IL CASO PINELLI
"La memoria non significa soltanto
l’insieme dei ricordi vissuti in comune, ma la volontà di capire
il passato per costruire la propria coscienza critica".
Prendendo spunto da questa frase di Dario Fo,
trovata in internet mentre cercavo materiale per questo articolo,
potrebbe nascere una riflessione inquietante; o perlomeno nasce
sicuramente in me: quando ero ragazzo fatti che avevano segnato il
passato trent’anni prima erano già scritti nei libri di storia,
non sempre e non tutti con toni univoci (ci mancherebbe!), ma su
certi argomenti non c’era bisogno di discutere. Non c’era
bisogno di manifestare, per fare un esempio, "il ricordo"
dei forni di Auschwitz, perché quei forni erano già scolpiti nella
storia, avevano già contribuito a "costruire la nostra
coscienza critica".
Anche i fatti di Piazza Fontana oggi possono
contare su trent’anni "di vita"… Ma non su una
memoria. Perché c’è chi rifiuta ancora oggi di leggere in essi
l’oggettività storica di una strage di stampo neofascista,
un’oggettività che nemmeno la sentenza del 30 giugno 2001 della
Corte d’Assise di Milano (che ha inflitto tre ergastoli ai
neofascisti Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni per
l’attentato del 12 dicembre 69 alla Banca dell’Agricoltura)
sembra avere stabilito.
Ma Piazza Fontana, se è vero che non fa ancora
parte (purtroppo) della nostra Storia acclarata, rientra comunque
fra quegli accadimenti dell’Italia del dopoguerra che ogni anno
sembrano essere tolti dai cassetti impolverati che contengono
domande, tragedie e casi irrisolti, per tornare ad affacciarsi
prepotentemente sui media. A volte il fenomeno è dovuto solo alla
siccità estiva in materia di cronaca, altre volte sono altri fatti,
altri accadimenti recenti che vanno a risvegliare la nostra memoria
distratta, riportandola a concentrarsi su quei casi che da decenni
chiedono una soluzione. E Piazza Fontana (con i suoi strascichi di
sangue e veleni che vanno dalla bomba al caso Sofri/Calabresi) non
sfugge a questa regola. Anche quest’anno la sentenza del 30 giugno
e la successiva richiesta di Antonio Tabucchi (che per anni si è
battuto per una revisione del processo a Sofri, Bompressi e
Pietrostefani, e che ha rinnovato la richiesta di grazia per i
presunti responsabili dell’omicidio Calabresi) hanno riportato la
vicenda all’attenzione dei media.
Smemorati di trent’anni fa ora ricordano e/o
pontificano. Giampiero Mughini (ex Direttore di Lotta Continua, ma
estraneo al movimento) si è detto convinto della colpevolezza di un
commando di LC, ma non crede che l’ordine sia partito da Sofri.
Valerio Riva (ex direttore editoriale della Feltrinelli) conferma
questa tesi, tirando fuori (sempre a trent’anni di distanza…) le
confidenze di un misterioso giornalista danese. Mughini una cosa
giusta di certo l’ha detta: c’è almeno una decina di persone
che sa esattamente come si sono svolti i fatti relativi
all’omicidio Calabresi… Ma la stessa cosa la si può dire della
strage di Bologna, di Ustica ed in generale di tutti i casi
irrisolti che rendono inquieta e poco chiara la nostra storia
recente. Affidarsi alla speranza di un pentimento tardivo di uno di
questi individui (magari sul letto di morte, per dare un po’ di
coreografia…) può essere certamente molto teatrale, ma di sicuro
non è molto edificante per un Paese civile, che dovrebbe pretendere
che la verità emerga nelle sedi appropriate.
Aspettando dunque con ansia e timore che l’anno
prossimo arrivino altre tesi e altrettante smentite, e che alla già
oscura trama si aggiungano altri colpi di scena più o meno
credibili, io personalmente mi limito ad una triste considerazione:
ogni volta che si cerca di riprendere il filo che unisce Piazza
Fontana all’omicidio Calabresi si tende a glissare sulla morte di Giuseppe
Pinelli, quasi che quella morte sia un tassello scomodo da
posizionare in questo mosaico, nient’altro che un altro anello
mancante in una catena di fatti già carente in diversi punti, e
soprattutto ancora aperta.
Questo articolo non ha alcuna pretesa di essere
esaustivo riguardo l’intera, intricata vicenda che si snoda da
Piazza Fontana e arriva ai giorni nostri, dopo aver disseminato
sangue e veleni. Non pretende neppure di presentare "la verità,
finalmente!". L’unica intenzione di questo articolo è il
risvegliare la memoria di chi c’era e solleticare quella di chi
non c’era, non sa o ha dimenticato, presentando riferimenti
precisi che chi vorrà potrà approfondire. Proviamo dunque a
ricostruire i fatti, partendo dalla loro ricostruzione cronologica
L’attentato in Piazza Fontana, alla Banca
dell’Agricoltura, è del 12 dicembre 1969. Le indagini si
orientano da subito verso gli ambienti della sinistra, in special
modo verso gli anarchici. Numerose persone vengono fermate il giorno
stesso. Fra queste c’è Giuseppe Pinelli, che nella notte fra il
15 e il 16 dicembre cade dalla finestra dell’ufficio del
commissario Calabresi, e muore poco dopo il ricovero al
Fatebenefratelli.
Nella stessa notte il Questore Marcello Guida ed
il Commissario Calabresi danno la notizia durante una conferenza
stampa. Secondo la loro versione Pinelli si è suicidato, in quanto
sul suo conto gravavano pesanti indizi. Questa versione comincia
presto a fare acqua da tutte le parti. Il 27 dicembre Licia
Rognini (moglie di Giuseppe Pinelli) querela il Questore Guida
per diffamazione. Ecco un estratto dall’intervista che Licia
Pinelli rilasciò a Piero Scaramucci nel 1982 "… io ero
sicura al mille per cento che Pino non avesse fatto assolutamente
niente di quello di cui lo incolpavano e quindi sono partita prima
di tutto querelando il questore Guida per quello che aveva osato
dire. Dopo avrei pensato alla morte… Probabilmente ero imbevuta
della mia educazione, delle mie letture. Pensavo: prima l’onore,
poi il resto…". Guida sarà assolto nel dicembre del 70.
Sempre nei giorni immediatamente seguenti la
morte di Pinelli, "Lotta Continua" comincia ad
accusare esplicitamente il Commissario Calabresi di essere il
diretto responsabile della morte dell’anarchico.
Nel 1970 Calabresi querela per diffamazione il
periodico; il processo denominato "Calabresi/Lotta
Continua" comincia nell’ottobre dello stesso anno. Questo
processo, nel quale il Commissario si presenta come parte lesa,
diviene ben presto il palcoscenico sul quale ridiscutere il caso
Pinelli.
Nel giugno del 71 la vedova Pinelli denuncia
Calabresi e tutti gli agenti presenti ai vari interrogatori cui fu
sottoposto il marito fra il 12 ed il 15 dicembre 69 per omicidio
volontario: il giudice istruttore è Gerardo D’Ambrosio, che manda
avvisi di reato a tutti i denunciati.
Il 17 maggio 1972 il Commissario Calabresi viene
ucciso a Milano. Proprio quel giorno era prevista la presentazione
al Palazzo Reale di Milano de "I funerali dell’anarchico
Pinelli", quadro di Enrico Baj. Questa presentazione fu
annullata in seguito alla notizia dell’omicidio di Calabresi e non
fu più riproposta.
Il 27 ottobre 1975 D’Ambrosio chiude
definitivamente la sua inchiesta, lasciando l’amaro in bocca a
molti: leggendo per esteso la sentenza si ha l’impressione che il
giudice abbia trovato una matassa troppo intricata da dipanare. Le
sue ricerche chiudono con poche certezze; esclude categoricamente
che Pinelli si sia suicidato (e quindi conferma che tutti quelli che
dichiararono il contrario mentirono, ma senza approfondire le
motivazioni che stavano alla base di quelle menzogne); esclude
l’omicidio non trovandone le prove (e lo esclude con un vero
bizantinismo: "la mancanza assoluta di prove che un fatto è
avvenuto equivale alla prova che un fatto non è avvenuto")
e ritiene "verosimile" l’ipotesi di un malore.
Scartata l’ipotesi del suicidio e pure quella
dell’omicidio "volontario"; scartato pure il volo di
fantasia di D’Ambrosio del 1975 (che salomonicamente parlò di un
"malore attivo", per districarsi fra le scomode ipotesi di
suicidio ed omicidio), fra le altre ipotesi che furono fatte restano
le seguenti. Un interrogatorio "forzato" e svoltosi fuori
dalle procedure legali, in cui a qualcuno saltarono i nervi
giungendo a picchiare Giuseppe Pinelli fino a temere di averlo
ucciso; da qui la repentina decisione di sbarazzarsi del corpo
inscenando un suicidio più o meno verosimile. A favore di questa
ipotesi ci sarebbero l’ora di chiamata dell’ambulanza (uno dei
punti più controversi dell’intera vicenda e che anche la sentenza
D’Ambrosio spiega poco e male: sembrerebbe che l’ambulanza sia
stata chiamata pochi minuti prima della caduta dal balcone) e la
famosa "macchia ovalare" trovata sul collo del Pinelli
(che i sostenitori di questa ipotesi addebitarono ad una percossa
particolarmente violenta o ad un colpo di Karate). Una colluttazione
finita tragicamente per pura fatalità, al termine
dell’interrogatorio. O ancora: Pinelli aveva sentito o visto
qualcosa che non doveva sentire e/o vedere (teoria questa che Pietro
Valpreda, un altro degli anarchici accusati in un primo tempo per la
strage, confidò in un’intervista a Mauro Bottarelli)
"Pino è stato il granellino di sabbia che
ha inceppato il meccanismo. Dopo la bomba di Piazza Fontana avevano
cominciato la caccia agli anarchici, che erano la parte più
debole… la morte di Pino è stata un infortunio sul lavoro, per
loro sarebbe stato più comodo metterlo in galera con gravi
imputazioni e tenerlo dentro per anni…". Credo che questa
frase di Licia Pinelli, sempre estratta dall’intervista che Licia
Pinelli rilasciò a Piero Scaramucci nel 1982, sintetizzi meglio di
ogni altra la vicenda.
Nell’ottobre del 1998 io avevo da poco tempo
terminato di leggere "Il Malore Attivo dell’anarchico
Pinelli" (volume edito dalla Sellerio nel quale Adriano
Sofri raccolse la sentenza del 1975 di Gerardo D’Ambrosio), quando
per motivi personali mi recai a Milano. Il caso volle che quel
giorno sul "Corriere della Sera" apprendessi della
notizia sulla possibile revisione del processo a Sofri e compagni.
Arrivato in Piazza del Duomo la curiosità mi spinse a chiedere ad
un passante dove fosse Piazza Fontana. Fu così che vidi, nel
giardinetto, la targa che ancora ricorda Giuseppe Pinelli, e notai
con piacere che c’era ancora gente che depone dei fiori, vicino.
La soddisfazione di quell’attimo mi portò un’altra riflessione;
pensai infatti che c’era chi aveva ritenuto fosse cosa opportuna
invitare Adriano Sofri – "INDIPENDENTEMENTE"
dall’accertamento delle sue responsabilità nell’omicidio a lui
contestato – a chiedere scusa alla vedova Calabresi ed in generale
a fare ammenda di ciò che a suo tempo scrisse di quei fatti; e
pensai che esisteva un’altra vedova, in Italia, alla quale nessuno
ha pensato di fare delle scuse, e per la quale nessuno s’è
scomodato affinchè le arrivasse un’autocritica da parte di
chicchessia.
Questa fu la molla che mi spinse a scrivere a
Licia Pinelli partecipandole - per quel che può valere – la mia
solidarietà. Fu in questa occasione che conobbi la Signora Pinelli,
che mi fece omaggio del libro che più volte ho citato qui:
l’intervista che rilasciò a Piero Scaramucci