’amministratore della SES-Società
Editrice Siciliana (101).
L’occupazione dell’Università da parte della Fondazione è un
processo che è proseguito anche in questi ultimi anni segnati dal
"rinnovamento nella legalità" voluto dal nuovo rettore
Gaetano Silvestri, dopo lo scoppio del ‘caso Messina’ e della
scoperta del dominio dell’Ateneo da parte delle cosche di ‘ndrangheta.
Di questo bisogna dare atto alle capacità di coinvolgimento
trasversale del direttore-presidente. E’ innegabile che con la
guida assunta da Nino Calarco, la Fondazione Bonino Pulejo è
riuscita ad allineare fedelmente docenti e ricercatori al grande ‘partito
del Ponte’, con la conseguenza che l’Università di Messina è
mancata ai suoi doveri istituzionali di analisi sui possibili
impatti socio-ambientali, e peggio, nella ricerca di strategie
alternative di sviluppo economiche per l’area dello Stretto.
Troppo spesso, così, uno dei maggiori atenei del Mezzogiorno ha
legato la propria immagine al sogno progettuale della
megainfrastruttura. Nel settembre del 1994, ad esempio, le
Università di Messina e Reggio Calabria insieme alla Fondazione
Bonino Pulejo e al Consorzio dell’Istituto Superiore dei Trasporti
di Reggio Calabria hanno organizzato un convegno internazionale sui
trasporti nell’area dello Stretto in cui i relatori, tutti, si
sono detti favorevoli alla realizzazione del Ponte.
Significativamente a concludere i lavori, è stato chiamato il
direttore della Gazzetta e presidente della Società Stretto di
Messina Nino Calarco.
Otto anni più tardi, in piena campagna di rilancio delle Grandi
Opere e dell’ipotesi progettuale del Ponte, la Fondazione è scesa
in campo accanto alle Università dello Stretto e al ministero dell’Istruzione,
finanziando l’indagine del Consorzio interuniversitario Almalaurea
sulla ‘condizione occupazionale dei laureati’. L’appuntamento
scientifico si è trasformato in una tribuna del presidente Calarco
per richiamare attorno al Ponte "l’attenzione delle facoltà
di Ingegneria di Messina e di Reggio Calabria" e quella degli
studenti e dei neolaureati ingegneri a cui l’infrastruttura potrà
fornire "centinaia" di posti di lavoro (102).
In realtà le due facoltà di ingegneria dello Stretto si sono
particolarmente distinte nell’organizzare importanti meeting ‘scientifici’
a sostegno degli elementi tecnico-strutturali del megaprogetto. E
più dell’improbabile sbocco occupazionale per i propri laureati
esse sperano di ottenere un riconoscimento diretto e concreto dal
Ponte: il professore Aurelio Misiti, assessore regionale della
Calabria e presidente del Consiglio superiore dei Lavori Pubblici,
uno dei maggiori sostenitori dell’infrastruttura, ha già promesso
la realizzazione a Reggio della ‘Galleria del vento’ e a Messina
della facoltà di Scienze dei materiali (103).
Consiglieri e consigliori dell’azienda di beneficenza
Che la Bonino-Pulejo si sia trasformata nel tempo nella
Fondazione del Ponte ne è prova la mutua relazione che è
intercorsa tra alcuni dei suoi maggiori rappresentanti e i consigli
d’amministrazione della Società Stretto di Messina. Il caso di
condivisione di cariche e ruoli dell’on. Nino Calarco non è
stato, infatti, l’unico. Con lui fu nominato dal governo Andreotti,
membro del C.d.A. della società pubblica, l’ex parlamentare
democristiano calabrese Sebastiano Vincelli, che sino alla sua
recente scomparsa, ha fatto parte del consiglio d’amministrazione
della SES e della Fondazione Bonino-Pulejo.
Vincelli è stato sottosegretario ai trasporti dal 1969 al 1974, gli
anni della realizzazione dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria,
opera che secondo lo storico Enzo Ciconte, fu "la grossa
occasione colta dalle ‘ndrine calabresi per inserirsi nei lavori
di costruzione, per imporre una propria presenza e, in definitiva,
per accrescere le proprie possibilità economiche oltre che per
affermare, in modo clamoroso e pubblico, la propria forza e il
proprio potere" (104). Fino agli anni ’80, segretario
particolare di Sebastiano Vincelli è stato Vincenzo Cafari,
pluripregiudicato per reati contro il patrimonio, definito "uno
dei punti di riferimento" dei clan ‘ndranghetisti degli
Avignone, dei Piromalli e dei De Stefano. Il senatore Sebastiano
Vincelli, insieme al suo stretto collaboratore, l’on. Lodovico
Ligato, il presidente delle Ferrovie dello Stato trucidato dalla ‘ndrangheta,
compare tra i politici indicati dal collaboratore di giustizia
Giacomo Lauro come appartenenti ad una superloggia massonica coperta
di Reggio Calabria (105)
C’è un altro discusso politico calabrese che ha contestualmente
legato il proprio nome alla Fondazione Bonino-Pulejo e alla
battaglia per la realizzazione del Ponte di Messina. Si tratta del
più volte sindaco di Palmi Armando Veneto, già DC, poi PPI, oggi
Margherita, editorialista della Gazzetta del Sud e patron del ‘Premio
Città di Palmi’, finanziato dal 1995 dalla Fondazione presieduta
da Nino Calarco. Di Armando Veneto è nota l’attività di lobbista
del Ponte; in particolare ha promosso in Parlamento l’ordine del
giorno che ha sbloccato i finanziamenti per l’ultima fase della
progettazione affidata alla Società Stretto di Messina.
Sul sindaco-parlamentare si sono soffermati i giudici di Reg