Nell’area del delta del Niger, alcune imprese italiane
concorrono al saccheggio delle risorse petrolifere e del gas
nigeriano. Mentre il paese è sempre più vittima di conflitti e
violazioni dei diritti umani, una società di costruzione siciliana
stringe un’alleanza con uno dei politici più discussi del
continente africano.
Capitolo 1
Vacanze di pochi e tragedie di tanti
Mattina del 15 agosto 2003. A bordo di un aereo privato
proveniente da Roma Fiumicino, giunge all’aeroporto di Catania
Fontanarossa una delegazione della repubblica nigeriana. Ne fanno
parte il vicepresidente Atiku Abubakar, la giovane moglie Jennifer[1],
il governatore dello stato di Adamawa, Boni Haruna, il senatore Musa
Adede e l’odierno ambasciatore nigeriano in Italia, Eguche. Non si
tratta di una visita ufficiale e ad attendere la delegazione non ci
sono né politici né rappresentanti istituzionali della regione
siciliana. Il vicepresidente Atiku Abubakar ha ricevuto il gradito
invito a trascorrere il ferragosto nell’isola da parte della
famiglia Gitto, costruttori originari di Falcone (provincia di
Messina).
L’ingegnere Domenico, general manager della C.E.C.-Civil
Engineering Company, ha organizzato il ricevimento nei migliori dei
modi. Dopo una breve corsa in auto, i rappresentanti dello stato
africano raggiungono il porticciolo di Riposto dove li aspetta lo
splendido yacht di proprietà di due imprenditori che operano da una
ventina d’anni in Nigeria nel settore della logistica e della
gestione dei porti e delle infrastrutture petrolifere. Si tratta dei
signori Gabriele Volpi e Gean Angelo Peducci, rappresentanti della
Intels (Integrated Logistic Services Ltd.), una compagnia con
capitali italiani con sede a Londra e una filiale nella città
statunitense di Houston. L’imbarcazione punta rapida verso le
coste di Taormina, la "perla turistica dello Jonio".
Gettate le ancore nella baia dell’Isola Bella, riserva naturale,
la delegazione nigeriana è accompagnata a visitare il centro
storico di Taormina, il Teatro Antico e il medievale Palazzo Corvaja.
Poi la cena nel prestigioso "Grand Hotel Timeo", l’albergo
a 5 stelle rilevato nel 1997 dalla famiglia Franza che ha
monopolizzato il traghettamento privato nello Stretto di Messina e
che partecipa al controllo della Pallacanestro Sicilia di A1 e del
Messina Calcio di B[2].
"Una cena tipicamente siciliana, allietata dalla musica dei
Canterini, con variopinti giochi pirotecnici, su una delle terrazze
più belle dell’Isola ha concluso la festa di Ferragosto,
particolarmente gradita alle personalità nigeriane", si legge
in un dettagliato articolo di cronaca comparso il 17 agosto sul
quotidiano Gazzetta del Sud insieme ad una foto che ritrae il
vicepresidente nigeriano in maniche corte abbracciato dal sorridente
ingegnere Gitto sulla terrazza del belvedere di Taormina[3]. Dalla
giornalista Caterina Lo Presti si apprende poi che nell’Hotel
Timeo la delegazione nigeriana è stata salutata dal sindaco di
Taormina, Aurelio Turiano[4], notabile democristiano eletto nelle
file della Casa della Libertà, che "ha loro donato un
pregevole dipinto raffigurante il Teatro antico e una tipica
"testa di Caltagirone" della prestigiosa scuola
artigianale calatina".
Il giorno successivo, a bordo di un elicottero messo a
disposizione dalla C.E.C. della famiglia Gitto, il vicepresidente
Atiku Abubakar e la consorte Jennifer si recano ad ammirare dall’alto
le pendici dell’Etna. Il pomeriggio del 16 è invece trascorso
sullo yacht degli amministratori Intels. "In serata, al largo
delle coste di Letojanni, il soggiorno del vicepresidente Abubakar
si è concluso con una cena sull’imbarcazione allietata da fuochi
di artificio. Affascinato dalle bellezze della Sicilia che ha
visitato per la prima volta, l’illustre ospite ha promesso di
tornarvi per visitare, in particolare, le isole Eolie"[5]. Un
impegno assunto ancora una volta con i costruttori della provincia
di Messina, i quali non nascondono con la stampa il loro interesse
ad utilizzare l’amicizia stretta tra le acque dello Ionio per
muoversi alla conquista di commesse statali in Nigeria.
"Ancora una volta", prosegue il racconto della Gazzetta
del Sud, "Taormina lascia il segno nell’animo dei suoi
estimatori, come sempre capace di creare la giusta atmosfera anche
per forieri traguardi di lavoro. Non è fuggita, infatti, l’importanza
della visita a suggello dei già consolidati rapporti economici tra
un’importante impresa del Sud, la C.e.c., e un grande stato
africano che vuole essere protagonista nella storia e nello sviluppo
del suo continente e per questo ha stabilito contatti di
collaborazione con una impresa del Mezzogiorno d’Italia fra le
più qualificate presenze nel settore delle costruzioni di grandi
opere infrastrutturali". Più esplicito un ultimo passaggio
dell’articolo celebrativo di un "segmento dell’economia
nazionale che punta alla valorizzazione delle coste, dei profili
culturali e storici delle nostre contrade". "A questo
capitolo, consolidato nel tempo", conclude la Gazzetta,
"si aggiunge la nuova scienza che guarda ai Paesi in via di
sviluppo per esportare tecnologia. Anche in quest’ottica l’ing.
Domenico Gitto, ha studiato l’itinerario di un incontro che sarà
foriero di ulteriori prospettive di lavoro".
Uno Stato dilaniato dai conflitti etnici
Chi si attendeva un moto d’indignazione per una vicenda dove il
privato si fonde con il pubblico e dove rivivono i fasti di certa
"cooperazione italiana allo sviluppo" in cui ad
arricchirsi erano i signorotti del Sud e gli imprenditori di casa
nostra, s’è sbagliato di grosso. A ferragosto pochi fanno caso
alle cronache mondane dei vip e ancora meno possono ricordare i
drammi quotidiani degli oltre 120 milioni di abitanti di quello che
era considerato il "colosso d’Africa" e che oggi, con la
prima amministrazione civile dopo l’indipendenza dagli inglesi,
quella dell’ex generale Olusegun Obasanjo[6] e del vicepresidente
Atiku Abubakar, è un paese sempre più attraversato da conflitti
etnici, politici e religiosi, ormai del tutto "balcanizzato".
Eppure, a differenza di altri paesi del continente africano, dei
conflitti e delle violazioni in Nigeria se n’è recentemente
parlato in Italia, ma è impossibile trovarne un accenno nell’articolo
della giornalista siciliana o durante le cerimonie riservate agli
ospiti dagli imprenditori e dagli amministratori locali.
La recente storia della Nigeria è segnata dal susseguirsi di
guerre civili, colpi di stato, governi autoritari e corrotti,
secessioni, la più drammatica delle quali fu quella del Biafra nel
1967. Attualmente i gruppi nazionali Ibo, cristiano-animisti
concentrati nel sudest del paese, si scontrano sempre più
ferocemente con i gruppi Hausa-Fulani, musulmani del nord, e gli
Yoruba del sudovest, metà cristiani, metà musulmani. La grave
crisi economica scoppiata all'inizio degli anni '90 a seguito dell’implementazione
delle misure neoliberiste e della progressiva riduzione del prezzo
internazionale del petrolio di cui il paese è il principale
produttore del continente, hanno ulteriormente acuito gli odi tra le
élite nazionali e i gruppi etnico-religiosi. Una crisi sociale e
politica che sempre più spesso esplode in violenti massacri come
quello avvenuto a Kaduna nel febbraio del 2000, quando più di un
migliaio di persone hanno perso la vita durante gli scontri tra
cristiani e musulmani. Negli stessi giorni, nel distretto di Mushin
a Lagos, il conflitto armato tra i gruppi nazionali haussa e yoruba
causava più di 100 vittime e 400 i feriti[7]. Il 14 ottobre 2002,
erano almeno 200 i morti, per lo più cristiani, degli scontri
interreligiosi esplosi nella città di Kano, nella Nigeria
settentrionale, alla fine di una manifestazione contro l'intervento
armato Usa in Afghanistan. Cinque chiese, la principale moschea
della città e ad altre 15 moschee minori sono state date alla
fiamme. Il numero più elevato di vittime è stato registrato nel
distretto periferico di Zangon, dove accanto alla popolazione a
maggioranza musulmana convive una significativa minoranza
cristiana[8].
Le élite politiche musulmane moderate della nazione Hausa-Fulani
dominano il paese ormai da tempo; ad esse appartiene il
vicepresidente Atiku Abubakar, originario dello stato settentrionale
di Adamawa, lo stesso di cui è governatore quel Boni Harura che lo
ha accompagnato nella recente visita in Sicilia. L’emarginazione
dalle leve del potere dei gruppi cristiani e dei musulmani radicali
ha accentuato i conflitti e spinto intere comunità ad armarsi in
vista della pulizia etnica. L’amministrazione di Olusegun Obasanjo
e Atiku Abubakar ha soffiato sul fuoco dei conflitti religiosi
autorizzando l'applicazione della "sharia", la legge
islamica, in un terzo degli stati della federazione nigeriana (12 su
36), alcuni dei quali a forte presenza non musulmana, in violazione
dei principi costituzionali dell’uguaglianza tra i cittadini e
della laicità delle istituzioni.
"I governatori degli stati che hanno deciso di applicare i
nuovi codici penali spiegano che essi sono attuati sulla base delle
richieste del popolo (la cosiddetta "legge popolare") e
che un cristiano non sarà sottomesso alla stessa legge della sharia
a meno che non lo richieda esplicitamente", scrive Amnesty
International. "Questo è un principio astratto che non ha
corrispondenza nella realtà. Oltretutto, nessuno può esercitare un
controllo su quello che può succedere a un cristiano o a un
musulmano dal momento in cui viene arrestato dalle hisbah (milizie
musulmane) a quello in cui viene condotto davanti al giudice.
Insomma, nello stesso paese due cittadini sono trattati diversamente
dalla legge".
Amnesty International segnala inoltre le discriminazioni di
genere e di status sociale nell’applicazione della sharia in
Nigeria. "Negli ultimi due anni, le donne hanno subito il
maggior numero di condanne rispetto agli uomini. La nascita di un
bambino costituisce una prova per condannare una donna, mentre
l'uomo coinvolto nello stesso caso viene liberato sulla base della
propria parola o del proprio giuramento. Inoltre, fatto strano, la
maggior parte delle persone sottoposte a queste sentenze sono
povere"[9].
Pecunia no olet, così nel bel mezzo di una campagna
internazionale a difesa di Safiya Hussaini e Amina Lawal, condannate
a morte da due tribunali islamici mediante lapidazione per il
"reato" di adulterio, un paio di imprenditori italiani non
trovano di meglio che far trascorrere a proprie spese una breve
vacanza al mare ad uno dei responsabili politici della riesumazione
di una delle peggiori forme di esecuzione, fermamente proibita dal
Patto internazionale sui diritti civili e politici e dalla
Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura[10].
Il pugno di ferro del governo Obasanjo-Abubakar
Stando alle denunce dell’opposizione nigeriana, durante i primi
4 anni di regime "civile" dell’ex generale Olusegun
Obasanjo e del suo braccio destro Atiku Abubakar, più di 20.000
persone hanno perso la vita negli scontri tra i diversi gruppi
religiosi ed etnici o a seguito dell’intervento delle forze di
polizia e dell’esercito per sedare manifestazioni di protesta e
tumulti. "In molte occasioni", ha denunciato Amnesty
International, "questa violenza è apparsa priva di ogni
controllo e tollerata, se non apertamente sostenuta, dal
governo". "Nell'ambito della loro attività
ordinaria", aggiunge la principale organizzazione
internazionale di difesa dei diritti umani, "la polizia
federale e le forze armate si rendono responsabili di numerose
violazioni dei diritti umani quali esecuzioni extragiudiziali,
uccisioni in custodia, torture e trattamenti crudeli, inumani e
degradanti, ai danni di presunti criminali". Amnesty
International ha documentato molti casi di persone decedute dopo
essere state torturate nelle stazioni di polizia; le esecuzioni
extragiudiziali "sono invece spesso legate ad operazioni delle
unità speciali incaricate di pattugliare le strade per contrastare
le rapine a mano armata, la violenza e le attività illegali delle
stesse forze di polizia (come i posti di blocco non autorizzati, per
estorcere denaro ai cittadini)"[11].
Alle forze armate sono imputati inauditi massacri: il primo è
stato perpetrato nel novembre 1999 a Odi (stato di Bayelsa), quando
i soldati hanno vendicato l'uccisione di 12 poliziotti assassinando
oltre 250 persone. L’operazione fu definita da un portavoce del
governo come un’"azione attentamente pianificata ed eseguita
con cautela per liberare la società da questi criminali", e
nell’occasione lo stesso presidente Obasanjo è giunto a
dichiarare di non avere "alcuna scusa da presentare al
paese" per la distruzione della città di Odi[12]. Altra
sanguinosa vendetta è stata consumata tre anni più tardi dalle
forze armate nigeriane dopo il massacro a colpi d’ascia di 19
soldati in una regione centrale della Nigeria. Nell’ottobre 2001 i
militari hanno poi compiuto raid in alcuni villaggi al confine tra
gli stati di Taraba e Benue: dopo aver radunato gli uomini nella
piazza centrale, li hanno giustiziati. Il mese precedente, questa
zona e in particolare la città di Jos erano state teatro di
un'ondata di violenze tra i diversi gruppi religiosi[13].
In seguito allo sterminio indiscriminato di civili nel Benue ad
opera dell'esercito nigeriano, il Parlamento europeo ha inutilmente
sollecitato un'inchiesta "rapida e imparziale" da parte
del governo. Nel loro documento-appello, gli eurodeputati hanno
definito del tutto "inaffidabile" l'esercito nigeriano per
garantire l'ordine ed hanno richiesto la costituzione di un corpo di
polizia in grado di "gestire il conflitto fra le comunità, nel
rispetto dello Stato di diritto"[14]. Ciò nonostante nulla è
stato fatto in questa direzione.
Amnesty International ha denunciato come proprio il Benue era
già stato al centro di una brutale repressione militare con
uccisioni di massa nel corso del 2000. "Non è mai stata
condotta alcuna indagine sulle denunce relative a questi episodi o
su altre uccisioni commesse dalle forze di sicurezza da quando i
civili tornarono al governo nel maggio 1999", afferma l’organizzazione
internazionale, che poi sottolinea un particolare agghiacciante:
nelle loro incursioni, le forze di sicurezza nigeriane "avevano
in dotazione mitragliette Beretta M12 e pistole Beretta M951 calibro
9"[15]. Sono le "armi leggere" prodotte dalla Beretta
Holding S.p.A., società di proprietà per i due terzi dell’omonima
famiglia bresciana, e per un terzo della compagnia belga Fabrique
Nazionale Herstal, parte del grande gruppo Sgb, di cui la famiglia
De Benedetti è azionista di minoranza.
Vizio antico quello italiano di trasferire strumenti di morte al
conflittuale paese africano. Negli anni ’80, ad esempio, la marina
nigeriana era stata destinataria dei cannoni navali da 127/54 e dei
missili nave-nave "Otomat" prodotti dall’Oto Melara
(gruppo EFIM); all’aeronautica furono invece venduti i caccia
intercettori MB-339 dell’Aermacchi, azienda di proprietà al 75%
della famiglia Foresio e al 25% di Aeritalia (gruppo
IRI-Finmeccanica). Si stima che nel solo decennio 1978-1987 la
Nigeria ha assorbito il 4,7% dell’export militare italiano con
commesse superiori ai 120 milioni di dollari[16]. Affari proseguiti
con la nuova amministrazione Obasanjo-Abubakar, che nei primi dieci
mesi del 2001 ha acquistato in Italia armi di piccolo calibro per un
valore di 6 milioni di euro.
Il vicepresidente per le privatizzazioni
Se certamente lo stato permanente di grave violazione dei diritti
umani non rassicura gli imprenditori stranieri che decidono d’investire
in Nigeria, c’è tuttavia un elemento che rende il paese
fortemente attrattivo per tentare speculazioni e depredare le
ingenti risorse naturali ospitate. Gli amministratori pubblici dello
stato africano sono infatti particolarmente sensibili a tangenti e
regalie varie e la Nigeria è inserita al secondo posto nella
speciale lista predisposta dall’organizzazione non governativa
tedesca Transparency International dei paesi più corrotti al mondo,
preceduta solo dal Bangladesh. Il finanziamento illecito dei partiti
e dei dirigenti politici è prassi consolidata prima, durante e dopo
ogni competizione elettorale e a queste dinamiche non è rimasta
certamente estranea la coppia Olusegun Obasanjo - Atiku Abubakar.
Numerosi organi di stampa hanno denunciato i contributi
miliardari a favore della recente campagna per le elezioni
presidenziali, versati da società private nazionali e
internazionali. Il quotidiano Vanguard ha documentato come il
comitato elettorale Obasanjo-Abubakar alla guida del Partito
democratico popolare (PDP), abbia raccolto 5 miliardi di moneta
locale durante le svariate "cene elettorali" realizzate
nel paese, una "somma maggiore al totale dei budget di alcuni
dei paesi dell’Africa occidentale"[17]. Parte del denaro
sarebbe stato speso, secondo i partiti di opposizione, per
realizzare gravi brogli elettorali, così da assicurare la
rielezione ai due governanti. Il principale avversario di Obasanjo,
l’ex generale Muhammadu Buhari, di religione musulmana, leader
dell’ANPP ("All Nigeria Peoples Party"), ha duramente
protestato per l’esito delle elezioni che ha definito "le
più truccate dall'indipendenza del paese". Nonostante la
tiepida presa di posizione della conferenza episcopale della Nigeria
che ha parlato di "voto complessivamente pacifico, anche se non
ancora libero e trasparente", molti analisti hanno rilevato
come la vittoria dell’ex generale rappresenti "un pericolo
potenziale per la democrazia, con il rischio che si crei un partito
unico che potrebbe essere peggio di una dittatura militare".
Le reazioni più violente si sono avvertite nel nord del paese, a
maggioranza musulmana, dove, secondo l’attivista per i diritti
civili Shenu Sani, "nelle moschee si sente la rabbia della
gente e degli imam che considerano la vittoria di Obasanjo un furto
in piena regola". Per prevenire attentati dimostrativi alla
vigilia dell'investitura ufficiale deI riconfermato governo,
Olusegun Obasanjo e Atiku Abubakar hanno fatto ricorso ad esperti
anti-terrorismo provenienti da Israele, i quali hanno affiancato la
polizia federale nelle operazioni di vigilanza delle maggiori
città[18]. La collaborazione di "consiglieri" israeliani
è continuata sino ad oggi per individuare la presenza in Nigeria di
cellule di estremisti islamici legati alla rete di Al-Qaeda.
In realtà il risentimento delle organizzazioni fondamentaliste
islamiche è stato esasperato dall’amministrazione Obasanjo-Atiku
con la realizzazione del programma di riforme neoliberiste e di
privatizzazione delle imprese statali. È in particolare il
vicepresidente ospitato in Sicilia ad essersi caratterizzato per la
rigida applicazione dei programmi economici imposti dalla Banca
Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale. Scorrendo del resto
il curriculum vitae di Atiku Abubakar, si comprende che le cose non
potevano andare diversamente. Dopo essere stato per 20 anni
direttore generale del dipartimento doganale nigeriano, nel 1989
egli abbandonò l’incarico per dedicarsi agli affari nei settori
dell’export di petrolio, delle assicurazioni, delle industrie
farmaceutiche, dell’agricoltura e dei mass media. Così, prima di
divenire vicepresidente, Atiku Abubakar è stato presidente di ben 7
grosse compagnie private, nonché direttore generale della Nigerian
Universal Bank Ltd.. Oggi dirige il "Consiglio Nazionale sulle
Privatizzazioni" (National Council on Privatization) ed ha già
concluso la prima fase del piano con il trasferimento a compagnie
private nazionali ed estere di 14 società pubbliche.
La seconda fase, già avviata, riguarda la svendita di importanti
aziende statali e di infrastrutture del settore turistico,
automobilistico ed industriale e della società telefonica nazionale
Nitel. Atiku Abubakar ha anche delineato la terza ed ultima fase del
piano di privatizzazione, che riguarderà il settore energetico
(pozzi petroliferi, oleodotti, raffinerie, ecc.) e la "National
Electric Power Authority" (NEPA), l’ente di produzione e
distribuzione di elettricità. Nel febbraio 2001, il governo si è
inoltre dotato di un gabinetto di consulenti per la programmazione
di attività in grado di attrarre gli investimenti stranieri, specie
nel settore petrolifero e del gas naturale. Il consiglio è
presieduto dal direttore generale della Deutsche Bank, David
Folkerts-Landau, e conta sulla presenza dell’ex presidente della
Banca Mondiale, Robert McNamara, e dell’ex ministro britannico
Lynda Chalker. Uno staff di tutto rispetto per la messa all’asta
sul mercato internazionale delle inestimabili ricchezze di un paese
ostaggio di un’élite corrotta quanto brutale, che vede proprio in
Atiku Abubakar il migliore candidato a presiedere fra quattro anni
la federazione nigeriana.
Intanto l’implementazione delle riforme di stampo neoliberista
ha già causato gravi conseguenze economiche e sociali, tra cui l’espansione
del debito estero e dell’inflazione che ha annullato il potere d’acquisto
dei salari. Oggi la Nigeria è una delle nazioni più indebitate del
mondo; il totale del debito estero ammonta a circa 34.000 milioni di
dollari ed il paese spende annualmente tra i 400 e i 500 milioni di
dollari per pagare gli interessi sui debiti contratti. È poi
cresciuto rapidamente il numero dei poveri e dei senza occupazione;
oggi circa il 40% della popolazione vive al di sotto dei livelli di
sussistenza, il 70% non ha accesso a servizi quali acqua,
elettricità, sanità di base, istruzione. Solo un adulto su due sa
leggere e scrivere; 2 bambini su 10 muoiono prima di aver compiuto
cinque anni e circa la metà della popolazione infantile soffre di
gravi ritardi della crescita per cause legate alla malnutrizione. La
gravissima crisi economica ed occupazionale ha causato una forte
spinta migratoria e centinaia di migliaia di donne e uomini
nigeriani hanno abbandonato il paese per raggiungere i paesi dell’Unione
europea. Vittime sempre più spesso della tratta, i migranti
finiscono a lavorare in gravi condizioni di sfruttamento nelle
campagne, ad esercitare la prostituzione, a vivere in condizioni di
semischiavitù come badanti, cameriere, ecc.[19].
Una moglie contro la tratta
Il paradosso è che proprio la prima moglie del vicepresidente
Atiku Abubakar, Amina Titi, è una delle personalità nigeriane più
impegnate nella denuncia contro lo sfruttamento di donne e bambini.
Specializzatasi in gestione alberghiera presso la "Scuola
Internazionale di Scienze Turistiche" di Roma grazie ad una
borsa di studio finanziata dall’Organizzazione Mondiale per il
Turismo e dalla Farnesina, Amina Titi Atiku Abubakar è stata una
delle relatrici alla Conferenza Internazionale contro il Crimine
tenutasi a Palermo nel 2000. Presenti l’ex ministro degli esteri
Piero Fassino e l’ex segretario dell’Agenzia delle Nazioni Unite
della lotta contro la droga Pino Arlacchi, il pomeriggio del 13
dicembre la moglie del vicepresidente nigeriano è intervenuta con
una relazione su "Il bisogno di una risposta comune alla
criminalità Transnazionale". Ma la signora Amina Titi ha fatto
di più. Come succede sempre più spesso nei paesi del Sud prescelti
dalla cooperazione internazionale, la consorte del potente politico
ha dato vita ad una "organizzazione non governativa", la
Women Trafficking and Child Labour Eradication Foundation (WOTCLEF),
per gestire progetti a favore delle donne e dei bambini vittime
della tratta.
L’ONG organizza seminari ed incontri, dimostrando particolare
attenzione verso alcuni dei maggiori paesi di destinazione, l’Italia
innanzitutto. I quotidiani nigeriani riferiscono che il 25 settembre
2003, in occasione di un dibattito organizzato a Kano da WOTCLEF e
dal Servizio immigrazione nigeriano, la moglie del vicepresidente ha
comunicato di aver ricevuto una lettera dall’ambasciata nigeriana
di Roma in cui si rileva il piano del governo italiano di deportare
120 immigrati nigeriani "vittime della tratta"[20]. In
precedenza Amina Titi Atiku Abubakar e la WOTCLEF avevano presentato
il rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL)
sul traffico di esseri umani nell’Africa occidentale. Esso
individuava 5 stati della Nigeria (Akwa-Ibom, Abia, Rivers, Cross
River e Sokoto), tra quelli maggiormente coinvolti. Solo a Sokoto
"sono stati registrati una media di 20 casi al mese di bambini
trafficati". Il rapporto sottolineava alla fine come ragazze
provenienti da questi stati nigeriani "sono anche inviate in
Italia come prostitute"[21].
Le campagne di denuncia della WOTCLEF hanno certamente
contribuito a sensibilizzare il corpo diplomatico italiano in
Nigeria, al punto che l’ambasciatore Giovanni Germano ha più
volte denunciato sulla stampa locale come siano "10.000 le
donne nigeriane trafficate in Italia" e come il nostro paese
sia "diventato un centro delle donne e delle ragazze nigeriane
vittime di tratta". Il traffico di migranti è diventato
emergenza bilaterale così, col pieno consenso dell’"organizzazione
non governativa" preposta, il 9 gennaio 2002 sono stati donati
dall’ambasciata "i velivoli e l’equipaggiamento per un
valore di 2,5 milioni di dollari" alla Polizia e al Servizio
immigrazione nigeriani "con la speranza che ciò possa servire
per combattere la minaccia del traffico di esseri umani dall’Africa
occidentale all’Italia"[22].
Ancora una volta il nostro paese non sfugge al gioco di far
passare come "aiuti allo sviluppo", sistemi militari che
certamente nulla hanno a che vedere con la prevenzione del traffico
di persone o la protezione delle vittime. Più detestabile il fatto
che l’Italia abbia sottoscritto accordi "sulla
migrazione" e di "Reciproca Assistenza sugli Affari
Criminali" con un paese dove la fame, il conflitto civile, le
politiche economiche e la corruzione imperante sono le prime cause
di espulsione della popolazione.
Capitolo 2
Dalla Sicilia alla Nigeria via Israele
E i Gitto sbarcano nell’isola del petrolio
Facciamo un passo indietro e torniamo alla sconcertante vacanza
di ferragosto di Atiku Abubakar, della seconda moglie Jennifer e
compagni. "Taormina sempre capace di creare la giusta atmosfera
anche per forieri traguardi di lavoro", si leggeva nella
cronaca di quel viaggio in Sicilia. "Non è fuggita, infatti, l’importanza
della visita a suggello dei già consolidati rapporti economici tra
la Cec e la Nigeria…". Sì, "già consolidati rapporti
economici". Ma quali?
Due giorni dopo la conclusione dell’incontro privato tra il
vicepresidente e l’ingegnere Domenico Gitto, il 18 agosto 2003,
sono le agenzie di stampa nigeriane ad informare che la Gitto
Costruzioni Generali Nigeria Limited ha vinto un appalto per 41
milioni di dollari per la realizzazione di una strada a due corsie e
di un ponte ("Itigidi Bridge") di 760 metri nel Rivers
State, nella regione meridionale del paese. Si tratta di un progetto
concepito dal vecchio regime militare per assicurare una rotta
terrestre alternativa ai trasferimenti di gas liquido e del
personale che opera negli impianti di Bonny Island.
La riesumazione da parte del nuovo governo di un’infrastruttura
dall’enorme impatto socioambientale è stata accolta dalla ferma
opposizione delle organizzazioni ambientaliste nigeriane che hanno
lanciato un appello internazionale per impedire l’inizio dei
lavori. "L’ultima riserva delle ricche foreste di mangrovie
ad Ogoniland ed in altre aree del delta del Niger nel Rivers State
è oggi seriamente minacciata da un progetto del presidente Olusegun
Obasanjo", si legge in un documento a firma del Mangrove Action
Proyect. "Diversi ettari di fitte selve di mangrovie, foreste
pluviali vergini, affluenti, fiumi, santuari ecologici e grandi
superfici di terre fertili saranno distrutti con la costruzione di
un enorme ponte che collegherà la comunità di Bodo (Ogoniland) a
Bonny Island, sede del progetto Nigeria's Liquefied Natural Gas (LNG)".
"L’appalto è stato assegnato ad un’impresa italiana",
aggiunge l’organizzazione ecologista. "Il progetto ha preso
il via con la firma del contratto e con la consegna del denaro da
parte delle autorità nigeriane al loro partner, la Gitto
Costruzioni Generali Nigeria Limited. Ma entrambi non hanno
realizzato alcuno studio d’impatto ambientale come invece
richiesto dalle direttive esistenti che ne prevedono l’obbligatorietà
per progetti similari a quello della strada Bodo-Bonny".
Il Niger Delta project for Environment, Human Rights and
Development (NDPEHRD) ha potuto rilevare che gli operai e le
attrezzature della società d’ingegneria straniera sono già stati
trasferiti presso il villaggio di Bodo nella provincia di Ogoni,
Rivers State. "Dalla comunità di Bodo sino al noto Bonny River
ci sono circa 6 miglia nautiche di distanza ricoperte da foreste di
mangrovia che saranno in buona parte distrutte dal progetto",
si legge ancora nel documento degli ambientalisti. "I lavori
deprederanno le foreste di mangrovie dei villaggi di Andoni nell’omonima
provincia e quelle che oggi restano a Bonny Island. Le specie di
mangrovie esistenti nell’area interessata sono la Rhizophora
Racemosa, la Rhizophora Horrisonii e la Mangrovia Rhizophora. La
maggior parte delle fonti naturali dell’area sta sparendo. Le
compagnie petrolifere e del gas che operano nella regione hanno
commesso gravi crimini contro l’ambiente e le popolazioni. Le loro
attività, i test sotterranei e le operazioni di posa degli
oleodotti hanno accelerato il saccheggio delle foreste di mangrovie.
L’insostituibile ecosistema offre importanti risorse naturali ed
è importante per la produzione di cibo. Le foreste di mangrovie
della regione sono alla base della nutrizione e della protezione dei
pesci e dei molluschi; esse supportano la vita di una grande
varietà d’insetti, di uccelli e di mammiferi"[23].
Nel suo rapporto, il Mangrove Action Project fa due rivelazioni
importanti. La prima: "Si dice inoltre che altri potenti
nigeriani come ad esempio il vicepresidente Alhaji Atiku Abubakar
siano tra i maggiori azionisti della società italiana". Poi si
aggiunge che a seguito delle proteste della popolazione, "il
governo federale ha assegnato la somma di 4.185.000 dollari a favore
dei villaggi maggiormente colpiti (Bodo e Mogho) attraverso i
responsabili della Gitto Costruzioni Generali Nigeria Limited come
forma d’indennizzo e per ridurre le tensioni sviluppatesi con l’approvazione
del progetto stradale". C’è proprio di tutto in questa
storia italo-nigeriana: l’ennesima opera eco-incompatibile, un
uomo di governo che ha l’arroganza di farsi portare in vacanza da
un imprenditore a cui ha concesso un appalto e di cui l’opinione
pubblica ipotizza esserne socio, denaro in contanti per ammorbidire
eventuali oppositori distribuito grazie ai canali privati.
Tunnel e strade per l’apartheid d’Israele
La discutibile operazione in terra d’Africa non è purtroppo l’unico
incidente di percorso della storia aziendale della famiglia
siciliana. Qualche tempo fa ha fatto il giro del mondo la notizia
che la C.E.C.-Civil Engineering Company di proprietà di Carmelo
Gitto e dei figli Salvatore e Domenico, ha realizzato per conto
delle autorità israeliane la galleria autostradale "Gilo"
di raccordo fra le città di Gerusalemme ed Hebron[24]. Essa fa
parte della fitta rete di strade ed autostrade, le famigerate
by-pass routes, che il governo di Tel Aviv, in aperta violazione del
diritto internazionale, ha realizzato nei territori occupati di
Cisgiordania e Gaza per mettere in comunicazione Gerusalemme con gli
insediamenti dei coloni (i cosiddetti settlements), le basi militari
e le aziende agricole in mano al capitale israeliano. Le by-pass
routes sono una delle cause dell’acutizzazione del conflitto in
questa regione mediorientale; hanno favorito l’occupazione
politico-economica e militare israeliana e la realizzazione degli
espropri illegali a danno delle comunità arabe.
Il tunnel "Gilo", lungo 890 metri, è stato il primo
realizzato nel suo genere nei territori occupati; ha una rilevante
valenza strategica in quanto è stato scavato all’interno della
collina su cui è sorto dopo l’occupazione del giugno 1967, l’omonimo
insediamento israeliano di Gilo, fondamentale per il controllo della
via d’accesso meridionale a Gerusalemme e la penetrazione nella
vicina Betlemme e nei due villaggi palestinesi a forte presenza
cristiana di Beit Safa e Beit Jala. Il tunnel rappresenta poi una
vera e propria porta militarizzata dell’immenso muro che il
governo israeliano sta realizzando attorno alla "Grande
Gerusalemme", la metropoli che si vorrebbe estesa dalla storica
città santa sino ad Hebron, Gerico e Ramallah. Va poi aggiunto che
a metà degli anni ’90, la C.E.C. della famiglia Gitto, in
consorzio con la Barashi Ltd. di Tel Aviv, aveva realizzato un’altra
opera osteggiata dai palestinesi, il tunnel "Meha Morhia"
di collegamento con la "Road n° 4", l’arteria stradale
che dal centro urbano di Gerusalemme si connette a sud con la
by-pass route che conduce al tunnel "Gilo" e alla città
di Hebron.
L’attività dei costruttori Gitto in Israele ha sorpreso non
pochi commentatori, data la quasi impossibilità per le imprese
straniere ad ottenere il pass per appalti così rilevanti da parte
dell’establishment locale. Ha sorpreso poi la rapidità con cui le
società di famiglia sono riuscite ad inserirsi in Italia nel
business delle commesse pubbliche. Partiti come affidatari di una
serie di lavori predisposti dall’Amministrazione provinciale di
Messina, dal Consorzio ASI (Area Sviluppo Industriale) e da alcune
amministrazioni locali siciliane, i Gitto hanno ottenuto nel corso
degli anni ’90 importanti appalti da enti statali come l’ANAS e
le Ferrovie dello Stato nelle province di Ancona, Catanzaro, La
Spezia, Napoli, Nuoro, Potenza, Reggio Calabria e Roma. Più
recentemente alla C.E.C. di Falcone, la Società italiana per le
condotte d’acqua S.p.A. ha affidato la costruzione del
megaparcheggio sotterraneo e del centro commerciale di Marino
(Roma), mentre l’amministrazione di Messina ha assegnato al
consorzio costituito ad hoc dalla Gitto S.r.l. e dalla Torno di
Roma, il terzo lotto degli svincoli autostradali di
Giostra-Annunziata, finanziati nel 1989 grazie ad un accordo di
programma tra il Ministero dei Trasporti e i Comuni di Messina,
Reggio Calabria e Villa San Giovanni, "per la fluidificazione
del traffico nello Stretto".
Quest’ultima opera non è stata ancora completata ed i costi
sono parecchio lievitati. Secondo le stime dei tecnici sarebbe
necessario uno stanziamento aggiuntivo di 53 milioni di euro, che si
sommerebbe ai 120 miliardi di vecchie lire già spesi per le
bretelle autostradali[25]. Intanto l’appalto è finito sotto
inchiesta e il tribunale di Messina ha rinviato a giudizio
amministratori, funzionari comunali, liberi professionisti e
costruttori, tra i quali compaiono i nomi di Carmelo, Salvatore e
Domenico Gitto. I magistrati contestano una serie di reati che vanno
dalla turbativa d’asta all’abuso d’ufficio, e finanche all’associazione
a delinquere. Un troncone d’inchiesta riguarda l’approvazione
nel maggio 2001 di una perizia di variante che ha fatto quasi
raddoppiare l'importo effettivo dei lavori aggiudicati quattro anni
prima al consorzio Torno-Gitto-Vinci. Al tempo la gara d’appalto
era stata vinta con un ribasso vicino al 40%. Nel corso dell’indagine
è stata accertata la sparizione negli uffici comunali di gran parte
della documentazione presentata dalla Gitto S.r.l., nonché di tutta
la documentazione contenuta nella busta di gara presentata dalla
ditta individuale Vinci.
I nuovi signori della Messina-Palermo
Nonostante lo scivolone giudiziario i Gitto mostrano un certo
attivismo per accaparrarsi le maggiori opere programmate nella
provincia di Messina. C’è innanzitutto l’interesse verso le
ventilate opere infrastrutturali di supporto al Ponte sullo Stretto
che il ministro Pietro Lunari vuole avviare entro il 2005; gli
svincoli autostradali di Giostra-Annunziata, del resto, hanno
proprio la funzione di creare un primo collegamento tra le
autostrade siciliane e il devastante ponte tra le sponde di Scilla e
Cariddi.
C’è poi l’intenzione a concorrere al piano d’intervento
per la realizzazione della doppia portualità di Messina e Milazzo,
per cui sono previsti investimenti per oltre 51 milioni di euro.
Proprio tra le banchine del porto di Milazzo "riposano" da
mesi le attrezzature della Civil Engineering Company. Nell’area
industriale della cittadina siciliana i costruttori hanno trasferito
i propri uffici generali; ed ancora a Milazzo i Gitto, attraverso la
società Porto San Francesco, si sono dichiarati pronti a realizzare
il nuovo porticciolo turistico a Croce di mare, località di
notevole pregio ambientale, utilizzata dai bagnanti in periodo
estivo e dalle imbarcazioni dei pescatori locali. Il progetto è
stato inserito tra le opere finanziabili dall’Agenda 2000 dell’Unione
europea, ma l’opposizione della cittadinanza avrebbe convinto gli
amministratori a trasferire ad altro sito il nuovo porto
turistico[26].
Il vero pozzo di San Patrizio per le imprese della famiglia Gitto
è tuttavia rappresentato dalla mai completata autostrada
Messina-Palermo. Per lo meno 15 lotti dell’opera ricadenti nei
territori dei comuni di Gioiosa, Caronia, Rocca di Caprileone,
Acquedolci, Sant’Agata Militello, Reitano, Tusa e Castelbuono,
sono stati assegnati direttamente o in subappalto alla C.E.C.. Una
società quasi piglia tutto, che proprio tra i viadotti e i tunnel
della Messina-Palermo si è incrociata con le maggiori aziende di
costruzione nazionale e con le chiacchierate società in mano ai
cavalieri del lavoro di Catania, prime fra tutte la COGEI del gruppo
Rendo e l’IRA Costruzioni Generali di Gaetano Graci.
All’impresa COGEI-Costruzioni Generali S.p.A. di Roma[27], il
Consorzio autostradale Messina-Palermo ha affidato i lavori nel
tratto Sant’Agata Militello-Acquedolci, relativi al lotto 22 e
22bis per un importo superiore ai 50 miliardi di lire, lavori
subappaltati in buona parte alla famiglia Gitto e che si sono
caratterizzati ancora una volta per l’esorbitante lievitazione dei
costi. Come hanno infatti rilevato gli organi inquirenti, il solo
appalto del lotto 22bis fu vinto dalla COGEI per un importo di circa
33 miliardi, divenuti 50 con la prima perizia di variante e a cui si
sono aggiunti 22 miliardi e 800 milioni per un’ulteriore variante
concessa dall’ente appaltante. Complessivamente il lotto è venuto
a costare 73 miliardi di vecchie lire, ben al di là del doppio del
valore del contratto d’asta. Qualcosa di simile si è ripetuto per
il successivo lotto 23 "Acquedolci", opera anch’essa
affidata in subappalto ai costruttori originari di Falcone. Vinto l’appalto
per 26 miliardi di lire dall’impresa Ing. Federici Fortunato
S.p.A. di Roma, a seguito di due varianti in corso d’opera le
somme liquidate dal Consorzio autostradale hanno superato i 56
miliardi.
Con l’IRA Costruzioni Generali, ex gruppo Graci, la C.E.C. ha
invece condiviso i lavori per il lotto 30ter tra i comuni di Tusa e
Castelbuono: la famiglia Gitto è infatti mandataria
dell'associazione temporanea di imprese costituita con la S.I.P.A.
Società Italiana Produzione Asfalti S.p.A. per i lavori del 1°
stralcio, mentre l’IRA Costruzioni è la mandataria per il 2°
stralcio dell’A.T.I. dove è ancora presente la S.I.P.A. S.p.A..
Coincidenza vuole che i lavori topografici per la realizzazione
della galleria "Cozzo Minneria" nella tratta
Tusa-Castelbuono siano stati realizzati dalla società d’ingegneria
Digi Mapping Systems di Castelbuono, contrattata anche per le opere
autostradali del consorzio Badetta, costituito dalla Gitto S.r.l. e
dalla Edilstrade S.p.A., per le attività di esproprio delle aree
interessate al tratto autostradale assegnato alla COGEI e alla
Federici, e per la "direzione topografica e i controlli
costruttivi" del tunnel realizzato dalla C.E.C. a Gerusalemme.
Sempre in Israele la Digi Mapping Systems è stata contrattata
dalla Barashi Ltd., partner dei Gitto nei lavori del tunnel "Meha
Morhia", per la progettazione di un’area industriale "ad
alta tecnologia" in località Bet Shemesh; la Mathav Ltd.-Pardes
Hana l’ha voluta invece alla direzione delle opere di livellazione
per Km 390 in tutta l’area settentrionale della Galilea e della
West Bank. A questa azienda siciliana è stata infine affidata la
"rilevazione dati e l’editing della mappatura
telematica" per il progetto G.I.S. tra la compagnia israeliana
telefonica Bazic, la compagnia nazionale di distribuzione dell’energia
elettrica e le municipalità di Gerusalemme e Tel Aviv[28].
La dura legge del pizzo
L’esecuzione dei lavori per l’autostrada Messina-Palermo ha
attratto gli appetiti delle maggiori cosche mafiose dell’isola ed
anche i Gitto, come i maggiori costruttori nazionali, non sono
sfuggiti al puntuale carico estorsivo delle organizzazioni
criminali. C’è un collaboratore di giustizia della provincia di
Messina, Salvatore Marotta, già a capo della cosca di Sant’Agata
Militello, che ha raccontato dettagliatamente il modus operandi
degli estortori locali: "Fu il mistrettese Matteo Blandi[29]
che intendeva condividere con me la direzione ed il controllo di
quel territorio a dirmi di essere lui quello che riscuoteva le
tangenti delle diverse imprese che in quel momento operavano nella
zona. Di queste suggerì la COGEI come quella dalla quale, io
stesso, avrei dovuto prendere il pizzo. Il Blandi decise di fissare
un incontro per stabilire quanto la COGEI avrebbero dovuto
corrispondere al nostro gruppo. Alla cosa si interessò il geometra
Antonino Isgrò di Barcellona che fissò una riunione a Falcone in
un villino che credo fosse di proprietà del costruttore Gitto, sito
proprio di fronte allo svincolo autostradale di Falcone sulla
113".
"Siamo andati all’incontro con due autovetture differenti
e precisamente io, Pino Oieni[30], Matteo Blandi e Masino
Florio", aggiunge Salvatore Marotta. "Mio figlio Calogero,
Michele Adorno e Giuseppe Miragliotta andarono a bordo di altra
autovettura. Costoro non entrarono nell’appartamento ma rimasero a
bordo della loro auto a fare da vigilanza nella vicina pineta. Un’altra
autovettura di grossa cilindrata, credo fosse un’Alfa 75, fu
inviata nella zona allo scopo di effettuare un’attività di
vigilanza e di copertura, direttamente dal "vecchio" boss
mistrettese Giovanni Tamburello[31], il quale in questa maniera,
voleva sincerarsi della buona riuscita dell’incontro ed evitare
spiacevoli inconvenienti. A bordo di tale auto vi erano tre soldati
di Tamburello, Santo Sciortino, Lorenzo Mingari e Antonino Miraglia
Fagiano[32]. Abbiamo incrociato la suddetta autovettura più volte e
quando mi accorsi della loro presenza, chiesi spiegazioni all’Oieni,
il quale mi disse che Tamburello aveva inviato i suoi soldati
perché non si fidava di Matteo Blandi del quale temeva eventuali
colpi di mano. Io ed Oieni non eravamo armati mentre sull’auto di
copertura viaggiavano persone armate, così come dovevano essere
armati gli uomini inviati dal Tamburello".
Salvatore Marotta ha fornito ulteriori particolari sull’incontro
tenutosi in casa Gitto. "Alla riunione partecipò anche Nino
Isgrò. L’Isgrò ha partecipato sia come organizzatore dell’incontro
e soprattutto quale esponente del clan barcellonese, ma anche per
tutelare l’interesse dell’impresa Gitto, da sempre sotto la
protezione esclusiva della mafia barcellonese. Per conto della COGEI
presero invece parte Domenico Gitto[33], ed il geometra Siracusano.
Prese anche parte per conto della stessa ditta un altro tecnico del
quale però non ricordo il nome. Il Gitto personalmente aveva
chiesto a tutti quelli che avrebbero dovuto partecipare alla
riunione di non portare armi. Lui stesso infatti avrebbe garantito
un ordinato svolgimento della discussione. Con questo egli intendeva
anche prevenire un eventuale danno alla sua immagine che invece
avrebbe provocato una visita da parte delle forze dell’ordine. L’incontro
durò circa un’ora e mezza, trascorsa la quale siamo ritornati a
Sant’Agata. Allorché uscimmo dal villino, vidi arrivare a bordo
della sua autovettura il noto Ciccio Pagano da Merì, che nella
circostanza si accompagnava all’imprenditore pattese Salvatore
Pontillo"[34]. Un summit d’altissimo livello dunque, dove
accanto ai mafiosi di Sant’Agata Militello e Mistretta,
comparivano due uomini ormai ai vertici della vecchia mafia
barcellonese, Antonino Isgrò inteso "u’ tattainu’ e
Francesco "Ciccio" Pagano, piccolo imprenditore edile che
al tempo lavorava appunto nella zona di Patti-Montalbano "alle
dipendenze" del Pontillo[35].
Il collaboratore di giustizia ricorda con precisione l’ammontare
del pizzo che fu imposto alle imprese. "Il costo dei lavori che
la COGEI stava eseguendo si aggirava sui 20 miliardi o poco più.
Secondo consuetudine l’impresa avrebbe dovuto pagare una
percentuale non inferiore al 2%. Il Gitto, ricordando che anch’egli
avrebbe dovuto versare la sua quota parte, propose però una
diminuzione della cifra che così venne stabilita in complessivi 350
milioni. Il Gitto, invece, essendo impegnato nello stesso lavoro,
quale subappaltante, per l’opera di sbancamento e movimento terra,
si impegnò a versare la cifra di 2 milioni e mezzo da corrispondere
ogni fine mese per tutto il periodo della durata dei lavori. La
COGEI invece avrebbe dovuto corrispondere la cifra stabilita nella
misura di 50 milioni al mese. Venne anche stabilito che i soldi
sarebbero stati prelevati da Masino Florio nel cantiere di Gitto che
si incaricava a corrispondere ciò che era dovuto dall’impresa e
la sua stessa quota parte".
Salvatore Marotta spiega poi come furono spartite le somme di
denaro riscosse dalla COGEI e dall’impresa Gitto: "Il denaro
doveva essere distribuito tra il Blandi, l’Oieni, il Tamburello e
la mia persona. In occasione del primo pagamento avvenuto nel mese
di maggio 1989, io presi soltanto 5 milioni che mi furono dati da
Masino Florio. Nei mesi successivi qualche altra rata di 10 milioni
o poco più mi fu consegnata da Pino Oieni e da Lorenzo Mingari.
Successivamente, non pervenendomi altre somme di denaro, interpellai
il Florio venutomi a trovare mentre ero agli arresti domiciliari.
Costui mi spiegò che il Gitto gli aveva rifiutato il pagamento
delle successive rate poiché il Tamburello e l’Oieni si
incaricarono a riscuotere direttamente la somma stabilita nella
riunione"[36].
La mancata riscossione della tangente irritò inevitabilmente
Salvatore Marotta che fece chiamare Matteo Blandi per lamentarsi
della violazione dell’accordo stabilito nella villa del
costruttore di Falcone. "Riferii che dal Florio avevo saputo
che il denaro del Gitto veniva riscosso direttamente dal Tamburello
attraverso l’Oieni ed il Mingari. Ciò era un fatto certamente
grave. Mi interessava conoscere altresì se il Tamburello tratteneva
per sé oltre che la quota parte a me spettante anche le due
destinate al Blandi. Mi rispose affermativamente, rivelando al tempo
stesso la sua irritazione per il trattamento ricevuto. Fu allora che
suggerii al Blandi di prendere diretti contatti con il Gitto
richiamandolo al rispetto dell’iniziale accordo. Ci lasciammo con
l’intesa che avrebbe personalmente curato la questione. Qualche
tempo dopo però il Blandi tornò a Sant’Agata e mi disse che il
Gitto rimaneva sordo alle sollecitazioni dando così ad intendere
che egli avesse diretti rapporti con il Tamburello. Appreso ciò,
detti incarico a mio figlio Calogero di recarsi direttamente dal
Tamburello e questo allo scopo di chiarire alla fonte il perché di
tali inadempienze. Mio figlio venne ricevuto dal Tamburello che
promise di provvedere con immediatezza. Di fatto però ciò non
fece".
A questo punto Salvatore Marotta decise di intervenire nei
confronti del costruttore di Falcone, incaricando il figlio Calogero
di contattarlo per intimargli a non pagare le restanti somme agli
uomini di Tamburello[37]. "Il Gitto rispose che avrebbe
obbedito. D’Altro canto mio figlio nel riferirgli il mio messaggio
aveva anche aggiunto che laddove egli non avesse dato corso al mio
volere io mi sarei "dato latitante" per infliggergli una
lezione adeguata. Feci tutto questo perché intendevo salvare la
faccia agli occhi del Gitto e non perdere il prestigio nei confronti
dello stesso Tamburello. Il Gitto mantenne la promessa ma ciò
provocò la reazione che io mi aspettavo da parte del Tamburello…".
L’indagine dell’autorità giudiziaria ha potuto accertare che
per i lavori di realizzazione dei lotti 22 e 22bis dell’autostrada
Messina-Palermo, la COGEI ha versato ai clan locali 350 milioni di
vecchie lire, mentre proprio 2 milioni e mezzo sarebbero stati
versati mensilmente dal Gitto, subappaltatore dell’impresa del
gruppo Rendo. Gli inquirenti hanno poi accertato che una parte dei
lavori erano stati affidati dalla COGEI direttamente al mafioso
Matteo Blandi. Ciò fu visto assai negativamente dal boss
mistrettese Giovanni Tamburello, il quale non poteva accettare né
il protagonismo del Blandi né che il denaro finisse nelle mani del
clan Marotta. Fu così che proprio l’estorsione ai danni delle
imprese operanti sull’A-20 determinò la definitiva rottura tra il
gruppo di Sant’Agata Militello e il Tamburello. Quest’ultimo
decretò la morte di Matteo Blandi che fu assassinato in contrada
Buzza a Caronia il 12 dicembre 1989.
"Una mattina, mentre mi trovavo nello spiazzale del
rifornimento Agip di Sant’Agata dove, nonostante gli arresti
domiciliari, accudivo alla vendita del pesce giusta autorizzazione
del giudice, vidi arrivare il Tamburello, Lorenzo Mingari, Nené
Blandi fratello di Matteo e tale Antonino Casabona da Capizzi",
ha raccontato Salvatore Marotta. "Notai subito che l’aria non
era tra le più tranquille. Misi subito nel conto che i quattro
avrebbero potuto usarmi violenza. La cosa però ebbe sviluppi tutto
sommato pacifici giacché il Tamburello che per la prima volta
conobbi, mi chiese di appartarci per un momento dovendo chiarire un
qualcosa. Una volta soli, il Tamburello mi disse minacciosamente che
non mi aveva mandato il denaro di cui all’accordo con la COGEI
giacché la quota a me spettante l’aveva utilizzata per assoldare
i killer che egli aveva incaricato per uccidere Matteo Blandi, circa
due mesi prima nel suo rifornimento di Caronia Marina. Il
Tamburello, cui io contestai l’inopportunità di tale iniziativa
omicida per altro avviata a mia insaputa, mi disse che era stato
costretto a disporre l’eliminazione del Blandi essendo costui un
soggetto assolutamente ingovernabile, un profittatore e per questo
meritevole di essere ucciso"[38].
Nonostante le dazioni di denaro a favore delle cosche di
Mistretta e Sant’Agata Militello, altri 200 milioni furono
richiesti ai costruttori Gitto dal gruppo criminale vicino a
Giuseppe Iannello, boss barcellonese poi assassinato nel 1992.
"Alcune telefonate a scopo estorsivo furono fatte alla
vittima", ha raccontato il collaboratore tortoriciano Francesco
Galati Rando. "Iannello in particolare disse che essendo il
Gitto insensibile alle richieste telefoniche, era meritevole di una
lezione che doveva essere quella del danneggiamento di autovetture o
di edifici attraverso l’esplosione di colpi d’arma da
fuoco". Gli inquirenti hanno potuto accertare che nel 1990 un
attentato incendiario distrusse parzialmente il cantiere di Olivieri
dell’ingegnere Carmelo Gitto.
L’autostrada è Cosa Nostra
Nome in codice "Operazione Barbarossa". A fine 1999 i
Carabinieri della Legione di Messina chiudono un’inchiesta sull’infiltrazione
della mafia in alcuni dei cantieri dell’autostrada Messina-Palermo,
quelli in fase di realizzazione tra i comuni di San Mauro
Castelverde e Santo Stefano di Camastra. Scattano una cinquantina di
mandati di cattura contro boss ed affiliati delle cosche e alcuni
piccoli imprenditori a cui era stata affidata la fornitura di
materiali e servizi.
L’inchiesta aveva preso il via a seguito di alcuni attentati
incendiari che si erano verificati tra il luglio e il dicembre 1998
contro l’impresa Te.Di.Gi. di Agrigento e la Francesco Arcovita di
Acquedolci, presenti rispettivamente nei cantieri dei lotti 24 e
26bis a Caronia[39]. Grazie alle intercettazioni ambientali e alle
testimonianze di vecchi e nuovi collaboratori di giustizia, gli
inquirenti avevano svelato il ferreo controllo estorsivo che la
potente famiglia di San Lorenzo, alleata del latitante Bernando
Provenzano, aveva tessuto sui lavori autostradali con la
collaborazione dei gruppi mafiosi di Caccamo, San Mauro Castelverde,
Mistretta e Tortorici.
"Il controllo illecito dei cantieri per la costruzione dell’autostrada
Messina-Palermo non può essere stata considerata un’attività da
lasciare alle singole decisioni di gruppi malavitosi locali, più o
meno organizzati a seconda dei casi, ma è stata invece interpretata
come un’attività da gestire e dirigere in forma unitaria dall’associazione
Cosa Nostra", scrivono i Carabinieri nella loro informativa
"Operazione Barbarossa". Secondo gli inquirenti, appalti e
subappalti, forniture di inerti e materiali di costruzione sarebbero
stati decisi nei minimi dettagli dal cosiddetto "tavolinu",
il patto tra uomini politici, imprenditori e mafia sottoscritto sin
dalla seconda metà degli anni ‘80 per spartirsi tutti i lavori
futuri nell’isola. "Solo così", spiegano gli
investigatori, "Cosa Nostra avrebbe potuto garantire il
rispetto degli accordi presi con gli altri convenuti, che pur non
possedendo il potere militare di Cosa Nostra, sono comunque degni di
rispetto in quanto espressione di un potere diverso, cioè quello
economico-politico, con il quale comunque Cosa Nostra deve
confrontarsi per perseguire i suoi scopi delittuosi".
Secondo le risultanze dell’indagini, la cosca di San Lorenzo
guidata dai latitanti Sandro e Salvatore Lo Piccolo, avrebbe gestito
a partire dal 1995 il "pizzo" nei cantieri dell’autostrada,
imponendo altresì l’assunzione di numerosi dipendenti nonché gli
acquisti di materiale edile e la movimentazione terra presso imprese
controllate direttamente dalla mafia. Il gruppo criminale a cui
facevano capo società che avevano in gestione importanti impianti
sportivi a Palermo e finanche una quota del Palermo Calcio, si
sarebbe affidata per il controllo delle estorsioni ad alcuni
emergenti locali, Pino Lo Re di Caronia, Giuseppe Presti di Santo
Stefano di Camastra e quel Santo Sciortino cresciuto
"militarmente" all’ombra di Matteo Blandi[40]. Tutti i
personaggi avrebbero operato poi in stretto accordo con la cosca di
Passo di Rigano grazie ai legami con Ruggero Anello e Francesco
Biondo, esponenti di spicco del clan palermitano guidato da Antonino
Buscemi, componente del "tavolinu" degli appalti su delega
dei vertici di Cosa Nostra[41].
Circostanza non casuale quella della presenza degli uomini di
Passo di Rigano nei cantieri dell’A-20: gli uomini dell’Arma dei
Carabinieri hanno infatti rilevato come "la gestione degli
appalti autostradali sia stata organizzata al "tavolinu",
in quanto l’Impresem S.p.A. di Filippo Salomone[42], trasformatasi
in A.T.I. Tecnofin Group S.p.A., risulta aggiudicataria della gara d’appalto
per l’affidamento dei lavori di costruzione del lotto n. 27, 1°
stralcio "S. Stefano di Camastra", mentre la società
consortile Caronia Uno, un’associazione temporanea d’imprese di
cui fanno parte il Consorzio Cooperative Costruzioni di Bologna, la
Gitto S.r.l. e la Iter Cooperativa Ravennate di Interventi sul
Territorio di Ravenna, risulta aggiudicataria della gara d’appalto
per i lavori di costruzione del lotto n. 25, 1° stralcio,
denominato "Galleria Caronia""[43].
È appunto la Caronia Uno guidata dalle imprese legate alla Lega
delle Cooperative e dalla società dei costruttori di Falcone, a
subire le maggiori vessazioni delle cosche mafiose. "E’ stato
documentato", scrivono gli inquirenti, "che Ruggero
Anello, uomo d’onore della famiglia di Passo di Rigano, per
intervenire in favore della cosca tortoriciana dei Lo Re, impegnata
nelle opere di costruzione dell’impresa Caronia uno, a sua volta
chieda l’intervento di Francesco Biondo del mandamento di San
Lorenzo". Francesco Biondo non si sarebbe fatto pregare due
volte e dopo un "suo intervento determinante sull’ingegnere
Cataldo, capo area per la Sicilia della Iter Costruzioni Ravennate",
assicurò Ruggero Anello che il consorzio era pronto ad accettare le
richieste dei clan. "Se ciò non dovesse andare a buon
fine", disse telefonicamente Biondo ad Anello il 22 dicembre
’97, "Lo Re prende e mette tritolo a tutta forza e ci fa ‘nesciri
‘u pizzo". Una minaccia che convinse la Caronia Uno a
piegarsi alle richieste degli estortori[44].
Sarebbe stato proprio Gianpiero Cataldo una delle figure chiave
della grave vicenda estorsiva. Già componente del consiglio di
amministrazione della V.I.C. S.r.l., la società consortile formata
dalla Vita S.p.A. di Antonino Vita e dall’Impresem S.p.A. di
Filippo Salamone che aveva costruito il nuovo ospedale di Agrigento,
l’ingegnere, per conto dell’importante gruppo di Ravenna, aveva
poi ricoperto il ruolo di presidente del Consorzio Costruzione
Aeroporto Internazionale di Palermo, aggiudicatosi l’appalto per l’ammodernamento
dello scalo aereo siciliano. Gianpiero Cataldo, insieme ad un altro
tecnico della Iter, Maurizio Guglielmo, risultava poi tra i
componenti di una serie di società consortili aggiudicatesi
importanti appalti in Sicilia, quali la Sant’Anna, la Politeama,
la Mondello[45]. "Come emerge dalle prove acquisite",
scrivono gli uomini dell’Arma, "nella gestione del cantiere
Caronia Uno il Cataldo ha operato non nell’interesse del
consorzio, ma ha sempre cercato di favorire le imprese locali legate
a Cosa Nostra. Il Biondo Francesco per far giungere alla direzione
della società consortile la minaccia con la quale richiedeva il
licenziamento del geometra Mario Ambrosi, pena l’esecuzione di
attentati dinamitardi, si è servito proprio dell’opera del
Cataldo, il quale, è persona – per mezzo del Salamone – molto
vicina al "tavolinu"".
La lunga mano dell’ingegnere
Alcune delle dichiarazioni rese da Mario Ambrosi hanno permesso
agli inquirenti di far luce sulle complicità e le collusioni che
avrebbero assicurato a Cosa Nostra il dominio sui cantieri dell’A-20.
Originario della provincia di Belluno, Ambrosi fu contattato nell’agosto
del 1997 dalla Iter come direttore tecnico di cantiere per seguire i
lavori alla "Galleria Caronia". "Il mese successivo
giunsi in Sicilia ove partecipai ad una riunione a Palermo a cui
erano presenti Gianpiero Cataldo, Maurizio Guglielmo e Roberto
Frati, tutti dirigenti della Iter, più Pierazzoli, quest’ultimo
già direttore del cantiere di Caronia Uno", ha raccontato il
geometra. "In tale riunione appresi che le condizioni
disastrose in cui versava la commessa erano da attribuire, secondo
Cataldo e Guglielmo, alla gestione di Gitto, il quale era
contemporaneamente aggiudicatario dei lavori e subappaltatore di
forniture e mezzi degli stessi. Il Gitto ha svolto di fatto le
mansioni di direttore responsabile di cantiere avendo la titolarità
di ogni decisione. Il Cataldo e il Guglielmo proposero di sostituire
lo stesso Gitto nella gestione con la rescissione dei vari
contratti, per attribuire pieni poteri nelle mani del Cataldo
stesso".
Entrato in possesso delle carte relative alla commessa, Mario
Ambrosi restò profondamente sorpreso da alcune anomalie.
Innanzitutto il ribasso del 52% che aveva permesso alla consortile
di aggiudicarsi l’appalto per il lotto autostradale con un’offerta
di 25 miliardi e mezzo di vecchie lire. C’era stato poi un
contrastato iter concorsuale, poiché dopo l’aggiudicazione, il
Consorzio dell’A-20 aveva revocato l’appalto per poi
riassegnarlo in via definitiva alla stessa Caronia Uno. Infine il
grosso deficit finanziario accumulato nel primo anno di vita della
consortile: alla data dell’8 settembre 1997 mentre i ricavi erano
stati di appena 3 miliardi, i costi sostenuti per i lavori erano
superiori ai 9 miliardi[46].
"Scopro che la maggior parte delle perdite arrivavano da un
subappalto affidato per tutte le lavorazioni del cantiere alla ditta
Gitto, il cui rappresentante era vicepresidente della consortile
Caronia Uno", racconta il geometra Ambrosi. "Gitto nella
consortile concorreva con una caratura del 20%, perché i rischi
alla consortile se li accollavano la C.C.C. (ovvero la capogruppo
che prende il lavoro) per il 50% e la Iter per il 30%. Feci subito
una considerazione: "Com’è possibile che due ditte
consorziate con caratura 80% di rischio, affidino tutti i lavori ad
un terzo consorziato siciliano che concorre con il 20% di rischio,
in qualità di socio della consortile?". La consortile non
aveva utili, gestiva unicamente i costi. Gli utili vanno alle
consorziate che ripianano i costi della consortile che vanno a
costruire per gestire la commessa. Ciò vuol dire che Gitto, più
costi faceva la consortile, più contento era poiché era lì che
guadagnava. Egli forniva calcestruzzi, movimenti di terra, noli di
mezzi propri intestati ad altra società del gruppo Gitto,
lavorazioni del ferro, etc.. Gitto quindi guadagnava con le proprie
forniture e con il proprio subappalto, con utili che superavano il
proprio rischio del 20%!".
Incongruità delle spese e scarsa qualità dei mezzi e delle
forniture diventano presto un chiodo fisso per il geometra Ambrosio
che nel più completo isolamento cerca di rimettere ordine nel
cantiere. Anche ciò che sembrava essere stato subappaltato a costi
vantaggiosi per la consortile, si rivelala presto elemento
pregiudizievole per l’avanzamento dei lavori.
"A titolo di esempio", dichiara il geometra, "cito
ciò che accadeva per il noleggio dei mezzi per la perforazione e il
trasporto terra che comunque Gitto aveva affidato ad un’altra
ditta: tali mezzi venivano noleggiati ad un prezzo apparentemente
conveniente, ma poi, a causa dei continui guasti che li bloccavano
per lungo tempo e dei costi necessari per i materiali di ricambio,
si creava alla fine un disavanzo notevole rispetto al prezzo
pattuito".
Altro danno economico al consorzio d’imprese sarebbe derivato
dalla fornitura di calcestruzzo. Dall’analisi dei costi emerse che
sarebbe stato più conveniente installare un impianto di
calcestruzzo all’interno del cantiere che continuare ad
acquistarlo dalla società dei Gitto. "Anche se i prezzi del
calcestruzzo prodotto nell’impianto potevano essere di poco
superiori a quelli che faceva Gitto, a medio termine si sarebbe
ammortizzato di gran lunga quella differenza di costo. Perché
effettivamente il calcestruzzo che forniva Gitto veniva a costare
170.000 lire a metro cubo, da un’analisi che ho fatto io, contro
le 90.000 circa contrattuali a metro cubo. Per poter realizzare l’impianto
occorreva investire 800 milioni. La ditta non mi ha fatto sapere
nulla per circa un mese continuando le forniture con Gitto ed altre
ditte di emergenza anche contro il parere della direzione dei
lavori. La ditta Gitto forniva il calcestruzzo proveniente dall’impianto
denominato CO.GI., che però nell’ottobre 1997 aveva chiuso i
battenti. Nel mentre Gitto continuava a fornire il calcestruzzo da
un altro impianto del quale sconosco il nome, ma le bolle venivano
compilate irregolarmente con la sigla CO.GI. probabilmente per
recuperare le anticipazioni".
Ambrosio afferma di aver segnalato le anomalie al rappresentante
della Iter, Gianpiero Cataldo. Per un lasso di tempo il calcestruzzo
fu fornito da una piccola azienda locale, la Cogecam dei fratelli
Antonino e Giuseppe La Monica; quando il Gitto regolarizzò la
propria posizione, la consortile si riaffidò al costruttore di
Falcone per i materiali. "Egli prelevava dall’impianto nuovo
di sua proprietà il calcestruzzo come CO.GI. e lo trasportava come
CO.GI.", aggiunge Ambrosio.
Il tecnico continuò a lamentare la scadente qualità del
materiale fornito. "Ricordo che il betoncino di cemento ed
inerti che costituiva il rivestimento della nostra galleria
continuava a venire giù piuttosto che rimanere aderente al tetto a
causa del ridotto impiego di cemento che costituiva un vantaggio per
Gitto che forniva il calcestruzzo ma un’ingente perdita per noi.
Mi lamentai con Gitto di tale inconveniente e lo stesso mi riferì
la seguente frase: "Nelle gallerie in Sicilia vi è uno spreco
anche del 100%"". Dulcis in fundo i rilievi sullo
spitz-beton fornito dall’impresa siciliana. "Esso aveva lo
sfrido, cioè lo scarto che si determina nella lavorazione, del 60%
in una partita di 8 miliardi", ha affermato Ambrosi[47]. Come
dire un guadagno netto di quasi 5 miliardi di lire…
Gli artigiani del ferro
Lo scontro all’interno del cantiere autostradale fu
inevitabile. Il geometra Ambrosio prese carta e penna per chiedere
all’Iter di Ravenna l’espulsione dalla consortile della ditta
Gitto, ritenuta la principale responsabile delle perdite accumulate
in un anno di lavori. "Fino al mio arrivo", ha aggiunto
Ambrosio, "Gitto aveva operato in piena libertà e
tranquillità. Il mio predecessore, il geometra Pierazzoli,
attribuiva al Cataldo delle grosse responsabilità sul risultato
negativo della commessa. Egli mi disse di aver tentato diverse volte
di evidenziare negativamente l’operato di Gitto ma che il Cataldo
non aveva mai dato importanza a questo o comunque non aveva preso
nessuna iniziativa".
Le pressioni fatte sul management della cooperativa romagnola
sembrarono invece dare risultati migliori, al punto che fu decisa la
rescissione parziale dei lavori affidati al Gitto, tranne i noli dei
mezzi, definiti dallo stesso Ambrosio "quattro ferraglie sempre
in avaria, che creavano più costi che ricavi". Il Cataldo e il
Guglielmo proposero però di rescindere i contratti solo dopo aver
esaurito il recupero delle anticipazioni con altri lavori e
forniture. "In realtà", commenta il tecnico, "Gitto
continuò a lavoricchiare, con il dichiarato fine di concludere
quanto anticipato per il recupero delle somme, ma in realtà
fornendo un lavoro che si faceva sempre più scadente e in termini
di impegno e in termini di qualità dei materiali. Accadde quindi
che Gitto, che non era stato "cacciato" per non perdere le
somme anticipate, costituì per la commessa una perdita economica
maggiore".
A questo punto Mario Ambrosio chiese all’Iter di estromettere
insieme al costruttore di Falcone anche lo stesso ingegnere Cataldo.
Fu il contratto relativo alla fornitura del ferro l’ultimo
capitolo del conflitto scoppiato all’interno della consortile.
"Gitto per la lavorazione del ferro si avvaleva di un certo
Giuseppe Costantino, un artigiano alle cui dipendenze non ho visto
più di tre unità e che si era costruito un banco per la piegatura
del ferro, molto artigianale se non rudimentale, accanto ai miei
uffici e con legname mio. Tra l’altro Costantino operava fuori
regola, vista la sua limitazione all’iscrizione alla Camera di
Commercio e soprattutto perché operava senza un contratto della
sede di Lugo. Cercai allora di trovare un sostituto più affidabile
professionalmente".
Fu così che Ambrosio si rivolse ad un’impresa che gli fu
raccomandata dai tecnici della società Itinera di Genova impegnata
in un confinante lotto autostradale. Si trattava della Nordica Sud,
amministrata dall’imprenditore Giovanni Marcini, originario di
Santo Stefano di Camastra. "Mi recai nell’impianto della
Nordica Sud, dove vidi attrezzature computerizzate ed una forza
lavoro di 15-20 unità. Ne rimasi affascinato". Il direttore
tecnico del cantiere autostradale chiese allora a Costantino e a
Marcini di formalizzare un’offerta per il ferro. "In prima
battuta l’offerta di Costantino appariva più vantaggiosa dal
momento che richiedeva 840 lire al chilogrammo di ferro a fronte
delle 940 lire, che scontate diventavano 920, di Marcini",
commenta Ambrosio. "La proposta della Nordica Sud, in
considerazione anche del servizio che metteva a disposizione, era
però in linea con il mercato ed era comprensiva in opera lavorato e
posato. Il prezzo era fisso per tutto l’arco della commessa e lo
sfrido dovuto alla lavorazione era incluso nell’offerta. Con
questa attrezzatura all’avanguardia ero sicuro di centrare l’obiettivo
della consegna dei lavori…"[48].
Ciò nonostante la direzione della società mandataria accantonò
l’offerta e Gitto continuò a servirsi da Giuseppe Costantino.
"Costantino intanto lavorava sempre senza contratto",
racconta Ambrosio. "Sollecitai l’offerta, informai la sede di
Lugo e fermai la fornitura. Nel frattempo aveva fatto uno stato di
avanzamento dei lavori e non sapevo come contabilizzarlo.
"Dammi un acconto!", mi disse. "Io non pago nulla
senza contratto", risposi. Nacquero degli attriti. Imposi
allora che, qualora il contratto fosse fatto a Costantino, si doveva
includere la dicitura "acciaio contabilizzato da disegni"
che significa che non si paga lo sfrido. A metà novembre
direttamente da Lugo fu fatto il contratto a Costantino, ma quella
clausola che avevo inserito richiedendola più volte telefonicamente
non c’era. Mandai subito un fax in cui contestai la gravissima
irregolarità commessa. Così ho dovuto riconoscergli lo sfrido
dovuto alla lavorazione che nel primo stato d’avanzamento dei
lavori era dell’11%. Significava che per mettere in opera un kg di
ferro da disegno, le 840 lire erano in realtà 932 lire. Quindi l’offerta
di Costantino risultava ben peggiore di quella della Nordica Sud,
oltre all’aspetto qualitativo!".
Fu la resa dei conti. Dopo una serie di botte e risposte con i
dirigenti della Iter di Ravenna, con grande gioia dei subappaltatori
locali, il 20 gennaio 1998, a soli quattro mesi dal suo arrivo in
Sicilia, il geometra Ambrosio venne licenziato.
Guerra di mafia per le ferrovie
I Gitto sottoposti alla dura legge del pizzo, dicevamo. C’è
tuttavia un collaboratore di giustizia che ha raccontato ai
magistrati qualcosa di diverso. Si tratta di Angelo Siino, ex pilota
di rally aderente alla loggia massonica Camea, per anni vero e
proprio "ministro dei lavori pubblici" del clan vincente
dei Corleonesi di Totò Riina.
Siino conosce dal di dentro il mondo dei grandi appalti e il
meccanismo di suddivisione organizzato da Cosa Nostra, imprenditori,
politici e amministratori. Egli si è soffermato anche sui lavori
per la realizzazione del raddoppio ferroviario nella tratta
Messina-Barcellona-Patti, lavori appaltati in buona parte al
consorzio di ditte catanesi guidate dall’IRA del cavaliere Gaetano
Graci e dalla COGEI del gruppo Rendo. Deponendo al processo Mare
Nostrum contro le cosche della fascia tirrenica messinese, Angelo
Siino ha raccontato che in occasione di un pranzo in un ristorante
di Milazzo, presenti esponenti della criminalità locale, politici
ed imprenditori locali, si parlò del consorzio denominato Ferrofir,
che doveva occuparsi della costruzione di alcune gallerie. "A
tali opere era interessato l’imprenditore barcellonese Gitto, ma l’uomo
che doveva occuparsi dell’intera gestione dell’affare doveva
essere Giovanni Sindoni".
Quest’ultimo è un imprenditore barcellonese ritenuto da tutti
"intoccabile". A capo di una delle maggiori aziende
siciliane di trasformazione agrumaria, ex socio della Nuova Igea
Calcio, Giovanni Sindoni è stato coinvolto in una megainchiesta
sulle truffe agrumarie a danno della CEE, accanto all’ex sindaco
di Bagheria Michelangelo Aiello e al boss Leonardo Greco, riportando
una condanna a otto mesi di reclusione. Il collaboratore di
giustizia Angelo Siino non fornisce ulteriori particolari per
chiarire l’effettivo ruolo di Giovanni Sindoni nell’affaire
doppio binario. Si sofferma invece sul costruttore Gitto che,
secondo lui, sarebbe stato interessato ai lavori in galleria nel
tratto Messina-San Filippo.
"Praticamente Gitto era un grosso contoterzista, cioè era
uno che faceva lavori per conto terzi. Non faceva lavori edili, ma
si occupava di lavori stradali. E poi in effetti era quello che
manipolava la maggior parte dei lavori sull’autostrada
Palermo-Messina e a causa di questo gli successe che gli ammazzarono
un parente. Mi pare che lo stesso si chiamasse pure Gitto, gestiva
un negozio a Barcellona Pozzo di Gotto ed era parente col
governatore Cuomo[49]. E effettivamente questo signore insieme con
questo Sindoni mi era stato detto che era un interessato alla
gestione, addirittura che da lì a poco questo Gitto sarebbe stato
in grado di poter gestire direttamente i lavori della
Palermo-Messina. (...) In effetti poi fu quello che fece la maggior
parte dei lavori autostradali, e debbo dire anche che ha avuto
questo problema, gli fu ammazzato questo parente che prese le sue
difese. Che i due Gitto erano imparentati io l’ho saputo da Nino
Isgrò o da Matteo Blandi, malavitoso di Caronia...".
Il personaggio di cui parla Siino è il cavaliere Francesco Gitto,
al tempo titolare di alcuni negozi di abbigliamento a Barcellona,
Milazzo e Trapani, divenuto presidente della locale squadra di
calcio della Nuova Igea dopo Giovanni Sindoni, assassinato su ordine
del boss di Terme Vigliatore Pino Chiofalo, il 14 dicembre 1987. Un
personaggio di tutto rispetto nel firmamento mafioso, referente dei
clan palermitani nella gestione dei traffici di sigarette e droga,
con legami con rappresentanti istituzionali e politici nazionali. Ad
oggi non sono stati provati i rapporti di parentela con l’altro
Gitto costruttore, né Siino ha fornito ulteriori elementi sul
movente dell’omicidio del cavaliere Francesco, tuttavia il suo
ruolo di dominus nella gestione degli appalti del raddoppio
ferroviario ha trovato conferma dalle indagini degli inquirenti.
"La parte che Gitto rappresentava aveva stabilito un’intesa
completa con il potere politico di cui i referenti massimi erano il
senatore Carmelo Santalco, l’onorevole Saverio D’Aquino e il
senatore Giulio Andreotti", ha raccontato Pino Chiofalo, che
dopo essere stato estromesso dal grande affare, scatenò una guerra
di mafia che costò decine e decine di morti nel barcellonese.
"Detti personaggi erano i veri tutori delle grandi imprese
catanesi che anche per loro tramite erano riuscite ad acquisire i
grandi appalti di opere pubbliche e, per quel che riguardava
Barcellona, quello del raddoppio ferroviario".
Furono appunto gli uomini di Nitto Santapaola e i clan emergenti
di Barcellona a monopolizzare estorsioni e subappalti. Una vicenda
che cambiò il panorama criminale della provincia di Messina,
trasformando Barcellona Pozzo di Gotto ed hinterland nella Corleone
degli anni ’90. L’asse mafioso Catania-Barcellona domina da
allora l’economia illegale di una parte rilevante del territorio
dell’isola e punta ad appropriarsi degli enormi flussi finanziari
che dovrebbero giungere a breve per i progetti dell’Agenda 2000 e
le opere di collegamento con il Ponte sullo Stretto.
Capitolo 3
Mani italiane sul petrolio e il gas dell’Africa occidentale
Il fronte del porto
Si raccontava dello splendido yacht che ha permesso al
vicepresidente nigeriano Atiku Abubakar di conoscere le acque
cristalline dello Ionio e di sbarcare a due passi dalla città di
Taormina. Un’imbarcazione di proprietà di Gabriele Volpi,
rappresentante della Intels, il potente gruppo italiano a cui fanno
capo una quarantina di compagnie dedite alla gestione di porti e
terminal petroliferi e allo sfruttamento del gas naturale e degli
idrocarburi, operante principalmente nel continente africano in
joint venture con transnazionali ed agenzie statali[50].
Intels è presente in Congo (Point Noire), Gabon (Port Gentil),
Ghana, Costa d’Avorio (Abidjan); è inoltre particolarmente attiva
in Angola, dove insieme alla Sonils Integrated Logistic Services e
alla compagnia statale Sonangol, gestisce il terminal portuale di
Luanda, oggi al centro di investimenti pubblici per oltre 500
milioni di dollari. È proprio il gruppo italiano a guidare i lavori
finalizzati alla realizzare delle infrastrutture che verranno usate
dalle compagnie impegnate nelle ricerche petrolifere lungo le coste
del paese. Parte dei lavori del terminal di Luanda sono stati
appaltati alla compagnia belga Dredging International e alla joint
venture sudafricana Murray Roberts/Lama International. Sempre con
Sonangol, Intels ha creato in Angola la società Sobilog per la
gestione della "Lobito Supply Base"; Intels, Sonangol e la
Namils Integrated Logistic Services, hanno dato vita invece ad un
consorzio che assumerà la gestione della costruenda "Namibe
Supply Base"[51].
La Integrated Logistic Services-Intels è l’operatrice dell’unica
zona franca esistente in Africa occidentale, quella di Onne-Ikpokiri,
sede di un complesso portuale a meno di 40 km dall’importante
città di Port Harcourt, nel Rivers State della Nigeria. Le
compagnie operanti nella zona franca sono esenti da qualsiasi tassa
federale; altrettanto vale per i prodotti importati od esportati;
inoltre è permessa la proprietà straniera al 100% delle
infrastrutture. Onne-Ikpokiri assicura incentivi agli investitori e
facilitazioni burocratiche a coloro che fanno ingresso nel mercato
delle risorse energetiche nigeriane. Alle transnazionali è
garantita la libertà di vendita dei loro prodotti a tutta la
regione dell’Africa occidentale; grazie alla zona franca le
maggiori compagnie internazionali che commerciano gas e petrolio
hanno spostato in Nigeria il baricentro delle loro operazioni in
quest’area del continente africano. Ne consegue il ruolo centrale
di Intels nell’affare degli idrocarburi e gli enormi profitti che
il gruppo ha conseguito in Nigeria.
Il popoloso stato africano è oggi sede delle più rilevanti
attività di Intels: la compagnia, in joint venture con Interoil,
gestisce le infrastrutture petrolifere di Amadi Flat Camp a Port
Harcourt; inoltre dirige per conto dell’Autorità portuale
nigeriana (Nigerian Port Authority-NPA) i centri per i servizi
petroliferi nei porti di Onne, Warri e Calabar.
Sempre accanto alla NPA, Intels gestisce il nuovo terminal
oceanico "West Africa Container Terminal (WACT)"
realizzato all’interno della "zona franca petrolifera"
di Onne, sul Bonny River, a due passi dai maggiori centri
petroliferi nazionali e a sole 17 miglia nautiche dal mare aperto.
Siamo nella stessa area dove la famiglia Gitto è stata chiamata a
realizzare la rete stradale e i viadotti dal disastroso impatto
socioambientale. Il terminal oceanico è in grado di ospitare
petroliere da 70.000 tonnellate e le navi che s’incaricano del
trasporto dei container provenienti dalla grande acciaieria di
Ajaokuta e dal complesso carbonifero di Enugu.
Tra le maggiori compagnie di navigazione clienti dell’infrastruttura
vi sono la Maersk Sealand, la PONL, la OT Africa Line, la MOL e la
Torm Line. Nell’area WACT gestita da Intels è presente un’altra
società di provenienza italiana, la Saima Nigeria Limited, filiale
della Saima Avandero, il gruppo milanese leader nel settore delle
spedizioni e dei trasporti internazionali, recentemente fusosi con
la compagnia belga ABX Logistics[52]. Saima Nigeria Ltd. opera nel
settore navale e della logistica a favore delle compagnie
petrolifere; ha inoltre curato la fornitura e il trasporto dei
materiali utilizzati nella realizzazione di megaprogetti
idroelettrici (la diga di Siroro che fornisce energia elettrica alla
regione settentrionale della Nigeria, le dighe di Bakolori, Goronyo
e Dadinkowa). Insieme al Gruppo Saint Gobain Pont.A.Mousson, la
società Saima Avandero ha pure fatto ingresso nella gestione degli
acquedotti dei maggiori centri abitati del paese, privatizzati dalla
nuova amministrazione Obasanjo-Atiku.
Il vicepresidente Atiku Abubakar ha concordato con la Banca
Mondiale un piano per trasferire la proprietà delle infrastrutture
portuali alle società private che oggi le gestiscono in
concessione. Superfluo aggiungere che è proprio Intels la compagnia
maggiormente interessata al piano di dismissione, un piano però
fortemente osteggiato dai sindacati dei lavoratori dell’Autorità
portuale nigeriana che bene conoscono il modus operandi delle
società straniere. "Nel settore marittimo e dell’industria
petrolifera, Intels è una delle compagnie che ha continuato a
generare controversie", ha segnalato il quotidiano Daily
Champion. "C’è soprattutto l’impressione della gente che
la compagnia stia mungendo il paese senza contribuire all’economia
nazionale. La cosa più rilevante è che si afferma che Intels
sfrutti i Nigeriani che lavorano per essa"[53].
Picchettaggi, scioperi, occupazioni pacifiche hanno segnato la
vasta mobilitazione contro la privatizzazione dei porti, bloccando
in particolare l’attività delle infrastrutture di Warri e Calabar
gestite dalla società italiana. Queste due aree portuali sono state
anche al centro dei violenti conflitti interetnici che hanno
insanguinato negli ultimi mesi la Nigeria. "Mentre gli scontri
incessanti hanno ridotto le attività a Warri, il porto di Calabar
è oggi del tutto inutilizzato e buona parte delle società che
supportano le operazioni portuali nella ricca città petrolifera
sono state chiuse o trasferite presso il porto di Onne", si
legge ancora sul Daily Champion.
Per riattivare il porto di Warri, il governo ha inviato un
contingente dell’esercito che ha occupato interamente le banchine
e le infrastrutture logistiche. Il 19 settembre 2003, una richiesta
simile d’intervento a Calabar è stata fatta al governo federale e
alla direzione del Nigeria Ports Authority dal manager di Intels,
Chuks Ihuoma[54]. Data la strettissima relazione governo-società
privata, è lecito attendersi a breve l’ennesima risposta militare
per riportare l’ordine tra le maestranze.
Petrolio e tangenti
"Obasanjo ed Atiku hanno portato la corruzione del paese ai
massimi livelli. Questo regime passerà alla storia per essersi
caratterizzato per gli interessi affaristici, la caccia alle streghe
e il completo crollo della legge e dell’ordine. Il presidente e il
suo vice hanno predisposto ciò che essi considerano un solido
sistema di protezione, utilizzando i propri soci per gestire gli
affari ed appropriarsi dei beni nazionali attraverso le
privatizzazioni delle istituzioni e delle strutture economiche
pubbliche. Per queste operazioni ci sono gli sforzi di un congiunto
di Obasanjo, Otunba Fasawe. Egli è l’ambasciatore itinerante di
Obasanjo tra le società private e colui che ha sottoscritto un
imprecisato numero di contratti per conto del suo superiore. C’è
un collaboratore italiano nel team di Obasanjo; un certo signor G.
Volpi che è anche il manager di Intels, la compagnia che è
connivente con i più alti rappresentanti del governo nel processo
di emarginazione della Nigerian Ports Authority (NPA). Volpi ed
Intels stanno scavalcando le funzioni dell’Autorità portuale
nigeriana per interessi privati. Crediamo che un altro personaggio
utilizzato dalla corrotta leadership nella gestione degli affari del
nostro padre della patria è un certo dottor Baggi, altro uomo d’affari
italiano, che dichiara di svolgere la professione di avvocato a
Lugano, Svizzera"[55]. Così, in un lungo intervento sulla
rivista statunitense USAfrica, il senatore Dauzia Loya Etete ha
accusato il duo Obasanjo-Atiku Abubakar di operare congiuntamente al
general manager della Intels, Gabriele Volpi, per lucrare sul piano
di privatizzazione del settore petrolifero. Un’accusa gravissima,
specie perché tira in ballo l’imprenditore italiano che ha
ospitato in Sicilia il vicepresidente in persona e i suoi presunti
soci in affare.
Etete è un uomo politico notoriamente brutale e corrotto,
attualmente latitante in una villa a Parigi per sfuggire ad un
mandato delle autorità nigeriane che lo accusano di riciclaggio di
denaro. Il senatore, però, conosce dall’interno i perversi
meccanismi che regolano in Nigeria i rapporti tra l’amministrazione
statale e le transnazionali dell’energia, avendo ricoperto per
anni il ruolo di ministro per il petrolio. Egli è poi il teste
privilegiato di un’oscura vicenda di tangenti e licenze di
esplorazione finita davanti alla corte federale di New York dopo
essere stata mirabilmente raccontata in un reportage del periodico
Forbes.
Una società nigeriana, la Malabu Oil & Gas, ha denunciato la
Royal Dutch Shell, sua partner in una joint venture per lo
sfruttamento di un giacimento nelle acque del delta del Niger, di
aver agito in collusione con gli amministratori nigeriani per
strapparle illegalmente la licenza di esplorazione dell’area in
cui si stima l’esistenza di riserve per oltre un miliardo di
barili di greggio. I fatti risalgono al 1998, quando, alla vigilia
della fine del regime militare guidato da Sani Abacha, l’allora
ministro Dauzia Loya Etete "si autoassegnò" la licenza
per avviare le attività estrattive, scegliendo Malabu come titolare
formale della licenza. Caduta la dittatura di Abacha, l’amministrazione
civile del presidente Olusegun Obasanjo costituì un gruppo di
lavoro per rivedere le licenze petrolifere; molte di esse furono
revocate, ma quella rilasciata a Malabu fu invece riconosciuta
valida.
Alla fine del 1999 la piccola compagnia nigeriana offrì alla
Shell il 40% dei profitti in cambio di una suddivisione dei costi di
esplorazione ed estrazione. Successivamente sarebbero però sorti
dei contrasti tra i dirigenti della Malabu e il vicepresidente Atiku
Abubakar, il quale avrebbe rivendicato per sé una percentuale del
pacchetto azionario della joint venture. Al rifiuto da parte della
società petrolifera, il governo revocò nel 2001 la licenza,
riformulando un nuovo bando a cui furono invitate le multinazionali
Shell ed ExxonMobil. Vinse la Shell con un’offerta di 210 milioni
di dollari che le assicurò il 100% della licenza. La Malabu
protestò ufficialmente affermando che l’offerta della società
straniera si era basata sui propri studi i quali avevano individuato
le reali dimensioni del giacimento petrolifero. La Shell respinse le
richieste d’indennizzo e Malabu dovette rivolgersi alle autorità
statunitensi accusando i dirigenti del dipartimento per le fonti
petrolifere e i funzionari della filiale nigeriana della Shell di
aver predisposto illecitamente tutta l’operazione.
A questo punto entra in gioco l’ex ministro per il petrolio
Etete che in un esposto inviato alla Commissione del congresso
nigeriano che indaga sulla vicenda, racconta la sua versione dei
fatti.
"Nell’agosto 2000", scrive Etete, "andai a cena
con il vicepresidente Atiku Abubakar che chiese di divenire
proprietario di una parte della società di esplorazione come
condizione per non revocare la licenza. Ho pure registrato le
conversazioni degli incontri avuti con il rappresentante di Abubakar,
in cui si discute sulle modalità di pagamento delle tangenti a
favore di Abubakar, del presidente Obasanjo e del direttore generale
della Shell, Ron van den Berg". L’ex ministro aggiunge di
aver ricevuto alla fine del 2000 una chiamata telefonica da parte di
un agente del vicepresidente, che gli intimava di vendere la quota
azionaria del giacimento di proprietà della Malabu. "Mi
rifiutai e così qualche mese più tardi il governo revocò la
licenza alla compagnia petrolifera assegnandola alla Shell".
Sempre secondo Etete, la transnazionale "ricompensò il
vicepresidente assegnando i contratti per i servizi petroliferi alla
società di cui lui è comproprietario, l’Intels. Sono in possesso
delle registrazioni delle conversazioni tra gli agenti del
vicepresidente e la Shell in cui si discutono tutti i dettagli di
questa operazione". "Sono tutte speculazioni", ha
commentato seccamente la multinazionale; tuttavia il comitato
parlamentare nigeriano ha dovuto richiedere l’autorizzazione all’arresto
del manager Van den Berg per essersi rifiutato di rispondere alle
domande della commissione. Intanto, alla vigilia dell’apertura del
processo, un misterioso incendio ha distrutto parte degli uffici
dell’autorità nazionale preposta al rilascio delle licenze
petrolifere; importanti documenti sono andati irrimediabilmente
perduti[56].
Alla conquista delle fonti energetiche
Conflitti sociali ed etnici, repressione delle organizzazioni
sindacali ed ambientaliste, corruzione dilagante; continua ad essere
la lotta per l’accesso e il controllo delle inestimabili fonti
energetiche l’elemento che caratterizza la storia contemporanea
della Nigeria. Questo paese è oggi il sesto produttore di petrolio
al mondo e il principale del continente africano; dal settore
petrolifero dipendono interamente le spese e gli investimenti
statali. È il petrolio infatti a generare l’80% del budget
nazionale, il 90-95% del valore delle esportazioni ed oltre il 90%
della valuta straniera.
La macchina amministrativa creata dal duo Obasanjo-Abubakar si
dedica a tempo pieno a programmare interventi che facilitino gli
investimenti stranieri. Nel novembre 2000 il governo ha stanziato
fondi aggiuntivi per far fronte alle spese per la creazione di joint
venture con le transnazionali dell’energia, rilasciando un numero
record di concessioni in previsione dell’innalzamento della
produzione giornaliera nazionale a 5 milioni di barili entro il
2010. Il bilancio statale del 2001 destina 3,5 miliardi di dollari
per le operazioni in associazione della Nigerian National Petroleum
Corporation NNPC, un miliardo in più di quanto speso nel 2000. Il
budget totale per le operazioni petrolifere nigeriane ha già
superato i 5 miliardi di dollari all’anno e ciò ha comportato
insostenibili tagli alle spese sociali (istruzione e sanità
innanzitutto) e la svendita del patrimonio dello stato.
Si stima che le riserve di greggio nigeriano superino i 22,5
miliardi di barili. I principali giacimenti sorgono sulla costa del
delta del Niger; si tratta in buona parte di infrastrutture
petrolifere che pompano ognuno una media di 50 milioni di barili all’anno.
Il 95% della produzione nazionale di crudo è generata dalle joint
venture in cui accanto alla Nigerian National Petroleum Corporation
compaiono le maggiori compagnie straniere, tra le quali spiccano
Shell, ExxonMobil, Chevron, Eni/Agip, Texaco e TotalFinaElf.
La Shell in particolare, controlla i più importanti giacimenti
del paese (Bonga) e recentemente ha avviato lo sfruttamento delle
aree di Doro, Ngolo e Soku dove si prevede di estrarre sino a 100
milioni di barili di greggio ed una quantità enorme di gas. La
Shell in società con la ExxonMobil è presente ad Erha da cui si
spera di pompare sino a 250.000 barili al giorno entro il 2004 e in
cui si stima l’esistenza di riserve per 1,2 miliardi di barili. L’ExxonMobil
detiene a sua volta l’8,8% della titolarità dei giacimenti
offshore di Amenam/Kpono, il cui controllo è nelle mani della
TotalFinaElf e della società statale nigeriana. Attualmente dal
giacimento di Amenam/Kpono si estraggono 100.000 barili al giorno,
mentre si stimano riserve per 500 milioni di barili[57]. Altra
importantissima area di estrazione è quella di Agbami gestita dalla
compagnia Texaco, il cui petrolio è destinato interamente per le
esportazioni agli Stati Uniti, il principale acquirente di greggio
nigeriano (circa 865.000 barili al giorno, pari al 9,9% delle
importazioni di crudo Usa).
Le nuove tecnologie in campo energetico stanno modificando a
livello mondiale i trend di domanda e l’estrazione del gas
naturale va via via affermandosi come uno dei settori più
appetibili per il prossimo futuro. Si stima che la Nigeria possegga
riserve di gas naturale per 124.000 miliardi di metri cubi, al nono
posto tra quelle esistenti a livello mondiale. Ancora una volta sono
Chevron, TotalFinaElf, Shell, Texaco, Agip ed ExxonMobil ad aver
sottoscritto accordi di massima per lo sfruttamento dei giacimenti
di gas del paese[58].
Parallelamente al trasferimento in mano straniere delle risorse
energetiche, l’amministrazione Obasanjo-Abubakar ha avviato la
privatizzazione delle maggiori raffinerie di greggio del paese (Port
Harcourt I e II, Warri, Kaduna), con il paradosso che oggi la
Nigeria è costretta ad acquistare il prodotto raffinato all’estero,
a prezzi sempre più sostenuti, dalle stesse compagnie con cui sono
state sottoscritte le joint venture per lo sfruttamento del greggio.
Lo scorso mese di giugno le autorità nigeriane hanno deciso di
incrementare del 50% il prezzo della benzina destinata al consumo
privato, decisione che ha condotto all’indizione di uno sciopero
nazionale durato una decina di giorni che per poco non ha causato la
caduta del governo, apertamente accusato di "servilismo nei
confronti delle multinazionali del petrolio"[59]. Le proteste
sono rientrate dopo la sospensione del provvedimento e il brutale
intervento della forza pubblica. Quattro mesi più tardi il
presidente Obasanjo ha però reiterato l’intenzione di
liberalizzare il prezzo dei prodotti petroliferi ed alcune società
che pure si erano impegnate a congelare i prezzi di vendita, hanno
notevolmente aumentato il costo della benzina. Per aver protestato
contro il voltafaccia del governo e delle multinazionali
petrolifere, a metà ottobre sei leader sindacali sono stati
arrestati ad Abuja. Ciò ha riacceso nuovamente il conflitto sociale
in Nigeria dove il rischio è che ripetano le gravi violenze
registratesi nel marzo 2003 alla vigilia della tornata elettorale
per il rinnovo della presidenza, quando scoppiarono scontri armati
interetnici durante le manifestazioni operaie per gli aumenti
salariali e contro il processo di privatizzazione del settore
petrolifero.
Nella sola area di Warri dove sorge il terminal gestito dalla
italiana Intels, a seguito degli scontri tra i gruppi Ijaw e
Itsekeri si sono contati una decina di militari e oltre un centinaio
di civili assassinati. La violenza nella regione del delta del Niger
ha causato il crollo della produzione di circa 800.000 barili al
giorno, il 40% dell’intera produzione nigeriana. Il governo ha
così dato il via alla militarizzazione dei giacimenti, scatenando
un’offensiva diretta a colpire principalmente la popolazione Ijaw.
Sarebbero già oltre 4.000 i militari nigeriani insediatisi nei
pressi di pozzi e terminal petroliferi. Le prime infrastrutture
occupate sono state quelle di Escavros di proprietà della
Chevron-Texaco e di Forcados della Shell[60].
Petrolio color sangue
Le violente tensioni scoppiate nella regione del delta del Niger
hanno spinto l’organizzazione nordamericana Human Rigths Watch a
scrivere al governo nigeriano affinché intraprenda "immediate
misure per prevenire un ulteriore deterioramento della
situazione"; analoga richiesta è stata fatta alle compagnie
petrolifere che operano nell’area, ed in particolare a Royal Dutch
Shell, Chevron-Texaco e TotalFinaElf.
Human Rights Watch ha anche denunciato le rappresaglie eseguite
dalle forze di sicurezza nigeriane inviate dal governo per
ristabilire l’ordine nella regione. Oltre ai morti degli scontri
tra le comunità, sarebbero state infatti decine le persone
assassinate a colpi d’arma da fuoco dalle forze di sicurezza
durante le loro incursioni nei villaggi. Secondo l’organizzazione
per i diritti umani, l’intera comunità Ijaw di Okerenkoko,
"del tutto disarmata", è stata fatta oggetto di
rappresaglia a seguito dell’uccisione, il 13 marzo 2003, di
quattro soldati, presumibilmente da parte di alcuni giovani locali.
"Le forze di sicurezza hanno potuto agire liberamente dopo aver
isolato la zona ed aver reso praticamente impossibile l’accesso ai
villaggi colpiti agli osservatori per i diritti umani, ai
giornalisti e ad altri testimoni indipendenti", si legge nella
lettera di Human Rights Watch. "Mentre le vittime delle
operazioni militari appartengono prevalentemente alla comunità Ijaw,
la maggioranza delle vittime degli scontri tra le comunità locali
sarebbero Itsekiri. In passato, analoghe operazioni militari
finalizzate a sedare altri scontri scoppiati nel delta del Niger (e
in altre aree del paese) hanno portato ad esecuzioni sommarie e
altre violazioni dei diritti umani"[61].
Sempre Human Rights Watch aveva pubblicato nel 1999 un articolato
rapporto sul ruolo e sulle responsabilità delle compagnie
petrolifere straniere nel conflitto politico, sociale e militare
nigeriano. "La non conoscenza del difficile contesto delle
attività petrolifere in Nigeria, non assolve le compagnie
petrolifere dalla responsabilità negli abusi dei diritti umani che
hanno luogo nel delta del Niger; o per azione o per omissione esse
hanno un ruolo diretto nel conflitto", si legge nel rapporto.
"È evidente in molti dei casi che le compagnie si beneficiano
dall’assenza di leggi che regolino l’industria petrolifera. La
posizione di dominio delle compagnie petrolifere dà a loro il
dovere di monitorare e promuovere il rispetto dei diritti umani da
parte del governo nigeriano. Dato il ruolo predominante del petrolio
nell’economia nazionale nigeriana, le politiche e le pratiche
delle compagnie petrolifere sono fattori importanti nell’assunzione
delle decisioni da parte del governo. Poiché le compagnie
petrolifere operano in joint venture, esse hanno sempre l’opportunità
d’influenzare la politica governativa".
Human Rights Watch segnala una lunga serie di violazioni
perpetrate dal governo per assicurare il pieno controllo straniero
sul petrolio. "Le proteste a seguito delle devastazioni
ambientali sono continuamente represse dagli interventi violenti
della polizia e dagli arresti arbitrari. Quando ci sono avvocati
indipendenti e gruppi ambientalisti che eseguono monitoraggi sul
rispetto delle leggi ambientali da parte delle compagnie, o
assistono le comunità nelle loro richieste, le loro attività sono
state seriamente ostacolate dalle incursioni della polizia, dai raid
agli uffici, dagli arresti e da altre misure repressive".
L’organizzazione nordamericana denuncia l’uso costante delle
tangenti a favore di politici locali, autorità statali e militari,
funzionari ministeriali. Una pratica di routine sarebbe l’estorsione
a danno dei manager delle compagnie, "i quali sono minacciati e
spesso utilizzati come ostaggi". Le stesse compagnie si
distinguerebbero sempre più spesso per l’atteggiamento omertoso
se non di vera e propria complicità con gli autori delle
violazioni.
"Nessuna delle compagnie pubblica regolarmente rapporti
completi sulle denunce relative a danni ambientali, sabotaggi,
richieste di indennizzi, azioni di protesta o operazioni militari
che si sono realizzati nei pressi delle loro infrastrutture",
aggiunge Human Rights Watch. "C’è un numero crescente di
armi da fuoco circolanti nel delta del Niger, alcune delle quali
sequestrate dalle forze di sicurezza, che vengono utilizzate negli
scontri tra le differenti comunità". Alcune compagnie
straniere hanno svolto un ruolo diretto nella repressione dei
movimenti sociali. "I casi investigati", denuncia Human
Rights Watch, "mostrano ripetuti incidenti in cui le persone
sono vittime di brutalità da parte dei vigilantes degli impianti
delle compagnie; in alcuni casi le forze di sicurezza colpiscono,
picchiano e arrestano i delegati delle comunità che giungono per
presentare le loro rimostranze"[62].
Il caso certamente più noto è quello della cosiddetta
"crisi degli Ogoni", esploso a metà degli anni ’90 con
la condanna a morte per impiccagione di nove attivisti
ambientalisti, tra cui Ken Saro-Wiwa, scrittore di fama
internazionale, fondatore di Mosop ("Movimento per la
sopravvivenza del popolo Ogoni") e insignito del Premio Nobel.
Essi erano alla guida della protesta popolare contro le campagne
esplorative della Shell. La multinazionale anglo-olandese non mosse
un dito per tentare di salvare la vita ai leader ambientalisti; al
contrario, qualche mese dopo la loro esecuzione, firmò nuovi
contatti di esplorazione in Nigeria, versando fiumi di denaro a
favore della discreditata dittatura militare.
Sempre la Shell ha ammesso il pagamento di denaro a favore delle
forze di sicurezza nigeriane per la protezione delle strutture
petrolifere e del proprio personale; la multinazionale ha anche
contribuito economicamente alla realizzazione di alcune caserme sul
delta del Niger e alla costruzione degli aeroporti militari di Osubi
ed Ogulagha, sull’oceano atlantico. Nel 1996 la Shell ha pure
negoziato l’importazione di armi a favore della polizia nigeriana,
con la scusa di "contribuire alle operazioni di vigilanza dei
propri impianti contro il crimine comune". Secondo il
quotidiano britannico Observer, si sarebbe trattato di fucili
semiautomatici ancora una volta prodotti dall’industria bellica
italiana Beretta, un’operazione realizzata attraverso la XM
Federal Limited, società di import-export con sede a Londra[63]. La
Shell è inoltre accusata di aver dato vita a un gruppo di
vigilantes responsabile di alcune incursioni paramilitari nei
villaggi del delta. "Giovani di Edagberi, Rivers State, sono
stati detenuti dalla polizia nigeriana negli uffici della Alcon
Engineering, società d’ingegneria contrattata dalla Shell",
aggiunge Human Rights Watch. "Un'altra società contrattata
della multinazionale, la Western Geophysical, ha richiesto l’intervento
della marina di guerra nigeriana per reprimere le proteste degli
studenti davanti agli impianti di Iko (Akwa Ibom State). I marine
hanno assaltato interi villaggi, uccidendo un giovane a colpi di
bastone"[64].
Avvenimenti similari hanno avuto protagonista la compagnia
statunitense Chevron. Nel luglio 1995 e nel gennaio 1997 le forze
militari sono intervenute picchiando selvaggiamente e arrestando
decine di giovani che protestavano davanti ai giacimenti petroliferi
Chevron di Edema (Imo State) ed Ahia-Omudioga (Rivers State). Nel
maggio 1998 i manager della compagnia hanno chiesto l’intervento
della marina per sloggiare gli occupanti della piattaforma
petrolifera di Parabe.
"Le attività della Chevron nel delta del Niger hanno
causato seri problemi alle popolazioni locali, distruggendone le
riserve di pesca e lasciandole senza mezzi di sostentamento",
denuncia l’organizzazione ecologista EarthRights International.
Nel caso di Parabe dove si è registrato il versamento di greggio
nell’ambiente circostante, i residenti del delta hanno chiesto
alla Chevron di ripulire l’area e di fornire alle comunità pozzi,
posti di lavoro ed elettricità. Nonostante gli ingenti proventi
derivanti dalla commercializzazione del petrolio estratto nell’area,
la Chevron ha rifiutato qualunque forma di dialogo.
"Frustrati", racconta EarthRights International, "i
residenti del delta si sono recati presso la piattaforma offshore di
Parabe per chiedere ai funzionari della Chevron d’incontrare gli
anziani della comunità. I manifestanti non erano armati, al
contrario dei funzionari della sicurezza della Chevron presenti
sulla piattaforma. Dopo tre giorni i negoziati sembravano essersi
sbloccati, così i dimostranti accettavano di lasciare la
piattaforma, informando la società. Ma evidentemente il management
della Chevron aveva deciso di dare una lezione ai residenti, ed
inviare un messaggio a quelle popolazioni del delta che pensavano di
organizzare altre forme di protesta". Fu così che il 28 maggio
1998, alcuni elicotteri della Chevron con a bordo militari e
funzionari della compagnia si avvicinarono alla piattaforma. "I
soldati aprirono il fuoco sui dimostranti prima che gli elicotteri
atterrassero", denuncia EarthRights International. "Due
manifestanti vennero uccisi e altri feriti, uno dei quali fu colpito
con la baionetta dopo essere già stato ferito da un colpo di arma
da fuoco. Il leader dei dimostranti fu preso dai soldati e
successivamente torturato".
Sette mesi dopo lo sgombero di Parade, il 4 gennaio 1999, gli
elicotteri della Chevron volarono sopra i villaggi di Opia e Ikenyan
aprendo il fuoco contro la popolazione. Contemporaneamente giunsero
nei villaggi alcune imbarcazioni della società petrolifera cariche
di militari. "A seguito dell’attacco morirono almeno sette
persone e gran parte dei due villaggi fu rasa al suolo dalle fiamme.
Molte persone furono ferite o risultarono disperse; quasi tutti gli
abitanti persero la casa e gli averi nelle fiamme"[65].
Alcune delle vittime delle operazioni contro la piattaforma di
Parade ed i villaggi di Opia e Ikenyan hanno intentato causa contro
la Chevron presso la corte federale degli Stati Uniti, ricorrendo
all’Alien Tort Claims Act, che consente di chiamare in giudizio
individui o imprese statunitensi quando commettano violazioni dei
diritti umani in qualunque parte del mondo. Il processo ha preso il
via all’inizio del 2000 ed è ancora in corso.
L’affare del gas
Tra le compagnie petrolifere comunque responsabili del clima di
violenze e repressione vissuto in Nigeria, non poteva mancare l’italiana
Agip. Human Rights Watch, nel suo rapporto del 1999, ha accusato i
vigilantes della società petrolifera della morte "a colpi di
bastone" di un giovane fermato durante le proteste contro il
campo petrolifero di Clough Creek, vicino Egdemo-Angalabiri. Ad
Elele, Rivers State, la Saipem, società d’ingegneria dell’Eni-Agip,
è giunta a richiedere l’intervento dei soldati per arrestare un
giovane che si era recato nei propri uffici per chiedere l’indennizzo
per l’occupazione delle terre di cui era proprietario e in cui
erano state avviate illegalmente le attività estrattive per conto
della compagnia francese Elf. Il giovane fu poi brutalmente
picchiato dai militari. Human Rights Watch ha infine segnalato che
"a differenza di Shell, Chevron e Mobil", l’Agip le ha
risposto "solo dopo diversi mesi e con un paio di paginette di
scarne informazioni sulle proprie attività nel paese"[66].
Il Gruppo Eni è presente in Nigeria dal 1962. Nel settore
esplorativo l’Ente nazionale per gli idrocarburi opera attraverso
la Nigerian Agip Oil Company Ltd. (NAOC), la Nigerian Agip
Exploration Ltd. (NAE) e l’Agip Energy & Natural Resources
Nigeria Ltd. (AENR). Le produzioni di greggio dell’Eni sono
principalmente concentrate nella conflittiva regione del delta del
Niger. In quest’area la Nigerian Agip Exploration detiene
partecipazioni in quattro giacimenti oceanici, mentre l’Agip
Energy & Natural Resources Nigeria opera presso i giacimenti
offshore di Agbara, in joint venture con la Nigerian National
Petroleum Corporation (NNPC)[67]. Importanti contratti con l’ente
petrolifero nigeriano sono stati firmati dall’Agip per l’estrazione
nel giacimento di Abo e in quelli di Okono ed Okpoho, dove si stima
una produzione di 20.000 barili al giorno. Nel luglio 2001, la
Nigerian Agip Oil Company ha anche sottoscritto un accordo per la
costruzione di una centrale elettrica a gas della potenza di 450
Megawatt. Il nuovo impianto, localizzato nell’area di Kwale,
ancora una volta sul delta del Niger, garantirà la fornitura di
energia elettrica nell’area meridionale del paese attraverso un
elettrodotto di 330.000 volt in via di costruzione. Per questo
progetto, l’Agip ha costituito una joint venture con la compagnia
statale petrolifera e con la statunitense Phillips Petroleum
Company.
Nel settore dell’ingegneria e dei servizi Snamprogetti e Saipem
hanno realizzato una serie di infrastrutture come la raffineria di
Warri, il gasdotto Escravos-Lagos (454 km) e le piattaforme offshore
del giacimento di Agbara. Snamprogetti fornisce inoltre i servizi d’ingegneria
dell’oleodotto Escravos-Warri, mentre la Saipem ha svolto
operazioni di trivellazione in joint venture con partner
internazionali e si è occupata della progettazione e della
costruzione delle strutture per l’impianto di gas di Soku, di
proprietà della Shell.
Proprio il gas è divenuto uno degli affari più rilevanti della
holding energetica italiana. La Snamprogetti, con le società
Technip[68], Kellogg Brown & Root e Japan Gasoline Company (JGC),
compongono paritariamente il consorzio TSKJ che per conto della
Nigeria LNG Limited ha realizzato tre linee di produzione di gas
naturale liquefatto nell’impianto sorto a Bonny Island, proprio
nell’area in cui la siciliana Gitto Costruzioni sta per realizzare
le infrastrutture viarie di collegamento. Per l’esportazione di
gas, il consorzio TSKJ ha anche realizzato un enorme terminal navale
sulla riva sinistra del Bonny River, tra Bonny Town e l’oceano
atlantico. I lavori sono costati 20 milioni di dollari e hanno avuto
la supervisione tecnica della Shell Gas Nigeria B.V..
Quello di Bonny Island è il più ambizioso progetto nigeriano
per la liquefazione di gas naturale; per la sua realizzazione sono
stati spesi 3,8 miliardi di dollari e a lavori finiti si prevede il
processamento di 252 miliardi di metri cubi all’anno. Superfluo
aggiungere che le proteste delle popolazioni contro il devastante
impianto di liquefazione di Bonny Island sono state del tutto
ignorate dal governo di Olusegun Obasanjo ed Atiku Abubakar, mentre
non sono mancati gravi casi d’intimidazione contro leader popolari
e sindacalisti[69].
È opportuno segnalare che proprio la Nigeria LNG Ltd. (NLNG), la
compagnia mista che produce ed esporta il gas naturale liquido, è
posseduta per un 10,4% dall’Agip International B.V. del Gruppo
Eni; un altro 49% è in mano alla compagnia statale nigeriana NNPC,
mentre il restante 40,6% è suddiviso tra la Shell e la TotalFinaElf.
La Shell sarà la principale beneficiaria dell’impianto di
liquefazione: esso verrà utilizzato infatti per il gas estratto
dagli immensi giacimenti di Bonga e di quelli esistenti sotto le
acque del delta del Niger, in un’area che dal 1997 è al centro di
violenti scontri sociali che hanno impedito sino ad oggi la
realizzazione degli impianti di pompaggio.
Accanto alla Shell, numerose società straniere hanno già
sottoscritto contratti di acquisto di gas naturale con il consorzio
Nigeria LNG: innanzitutto l’italiana ENEL che si è assicurata il
49% dell’intera produzione; poi la spagnola Enagas (22%), la turca
Botas (17%), Gaz de France (7%), la portoghese Transgas (5%). In
vista dell’entrata in funzione di altre due linee di produzione
(la quarta e la quinta), l’Eni ha sottoscritto un accordo di
massima per l’acquisto di 20 miliardi di metri cubi di gas liquido
in un periodo di 20 anni che l’ente nazionale venderà in Spagna e
Portogallo a partire del 2005[70]. Sono in fase avanzata le
discussioni per un accordo analogo con il gigante italiano Edison,
recentemente acquisito dal gruppo Agnelli-Fiat, e con la società
brasiliana Petrobras.
Quello di Bonny Island con i suoi cinque impianti di
processamento non sarà l’unico megaprogetto per lo sfruttamento
del gas naturale previsto nella delicata area ambientale del delta
del Niger. Nel febbraio 2001, il governo ha infatti annunciato di
aver sottoscritto con le società statunitensi Chevron, Conoco,
ExxonMobil e Texaco, un accordo per avviare uno studio di
fattibilità per un secondo impianto LNG da realizzare nel delta
occidentale del Niger. Intanto sono già stati centinaia gli
incidenti registrati a Bonny Island a causa delle attività di
raffinazione del greggio e di condensazione del gas naturale negli
impianti della Nigeria Liquified Natural Gas Limited. Nell’aprile
1999 un’esplosione ha perfino distrutto parzialmente l’impianto
di gas in fase di realizzazione ad Obite, di proprietà dell’Elf-Aquitaine,
società che detiene il 15% del consorzio internazionale[71].
Il Niger è sempre più vittima del versamento di petrolio e
della contaminazione dei composti chimici e dei gas utilizzati negli
impianti. Più di 4.000 spargimenti di greggio si sono registrati
negli ultimi 40 anni nelle acque del delta del Niger. Un devastante
impatto che solo in rarissimi casi è stato sanzionato dalle
autorità nigeriane. Nel marzo 2003 il Parlamento ha intimato la
filiale nigeriana della Shell Petroleum Development Company (SPDC) a
versare 1,5 miliardi di dollari a favore della comunità Ijaw dello
stato di Bayelsa quale risarcimento per la devastazione ambientale
causata alle acque del delta a partire del 1956, anno in cui fu
intrapresa l’estrazione di greggio dalle piattaforme offshore. Gli
studi di una speciale commissione di tecnici hanno provato come
"le fuoriuscite di petrolio dagli impianti della compagnia
straniera hanno consistentemente danneggiato la produzione agricola
e le fonti idriche dello stato di Bayelsa, assumendo proporzioni
epidemiche tra il 1993 ed il 1994 e causando l’esplosione di
malattie contagiose che hanno ucciso oltre 1.400 persone e costretto
molte altre a ricorrere alle cure sanitarie".
L’équipe di esperti ha inoltre rilevato che una parte delle
popolazioni di Bayelsa e Rivers State soffrono di cancro e di altre
malattie neoplastiche "in conseguenza della prolungata e
costante esposizione ad esalazioni del greggio riversatosi nell’ambiente"[72].
Sino ad oggi la Shell non ha ottemperato all’ingiunzione del
Parlamento nigeriano ripetendo il comportamento omissivo assunto a
seguito della sentenza di un’alta corte del paese africano che nel
giugno 2000 ha condannato la compagnia anglo-olandese a versare 40
milioni di dollari come indennizzo per i danni causati all’ambiente
e alle popolazioni dei villaggi di etnia Ogoni[73].
"La presenza degli impianti di Bonny Island sta anche
causando la distruzione di ettari di foresta e mette in serio
pericolo la sopravvivenza della comunità di 6.000 persone che abita
l'isola", denuncia il World Rainforest Movement. Una
deforestazione che si somma a quanto è stato causato dalle
attività di esplorazione ed estrazione petrolifera che in Nigeria
hanno comportato la scomparsa di oltre 562.000 chilometri quadrati
di foresta primaria, il 95% di quella esistente all’inizio del
20° secolo[74].
Italiani brava gente
Le responsabilità dei grandi complessi industriali italiani
nello sviluppo delle crisi sociali, politiche ed economiche della
Nigeria sembrano proprio non dover finire mai. Così, analizzando la
lista delle società che hanno partecipato all’installazione del
devastante complesso per la produzione di gas naturale di Bonny
Island, si scopre il concorso della Techint, una holding con sede in
Argentina ma con capitali interamente italiani. È con la Techint
infatti che il consorzio Nigeria LNG Ltd. ha sottoscritto un
contratto di costruzione per 80 milioni di dollari.
Meritano un capitolo a parte le vicende relative al Gruppo
Techint, non fosse altro che questo è uno dei meno conosciuti in
Italia nonostante sia tra i complessi industriali-finanziari di casa
nostra maggiormente affermatisi internazionalmente accanto all’Eni-Agip,
al gruppo Agnelli-Fiat-Impregilo, all’Ansaldo, all’ENEL e alle
fabbriche di armi ex IRI-EFIM.
Nelle mani della famiglia lombarda dei Rocca (al terzo posto tra
i gruppi familiari più ricchi d’Italia dopo i Berlusconi e i
Benetton), la Techint-Compagnia Tecnica Internazionale fu fondata
nel 1945, dopo il secondo conflitto mondiale. L’anno successivo il
capostipite della famiglia Rocca, l’ingegnere Agostino,
"padre" della siderurgia italiana, emigrò in Argentina
per sottrarsi all’accusa di "collaborazionismo" con il
fascismo. A Buenos Aires venne creata la Techint Compañía Técnica
Internacional SA. che presto si affermò come il principale gruppo
industriale e finanziario del paese, uscendo indenne da tutti i
capovolgimenti politici e militari che hanno attraversato il paese,
fino ad acquisire le maggiori imprese statali argentine privatizzate
dai governi "democratici" di Carlos Menem, Raoul Alfonsín
e Fernando de La Rua. Di questi ex presidenti e dell’ex ministro
dell’economia Domingo Cavallo, la famiglia Rocca è stata amica e
consulente nell’implementazione dei dissennati programmi
neoliberisti che hanno condotto l’Argentina al collasso
finanziario e all’instabilità sociale. Ma amicizie importanti
sono state coltivate anche in Italia tra i vertici di Confindustria
e delle maggiori banche pubbliche e private; Agostino Rocca, in
particolare, è stato grande amico di Gianni Agnelli, nonché suo
collaboratore quando la Fiat decise d’insediare proprie fabbriche
in Argentina[75].
Oggi la Techint è un colosso che fattura annualmente 6 miliardi
di dollari, impiega oltre 30.000 dipendenti e ha filiali in 38
paesi[76]. È sempre la siderurgia il cuore pulsante dell’holding
della famiglia Rocca: la Techint controlla infatti le principali
società siderurgiche italiane dello storico gruppo Dalmine e
importanti complessi latinoamericani, specie in Argentina e
Venezuela[77]. La Techint possiede inoltre acciaierie in Stati
Uniti, Tailandia, Giappone e Cina e dagli anni ’70 ha
diversificato le sue attività puntando all’ingegneria e alla
realizzazione di infrastrutture quali strade, autostrade, tunnel,
ponti, aeroporti, porti, acquedotti, dighe, sistemi di
telecomunicazione, penitenziari, impianti ospedalieri.
In queste attività la Techint è stata partner dei più
importanti colossi mondiali delle costruzioni civili-militari, prima
fra tutte la statunitense Bechtel, la compagnia contrattata dall’amministrazione
Bush per la ricostruzione dell’Iraq. Per conto della Bechtel la
società della famiglia Rocca ha realizzato l’impianto di
trattamento dei fumi di scarico della fabbrica di alluminio di Aluar
a Puerto Madryn (Patagonia); in consorzio con Bechtel Enterprises,
Dragados, Dwyidag e Hochtieff, la Techint concorre alla gara per la
realizzazione di un viadotto di 41 km che colleghi Buenos Aires con
la città uruguayana di Colonia, progetto per cui si prevedono
investimenti per oltre 1.200 milioni di dollari. Un secondo
consorzio è stato costituito con la Bechtel e la società militare
Lockheed in vista della privatizzazione dei maggiori aeroporti
argentini; la Techint Techonologies sta invece realizzando per conto
della Bechtel una serie di megacentrali a carbone in Cina[78].
Oltre al complesso nigeriano per la liquefazione del gas, la
Techint ha realizzato importanti infrastrutture per lo sfruttamento
delle fonti energetiche in paesi in guerra o dove vengono calpestati
quotidianamente i diritti umani: l’oleodotto e il gasdotto tra
Argentina e Cile e tra Argentina e Brasile, alcuni oleodotti che
attraversano la cordigliera andina in Bolivia e Perù, numerosi
impianti petroliferi e per il trasporto di gas in Russia, l’oleodotto
Enugu-Makurdi-Yola (ancora una volta In Nigeria), le installazioni
petrolifere e alcune linee di produzione della rete di oleodotti
OCENSA in Colombia[79]. In quest’ultimo paese latinoamericano, la
Techint ha realizzato le installazioni per il processamento di crudo
a Cupiagua, l’oleodotto Vasconia-Coveñas di 575 km, il gasdotto
Ballena-Barrancabermeja di 220 km, l’oleodotto Cusiana-La Bellezza
di 220 km e il terminal terrestre di Coveñas. Attraverso la
controllata Syusa (Saneamiento y Urbanización Sociedad Anónima),
il gruppo Rocca ha realizzato la grande discarica "Doña Juana"
di Bogotá. Nel vicino Ecuador, la Techint è stata contrattata da
un consorzio internazionale in cui compare l’italiana Agip, per la
costruzione dell’oleodotto "OCP" (Oleoducto de Crudos
Pesados), una devastante opera lunga 508 km, fortemente osteggiata
dalle organizzazioni indigene e dalle associazioni
ambientaliste[80]. Una serie di raffinerie e di piattaforme offshore
sono state completate in Argentina, Brasile, Uruguay, Trinidad e
Tobago; inoltre, attraverso la controllata Tecpetrol, la famiglia
Rocca opera direttamente nel settore estrattivo, controllando
giacimenti di gas e petrolio in Argentina, Venezuela, Bolivia,
Ecuador, Brasile e Colombia[81].
La Techint è inoltre presente nei mercati strategici del medio
oriente e del sud-est asiatico. In Arabia Saudita, la Saudi Aramco
ha sottoscritto nel 1998 un accordo con la Techint International of
Argentina, per la costruzione di un oleodotto di 412 miglia tra i
giacimenti di Shaybah ed il terminal di Abqaiq[82]. Sempre in Arabia
Saudita la Techint ha realizzato un altro oleodotto tra Dhahran e
Yanbu e un acquedotto tra i centri di Yanbu e Medina[83]. In
Indonesia la società italiana ha costruito l’impianto di
generazione di energia di Suralaya, mentre nel Sudan attraversato da
un violento conflitto interreligioso e politico, la Techint ha
realizzato in consorzio con la Saipem gli impianti per la produzione
di petrolio di Muglad.
Sparsi per il mondo ci sono poi alcuni impianti particolarmente
sospetti installati "chiavi in mano" dalla Techint: una
fabbrica per la produzione di "gas medicinali e
industriali" a Zanzour e il "sistema di distribuzione
elettrica del complesso siderurgico di Misurata" in Libia; il
megaimpianto della multinazionale Monsanto a Zarate (Argentina) dove
vengono prodotti fertilizzanti chimici e il famigerato glifosato
utilizzato contro le piantagioni di coca in Colombia, Perù e
Bolivia; il supersegreto complesso militare-industriale di Falda del
Carmen, ancora in Argentina, dove è stata avviata la costruzione
del sistema missilistico Condor, progetto a cui ha lavorato
principalmente la Snia-Viscosa del gruppo Fiat e che fu poi
abbandonato per le pressioni dell’amministrazione Usa, preoccupata
per un possibile trasferimento di tecnologia ad alcuni paesi
mediorientali, primo fra tutti l’Iraq di Saddam Hussein[84].
Proprio quest’ultimo paese è stato sino allo scoppio della
prima guerra del Golfo, uno dei più importanti clienti della
Techint. Il gruppo italo-argentino ha infatti realizzato l’impianto
di trattamento delle acque di Samara e un sistema per la fornitura
idrica della zona desertica occidentale; alcuni investigatori
indipendenti avrebbero inoltre provato un suo coinvolgimento nella
realizzazione dell’impianto nucleare di Osirak, dove gli iracheni
puntavano ad attivare due reattori (Tammuz 1 e 2) da cui
presumibilmente ricavare materiale fissile per armi nucleari.
Il progetto Osirak prese il via nel 1975 grazie ai contributi
dell’allora CNEN (oggi ENEA); l’anno successivo fu sottoscritto
un accordo tra la SNIA-Viscosa e il regime di Baghdad, per
trasferire un laboratorio nucleare e una centrale di raffreddamento
similare a quella realizzata per il centro atomico belga "Eurochemic".
Nel 1978 venne creato ad hoc il consorzio Snia-Viscosa, Techint e
Ansaldo Meccanico Nucleare per la realizzazione di un laboratorio
per la trasformazione di uranio naturale in uranio arricchito, poi
completato nel 1981, mentre in vista di nuovi programmi nucleari in
Iraq, fu aperto un ufficio Snia-Techint a St-Germain-en Laye
(Francia). A questo punto le notizie sulla partecipazione del
consorzio italiano nel programma missilistico "Grande
Babilonia" di Saddam Hussein si fanno scarne, anche se l’inchiesta
sulle triangolazioni di tecnologia nucleare attivate grazie alla
copertura della filiale della Banca Nazionale del Lavoro (BNL) di
Atlanta hanno accertato il ruolo centrale delle imprese italiane.
Alcuni rapporti dei servizi segreti USA hanno infine accertato la
presenza di Technipetrol nell’impianto di gas nervino Akashat e
del consorzio SNIA-Techint nel laboratorio per il sistema
missilistico Saad 16[85].
Milano-Nigeria via Somalia
La Techint si è anche caratterizzata per la forte presenza nel
mercato italiano. Le società del gruppo hanno operato nella
realizzazione degli impianti chimici della Atohass di Rho, dell’Enichem
di Porto Torres, Brindisi e Priolo e dei complessi siderurgici di
Taranto e Conegliano. La Techint ha concorso al progetto "Alta
Velocità" per conto del consorzio TAV-Italferr sulla linea
ferroviaria Torino-Bologna; più recentemente la holding si è
concentrata nel settore dei servizi e della gestione della sanità
privata. Dopo aver costruito l’ospedale dell’Istituto Humanitas
a Rozzano Milano, attraverso la controllata Techosp ed in società
con la Real Mutua, ha acquisito il controllo delle cliniche "Gavezzani"
di Bergamo e delle cliniche "Fornaca di Sessant", "Cellini"
e "Pinna Pintor" in Piemonte[86]. Sempre in Italia il
gruppo ha mostrato interesse per il settore delle telecomunicazioni:
la Techint oggi fa parte del consorzio che ha acquisito il controllo
della SIRTI[87], mentre nel 2001 avrebbe acquisito una quota di
Telecom[88].
L’ultima creatura del gruppo è la Dalmine Energie, società in
gara per affermarsi nel mercato della fornitura di elettricità dopo
la fine del monopolio dell’ENEL. Proprio l’ente elettrico
statale è stato uno dei principali committenti delle aziende di
proprietà della famiglia Rocca. Molte delle principali centrali
ENEL sono state costruite dalla Techint, la quale ha anche
progettato e realizzato il sistema di trasporto del carbone per la
megacentrale di Brindisi. Per questa commessa, inserita nel
cosiddetto "piano di desolforazione" delle centrali a
carbone installate nel paese, è stata aperta un’indagine da parte
dei magistrati della breve stagione di Mani Pulite, che ha condotto
nel luglio 1992 all’arresto di Paolo Scaroni, amministratore
delegato della Techint.
"Dal 1985 a oggi", ha poi confessato Scaroni, "ho
versato al partito socialista circa 2 miliardi e mezzo, sempre su
richiesta dell’onorevole Vincenzo Balzamo, consegnandogli denaro a
volte in contanti e a volte su conti esteri"[89]. L’inchiesta
ha coinvolto anche Ottavio Pisante, presidente della Ercole Marelli
Impianti Tecnologici, altra azienda beneficiaria delle commesse
ENEL. Paolo Scaroni ha patteggiato una pena di 1 anno e 4 mesi che
tuttavia non gli ha impedito di essere nominato dal governo
Berlusconi amministratore delegato della stessa ENEL.
Quella del carbone non è stata l’unica vicenda giudiziaria che
ha coinvolto i vertici della Techint. Un’indagine dei giudici
argentini fu aperta in merito ad un presunto giro di tangenti tra
Italia ed Argentina in occasione dell’aggiudicazione al consorzio
d’imprese Techint, Metroroma, Ansaldo, Breda Costruzioni
Ferroviarie, Lombardia Risorse, Ferrovia Nord di Milano e Sotecni
dei lavori per la realizzazione della metropolitana di Buenos Aires,
inchiesta comunque poi archiviata. Sempre in tema di
malacooperazione, il nome della Techint è poi comparso nell’ambito
delle inchieste sugli "aiuti" donati dal governo di
Bettino Craxi al regime militare somalo. All’impresa della
famiglia Rocca furono assegnati i lavori per realizzare uno
zuccherificio a Giohar, costo 4,4 miliardi, mai utilizzato; mentre
alla Technipetrol fu affidata una commessa di quasi 100 miliardi per
la costruzione di una fabbrica di fertilizzanti. La fabbrica ha
funzionato solo per pochi giorni nel 1985 ed oggi è solo un ammasso
di rottami arrugginiti. In compenso avrebbe reso 7 miliardi di lire
in tangenti all’ex dittatore Siyad Barre[90].
La Techint ha inoltre realizzato la strada Gardo-Garoe-porto di
Bosaso, un’arteria lunga 440 km, utilizzata dal regime di Barre
per gli spostamenti delle truppe corazzate. Forti critiche al
progetto erano state espresse dalla Banca Mondiale e dagli stessi
tecnici della Farnesina che giudicavano "proibitivo" il
costo dei lavori, circa 330 miliardi di dollari, che invece potevano
essere destinati "ad altre azioni sicuramente prioritarie per
le popolazioni beneficiarie". Ciò nonostante l’allora
commissario straordinario del fondo aiuti allo sviluppo, il
socialista Francesco Forte, diede via al progetto, affidando la
progettazione e la direzione dei lavori all’Italtekna e la
realizzazione alla Techint[91].
I lavori dall’enorme impatto socioambientale furono apertamente
osteggiati dalle diverse fazioni militari in lotta, accentuando i
conflitti tra differenti tribù locali. La strada e la struttura
portuale di Bosaso consentirono al governo centrale di Mogadiscio di
estendere un rigido controllo militare sulle regioni del Nord e di
imporre pesanti imposte sulle esportazioni dirette ai paesi
transfrontalieri, incidendo sui già precari equilibri economici e
commerciali della regione[92]. Bosaso si trasformò nel porto di
arrivo dei carichi di armi e di rifiuti tossici che faccendieri e
trafficanti inviarono negli anni ’90 in Somalia, grazie alle
protezioni dei servizi segreti italiani e statunitensi. Un tema d’indagine
che stava parecchio a cuore alla giornalista di Raitre, Ilaria Alpi,
che il 20 marzo 1994, proprio al ritorno da un reportage a Bosaso,
fu assassinata con il cameraman Miran Hrovatin.
C’è uno strano episodio relativo ai lavori per la strada
Garoe-Bosaso che il giornalista Massimo Alberizzi, inviato del
Corriere della Sera in Somalia, ha raccontato ai genitori di Ilaria
Alpi: "Nel 1987 la Techint, società con al vertice Gianfelice
Rocca e Paolo Scaroni, cugino di Margherita Boniver, cui è affidato
l’iter realizzativo, viene accusata di gravi illeciti da Davide
Cafiero, uno dei suoi dirigenti a Mogadiscio. Dice Cafiero, in una
causa di lavoro: "Mi hanno licenziato perché mi rifiutavo di
firmare false attestazioni di avanzamento dei lavori necessarie per
conseguire indebiti pagamenti del ministero degli Affari
esteri". La Techint immediatamente chiude la causa civile
tacitando Cafiero con 55 milioni. Anche la querela contro il
Corriere della Sera per un articolo sulla storia viene ritirata. Ma
a Mogadiscio sostengono che quanto dichiarato da Cafiero era la
prassi".
Alberizzi si sofferma anche su un altro scandalo della
Cooperazione italiana in Somalia, quello relativo alla perforazione
di una quarantina di pozzi, molti dei quali mai completati. "La
realizzazione di questi pozzi parte alla metà degli anni ’80. Il
31 ottobre 1985 e il 29 gennaio 1986 il Fondo aiuti italiani (Fai)
affida alla Techint il compito di ingegneria e di direzione dei
lavori per la realizzazione di queste opere per 22 miliardi di lire.
La Techint ottiene questa concessione dal Fai e non può per legge
appaltare i lavori a una sua società controllata. In accordo con il
suo socio d’affari Ottavio Pisante, la Techint affida i lavori con
contratto stipulato il 9 luglio 1986 all’Aquatar S.p.A. del gruppo
Eni, con intesa che quest’ultima avrebbe subappaltato il 50% dei
lavori alla società per azioni Ecologia. Il cui azionista di
riferimento era Marcellino Gavio, sotto inchiesta per le tangenti
Itinera[93] insieme a Gabriele Cagliari, poi presidente dell’Eni,
tramite la Fimo. Il 16 settembre 1986 la società Aquater,
presidente Antonio Chiaravino, e la società Ecologia, stipularono
un accordo in cui si conviene che a quest’ultima per assolvere
agli obblighi contrattuali, vengano assegnati 12.147.000.000 di
lire, circa il 50% della commessa globale. Quello con Ecologia è
soltanto un contratto-paravento perché viene formalizzato un atto
di associazione in partecipazione in cui si sottoscrive che pur
restando Ecologia formalmente titolare del contratto, in sostanza è
l’Emit a gestire tutto, e che per tale attività riceverà il 75%
degli utili netti. Emit però appartiene al 100% al gruppo Acqua il
cui presidente è Ottavio Pisante, arrestato per le tangenti sulle
discariche e a sua volta legato alla Techint. Il gioco è fatto, la
Techint, che ha ottenuto la commessa Fai, di fatto si autoappalta
metà dei lavori…"[94].
L’ennesimo affare italiano in terra d’Africa con gli stessi
protagonisti del saccheggio del petrolio e del gas in Nigeria: l’Eni,
l’ENEL, la Techint, ecc. ecc…
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[1] Jamila Jennifer Atiku-Abubakar, seconda moglie del
vicepresidente, è una giornalista laureatasi in Relazioni
Internazionali presso l’American University di Washington. Dopo
alcuni anni da corrispondente negli Stati Uniti e in Europa per The
Week Magazine, ha lavorato per la televisione di stato nigeriana e
come osservatrice UNOMSA (United Nations Observer Mission to South
Africa) del processo elettorale in Sud Africa dopo l’apartheid.
[2] Prima di essere acquistato dai Franza il "Grand Hotel
Timeo" apparteneva al cavaliere di Catania Gaetano Graci, oggi
scomparso, legato ai maggiori clan mafiosi etnei. Oltre a rilevanti
quote della squadra di basket e di calcio del Messina, i Franza
possiedono il 30% dell’Igea Virtus di Barcellona (C2) e dell’S.S.
Milazzo Calcio (Promozione). Recentemente avrebbero anche rilevato
una quota della squadra del Taormina, militante nel calcio
dilettantistico.
[3] L’articolo, a firma di Caterina Lo Presti, è
significativamente titolato: "Nell’incanto dell’Isola Bella
riaffermata una proficua collaborazione con la Nigeria". Le
successive citazioni virgolettate sono tratte appunto dalla cronaca
della Gazzetta del Sud del 17 agosto 2003.
[4] Aurelio Turiano, ex dirigente dell’autostrada
Messina-Catania, ha ricevuto nel giugno 2003 un avviso di garanzia
nell’ambito dell’inchiesta sulla distribuzione del gas metano
nella città di Taormina concessa dalla ex amministrazione comunale
di centrosinistra alla società Erogasud dell’imprenditore
Callisto Tanzi.
Turiano è risultato particolarmente legato a tale Rosario
Spadaro, personaggio già al centro di indagini sugli interessi
finanziari del clan Santapaola, che proprio in Nigeria attraverso la
gestione di alcuni casinò iniziò la sua scalata nel mondo del
gioco d’azzardo e della realizzazione di imponenti complessi
turistico-immobiliari nelle isole dei Carabi. Coincidenza vuole che
nelle sue attività Spadaro abbia avuto come partner economici Paolo
Franza, azionista di minoranza al tempo della società di
navigazione amministrata dal fratello Giuseppe, e il cavaliere
Gaetano Graci.
[5] È opportuno segnalare come il vicepresidente Atiku Abubakar
aveva già trascorso, nel mese di ottobre 2002, una settimana di
vacanze in alcune località del centro-nord Italia, insieme al suo
staff di fiducia. Alla luce di quanto successo a Taormina, sarebbe
interessante ricostruire gli itinerari e i prevedibili
"interlocutori" non istituzionali incontrati.
[6] L’ex generale Olusegun Obasanjo, di religione cristiana, è
stato eletto la prima volta nel 1999 e riconfermato con il suo vice
Atiku Abubakar alle recenti elezioni dell’aprile 2003. Olusegun
Obasanjo era già stato alla guida del paese in una giunta militare
golpista nel periodo 1976-1979.
[7] "Oltre 100 morti negli scontri tra le etnie haussa e
yoruba alla periferia della capitale", WarNews, 5 febbraio
2002, www.warnews.com.
[8] "Centinaia di morti negli scontri tra musulmani e
cristiani dopo le manifestazioni antiamericane di venerdì",
WarNews, 15 ottobre 2002, www.warnews.com.
[9] G. Priore, Sharia e diritti umani: il caso della Nigeria,
http://www.amnesty.it/notiziario/02_10/AI_in_italia2.php3.
[10] La Sharia prevede che un condannato a morte venga messo in
una buca, coperto di terra fino alle spalle, con le braccia dentro
la fossa, e ucciso dal lancio delle pietre della folla. Alla fine
del 2001, la trentenne Safiya Husaini è stata condannata a morte
dalle autorità dello stato di Sokoto per "adulterio",
nonostante la donna era stata vittima di uno stupro. Nel febbraio
2003 la stessa sorte era toccata ad Amina Lawal condannata dalla
corte d'appello della Sharia di Funtua, nello stato nigeriano di
Katsina. Grazie ad una campagna di mobilitazione internazionale, le
sentenze sono state ribaltate in appello e le due donne sono state
dichiarate innocenti. Tuttavia in Nigeria sono sempre più numerosi
i casi di condanna a morte per lapidazione eseguiti senza che l’opinione
pubblica internazionale ne venga a conoscenza.
[11] Amnesty International, L’operato delle forze di sicurezza,
una grave minaccia per i diritti umani, Amnesty International
Pisa-Informa, 20 dicembre 2002.
[12] Ibidem.
[13] "L'esercito massacra 200 civili in rappresaglia
all'uccisione di 19 soldati avvenuta due settimane fa", WarNews,
24 ottobre 2002, www.warnews.com.
[14] Parlamento europeo, Risoluzione comune sulla situazione del
diritti umani in Nigeria, Docc.: B5-0711/2001, B5-0718/2001,
B5-0713/2001, B5-0720/2001, B5-0726/2001, B5-0732/2001 e
B5-0735/2001. Procedura: Risoluzione comune, 15 novembre 2001.
[15] Amnesty International, Armare i conflitti. Il G8:
esportazione di armi e violazione dei diritti umani, EGA Editore,
Torino, 2003, pag. 125.
[16] M. Pianta, G. Perani, L’industria militare in Italia,
Edizioni Associate, Roma, 1991.
[17] J. Ikubaje, "Corruption, Democracy and the 2003
Election", Vanguard, Jun 4, 2003.
[18] Unimondo, News Nigeria, 27 maggio 2003, http://unimondo.oneworld.net/article/view/56999/1/81.
[19] Si veda in proposito il libro di Carla Corso ed Ada Trifirò,
…E siamo partite. Migrazione, tratta e prostituzione straniera in
Italia (Giunti Gruppo Editoriale, Firenze, 2003), che dedica un
approfondimento proprio alle motivazioni socioeconomiche che
spingono all’emigrazione le donne nigeriane.
[20] Daily Trust, September 26, 2003.
[21] The Associated Press State & Local Wire, January 11,
2002.
[22] "10,000 Nigerian women trafficked into Italy",
Financial Times Information, January 11, 2002.
[23] Mangrove Action Project, Stop Destructive Development in
Nigeria, 11 settembre 2003.
[24] Alla vicenda Terrelibere ha dedicato un’ampia inchiesta.
Si veda: A. Mazzeo, G. Restifo, Premiata Gitto & Figli, ottobre
2002, www.terrelibere.it/gitto.
[25] Recentemente il Ministero delle Infrastrutture si è
dichiarato disponibile a stanziare la somma mancante per il
completamento dei raccordi autostradali di Giostra-Annunziata. A
spingere sul finanziamento c’è innanzitutto lo stato maggiore di
Alleanza Nazionale: il capogruppo al Senato Domenico Nania, l’ex
senatore Salvatore Ragno e il neosindaco di Messina Giuseppe
Buzzanca. I tre sono originari del comune di Barcellona Pozzo di
Gotto.
[26] Il nuovo progetto per il porto di Milazzo costerà 15
milioni di euro ed è stato realizzato dallo studio del professore
Giuseppe Mallandrino che sta curando anche il piano regolatore del
porto di Milazzo.
[27] La COGEI-Costruzioni Generali S.p.A. di Roma era presieduta
al tempo da Sergio Oriolo (residente a Milano) e vedeva nel
consiglio di amministrazione la presenza di Ugo Rendo, del catanese
Santo Campione e di Giuseppe Pintagro Gallarizzo, originario di
Tortorici (Messina). Santo Campione e i fratelli Mario e Luigi Rendo
compaiono tra coloro che sono stati rinviati a giudizio nel giugno
2002 nell’ambito dell’inchiesta sulle presunti tangenti versate
a politici siciliani e nazionali per l’aggiudicazione alle imprese
COGEI e Lodigiani dei devastanti lavori della diga di Ancipa.
Secondo il collaboratore di giustizia Angelo Siino ai lavori per la
diga sarebbe stata interessata direttamente Cosa Nostra.
[28] Tra le prestazioni più importanti eseguite dalla Digi
Mapping Systems di Castelbuono si segnalano inoltre gli studi
topografici a favore di importanti aziende italiane come la Bonatti
S.p.A. (circonvallazione del comune di Sant’Agata Militello e rete
idrica di Pavia), l’Eni (centro direzionale Agip di Gela), il
consorzio ENEL-Fiat Avio-De Lieto S.p.A. (centrali turbogas a
Termini Imerese), il Gruppo Fiat (ampliamento dello stabilimento
Fiat Auto di Termini Imerese).
[29] Matteo Blandi era il titolare di un rifornimento Api a
Caronia Marina ed effettuava le estorsioni a danno delle imprese
locali. In collegamento con Antonino Isgrò, elemento di spicco del
clan barcellonese, Blandi imponeva la fornitura di materiale inerte
e di gasolio alle imprese che ricevevano appalti nella zona compresa
tra Sant’Agata Militello e Caronia. È strato accertato che Matteo
Blandi riforniva di materiale inerte e di combustibile l’impresa
Gitto nei lavori per l’A-20.
[30] Pino Oieni è scomparso nella provincia di Palermo alla fine
del 1990, vittima di lupara bianca.
[31] Giovanni Tamburello era al tempo a capo dell’omonimo clan
affiliato alla famiglia mafiosa di San Mauro Castelverde.
[32] Antonino Miraglia Fagiano, originario di Caronia, sarà poi
assunto come operaio dalla Itinera e dalla consortile Caronia Uno
per i lavori dell’autostrada Messina-Palermo.
[33] L’autorità di pubblica sicurezza ha accertato trattarsi
di "Domenico Gitto, nato a Falcone il 28 settembre 1959,
titolare dell’omonima impresa individuale nonché della
Costruzioni Gitto Carmelo & Figli S.r.l., della Publi-Kouros
S.r.l. e della CER.GI.CRI. Italia soc. consortile a.r.l., tutte con
sede in Via Nazionale 104 e 264 a Falcone".
[34] L’incontro nella villa dell’ingegnere Domenico Gitto è
stato raccontato con dovizia di particolari anche dal figlio di
Salvatore Marotta, Calogero: "Si concordò il da farsi per
contattare l’impresa COGEI che era impegnata nella costruzione del
lotto autostradale che va da Sant’Agata Militello sino ad
Acquedolci. L’incontro, previamente concordato tra mio padre,
Oieni e Blandi, si verificò in Falcone, in una villetta ubicata
subito dopo il casello autostradale nella disponibilità di Domenico
Gitto. Costui aveva preso in subappalto alcuni lavori dalla stessa
impresa COGEI per cui era interessato alla risoluzione della
trattativa, nella quale, peraltro, doveva stabilirsi anche il prezzo
della tangente che egli pagava". In merito alle persone che
parteciparono all’incontro e sugli accordi che furono raggiunti
per il pagamento dell’estorsione, il racconto di Calogero Marotta
è identico a quello del padre. Il collaboratore aggiunge però
alcuni particolari sulla presenza in loco del rappresentante della
vecchia mafia barcellonese Francesco "Ciccio" Pagano e del
suo collaboratore Pontillo. "Essi si soffermarono a parlare con
mio padre e i suoi uomini, dopo di che andarono via. Tutti ebbimo l’impressione
che la loro presenza in loco non fosse casuale, ma che fosse da
ricongiungere al fatto che il Pagano era il protettore dell’impresa
Gitto e che pertanto era venuto a sincerarsi del buon esito della
trattativa di cui certamente aveva avuto notizia".
[35] L’ascesa di Isgrò e Pagano ai vertici della mafia
barcellonese ha coinciso con la morte dei vecchi capi storici
Girolamo Petretta, Francesco Rugolo e Franco Emilio Iannello,
assassinati durante la guerra di mafia scoppiata per il controllo
delle imponenti commesse relative alla realizzazione del raddoppio
ferroviario Messina-Palermo. Gli stessi Antonino Isgrò e Francesco
Pagano sarebbero caduti successivamente sotto il fuoco degli
avversari: il primo sarà ucciso a Santa Lucia del Mela l’11
settembre 1990, mentre il secondo verrà ucciso a Montalbano Elicona
il 5 maggio 1990.
[36] A seguito di un vertice tra il Tamburello e lo stesso
Salvatore Marotta, tenutosi a Reitano qualche mese dopo l’assassinio
di Matteo Blandi, il boss di Mistretta acconsentì al versamento di
25 milioni di lire da parte della COGEI a favore del mafioso
santagatese. "La somma mi venne recapitata da Santino Sciortino,
Antonino Miraglia Fagiano e Lorenzo Mingari", ha specificato
Salvatore Marotta.
[37] Il figlio Calogero Marotta ha confermato di essersi recato
dall’ingegnere Domenico Gitto per intimargli di non pagare
"successive rate a chicchessia". Ha raccontato in
proposito Calogero Marotta: "Tale incontro con il Gitto io l’ebbi
sul suo cantiere di lavoro. Egli mi rispose che aveva già pagato le
rate pattuite al Florio e all’Oieni. Fui allora costretto a
minacciarlo fortemente ed egli infatti non pagò più alcun soldo
agli emissari del Tamburello". A seguito del
"chiarimento" tra il padre e Giovanni Tamburello, Calogero
Marotta fu rinviato dal Gitto "per sbloccare i pagamenti"
a favore del boss mistrettese. Subito dopo si verificò però un
ulteriore motivo di contrasto tra le cosche in merito alla tangente
che avrebbe dovuto pagare l’imprenditore Gitto. "È bene
chiarire che all’incontro di Falcone era stato pattuito con il
Gitto che questi, oltre a fare da collettore per i soldi provenienti
dalla COGEI, doveva pagare una tangente per la sua impresa pari a
due milioni e mezzo mensili, da riscuotere ogni due mesi", ha
aggiunto Calogero Marotta. "Quando finirono i pagamenti della
COGEI, rimaneva soltanto da riscuotere le somme dovute dal Gitto, il
quale doveva pagare tale tangente fino all’ultimazione dei lavori.
Tale denaro doveva andare direttamente e solamente al nostro gruppo
in quanto trattatasi di una somma piccola che spettava
esclusivamente alla famiglia che operava nella zona. Malgrado
fossero intercorsi gli accordi con il Tamburello, questi aveva
finito con l’intromettersi nella riscossione della tangente dovuta
dal Gitto. Quando mi recai dal costruttore, venni infatti a sapere
che egli pagava la sua tangente direttamente nelle mani di Pino
Oieni per conto del Tamburello. Il Gitto mi disse pure che egli era
costretto a fare ciò per effetto di una esplicita richiesta
fattagli dal Tamburello nel corso di un incontro che i due ebbero in
un’abitazione di Santo Stefano di Camastra. Intimai all’imprenditore
di non versare più quel denaro ai mistrettesi ma costui rispose che
egli era determinato in tal senso per volere dello stesso
Tamburello. Per evitare che la cosa fosse portata ad estreme
conseguenze dissi allora al Gitto di andare a cercare il Tamburello
e di dirgli che io pretendevo quei soldi. Sicuramente il Gitto fece
ciò, tanto è vero che successivamente non trovai ostacolo a
riscuotere quella tangente. Tale somma di denaro la intascavo
direttamente dal Gitto che me la dava in contanti nel suo ufficio
ubicato all’interno del cantiere autostradale. Andavo abitualmente
a prendere i soldi da solo; talvolta mi facevo accompagnare da
qualcuno che però era all’oscuro di tutto e rimaneva ad
aspettarmi".
[38] Sempre in merito alla causale dell’omicidio di Matteo
Blandi, Salvatore Marotta ha poi specificato che qualche giorno dopo
la riscossione di 25 milioni di lire inviati dal Tamburello,
ricevette la visita di Pino Oieni: "Egli arrivò a bordo della
sua 164 di colore scuro ed era in compagnia di quella stessa persona
che poi scomparve assieme a lui. Ci intrattenemmo a discutere sul
perché non erano stati mantenuti gli accordi raggiunti nella villa
del Gitto e su altri particolari. L’Oieni mi confermò allora
quanto riferito dal Tamburello e cioè che il denaro che era
destinato a me, il "vecchio" lo aveva utilizzato per
assoldare i killer che avevano ucciso a Blandi. I giovani adepti
della cosca Tamburello si lamentavano del fatto che il Blandi, di
ogni attività criminale, riservava per sé ogni utile senza tenere
conto di ciò che avrebbe dovuto assegnare loro". Il Marotta ha
anche aggiunto che il Tamburello aveva decretato l’omicidio
perché "era accaduto che la vittima aveva provocato
inopportuni e gravosi danni agli operatori economici che si
intendevano sottoporre ad estorsione e ciò in dispregio alle
direttive del Tamburello che invece pretendeva strategie molto più
lineari e meno aggressive". "Il Tamburello", continua
Marotta, "era rimasto molto irritato in particolare per il
grave danno che il Blandi aveva arrecato ad alcuni mezzi dell’impresa
Bernanasca al tempo impegnata nella realizzazione del residence
"Lauro-Mare" a Torre del Lauro. La cosa a Tamburello non
era andata giù soprattutto perché l’impresa era tra quelle poste
sotto la sua personale protezione. L’Oieni disse altresì che il
"vecchio" era rimasto pure male a causa del trattamento
che il Blandi gli riservò in occasione di una visita presso il
distributore Api di Marina di Caronia. In quell’occasione infatti
il Blandi, pur avendo notato l’arrivo del Tamburello, se ne
infischiò e continuò ad intrattenersi con la persona con la quale
stava parlando, costringendolo ad un’attesa di oltre due
ore".
Sulla casuale dell’omicidio di Matteo Blandi, esistono
differenti, se pur non contrastanti versioni di altri collaboratori
di giustizia della provincia di Messina. Secondo Orlando Galati
Giordano, già a capo della cosca di Tortorici, la morte del mafioso
fu decretata direttamente dal boss Giuseppe Farinella per alcuni
sgarbi recati alla "famiglia": "Blandi effettuava
estorsioni alle imprese con la collaborazione di Santino Sciortino
di Acquedolci e Antonio Miraglia di Canneto. Inoltre in collegamento
con Antonino Isgrò effettuava forniture di materiale inerte e,
credo anche di gasolio a imprese che operavano anche fuori dalla
zona di Sant’Agata Militello e Caronia. Negli ultimi mesi il
Blandi aveva commesso degli errori consistenti nel non aver pagato
delle forniture di sabbia all’impresa Agnello Vincenzo per circa
50 milioni, ed all’impresa di Bruno Teodoro per circa 20 milioni
(La COGEI si avvaleva di quest’ultima impresa per rifornirsi di
materiale inerte per i lavori autostradali n.d.r.). A ciò si
aggiunge che il Blandi dimostrava di non rispettare più le
direttive del Farinella. Dell’omicidio si lamentò direttamente
presso Giuseppe Farinella a San Mauro Castelverde, il fratello di
Matteo Blandi a nome Nenè. Il Farinella gli rispose di non
chiedergli più nulla del fratello e di stare tranquillo sia per la
sua incolumità che per il lavoro. Infatti in seguito il Farinella
gli fece prendere dei lavori utilizzando gli automezzi del defunto
Matteo Blandi presso la ditta di Palermo che effettuava la
costruzione di una centrale elettrica a Sant’Agata Militello,
località Vallebruca. Preciso che Nenè Blandi in seguito diventerà
il segretario dell’on. Madaudo".
Da parte sua Calogero Marotta, figlio di Salvatore, ha dichiarato
di aver appreso da Pino Oieni che il Blandi aveva osato imporre i
suoi camion all’impresa che stava costruendo il nuovo ospedale di
Sant’Agata Militello, "impresa legata alla cupola di Cosa
Nostra ed in particolare ad una grossa famiglia mafiosa di San
Giuseppe Iato". "Oieni", aggiunge Calogero Marotta,
"disse pure che Matteo Blandi aveva preso il vizio di chiedere
soldi in prestito a imprenditori, senza onorare i debiti, per cui
costoro si lamentavano con il "vecchio". Infine,
rappresentò che aveva ottenuto un grosso appalto per la fornitura
di carburanti nel barcellonese, senza nulla dare al
Tamburello". Nel corso della perquisizione realizzata dalle
forze dell’ordine nell’abitazione di Matteo Blandi subito dopo
il suo omicidio, fu rinvenuta copia di una istanza diretta alla
ditta Fratelli Costanzo di Misterbianco, riguardante la fornitura di
gasolio effettuata dal Blandi "previo accordo tra gli
imprenditori catanesi ed il geom. Isgrò che ne aveva indicato il
prezzo". Un utile riscontro alle dichiarazioni di Orlando
Galati Giordano e Calogero Marotta.
[39] L’imprenditore Francesco Arcovita sarà successivamente
arrestato nell’ambito della stessa inchiesta "Barbarossa".
[40] Gazzetta del Sud, 10 marzo 2001.
[41] Francesco Biondo è fratello di Salvatore detto "Il
Lungo", presunto reggente del mandamento mafioso di San
Lorenzo. "Anche Francesco Biondo", si legge nell’ordinanza
sull’"Operazione Barbarossa", "dimostra d’occupare
una posizione di vertice nell’associazione mafiosa Cosa Nostra, in
quanto gestisce "affari delittuosi" altamente rilevanti
quali l’attività estorsiva ai danni dei grandi gruppi del Nord
Italia ed il riciclaggio dei capitali di provenienza illecita, anche
all’estero".
[42] L'imprenditore Filippo Salamone è stato arrestato il 4
ottobre 1997 con l’accusa di concorso in associazione mafiosa,
nell’ambito dell’inchiesta su "mafia e appalti". Con
lui sono finiti in manette, tra gli altri, l'amministratore della
Calcestruzzi S.p.A. del Gruppo Ferruzzi, Lorenzo Panzavolta,
l'imprenditore palermitano Antonino Buscemi, fratello del presunto
capomafia dell'Uditore, e l’imprenditore Antonio Vita che
"regolarmente si aggiudicava appalti pubblici pilotati dal
comitato d'affari". Salamone era già stato arrestato nel '93 e
condannato ad un anno e tre mesi per concussione; inoltre è stato
coinvolto nell’inchiesta sulle presunte tangenti versate a Catania
per alcuni importanti lavori, come quelli per il "Consorzio
Agroalimentare".
Nell’ambito della stessa inchiesta è stato arrestato l’allora
direttore della Iter di Ravenna, Michele Cavallini. La cooperativa
aderente alla Lega aveva ottenuto uno dei lotti per l’ammodernamento
dell’ospedale "Garibaldi" di Catania, lavori a cui
sarebbe stato interessato il boss Nitto Santapaola. Michele
Cavallini è stato nuovamente arrestato il 5 febbraio 2001, nell’ambito
dell’inchiesta sugli appalti per il completamento della rete
irrigua di Gela, eseguito all’inizio degli anni ’90 dalla Iter
di Ravenna e dagli imprenditori Angelo e Fabrizio Russello, accusati
di associazione mafiosa.
[43] I lavori autostradali del lotto n. 25, furono aggiudicati
inizialmente alla ATI costituita dalla Gitto S.r.l. e dalle società
emiliane C.C.C. ed Edilter. Successivamente alla Edilter subentrò
la Iter di Ravenna. Dalla misura camerale della società consortile
Caronia Uno risulta presidente Maurizio Guglielmo, direttore tecnico
della Iter di Ravenna; membri del consiglio di amministrazione:
Roberto Guadagnino, direttore tecnico della C.C.C. di Bologna;
Salvatore Gitto vicepresidente e titolare della omonima società;
Alberto Picchi, direttore di uno dei cantieri della Gitto S.r.l.. A
dirigere il cantiere di Caronia Uno fu chiamato il geometra Ivan
Case di Cefalù, il quale era già stato diversi anni alle
dipendenze dei Gitto.
[44] N. Amadore, "Mafia spa, l’Anello di
congiunzione", Centonove, 30 luglio 1999.
[45] La prima società consortile si è aggiudicata i lavori di
restauro dell’ex convento di "S. Anna alla
Misericordia"; la seconda i lavori di costruzione della
sottorete "4 Politeama" nell’ambito della rete idrica di
Palermo; la terza i lavori di costruzione della rete fognaria della
zona di Mondello, Partanna e Addaura, lavori appaltati dal Comune di
Palermo. Le tre consortili e il Consorzio Costruzione Aeroporto
Internazionale di Palermo hanno tutti sede sociale a Lugo di
Ravenna, via Provinciale Cotignola n. 17, sede centrale della Iter.
[46] Il geometra Mario Ambrosi ha altresì rilevato nel suo
rapporto che al suo arrivo in Sicilia, lo stato dei lavori era
appena al 10% dell’intera commessa. Aggiunge Ambrosi: "Le
quantità di opere e di materiali giustamente riconosciute ed
autorizzate dal Consorzio Autostrade nel contratto di appalto erano
inferiori a quelle che, nell’esecuzione del lavoro, venivano
contabilizzate da Caronia Uno a vantaggio dei subappaltatori e
fornitori di materiali. Ciò avrebbe costituito un disavanzo di
circa 2 miliardi di lire". "Nonostante la situazione fosse
chiaramente caotica e diseconomica", ha concluso il tecnico
bellunese, "mi accorsi che Cataldo non intendeva prendere
iniziative per risolvere la situazione. Effettuai anche uno studio
tecnico ed economico del lavoro a finire insieme ad un tecnico
esperto di mia conoscenza a nome Felice Bettega di Belluno, il quale
è venuto giù con Pierazzoli ed insieme abbiamo indicato all’azienda
con una relazione la via giusta per poter consegnare i lavori nei
tempi rimanenti di 13 mesi senza andare in "penale". L’azienda
non ha dato molta importanza a questa relazione tanto è vero che a
novembre essa chiama un altro tecnico in cantiere, contro la mia
volontà, per effettuare uno studio simile a quello di Bettega. L’azienda
Iter non ha preso per buona la mia relazione in quanto, a mio
avviso, non gli importava niente di finire i lavori nei tempi
previsti…".
[47] Regione Carabinieri "Sicilia", Verbale di sommarie
informazioni rese da Ambrosi Mario, 7 aprile 1998.
[48] Va tuttavia segnalato che il titolare della Nordica Sud
S.r.l., Giovanni Marcini, verrà arrestato nel settembre 1999, nell’ambito
dell’"Operazione Barbarossa", con l’accusa di concorso
esterno in associazione mafiosa (in Gazzetta del Sud, 28 settembre
1999).
[49] In realtà la parentela di Francesco Gitto con l’ex
governatore di New York è solo acquisita, in quanto la madre
Gerolama Raffa è cugina di primo grado di Matilda, moglie di Mario
Cuomo.
[50] Il Gruppo Intels ha avuto per anni come responsabile
finanziario il tedesco Sven Hansen, noto dirigente bancario e
consulente di diverse amministrazioni statali del continente
africano nei piani di privatizzazione del settore petrolifero e
minerario realizzati negli ultimi anni. Sven Hansen è stato anche
direttore generale delle filiali di New York e Londra della banca
svizzera UBS.
[51] "Dredging International breaks into Angola",
http://www.sandandgravel.com/news/news/news_27.htm.
[52] La Saima Avandero S.p.A. è attiva nel settore del trasporto
e dei servizi internazionali; con oltre 40 filiali in Italia e più
di 20 consociate in campo internazionale, registra un fatturato di
oltre 1.000 miliardi l'anno. La società è attualmente sponsor
della squadra di hockey su ghiaccio del Cortina-Milano. Dirigente
della Saima Avandero è stato sino alla sua elezione al Parlamento
europeo, il dott. Francesco Turchi (Alleanza Nazionale). Attualmente
l’on. Turchi è membro della commissione Bilanci e membro
sostituto della commissione Politica regionale, Trasporti e Turismo.
È inoltre Relatore Permanente sulle Reti Transeuropee di Trasporto.
[53] W. Eya, "Intels Denies Negative Claims", Daily
Champion, September 19, 2003.
[54] W. Eya, "Port Operations Wane At Calabar, Warri",
Daily Champion, September 19, 2003.
[55] D. Etete, "What retired Gen. Obasanjo will not tell the
international community about Corruption, Beach Land Estate and
Nigeria's Democracy", USAfrica The Newspaper, Houston (International
Edition), May 29, 2002, http://www.usafricaonline.com/etete.objnigeria.html.
[56] S. Sansoni, "Nigeria: Dirty Oil", Forbes, 10
aprile 2003.
[57] In avanzata fase di esplorazione ci sono in Nigeria altri
piccoli giacimenti: quelli di Nnwa (Statoil), Chota (Conoco), Ukot (TotalFinaElf).
[58] Tra i più importanti giacimenti di gas finiti in mani
straniere sono da segnalare Cawthorn Channel, Edop, Ekulama,
Escravos Beach, Forcados Yorki, Jones Creek, Meren, Nembe, Okan,
Oso, Ubit.
[59] Il Manifesto, 21 ottobre 2003.
[60] "Nigeria, nuove tensioni: decine i morti negli scontri
verificatesi nella regione del delta del Niger", WarNews, 16
aprile 2003, www.warnews.com.
[61] "Oil War in Nigeria: More troops to Niger delta",
Mail & Guardian, 28 March 2003.
[62] Human Rights Watch, Nigeria, The roles and responsabilities
of the international oil companies, Paper, Washington, 1999.
[63] Observer, 11 febbraio 1996.
[64] Human Rights Watch, Nigeria. The roles and responsabilities
of the international oil companies, cit..
[65] EarthRights International, Chevron in Nigeria, una storia di
ordinaria repressione militare, 18 giugno 2003.
[66] Human Rights Watch, Nigeria. The roles and responsabilities
of the international oil companies, cit..
[67] L’AgipPetroli è presente in Nigeria anche attraverso l’AgipNigeria
Plc., una società creata nel 1961 e di cui detiene il 60% del
pacchetto azionario. AgipNigeria gestisce nel paese una rete di 230
stazioni di servizio per la vendita di benzina.
[68] È opportuno segnalare che Techinp Italy S.p.A., controllata
italiana dell’omonima multinazionale, è entrata a far parte della
società Sicil Power che punta a realizzare nell’isola alcuni
impianti termovalorizzatori dei rifiuti. Di Sicil Power fa anche
parte la Altecoen di Enna, impresa che è socia in MessinAmbiente
dei Comuni di Messina e Taormina nella gestione della raccolta dei
rifiuti.
[69] Human Rights Watch ha documentato il caso di un giovane
residente nell’area Ogba-Egdema-Ndoni dove si sta realizzando il
progetto LNG, pesantemente minacciato da un manager della C&C
Construction. "Devi apprendere la lezione di Ken Saro-Wiwa",
sono state le inquietanti parole proferite nell’occasione.
[70] Nigeria stock market report, Volume 6 Issue 11, Mar 18th-
Mar 22nd, 2002.
[71] "Nigeria LNG expects to sell extra output to Brazilian
and Mediterranean markets", Reuters English News Service, 23
aprile 1999.
[72] Unimondo, Shell, la Nigeria chiede un risarcimento di 1,5
miliardi di dollari, 19 marzo 2003, unimondo.oneworld.net/article/.
[73] Va segnalato che un’altra multinazionale del petrolio, la
Mobil, è stata recentemente condannata a pagare oltre 24 milioni di
dollari a favore delle vittime di una fuoriuscita di greggio
avvenuta nel 1999 nella regione sudorientale della Nigeria, a largo
delle coste dello Stato di Akwa Ibom.
[74] Unimondo, Nigeria: rischio deforestazione per aumento prezzo
del petrolio, 2 agosto 2003, http://unimondo.oneworld.net/article/view/64791/1/.
[75] G. Galli. Gli Agnelli. Il tramonto di una dinastia, Oscar
Mondadori, Milano, 2003, pag. 257.
[76] Le sedi generali del gruppo Techint sono Buenos Aires e
Milano; l’organigramma del gruppo vede presidente Gianfelice
Rocca, vicepresidente Antonino Craparotta, amministratore delegato
Luigi Iperti.
[77] È la Tenaris la holding del gruppo Techint che controlla le
società siderurgiche Dalmine (Italia), Siderea e Siat (Argentina),
Tamsa (Messico), NKK Tubes (Giappone), Algosa Tubes (Canada), Tavsa
(Venezuela) e Confai (Brasile).
[78] La società statunitense Bechtel è sino ad oggi l’unico
gruppo straniero che ha espresso interesse per concorrere alla
realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina. Oltre al gruppo
Techint, la Bechtel ha sottoscritto importanti contratti di
partnership con gruppi industriali italiani. Con Edison, la ex
Montedison acquisita nel 1999 da Fiat Energia, la Bechtel ha
costituito la società International Water Ltd. che concorre all’acquisizione
delle reti di distribuzione idrica di Ecuador, Colombia, Estonia,
Filippine, Gran Bretagna, India e Polonia e che invece ha dovuto
abbandonare la Bolivia dopo la rivolta popolare di Cochabamba contro
la privatizzazione dell’acqua. Dall’agosto 2001, la Bechtel
compare accanto all’ENEL e alla British Petroleum nella
realizzazione di un nuovo gasdotto in Algeria. Va altresì tenuto
presente che la Bechtel fa parte del colosso bancario-finanziario
J.P. Morgan-Chase della famiglia Rockfeller, che a sua volta
controlla quote di minoranza della Fiat e dell’Impregilo, la
società di costruzioni della famiglia Agnelli a cui Terrelibere ha
dedicato un’ampia inchiesta (si veda www.terrelibere.it/impregilo)
e che ha espresso recentemente il proprio interesse a partecipare
all’affare Ponte sullo Stretto.
Riley P. Bechtel, presidente ed amministratore delegato del
Bechtel Group Inc., l’ex amministratore delegato della Fiat Paolo
Fresco e Gianfelice Rocca, presidente del Gruppo Techint, sono tutti
membri della "Trilateral Commision", centro strategico
decisionale internazionale a livello politico, economico e militare.
Nella "Trilateral" compaiono anche i nomi di Richard B.
Cheney, vicepresidente degli Stati Uniti ed ex presidente della
holding civile-militare Halliburton Co.; il segretario di Stato
Colin Powell, il segretario alla difesa Donald H. Rumsfeld, l’ex
presidente USA Bill Clinton, l’ex segretario di Stato ed eminenza
grigia di tutti gli affari internazionali Henry Kissinger, l’ex
segretario di stato George Shultz, l’altro ex segretario alla
difesa Robert S. McNamara e tanti altri leader politici occidentali.
Nella "Trilateral Commision" ci sono poi importanti
personaggi che s’intrecciano in qualche modo con le vicende
raccontate in questo rapporto: oltre al già citato McNamara, il
presidente della Chase Manhattan Bank David Rockfeller, fondatore e
presidente onorario della "Trilateral"; l’ex ministro
argentino Domingo Cavallo; il presidente della Mobil Corporation
Lucio Noto; il presidente della British Petroleum Peter Sutherland;
C. J. Silas, ex amministratore delegato della Phillips Petroleum
Company; gli italiani Mario Monti, direttore generale del WTO e
Alessandro Profumo, direttore generale di Unicredito.
[79] Il consorzio OCENSA è costituito dalle transnazionali
British Petroleum, Total, Transcanada, Triton, IPL e dalla compagnia
statale colombiana Ecopetrol. Buona parte degli oleodotti sono stati
realizzati dalla Saipem del gruppo Eni. Per conoscere il violento
impatto ambientale e sociale della realizzazione degli oleodotti
OCENSA e il ruolo dell’Eni nel conflitto colombiano, si veda: A.
Mazzeo, Eni, British Petroleum e gli oleodotti della morte, 2001,
www.terrelibere.it/eni.
[80] Nel consorzio OCP, oltre all’Agip, compaiono le compagnie
petrolifere nordamericane Occidental-Oxy, Kerr McGee ed Alberta
Energy, la spagnola Repsol-YPF e l’argentina Pérez Companc.
[81] In Colombia Tecpetrol sta effettuando le esplorazioni delle
aree di Huila Norte e Altamizal del distretto di Cuenca
(dipartimento del Valle), tra le più violente del paese.
[82] La realizzazione del complesso petrolifero di Shaybah è
stata invece assegnata dalla Saudi Aramco alla Bechtel Corporation.
Il progetto punta all’estrazione di oltre 500.000 barili di
greggio al giorno.
[83] The Monthly Newsletter of the Royal Embassy of Saudi Arabia,
Washington, DC, September 1996, Volume 13, Number 9.
[84] Per un approfondimento sul ruolo di Techint e Snia nella
realizzazione del sistema missilistico Condor, si veda: E. Barcelona,
J. Villalonga, Relaciones carnales. La verdadera historia de la
construcción y destrucción del misil Condor II, Editorial Planeta
Argentina, Buenos Aires, 1992.
[85] N. Bermudez, Tangentina. Corrupción y Poder Político en
Italia y Argentina, Grupo Editorial Zeta, Buenos Aires, 1994, pag.
184.
[86] L’Eco di Bergamo, 21 aprile 2001.
[87] Nella scalata alla SIRTI, ex gruppo STET, la Techint si è
associata a Stella International, 21 Investimenti, Interbanca e 3I.
L’operazione di acquisizione si è conclusa a fine 2000 ed è
costata 314 miliardi di lire.
[88] Sempre nel settore delle telecomunicazioni, il gruppo Rocca,
in joint venture con la compagnia messicana Telex, ha dato vita alla
società Techtel, uno dei principali operatori in Argentina e
Uruguay.
[89] G. Barbacetto, P. Gomez, M. Travaglio, Mani pulite. La vera
storia, Editori Riuniti, Roma, 2002, pag. 115.
[90] G. Porzio, G. Simoni, Inferno Somalia. Quando muore la
speranza, Gruppo Ugo Mursia Editore, Milano 1993, pagg. 88-89.
[91] La strada Garoe-Bosaso è stata completata nel 1990 dal
consorzio italiano costituito dalle imprese Lodigiani, Astaldi,
Cogefar (poi Impregilo) e Moltedil. Ancora ad Astaldi,
Cogefar-Impregilo e all’Edilter di Bologna sono invece stati
affidati i lavori per il porto di Bosaso.
[92] G. Leoni von Dohnanyi, F. Oliva, Somalia. Crocevia di
traffici internazionali, Editori Riuniti, Roma, 2002, pagg. 100-102.
[93] Come abbiamo visto, la società di costruzioni Itinera ha
partecipato alla realizzazione di alcuni lotti dell’autostrada
Messina-Palermo. Secondo il settimanale Centonove, la Guardia di
Finanza, nell’ambito della nota inchiesta sulle operazioni
finanziarie gestite da Pierfrancesco Pacini Battaglia, avrebbe
indagato su un appalto dell’A-20 "girato" dall’Itinera
alla controllata Satap, concessionaria dell’autostrada
Torino-Piacenza (per ulteriori particolari si veda Centonove del 13
dicembre 1996).
[94] G. e L. Alpi, M. Gritta Grainer, M. Torrealta, L’esecuzione.
Inchiesta sull’uccisione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, Kaos
Edizioni, Milano, 1999, pagg. 196-197.