abbastanza
esile - di mistero.
Permangono ancora marginali ambiti di inconoscibilità, zone opache
o caratterizzate da una permanente ambiguità; e tuttavia il
fenomeno si presta ad una lettura non equivoca, che la Commissione
ha operato.
Considerazione appena diversa merita la storia
della destra eversiva e cioè dell'altra grande protagonista delle
tensioni sociali che hanno insanguinato per oltre quindici anni la
vita del Paese.
Anche per la tale diversa e opposta forma di
estremismo politico può infatti ritenersi già sufficiente il grado
di avanzamento degli accertamenti giudiziari, che hanno consentito
di chiarire una miriade di episodi piccoli e grandi con precise
attribuzioni di responsabilità individuale.
Il copioso materiale acquisito dalla Commissione
chiarisce altresì come tale disvelamento abbia riguardato in una
prima fase episodi che sin dal loro verificarsi furono percepiti
come frutto di terrorismo politico; in una seconda fase episodi che
originariamente apparvero come di delinquenza ordinaria e che invece
si sono rivelati connessi a vicende di criminalità politica, di cui
hanno consentito una più ampia e completa lettura.
Può quindi ritenersi che anche per l'eversione
di destra, come per quella di sinistra, un lungo cammino, anche se
più lento e faticoso, sia stato già compiuto verso l'acquisizione
di una piena conoscenza del fenomeno, fondata ancora per parte
notevole su apporti di appartenenti ai gruppi eversivi, la cui
collaborazione peraltro ha manifestato una progressione molto più
complessa e complicata di quella, pur analoga, degli appartenenti
alle formazioni di sinistra.
Si è in genere trattato di collaborazioni che,
muovendo da riferimenti iniziali a specifici episodi, hanno in
seguito avuto una maturazione molto lenta, spesso fortemente
condizionata da dinamiche interne al gruppo o al movimento di
appartenenza, nonché dai vincoli di amicizia che fortemente ne
legavano gli aderenti, sicché la progressione delle diverse
collaborazioni da un lato si è determinata in termini di reciproca
influenza, dall'altro assai di rado ha raggiunto il livello di una
radicale rottura con il passato e, quindi, di un effettivo
"pentimento", dovuto vuoi ad una revisione critica della
personale esperienza del collaborante, vuoi all'intento
utilitaristico di avvalersi dei benefici della legislazione
premiale.
Tipica, come esempio, può ritenersi la figura di
Vincenzo Vinciguerra, che, pure essendosi confessato esecutore
materiale dell'attentato di Peteano, ha rifiutato qualsiasi
beneficio derivante dalla collaborazione che ha iniziato solo dopo
che la sua condanna all'ergastolo era divenuta inoppugnabile.
Vinciguerra continua a definirsi un soldato
politico e querela chiunque lo definisca un collaboratore di
giustizia.
Né si tratta di un esempio isolato.
Anche Sergio Calore, ad esempio, che pure ha dato
notevole contributo agli accertamenti giudiziari, ha a lungo
rifiutato di considerarsi un collaboratore di giustizia, perché
almeno nella fase iniziale il suo interlocutore non è stato il
magistrato, né il suo obiettivo quello di ottenere i benefici
previsti dalla legislazione premiale;
il suo interlocutore è stata la stessa destra
rivoluzionaria e il suo obiettivo quello di accreditarsi come
combattente rivoluzionario, che ha lottato contro lo Stato con mezzi
che riteneva legittimi perché diversi dallo stragismo e che ora
chiamava gli altri ad un processo di chiarificazione che disvelasse
i meccanismi e le ragioni della sconfitta.
Peraltro se può ormai parlarsi di una
sufficiente ricostruzione della dinamiche dei gruppi eversivi e di
destra e di sinistra (che ha consentito notevoli accertamenti di
responsabilità personali per i singoli episodi), non vi è dubbio
che altrettanto non può dirsi per molti degli episodi più gravi
che segnarono sanguinosamente la stagione eversiva e cioè gli
episodi di strage.
Vero è che alla riflessione della Commissione
appare poco più di un luogo comune la ripetuta affermazione che
sulle stragi non si conosca nulla, mentre luce piena o almeno
sufficiente si sarebbe fatta su tutti gli altri settori ed episodi
del terrorismo.
In realtà il materiale raccolto nei vari
processi per strage appare alla Commissione di notevole qualità e
forza probatoria ai fini di una già credibile ricostruzione storica
del periodo, anche se è innegabile che soltanto in pochi casi ha
consentito di giungere ad un accertamento giudiziario definitivo di
condanna e cioè alla affermazione di individuali responsabilità.
Senza volere anticipare un'analisi ed
un'esposizione compiuta delle ragioni per cui ciò sia avvenuto,
sembra opportuno rammentare in limine che il fatto di strage
indiscriminata, proprio per la sua caratterizzazione, fin dal primo
momento prospetta un'intensa difficoltà di individuare la fonte di
provenienza dell'attentato.
E in ciò il fatto di strage si differenzia
dall'atto terroristico, che anche quando non viene - come pur spesso
accade - immediatamente rivendicato, presuppone sempre la possibilità
di risalire con chiarezza al gruppo che l'ha commesso e che, appunto
attraverso la leggibilità dell'attentato, riesce a conseguire il
risultato "educativo" e di terrore finalizzato al proprio
progetto politico.
E' quindi coerente alla stessa natura del
fenomeno che gli autori di una strage di tipo indiscriminato si
pongano contestualmente l'obiettivo di evitare in qualunque maniera
e ad ogni costo che la strage possa essere ricondotta al gruppo che
l'ha effettivamente commessa;
anzi in genere gli autori della strage si propongono l'obiettivo di
rendere attribuibile la responsabilità ad altri e cioè o a settori
degli apparati che combattono o a formazioni eversive di segno
politico opposto.
Tutto ciò serve non solo ad individuare la
specifica diversità del fatto di strage, ma anche a comprendere
perché in ordine ad indagini giudiziarie su fatti di strage non si
siano ancora sviluppate le collaborazioni processuali, che invece
hanno caratterizzato ormai da tempo le indagini sugli altri episodi
di terrorismo.
Ed infatti la collaborazione processuale per un
fatto di strage presuppone il riconoscimento di una responsabilità
che a livello individuale appare difficilissimo sopportare.
Ciò non toglie che gli apporti collaborativi che
provengono dalla destra eversiva possano già oggi considerarsi
sufficienti ad attestare un'attitudine di tali gruppi, persistente
per tutto l'arco della loro evoluzione, a rendersi protagonisti di
atti di strage, logicamente inseribili in una strategia di terrore
indiscriminato.
Il riferimento non è tanto alla già citata
ammissione di responsabilità di Vincenzo Vinciguerra per
l'attentato di Peteano, trattandosi di un episodio che può essere
ancora letto come un attentato inserito nell'ambito di una strategia
militare di opposizione allo Stato (in questo non diverso da molti
degli attentati tipici anche del terrorismo di sinistra); e che
quindi può essere rivendicato, stante anche il ridotto numero delle
vittime, da chi, come Vinciguerra, non voglia abbandonare i panni
del combattente rivoluzionario.
Il riferimento è semmai a quegli apporti
collaborativi che - sia pure in termini mai definitivamente chiariti
- già consentono di ritenere riferibili in termini di certezza ai
gruppi della destra eversiva attentati gravissimi, che a pieno
titolo possono essere considerati "stragi mancate".
Si pensi ad esempio alla collaborazione di Sergio
Calore e di Paolo Aleandri che hanno fornito chiavi di lettura
indispensabili per comprendere episodi di fondamentale importanza
come quello dell'attentato al CSM del quale Iannilli e Mariani si
sono assunti la responsabilità materiale, tentando di accreditare
una lettura riduttiva e fuorviante.
Il 20 maggio 1979 un'auto bomba fu collocata in
piazza Indipendenza, e secondo le intenzioni di
alcuni degli autori dell'attentato sarebbe dovuta esplodere di
notte, quando probabilmente vi
sarebbero stati danni soltanto agli edifici e forse qualche morto; e
il cui timer invece da
altri coautori dell'attentato fu regolato
per l'ora in cui la piazza Indipendenza si sarebbe concentrato un
raduno nazionale degli alpini.
La bomba non esplose per un errore nell'innesco,
ma dalle dichiarazione di Aleandri e Calore è possibile comprendere
come nei gruppi della destra eversiva persisteva, ancora alla fine
degli anni '70, un'indiscutibile attitudine a compiere un atto dagli
effetti devastanti e che, per il tipo di obiettivo scelto (il raduno
nazionale degli alpini), avrebbe reso possibile l'attribuzione della
strage ad un settore diverso da quello da cui proveniva.
Nella medesima direzione possono essere altresì
ricordati episodi più antichi come, ad esempio, gli attentati ai
treni consumati nei primi anni '70 (attentati spesso attribuiti alla
sinistra o che avrebbero dovuto essere attribuiti alla sinistra,
nell'ambito di quel disegno depistante al quale prima si è
accennato).
Alcuni partecipanti a tali attentati hanno
credibilmente dichiarato di aver ritenuto che le bombe dovessero
essere collocate in luoghi dove il danno sarebbe stato limitato (ad
esempio in una toilette).
In realtà in molti casi, contrariamente agli
accordi, le bombe vennero collocate in scompartimenti e in alcuni
casi ne era prevista l'esplosione in luoghi o punti (in galleria),
che avrebbero determinato danni molto più gravi rispetto al
progetto originariamente condiviso.
Specifico è il riferimento all'episodio avvenuto
il 7 aprile 1973 in cui un personaggio come Nico Azzi (un estremista
di destra appartenente al gruppo milanese "La Fenice"
diretto da Giancarlo Rognoni, che aveva come punto di riferimento
ideale Pino Rauti e stretti contatti con il Circolo Drieu La
Rochelle di Tivoli cui apparteneva il già citato Sergio Calore),
venne gravemente ferito dall'esplosione anticipata di un ordigno che
stava collocando sul treno Torino-Roma.
Perizie giudiziarie hanno accertato che se
l'esplosione fosse avvenuta effettivamente nel luogo programmato
avrebbe causato una strage tra i passeggeri.
Azzi aveva con sé del materiale (giornali e
documenti) che avrebbe portato ad attribuire la strage all'estrema
sinistra.
La gravità e le finalità dell'episodio furono
già pienamente valutate ed intuite in sede del primo esame
giudiziario della vicenda.
Scriveva infatti il G.I. di Genova:
"La prospettiva d'azione era quella di
creare uno stato di tensione nel Paese: e a ciò sarebbe riuscito in
maniera egregia l'eccidio ferroviario che, falsamente attribuito
all'opposta fazione secondo una raffinata tecnica di lotta ormai
collaudata dalla storia, avrebbe sconvolto l'opinione pubblica e
cagionato universale esecrazione in una intensità proporzionale
all'entità del delitto senza precedenti".
Sono tutti episodi che considerati nell'insieme
consentono di ritenere fondata su elementi di certezza la
valutazione di un'attitudine stragista dei gruppi della destra
eversiva.
Si trattava ovviamente non di un'attitudine
generalizzata, perché gli episodi rammentati attestano una
contraddizione interna ai gruppi medesimi, dove evidentemente non
tutti accettavano fino in fondo il ricorso alla strage
indiscriminata come mezzo di lotta.
E' anche evidente come una conclusione di tal
tipo sia del tutto insufficiente a fondare
un'automatica attribuzione alla destra eversiva delle responsabilità
delle grandi stragi insolute, che segnarono tragicamente la vita del
Paese nella prima metà degli anni '70. La stessa conclusione
infatti è sufficiente soltanto ad escludere che possa essere
attribuita ad un aprioristico ed indiscriminato teorema la
circostanza che indagini e investigazioni sulle stragi insolute si
siano prevalentemente e reiteratamente orientate in direzione della
destra eversiva.
Un'ulteriore notazione appare peraltro alla
Commissione dovuta in limine e cioè prima di accingersi ad una
riassuntiva ricostruzione del sorgere e dello svilupparsi dei
principali gruppi della destra eversiva: il richiamo a quanto in
pagine che precedono si è scritto sul complessivo quadro
caratterizzante la seconda metà degli anni '60 e cioè il periodo
immediatamente anteriore al quindicennio terribile (1969-1984) che
la Commissione fa oggetto della sua analisi specifica.
Per rammentare come le strette connessioni tra
destra eversiva e settori degli apparati istituzionali dello Stato,
in particolare degli apparati militari e di sicurezza, costituisca
un dato storico ormai universalmente riconosciuto sulla base di
documentali certezze. Basti a mero titolo di esempio ricordare la
partecipazione al convegno dell'Istituto Pollio, e cioè ad un
convegno organizzato dai vertici delle istituzioni militari, di noti
partecipanti della destra eversiva come Giannettini, Rauti e Delle
Chiaie.
Come si vedrà tali connessioni accompagnarono,
anche se con intensità decrescente, l'intera storia della eversione
di destra.
Ed è un fenomeno che ha contribuito a
determinare una progressione delle collaborazioni, ben più lenta
rispetto a quella che ha caratterizzato gli apporti collaborativi di
appartenenti alle formazioni eversive di sinistra.
Ed infatti la passata esperienza di ambiguo
rapporto con l'apparato istituzionale, ha spesso portato
l'appartenente al gruppo eversivo di destra, che andava maturando
l'idea di collaborare con la giustizia, a non fidarsi delle persone
che aveva di fronte, a non ritenere cioè che il suo interlocutore
rappresentasse effettivamente lo Stato, perché aveva conosciuto
l'istituzione sotto forma diversa, aveva cioè conoscenza di
meccanismi attraverso i quali il suo interlocutore poteva
improvvisamente divenire non più credibile, non più affidabile, sì
da porre in dubbio che la sorte del collaborante potesse essere
effettivamente quella che gli veniva prospettata dal magistrato o
dal funzionario proponente la collaborazione.
Malgrado tali limiti specifici degli apporti
collaborativi, la storia dei principali gruppi
della destra eversiva è stata ormai oggetto di una compiuta lettura
in sede e giudiziaria e storiografica; con risultati di cui la
Commissione è tenuta a prendere atto.
Fino alla metà degli anni '70 lo scenario delle
organizzazioni dell'estrema destra è dominato da Ordine Nuovo e
Avanguardia Nazionale;
sigle minori in ambito studentesco ed universitario sono comunque
riconducibili ad esponenti che si muovono nelle file dell'una o
dell'altra organizzazione o ad articolazioni delle stesse
organizzazioni che tendono ad essere presenti nelle diverse realtà;
con sigle autonome (come il F.A.S., Fronte di Azione Studentesca,
con cui
Ordine Nuovo organizza la
sua penetrazione tra i giovani, poiché la rivoluzione la fanno i
giovani... salvo ovviamente le poche eccezioni tra noi
rappresentate;
o come Caravella e Lotta di Popolo, in cui è forte la presenza di
appartenenti ad AN). Tra le due formazioni non vi sono discriminanti
ideologiche nette, ma solo una diversità di atteggiamento.
I due movimenti occupano spazi politici ben
determinati e sono complementari, l'uno (O.N.) privilegiando il
momento strategico, costruendo così il discorso teorico della
rivoluzione per i tempi lunghi, per le generazioni avvenire, l'altro
(AN) esaltando nella sua azione il momento tattico e quindi
immediato.
Le comuni radici ideologiche, che risalgono alla
tradizione storica del fascismo rivoluzionario e della Repubblica
Sociale Italiana, si alimentano dell'analisi e della critica che di
quelle esperienze viene fatta da Julius Evola.
La concezione dello Stato e quella della missione
delle avanguardie politiche da lui elaborate costituiscono l'humus
di cui si nutrono le posizioni di entrambe le formazioni e che, al
di là del processo più volte tentato di vera e propria fusione,
hanno determinato nel tempo fenomeni di osmosi tra i militanti
dell'una e dell'altra e che quindi rendono la distinzione innanzi
delineata sostanzialmente tendenziale.
ORDINE NUOVO
Ordine Nuovo nasce nel 1956, come Centro Studi
Ordine Nuovo, dopo il congresso di Milano del MSI, dal quale si
scinde nel nome della continuità con gli ideali della RSI, sotto la
guida di Pino Rauti che, all'interno del partito, aveva già dato
vita ad un’aggregazione denominata Ordine Nuovo.
Promotori della scissione, insieme a Rauti, sono
Graziani, Massagrande, Delle Chiaie.
Dopo la morte del segretario Michelini, il nuovo
segretario del M.S.I. Giorgio Almirante, che aveva guidato
all'interno del partito l'opposizione interna più vicina alle
posizioni degli ordinovisti scissionisti, avviò il tentativo di
recupero di tutti i gruppi dissidenti.
Il processo di riassorbimento arrivò a
compimento nel dicembre del 1969 con il ritorno di Rauti nel MSI,
che motivò tale rientro con la necessità, a fronte dei mutamenti
in atto nella situazione politica nazionale, di procedere a
"una revisione globale della sua
posizione nel quadro delle contingenze globali che indicano, senza
alcun dubbio, una possibilità di rottura degli equilibri, di
estrema pericolosità... Ne consegue che è necessità vitale per la
vita futura (prossimo futuro) di Ordine Nuovo inserirsi dalla
finestra nel sistema dal quale eravamo usciti dalla porta, per poter
usufruire delle difese che il sistema offre attraverso il
parlamento, con tutte le possibili voci propagandistiche che ne
derivano... Necessità contingente dunque, assoluta e drammatica...".
Alla posizione di Rauti si contrappone quella di
Graziani, Massagrande, Saccucci Tedeschi, Besutti ed altri, che
rifiutano di rientrare nei ranghi del MSI per la costituzione di un
"movimento rivoluzionario al di fuori
degli schemi triti e vincolanti dei partiti, una formazione agile,
adeguata alle esigenze della situazione politica attuale e
strutturata secondo criteri propri delle minoranze rivoluzionarie",
che assume il nome di Movimento Politico Ordine
Nuovo.
Il movimento, che si autodefinisce come l'unico
movimento politico fautore di una strategia globale
nazional-rivoluzionaria, si dà una prima organizzazione provvisoria
nel corso di una riunione del 21 dicembre 1969 e una organizzazione
più complessa dopo il I congresso tenutosi a Lucca nell'ottobre del
1970, comunicata agli aderenti con il Notiziario Riservato del 5
novembre 1970.
L'attività ed il progetto politico del movimento
vennero all'attenzione dell'autorità giudiziaria, dopo che gli
aderenti si erano resi protagonisti di più di quaranta episodi di
aggressione e avevano giocato un ruolo significativo nei disordini
di Reggio Calabria del 1970, quando nel giugno 1973, Ordine Nuovo
formò oggetto di un dettagliato rapporto della Questura di Roma.
Quel rapporto e gli atti che ne scaturirono
portarono i quadri dirigenti del movimento prima a giudizio avanti
al Tribunale di Roma per il reato di ricostituzione del partito
fascista e, dopo la condanna del 21 novembre 1973, al decreto di
scioglimento dell'organizzazione, del 23 novembre successivo.
L'ipotesi accusatoria ha vincolato l'accertamento
del Tribunale alla verifica della corrispondenza tra il progetto, i
fini e l'organizzazione del movimento e quelli propri del fascismo.
Gli elementi che col tempo sono emersi consentono
oggi di dire che già all'epoca erano stati consumati fatti
delittuosi di maggiore gravità e relativi a ipotesi associative di
diverso rilievo, che solo molto tempo dopo sarebbe stato possibile
ricondurre nell'ambito dell'organizzazione.
Pur con tali limiti, gli atti di quel processo e
la sentenza che lo concluse costituiscono un punto di partenza
ineliminabile per comprendere sia gli ulteriori sviluppi del
movimento che i meccanismi delle dinamiche interne alla destra
radicale.
Ordine Nuovo risultava già caratterizzato come
un movimento semiclandestino, fortemente gerarchizzato, con una
direzione politica centralizzata, orientato a muoversi in gruppi di
pochissime persone che dovevano essere in grado di volta in volta di
mobilitare un'area di simpatizzanti, ispirato ad una concezione
elitaria e mitica dello Stato, antidemocratica e antiborghese, in
assoluta contrapposizione con la democrazia parlamentare e
l'organizzazione del consenso attraverso i partiti, ma almeno in
parte non antistituzionale.
Il movimento è infatti caratterizzato da una
"concezione antidemocratica, antisocialista, aristocratica ed
eroica della vita", ma la stessa matrice evoliana gli
conferisce un ruolo non antagonista rispetto allo Stato; anzi, come
è stato osservato, la possibilità di utilizzare il "movimento
nazionale" in funzione antisovversiva di difesa dello Stato è
una costante, almeno nella prima fase, del pensiero di Evola: per
difendere lo Stato ormai ostaggio delle masse organizzate, capaci in
ogni momento di paralizzarne la vita, occorreva creare
"una rete capillare intesa a fornire
prontamente elementi di impiego per fronteggiare dovunque...
l'emergenza",
avendo come fine
"anzitutto e prima di tutto la difesa
contro la piazza dello Stato e dell'autorità dello Stato (persino
quando esso è uno "Stato vuoto") e non la loro negazione".
In tale prospettiva il movimento nazionale doveva
individuare, all'interno dello Stato, quei "corpi sani"
cui era possibile far riferimento, come i paracadutisti, la polizia,
i carabinieri.
Tale originaria impostazione favorirà, fin
dall'inizio, il contatto con quei settori dell'arma dei carabinieri
e dei servizi di informazione che all'interno e contro le
istituzioni si muovevano per condizionare la situazione politica in
chiave autoritaria. Il tratto distintivo più significativo, dal
punto di vista della risposta delle istituzioni, tra l'azione di
contrasto all'estremismo di destra e a quello di sinistra, è
proprio la sintonia tra i disegni degli eversori e quelli di una
parte degli apparati che li avrebbero dovuti combattere ed ha radici
profonde e risalenti nel tempo, che poco hanno a che fare con la
episodica strumentalizzazione del singolo fatto.
Ciò ha contribuito in modo determinante a
rendere impervio e a volte impossibile il compito degli inquirenti
che solo assai faticosamente e a distanza di anni hanno potuto
ricostruire ormai con sufficiente chiarezza i tratti significativi
dei percorsi eversivi.
AVANGUARDIA NAZIONALE
Avanguardia Nazionale fu fondata nel 1960 da
Delle Chiaie, che si allontana con questo da O.N., della cui
separazione dal MSI era stato sostenitore.
Nel 1965 A.N. si sciolse e gli aderenti, pur non
rompendo i collegamenti tra loro, parteciparono sotto altre sigle
all'esperienza politica della destra radicale non dissimilmente da
quanto faceva ON.
Fu poi ricostituita nel 1970, in concomitanza con
il processo di parziale riassorbimento di O.N. nel MSI.
Animata da una pari ostilità nei confronti dei
regimi comunisti e dello stato liberal-democratico, A.N. propugna
l'idea di una rivoluzione europea per ripristinare le naturali
differenze tra gli uomini e dar vita alla formazione di una élite
rivoluzionaria che funga da avanguardia, organizzata in piccoli
gruppi o in nuclei qualificati che nell'azione concretizzano la
fusione tra ideale e sua realizzazione.
Il movimento teorizza l'ipotesi golpista
classica, richiamandosi, come O.N., al fascismo storico e alla RSI,
ma ricollegandosi all'esperienza allora attuale dei regimi militari
in Europa e America Latina.
Si prefigge inoltre lo scopo di determinare
"una definitiva divisione verticale nelle
forze politiche in due fronti contrapposti: il demo-marxista e il
nazionale rivoluzionaria".
L'esasperazione del clima di tensione è
strumentale a tale disegno e può essere raggiunta sia attraverso lo
scontro con l'avversario che attraverso azioni di provocazione non
riconducibili alla loro reale matrice.
Funzionale a tale disegno è anche e soprattutto
il mantenimento di contatti con gli apparati che, una volta
determinata una lacerazione del tessuto del potere, sono destinati
ad intervenire per ripristinare l'ordine.
Anche A.N., sulla base della stessa attività di
polizia giudiziaria che aveva portato al rapporto contro O.N., fu,
attraverso i suoi maggiori esponenti, sottoposta a procedimento per
ricostituzione del partito fascista e, sebbene in tempi più lunghi
e con condanne più miti, si pervenne prima alla condanna, nel 1976,
quindi allo scioglimento dell'organizzazione.
Fonti che furono rese disponibili solo molto
tempo dopo la conclusione di quel processo riferiscono
dettagliatamente dell'esistenza all'interno di A.N. di due livelli:
un livello "ufficiale", destinato allo svolgimento delle
attività pubbliche e legali, e una struttura "secondaria"
che costituiva un vero e proprio apparato clandestino.
Di tale seconda struttura, secondo una
metodologia assai raffinata, facevano parte i militanti dotati di
capacità organizzative più adatte al lavoro clandestino, scelti
fra coloro che non erano noti alla polizia ed ai carabinieri per la
loro attività politica pubblica e fra quanti avevano finto di
abbandonare l'attività politica.
Il lavoro di tale struttura, dedita ad attività
terroristiche, era regolato da norme assai precise tra cui la
conoscenza limitata ad un numero ristretto di altri membri
dell'apparato e la non conoscenza di chi avesse compiuto una certa
"azione" se appartenente ad un'altra cellula".
Chi apparteneva alla struttura
"secondaria" doveva godere della piane fiducia del vertice
e collaborare al "filtraggio" dei militanti.
Nel frattempo la condanna degli ordinovisti e lo
scioglimento dell'organizzazione O.N. aveva colpito l'ambiente della
destra eversiva nel quale si faceva affidamento su una risposta più
impacciata da parte dell'ordinamento e aveva determinato uno
sbandamento nelle file ordinoviste, ma al tempo stesso costituì una
sorta di trauma unificante, richiamando attorno all'organizzazione
colpita la solidarietà delle altre formazioni e quella di A.N. in
particolare.
La risposta allo scioglimento di Ordine Nuovo è
costituita dal tentativo di riunificazione tra O.N. e A.N. che viene
lungamente preparata con contatti tra gli ordinovisti in Italia e
voluta fortemente da Stefano Delle Chiaie e che fu sancita in una
riunione svoltasi ad Albano nel 1975.
Alla presenza degli stati maggiori dell'eversione
e di diversi latitanti (come Delle Chiaie e Concutelli) rientrati
clandestinamente, fu dato corpo alla struttura riunita, che,
utilizzando quale schermo la sigla ancora legale di A.N., non doveva
essere la somma delle due strutture, ma la risultante della loro
fusione, riconoscendo zona per zona la leadership all'organizzazione
localmente più rappresentativa.
L'organizzazione riunita doveva avere un suo
organigramma e mettere in comune le armi, le strutture logistiche e
il piano d'azione attorno ad una strategia che sanziona un radicale
cambiamento di atteggiamento.
Delle Chiaie, secondo quanto poi appreso
dall'autorità giudiziaria, avrebbe esordito senza mezzi termini,
annunciando che:
"noi siamo qui non per fare stupidaggini
come seguire linee politiche o fare giornali, noi siamo qui per
prenderci il potere",
secondo una linea d'azione così sintetizzata da
Calore:
"arrivare ad ottenere la disarticolazione
del potere, colpendo le cinghie di trasmissione del potere statale".
Come si vede il baricentro si sposta verso una
scelta spiccatamente antisistemica.
L'indicazione data in quella sede da Delle Chiaie,
proclamando che
"Occorsio era un nemico da abbattere",
fornisce una tragica esemplificazione del nuovo
atteggiamento, ed avrà l'anno successivo puntuale esecuzione per
mano dell'ordinovista Concutelli. Ad avviso della Commissione il
processo di riunificazione appare estremamente significativo per
comprendere lo sviluppo della strategia della destra eversiva nel
suo complesso.
Esso non ha potuto avere in sede processuale -
per ragioni necessariamente legate ai limiti e agli obiettivi di
ogni vicenda giudiziaria - una adeguata valorizzazione ricostruttiva,
rimanendo schiacciato tra le valutazioni in punto di diritto sugli
elementi della fattispecie associativa e i vincoli derivanti dal
principio del ne bis in idem.
Tuttavia si può storicamente affermare che la
riunificazione si pone come passaggio tattico di una strategia che
vede intrecciarsi i percorsi degli ordinovisti e degli
avanguardisti.
Il delitto Occorsio, già ricordato, il sequestro
Mariano, l'attentato a Leighton, si inseriscono in tale contesto.
L'arresto degli appartenenti alle due
organizzazioni (Tilgher, Vinciguerra, Crescenzi, Di Luia, tutti di
A.N. e Gubbini di O.N.) nell'appartamento di via Sartorio in Roma
nel dicembre del 1975, fornisce, insieme al rinvenimento
dell'organigramma della struttura unificata e di copioso materiale
documentale, tra cui documenti ideologici di pugno di Concutelli e
di Delle Chiaie, la dimostrazione evidente dell'avvenuta fusione.
Come si è avuto modo di sottolineare all'inizio
del presente capitolo, le nuove acquisizioni processuali offrono
elementi di conoscenza che concorrono a rendere intellegibile il
contesto generale in cui si è iscritta la strategia della tensione.
Il materiale reso disponibile alla Commissione da
recenti inchieste - ancorché non formi ancora oggetto di giudicato
penale e richieda ulteriori verifiche giudiziarie - appare
sufficientemente idoneo a consentire la formulazione del giudizio
storico-politico che la Commissione è chiamata ad esprimere circa
il grado e l'effettività dell'azione di contrasto che le
istituzioni dispiegarono per arginare il fenomeno dell'eversione e
dello stragismo;
e tutto ciò anche a prescindere dalla concreta
possibilità che le autorità giudiziarie pervengano
all'accertamento di responsabilità individuali.
Le più recenti acquisizioni processuali
chiariscono con maggiore evidenza come il tentativo di
riunificazione tra Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale sia nato nel
contesto di uno scambio di antica data tra le due formazioni, ma
soprattutto collocano organicamente entrambe le formazioni nel
disegno di destabilizzazione, o meglio di
"stabilizzazione" in senso autoritario del sistema, che si
esprime con i progetti golpisti e con la strategia della tensione.
Dopo la prima stagione dei processi per
ricostituzione del partito fascista e le condanne dei vertici delle
due organizzazioni, si è già ricordata la fase nella quale
aderenti di O.N. ed A.N. riportarono condanne per reati associativi
e per episodi specifici che, al momento del loro accadimento, non
erano stati ricondotti alle predette organizzazioni.
Ma le novità di maggior rilievo per quanto
concerne i profili di interesse e la competenza della Commissione
vengono da procedimenti in corso a Bologna (processo Italicus bis) e
a Milano (che dall'attività del gruppo La Fenice risalgono fino
alla strage di piazza Fontana).
Le ricostruzioni istruttorie hanno confermato un
disegno che nelle grandi linee era già tracciato, e cioè quello di
una sostanziale contiguità tra O.N. e AN, ma soprattutto della
stabilità dei rapporti di entrambe con settori dei servizi di
informazione e alcuni apparati militari, di un loro coinvolgimento
già dalla fine degli anni '60 (a livello operativo, cioè
concretizzatosi attraverso fatti delittuosi) nei progetti golpisti
succedutisi fino al 1974.
Tali ricostruzioni hanno anche introdotto
elementi di novità che qualitativamente mutano il quadro
precedente.
In particolare, l'inserimento a pieno titolo di
O.N. nelle strutture dei Nuclei di Difesa dello Stato, che
sembrerebbe potersi affermare sulla base delle risultanze degli
accertamenti milanesi - induce a riconsiderare la qualificazione
dell'attività del gruppo mentre lo stesso numero degli episodi di
copertura e depistaggio accertati aggrava la qualità di un
collegamento con ambienti interni alle istituzioni che già nelle
istruttorie precedenti era risultato evidente.
Benché la serietà e lo scrupolo delle
istruttorie consentano di attribuire ad essi un grado di
attendibilità elevato, è comunque doveroso precisare che si tratta
di accertamenti limitati alla fase istruttoria e che la Commissione
ha potuto prendere in esame solo i documenti conclusivi di tale fase
(l'ordinanza del g.i. Grassi e la prima ordinanza del G.I. Salvini)
e non, direttamente, tutti gli atti del procedimento.
L'esito della ulteriore verifica di ogni singolo
episodio non appare comunque passibile, nel complesso delle
risultanze, di depotenziare il quadro emergente dagli atti.
Nei paragrafi che seguono, la Commissione ritiene
di dover dar conto, in forma sintetica, di alcune delle indicazioni
ricavabili dalle due sentenze-ordinanze
testé ricordate.
Tali indicazioni riguardano:
a) i contatti tra A.N., il Sid e l'Ufficio affari
riservati del Ministero dell'interno,
b) i rapporti tra O.N., il Sid e ufficiali
dell'Esercito,
c) le coperture fornite dal Servizio e le fonti
(interne alle strutture eversive) mai utilizzate per un'azione di
contrasto,
d) le attività di provocazione e/o i delitti
commessi dalla destra eversiva o dal Servizio, da attribuire alla
sinistra.
I rapporti di Avanguardia Nazionale con i servizi
di informazione, prima con l'Ufficio affari riservati, poi con il
SID, hanno origini risalenti ai primi anni 60, quando l'area di A.N.,
tramite il giornalista Mario Tedeschi, fu coinvolta dall'Ufficio
affari riservati del Ministero dell'interno nell'attività di
affissione dei "manifesti cinesi", una campagna di attacco
al partito comunista apparentemente proveniente dalla sua sinistra.
Tale attività fu ammessa dallo stesso Delle Chiaie che la
ricondusse ad una iniziativa dell'Ufficio affari riservati,
condivisa tatticamente da A.N. come valida manifestazione di
"guerra psicologica" nei confronti del partito comunista.
A prova della "copertura" fornita
all'operazione da parte delle forze dell'ordine, secondo quanto
riferisce Vinciguerra, Delle Chiaie avrebbe appreso da un
funzionario della Questura che la immediata liberazione di alcuni
avanguardisti fermati durante l'affissione dei manifesti era stata
frutto di un preciso intervento in tal senso.
Nell'operazione fu coinvolta AN a livello
nazionale e non soltanto a Roma.
La collaborazione tra A.N. e l'Ufficio affari
riservati è riferita poi dal capitano Labruna, che dice di averla
appresa da Giannettini e da Guido Paglia.
Tale circostanza trova conferma nelle
dichiarazioni di Giannettini e nella nota relazione su "attività
di Avanguardia nazionale e gruppi collegati" consegnata da
Guido Paglia al Sid e non trasmessa all'autorità giudiziaria.
La relazione fu invece utilizzata, secondo
Vinciguerra, proprio come prova di affidabilità del servizio nei
confronti di Delle Chiaie, con il quale Labruna si incontrò in
Spagna poco dopo la ricezione della nota.
Labruna faceva così sapere a Delle Chiaie che il
Sid sapeva che il coinvolgimento di A.N. nel golpe Borghese era
passato proprio attraverso la struttura di intelligence del
Ministero dell'interno, ma teneva la cosa segreta.
I contatti istituzionali di Delle Chiaie
all'estero non furono peraltro occasionali, come dimostrano altresì
gli incontri di questo con Labruna e con lo stesso Federico Umberto
D'Amato.
Numerosi sono i riferimenti a contatti tra O.N. e
ambienti informativi e militari; tali contatti devono collocarsi nel
quadro della mobilitazione della destra eversiva al servizio dei
progetti di destabilizzazione cui facevano riferimento le
dichiarazioni di Spiazzi e di Vinciguerra già negli anni '80 e che
ora sono andate delineando un quadro sempre più completo.
A tal riguardo appaiono significative le
dichiarazioni di Graziano Gubbini, ordinovista perugino che tra il
1971 ed il 1972 si era trasferito in Veneto ed era entrato nelle
formazioni ordinoviste locali.
Questi riferisce di incontri con militari e di
una riunione nella caserma di Montorio, cui Gubbini partecipò come
rappresentante del centro Italia unitamente ad un rappresentante per
il sud e per il nord per "dar vita ad una struttura di civili
di ispirazione ordinovista che, in collegamento con ambienti
militari, avrebbe dovuto organizzarsi con basi, armi ecc.. con
finalità anticomuniste".
"L'operazione venne denominata
"Operazione Patria" e prevedeva la costituzione di una
struttura organizzata in modo analogo al F.N.L., con a disposizione
basi, armi ed il nostro addestramento. Avremmo avuto a nostra
disposizione per il nostro addestramento delle basi militari cioè
la creazione di una struttura mista di militari e civili che avrebbe
potuto avvvalersi dei supporti logistici e addestrativi
dell'esercito";
L'operazione si sarebbe arenata per la resistenza
degli ordinovisti del centro e del sud alla consegna dell'elenco
completo dei militanti dell'organizzazione. Anche il gruppo perugino
di O.N. risulta aver avuto contatti con il servizio di informazione
tramite Maurizio Bistocchi e Luciano Bertazzoni (indicato agli atti
del servizio come fonte CAPE), contatti non negati dagli interessati
i quali tuttavia cercano di sminuirne la portata, ma collocati
invece da Graziano Gubbini in un contesto ben più articolato:
"Effettivamente mi risulta che il
Bistocchi venne contattato da un ufficiale dei carabinieri e sia lui
che il Bertazzoni mantennero contatti con questa persona. Io stesso
fui avvicinato, precedentemente, da un sedicente ufficiale dei
carabinieri che mi propose di collaborare organicamente nell'ambito
di una struttura anticomunista. Questa persona mi disse che avremmo
avuto a disposizione armi e quant'altro fosse servito...."
Per quanto riguarda poi i rapporti con ufficiali
dell'esercito per il procacciamento di esplosivi ed altro analogo
materiale, occorrerà ricordare quanto emerge dal documento Azzi
sulla possibilità, confermata da più fonti, di prelevare materiale
proveniente dalle caserme di Pisa e di Livorno e sulla messa a
disposizione di esplosivo da parte del colonnello Santoro, che a tal
fine era in stretto contatto con l'industriale Magni.
Parallelamente alla rete di connessioni e di
contatti, si sviluppa anche una intensa attività di copertura da
parte dei servizi in favore degli estremisti di destra.Il quadro che
i più recenti accertamenti hanno riassunto riprendendo le fila di
precedenti istruttorie e approfondito con nuove acquisizioni,
sgombra il campo dall'equivoco nel quale si incorre allorché si
affronta il tema della responsabilità dei servizi stessi, fino a
svuotare di contenuto politico la inadeguata risposta dello Stato
alle minacce terroristiche, stragiste e golpiste.
L'equivoco riguarda la asserita, congenita incapacità e la cronica
disorganizzazione di tali apparati di sicurezza.
I servizi di informazione in realtà disponevano
di notizie, di elementi di valutazione, di stabili fonti di
informazione e di capacità professionali per la loro valorizzazione
che li avrebbero messi in condizione di dare un aiuto determinante
all'autorità giudiziaria e alla polizia giudiziaria se solo questo
fosse stato il reale intendimento con cui l'attività di servizio
veniva svolta e non piuttosto la sua strumentalità a disegni e
progetti politici che, peraltro, sembra non avessero nelle sedi
istituzionali la loro fucina di elaborazione.
E' chiaro che, al riguardo, in nessun momento
tale giudizio drastico può colpire i servizi nella loro totalità e
che, sempre, vi sono stati tra le loro fila funzionari leali e di
piena affidabilità democratica; tuttavia l'ormai consolidato
riferimento ai "settori deviati dei servizi" diventa
fuorviante quando venga riferito ad epoche e situazioni in cui alle
deviazioni hanno partecipato i massimi vertici degli stessi o i
responsabili di settori determinanti.
Le coperture per l'espatrio di Giannettini e di
Pozzan, le falsità dibattimentali suggerite a Lubruna, le risposte
evasive provenienti dai massimi vertici dello stato, le produzioni
documentali monche e ed elusive fornite frequentemente alle più
diverse autorità giudiziarie da parte dei servizi appartengono
ormai alla consolidata conoscenza collettiva; ma molti altri episodi
possono essere ricordati.
Il servizio di informazione militare ha
costantemente disposto di informatori e di infiltrati nei gruppi
ordinovisti ed in avanguardia nazionale.
La fonte "Tritone", interna a O.N. di
Padova, che non è stato possibile identificare per il tempo
trascorso, riferì tempestivamente sul contenuto di riunioni tenute
poco dopo la strage di piazza della Loggia nel corso delle quali
Maggi ebbe a spiegare agli intervenuti come l'attentato non dovesse
costituire altro che il primo passo di una programmata escalation di
attentati che dovevano rendere ingovernabile il paese.
L'istruttoria milanese ha poi portato alla luce
il gravissimo episodio della chiusura, da parte del generale Maletti,
della fonte Casalini (fonte "Turco" negli atti del
servizio) proprio nel momento in cui questi stava per "scaricarsi
la coscienza", riferendo quanto a lui noto sulle
implicazioni di Freda e dei suoi negli attentati della primavera del
1969 a Milano e nella strage del dicembre successivo.
Oltre alla intrinseca gravità di tale fatto, è
allarmante ilmodo in cui l'intervento di Maletti fu reso possibile.
Risulta infatti che i sottufficiale che tenevano
i contatti con Gianni Casalini ne informarono il responsabile del
centro CS di Padova, col. Bottallo, che non investì l'ufficio D
della questione anche per timore "che le notizie contenute
potessero essere distorte".
Agli atti del centro CS non fu conservato alcun
appunto, ma fu informata la polizia giudiziaria che procedette ad un
ulteriore esame della fonte con la partecipazione di un
sottufficiale (il brig. Fanciulli) della divisione Pastrengo di
Milano, il quale riferì il contenuto del colloquio con una
relazione al generale comandante la divisione, relazione che non fu
mai trasmessa alla polizia giudiziaria e scomparve dagli atti della
divisione, ma che fu tempestivamente seguita, secondo l'appunto
trovato presso Maletti, dalla tassativa indicazione di chiudere la
fonte.
La stessa cosa era avvenuta per gli accertamenti
su Gelli attivati nel 1974 e bloccati perentoriamente sempre da
Maletti, che ne viene trasversalmente informato dal capitano
Tuminiello (anch'egli della P2) o dallo stesso Labruna, tramite
Viezzer, con la minaccia della restituzione all'arma territoriale di
chiunque avesse continuato a svolgere accertamenti sul personaggio.
Anche nell'episodio della fonte Casalini scatta
una catena di comando di matrice piduistica che ha una sua
determinante articolazione nel gruppo di ufficiali che facevano
allora capo alla divisione Pastrengo.
Occorre in proposito rinviare alle circostanziate
dichiarazioni rese dal gen. Bozzo in più sedi giudiziarie, a Roma,
Bologna, Venezia, Palermo e tenute in così scarsa considerazione
dalla Corte di Assise che ha escluso la cospirazione politica per la
loggia P2, e alle affermazioni fatte a suo tempo in proposito dal
gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa.
L'appunto rinvenuto tra le carte di Maletti si
chiude con l'indicazione di conferimento del compito di
"procedere" al cap. Del Gaudio (anch'egli piduista e di
sicura affidabilità per Maletti), ottenendo così la
sterilizzazione di una importante fonte investigativa.
Per le sue false dichiarazioni in merito
all'appunto e all'incarico avuto da Maletti, il cap. Del Gaudio è
già stato condannato, con rito abbreviato, ad un anno di reclusione
dal tribunale di Venezia all'esito dell'istruttoria nata dallo
stralcio di parte degli atti relativi alla strage di Peteano.
Che i servizi fossero in possesso di altre
fondamentali notizie, cui non dettero il legittimo sbocco
processuale, emerge soprattutto dal documento Azzi.
In esso si fa riferimento alla attribuibilità al
gruppo La Fenice (e a Rognoni personalmente) dell'attentato alla
Coop (individuato in quello avvenuto il primo marzo del 1973) e
all'idea di convincere Fumagalli e l'avanguardista Di Giovanni a
prendervi parte, come pure si fa riferimento al progetto, confermato
da altre fonti, di far rinvenire nelle adiacenze delle villa di
Giangiacomo Feltrinelli, nei pressi di Casale Monferrato, una
cassetta di esplosivo e parte dei timers residui dalla strage di
Piazza Fontana per avvalorare l'attribuibilità della strage a
quell'area.
La cassetta fu poi rinvenuta in una località
dell'appennino ligure subito dopo il fallito attentato al treno
Torino-Roma dell'aprile del 1973.
Dallo stesso documento sono ricavabili
indicazioni sulle responsabilità per l'attentato alla scuola
Italo-Slovena dell'aprile del 1974 (ultimo degli episodi riferiti
nell'appunto e l'unico verificatosi quando Azzi era già detenuto),
fatto per il quale il Sid tentò una attribuizione alla sinistra,
nonostante si collocasse temporalmente in una fase di estrema
tensione tra la destra locale e la comunità slovena triestina.
Agli atti del servizio è stato infatti ritrovato
un appunto, anche questo di pugno di Maletti, nel quale egli fa
riferimento ad una "fonte diretta mia" che indica una
matrice di sinistra per l'attentato e, riprendendo una nota
pervenuta dal centro CS locale, incarica Genovesi di predisporre un
appunto in tale senso per il direttore del servizio, consigliandone
l'inoltro al Ministero dell'interno.
Altro tema di estrema importanza è quello
dell'opera di inquinamento e di ostacolo svolta dai gruppi eversivi
e da settori dei servizi per pilotare politicamente gli avvenimenti
di quegli anni, determinando un deterioramento della situazione
dell'ordine pubblico così da alimentare una reazione dell'opinione
pubblica nei confronti della sinistra.
Alcuni di essi sono allo stato collocabili tra i
depistaggi successivi agli eventi e destinati ad impedire che
venissero individuati i veri responsabili.
Altri episodi invece dimostrano una volontà di
precostituzione di prove a carico della opposta fazione: la strage
di piazza Fontana costituisce, in quest'ambito, un capitolo a sé
per la straordinaria gravità dell'evento e per la complessità
delle implicazioni.
Anche lo stesso attentato, già richiamato, in
cui rimase ferito Nico Azzi doveva essere attribuito alla sinistra
e, per tale ragione, era stata ostentata la copia di Lotta
continua nella tasca dell'impermeabile dell'attentatore.
Alla sinistra doveva essere attribuito anche
l'attentato al treno Brennero-Roma, attentato che doveva avvenire
presso Bologna e che avrebbe dovuto determinare una situazione di
panico generale destinata a sfociare in una richiesta di
dichiarazione dello stato di emergenza nel corso della
manifestazione della maggioranza sileziosa prevista per il 12 aprile
(cinque giorni dopo) a Milano.
Lo stesso disegno - cioè la creazione di una
situazione di intollerabile allarme e la precostituzione di una
situazione favorevole ad iniziative autoritarie - proseguirà
peraltro con la campagna di attentati ai treni del 1974 che avrebbe
dovuto avere inizio a Silvi Marina (29 gennaio 1974) e svilupparsi
in un crescendo di atti delittuosi, alcuni dei quali programmati,
altri portati a termine, che doveva tragicamente raggiungere l'acme
nell'attentato dell'Italicus del 4 agosto.
E' emerso che anche l'attentato avvenuto nel
novembre del 1971 e che provocò il danneggiamento delle mura di
cinta dell'università Cattolica a Milano, doveva essere attribuito
alla sinistra.
Nell'ambito di una sofistica azione di
provocazione si collocò poi l'operazione di Camerino,
dettagliatamente ricostruita sia nell'ultima istruttoria di Bologna
che in quella di Milano.
In quella occasione furono fatti rinvenire armi
ed esplosivi unitamente a moduli di documenti in bianco e materiale
cifrato che ne consentissero l'attribuzione ad esponenti di
sinistra, coinvolgendo così gruppi politici di diversa provenienza
geografica e anche uno studente greco.
L'operazione fu compiuta con materiale esplosivo
fornito, secondo quanto affermato da Delle Chiaie, da Massimiliano
Fachini, mentre i documenti ed il cifrario furono chiesti a Guelfo
Osmani dall'allora ten. D'Ovidio che comandava il presidio
territoriale dei carabinieri a Camerino.
L'indicazione, che fece scattare formalmente
l'operazione di polizia giudiziaria, partì dalla compagnia
Trionfale dei Carabinieri di Roma ed in particolare dal cap.
Servolini.
Questi rese a tal proposito al giudice istruttore
una deposizione che lo stesso magistrato ha severamente valutato
("si caratterizza per le contraddizioni e l'assoluta
inattendibilità") mentre, secondo il racconto di Guelfo
Osmani, sarebbe stato proprio l'ufficiale a consegnare a D'Ovidio,
in presenza dello stesso Osmani, la canna di fucile poi ritrovata
insieme all'esplosivo, alle bombolette di gas e all'altro materiale
nell'arsenale.
La matrice di "sinistra" del deposito
fu raccolta e rilanciata con sospetta tempestività dal giornalista
Guido Paglia, che aveva da non molto lasciato i vertici di A.N., e
che, in un articolo pubblicato nella stessa data del rinvenimento,
riferisce dati che la decrittazione del cifrario, operazione
anch'essa di facciata, avrebbe reso disponibili agli inquirenti solo
qualche giorno dopo.
La vicenda vede pesantemente implicato il
Servizio se è vero che tra le carte sequestrate al gen. Maletti nel
novembre del 1980 è stata trovata, in uno degli appunti relativi
agli incontri con il direttore del servizio, alla data del 7 gennaio
1973, l'annotazione, accanto all'indicazione "Eversione di
sin.": "Camerino (armi dx)".
Ciò dimostra la consapevolezza dei vertici del
servizio della operazione di provocazione che sarebbe costata
l'incriminazione di alcuni esponenti dei gruppi di sinistra,
prosciolti definitivamente dalla Corte di Assise di Macerata solo il
7 dicembre del 1977.
Alla data dell'appunto Maletti non doveva essere
soddisfatto dello sviluppo degli accertamenti giudiziari tanto che
l'annotazione prosegue con una indicazione, non perfettamente
comprensibile, ma dalla quale si capisce la volontà di inviare un
anonimo alla Procura Generale della Repubblica di Ancona, secondo
una prassi della quale le istruttorie relative alla strage di
Bologna, a quella di Ustica, all'omicidio Pecorelli hanno dato non
edificanti esempi.
Si noti che l'operazione non nasce da una
estemporanea iniziativa della periferia, ma è nota e
meticolosamente sorvegliata dagli ufficiale centrali che ne
controllano attentamente gli effetti pronti ad intervenire con
aggiustamenti di tiro e correzioni; l'operazione obbedisce inoltre
ad un principio di economicità, ponendosi allo stesso tempo più
obiettivi ugualmente utili al servizio: dal coinvolgimento di
dissidenti greci alla polarizzazione dell'attenzione sulla violenza
e la pericolosità dei gruppi di sinistra in concomitanza con il
depistaggio operato per la strage di Peteano.
Osmani afferma inoltre di aver consegnato anche
un rilevante numero di moduli di patenti al capitano D'Ovidio,
moduli poi rinvenuti nel deposito di Camerino.
I 604 documenti consegnati al cap. D'Ovidio
facevano parte di uno stock di 4.700 moduli rubati al Comune di Roma
il 14 maggio 1972 e da quello stesso stock proviene il modulo del
falso documento intestato a Enrico Vaileti, rinvenuto sulla persona
di Sergio Picciafuoco a Bologna il giorno della strage.
Questo particolare impone inquietanti interrogativi sui mai chiariti
rapporti di Picciafuoco con i Servizi di informazione.