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Gli affari in Africa del capitalismo di Casa Nostra
ITALIANI IN NIGERIA
di Antonio Mazzeo

Nell’area del delta del Niger, alcune imprese italiane concorrono al saccheggio delle risorse petrolifere e del gas nigeriano. Mentre il paese è sempre più vittima di conflitti e violazioni dei diritti umani, una società di costruzione siciliana stringe un’alleanza con uno dei politici più discussi del continente africano.

Capitolo 1

Vacanze di pochi e tragedie di tanti

Mattina del 15 agosto 2003. A bordo di un aereo privato proveniente da Roma Fiumicino, giunge all’aeroporto di Catania Fontanarossa una delegazione della repubblica nigeriana. Ne fanno parte il vicepresidente Atiku Abubakar, la giovane moglie Jennifer[1], il governatore dello stato di Adamawa, Boni Haruna, il senatore Musa Adede e l’odierno ambasciatore nigeriano in Italia, Eguche. Non si tratta di una visita ufficiale e ad attendere la delegazione non ci sono né politici né rappresentanti istituzionali della regione siciliana. Il vicepresidente Atiku Abubakar ha ricevuto il gradito invito a trascorrere il ferragosto nell’isola da parte della famiglia Gitto, costruttori originari di Falcone (provincia di Messina).

 

L’ingegnere Domenico, general manager della C.E.C.-Civil Engineering Company, ha organizzato il ricevimento nei migliori dei modi. Dopo una breve corsa in auto, i rappresentanti dello stato africano raggiungono il porticciolo di Riposto dove li aspetta lo splendido yacht di proprietà di due imprenditori che operano da una ventina d’anni in Nigeria nel settore della logistica e della gestione dei porti e delle infrastrutture petrolifere. Si tratta dei signori Gabriele Volpi e Gean Angelo Peducci, rappresentanti della Intels (Integrated Logistic Services Ltd.), una compagnia con capitali italiani con sede a Londra e una filiale nella città statunitense di Houston. L’imbarcazione punta rapida verso le coste di Taormina, la "perla turistica dello Jonio". Gettate le ancore nella baia dell’Isola Bella, riserva naturale, la delegazione nigeriana è accompagnata a visitare il centro storico di Taormina, il Teatro Antico e il medievale Palazzo Corvaja. Poi la cena nel prestigioso "Grand Hotel Timeo", l’albergo a 5 stelle rilevato nel 1997 dalla famiglia Franza che ha monopolizzato il traghettamento privato nello Stretto di Messina e che partecipa al controllo della Pallacanestro Sicilia di A1 e del Messina Calcio di B[2].

 

"Una cena tipicamente siciliana, allietata dalla musica dei Canterini, con variopinti giochi pirotecnici, su una delle terrazze più belle dell’Isola ha concluso la festa di Ferragosto, particolarmente gradita alle personalità nigeriane", si legge in un dettagliato articolo di cronaca comparso il 17 agosto sul quotidiano Gazzetta del Sud insieme ad una foto che ritrae il vicepresidente nigeriano in maniche corte abbracciato dal sorridente ingegnere Gitto sulla terrazza del belvedere di Taormina[3]. Dalla giornalista Caterina Lo Presti si apprende poi che nell’Hotel Timeo la delegazione nigeriana è stata salutata dal sindaco di Taormina, Aurelio Turiano[4], notabile democristiano eletto nelle file della Casa della Libertà, che "ha loro donato un pregevole dipinto raffigurante il Teatro antico e una tipica "testa di Caltagirone" della prestigiosa scuola artigianale calatina".

 

Il giorno successivo, a bordo di un elicottero messo a disposizione dalla C.E.C. della famiglia Gitto, il vicepresidente Atiku Abubakar e la consorte Jennifer si recano ad ammirare dall’alto le pendici dell’Etna. Il pomeriggio del 16 è invece trascorso sullo yacht degli amministratori Intels. "In serata, al largo delle coste di Letojanni, il soggiorno del vicepresidente Abubakar si è concluso con una cena sull’imbarcazione allietata da fuochi di artificio. Affascinato dalle bellezze della Sicilia che ha visitato per la prima volta, l’illustre ospite ha promesso di tornarvi per visitare, in particolare, le isole Eolie"[5]. Un impegno assunto ancora una volta con i costruttori della provincia di Messina, i quali non nascondono con la stampa il loro interesse ad utilizzare l’amicizia stretta tra le acque dello Ionio per muoversi alla conquista di commesse statali in Nigeria.

 

"Ancora una volta", prosegue il racconto della Gazzetta del Sud, "Taormina lascia il segno nell’animo dei suoi estimatori, come sempre capace di creare la giusta atmosfera anche per forieri traguardi di lavoro. Non è fuggita, infatti, l’importanza della visita a suggello dei già consolidati rapporti economici tra un’importante impresa del Sud, la C.e.c., e un grande stato africano che vuole essere protagonista nella storia e nello sviluppo del suo continente e per questo ha stabilito contatti di collaborazione con una impresa del Mezzogiorno d’Italia fra le più qualificate presenze nel settore delle costruzioni di grandi opere infrastrutturali". Più esplicito un ultimo passaggio dell’articolo celebrativo di un "segmento dell’economia nazionale che punta alla valorizzazione delle coste, dei profili culturali e storici delle nostre contrade". "A questo capitolo, consolidato nel tempo", conclude la Gazzetta, "si aggiunge la nuova scienza che guarda ai Paesi in via di sviluppo per esportare tecnologia. Anche in quest’ottica l’ing. Domenico Gitto, ha studiato l’itinerario di un incontro che sarà foriero di ulteriori prospettive di lavoro".

 

 

Uno Stato dilaniato dai conflitti etnici

Chi si attendeva un moto d’indignazione per una vicenda dove il privato si fonde con il pubblico e dove rivivono i fasti di certa "cooperazione italiana allo sviluppo" in cui ad arricchirsi erano i signorotti del Sud e gli imprenditori di casa nostra, s’è sbagliato di grosso. A ferragosto pochi fanno caso alle cronache mondane dei vip e ancora meno possono ricordare i drammi quotidiani degli oltre 120 milioni di abitanti di quello che era considerato il "colosso d’Africa" e che oggi, con la prima amministrazione civile dopo l’indipendenza dagli inglesi, quella dell’ex generale Olusegun Obasanjo[6] e del vicepresidente Atiku Abubakar, è un paese sempre più attraversato da conflitti etnici, politici e religiosi, ormai del tutto "balcanizzato". Eppure, a differenza di altri paesi del continente africano, dei conflitti e delle violazioni in Nigeria se n’è recentemente parlato in Italia, ma è impossibile trovarne un accenno nell’articolo della giornalista siciliana o durante le cerimonie riservate agli ospiti dagli imprenditori e dagli amministratori locali.

 

La recente storia della Nigeria è segnata dal susseguirsi di guerre civili, colpi di stato, governi autoritari e corrotti, secessioni, la più drammatica delle quali fu quella del Biafra nel 1967. Attualmente i gruppi nazionali Ibo, cristiano-animisti concentrati nel sudest del paese, si scontrano sempre più ferocemente con i gruppi Hausa-Fulani, musulmani del nord, e gli Yoruba del sudovest, metà cristiani, metà musulmani. La grave crisi economica scoppiata all'inizio degli anni '90 a seguito dell’implementazione delle misure neoliberiste e della progressiva riduzione del prezzo internazionale del petrolio di cui il paese è il principale produttore del continente, hanno ulteriormente acuito gli odi tra le élite nazionali e i gruppi etnico-religiosi. Una crisi sociale e politica che sempre più spesso esplode in violenti massacri come quello avvenuto a Kaduna nel febbraio del 2000, quando più di un migliaio di persone hanno perso la vita durante gli scontri tra cristiani e musulmani. Negli stessi giorni, nel distretto di Mushin a Lagos, il conflitto armato tra i gruppi nazionali haussa e yoruba causava più di 100 vittime e 400 i feriti[7]. Il 14 ottobre 2002, erano almeno 200 i morti, per lo più cristiani, degli scontri interreligiosi esplosi nella città di Kano, nella Nigeria settentrionale, alla fine di una manifestazione contro l'intervento armato Usa in Afghanistan. Cinque chiese, la principale moschea della città e ad altre 15 moschee minori sono state date alla fiamme. Il numero più elevato di vittime è stato registrato nel distretto periferico di Zangon, dove accanto alla popolazione a maggioranza musulmana convive una significativa minoranza cristiana[8].

 

Le élite politiche musulmane moderate della nazione Hausa-Fulani dominano il paese ormai da tempo; ad esse appartiene il vicepresidente Atiku Abubakar, originario dello stato settentrionale di Adamawa, lo stesso di cui è governatore quel Boni Harura che lo ha accompagnato nella recente visita in Sicilia. L’emarginazione dalle leve del potere dei gruppi cristiani e dei musulmani radicali ha accentuato i conflitti e spinto intere comunità ad armarsi in vista della pulizia etnica. L’amministrazione di Olusegun Obasanjo e Atiku Abubakar ha soffiato sul fuoco dei conflitti religiosi autorizzando l'applicazione della "sharia", la legge islamica, in un terzo degli stati della federazione nigeriana (12 su 36), alcuni dei quali a forte presenza non musulmana, in violazione dei principi costituzionali dell’uguaglianza tra i cittadini e della laicità delle istituzioni.

 

"I governatori degli stati che hanno deciso di applicare i nuovi codici penali spiegano che essi sono attuati sulla base delle richieste del popolo (la cosiddetta "legge popolare") e che un cristiano non sarà sottomesso alla stessa legge della sharia a meno che non lo richieda esplicitamente", scrive Amnesty International. "Questo è un principio astratto che non ha corrispondenza nella realtà. Oltretutto, nessuno può esercitare un controllo su quello che può succedere a un cristiano o a un musulmano dal momento in cui viene arrestato dalle hisbah (milizie musulmane) a quello in cui viene condotto davanti al giudice. Insomma, nello stesso paese due cittadini sono trattati diversamente dalla legge".

 

Amnesty International segnala inoltre le discriminazioni di genere e di status sociale nell’applicazione della sharia in Nigeria. "Negli ultimi due anni, le donne hanno subito il maggior numero di condanne rispetto agli uomini. La nascita di un bambino costituisce una prova per condannare una donna, mentre l'uomo coinvolto nello stesso caso viene liberato sulla base della propria parola o del proprio giuramento. Inoltre, fatto strano, la maggior parte delle persone sottoposte a queste sentenze sono povere"[9].

 

Pecunia no olet, così nel bel mezzo di una campagna internazionale a difesa di Safiya Hussaini e Amina Lawal, condannate a morte da due tribunali islamici mediante lapidazione per il "reato" di adulterio, un paio di imprenditori italiani non trovano di meglio che far trascorrere a proprie spese una breve vacanza al mare ad uno dei responsabili politici della riesumazione di una delle peggiori forme di esecuzione, fermamente proibita dal Patto internazionale sui diritti civili e politici e dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura[10].

 

 

Il pugno di ferro del governo Obasanjo-Abubakar

Stando alle denunce dell’opposizione nigeriana, durante i primi 4 anni di regime "civile" dell’ex generale Olusegun Obasanjo e del suo braccio destro Atiku Abubakar, più di 20.000 persone hanno perso la vita negli scontri tra i diversi gruppi religiosi ed etnici o a seguito dell’intervento delle forze di polizia e dell’esercito per sedare manifestazioni di protesta e tumulti. "In molte occasioni", ha denunciato Amnesty International, "questa violenza è apparsa priva di ogni controllo e tollerata, se non apertamente sostenuta, dal governo". "Nell'ambito della loro attività ordinaria", aggiunge la principale organizzazione internazionale di difesa dei diritti umani, "la polizia federale e le forze armate si rendono responsabili di numerose violazioni dei diritti umani quali esecuzioni extragiudiziali, uccisioni in custodia, torture e trattamenti crudeli, inumani e degradanti, ai danni di presunti criminali". Amnesty International ha documentato molti casi di persone decedute dopo essere state torturate nelle stazioni di polizia; le esecuzioni extragiudiziali "sono invece spesso legate ad operazioni delle unità speciali incaricate di pattugliare le strade per contrastare le rapine a mano armata, la violenza e le attività illegali delle stesse forze di polizia (come i posti di blocco non autorizzati, per estorcere denaro ai cittadini)"[11].

 

Alle forze armate sono imputati inauditi massacri: il primo è stato perpetrato nel novembre 1999 a Odi (stato di Bayelsa), quando i soldati hanno vendicato l'uccisione di 12 poliziotti assassinando oltre 250 persone. L’operazione fu definita da un portavoce del governo come un’"azione attentamente pianificata ed eseguita con cautela per liberare la società da questi criminali", e nell’occasione lo stesso presidente Obasanjo è giunto a dichiarare di non avere "alcuna scusa da presentare al paese" per la distruzione della città di Odi[12]. Altra sanguinosa vendetta è stata consumata tre anni più tardi dalle forze armate nigeriane dopo il massacro a colpi d’ascia di 19 soldati in una regione centrale della Nigeria. Nell’ottobre 2001 i militari hanno poi compiuto raid in alcuni villaggi al confine tra gli stati di Taraba e Benue: dopo aver radunato gli uomini nella piazza centrale, li hanno giustiziati. Il mese precedente, questa zona e in particolare la città di Jos erano state teatro di un'ondata di violenze tra i diversi gruppi religiosi[13].

 

In seguito allo sterminio indiscriminato di civili nel Benue ad opera dell'esercito nigeriano, il Parlamento europeo ha inutilmente sollecitato un'inchiesta "rapida e imparziale" da parte del governo. Nel loro documento-appello, gli eurodeputati hanno definito del tutto "inaffidabile" l'esercito nigeriano per garantire l'ordine ed hanno richiesto la costituzione di un corpo di polizia in grado di "gestire il conflitto fra le comunità, nel rispetto dello Stato di diritto"[14]. Ciò nonostante nulla è stato fatto in questa direzione.

 

Amnesty International ha denunciato come proprio il Benue era già stato al centro di una brutale repressione militare con uccisioni di massa nel corso del 2000. "Non è mai stata condotta alcuna indagine sulle denunce relative a questi episodi o su altre uccisioni commesse dalle forze di sicurezza da quando i civili tornarono al governo nel maggio 1999", afferma l’organizzazione internazionale, che poi sottolinea un particolare agghiacciante: nelle loro incursioni, le forze di sicurezza nigeriane "avevano in dotazione mitragliette Beretta M12 e pistole Beretta M951 calibro 9"[15]. Sono le "armi leggere" prodotte dalla Beretta Holding S.p.A., società di proprietà per i due terzi dell’omonima famiglia bresciana, e per un terzo della compagnia belga Fabrique Nazionale Herstal, parte del grande gruppo Sgb, di cui la famiglia De Benedetti è azionista di minoranza.

 

Vizio antico quello italiano di trasferire strumenti di morte al conflittuale paese africano. Negli anni ’80, ad esempio, la marina nigeriana era stata destinataria dei cannoni navali da 127/54 e dei missili nave-nave "Otomat" prodotti dall’Oto Melara (gruppo EFIM); all’aeronautica furono invece venduti i caccia intercettori MB-339 dell’Aermacchi, azienda di proprietà al 75% della famiglia Foresio e al 25% di Aeritalia (gruppo IRI-Finmeccanica). Si stima che nel solo decennio 1978-1987 la Nigeria ha assorbito il 4,7% dell’export militare italiano con commesse superiori ai 120 milioni di dollari[16]. Affari proseguiti con la nuova amministrazione Obasanjo-Abubakar, che nei primi dieci mesi del 2001 ha acquistato in Italia armi di piccolo calibro per un valore di 6 milioni di euro.

 

 

Il vicepresidente per le privatizzazioni

Se certamente lo stato permanente di grave violazione dei diritti umani non rassicura gli imprenditori stranieri che decidono d’investire in Nigeria, c’è tuttavia un elemento che rende il paese fortemente attrattivo per tentare speculazioni e depredare le ingenti risorse naturali ospitate. Gli amministratori pubblici dello stato africano sono infatti particolarmente sensibili a tangenti e regalie varie e la Nigeria è inserita al secondo posto nella speciale lista predisposta dall’organizzazione non governativa tedesca Transparency International dei paesi più corrotti al mondo, preceduta solo dal Bangladesh. Il finanziamento illecito dei partiti e dei dirigenti politici è prassi consolidata prima, durante e dopo ogni competizione elettorale e a queste dinamiche non è rimasta certamente estranea la coppia Olusegun Obasanjo - Atiku Abubakar.

 

Numerosi organi di stampa hanno denunciato i contributi miliardari a favore della recente campagna per le elezioni presidenziali, versati da società private nazionali e internazionali. Il quotidiano Vanguard ha documentato come il comitato elettorale Obasanjo-Abubakar alla guida del Partito democratico popolare (PDP), abbia raccolto 5 miliardi di moneta locale durante le svariate "cene elettorali" realizzate nel paese, una "somma maggiore al totale dei budget di alcuni dei paesi dell’Africa occidentale"[17]. Parte del denaro sarebbe stato speso, secondo i partiti di opposizione, per realizzare gravi brogli elettorali, così da assicurare la rielezione ai due governanti. Il principale avversario di Obasanjo, l’ex generale Muhammadu Buhari, di religione musulmana, leader dell’ANPP ("All Nigeria Peoples Party"), ha duramente protestato per l’esito delle elezioni che ha definito "le più truccate dall'indipendenza del paese". Nonostante la tiepida presa di posizione della conferenza episcopale della Nigeria che ha parlato di "voto complessivamente pacifico, anche se non ancora libero e trasparente", molti analisti hanno rilevato come la vittoria dell’ex generale rappresenti "un pericolo potenziale per la democrazia, con il rischio che si crei un partito unico che potrebbe essere peggio di una dittatura militare".

 

Le reazioni più violente si sono avvertite nel nord del paese, a maggioranza musulmana, dove, secondo l’attivista per i diritti civili Shenu Sani, "nelle moschee si sente la rabbia della gente e degli imam che considerano la vittoria di Obasanjo un furto in piena regola". Per prevenire attentati dimostrativi alla vigilia dell'investitura ufficiale deI riconfermato governo, Olusegun Obasanjo e Atiku Abubakar hanno fatto ricorso ad esperti anti-terrorismo provenienti da Israele, i quali hanno affiancato la polizia federale nelle operazioni di vigilanza delle maggiori città[18]. La collaborazione di "consiglieri" israeliani è continuata sino ad oggi per individuare la presenza in Nigeria di cellule di estremisti islamici legati alla rete di Al-Qaeda.

In realtà il risentimento delle organizzazioni fondamentaliste islamiche è stato esasperato dall’amministrazione Obasanjo-Atiku con la realizzazione del programma di riforme neoliberiste e di privatizzazione delle imprese statali. È in particolare il vicepresidente ospitato in Sicilia ad essersi caratterizzato per la rigida applicazione dei programmi economici imposti dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale. Scorrendo del resto il curriculum vitae di Atiku Abubakar, si comprende che le cose non potevano andare diversamente. Dopo essere stato per 20 anni direttore generale del dipartimento doganale nigeriano, nel 1989 egli abbandonò l’incarico per dedicarsi agli affari nei settori dell’export di petrolio, delle assicurazioni, delle industrie farmaceutiche, dell’agricoltura e dei mass media. Così, prima di divenire vicepresidente, Atiku Abubakar è stato presidente di ben 7 grosse compagnie private, nonché direttore generale della Nigerian Universal Bank Ltd.. Oggi dirige il "Consiglio Nazionale sulle Privatizzazioni" (National Council on Privatization) ed ha già concluso la prima fase del piano con il trasferimento a compagnie private nazionali ed estere di 14 società pubbliche.

 

La seconda fase, già avviata, riguarda la svendita di importanti aziende statali e di infrastrutture del settore turistico, automobilistico ed industriale e della società telefonica nazionale Nitel. Atiku Abubakar ha anche delineato la terza ed ultima fase del piano di privatizzazione, che riguarderà il settore energetico (pozzi petroliferi, oleodotti, raffinerie, ecc.) e la "National Electric Power Authority" (NEPA), l’ente di produzione e distribuzione di elettricità. Nel febbraio 2001, il governo si è inoltre dotato di un gabinetto di consulenti per la programmazione di attività in grado di attrarre gli investimenti stranieri, specie nel settore petrolifero e del gas naturale. Il consiglio è presieduto dal direttore generale della Deutsche Bank, David Folkerts-Landau, e conta sulla presenza dell’ex presidente della Banca Mondiale, Robert McNamara, e dell’ex ministro britannico Lynda Chalker. Uno staff di tutto rispetto per la messa all’asta sul mercato internazionale delle inestimabili ricchezze di un paese ostaggio di un’élite corrotta quanto brutale, che vede proprio in Atiku Abubakar il migliore candidato a presiedere fra quattro anni la federazione nigeriana.

 

Intanto l’implementazione delle riforme di stampo neoliberista ha già causato gravi conseguenze economiche e sociali, tra cui l’espansione del debito estero e dell’inflazione che ha annullato il potere d’acquisto dei salari. Oggi la Nigeria è una delle nazioni più indebitate del mondo; il totale del debito estero ammonta a circa 34.000 milioni di dollari ed il paese spende annualmente tra i 400 e i 500 milioni di dollari per pagare gli interessi sui debiti contratti. È poi cresciuto rapidamente il numero dei poveri e dei senza occupazione; oggi circa il 40% della popolazione vive al di sotto dei livelli di sussistenza, il 70% non ha accesso a servizi quali acqua, elettricità, sanità di base, istruzione. Solo un adulto su due sa leggere e scrivere; 2 bambini su 10 muoiono prima di aver compiuto cinque anni e circa la metà della popolazione infantile soffre di gravi ritardi della crescita per cause legate alla malnutrizione. La gravissima crisi economica ed occupazionale ha causato una forte spinta migratoria e centinaia di migliaia di donne e uomini nigeriani hanno abbandonato il paese per raggiungere i paesi dell’Unione europea. Vittime sempre più spesso della tratta, i migranti finiscono a lavorare in gravi condizioni di sfruttamento nelle campagne, ad esercitare la prostituzione, a vivere in condizioni di semischiavitù come badanti, cameriere, ecc.[19].

 

 

Una moglie contro la tratta

Il paradosso è che proprio la prima moglie del vicepresidente Atiku Abubakar, Amina Titi, è una delle personalità nigeriane più impegnate nella denuncia contro lo sfruttamento di donne e bambini. Specializzatasi in gestione alberghiera presso la "Scuola Internazionale di Scienze Turistiche" di Roma grazie ad una borsa di studio finanziata dall’Organizzazione Mondiale per il Turismo e dalla Farnesina, Amina Titi Atiku Abubakar è stata una delle relatrici alla Conferenza Internazionale contro il Crimine tenutasi a Palermo nel 2000. Presenti l’ex ministro degli esteri Piero Fassino e l’ex segretario dell’Agenzia delle Nazioni Unite della lotta contro la droga Pino Arlacchi, il pomeriggio del 13 dicembre la moglie del vicepresidente nigeriano è intervenuta con una relazione su "Il bisogno di una risposta comune alla criminalità Transnazionale". Ma la signora Amina Titi ha fatto di più. Come succede sempre più spesso nei paesi del Sud prescelti dalla cooperazione internazionale, la consorte del potente politico ha dato vita ad una "organizzazione non governativa", la Women Trafficking and Child Labour Eradication Foundation (WOTCLEF), per gestire progetti a favore delle donne e dei bambini vittime della tratta.

 

L’ONG organizza seminari ed incontri, dimostrando particolare attenzione verso alcuni dei maggiori paesi di destinazione, l’Italia innanzitutto. I quotidiani nigeriani riferiscono che il 25 settembre 2003, in occasione di un dibattito organizzato a Kano da WOTCLEF e dal Servizio immigrazione nigeriano, la moglie del vicepresidente ha comunicato di aver ricevuto una lettera dall’ambasciata nigeriana di Roma in cui si rileva il piano del governo italiano di deportare 120 immigrati nigeriani "vittime della tratta"[20]. In precedenza Amina Titi Atiku Abubakar e la WOTCLEF avevano presentato il rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) sul traffico di esseri umani nell’Africa occidentale. Esso individuava 5 stati della Nigeria (Akwa-Ibom, Abia, Rivers, Cross River e Sokoto), tra quelli maggiormente coinvolti. Solo a Sokoto "sono stati registrati una media di 20 casi al mese di bambini trafficati". Il rapporto sottolineava alla fine come ragazze provenienti da questi stati nigeriani "sono anche inviate in Italia come prostitute"[21].

 

Le campagne di denuncia della WOTCLEF hanno certamente contribuito a sensibilizzare il corpo diplomatico italiano in Nigeria, al punto che l’ambasciatore Giovanni Germano ha più volte denunciato sulla stampa locale come siano "10.000 le donne nigeriane trafficate in Italia" e come il nostro paese sia "diventato un centro delle donne e delle ragazze nigeriane vittime di tratta". Il traffico di migranti è diventato emergenza bilaterale così, col pieno consenso dell’"organizzazione non governativa" preposta, il 9 gennaio 2002 sono stati donati dall’ambasciata "i velivoli e l’equipaggiamento per un valore di 2,5 milioni di dollari" alla Polizia e al Servizio immigrazione nigeriani "con la speranza che ciò possa servire per combattere la minaccia del traffico di esseri umani dall’Africa occidentale all’Italia"[22].

 

Ancora una volta il nostro paese non sfugge al gioco di far passare come "aiuti allo sviluppo", sistemi militari che certamente nulla hanno a che vedere con la prevenzione del traffico di persone o la protezione delle vittime. Più detestabile il fatto che l’Italia abbia sottoscritto accordi "sulla migrazione" e di "Reciproca Assistenza sugli Affari Criminali" con un paese dove la fame, il conflitto civile, le politiche economiche e la corruzione imperante sono le prime cause di espulsione della popolazione.

 

 

 

Capitolo 2

Dalla Sicilia alla Nigeria via Israele

 

 

E i Gitto sbarcano nell’isola del petrolio

Facciamo un passo indietro e torniamo alla sconcertante vacanza di ferragosto di Atiku Abubakar, della seconda moglie Jennifer e compagni. "Taormina sempre capace di creare la giusta atmosfera anche per forieri traguardi di lavoro", si leggeva nella cronaca di quel viaggio in Sicilia. "Non è fuggita, infatti, l’importanza della visita a suggello dei già consolidati rapporti economici tra la Cec e la Nigeria…". Sì, "già consolidati rapporti economici". Ma quali?

 

Due giorni dopo la conclusione dell’incontro privato tra il vicepresidente e l’ingegnere Domenico Gitto, il 18 agosto 2003, sono le agenzie di stampa nigeriane ad informare che la Gitto Costruzioni Generali Nigeria Limited ha vinto un appalto per 41 milioni di dollari per la realizzazione di una strada a due corsie e di un ponte ("Itigidi Bridge") di 760 metri nel Rivers State, nella regione meridionale del paese. Si tratta di un progetto concepito dal vecchio regime militare per assicurare una rotta terrestre alternativa ai trasferimenti di gas liquido e del personale che opera negli impianti di Bonny Island.

 

La riesumazione da parte del nuovo governo di un’infrastruttura dall’enorme impatto socioambientale è stata accolta dalla ferma opposizione delle organizzazioni ambientaliste nigeriane che hanno lanciato un appello internazionale per impedire l’inizio dei lavori. "L’ultima riserva delle ricche foreste di mangrovie ad Ogoniland ed in altre aree del delta del Niger nel Rivers State è oggi seriamente minacciata da un progetto del presidente Olusegun Obasanjo", si legge in un documento a firma del Mangrove Action Proyect. "Diversi ettari di fitte selve di mangrovie, foreste pluviali vergini, affluenti, fiumi, santuari ecologici e grandi superfici di terre fertili saranno distrutti con la costruzione di un enorme ponte che collegherà la comunità di Bodo (Ogoniland) a Bonny Island, sede del progetto Nigeria's Liquefied Natural Gas (LNG)". "L’appalto è stato assegnato ad un’impresa italiana", aggiunge l’organizzazione ecologista. "Il progetto ha preso il via con la firma del contratto e con la consegna del denaro da parte delle autorità nigeriane al loro partner, la Gitto Costruzioni Generali Nigeria Limited. Ma entrambi non hanno realizzato alcuno studio d’impatto ambientale come invece richiesto dalle direttive esistenti che ne prevedono l’obbligatorietà per progetti similari a quello della strada Bodo-Bonny".

 

Il Niger Delta project for Environment, Human Rights and Development (NDPEHRD) ha potuto rilevare che gli operai e le attrezzature della società d’ingegneria straniera sono già stati trasferiti presso il villaggio di Bodo nella provincia di Ogoni, Rivers State. "Dalla comunità di Bodo sino al noto Bonny River ci sono circa 6 miglia nautiche di distanza ricoperte da foreste di mangrovia che saranno in buona parte distrutte dal progetto", si legge ancora nel documento degli ambientalisti. "I lavori deprederanno le foreste di mangrovie dei villaggi di Andoni nell’omonima provincia e quelle che oggi restano a Bonny Island. Le specie di mangrovie esistenti nell’area interessata sono la Rhizophora Racemosa, la Rhizophora Horrisonii e la Mangrovia Rhizophora. La maggior parte delle fonti naturali dell’area sta sparendo. Le compagnie petrolifere e del gas che operano nella regione hanno commesso gravi crimini contro l’ambiente e le popolazioni. Le loro attività, i test sotterranei e le operazioni di posa degli oleodotti hanno accelerato il saccheggio delle foreste di mangrovie. L’insostituibile ecosistema offre importanti risorse naturali ed è importante per la produzione di cibo. Le foreste di mangrovie della regione sono alla base della nutrizione e della protezione dei pesci e dei molluschi; esse supportano la vita di una grande varietà d’insetti, di uccelli e di mammiferi"[23].

 

Nel suo rapporto, il Mangrove Action Project fa due rivelazioni importanti. La prima: "Si dice inoltre che altri potenti nigeriani come ad esempio il vicepresidente Alhaji Atiku Abubakar siano tra i maggiori azionisti della società italiana". Poi si aggiunge che a seguito delle proteste della popolazione, "il governo federale ha assegnato la somma di 4.185.000 dollari a favore dei villaggi maggiormente colpiti (Bodo e Mogho) attraverso i responsabili della Gitto Costruzioni Generali Nigeria Limited come forma d’indennizzo e per ridurre le tensioni sviluppatesi con l’approvazione del progetto stradale". C’è proprio di tutto in questa storia italo-nigeriana: l’ennesima opera eco-incompatibile, un uomo di governo che ha l’arroganza di farsi portare in vacanza da un imprenditore a cui ha concesso un appalto e di cui l’opinione pubblica ipotizza esserne socio, denaro in contanti per ammorbidire eventuali oppositori distribuito grazie ai canali privati.

 

 

Tunnel e strade per l’apartheid d’Israele

La discutibile operazione in terra d’Africa non è purtroppo l’unico incidente di percorso della storia aziendale della famiglia siciliana. Qualche tempo fa ha fatto il giro del mondo la notizia che la C.E.C.-Civil Engineering Company di proprietà di Carmelo Gitto e dei figli Salvatore e Domenico, ha realizzato per conto delle autorità israeliane la galleria autostradale "Gilo" di raccordo fra le città di Gerusalemme ed Hebron[24]. Essa fa parte della fitta rete di strade ed autostrade, le famigerate by-pass routes, che il governo di Tel Aviv, in aperta violazione del diritto internazionale, ha realizzato nei territori occupati di Cisgiordania e Gaza per mettere in comunicazione Gerusalemme con gli insediamenti dei coloni (i cosiddetti settlements), le basi militari e le aziende agricole in mano al capitale israeliano. Le by-pass routes sono una delle cause dell’acutizzazione del conflitto in questa regione mediorientale; hanno favorito l’occupazione politico-economica e militare israeliana e la realizzazione degli espropri illegali a danno delle comunità arabe.

 

Il tunnel "Gilo", lungo 890 metri, è stato il primo realizzato nel suo genere nei territori occupati; ha una rilevante valenza strategica in quanto è stato scavato all’interno della collina su cui è sorto dopo l’occupazione del giugno 1967, l’omonimo insediamento israeliano di Gilo, fondamentale per il controllo della via d’accesso meridionale a Gerusalemme e la penetrazione nella vicina Betlemme e nei due villaggi palestinesi a forte presenza cristiana di Beit Safa e Beit Jala. Il tunnel rappresenta poi una vera e propria porta militarizzata dell’immenso muro che il governo israeliano sta realizzando attorno alla "Grande Gerusalemme", la metropoli che si vorrebbe estesa dalla storica città santa sino ad Hebron, Gerico e Ramallah. Va poi aggiunto che a metà degli anni ’90, la C.E.C. della famiglia Gitto, in consorzio con la Barashi Ltd. di Tel Aviv, aveva realizzato un’altra opera osteggiata dai palestinesi, il tunnel "Meha Morhia" di collegamento con la "Road n° 4", l’arteria stradale che dal centro urbano di Gerusalemme si connette a sud con la by-pass route che conduce al tunnel "Gilo" e alla città di Hebron.

 

L’attività dei costruttori Gitto in Israele ha sorpreso non pochi commentatori, data la quasi impossibilità per le imprese straniere ad ottenere il pass per appalti così rilevanti da parte dell’establishment locale. Ha sorpreso poi la rapidità con cui le società di famiglia sono riuscite ad inserirsi in Italia nel business delle commesse pubbliche. Partiti come affidatari di una serie di lavori predisposti dall’Amministrazione provinciale di Messina, dal Consorzio ASI (Area Sviluppo Industriale) e da alcune amministrazioni locali siciliane, i Gitto hanno ottenuto nel corso degli anni ’90 importanti appalti da enti statali come l’ANAS e le Ferrovie dello Stato nelle province di Ancona, Catanzaro, La Spezia, Napoli, Nuoro, Potenza, Reggio Calabria e Roma. Più recentemente alla C.E.C. di Falcone, la Società italiana per le condotte d’acqua S.p.A. ha affidato la costruzione del megaparcheggio sotterraneo e del centro commerciale di Marino (Roma), mentre l’amministrazione di Messina ha assegnato al consorzio costituito ad hoc dalla Gitto S.r.l. e dalla Torno di Roma, il terzo lotto degli svincoli autostradali di Giostra-Annunziata, finanziati nel 1989 grazie ad un accordo di programma tra il Ministero dei Trasporti e i Comuni di Messina, Reggio Calabria e Villa San Giovanni, "per la fluidificazione del traffico nello Stretto".

 

Quest’ultima opera non è stata ancora completata ed i costi sono parecchio lievitati. Secondo le stime dei tecnici sarebbe necessario uno stanziamento aggiuntivo di 53 milioni di euro, che si sommerebbe ai 120 miliardi di vecchie lire già spesi per le bretelle autostradali[25]. Intanto l’appalto è finito sotto inchiesta e il tribunale di Messina ha rinviato a giudizio amministratori, funzionari comunali, liberi professionisti e costruttori, tra i quali compaiono i nomi di Carmelo, Salvatore e Domenico Gitto. I magistrati contestano una serie di reati che vanno dalla turbativa d’asta all’abuso d’ufficio, e finanche all’associazione a delinquere. Un troncone d’inchiesta riguarda l’approvazione nel maggio 2001 di una perizia di variante che ha fatto quasi raddoppiare l'importo effettivo dei lavori aggiudicati quattro anni prima al consorzio Torno-Gitto-Vinci. Al tempo la gara d’appalto era stata vinta con un ribasso vicino al 40%. Nel corso dell’indagine è stata accertata la sparizione negli uffici comunali di gran parte della documentazione presentata dalla Gitto S.r.l., nonché di tutta la documentazione contenuta nella busta di gara presentata dalla ditta individuale Vinci.

 

 

I nuovi signori della Messina-Palermo

Nonostante lo scivolone giudiziario i Gitto mostrano un certo attivismo per accaparrarsi le maggiori opere programmate nella provincia di Messina. C’è innanzitutto l’interesse verso le ventilate opere infrastrutturali di supporto al Ponte sullo Stretto che il ministro Pietro Lunari vuole avviare entro il 2005; gli svincoli autostradali di Giostra-Annunziata, del resto, hanno proprio la funzione di creare un primo collegamento tra le autostrade siciliane e il devastante ponte tra le sponde di Scilla e Cariddi.

 

C’è poi l’intenzione a concorrere al piano d’intervento per la realizzazione della doppia portualità di Messina e Milazzo, per cui sono previsti investimenti per oltre 51 milioni di euro. Proprio tra le banchine del porto di Milazzo "riposano" da mesi le attrezzature della Civil Engineering Company. Nell’area industriale della cittadina siciliana i costruttori hanno trasferito i propri uffici generali; ed ancora a Milazzo i Gitto, attraverso la società Porto San Francesco, si sono dichiarati pronti a realizzare il nuovo porticciolo turistico a Croce di mare, località di notevole pregio ambientale, utilizzata dai bagnanti in periodo estivo e dalle imbarcazioni dei pescatori locali. Il progetto è stato inserito tra le opere finanziabili dall’Agenda 2000 dell’Unione europea, ma l’opposizione della cittadinanza avrebbe convinto gli amministratori a trasferire ad altro sito il nuovo porto turistico[26].

 

Il vero pozzo di San Patrizio per le imprese della famiglia Gitto è tuttavia rappresentato dalla mai completata autostrada Messina-Palermo. Per lo meno 15 lotti dell’opera ricadenti nei territori dei comuni di Gioiosa, Caronia, Rocca di Caprileone, Acquedolci, Sant’Agata Militello, Reitano, Tusa e Castelbuono, sono stati assegnati direttamente o in subappalto alla C.E.C.. Una società quasi piglia tutto, che proprio tra i viadotti e i tunnel della Messina-Palermo si è incrociata con le maggiori aziende di costruzione nazionale e con le chiacchierate società in mano ai cavalieri del lavoro di Catania, prime fra tutte la COGEI del gruppo Rendo e l’IRA Costruzioni Generali di Gaetano Graci.

 

All’impresa COGEI-Costruzioni Generali S.p.A. di Roma[27], il Consorzio autostradale Messina-Palermo ha affidato i lavori nel tratto Sant’Agata Militello-Acquedolci, relativi al lotto 22 e 22bis per un importo superiore ai 50 miliardi di lire, lavori subappaltati in buona parte alla famiglia Gitto e che si sono caratterizzati ancora una volta per l’esorbitante lievitazione dei costi. Come hanno infatti rilevato gli organi inquirenti, il solo appalto del lotto 22bis fu vinto dalla COGEI per un importo di circa 33 miliardi, divenuti 50 con la prima perizia di variante e a cui si sono aggiunti 22 miliardi e 800 milioni per un’ulteriore variante concessa dall’ente appaltante. Complessivamente il lotto è venuto a costare 73 miliardi di vecchie lire, ben al di là del doppio del valore del contratto d’asta. Qualcosa di simile si è ripetuto per il successivo lotto 23 "Acquedolci", opera anch’essa affidata in subappalto ai costruttori originari di Falcone. Vinto l’appalto per 26 miliardi di lire dall’impresa Ing. Federici Fortunato S.p.A. di Roma, a seguito di due varianti in corso d’opera le somme liquidate dal Consorzio autostradale hanno superato i 56 miliardi.

 

Con l’IRA Costruzioni Generali, ex gruppo Graci, la C.E.C. ha invece condiviso i lavori per il lotto 30ter tra i comuni di Tusa e Castelbuono: la famiglia Gitto è infatti mandataria dell'associazione temporanea di imprese costituita con la S.I.P.A. Società Italiana Produzione Asfalti S.p.A. per i lavori del 1° stralcio, mentre l’IRA Costruzioni è la mandataria per il 2° stralcio dell’A.T.I. dove è ancora presente la S.I.P.A. S.p.A.. Coincidenza vuole che i lavori topografici per la realizzazione della galleria "Cozzo Minneria" nella tratta Tusa-Castelbuono siano stati realizzati dalla società d’ingegneria Digi Mapping Systems di Castelbuono, contrattata anche per le opere autostradali del consorzio Badetta, costituito dalla Gitto S.r.l. e dalla Edilstrade S.p.A., per le attività di esproprio delle aree interessate al tratto autostradale assegnato alla COGEI e alla Federici, e per la "direzione topografica e i controlli costruttivi" del tunnel realizzato dalla C.E.C. a Gerusalemme.

 

Sempre in Israele la Digi Mapping Systems è stata contrattata dalla Barashi Ltd., partner dei Gitto nei lavori del tunnel "Meha Morhia", per la progettazione di un’area industriale "ad alta tecnologia" in località Bet Shemesh; la Mathav Ltd.-Pardes Hana l’ha voluta invece alla direzione delle opere di livellazione per Km 390 in tutta l’area settentrionale della Galilea e della West Bank. A questa azienda siciliana è stata infine affidata la "rilevazione dati e l’editing della mappatura telematica" per il progetto G.I.S. tra la compagnia israeliana telefonica Bazic, la compagnia nazionale di distribuzione dell’energia elettrica e le municipalità di Gerusalemme e Tel Aviv[28].

 

 

La dura legge del pizzo

L’esecuzione dei lavori per l’autostrada Messina-Palermo ha attratto gli appetiti delle maggiori cosche mafiose dell’isola ed anche i Gitto, come i maggiori costruttori nazionali, non sono sfuggiti al puntuale carico estorsivo delle organizzazioni criminali. C’è un collaboratore di giustizia della provincia di Messina, Salvatore Marotta, già a capo della cosca di Sant’Agata Militello, che ha raccontato dettagliatamente il modus operandi degli estortori locali: "Fu il mistrettese Matteo Blandi[29] che intendeva condividere con me la direzione ed il controllo di quel territorio a dirmi di essere lui quello che riscuoteva le tangenti delle diverse imprese che in quel momento operavano nella zona. Di queste suggerì la COGEI come quella dalla quale, io stesso, avrei dovuto prendere il pizzo. Il Blandi decise di fissare un incontro per stabilire quanto la COGEI avrebbero dovuto corrispondere al nostro gruppo. Alla cosa si interessò il geometra Antonino Isgrò di Barcellona che fissò una riunione a Falcone in un villino che credo fosse di proprietà del costruttore Gitto, sito proprio di fronte allo svincolo autostradale di Falcone sulla 113".

 

"Siamo andati all’incontro con due autovetture differenti e precisamente io, Pino Oieni[30], Matteo Blandi e Masino Florio", aggiunge Salvatore Marotta. "Mio figlio Calogero, Michele Adorno e Giuseppe Miragliotta andarono a bordo di altra autovettura. Costoro non entrarono nell’appartamento ma rimasero a bordo della loro auto a fare da vigilanza nella vicina pineta. Un’altra autovettura di grossa cilindrata, credo fosse un’Alfa 75, fu inviata nella zona allo scopo di effettuare un’attività di vigilanza e di copertura, direttamente dal "vecchio" boss mistrettese Giovanni Tamburello[31], il quale in questa maniera, voleva sincerarsi della buona riuscita dell’incontro ed evitare spiacevoli inconvenienti. A bordo di tale auto vi erano tre soldati di Tamburello, Santo Sciortino, Lorenzo Mingari e Antonino Miraglia Fagiano[32]. Abbiamo incrociato la suddetta autovettura più volte e quando mi accorsi della loro presenza, chiesi spiegazioni all’Oieni, il quale mi disse che Tamburello aveva inviato i suoi soldati perché non si fidava di Matteo Blandi del quale temeva eventuali colpi di mano. Io ed Oieni non eravamo armati mentre sull’auto di copertura viaggiavano persone armate, così come dovevano essere armati gli uomini inviati dal Tamburello".

 

Salvatore Marotta ha fornito ulteriori particolari sull’incontro tenutosi in casa Gitto. "Alla riunione partecipò anche Nino Isgrò. L’Isgrò ha partecipato sia come organizzatore dell’incontro e soprattutto quale esponente del clan barcellonese, ma anche per tutelare l’interesse dell’impresa Gitto, da sempre sotto la protezione esclusiva della mafia barcellonese. Per conto della COGEI presero invece parte Domenico Gitto[33], ed il geometra Siracusano. Prese anche parte per conto della stessa ditta un altro tecnico del quale però non ricordo il nome. Il Gitto personalmente aveva chiesto a tutti quelli che avrebbero dovuto partecipare alla riunione di non portare armi. Lui stesso infatti avrebbe garantito un ordinato svolgimento della discussione. Con questo egli intendeva anche prevenire un eventuale danno alla sua immagine che invece avrebbe provocato una visita da parte delle forze dell’ordine. L’incontro durò circa un’ora e mezza, trascorsa la quale siamo ritornati a Sant’Agata. Allorché uscimmo dal villino, vidi arrivare a bordo della sua autovettura il noto Ciccio Pagano da Merì, che nella circostanza si accompagnava all’imprenditore pattese Salvatore Pontillo"[34]. Un summit d’altissimo livello dunque, dove accanto ai mafiosi di Sant’Agata Militello e Mistretta, comparivano due uomini ormai ai vertici della vecchia mafia barcellonese, Antonino Isgrò inteso "u’ tattainu’ e Francesco "Ciccio" Pagano, piccolo imprenditore edile che al tempo lavorava appunto nella zona di Patti-Montalbano "alle dipendenze" del Pontillo[35].

 

Il collaboratore di giustizia ricorda con precisione l’ammontare del pizzo che fu imposto alle imprese. "Il costo dei lavori che la COGEI stava eseguendo si aggirava sui 20 miliardi o poco più. Secondo consuetudine l’impresa avrebbe dovuto pagare una percentuale non inferiore al 2%. Il Gitto, ricordando che anch’egli avrebbe dovuto versare la sua quota parte, propose però una diminuzione della cifra che così venne stabilita in complessivi 350 milioni. Il Gitto, invece, essendo impegnato nello stesso lavoro, quale subappaltante, per l’opera di sbancamento e movimento terra, si impegnò a versare la cifra di 2 milioni e mezzo da corrispondere ogni fine mese per tutto il periodo della durata dei lavori. La COGEI invece avrebbe dovuto corrispondere la cifra stabilita nella misura di 50 milioni al mese. Venne anche stabilito che i soldi sarebbero stati prelevati da Masino Florio nel cantiere di Gitto che si incaricava a corrispondere ciò che era dovuto dall’impresa e la sua stessa quota parte".

 

Salvatore Marotta spiega poi come furono spartite le somme di denaro riscosse dalla COGEI e dall’impresa Gitto: "Il denaro doveva essere distribuito tra il Blandi, l’Oieni, il Tamburello e la mia persona. In occasione del primo pagamento avvenuto nel mese di maggio 1989, io presi soltanto 5 milioni che mi furono dati da Masino Florio. Nei mesi successivi qualche altra rata di 10 milioni o poco più mi fu consegnata da Pino Oieni e da Lorenzo Mingari. Successivamente, non pervenendomi altre somme di denaro, interpellai il Florio venutomi a trovare mentre ero agli arresti domiciliari. Costui mi spiegò che il Gitto gli aveva rifiutato il pagamento delle successive rate poiché il Tamburello e l’Oieni si incaricarono a riscuotere direttamente la somma stabilita nella riunione"[36].

 

La mancata riscossione della tangente irritò inevitabilmente Salvatore Marotta che fece chiamare Matteo Blandi per lamentarsi della violazione dell’accordo stabilito nella villa del costruttore di Falcone. "Riferii che dal Florio avevo saputo che il denaro del Gitto veniva riscosso direttamente dal Tamburello attraverso l’Oieni ed il Mingari. Ciò era un fatto certamente grave. Mi interessava conoscere altresì se il Tamburello tratteneva per sé oltre che la quota parte a me spettante anche le due destinate al Blandi. Mi rispose affermativamente, rivelando al tempo stesso la sua irritazione per il trattamento ricevuto. Fu allora che suggerii al Blandi di prendere diretti contatti con il Gitto richiamandolo al rispetto dell’iniziale accordo. Ci lasciammo con l’intesa che avrebbe personalmente curato la questione. Qualche tempo dopo però il Blandi tornò a Sant’Agata e mi disse che il Gitto rimaneva sordo alle sollecitazioni dando così ad intendere che egli avesse diretti rapporti con il Tamburello. Appreso ciò, detti incarico a mio figlio Calogero di recarsi direttamente dal Tamburello e questo allo scopo di chiarire alla fonte il perché di tali inadempienze. Mio figlio venne ricevuto dal Tamburello che promise di provvedere con immediatezza. Di fatto però ciò non fece".

 

A questo punto Salvatore Marotta decise di intervenire nei confronti del costruttore di Falcone, incaricando il figlio Calogero di contattarlo per intimargli a non pagare le restanti somme agli uomini di Tamburello[37]. "Il Gitto rispose che avrebbe obbedito. D’Altro canto mio figlio nel riferirgli il mio messaggio aveva anche aggiunto che laddove egli non avesse dato corso al mio volere io mi sarei "dato latitante" per infliggergli una lezione adeguata. Feci tutto questo perché intendevo salvare la faccia agli occhi del Gitto e non perdere il prestigio nei confronti dello stesso Tamburello. Il Gitto mantenne la promessa ma ciò provocò la reazione che io mi aspettavo da parte del Tamburello…".

 

L’indagine dell’autorità giudiziaria ha potuto accertare che per i lavori di realizzazione dei lotti 22 e 22bis dell’autostrada Messina-Palermo, la COGEI ha versato ai clan locali 350 milioni di vecchie lire, mentre proprio 2 milioni e mezzo sarebbero stati versati mensilmente dal Gitto, subappaltatore dell’impresa del gruppo Rendo. Gli inquirenti hanno poi accertato che una parte dei lavori erano stati affidati dalla COGEI direttamente al mafioso Matteo Blandi. Ciò fu visto assai negativamente dal boss mistrettese Giovanni Tamburello, il quale non poteva accettare né il protagonismo del Blandi né che il denaro finisse nelle mani del clan Marotta. Fu così che proprio l’estorsione ai danni delle imprese operanti sull’A-20 determinò la definitiva rottura tra il gruppo di Sant’Agata Militello e il Tamburello. Quest’ultimo decretò la morte di Matteo Blandi che fu assassinato in contrada Buzza a Caronia il 12 dicembre 1989.

 

"Una mattina, mentre mi trovavo nello spiazzale del rifornimento Agip di Sant’Agata dove, nonostante gli arresti domiciliari, accudivo alla vendita del pesce giusta autorizzazione del giudice, vidi arrivare il Tamburello, Lorenzo Mingari, Nené Blandi fratello di Matteo e tale Antonino Casabona da Capizzi", ha raccontato Salvatore Marotta. "Notai subito che l’aria non era tra le più tranquille. Misi subito nel conto che i quattro avrebbero potuto usarmi violenza. La cosa però ebbe sviluppi tutto sommato pacifici giacché il Tamburello che per la prima volta conobbi, mi chiese di appartarci per un momento dovendo chiarire un qualcosa. Una volta soli, il Tamburello mi disse minacciosamente che non mi aveva mandato il denaro di cui all’accordo con la COGEI giacché la quota a me spettante l’aveva utilizzata per assoldare i killer che egli aveva incaricato per uccidere Matteo Blandi, circa due mesi prima nel suo rifornimento di Caronia Marina. Il Tamburello, cui io contestai l’inopportunità di tale iniziativa omicida per altro avviata a mia insaputa, mi disse che era stato costretto a disporre l’eliminazione del Blandi essendo costui un soggetto assolutamente ingovernabile, un profittatore e per questo meritevole di essere ucciso"[38].

 

Nonostante le dazioni di denaro a favore delle cosche di Mistretta e Sant’Agata Militello, altri 200 milioni furono richiesti ai costruttori Gitto dal gruppo criminale vicino a Giuseppe Iannello, boss barcellonese poi assassinato nel 1992. "Alcune telefonate a scopo estorsivo furono fatte alla vittima", ha raccontato il collaboratore tortoriciano Francesco Galati Rando. "Iannello in particolare disse che essendo il Gitto insensibile alle richieste telefoniche, era meritevole di una lezione che doveva essere quella del danneggiamento di autovetture o di edifici attraverso l’esplosione di colpi d’arma da fuoco". Gli inquirenti hanno potuto accertare che nel 1990 un attentato incendiario distrusse parzialmente il cantiere di Olivieri dell’ingegnere Carmelo Gitto.

 

 

L’autostrada è Cosa Nostra

Nome in codice "Operazione Barbarossa". A fine 1999 i Carabinieri della Legione di Messina chiudono un’inchiesta sull’infiltrazione della mafia in alcuni dei cantieri dell’autostrada Messina-Palermo, quelli in fase di realizzazione tra i comuni di San Mauro Castelverde e Santo Stefano di Camastra. Scattano una cinquantina di mandati di cattura contro boss ed affiliati delle cosche e alcuni piccoli imprenditori a cui era stata affidata la fornitura di materiali e servizi.

 

L’inchiesta aveva preso il via a seguito di alcuni attentati incendiari che si erano verificati tra il luglio e il dicembre 1998 contro l’impresa Te.Di.Gi. di Agrigento e la Francesco Arcovita di Acquedolci, presenti rispettivamente nei cantieri dei lotti 24 e 26bis a Caronia[39]. Grazie alle intercettazioni ambientali e alle testimonianze di vecchi e nuovi collaboratori di giustizia, gli inquirenti avevano svelato il ferreo controllo estorsivo che la potente famiglia di San Lorenzo, alleata del latitante Bernando Provenzano, aveva tessuto sui lavori autostradali con la collaborazione dei gruppi mafiosi di Caccamo, San Mauro Castelverde, Mistretta e Tortorici.

 

"Il controllo illecito dei cantieri per la costruzione dell’autostrada Messina-Palermo non può essere stata considerata un’attività da lasciare alle singole decisioni di gruppi malavitosi locali, più o meno organizzati a seconda dei casi, ma è stata invece interpretata come un’attività da gestire e dirigere in forma unitaria dall’associazione Cosa Nostra", scrivono i Carabinieri nella loro informativa "Operazione Barbarossa". Secondo gli inquirenti, appalti e subappalti, forniture di inerti e materiali di costruzione sarebbero stati decisi nei minimi dettagli dal cosiddetto "tavolinu", il patto tra uomini politici, imprenditori e mafia sottoscritto sin dalla seconda metà degli anni ‘80 per spartirsi tutti i lavori futuri nell’isola. "Solo così", spiegano gli investigatori, "Cosa Nostra avrebbe potuto garantire il rispetto degli accordi presi con gli altri convenuti, che pur non possedendo il potere militare di Cosa Nostra, sono comunque degni di rispetto in quanto espressione di un potere diverso, cioè quello economico-politico, con il quale comunque Cosa Nostra deve confrontarsi per perseguire i suoi scopi delittuosi".

 

Secondo le risultanze dell’indagini, la cosca di San Lorenzo guidata dai latitanti Sandro e Salvatore Lo Piccolo, avrebbe gestito a partire dal 1995 il "pizzo" nei cantieri dell’autostrada, imponendo altresì l’assunzione di numerosi dipendenti nonché gli acquisti di materiale edile e la movimentazione terra presso imprese controllate direttamente dalla mafia. Il gruppo criminale a cui facevano capo società che avevano in gestione importanti impianti sportivi a Palermo e finanche una quota del Palermo Calcio, si sarebbe affidata per il controllo delle estorsioni ad alcuni emergenti locali, Pino Lo Re di Caronia, Giuseppe Presti di Santo Stefano di Camastra e quel Santo Sciortino cresciuto "militarmente" all’ombra di Matteo Blandi[40]. Tutti i personaggi avrebbero operato poi in stretto accordo con la cosca di Passo di Rigano grazie ai legami con Ruggero Anello e Francesco Biondo, esponenti di spicco del clan palermitano guidato da Antonino Buscemi, componente del "tavolinu" degli appalti su delega dei vertici di Cosa Nostra[41].

 

Circostanza non casuale quella della presenza degli uomini di Passo di Rigano nei cantieri dell’A-20: gli uomini dell’Arma dei Carabinieri hanno infatti rilevato come "la gestione degli appalti autostradali sia stata organizzata al "tavolinu", in quanto l’Impresem S.p.A. di Filippo Salomone[42], trasformatasi in A.T.I. Tecnofin Group S.p.A., risulta aggiudicataria della gara d’appalto per l’affidamento dei lavori di costruzione del lotto n. 27, 1° stralcio "S. Stefano di Camastra", mentre la società consortile Caronia Uno, un’associazione temporanea d’imprese di cui fanno parte il Consorzio Cooperative Costruzioni di Bologna, la Gitto S.r.l. e la Iter Cooperativa Ravennate di Interventi sul Territorio di Ravenna, risulta aggiudicataria della gara d’appalto per i lavori di costruzione del lotto n. 25, 1° stralcio, denominato "Galleria Caronia""[43].

 

È appunto la Caronia Uno guidata dalle imprese legate alla Lega delle Cooperative e dalla società dei costruttori di Falcone, a subire le maggiori vessazioni delle cosche mafiose. "E’ stato documentato", scrivono gli inquirenti, "che Ruggero Anello, uomo d’onore della famiglia di Passo di Rigano, per intervenire in favore della cosca tortoriciana dei Lo Re, impegnata nelle opere di costruzione dell’impresa Caronia uno, a sua volta chieda l’intervento di Francesco Biondo del mandamento di San Lorenzo". Francesco Biondo non si sarebbe fatto pregare due volte e dopo un "suo intervento determinante sull’ingegnere Cataldo, capo area per la Sicilia della Iter Costruzioni Ravennate", assicurò Ruggero Anello che il consorzio era pronto ad accettare le richieste dei clan. "Se ciò non dovesse andare a buon fine", disse telefonicamente Biondo ad Anello il 22 dicembre ’97, "Lo Re prende e mette tritolo a tutta forza e ci fa ‘nesciri ‘u pizzo". Una minaccia che convinse la Caronia Uno a piegarsi alle richieste degli estortori[44].

 

Sarebbe stato proprio Gianpiero Cataldo una delle figure chiave della grave vicenda estorsiva. Già componente del consiglio di amministrazione della V.I.C. S.r.l., la società consortile formata dalla Vita S.p.A. di Antonino Vita e dall’Impresem S.p.A. di Filippo Salamone che aveva costruito il nuovo ospedale di Agrigento, l’ingegnere, per conto dell’importante gruppo di Ravenna, aveva poi ricoperto il ruolo di presidente del Consorzio Costruzione Aeroporto Internazionale di Palermo, aggiudicatosi l’appalto per l’ammodernamento dello scalo aereo siciliano. Gianpiero Cataldo, insieme ad un altro tecnico della Iter, Maurizio Guglielmo, risultava poi tra i componenti di una serie di società consortili aggiudicatesi importanti appalti in Sicilia, quali la Sant’Anna, la Politeama, la Mondello[45]. "Come emerge dalle prove acquisite", scrivono gli uomini dell’Arma, "nella gestione del cantiere Caronia Uno il Cataldo ha operato non nell’interesse del consorzio, ma ha sempre cercato di favorire le imprese locali legate a Cosa Nostra. Il Biondo Francesco per far giungere alla direzione della società consortile la minaccia con la quale richiedeva il licenziamento del geometra Mario Ambrosi, pena l’esecuzione di attentati dinamitardi, si è servito proprio dell’opera del Cataldo, il quale, è persona – per mezzo del Salamone – molto vicina al "tavolinu"".

 

 

La lunga mano dell’ingegnere

Alcune delle dichiarazioni rese da Mario Ambrosi hanno permesso agli inquirenti di far luce sulle complicità e le collusioni che avrebbero assicurato a Cosa Nostra il dominio sui cantieri dell’A-20. Originario della provincia di Belluno, Ambrosi fu contattato nell’agosto del 1997 dalla Iter come direttore tecnico di cantiere per seguire i lavori alla "Galleria Caronia". "Il mese successivo giunsi in Sicilia ove partecipai ad una riunione a Palermo a cui erano presenti Gianpiero Cataldo, Maurizio Guglielmo e Roberto Frati, tutti dirigenti della Iter, più Pierazzoli, quest’ultimo già direttore del cantiere di Caronia Uno", ha raccontato il geometra. "In tale riunione appresi che le condizioni disastrose in cui versava la commessa erano da attribuire, secondo Cataldo e Guglielmo, alla gestione di Gitto, il quale era contemporaneamente aggiudicatario dei lavori e subappaltatore di forniture e mezzi degli stessi. Il Gitto ha svolto di fatto le mansioni di direttore responsabile di cantiere avendo la titolarità di ogni decisione. Il Cataldo e il Guglielmo proposero di sostituire lo stesso Gitto nella gestione con la rescissione dei vari contratti, per attribuire pieni poteri nelle mani del Cataldo stesso".

 

Entrato in possesso delle carte relative alla commessa, Mario Ambrosi restò profondamente sorpreso da alcune anomalie. Innanzitutto il ribasso del 52% che aveva permesso alla consortile di aggiudicarsi l’appalto per il lotto autostradale con un’offerta di 25 miliardi e mezzo di vecchie lire. C’era stato poi un contrastato iter concorsuale, poiché dopo l’aggiudicazione, il Consorzio dell’A-20 aveva revocato l’appalto per poi riassegnarlo in via definitiva alla stessa Caronia Uno. Infine il grosso deficit finanziario accumulato nel primo anno di vita della consortile: alla data dell’8 settembre 1997 mentre i ricavi erano stati di appena 3 miliardi, i costi sostenuti per i lavori erano superiori ai 9 miliardi[46].

 

"Scopro che la maggior parte delle perdite arrivavano da un subappalto affidato per tutte le lavorazioni del cantiere alla ditta Gitto, il cui rappresentante era vicepresidente della consortile Caronia Uno", racconta il geometra Ambrosi. "Gitto nella consortile concorreva con una caratura del 20%, perché i rischi alla consortile se li accollavano la C.C.C. (ovvero la capogruppo che prende il lavoro) per il 50% e la Iter per il 30%. Feci subito una considerazione: "Com’è possibile che due ditte consorziate con caratura 80% di rischio, affidino tutti i lavori ad un terzo consorziato siciliano che concorre con il 20% di rischio, in qualità di socio della consortile?". La consortile non aveva utili, gestiva unicamente i costi. Gli utili vanno alle consorziate che ripianano i costi della consortile che vanno a costruire per gestire la commessa. Ciò vuol dire che Gitto, più costi faceva la consortile, più contento era poiché era lì che guadagnava. Egli forniva calcestruzzi, movimenti di terra, noli di mezzi propri intestati ad altra società del gruppo Gitto, lavorazioni del ferro, etc.. Gitto quindi guadagnava con le proprie forniture e con il proprio subappalto, con utili che superavano il proprio rischio del 20%!".

 

Incongruità delle spese e scarsa qualità dei mezzi e delle forniture diventano presto un chiodo fisso per il geometra Ambrosio che nel più completo isolamento cerca di rimettere ordine nel cantiere. Anche ciò che sembrava essere stato subappaltato a costi vantaggiosi per la consortile, si rivelala presto elemento pregiudizievole per l’avanzamento dei lavori.

 

"A titolo di esempio", dichiara il geometra, "cito ciò che accadeva per il noleggio dei mezzi per la perforazione e il trasporto terra che comunque Gitto aveva affidato ad un’altra ditta: tali mezzi venivano noleggiati ad un prezzo apparentemente conveniente, ma poi, a causa dei continui guasti che li bloccavano per lungo tempo e dei costi necessari per i materiali di ricambio, si creava alla fine un disavanzo notevole rispetto al prezzo pattuito".

 

Altro danno economico al consorzio d’imprese sarebbe derivato dalla fornitura di calcestruzzo. Dall’analisi dei costi emerse che sarebbe stato più conveniente installare un impianto di calcestruzzo all’interno del cantiere che continuare ad acquistarlo dalla società dei Gitto. "Anche se i prezzi del calcestruzzo prodotto nell’impianto potevano essere di poco superiori a quelli che faceva Gitto, a medio termine si sarebbe ammortizzato di gran lunga quella differenza di costo. Perché effettivamente il calcestruzzo che forniva Gitto veniva a costare 170.000 lire a metro cubo, da un’analisi che ho fatto io, contro le 90.000 circa contrattuali a metro cubo. Per poter realizzare l’impianto occorreva investire 800 milioni. La ditta non mi ha fatto sapere nulla per circa un mese continuando le forniture con Gitto ed altre ditte di emergenza anche contro il parere della direzione dei lavori. La ditta Gitto forniva il calcestruzzo proveniente dall’impianto denominato CO.GI., che però nell’ottobre 1997 aveva chiuso i battenti. Nel mentre Gitto continuava a fornire il calcestruzzo da un altro impianto del quale sconosco il nome, ma le bolle venivano compilate irregolarmente con la sigla CO.GI. probabilmente per recuperare le anticipazioni".

 

Ambrosio afferma di aver segnalato le anomalie al rappresentante della Iter, Gianpiero Cataldo. Per un lasso di tempo il calcestruzzo fu fornito da una piccola azienda locale, la Cogecam dei fratelli Antonino e Giuseppe La Monica; quando il Gitto regolarizzò la propria posizione, la consortile si riaffidò al costruttore di Falcone per i materiali. "Egli prelevava dall’impianto nuovo di sua proprietà il calcestruzzo come CO.GI. e lo trasportava come CO.GI.", aggiunge Ambrosio.

 

Il tecnico continuò a lamentare la scadente qualità del materiale fornito. "Ricordo che il betoncino di cemento ed inerti che costituiva il rivestimento della nostra galleria continuava a venire giù piuttosto che rimanere aderente al tetto a causa del ridotto impiego di cemento che costituiva un vantaggio per Gitto che forniva il calcestruzzo ma un’ingente perdita per noi. Mi lamentai con Gitto di tale inconveniente e lo stesso mi riferì la seguente frase: "Nelle gallerie in Sicilia vi è uno spreco anche del 100%"". Dulcis in fundo i rilievi sullo spitz-beton fornito dall’impresa siciliana. "Esso aveva lo sfrido, cioè lo scarto che si determina nella lavorazione, del 60% in una partita di 8 miliardi", ha affermato Ambrosi[47]. Come dire un guadagno netto di quasi 5 miliardi di lire…

 

 

Gli artigiani del ferro

Lo scontro all’interno del cantiere autostradale fu inevitabile. Il geometra Ambrosio prese carta e penna per chiedere all’Iter di Ravenna l’espulsione dalla consortile della ditta Gitto, ritenuta la principale responsabile delle perdite accumulate in un anno di lavori. "Fino al mio arrivo", ha aggiunto Ambrosio, "Gitto aveva operato in piena libertà e tranquillità. Il mio predecessore, il geometra Pierazzoli, attribuiva al Cataldo delle grosse responsabilità sul risultato negativo della commessa. Egli mi disse di aver tentato diverse volte di evidenziare negativamente l’operato di Gitto ma che il Cataldo non aveva mai dato importanza a questo o comunque non aveva preso nessuna iniziativa".

 

Le pressioni fatte sul management della cooperativa romagnola sembrarono invece dare risultati migliori, al punto che fu decisa la rescissione parziale dei lavori affidati al Gitto, tranne i noli dei mezzi, definiti dallo stesso Ambrosio "quattro ferraglie sempre in avaria, che creavano più costi che ricavi". Il Cataldo e il Guglielmo proposero però di rescindere i contratti solo dopo aver esaurito il recupero delle anticipazioni con altri lavori e forniture. "In realtà", commenta il tecnico, "Gitto continuò a lavoricchiare, con il dichiarato fine di concludere quanto anticipato per il recupero delle somme, ma in realtà fornendo un lavoro che si faceva sempre più scadente e in termini di impegno e in termini di qualità dei materiali. Accadde quindi che Gitto, che non era stato "cacciato" per non perdere le somme anticipate, costituì per la commessa una perdita economica maggiore".

 

A questo punto Mario Ambrosio chiese all’Iter di estromettere insieme al costruttore di Falcone anche lo stesso ingegnere Cataldo. Fu il contratto relativo alla fornitura del ferro l’ultimo capitolo del conflitto scoppiato all’interno della consortile. "Gitto per la lavorazione del ferro si avvaleva di un certo Giuseppe Costantino, un artigiano alle cui dipendenze non ho visto più di tre unità e che si era costruito un banco per la piegatura del ferro, molto artigianale se non rudimentale, accanto ai miei uffici e con legname mio. Tra l’altro Costantino operava fuori regola, vista la sua limitazione all’iscrizione alla Camera di Commercio e soprattutto perché operava senza un contratto della sede di Lugo. Cercai allora di trovare un sostituto più affidabile professionalmente".

 

Fu così che Ambrosio si rivolse ad un’impresa che gli fu raccomandata dai tecnici della società Itinera di Genova impegnata in un confinante lotto autostradale. Si trattava della Nordica Sud, amministrata dall’imprenditore Giovanni Marcini, originario di Santo Stefano di Camastra. "Mi recai nell’impianto della Nordica Sud, dove vidi attrezzature computerizzate ed una forza lavoro di 15-20 unità. Ne rimasi affascinato". Il direttore tecnico del cantiere autostradale chiese allora a Costantino e a Marcini di formalizzare un’offerta per il ferro. "In prima battuta l’offerta di Costantino appariva più vantaggiosa dal momento che richiedeva 840 lire al chilogrammo di ferro a fronte delle 940 lire, che scontate diventavano 920, di Marcini", commenta Ambrosio. "La proposta della Nordica Sud, in considerazione anche del servizio che metteva a disposizione, era però in linea con il mercato ed era comprensiva in opera lavorato e posato. Il prezzo era fisso per tutto l’arco della commessa e lo sfrido dovuto alla lavorazione era incluso nell’offerta. Con questa attrezzatura all’avanguardia ero sicuro di centrare l’obiettivo della consegna dei lavori…"[48].

 

Ciò nonostante la direzione della società mandataria accantonò l’offerta e Gitto continuò a servirsi da Giuseppe Costantino. "Costantino intanto lavorava sempre senza contratto", racconta Ambrosio. "Sollecitai l’offerta, informai la sede di Lugo e fermai la fornitura. Nel frattempo aveva fatto uno stato di avanzamento dei lavori e non sapevo come contabilizzarlo. "Dammi un acconto!", mi disse. "Io non pago nulla senza contratto", risposi. Nacquero degli attriti. Imposi allora che, qualora il contratto fosse fatto a Costantino, si doveva includere la dicitura "acciaio contabilizzato da disegni" che significa che non si paga lo sfrido. A metà novembre direttamente da Lugo fu fatto il contratto a Costantino, ma quella clausola che avevo inserito richiedendola più volte telefonicamente non c’era. Mandai subito un fax in cui contestai la gravissima irregolarità commessa. Così ho dovuto riconoscergli lo sfrido dovuto alla lavorazione che nel primo stato d’avanzamento dei lavori era dell’11%. Significava che per mettere in opera un kg di ferro da disegno, le 840 lire erano in realtà 932 lire. Quindi l’offerta di Costantino risultava ben peggiore di quella della Nordica Sud, oltre all’aspetto qualitativo!".

 

Fu la resa dei conti. Dopo una serie di botte e risposte con i dirigenti della Iter di Ravenna, con grande gioia dei subappaltatori locali, il 20 gennaio 1998, a soli quattro mesi dal suo arrivo in Sicilia, il geometra Ambrosio venne licenziato.

 

 

Guerra di mafia per le ferrovie

I Gitto sottoposti alla dura legge del pizzo, dicevamo. C’è tuttavia un collaboratore di giustizia che ha raccontato ai magistrati qualcosa di diverso. Si tratta di Angelo Siino, ex pilota di rally aderente alla loggia massonica Camea, per anni vero e proprio "ministro dei lavori pubblici" del clan vincente dei Corleonesi di Totò Riina.

 

Siino conosce dal di dentro il mondo dei grandi appalti e il meccanismo di suddivisione organizzato da Cosa Nostra, imprenditori, politici e amministratori. Egli si è soffermato anche sui lavori per la realizzazione del raddoppio ferroviario nella tratta Messina-Barcellona-Patti, lavori appaltati in buona parte al consorzio di ditte catanesi guidate dall’IRA del cavaliere Gaetano Graci e dalla COGEI del gruppo Rendo. Deponendo al processo Mare Nostrum contro le cosche della fascia tirrenica messinese, Angelo Siino ha raccontato che in occasione di un pranzo in un ristorante di Milazzo, presenti esponenti della criminalità locale, politici ed imprenditori locali, si parlò del consorzio denominato Ferrofir, che doveva occuparsi della costruzione di alcune gallerie. "A tali opere era interessato l’imprenditore barcellonese Gitto, ma l’uomo che doveva occuparsi dell’intera gestione dell’affare doveva essere Giovanni Sindoni".

 

Quest’ultimo è un imprenditore barcellonese ritenuto da tutti "intoccabile". A capo di una delle maggiori aziende siciliane di trasformazione agrumaria, ex socio della Nuova Igea Calcio, Giovanni Sindoni è stato coinvolto in una megainchiesta sulle truffe agrumarie a danno della CEE, accanto all’ex sindaco di Bagheria Michelangelo Aiello e al boss Leonardo Greco, riportando una condanna a otto mesi di reclusione. Il collaboratore di giustizia Angelo Siino non fornisce ulteriori particolari per chiarire l’effettivo ruolo di Giovanni Sindoni nell’affaire doppio binario. Si sofferma invece sul costruttore Gitto che, secondo lui, sarebbe stato interessato ai lavori in galleria nel tratto Messina-San Filippo.

 

"Praticamente Gitto era un grosso contoterzista, cioè era uno che faceva lavori per conto terzi. Non faceva lavori edili, ma si occupava di lavori stradali. E poi in effetti era quello che manipolava la maggior parte dei lavori sull’autostrada Palermo-Messina e a causa di questo gli successe che gli ammazzarono un parente. Mi pare che lo stesso si chiamasse pure Gitto, gestiva un negozio a Barcellona Pozzo di Gotto ed era parente col governatore Cuomo[49]. E effettivamente questo signore insieme con questo Sindoni mi era stato detto che era un interessato alla gestione, addirittura che da lì a poco questo Gitto sarebbe stato in grado di poter gestire direttamente i lavori della Palermo-Messina. (...) In effetti poi fu quello che fece la maggior parte dei lavori autostradali, e debbo dire anche che ha avuto questo problema, gli fu ammazzato questo parente che prese le sue difese. Che i due Gitto erano imparentati io l’ho saputo da Nino Isgrò o da Matteo Blandi, malavitoso di Caronia...".

 

Il personaggio di cui parla Siino è il cavaliere Francesco Gitto, al tempo titolare di alcuni negozi di abbigliamento a Barcellona, Milazzo e Trapani, divenuto presidente della locale squadra di calcio della Nuova Igea dopo Giovanni Sindoni, assassinato su ordine del boss di Terme Vigliatore Pino Chiofalo, il 14 dicembre 1987. Un personaggio di tutto rispetto nel firmamento mafioso, referente dei clan palermitani nella gestione dei traffici di sigarette e droga, con legami con rappresentanti istituzionali e politici nazionali. Ad oggi non sono stati provati i rapporti di parentela con l’altro Gitto costruttore, né Siino ha fornito ulteriori elementi sul movente dell’omicidio del cavaliere Francesco, tuttavia il suo ruolo di dominus nella gestione degli appalti del raddoppio ferroviario ha trovato conferma dalle indagini degli inquirenti.

 

"La parte che Gitto rappresentava aveva stabilito un’intesa completa con il potere politico di cui i referenti massimi erano il senatore Carmelo Santalco, l’onorevole Saverio D’Aquino e il senatore Giulio Andreotti", ha raccontato Pino Chiofalo, che dopo essere stato estromesso dal grande affare, scatenò una guerra di mafia che costò decine e decine di morti nel barcellonese. "Detti personaggi erano i veri tutori delle grandi imprese catanesi che anche per loro tramite erano riuscite ad acquisire i grandi appalti di opere pubbliche e, per quel che riguardava Barcellona, quello del raddoppio ferroviario".

 

Furono appunto gli uomini di Nitto Santapaola e i clan emergenti di Barcellona a monopolizzare estorsioni e subappalti. Una vicenda che cambiò il panorama criminale della provincia di Messina, trasformando Barcellona Pozzo di Gotto ed hinterland nella Corleone degli anni ’90. L’asse mafioso Catania-Barcellona domina da allora l’economia illegale di una parte rilevante del territorio dell’isola e punta ad appropriarsi degli enormi flussi finanziari che dovrebbero giungere a breve per i progetti dell’Agenda 2000 e le opere di collegamento con il Ponte sullo Stretto.

 

 

 

Capitolo 3

Mani italiane sul petrolio e il gas dell’Africa occidentale

 

 

Il fronte del porto

Si raccontava dello splendido yacht che ha permesso al vicepresidente nigeriano Atiku Abubakar di conoscere le acque cristalline dello Ionio e di sbarcare a due passi dalla città di Taormina. Un’imbarcazione di proprietà di Gabriele Volpi, rappresentante della Intels, il potente gruppo italiano a cui fanno capo una quarantina di compagnie dedite alla gestione di porti e terminal petroliferi e allo sfruttamento del gas naturale e degli idrocarburi, operante principalmente nel continente africano in joint venture con transnazionali ed agenzie statali[50].

 

Intels è presente in Congo (Point Noire), Gabon (Port Gentil), Ghana, Costa d’Avorio (Abidjan); è inoltre particolarmente attiva in Angola, dove insieme alla Sonils Integrated Logistic Services e alla compagnia statale Sonangol, gestisce il terminal portuale di Luanda, oggi al centro di investimenti pubblici per oltre 500 milioni di dollari. È proprio il gruppo italiano a guidare i lavori finalizzati alla realizzare delle infrastrutture che verranno usate dalle compagnie impegnate nelle ricerche petrolifere lungo le coste del paese. Parte dei lavori del terminal di Luanda sono stati appaltati alla compagnia belga Dredging International e alla joint venture sudafricana Murray Roberts/Lama International. Sempre con Sonangol, Intels ha creato in Angola la società Sobilog per la gestione della "Lobito Supply Base"; Intels, Sonangol e la Namils Integrated Logistic Services, hanno dato vita invece ad un consorzio che assumerà la gestione della costruenda "Namibe Supply Base"[51].

 

La Integrated Logistic Services-Intels è l’operatrice dell’unica zona franca esistente in Africa occidentale, quella di Onne-Ikpokiri, sede di un complesso portuale a meno di 40 km dall’importante città di Port Harcourt, nel Rivers State della Nigeria. Le compagnie operanti nella zona franca sono esenti da qualsiasi tassa federale; altrettanto vale per i prodotti importati od esportati; inoltre è permessa la proprietà straniera al 100% delle infrastrutture. Onne-Ikpokiri assicura incentivi agli investitori e facilitazioni burocratiche a coloro che fanno ingresso nel mercato delle risorse energetiche nigeriane. Alle transnazionali è garantita la libertà di vendita dei loro prodotti a tutta la regione dell’Africa occidentale; grazie alla zona franca le maggiori compagnie internazionali che commerciano gas e petrolio hanno spostato in Nigeria il baricentro delle loro operazioni in quest’area del continente africano. Ne consegue il ruolo centrale di Intels nell’affare degli idrocarburi e gli enormi profitti che il gruppo ha conseguito in Nigeria.

 

Il popoloso stato africano è oggi sede delle più rilevanti attività di Intels: la compagnia, in joint venture con Interoil, gestisce le infrastrutture petrolifere di Amadi Flat Camp a Port Harcourt; inoltre dirige per conto dell’Autorità portuale nigeriana (Nigerian Port Authority-NPA) i centri per i servizi petroliferi nei porti di Onne, Warri e Calabar.

 

Sempre accanto alla NPA, Intels gestisce il nuovo terminal oceanico "West Africa Container Terminal (WACT)" realizzato all’interno della "zona franca petrolifera" di Onne, sul Bonny River, a due passi dai maggiori centri petroliferi nazionali e a sole 17 miglia nautiche dal mare aperto. Siamo nella stessa area dove la famiglia Gitto è stata chiamata a realizzare la rete stradale e i viadotti dal disastroso impatto socioambientale. Il terminal oceanico è in grado di ospitare petroliere da 70.000 tonnellate e le navi che s’incaricano del trasporto dei container provenienti dalla grande acciaieria di Ajaokuta e dal complesso carbonifero di Enugu.

 

Tra le maggiori compagnie di navigazione clienti dell’infrastruttura vi sono la Maersk Sealand, la PONL, la OT Africa Line, la MOL e la Torm Line. Nell’area WACT gestita da Intels è presente un’altra società di provenienza italiana, la Saima Nigeria Limited, filiale della Saima Avandero, il gruppo milanese leader nel settore delle spedizioni e dei trasporti internazionali, recentemente fusosi con la compagnia belga ABX Logistics[52]. Saima Nigeria Ltd. opera nel settore navale e della logistica a favore delle compagnie petrolifere; ha inoltre curato la fornitura e il trasporto dei materiali utilizzati nella realizzazione di megaprogetti idroelettrici (la diga di Siroro che fornisce energia elettrica alla regione settentrionale della Nigeria, le dighe di Bakolori, Goronyo e Dadinkowa). Insieme al Gruppo Saint Gobain Pont.A.Mousson, la società Saima Avandero ha pure fatto ingresso nella gestione degli acquedotti dei maggiori centri abitati del paese, privatizzati dalla nuova amministrazione Obasanjo-Atiku.

 

 

Il vicepresidente Atiku Abubakar ha concordato con la Banca Mondiale un piano per trasferire la proprietà delle infrastrutture portuali alle società private che oggi le gestiscono in concessione. Superfluo aggiungere che è proprio Intels la compagnia maggiormente interessata al piano di dismissione, un piano però fortemente osteggiato dai sindacati dei lavoratori dell’Autorità portuale nigeriana che bene conoscono il modus operandi delle società straniere. "Nel settore marittimo e dell’industria petrolifera, Intels è una delle compagnie che ha continuato a generare controversie", ha segnalato il quotidiano Daily Champion. "C’è soprattutto l’impressione della gente che la compagnia stia mungendo il paese senza contribuire all’economia nazionale. La cosa più rilevante è che si afferma che Intels sfrutti i Nigeriani che lavorano per essa"[53].

 

Picchettaggi, scioperi, occupazioni pacifiche hanno segnato la vasta mobilitazione contro la privatizzazione dei porti, bloccando in particolare l’attività delle infrastrutture di Warri e Calabar gestite dalla società italiana. Queste due aree portuali sono state anche al centro dei violenti conflitti interetnici che hanno insanguinato negli ultimi mesi la Nigeria. "Mentre gli scontri incessanti hanno ridotto le attività a Warri, il porto di Calabar è oggi del tutto inutilizzato e buona parte delle società che supportano le operazioni portuali nella ricca città petrolifera sono state chiuse o trasferite presso il porto di Onne", si legge ancora sul Daily Champion.

 

Per riattivare il porto di Warri, il governo ha inviato un contingente dell’esercito che ha occupato interamente le banchine e le infrastrutture logistiche. Il 19 settembre 2003, una richiesta simile d’intervento a Calabar è stata fatta al governo federale e alla direzione del Nigeria Ports Authority dal manager di Intels, Chuks Ihuoma[54]. Data la strettissima relazione governo-società privata, è lecito attendersi a breve l’ennesima risposta militare per riportare l’ordine tra le maestranze.

 

 

Petrolio e tangenti

"Obasanjo ed Atiku hanno portato la corruzione del paese ai massimi livelli. Questo regime passerà alla storia per essersi caratterizzato per gli interessi affaristici, la caccia alle streghe e il completo crollo della legge e dell’ordine. Il presidente e il suo vice hanno predisposto ciò che essi considerano un solido sistema di protezione, utilizzando i propri soci per gestire gli affari ed appropriarsi dei beni nazionali attraverso le privatizzazioni delle istituzioni e delle strutture economiche pubbliche. Per queste operazioni ci sono gli sforzi di un congiunto di Obasanjo, Otunba Fasawe. Egli è l’ambasciatore itinerante di Obasanjo tra le società private e colui che ha sottoscritto un imprecisato numero di contratti per conto del suo superiore. C’è un collaboratore italiano nel team di Obasanjo; un certo signor G. Volpi che è anche il manager di Intels, la compagnia che è connivente con i più alti rappresentanti del governo nel processo di emarginazione della Nigerian Ports Authority (NPA). Volpi ed Intels stanno scavalcando le funzioni dell’Autorità portuale nigeriana per interessi privati. Crediamo che un altro personaggio utilizzato dalla corrotta leadership nella gestione degli affari del nostro padre della patria è un certo dottor Baggi, altro uomo d’affari italiano, che dichiara di svolgere la professione di avvocato a Lugano, Svizzera"[55]. Così, in un lungo intervento sulla rivista statunitense USAfrica, il senatore Dauzia Loya Etete ha accusato il duo Obasanjo-Atiku Abubakar di operare congiuntamente al general manager della Intels, Gabriele Volpi, per lucrare sul piano di privatizzazione del settore petrolifero. Un’accusa gravissima, specie perché tira in ballo l’imprenditore italiano che ha ospitato in Sicilia il vicepresidente in persona e i suoi presunti soci in affare.

 

Etete è un uomo politico notoriamente brutale e corrotto, attualmente latitante in una villa a Parigi per sfuggire ad un mandato delle autorità nigeriane che lo accusano di riciclaggio di denaro. Il senatore, però, conosce dall’interno i perversi meccanismi che regolano in Nigeria i rapporti tra l’amministrazione statale e le transnazionali dell’energia, avendo ricoperto per anni il ruolo di ministro per il petrolio. Egli è poi il teste privilegiato di un’oscura vicenda di tangenti e licenze di esplorazione finita davanti alla corte federale di New York dopo essere stata mirabilmente raccontata in un reportage del periodico Forbes.

 

Una società nigeriana, la Malabu Oil & Gas, ha denunciato la Royal Dutch Shell, sua partner in una joint venture per lo sfruttamento di un giacimento nelle acque del delta del Niger, di aver agito in collusione con gli amministratori nigeriani per strapparle illegalmente la licenza di esplorazione dell’area in cui si stima l’esistenza di riserve per oltre un miliardo di barili di greggio. I fatti risalgono al 1998, quando, alla vigilia della fine del regime militare guidato da Sani Abacha, l’allora ministro Dauzia Loya Etete "si autoassegnò" la licenza per avviare le attività estrattive, scegliendo Malabu come titolare formale della licenza. Caduta la dittatura di Abacha, l’amministrazione civile del presidente Olusegun Obasanjo costituì un gruppo di lavoro per rivedere le licenze petrolifere; molte di esse furono revocate, ma quella rilasciata a Malabu fu invece riconosciuta valida.

 

Alla fine del 1999 la piccola compagnia nigeriana offrì alla Shell il 40% dei profitti in cambio di una suddivisione dei costi di esplorazione ed estrazione. Successivamente sarebbero però sorti dei contrasti tra i dirigenti della Malabu e il vicepresidente Atiku Abubakar, il quale avrebbe rivendicato per sé una percentuale del pacchetto azionario della joint venture. Al rifiuto da parte della società petrolifera, il governo revocò nel 2001 la licenza, riformulando un nuovo bando a cui furono invitate le multinazionali Shell ed ExxonMobil. Vinse la Shell con un’offerta di 210 milioni di dollari che le assicurò il 100% della licenza. La Malabu protestò ufficialmente affermando che l’offerta della società straniera si era basata sui propri studi i quali avevano individuato le reali dimensioni del giacimento petrolifero. La Shell respinse le richieste d’indennizzo e Malabu dovette rivolgersi alle autorità statunitensi accusando i dirigenti del dipartimento per le fonti petrolifere e i funzionari della filiale nigeriana della Shell di aver predisposto illecitamente tutta l’operazione.

 

A questo punto entra in gioco l’ex ministro per il petrolio Etete che in un esposto inviato alla Commissione del congresso nigeriano che indaga sulla vicenda, racconta la sua versione dei fatti.

 

"Nell’agosto 2000", scrive Etete, "andai a cena con il vicepresidente Atiku Abubakar che chiese di divenire proprietario di una parte della società di esplorazione come condizione per non revocare la licenza. Ho pure registrato le conversazioni degli incontri avuti con il rappresentante di Abubakar, in cui si discute sulle modalità di pagamento delle tangenti a favore di Abubakar, del presidente Obasanjo e del direttore generale della Shell, Ron van den Berg". L’ex ministro aggiunge di aver ricevuto alla fine del 2000 una chiamata telefonica da parte di un agente del vicepresidente, che gli intimava di vendere la quota azionaria del giacimento di proprietà della Malabu. "Mi rifiutai e così qualche mese più tardi il governo revocò la licenza alla compagnia petrolifera assegnandola alla Shell".

 

Sempre secondo Etete, la transnazionale "ricompensò il vicepresidente assegnando i contratti per i servizi petroliferi alla società di cui lui è comproprietario, l’Intels. Sono in possesso delle registrazioni delle conversazioni tra gli agenti del vicepresidente e la Shell in cui si discutono tutti i dettagli di questa operazione". "Sono tutte speculazioni", ha commentato seccamente la multinazionale; tuttavia il comitato parlamentare nigeriano ha dovuto richiedere l’autorizzazione all’arresto del manager Van den Berg per essersi rifiutato di rispondere alle domande della commissione. Intanto, alla vigilia dell’apertura del processo, un misterioso incendio ha distrutto parte degli uffici dell’autorità nazionale preposta al rilascio delle licenze petrolifere; importanti documenti sono andati irrimediabilmente perduti[56].

 

 

Alla conquista delle fonti energetiche

Conflitti sociali ed etnici, repressione delle organizzazioni sindacali ed ambientaliste, corruzione dilagante; continua ad essere la lotta per l’accesso e il controllo delle inestimabili fonti energetiche l’elemento che caratterizza la storia contemporanea della Nigeria. Questo paese è oggi il sesto produttore di petrolio al mondo e il principale del continente africano; dal settore petrolifero dipendono interamente le spese e gli investimenti statali. È il petrolio infatti a generare l’80% del budget nazionale, il 90-95% del valore delle esportazioni ed oltre il 90% della valuta straniera.

 

La macchina amministrativa creata dal duo Obasanjo-Abubakar si dedica a tempo pieno a programmare interventi che facilitino gli investimenti stranieri. Nel novembre 2000 il governo ha stanziato fondi aggiuntivi per far fronte alle spese per la creazione di joint venture con le transnazionali dell’energia, rilasciando un numero record di concessioni in previsione dell’innalzamento della produzione giornaliera nazionale a 5 milioni di barili entro il 2010. Il bilancio statale del 2001 destina 3,5 miliardi di dollari per le operazioni in associazione della Nigerian National Petroleum Corporation NNPC, un miliardo in più di quanto speso nel 2000. Il budget totale per le operazioni petrolifere nigeriane ha già superato i 5 miliardi di dollari all’anno e ciò ha comportato insostenibili tagli alle spese sociali (istruzione e sanità innanzitutto) e la svendita del patrimonio dello stato.

 

Si stima che le riserve di greggio nigeriano superino i 22,5 miliardi di barili. I principali giacimenti sorgono sulla costa del delta del Niger; si tratta in buona parte di infrastrutture petrolifere che pompano ognuno una media di 50 milioni di barili all’anno. Il 95% della produzione nazionale di crudo è generata dalle joint venture in cui accanto alla Nigerian National Petroleum Corporation compaiono le maggiori compagnie straniere, tra le quali spiccano Shell, ExxonMobil, Chevron, Eni/Agip, Texaco e TotalFinaElf.

 

La Shell in particolare, controlla i più importanti giacimenti del paese (Bonga) e recentemente ha avviato lo sfruttamento delle aree di Doro, Ngolo e Soku dove si prevede di estrarre sino a 100 milioni di barili di greggio ed una quantità enorme di gas. La Shell in società con la ExxonMobil è presente ad Erha da cui si spera di pompare sino a 250.000 barili al giorno entro il 2004 e in cui si stima l’esistenza di riserve per 1,2 miliardi di barili. L’ExxonMobil detiene a sua volta l’8,8% della titolarità dei giacimenti offshore di Amenam/Kpono, il cui controllo è nelle mani della TotalFinaElf e della società statale nigeriana. Attualmente dal giacimento di Amenam/Kpono si estraggono 100.000 barili al giorno, mentre si stimano riserve per 500 milioni di barili[57]. Altra importantissima area di estrazione è quella di Agbami gestita dalla compagnia Texaco, il cui petrolio è destinato interamente per le esportazioni agli Stati Uniti, il principale acquirente di greggio nigeriano (circa 865.000 barili al giorno, pari al 9,9% delle importazioni di crudo Usa).

 

Le nuove tecnologie in campo energetico stanno modificando a livello mondiale i trend di domanda e l’estrazione del gas naturale va via via affermandosi come uno dei settori più appetibili per il prossimo futuro. Si stima che la Nigeria possegga riserve di gas naturale per 124.000 miliardi di metri cubi, al nono posto tra quelle esistenti a livello mondiale. Ancora una volta sono Chevron, TotalFinaElf, Shell, Texaco, Agip ed ExxonMobil ad aver sottoscritto accordi di massima per lo sfruttamento dei giacimenti di gas del paese[58].

 

Parallelamente al trasferimento in mano straniere delle risorse energetiche, l’amministrazione Obasanjo-Abubakar ha avviato la privatizzazione delle maggiori raffinerie di greggio del paese (Port Harcourt I e II, Warri, Kaduna), con il paradosso che oggi la Nigeria è costretta ad acquistare il prodotto raffinato all’estero, a prezzi sempre più sostenuti, dalle stesse compagnie con cui sono state sottoscritte le joint venture per lo sfruttamento del greggio. Lo scorso mese di giugno le autorità nigeriane hanno deciso di incrementare del 50% il prezzo della benzina destinata al consumo privato, decisione che ha condotto all’indizione di uno sciopero nazionale durato una decina di giorni che per poco non ha causato la caduta del governo, apertamente accusato di "servilismo nei confronti delle multinazionali del petrolio"[59]. Le proteste sono rientrate dopo la sospensione del provvedimento e il brutale intervento della forza pubblica. Quattro mesi più tardi il presidente Obasanjo ha però reiterato l’intenzione di liberalizzare il prezzo dei prodotti petroliferi ed alcune società che pure si erano impegnate a congelare i prezzi di vendita, hanno notevolmente aumentato il costo della benzina. Per aver protestato contro il voltafaccia del governo e delle multinazionali petrolifere, a metà ottobre sei leader sindacali sono stati arrestati ad Abuja. Ciò ha riacceso nuovamente il conflitto sociale in Nigeria dove il rischio è che ripetano le gravi violenze registratesi nel marzo 2003 alla vigilia della tornata elettorale per il rinnovo della presidenza, quando scoppiarono scontri armati interetnici durante le manifestazioni operaie per gli aumenti salariali e contro il processo di privatizzazione del settore petrolifero.

 

Nella sola area di Warri dove sorge il terminal gestito dalla italiana Intels, a seguito degli scontri tra i gruppi Ijaw e Itsekeri si sono contati una decina di militari e oltre un centinaio di civili assassinati. La violenza nella regione del delta del Niger ha causato il crollo della produzione di circa 800.000 barili al giorno, il 40% dell’intera produzione nigeriana. Il governo ha così dato il via alla militarizzazione dei giacimenti, scatenando un’offensiva diretta a colpire principalmente la popolazione Ijaw. Sarebbero già oltre 4.000 i militari nigeriani insediatisi nei pressi di pozzi e terminal petroliferi. Le prime infrastrutture occupate sono state quelle di Escavros di proprietà della Chevron-Texaco e di Forcados della Shell[60].

 

 

Petrolio color sangue

Le violente tensioni scoppiate nella regione del delta del Niger hanno spinto l’organizzazione nordamericana Human Rigths Watch a scrivere al governo nigeriano affinché intraprenda "immediate misure per prevenire un ulteriore deterioramento della situazione"; analoga richiesta è stata fatta alle compagnie petrolifere che operano nell’area, ed in particolare a Royal Dutch Shell, Chevron-Texaco e TotalFinaElf.

 

Human Rights Watch ha anche denunciato le rappresaglie eseguite dalle forze di sicurezza nigeriane inviate dal governo per ristabilire l’ordine nella regione. Oltre ai morti degli scontri tra le comunità, sarebbero state infatti decine le persone assassinate a colpi d’arma da fuoco dalle forze di sicurezza durante le loro incursioni nei villaggi. Secondo l’organizzazione per i diritti umani, l’intera comunità Ijaw di Okerenkoko, "del tutto disarmata", è stata fatta oggetto di rappresaglia a seguito dell’uccisione, il 13 marzo 2003, di quattro soldati, presumibilmente da parte di alcuni giovani locali. "Le forze di sicurezza hanno potuto agire liberamente dopo aver isolato la zona ed aver reso praticamente impossibile l’accesso ai villaggi colpiti agli osservatori per i diritti umani, ai giornalisti e ad altri testimoni indipendenti", si legge nella lettera di Human Rights Watch. "Mentre le vittime delle operazioni militari appartengono prevalentemente alla comunità Ijaw, la maggioranza delle vittime degli scontri tra le comunità locali sarebbero Itsekiri. In passato, analoghe operazioni militari finalizzate a sedare altri scontri scoppiati nel delta del Niger (e in altre aree del paese) hanno portato ad esecuzioni sommarie e altre violazioni dei diritti umani"[61].

 

Sempre Human Rights Watch aveva pubblicato nel 1999 un articolato rapporto sul ruolo e sulle responsabilità delle compagnie petrolifere straniere nel conflitto politico, sociale e militare nigeriano. "La non conoscenza del difficile contesto delle attività petrolifere in Nigeria, non assolve le compagnie petrolifere dalla responsabilità negli abusi dei diritti umani che hanno luogo nel delta del Niger; o per azione o per omissione esse hanno un ruolo diretto nel conflitto", si legge nel rapporto. "È evidente in molti dei casi che le compagnie si beneficiano dall’assenza di leggi che regolino l’industria petrolifera. La posizione di dominio delle compagnie petrolifere dà a loro il dovere di monitorare e promuovere il rispetto dei diritti umani da parte del governo nigeriano. Dato il ruolo predominante del petrolio nell’economia nazionale nigeriana, le politiche e le pratiche delle compagnie petrolifere sono fattori importanti nell’assunzione delle decisioni da parte del governo. Poiché le compagnie petrolifere operano in joint venture, esse hanno sempre l’opportunità d’influenzare la politica governativa".

 

Human Rights Watch segnala una lunga serie di violazioni perpetrate dal governo per assicurare il pieno controllo straniero sul petrolio. "Le proteste a seguito delle devastazioni ambientali sono continuamente represse dagli interventi violenti della polizia e dagli arresti arbitrari. Quando ci sono avvocati indipendenti e gruppi ambientalisti che eseguono monitoraggi sul rispetto delle leggi ambientali da parte delle compagnie, o assistono le comunità nelle loro richieste, le loro attività sono state seriamente ostacolate dalle incursioni della polizia, dai raid agli uffici, dagli arresti e da altre misure repressive".

 

L’organizzazione nordamericana denuncia l’uso costante delle tangenti a favore di politici locali, autorità statali e militari, funzionari ministeriali. Una pratica di routine sarebbe l’estorsione a danno dei manager delle compagnie, "i quali sono minacciati e spesso utilizzati come ostaggi". Le stesse compagnie si distinguerebbero sempre più spesso per l’atteggiamento omertoso se non di vera e propria complicità con gli autori delle violazioni.

 

"Nessuna delle compagnie pubblica regolarmente rapporti completi sulle denunce relative a danni ambientali, sabotaggi, richieste di indennizzi, azioni di protesta o operazioni militari che si sono realizzati nei pressi delle loro infrastrutture", aggiunge Human Rights Watch. "C’è un numero crescente di armi da fuoco circolanti nel delta del Niger, alcune delle quali sequestrate dalle forze di sicurezza, che vengono utilizzate negli scontri tra le differenti comunità". Alcune compagnie straniere hanno svolto un ruolo diretto nella repressione dei movimenti sociali. "I casi investigati", denuncia Human Rights Watch, "mostrano ripetuti incidenti in cui le persone sono vittime di brutalità da parte dei vigilantes degli impianti delle compagnie; in alcuni casi le forze di sicurezza colpiscono, picchiano e arrestano i delegati delle comunità che giungono per presentare le loro rimostranze"[62].

 

Il caso certamente più noto è quello della cosiddetta "crisi degli Ogoni", esploso a metà degli anni ’90 con la condanna a morte per impiccagione di nove attivisti ambientalisti, tra cui Ken Saro-Wiwa, scrittore di fama internazionale, fondatore di Mosop ("Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni") e insignito del Premio Nobel. Essi erano alla guida della protesta popolare contro le campagne esplorative della Shell. La multinazionale anglo-olandese non mosse un dito per tentare di salvare la vita ai leader ambientalisti; al contrario, qualche mese dopo la loro esecuzione, firmò nuovi contatti di esplorazione in Nigeria, versando fiumi di denaro a favore della discreditata dittatura militare.

 

Sempre la Shell ha ammesso il pagamento di denaro a favore delle forze di sicurezza nigeriane per la protezione delle strutture petrolifere e del proprio personale; la multinazionale ha anche contribuito economicamente alla realizzazione di alcune caserme sul delta del Niger e alla costruzione degli aeroporti militari di Osubi ed Ogulagha, sull’oceano atlantico. Nel 1996 la Shell ha pure negoziato l’importazione di armi a favore della polizia nigeriana, con la scusa di "contribuire alle operazioni di vigilanza dei propri impianti contro il crimine comune". Secondo il quotidiano britannico Observer, si sarebbe trattato di fucili semiautomatici ancora una volta prodotti dall’industria bellica italiana Beretta, un’operazione realizzata attraverso la XM Federal Limited, società di import-export con sede a Londra[63]. La Shell è inoltre accusata di aver dato vita a un gruppo di vigilantes responsabile di alcune incursioni paramilitari nei villaggi del delta. "Giovani di Edagberi, Rivers State, sono stati detenuti dalla polizia nigeriana negli uffici della Alcon Engineering, società d’ingegneria contrattata dalla Shell", aggiunge Human Rights Watch. "Un'altra società contrattata della multinazionale, la Western Geophysical, ha richiesto l’intervento della marina di guerra nigeriana per reprimere le proteste degli studenti davanti agli impianti di Iko (Akwa Ibom State). I marine hanno assaltato interi villaggi, uccidendo un giovane a colpi di bastone"[64].

 

Avvenimenti similari hanno avuto protagonista la compagnia statunitense Chevron. Nel luglio 1995 e nel gennaio 1997 le forze militari sono intervenute picchiando selvaggiamente e arrestando decine di giovani che protestavano davanti ai giacimenti petroliferi Chevron di Edema (Imo State) ed Ahia-Omudioga (Rivers State). Nel maggio 1998 i manager della compagnia hanno chiesto l’intervento della marina per sloggiare gli occupanti della piattaforma petrolifera di Parabe.

 

"Le attività della Chevron nel delta del Niger hanno causato seri problemi alle popolazioni locali, distruggendone le riserve di pesca e lasciandole senza mezzi di sostentamento", denuncia l’organizzazione ecologista EarthRights International. Nel caso di Parabe dove si è registrato il versamento di greggio nell’ambiente circostante, i residenti del delta hanno chiesto alla Chevron di ripulire l’area e di fornire alle comunità pozzi, posti di lavoro ed elettricità. Nonostante gli ingenti proventi derivanti dalla commercializzazione del petrolio estratto nell’area, la Chevron ha rifiutato qualunque forma di dialogo. "Frustrati", racconta EarthRights International, "i residenti del delta si sono recati presso la piattaforma offshore di Parabe per chiedere ai funzionari della Chevron d’incontrare gli anziani della comunità. I manifestanti non erano armati, al contrario dei funzionari della sicurezza della Chevron presenti sulla piattaforma. Dopo tre giorni i negoziati sembravano essersi sbloccati, così i dimostranti accettavano di lasciare la piattaforma, informando la società. Ma evidentemente il management della Chevron aveva deciso di dare una lezione ai residenti, ed inviare un messaggio a quelle popolazioni del delta che pensavano di organizzare altre forme di protesta". Fu così che il 28 maggio 1998, alcuni elicotteri della Chevron con a bordo militari e funzionari della compagnia si avvicinarono alla piattaforma. "I soldati aprirono il fuoco sui dimostranti prima che gli elicotteri atterrassero", denuncia EarthRights International. "Due manifestanti vennero uccisi e altri feriti, uno dei quali fu colpito con la baionetta dopo essere già stato ferito da un colpo di arma da fuoco. Il leader dei dimostranti fu preso dai soldati e successivamente torturato".

 

Sette mesi dopo lo sgombero di Parade, il 4 gennaio 1999, gli elicotteri della Chevron volarono sopra i villaggi di Opia e Ikenyan aprendo il fuoco contro la popolazione. Contemporaneamente giunsero nei villaggi alcune imbarcazioni della società petrolifera cariche di militari. "A seguito dell’attacco morirono almeno sette persone e gran parte dei due villaggi fu rasa al suolo dalle fiamme. Molte persone furono ferite o risultarono disperse; quasi tutti gli abitanti persero la casa e gli averi nelle fiamme"[65].

 

Alcune delle vittime delle operazioni contro la piattaforma di Parade ed i villaggi di Opia e Ikenyan hanno intentato causa contro la Chevron presso la corte federale degli Stati Uniti, ricorrendo all’Alien Tort Claims Act, che consente di chiamare in giudizio individui o imprese statunitensi quando commettano violazioni dei diritti umani in qualunque parte del mondo. Il processo ha preso il via all’inizio del 2000 ed è ancora in corso.

 

 

L’affare del gas

Tra le compagnie petrolifere comunque responsabili del clima di violenze e repressione vissuto in Nigeria, non poteva mancare l’italiana Agip. Human Rights Watch, nel suo rapporto del 1999, ha accusato i vigilantes della società petrolifera della morte "a colpi di bastone" di un giovane fermato durante le proteste contro il campo petrolifero di Clough Creek, vicino Egdemo-Angalabiri. Ad Elele, Rivers State, la Saipem, società d’ingegneria dell’Eni-Agip, è giunta a richiedere l’intervento dei soldati per arrestare un giovane che si era recato nei propri uffici per chiedere l’indennizzo per l’occupazione delle terre di cui era proprietario e in cui erano state avviate illegalmente le attività estrattive per conto della compagnia francese Elf. Il giovane fu poi brutalmente picchiato dai militari. Human Rights Watch ha infine segnalato che "a differenza di Shell, Chevron e Mobil", l’Agip le ha risposto "solo dopo diversi mesi e con un paio di paginette di scarne informazioni sulle proprie attività nel paese"[66].

 

Il Gruppo Eni è presente in Nigeria dal 1962. Nel settore esplorativo l’Ente nazionale per gli idrocarburi opera attraverso la Nigerian Agip Oil Company Ltd. (NAOC), la Nigerian Agip Exploration Ltd. (NAE) e l’Agip Energy & Natural Resources Nigeria Ltd. (AENR). Le produzioni di greggio dell’Eni sono principalmente concentrate nella conflittiva regione del delta del Niger. In quest’area la Nigerian Agip Exploration detiene partecipazioni in quattro giacimenti oceanici, mentre l’Agip Energy & Natural Resources Nigeria opera presso i giacimenti offshore di Agbara, in joint venture con la Nigerian National Petroleum Corporation (NNPC)[67]. Importanti contratti con l’ente petrolifero nigeriano sono stati firmati dall’Agip per l’estrazione nel giacimento di Abo e in quelli di Okono ed Okpoho, dove si stima una produzione di 20.000 barili al giorno. Nel luglio 2001, la Nigerian Agip Oil Company ha anche sottoscritto un accordo per la costruzione di una centrale elettrica a gas della potenza di 450 Megawatt. Il nuovo impianto, localizzato nell’area di Kwale, ancora una volta sul delta del Niger, garantirà la fornitura di energia elettrica nell’area meridionale del paese attraverso un elettrodotto di 330.000 volt in via di costruzione. Per questo progetto, l’Agip ha costituito una joint venture con la compagnia statale petrolifera e con la statunitense Phillips Petroleum Company.

 

Nel settore dell’ingegneria e dei servizi Snamprogetti e Saipem hanno realizzato una serie di infrastrutture come la raffineria di Warri, il gasdotto Escravos-Lagos (454 km) e le piattaforme offshore del giacimento di Agbara. Snamprogetti fornisce inoltre i servizi d’ingegneria dell’oleodotto Escravos-Warri, mentre la Saipem ha svolto operazioni di trivellazione in joint venture con partner internazionali e si è occupata della progettazione e della costruzione delle strutture per l’impianto di gas di Soku, di proprietà della Shell.

 

Proprio il gas è divenuto uno degli affari più rilevanti della holding energetica italiana. La Snamprogetti, con le società Technip[68], Kellogg Brown & Root e Japan Gasoline Company (JGC), compongono paritariamente il consorzio TSKJ che per conto della Nigeria LNG Limited ha realizzato tre linee di produzione di gas naturale liquefatto nell’impianto sorto a Bonny Island, proprio nell’area in cui la siciliana Gitto Costruzioni sta per realizzare le infrastrutture viarie di collegamento. Per l’esportazione di gas, il consorzio TSKJ ha anche realizzato un enorme terminal navale sulla riva sinistra del Bonny River, tra Bonny Town e l’oceano atlantico. I lavori sono costati 20 milioni di dollari e hanno avuto la supervisione tecnica della Shell Gas Nigeria B.V..

 

Quello di Bonny Island è il più ambizioso progetto nigeriano per la liquefazione di gas naturale; per la sua realizzazione sono stati spesi 3,8 miliardi di dollari e a lavori finiti si prevede il processamento di 252 miliardi di metri cubi all’anno. Superfluo aggiungere che le proteste delle popolazioni contro il devastante impianto di liquefazione di Bonny Island sono state del tutto ignorate dal governo di Olusegun Obasanjo ed Atiku Abubakar, mentre non sono mancati gravi casi d’intimidazione contro leader popolari e sindacalisti[69].

 

È opportuno segnalare che proprio la Nigeria LNG Ltd. (NLNG), la compagnia mista che produce ed esporta il gas naturale liquido, è posseduta per un 10,4% dall’Agip International B.V. del Gruppo Eni; un altro 49% è in mano alla compagnia statale nigeriana NNPC, mentre il restante 40,6% è suddiviso tra la Shell e la TotalFinaElf. La Shell sarà la principale beneficiaria dell’impianto di liquefazione: esso verrà utilizzato infatti per il gas estratto dagli immensi giacimenti di Bonga e di quelli esistenti sotto le acque del delta del Niger, in un’area che dal 1997 è al centro di violenti scontri sociali che hanno impedito sino ad oggi la realizzazione degli impianti di pompaggio.

 

Accanto alla Shell, numerose società straniere hanno già sottoscritto contratti di acquisto di gas naturale con il consorzio Nigeria LNG: innanzitutto l’italiana ENEL che si è assicurata il 49% dell’intera produzione; poi la spagnola Enagas (22%), la turca Botas (17%), Gaz de France (7%), la portoghese Transgas (5%). In vista dell’entrata in funzione di altre due linee di produzione (la quarta e la quinta), l’Eni ha sottoscritto un accordo di massima per l’acquisto di 20 miliardi di metri cubi di gas liquido in un periodo di 20 anni che l’ente nazionale venderà in Spagna e Portogallo a partire del 2005[70]. Sono in fase avanzata le discussioni per un accordo analogo con il gigante italiano Edison, recentemente acquisito dal gruppo Agnelli-Fiat, e con la società brasiliana Petrobras.

 

Quello di Bonny Island con i suoi cinque impianti di processamento non sarà l’unico megaprogetto per lo sfruttamento del gas naturale previsto nella delicata area ambientale del delta del Niger. Nel febbraio 2001, il governo ha infatti annunciato di aver sottoscritto con le società statunitensi Chevron, Conoco, ExxonMobil e Texaco, un accordo per avviare uno studio di fattibilità per un secondo impianto LNG da realizzare nel delta occidentale del Niger. Intanto sono già stati centinaia gli incidenti registrati a Bonny Island a causa delle attività di raffinazione del greggio e di condensazione del gas naturale negli impianti della Nigeria Liquified Natural Gas Limited. Nell’aprile 1999 un’esplosione ha perfino distrutto parzialmente l’impianto di gas in fase di realizzazione ad Obite, di proprietà dell’Elf-Aquitaine, società che detiene il 15% del consorzio internazionale[71].

 

Il Niger è sempre più vittima del versamento di petrolio e della contaminazione dei composti chimici e dei gas utilizzati negli impianti. Più di 4.000 spargimenti di greggio si sono registrati negli ultimi 40 anni nelle acque del delta del Niger. Un devastante impatto che solo in rarissimi casi è stato sanzionato dalle autorità nigeriane. Nel marzo 2003 il Parlamento ha intimato la filiale nigeriana della Shell Petroleum Development Company (SPDC) a versare 1,5 miliardi di dollari a favore della comunità Ijaw dello stato di Bayelsa quale risarcimento per la devastazione ambientale causata alle acque del delta a partire del 1956, anno in cui fu intrapresa l’estrazione di greggio dalle piattaforme offshore. Gli studi di una speciale commissione di tecnici hanno provato come "le fuoriuscite di petrolio dagli impianti della compagnia straniera hanno consistentemente danneggiato la produzione agricola e le fonti idriche dello stato di Bayelsa, assumendo proporzioni epidemiche tra il 1993 ed il 1994 e causando l’esplosione di malattie contagiose che hanno ucciso oltre 1.400 persone e costretto molte altre a ricorrere alle cure sanitarie".

 

L’équipe di esperti ha inoltre rilevato che una parte delle popolazioni di Bayelsa e Rivers State soffrono di cancro e di altre malattie neoplastiche "in conseguenza della prolungata e costante esposizione ad esalazioni del greggio riversatosi nell’ambiente"[72]. Sino ad oggi la Shell non ha ottemperato all’ingiunzione del Parlamento nigeriano ripetendo il comportamento omissivo assunto a seguito della sentenza di un’alta corte del paese africano che nel giugno 2000 ha condannato la compagnia anglo-olandese a versare 40 milioni di dollari come indennizzo per i danni causati all’ambiente e alle popolazioni dei villaggi di etnia Ogoni[73].

 

"La presenza degli impianti di Bonny Island sta anche causando la distruzione di ettari di foresta e mette in serio pericolo la sopravvivenza della comunità di 6.000 persone che abita l'isola", denuncia il World Rainforest Movement. Una deforestazione che si somma a quanto è stato causato dalle attività di esplorazione ed estrazione petrolifera che in Nigeria hanno comportato la scomparsa di oltre 562.000 chilometri quadrati di foresta primaria, il 95% di quella esistente all’inizio del 20° secolo[74].

 

 

Italiani brava gente

Le responsabilità dei grandi complessi industriali italiani nello sviluppo delle crisi sociali, politiche ed economiche della Nigeria sembrano proprio non dover finire mai. Così, analizzando la lista delle società che hanno partecipato all’installazione del devastante complesso per la produzione di gas naturale di Bonny Island, si scopre il concorso della Techint, una holding con sede in Argentina ma con capitali interamente italiani. È con la Techint infatti che il consorzio Nigeria LNG Ltd. ha sottoscritto un contratto di costruzione per 80 milioni di dollari.

 

Meritano un capitolo a parte le vicende relative al Gruppo Techint, non fosse altro che questo è uno dei meno conosciuti in Italia nonostante sia tra i complessi industriali-finanziari di casa nostra maggiormente affermatisi internazionalmente accanto all’Eni-Agip, al gruppo Agnelli-Fiat-Impregilo, all’Ansaldo, all’ENEL e alle fabbriche di armi ex IRI-EFIM.

 

Nelle mani della famiglia lombarda dei Rocca (al terzo posto tra i gruppi familiari più ricchi d’Italia dopo i Berlusconi e i Benetton), la Techint-Compagnia Tecnica Internazionale fu fondata nel 1945, dopo il secondo conflitto mondiale. L’anno successivo il capostipite della famiglia Rocca, l’ingegnere Agostino, "padre" della siderurgia italiana, emigrò in Argentina per sottrarsi all’accusa di "collaborazionismo" con il fascismo. A Buenos Aires venne creata la Techint Compañía Técnica Internacional SA. che presto si affermò come il principale gruppo industriale e finanziario del paese, uscendo indenne da tutti i capovolgimenti politici e militari che hanno attraversato il paese, fino ad acquisire le maggiori imprese statali argentine privatizzate dai governi "democratici" di Carlos Menem, Raoul Alfonsín e Fernando de La Rua. Di questi ex presidenti e dell’ex ministro dell’economia Domingo Cavallo, la famiglia Rocca è stata amica e consulente nell’implementazione dei dissennati programmi neoliberisti che hanno condotto l’Argentina al collasso finanziario e all’instabilità sociale. Ma amicizie importanti sono state coltivate anche in Italia tra i vertici di Confindustria e delle maggiori banche pubbliche e private; Agostino Rocca, in particolare, è stato grande amico di Gianni Agnelli, nonché suo collaboratore quando la Fiat decise d’insediare proprie fabbriche in Argentina[75].

 

Oggi la Techint è un colosso che fattura annualmente 6 miliardi di dollari, impiega oltre 30.000 dipendenti e ha filiali in 38 paesi[76]. È sempre la siderurgia il cuore pulsante dell’holding della famiglia Rocca: la Techint controlla infatti le principali società siderurgiche italiane dello storico gruppo Dalmine e importanti complessi latinoamericani, specie in Argentina e Venezuela[77]. La Techint possiede inoltre acciaierie in Stati Uniti, Tailandia, Giappone e Cina e dagli anni ’70 ha diversificato le sue attività puntando all’ingegneria e alla realizzazione di infrastrutture quali strade, autostrade, tunnel, ponti, aeroporti, porti, acquedotti, dighe, sistemi di telecomunicazione, penitenziari, impianti ospedalieri.

 

In queste attività la Techint è stata partner dei più importanti colossi mondiali delle costruzioni civili-militari, prima fra tutte la statunitense Bechtel, la compagnia contrattata dall’amministrazione Bush per la ricostruzione dell’Iraq. Per conto della Bechtel la società della famiglia Rocca ha realizzato l’impianto di trattamento dei fumi di scarico della fabbrica di alluminio di Aluar a Puerto Madryn (Patagonia); in consorzio con Bechtel Enterprises, Dragados, Dwyidag e Hochtieff, la Techint concorre alla gara per la realizzazione di un viadotto di 41 km che colleghi Buenos Aires con la città uruguayana di Colonia, progetto per cui si prevedono investimenti per oltre 1.200 milioni di dollari. Un secondo consorzio è stato costituito con la Bechtel e la società militare Lockheed in vista della privatizzazione dei maggiori aeroporti argentini; la Techint Techonologies sta invece realizzando per conto della Bechtel una serie di megacentrali a carbone in Cina[78].

 

Oltre al complesso nigeriano per la liquefazione del gas, la Techint ha realizzato importanti infrastrutture per lo sfruttamento delle fonti energetiche in paesi in guerra o dove vengono calpestati quotidianamente i diritti umani: l’oleodotto e il gasdotto tra Argentina e Cile e tra Argentina e Brasile, alcuni oleodotti che attraversano la cordigliera andina in Bolivia e Perù, numerosi impianti petroliferi e per il trasporto di gas in Russia, l’oleodotto Enugu-Makurdi-Yola (ancora una volta In Nigeria), le installazioni petrolifere e alcune linee di produzione della rete di oleodotti OCENSA in Colombia[79]. In quest’ultimo paese latinoamericano, la Techint ha realizzato le installazioni per il processamento di crudo a Cupiagua, l’oleodotto Vasconia-Coveñas di 575 km, il gasdotto Ballena-Barrancabermeja di 220 km, l’oleodotto Cusiana-La Bellezza di 220 km e il terminal terrestre di Coveñas. Attraverso la controllata Syusa (Saneamiento y Urbanización Sociedad Anónima), il gruppo Rocca ha realizzato la grande discarica "Doña Juana" di Bogotá. Nel vicino Ecuador, la Techint è stata contrattata da un consorzio internazionale in cui compare l’italiana Agip, per la costruzione dell’oleodotto "OCP" (Oleoducto de Crudos Pesados), una devastante opera lunga 508 km, fortemente osteggiata dalle organizzazioni indigene e dalle associazioni ambientaliste[80]. Una serie di raffinerie e di piattaforme offshore sono state completate in Argentina, Brasile, Uruguay, Trinidad e Tobago; inoltre, attraverso la controllata Tecpetrol, la famiglia Rocca opera direttamente nel settore estrattivo, controllando giacimenti di gas e petrolio in Argentina, Venezuela, Bolivia, Ecuador, Brasile e Colombia[81].

 

La Techint è inoltre presente nei mercati strategici del medio oriente e del sud-est asiatico. In Arabia Saudita, la Saudi Aramco ha sottoscritto nel 1998 un accordo con la Techint International of Argentina, per la costruzione di un oleodotto di 412 miglia tra i giacimenti di Shaybah ed il terminal di Abqaiq[82]. Sempre in Arabia Saudita la Techint ha realizzato un altro oleodotto tra Dhahran e Yanbu e un acquedotto tra i centri di Yanbu e Medina[83]. In Indonesia la società italiana ha costruito l’impianto di generazione di energia di Suralaya, mentre nel Sudan attraversato da un violento conflitto interreligioso e politico, la Techint ha realizzato in consorzio con la Saipem gli impianti per la produzione di petrolio di Muglad.

 

Sparsi per il mondo ci sono poi alcuni impianti particolarmente sospetti installati "chiavi in mano" dalla Techint: una fabbrica per la produzione di "gas medicinali e industriali" a Zanzour e il "sistema di distribuzione elettrica del complesso siderurgico di Misurata" in Libia; il megaimpianto della multinazionale Monsanto a Zarate (Argentina) dove vengono prodotti fertilizzanti chimici e il famigerato glifosato utilizzato contro le piantagioni di coca in Colombia, Perù e Bolivia; il supersegreto complesso militare-industriale di Falda del Carmen, ancora in Argentina, dove è stata avviata la costruzione del sistema missilistico Condor, progetto a cui ha lavorato principalmente la Snia-Viscosa del gruppo Fiat e che fu poi abbandonato per le pressioni dell’amministrazione Usa, preoccupata per un possibile trasferimento di tecnologia ad alcuni paesi mediorientali, primo fra tutti l’Iraq di Saddam Hussein[84].

 

Proprio quest’ultimo paese è stato sino allo scoppio della prima guerra del Golfo, uno dei più importanti clienti della Techint. Il gruppo italo-argentino ha infatti realizzato l’impianto di trattamento delle acque di Samara e un sistema per la fornitura idrica della zona desertica occidentale; alcuni investigatori indipendenti avrebbero inoltre provato un suo coinvolgimento nella realizzazione dell’impianto nucleare di Osirak, dove gli iracheni puntavano ad attivare due reattori (Tammuz 1 e 2) da cui presumibilmente ricavare materiale fissile per armi nucleari.

 

Il progetto Osirak prese il via nel 1975 grazie ai contributi dell’allora CNEN (oggi ENEA); l’anno successivo fu sottoscritto un accordo tra la SNIA-Viscosa e il regime di Baghdad, per trasferire un laboratorio nucleare e una centrale di raffreddamento similare a quella realizzata per il centro atomico belga "Eurochemic". Nel 1978 venne creato ad hoc il consorzio Snia-Viscosa, Techint e Ansaldo Meccanico Nucleare per la realizzazione di un laboratorio per la trasformazione di uranio naturale in uranio arricchito, poi completato nel 1981, mentre in vista di nuovi programmi nucleari in Iraq, fu aperto un ufficio Snia-Techint a St-Germain-en Laye (Francia). A questo punto le notizie sulla partecipazione del consorzio italiano nel programma missilistico "Grande Babilonia" di Saddam Hussein si fanno scarne, anche se l’inchiesta sulle triangolazioni di tecnologia nucleare attivate grazie alla copertura della filiale della Banca Nazionale del Lavoro (BNL) di Atlanta hanno accertato il ruolo centrale delle imprese italiane. Alcuni rapporti dei servizi segreti USA hanno infine accertato la presenza di Technipetrol nell’impianto di gas nervino Akashat e del consorzio SNIA-Techint nel laboratorio per il sistema missilistico Saad 16[85].

 

 

Milano-Nigeria via Somalia

La Techint si è anche caratterizzata per la forte presenza nel mercato italiano. Le società del gruppo hanno operato nella realizzazione degli impianti chimici della Atohass di Rho, dell’Enichem di Porto Torres, Brindisi e Priolo e dei complessi siderurgici di Taranto e Conegliano. La Techint ha concorso al progetto "Alta Velocità" per conto del consorzio TAV-Italferr sulla linea ferroviaria Torino-Bologna; più recentemente la holding si è concentrata nel settore dei servizi e della gestione della sanità privata. Dopo aver costruito l’ospedale dell’Istituto Humanitas a Rozzano Milano, attraverso la controllata Techosp ed in società con la Real Mutua, ha acquisito il controllo delle cliniche "Gavezzani" di Bergamo e delle cliniche "Fornaca di Sessant", "Cellini" e "Pinna Pintor" in Piemonte[86]. Sempre in Italia il gruppo ha mostrato interesse per il settore delle telecomunicazioni: la Techint oggi fa parte del consorzio che ha acquisito il controllo della SIRTI[87], mentre nel 2001 avrebbe acquisito una quota di Telecom[88].

 

L’ultima creatura del gruppo è la Dalmine Energie, società in gara per affermarsi nel mercato della fornitura di elettricità dopo la fine del monopolio dell’ENEL. Proprio l’ente elettrico statale è stato uno dei principali committenti delle aziende di proprietà della famiglia Rocca. Molte delle principali centrali ENEL sono state costruite dalla Techint, la quale ha anche progettato e realizzato il sistema di trasporto del carbone per la megacentrale di Brindisi. Per questa commessa, inserita nel cosiddetto "piano di desolforazione" delle centrali a carbone installate nel paese, è stata aperta un’indagine da parte dei magistrati della breve stagione di Mani Pulite, che ha condotto nel luglio 1992 all’arresto di Paolo Scaroni, amministratore delegato della Techint.

 

"Dal 1985 a oggi", ha poi confessato Scaroni, "ho versato al partito socialista circa 2 miliardi e mezzo, sempre su richiesta dell’onorevole Vincenzo Balzamo, consegnandogli denaro a volte in contanti e a volte su conti esteri"[89]. L’inchiesta ha coinvolto anche Ottavio Pisante, presidente della Ercole Marelli Impianti Tecnologici, altra azienda beneficiaria delle commesse ENEL. Paolo Scaroni ha patteggiato una pena di 1 anno e 4 mesi che tuttavia non gli ha impedito di essere nominato dal governo Berlusconi amministratore delegato della stessa ENEL.

 

Quella del carbone non è stata l’unica vicenda giudiziaria che ha coinvolto i vertici della Techint. Un’indagine dei giudici argentini fu aperta in merito ad un presunto giro di tangenti tra Italia ed Argentina in occasione dell’aggiudicazione al consorzio d’imprese Techint, Metroroma, Ansaldo, Breda Costruzioni Ferroviarie, Lombardia Risorse, Ferrovia Nord di Milano e Sotecni dei lavori per la realizzazione della metropolitana di Buenos Aires, inchiesta comunque poi archiviata. Sempre in tema di malacooperazione, il nome della Techint è poi comparso nell’ambito delle inchieste sugli "aiuti" donati dal governo di Bettino Craxi al regime militare somalo. All’impresa della famiglia Rocca furono assegnati i lavori per realizzare uno zuccherificio a Giohar, costo 4,4 miliardi, mai utilizzato; mentre alla Technipetrol fu affidata una commessa di quasi 100 miliardi per la costruzione di una fabbrica di fertilizzanti. La fabbrica ha funzionato solo per pochi giorni nel 1985 ed oggi è solo un ammasso di rottami arrugginiti. In compenso avrebbe reso 7 miliardi di lire in tangenti all’ex dittatore Siyad Barre[90].

 

La Techint ha inoltre realizzato la strada Gardo-Garoe-porto di Bosaso, un’arteria lunga 440 km, utilizzata dal regime di Barre per gli spostamenti delle truppe corazzate. Forti critiche al progetto erano state espresse dalla Banca Mondiale e dagli stessi tecnici della Farnesina che giudicavano "proibitivo" il costo dei lavori, circa 330 miliardi di dollari, che invece potevano essere destinati "ad altre azioni sicuramente prioritarie per le popolazioni beneficiarie". Ciò nonostante l’allora commissario straordinario del fondo aiuti allo sviluppo, il socialista Francesco Forte, diede via al progetto, affidando la progettazione e la direzione dei lavori all’Italtekna e la realizzazione alla Techint[91].

 

I lavori dall’enorme impatto socioambientale furono apertamente osteggiati dalle diverse fazioni militari in lotta, accentuando i conflitti tra differenti tribù locali. La strada e la struttura portuale di Bosaso consentirono al governo centrale di Mogadiscio di estendere un rigido controllo militare sulle regioni del Nord e di imporre pesanti imposte sulle esportazioni dirette ai paesi transfrontalieri, incidendo sui già precari equilibri economici e commerciali della regione[92]. Bosaso si trasformò nel porto di arrivo dei carichi di armi e di rifiuti tossici che faccendieri e trafficanti inviarono negli anni ’90 in Somalia, grazie alle protezioni dei servizi segreti italiani e statunitensi. Un tema d’indagine che stava parecchio a cuore alla giornalista di Raitre, Ilaria Alpi, che il 20 marzo 1994, proprio al ritorno da un reportage a Bosaso, fu assassinata con il cameraman Miran Hrovatin.

 

C’è uno strano episodio relativo ai lavori per la strada Garoe-Bosaso che il giornalista Massimo Alberizzi, inviato del Corriere della Sera in Somalia, ha raccontato ai genitori di Ilaria Alpi: "Nel 1987 la Techint, società con al vertice Gianfelice Rocca e Paolo Scaroni, cugino di Margherita Boniver, cui è affidato l’iter realizzativo, viene accusata di gravi illeciti da Davide Cafiero, uno dei suoi dirigenti a Mogadiscio. Dice Cafiero, in una causa di lavoro: "Mi hanno licenziato perché mi rifiutavo di firmare false attestazioni di avanzamento dei lavori necessarie per conseguire indebiti pagamenti del ministero degli Affari esteri". La Techint immediatamente chiude la causa civile tacitando Cafiero con 55 milioni. Anche la querela contro il Corriere della Sera per un articolo sulla storia viene ritirata. Ma a Mogadiscio sostengono che quanto dichiarato da Cafiero era la prassi".

 

Alberizzi si sofferma anche su un altro scandalo della Cooperazione italiana in Somalia, quello relativo alla perforazione di una quarantina di pozzi, molti dei quali mai completati. "La realizzazione di questi pozzi parte alla metà degli anni ’80. Il 31 ottobre 1985 e il 29 gennaio 1986 il Fondo aiuti italiani (Fai) affida alla Techint il compito di ingegneria e di direzione dei lavori per la realizzazione di queste opere per 22 miliardi di lire. La Techint ottiene questa concessione dal Fai e non può per legge appaltare i lavori a una sua società controllata. In accordo con il suo socio d’affari Ottavio Pisante, la Techint affida i lavori con contratto stipulato il 9 luglio 1986 all’Aquatar S.p.A. del gruppo Eni, con intesa che quest’ultima avrebbe subappaltato il 50% dei lavori alla società per azioni Ecologia. Il cui azionista di riferimento era Marcellino Gavio, sotto inchiesta per le tangenti Itinera[93] insieme a Gabriele Cagliari, poi presidente dell’Eni, tramite la Fimo. Il 16 settembre 1986 la società Aquater, presidente Antonio Chiaravino, e la società Ecologia, stipularono un accordo in cui si conviene che a quest’ultima per assolvere agli obblighi contrattuali, vengano assegnati 12.147.000.000 di lire, circa il 50% della commessa globale. Quello con Ecologia è soltanto un contratto-paravento perché viene formalizzato un atto di associazione in partecipazione in cui si sottoscrive che pur restando Ecologia formalmente titolare del contratto, in sostanza è l’Emit a gestire tutto, e che per tale attività riceverà il 75% degli utili netti. Emit però appartiene al 100% al gruppo Acqua il cui presidente è Ottavio Pisante, arrestato per le tangenti sulle discariche e a sua volta legato alla Techint. Il gioco è fatto, la Techint, che ha ottenuto la commessa Fai, di fatto si autoappalta metà dei lavori…"[94].

 

L’ennesimo affare italiano in terra d’Africa con gli stessi protagonisti del saccheggio del petrolio e del gas in Nigeria: l’Eni, l’ENEL, la Techint, ecc. ecc…

 

 

 

 

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[1] Jamila Jennifer Atiku-Abubakar, seconda moglie del vicepresidente, è una giornalista laureatasi in Relazioni Internazionali presso l’American University di Washington. Dopo alcuni anni da corrispondente negli Stati Uniti e in Europa per The Week Magazine, ha lavorato per la televisione di stato nigeriana e come osservatrice UNOMSA (United Nations Observer Mission to South Africa) del processo elettorale in Sud Africa dopo l’apartheid.

[2] Prima di essere acquistato dai Franza il "Grand Hotel Timeo" apparteneva al cavaliere di Catania Gaetano Graci, oggi scomparso, legato ai maggiori clan mafiosi etnei. Oltre a rilevanti quote della squadra di basket e di calcio del Messina, i Franza possiedono il 30% dell’Igea Virtus di Barcellona (C2) e dell’S.S. Milazzo Calcio (Promozione). Recentemente avrebbero anche rilevato una quota della squadra del Taormina, militante nel calcio dilettantistico.

[3] L’articolo, a firma di Caterina Lo Presti, è significativamente titolato: "Nell’incanto dell’Isola Bella riaffermata una proficua collaborazione con la Nigeria". Le successive citazioni virgolettate sono tratte appunto dalla cronaca della Gazzetta del Sud del 17 agosto 2003.

[4] Aurelio Turiano, ex dirigente dell’autostrada Messina-Catania, ha ricevuto nel giugno 2003 un avviso di garanzia nell’ambito dell’inchiesta sulla distribuzione del gas metano nella città di Taormina concessa dalla ex amministrazione comunale di centrosinistra alla società Erogasud dell’imprenditore Callisto Tanzi.

Turiano è risultato particolarmente legato a tale Rosario Spadaro, personaggio già al centro di indagini sugli interessi finanziari del clan Santapaola, che proprio in Nigeria attraverso la gestione di alcuni casinò iniziò la sua scalata nel mondo del gioco d’azzardo e della realizzazione di imponenti complessi turistico-immobiliari nelle isole dei Carabi. Coincidenza vuole che nelle sue attività Spadaro abbia avuto come partner economici Paolo Franza, azionista di minoranza al tempo della società di navigazione amministrata dal fratello Giuseppe, e il cavaliere Gaetano Graci.

[5] È opportuno segnalare come il vicepresidente Atiku Abubakar aveva già trascorso, nel mese di ottobre 2002, una settimana di vacanze in alcune località del centro-nord Italia, insieme al suo staff di fiducia. Alla luce di quanto successo a Taormina, sarebbe interessante ricostruire gli itinerari e i prevedibili "interlocutori" non istituzionali incontrati.

[6] L’ex generale Olusegun Obasanjo, di religione cristiana, è stato eletto la prima volta nel 1999 e riconfermato con il suo vice Atiku Abubakar alle recenti elezioni dell’aprile 2003. Olusegun Obasanjo era già stato alla guida del paese in una giunta militare golpista nel periodo 1976-1979.

[7] "Oltre 100 morti negli scontri tra le etnie haussa e yoruba alla periferia della capitale", WarNews, 5 febbraio 2002, www.warnews.com.

[8] "Centinaia di morti negli scontri tra musulmani e cristiani dopo le manifestazioni antiamericane di venerdì", WarNews, 15 ottobre 2002, www.warnews.com.

[9] G. Priore, Sharia e diritti umani: il caso della Nigeria, http://www.amnesty.it/notiziario/02_10/AI_in_italia2.php3.

[10] La Sharia prevede che un condannato a morte venga messo in una buca, coperto di terra fino alle spalle, con le braccia dentro la fossa, e ucciso dal lancio delle pietre della folla. Alla fine del 2001, la trentenne Safiya Husaini è stata condannata a morte dalle autorità dello stato di Sokoto per "adulterio", nonostante la donna era stata vittima di uno stupro. Nel febbraio 2003 la stessa sorte era toccata ad Amina Lawal condannata dalla corte d'appello della Sharia di Funtua, nello stato nigeriano di Katsina. Grazie ad una campagna di mobilitazione internazionale, le sentenze sono state ribaltate in appello e le due donne sono state dichiarate innocenti. Tuttavia in Nigeria sono sempre più numerosi i casi di condanna a morte per lapidazione eseguiti senza che l’opinione pubblica internazionale ne venga a conoscenza.

[11] Amnesty International, L’operato delle forze di sicurezza, una grave minaccia per i diritti umani, Amnesty International Pisa-Informa, 20 dicembre 2002.

[12] Ibidem.

[13] "L'esercito massacra 200 civili in rappresaglia all'uccisione di 19 soldati avvenuta due settimane fa", WarNews, 24 ottobre 2002, www.warnews.com.

[14] Parlamento europeo, Risoluzione comune sulla situazione del diritti umani in Nigeria, Docc.: B5-0711/2001, B5-0718/2001, B5-0713/2001, B5-0720/2001, B5-0726/2001, B5-0732/2001 e B5-0735/2001. Procedura: Risoluzione comune, 15 novembre 2001.

[15] Amnesty International, Armare i conflitti. Il G8: esportazione di armi e violazione dei diritti umani, EGA Editore, Torino, 2003, pag. 125.

[16] M. Pianta, G. Perani, L’industria militare in Italia, Edizioni Associate, Roma, 1991.

[17] J. Ikubaje, "Corruption, Democracy and the 2003 Election", Vanguard, Jun 4, 2003.

[18] Unimondo, News Nigeria, 27 maggio 2003, http://unimondo.oneworld.net/article/view/56999/1/81.

[19] Si veda in proposito il libro di Carla Corso ed Ada Trifirò, …E siamo partite. Migrazione, tratta e prostituzione straniera in Italia (Giunti Gruppo Editoriale, Firenze, 2003), che dedica un approfondimento proprio alle motivazioni socioeconomiche che spingono all’emigrazione le donne nigeriane.

[20] Daily Trust, September 26, 2003.

[21] The Associated Press State & Local Wire, January 11, 2002.

[22] "10,000 Nigerian women trafficked into Italy", Financial Times Information, January 11, 2002.

[23] Mangrove Action Project, Stop Destructive Development in Nigeria, 11 settembre 2003.

[24] Alla vicenda Terrelibere ha dedicato un’ampia inchiesta. Si veda: A. Mazzeo, G. Restifo, Premiata Gitto & Figli, ottobre 2002, www.terrelibere.it/gitto.

[25] Recentemente il Ministero delle Infrastrutture si è dichiarato disponibile a stanziare la somma mancante per il completamento dei raccordi autostradali di Giostra-Annunziata. A spingere sul finanziamento c’è innanzitutto lo stato maggiore di Alleanza Nazionale: il capogruppo al Senato Domenico Nania, l’ex senatore Salvatore Ragno e il neosindaco di Messina Giuseppe Buzzanca. I tre sono originari del comune di Barcellona Pozzo di Gotto.

[26] Il nuovo progetto per il porto di Milazzo costerà 15 milioni di euro ed è stato realizzato dallo studio del professore Giuseppe Mallandrino che sta curando anche il piano regolatore del porto di Milazzo.

[27] La COGEI-Costruzioni Generali S.p.A. di Roma era presieduta al tempo da Sergio Oriolo (residente a Milano) e vedeva nel consiglio di amministrazione la presenza di Ugo Rendo, del catanese Santo Campione e di Giuseppe Pintagro Gallarizzo, originario di Tortorici (Messina). Santo Campione e i fratelli Mario e Luigi Rendo compaiono tra coloro che sono stati rinviati a giudizio nel giugno 2002 nell’ambito dell’inchiesta sulle presunti tangenti versate a politici siciliani e nazionali per l’aggiudicazione alle imprese COGEI e Lodigiani dei devastanti lavori della diga di Ancipa. Secondo il collaboratore di giustizia Angelo Siino ai lavori per la diga sarebbe stata interessata direttamente Cosa Nostra.

[28] Tra le prestazioni più importanti eseguite dalla Digi Mapping Systems di Castelbuono si segnalano inoltre gli studi topografici a favore di importanti aziende italiane come la Bonatti S.p.A. (circonvallazione del comune di Sant’Agata Militello e rete idrica di Pavia), l’Eni (centro direzionale Agip di Gela), il consorzio ENEL-Fiat Avio-De Lieto S.p.A. (centrali turbogas a Termini Imerese), il Gruppo Fiat (ampliamento dello stabilimento Fiat Auto di Termini Imerese).

[29] Matteo Blandi era il titolare di un rifornimento Api a Caronia Marina ed effettuava le estorsioni a danno delle imprese locali. In collegamento con Antonino Isgrò, elemento di spicco del clan barcellonese, Blandi imponeva la fornitura di materiale inerte e di gasolio alle imprese che ricevevano appalti nella zona compresa tra Sant’Agata Militello e Caronia. È strato accertato che Matteo Blandi riforniva di materiale inerte e di combustibile l’impresa Gitto nei lavori per l’A-20.

[30] Pino Oieni è scomparso nella provincia di Palermo alla fine del 1990, vittima di lupara bianca.

[31] Giovanni Tamburello era al tempo a capo dell’omonimo clan affiliato alla famiglia mafiosa di San Mauro Castelverde.

[32] Antonino Miraglia Fagiano, originario di Caronia, sarà poi assunto come operaio dalla Itinera e dalla consortile Caronia Uno per i lavori dell’autostrada Messina-Palermo.

[33] L’autorità di pubblica sicurezza ha accertato trattarsi di "Domenico Gitto, nato a Falcone il 28 settembre 1959, titolare dell’omonima impresa individuale nonché della Costruzioni Gitto Carmelo & Figli S.r.l., della Publi-Kouros S.r.l. e della CER.GI.CRI. Italia soc. consortile a.r.l., tutte con sede in Via Nazionale 104 e 264 a Falcone".

[34] L’incontro nella villa dell’ingegnere Domenico Gitto è stato raccontato con dovizia di particolari anche dal figlio di Salvatore Marotta, Calogero: "Si concordò il da farsi per contattare l’impresa COGEI che era impegnata nella costruzione del lotto autostradale che va da Sant’Agata Militello sino ad Acquedolci. L’incontro, previamente concordato tra mio padre, Oieni e Blandi, si verificò in Falcone, in una villetta ubicata subito dopo il casello autostradale nella disponibilità di Domenico Gitto. Costui aveva preso in subappalto alcuni lavori dalla stessa impresa COGEI per cui era interessato alla risoluzione della trattativa, nella quale, peraltro, doveva stabilirsi anche il prezzo della tangente che egli pagava". In merito alle persone che parteciparono all’incontro e sugli accordi che furono raggiunti per il pagamento dell’estorsione, il racconto di Calogero Marotta è identico a quello del padre. Il collaboratore aggiunge però alcuni particolari sulla presenza in loco del rappresentante della vecchia mafia barcellonese Francesco "Ciccio" Pagano e del suo collaboratore Pontillo. "Essi si soffermarono a parlare con mio padre e i suoi uomini, dopo di che andarono via. Tutti ebbimo l’impressione che la loro presenza in loco non fosse casuale, ma che fosse da ricongiungere al fatto che il Pagano era il protettore dell’impresa Gitto e che pertanto era venuto a sincerarsi del buon esito della trattativa di cui certamente aveva avuto notizia".

[35] L’ascesa di Isgrò e Pagano ai vertici della mafia barcellonese ha coinciso con la morte dei vecchi capi storici Girolamo Petretta, Francesco Rugolo e Franco Emilio Iannello, assassinati durante la guerra di mafia scoppiata per il controllo delle imponenti commesse relative alla realizzazione del raddoppio ferroviario Messina-Palermo. Gli stessi Antonino Isgrò e Francesco Pagano sarebbero caduti successivamente sotto il fuoco degli avversari: il primo sarà ucciso a Santa Lucia del Mela l’11 settembre 1990, mentre il secondo verrà ucciso a Montalbano Elicona il 5 maggio 1990.

[36] A seguito di un vertice tra il Tamburello e lo stesso Salvatore Marotta, tenutosi a Reitano qualche mese dopo l’assassinio di Matteo Blandi, il boss di Mistretta acconsentì al versamento di 25 milioni di lire da parte della COGEI a favore del mafioso santagatese. "La somma mi venne recapitata da Santino Sciortino, Antonino Miraglia Fagiano e Lorenzo Mingari", ha specificato Salvatore Marotta.

[37] Il figlio Calogero Marotta ha confermato di essersi recato dall’ingegnere Domenico Gitto per intimargli di non pagare "successive rate a chicchessia". Ha raccontato in proposito Calogero Marotta: "Tale incontro con il Gitto io l’ebbi sul suo cantiere di lavoro. Egli mi rispose che aveva già pagato le rate pattuite al Florio e all’Oieni. Fui allora costretto a minacciarlo fortemente ed egli infatti non pagò più alcun soldo agli emissari del Tamburello". A seguito del "chiarimento" tra il padre e Giovanni Tamburello, Calogero Marotta fu rinviato dal Gitto "per sbloccare i pagamenti" a favore del boss mistrettese. Subito dopo si verificò però un ulteriore motivo di contrasto tra le cosche in merito alla tangente che avrebbe dovuto pagare l’imprenditore Gitto. "È bene chiarire che all’incontro di Falcone era stato pattuito con il Gitto che questi, oltre a fare da collettore per i soldi provenienti dalla COGEI, doveva pagare una tangente per la sua impresa pari a due milioni e mezzo mensili, da riscuotere ogni due mesi", ha aggiunto Calogero Marotta. "Quando finirono i pagamenti della COGEI, rimaneva soltanto da riscuotere le somme dovute dal Gitto, il quale doveva pagare tale tangente fino all’ultimazione dei lavori. Tale denaro doveva andare direttamente e solamente al nostro gruppo in quanto trattatasi di una somma piccola che spettava esclusivamente alla famiglia che operava nella zona. Malgrado fossero intercorsi gli accordi con il Tamburello, questi aveva finito con l’intromettersi nella riscossione della tangente dovuta dal Gitto. Quando mi recai dal costruttore, venni infatti a sapere che egli pagava la sua tangente direttamente nelle mani di Pino Oieni per conto del Tamburello. Il Gitto mi disse pure che egli era costretto a fare ciò per effetto di una esplicita richiesta fattagli dal Tamburello nel corso di un incontro che i due ebbero in un’abitazione di Santo Stefano di Camastra. Intimai all’imprenditore di non versare più quel denaro ai mistrettesi ma costui rispose che egli era determinato in tal senso per volere dello stesso Tamburello. Per evitare che la cosa fosse portata ad estreme conseguenze dissi allora al Gitto di andare a cercare il Tamburello e di dirgli che io pretendevo quei soldi. Sicuramente il Gitto fece ciò, tanto è vero che successivamente non trovai ostacolo a riscuotere quella tangente. Tale somma di denaro la intascavo direttamente dal Gitto che me la dava in contanti nel suo ufficio ubicato all’interno del cantiere autostradale. Andavo abitualmente a prendere i soldi da solo; talvolta mi facevo accompagnare da qualcuno che però era all’oscuro di tutto e rimaneva ad aspettarmi".

[38] Sempre in merito alla causale dell’omicidio di Matteo Blandi, Salvatore Marotta ha poi specificato che qualche giorno dopo la riscossione di 25 milioni di lire inviati dal Tamburello, ricevette la visita di Pino Oieni: "Egli arrivò a bordo della sua 164 di colore scuro ed era in compagnia di quella stessa persona che poi scomparve assieme a lui. Ci intrattenemmo a discutere sul perché non erano stati mantenuti gli accordi raggiunti nella villa del Gitto e su altri particolari. L’Oieni mi confermò allora quanto riferito dal Tamburello e cioè che il denaro che era destinato a me, il "vecchio" lo aveva utilizzato per assoldare i killer che avevano ucciso a Blandi. I giovani adepti della cosca Tamburello si lamentavano del fatto che il Blandi, di ogni attività criminale, riservava per sé ogni utile senza tenere conto di ciò che avrebbe dovuto assegnare loro". Il Marotta ha anche aggiunto che il Tamburello aveva decretato l’omicidio perché "era accaduto che la vittima aveva provocato inopportuni e gravosi danni agli operatori economici che si intendevano sottoporre ad estorsione e ciò in dispregio alle direttive del Tamburello che invece pretendeva strategie molto più lineari e meno aggressive". "Il Tamburello", continua Marotta, "era rimasto molto irritato in particolare per il grave danno che il Blandi aveva arrecato ad alcuni mezzi dell’impresa Bernanasca al tempo impegnata nella realizzazione del residence "Lauro-Mare" a Torre del Lauro. La cosa a Tamburello non era andata giù soprattutto perché l’impresa era tra quelle poste sotto la sua personale protezione. L’Oieni disse altresì che il "vecchio" era rimasto pure male a causa del trattamento che il Blandi gli riservò in occasione di una visita presso il distributore Api di Marina di Caronia. In quell’occasione infatti il Blandi, pur avendo notato l’arrivo del Tamburello, se ne infischiò e continuò ad intrattenersi con la persona con la quale stava parlando, costringendolo ad un’attesa di oltre due ore".

Sulla casuale dell’omicidio di Matteo Blandi, esistono differenti, se pur non contrastanti versioni di altri collaboratori di giustizia della provincia di Messina. Secondo Orlando Galati Giordano, già a capo della cosca di Tortorici, la morte del mafioso fu decretata direttamente dal boss Giuseppe Farinella per alcuni sgarbi recati alla "famiglia": "Blandi effettuava estorsioni alle imprese con la collaborazione di Santino Sciortino di Acquedolci e Antonio Miraglia di Canneto. Inoltre in collegamento con Antonino Isgrò effettuava forniture di materiale inerte e, credo anche di gasolio a imprese che operavano anche fuori dalla zona di Sant’Agata Militello e Caronia. Negli ultimi mesi il Blandi aveva commesso degli errori consistenti nel non aver pagato delle forniture di sabbia all’impresa Agnello Vincenzo per circa 50 milioni, ed all’impresa di Bruno Teodoro per circa 20 milioni (La COGEI si avvaleva di quest’ultima impresa per rifornirsi di materiale inerte per i lavori autostradali n.d.r.). A ciò si aggiunge che il Blandi dimostrava di non rispettare più le direttive del Farinella. Dell’omicidio si lamentò direttamente presso Giuseppe Farinella a San Mauro Castelverde, il fratello di Matteo Blandi a nome Nenè. Il Farinella gli rispose di non chiedergli più nulla del fratello e di stare tranquillo sia per la sua incolumità che per il lavoro. Infatti in seguito il Farinella gli fece prendere dei lavori utilizzando gli automezzi del defunto Matteo Blandi presso la ditta di Palermo che effettuava la costruzione di una centrale elettrica a Sant’Agata Militello, località Vallebruca. Preciso che Nenè Blandi in seguito diventerà il segretario dell’on. Madaudo".

Da parte sua Calogero Marotta, figlio di Salvatore, ha dichiarato di aver appreso da Pino Oieni che il Blandi aveva osato imporre i suoi camion all’impresa che stava costruendo il nuovo ospedale di Sant’Agata Militello, "impresa legata alla cupola di Cosa Nostra ed in particolare ad una grossa famiglia mafiosa di San Giuseppe Iato". "Oieni", aggiunge Calogero Marotta, "disse pure che Matteo Blandi aveva preso il vizio di chiedere soldi in prestito a imprenditori, senza onorare i debiti, per cui costoro si lamentavano con il "vecchio". Infine, rappresentò che aveva ottenuto un grosso appalto per la fornitura di carburanti nel barcellonese, senza nulla dare al Tamburello". Nel corso della perquisizione realizzata dalle forze dell’ordine nell’abitazione di Matteo Blandi subito dopo il suo omicidio, fu rinvenuta copia di una istanza diretta alla ditta Fratelli Costanzo di Misterbianco, riguardante la fornitura di gasolio effettuata dal Blandi "previo accordo tra gli imprenditori catanesi ed il geom. Isgrò che ne aveva indicato il prezzo". Un utile riscontro alle dichiarazioni di Orlando Galati Giordano e Calogero Marotta.

[39] L’imprenditore Francesco Arcovita sarà successivamente arrestato nell’ambito della stessa inchiesta "Barbarossa".

[40] Gazzetta del Sud, 10 marzo 2001.

[41] Francesco Biondo è fratello di Salvatore detto "Il Lungo", presunto reggente del mandamento mafioso di San Lorenzo. "Anche Francesco Biondo", si legge nell’ordinanza sull’"Operazione Barbarossa", "dimostra d’occupare una posizione di vertice nell’associazione mafiosa Cosa Nostra, in quanto gestisce "affari delittuosi" altamente rilevanti quali l’attività estorsiva ai danni dei grandi gruppi del Nord Italia ed il riciclaggio dei capitali di provenienza illecita, anche all’estero".

[42] L'imprenditore Filippo Salamone è stato arrestato il 4 ottobre 1997 con l’accusa di concorso in associazione mafiosa, nell’ambito dell’inchiesta su "mafia e appalti". Con lui sono finiti in manette, tra gli altri, l'amministratore della Calcestruzzi S.p.A. del Gruppo Ferruzzi, Lorenzo Panzavolta, l'imprenditore palermitano Antonino Buscemi, fratello del presunto capomafia dell'Uditore, e l’imprenditore Antonio Vita che "regolarmente si aggiudicava appalti pubblici pilotati dal comitato d'affari". Salamone era già stato arrestato nel '93 e condannato ad un anno e tre mesi per concussione; inoltre è stato coinvolto nell’inchiesta sulle presunte tangenti versate a Catania per alcuni importanti lavori, come quelli per il "Consorzio Agroalimentare".

Nell’ambito della stessa inchiesta è stato arrestato l’allora direttore della Iter di Ravenna, Michele Cavallini. La cooperativa aderente alla Lega aveva ottenuto uno dei lotti per l’ammodernamento dell’ospedale "Garibaldi" di Catania, lavori a cui sarebbe stato interessato il boss Nitto Santapaola. Michele Cavallini è stato nuovamente arrestato il 5 febbraio 2001, nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti per il completamento della rete irrigua di Gela, eseguito all’inizio degli anni ’90 dalla Iter di Ravenna e dagli imprenditori Angelo e Fabrizio Russello, accusati di associazione mafiosa.

[43] I lavori autostradali del lotto n. 25, furono aggiudicati inizialmente alla ATI costituita dalla Gitto S.r.l. e dalle società emiliane C.C.C. ed Edilter. Successivamente alla Edilter subentrò la Iter di Ravenna. Dalla misura camerale della società consortile Caronia Uno risulta presidente Maurizio Guglielmo, direttore tecnico della Iter di Ravenna; membri del consiglio di amministrazione: Roberto Guadagnino, direttore tecnico della C.C.C. di Bologna; Salvatore Gitto vicepresidente e titolare della omonima società; Alberto Picchi, direttore di uno dei cantieri della Gitto S.r.l.. A dirigere il cantiere di Caronia Uno fu chiamato il geometra Ivan Case di Cefalù, il quale era già stato diversi anni alle dipendenze dei Gitto.

[44] N. Amadore, "Mafia spa, l’Anello di congiunzione", Centonove, 30 luglio 1999.

[45] La prima società consortile si è aggiudicata i lavori di restauro dell’ex convento di "S. Anna alla Misericordia"; la seconda i lavori di costruzione della sottorete "4 Politeama" nell’ambito della rete idrica di Palermo; la terza i lavori di costruzione della rete fognaria della zona di Mondello, Partanna e Addaura, lavori appaltati dal Comune di Palermo. Le tre consortili e il Consorzio Costruzione Aeroporto Internazionale di Palermo hanno tutti sede sociale a Lugo di Ravenna, via Provinciale Cotignola n. 17, sede centrale della Iter.

[46] Il geometra Mario Ambrosi ha altresì rilevato nel suo rapporto che al suo arrivo in Sicilia, lo stato dei lavori era appena al 10% dell’intera commessa. Aggiunge Ambrosi: "Le quantità di opere e di materiali giustamente riconosciute ed autorizzate dal Consorzio Autostrade nel contratto di appalto erano inferiori a quelle che, nell’esecuzione del lavoro, venivano contabilizzate da Caronia Uno a vantaggio dei subappaltatori e fornitori di materiali. Ciò avrebbe costituito un disavanzo di circa 2 miliardi di lire". "Nonostante la situazione fosse chiaramente caotica e diseconomica", ha concluso il tecnico bellunese, "mi accorsi che Cataldo non intendeva prendere iniziative per risolvere la situazione. Effettuai anche uno studio tecnico ed economico del lavoro a finire insieme ad un tecnico esperto di mia conoscenza a nome Felice Bettega di Belluno, il quale è venuto giù con Pierazzoli ed insieme abbiamo indicato all’azienda con una relazione la via giusta per poter consegnare i lavori nei tempi rimanenti di 13 mesi senza andare in "penale". L’azienda non ha dato molta importanza a questa relazione tanto è vero che a novembre essa chiama un altro tecnico in cantiere, contro la mia volontà, per effettuare uno studio simile a quello di Bettega. L’azienda Iter non ha preso per buona la mia relazione in quanto, a mio avviso, non gli importava niente di finire i lavori nei tempi previsti…".

[47] Regione Carabinieri "Sicilia", Verbale di sommarie informazioni rese da Ambrosi Mario, 7 aprile 1998.

[48] Va tuttavia segnalato che il titolare della Nordica Sud S.r.l., Giovanni Marcini, verrà arrestato nel settembre 1999, nell’ambito dell’"Operazione Barbarossa", con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa (in Gazzetta del Sud, 28 settembre 1999).

[49] In realtà la parentela di Francesco Gitto con l’ex governatore di New York è solo acquisita, in quanto la madre Gerolama Raffa è cugina di primo grado di Matilda, moglie di Mario Cuomo.

[50] Il Gruppo Intels ha avuto per anni come responsabile finanziario il tedesco Sven Hansen, noto dirigente bancario e consulente di diverse amministrazioni statali del continente africano nei piani di privatizzazione del settore petrolifero e minerario realizzati negli ultimi anni. Sven Hansen è stato anche direttore generale delle filiali di New York e Londra della banca svizzera UBS.

[51] "Dredging International breaks into Angola", http://www.sandandgravel.com/news/news/news_27.htm.

[52] La Saima Avandero S.p.A. è attiva nel settore del trasporto e dei servizi internazionali; con oltre 40 filiali in Italia e più di 20 consociate in campo internazionale, registra un fatturato di oltre 1.000 miliardi l'anno. La società è attualmente sponsor della squadra di hockey su ghiaccio del Cortina-Milano. Dirigente della Saima Avandero è stato sino alla sua elezione al Parlamento europeo, il dott. Francesco Turchi (Alleanza Nazionale). Attualmente l’on. Turchi è membro della commissione Bilanci e membro sostituto della commissione Politica regionale, Trasporti e Turismo. È inoltre Relatore Permanente sulle Reti Transeuropee di Trasporto.

[53] W. Eya, "Intels Denies Negative Claims", Daily Champion, September 19, 2003.

[54] W. Eya, "Port Operations Wane At Calabar, Warri", Daily Champion, September 19, 2003.

[55] D. Etete, "What retired Gen. Obasanjo will not tell the international community about Corruption, Beach Land Estate and Nigeria's Democracy", USAfrica The Newspaper, Houston (International Edition), May 29, 2002, http://www.usafricaonline.com/etete.objnigeria.html.

[56] S. Sansoni, "Nigeria: Dirty Oil", Forbes, 10 aprile 2003.

[57] In avanzata fase di esplorazione ci sono in Nigeria altri piccoli giacimenti: quelli di Nnwa (Statoil), Chota (Conoco), Ukot (TotalFinaElf).

[58] Tra i più importanti giacimenti di gas finiti in mani straniere sono da segnalare Cawthorn Channel, Edop, Ekulama, Escravos Beach, Forcados Yorki, Jones Creek, Meren, Nembe, Okan, Oso, Ubit.

[59] Il Manifesto, 21 ottobre 2003.

[60] "Nigeria, nuove tensioni: decine i morti negli scontri verificatesi nella regione del delta del Niger", WarNews, 16 aprile 2003, www.warnews.com.

[61] "Oil War in Nigeria: More troops to Niger delta", Mail & Guardian, 28 March 2003.

[62] Human Rights Watch, Nigeria, The roles and responsabilities of the international oil companies, Paper, Washington, 1999.

[63] Observer, 11 febbraio 1996.

[64] Human Rights Watch, Nigeria. The roles and responsabilities of the international oil companies, cit..

[65] EarthRights International, Chevron in Nigeria, una storia di ordinaria repressione militare, 18 giugno 2003.

[66] Human Rights Watch, Nigeria. The roles and responsabilities of the international oil companies, cit..

[67] L’AgipPetroli è presente in Nigeria anche attraverso l’AgipNigeria Plc., una società creata nel 1961 e di cui detiene il 60% del pacchetto azionario. AgipNigeria gestisce nel paese una rete di 230 stazioni di servizio per la vendita di benzina.

[68] È opportuno segnalare che Techinp Italy S.p.A., controllata italiana dell’omonima multinazionale, è entrata a far parte della società Sicil Power che punta a realizzare nell’isola alcuni impianti termovalorizzatori dei rifiuti. Di Sicil Power fa anche parte la Altecoen di Enna, impresa che è socia in MessinAmbiente dei Comuni di Messina e Taormina nella gestione della raccolta dei rifiuti.

[69] Human Rights Watch ha documentato il caso di un giovane residente nell’area Ogba-Egdema-Ndoni dove si sta realizzando il progetto LNG, pesantemente minacciato da un manager della C&C Construction. "Devi apprendere la lezione di Ken Saro-Wiwa", sono state le inquietanti parole proferite nell’occasione.

[70] Nigeria stock market report, Volume 6 Issue 11, Mar 18th- Mar 22nd, 2002.

[71] "Nigeria LNG expects to sell extra output to Brazilian and Mediterranean markets", Reuters English News Service, 23 aprile 1999.

[72] Unimondo, Shell, la Nigeria chiede un risarcimento di 1,5 miliardi di dollari, 19 marzo 2003, unimondo.oneworld.net/article/.

[73] Va segnalato che un’altra multinazionale del petrolio, la Mobil, è stata recentemente condannata a pagare oltre 24 milioni di dollari a favore delle vittime di una fuoriuscita di greggio avvenuta nel 1999 nella regione sudorientale della Nigeria, a largo delle coste dello Stato di Akwa Ibom.

[74] Unimondo, Nigeria: rischio deforestazione per aumento prezzo del petrolio, 2 agosto 2003, http://unimondo.oneworld.net/article/view/64791/1/.

[75] G. Galli. Gli Agnelli. Il tramonto di una dinastia, Oscar Mondadori, Milano, 2003, pag. 257.

[76] Le sedi generali del gruppo Techint sono Buenos Aires e Milano; l’organigramma del gruppo vede presidente Gianfelice Rocca, vicepresidente Antonino Craparotta, amministratore delegato Luigi Iperti.

[77] È la Tenaris la holding del gruppo Techint che controlla le società siderurgiche Dalmine (Italia), Siderea e Siat (Argentina), Tamsa (Messico), NKK Tubes (Giappone), Algosa Tubes (Canada), Tavsa (Venezuela) e Confai (Brasile).

[78] La società statunitense Bechtel è sino ad oggi l’unico gruppo straniero che ha espresso interesse per concorrere alla realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina. Oltre al gruppo Techint, la Bechtel ha sottoscritto importanti contratti di partnership con gruppi industriali italiani. Con Edison, la ex Montedison acquisita nel 1999 da Fiat Energia, la Bechtel ha costituito la società International Water Ltd. che concorre all’acquisizione delle reti di distribuzione idrica di Ecuador, Colombia, Estonia, Filippine, Gran Bretagna, India e Polonia e che invece ha dovuto abbandonare la Bolivia dopo la rivolta popolare di Cochabamba contro la privatizzazione dell’acqua. Dall’agosto 2001, la Bechtel compare accanto all’ENEL e alla British Petroleum nella realizzazione di un nuovo gasdotto in Algeria. Va altresì tenuto presente che la Bechtel fa parte del colosso bancario-finanziario J.P. Morgan-Chase della famiglia Rockfeller, che a sua volta controlla quote di minoranza della Fiat e dell’Impregilo, la società di costruzioni della famiglia Agnelli a cui Terrelibere ha dedicato un’ampia inchiesta (si veda www.terrelibere.it/impregilo) e che ha espresso recentemente il proprio interesse a partecipare all’affare Ponte sullo Stretto.

Riley P. Bechtel, presidente ed amministratore delegato del Bechtel Group Inc., l’ex amministratore delegato della Fiat Paolo Fresco e Gianfelice Rocca, presidente del Gruppo Techint, sono tutti membri della "Trilateral Commision", centro strategico decisionale internazionale a livello politico, economico e militare. Nella "Trilateral" compaiono anche i nomi di Richard B. Cheney, vicepresidente degli Stati Uniti ed ex presidente della holding civile-militare Halliburton Co.; il segretario di Stato Colin Powell, il segretario alla difesa Donald H. Rumsfeld, l’ex presidente USA Bill Clinton, l’ex segretario di Stato ed eminenza grigia di tutti gli affari internazionali Henry Kissinger, l’ex segretario di stato George Shultz, l’altro ex segretario alla difesa Robert S. McNamara e tanti altri leader politici occidentali. Nella "Trilateral Commision" ci sono poi importanti personaggi che s’intrecciano in qualche modo con le vicende raccontate in questo rapporto: oltre al già citato McNamara, il presidente della Chase Manhattan Bank David Rockfeller, fondatore e presidente onorario della "Trilateral"; l’ex ministro argentino Domingo Cavallo; il presidente della Mobil Corporation Lucio Noto; il presidente della British Petroleum Peter Sutherland; C. J. Silas, ex amministratore delegato della Phillips Petroleum Company; gli italiani Mario Monti, direttore generale del WTO e Alessandro Profumo, direttore generale di Unicredito.

[79] Il consorzio OCENSA è costituito dalle transnazionali British Petroleum, Total, Transcanada, Triton, IPL e dalla compagnia statale colombiana Ecopetrol. Buona parte degli oleodotti sono stati realizzati dalla Saipem del gruppo Eni. Per conoscere il violento impatto ambientale e sociale della realizzazione degli oleodotti OCENSA e il ruolo dell’Eni nel conflitto colombiano, si veda: A. Mazzeo, Eni, British Petroleum e gli oleodotti della morte, 2001, www.terrelibere.it/eni.

[80] Nel consorzio OCP, oltre all’Agip, compaiono le compagnie petrolifere nordamericane Occidental-Oxy, Kerr McGee ed Alberta Energy, la spagnola Repsol-YPF e l’argentina Pérez Companc.

[81] In Colombia Tecpetrol sta effettuando le esplorazioni delle aree di Huila Norte e Altamizal del distretto di Cuenca (dipartimento del Valle), tra le più violente del paese.

[82] La realizzazione del complesso petrolifero di Shaybah è stata invece assegnata dalla Saudi Aramco alla Bechtel Corporation. Il progetto punta all’estrazione di oltre 500.000 barili di greggio al giorno.

[83] The Monthly Newsletter of the Royal Embassy of Saudi Arabia, Washington, DC, September 1996, Volume 13, Number 9.

[84] Per un approfondimento sul ruolo di Techint e Snia nella realizzazione del sistema missilistico Condor, si veda: E. Barcelona, J. Villalonga, Relaciones carnales. La verdadera historia de la construcción y destrucción del misil Condor II, Editorial Planeta Argentina, Buenos Aires, 1992.

[85] N. Bermudez, Tangentina. Corrupción y Poder Político en Italia y Argentina, Grupo Editorial Zeta, Buenos Aires, 1994, pag. 184.

[86] L’Eco di Bergamo, 21 aprile 2001.

[87] Nella scalata alla SIRTI, ex gruppo STET, la Techint si è associata a Stella International, 21 Investimenti, Interbanca e 3I. L’operazione di acquisizione si è conclusa a fine 2000 ed è costata 314 miliardi di lire.

[88] Sempre nel settore delle telecomunicazioni, il gruppo Rocca, in joint venture con la compagnia messicana Telex, ha dato vita alla società Techtel, uno dei principali operatori in Argentina e Uruguay.

[89] G. Barbacetto, P. Gomez, M. Travaglio, Mani pulite. La vera storia, Editori Riuniti, Roma, 2002, pag. 115.

[90] G. Porzio, G. Simoni, Inferno Somalia. Quando muore la speranza, Gruppo Ugo Mursia Editore, Milano 1993, pagg. 88-89.

[91] La strada Garoe-Bosaso è stata completata nel 1990 dal consorzio italiano costituito dalle imprese Lodigiani, Astaldi, Cogefar (poi Impregilo) e Moltedil. Ancora ad Astaldi, Cogefar-Impregilo e all’Edilter di Bologna sono invece stati affidati i lavori per il porto di Bosaso.

[92] G. Leoni von Dohnanyi, F. Oliva, Somalia. Crocevia di traffici internazionali, Editori Riuniti, Roma, 2002, pagg. 100-102.

[93] Come abbiamo visto, la società di costruzioni Itinera ha partecipato alla realizzazione di alcuni lotti dell’autostrada Messina-Palermo. Secondo il settimanale Centonove, la Guardia di Finanza, nell’ambito della nota inchiesta sulle operazioni finanziarie gestite da Pierfrancesco Pacini Battaglia, avrebbe indagato su un appalto dell’A-20 "girato" dall’Itinera alla controllata Satap, concessionaria dell’autostrada Torino-Piacenza (per ulteriori particolari si veda Centonove del 13 dicembre 1996).

[94] G. e L. Alpi, M. Gritta Grainer, M. Torrealta, L’esecuzione. Inchiesta sull’uccisione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, Kaos Edizioni, Milano, 1999, pagg. 196-197.