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Guerre in Afghanistan 
Oleodotti e vie della droga
Dario Ghilarducci , febbraio 2003 


Petrolio, narcotraffico, jihad, bombardamenti e terrorismo. Alla ricerca delle origini dei gruppi integralisti islamici da 'eroici combattenti contro l'occupazione sovietica', a 'multinazionale del terrore'. Le responsabilità e gli interessi economico-militari Usa nel paese asiatico. 



Da sempre crocevia strategico tra l'Asia centrale ed i paesi del golfo indiano, l'Afghanistan è un paese ampio e poco popolato, situato ad un'altezza media di oltre 1.800 metri. Per il suo paesaggio aspro ed incontaminato e per la sua posizione strategica sull'antica "via della seta", è divenuto nei secoli meta dei viaggiatori europei fin dai tempi di Marco Polo.



Attraverso le montagne afghane sono passate tutte le invasioni e le migrazioni della lunga storia dell'Asia centrale. Il territorio afghano ha fatto parte di tutti gli imperi che si sono succeduti nel continente asiatico. Nei tempi più remoti, nel VI secolo a.C., l'Afghanistan faceva parte dell'Impero Persiano; nel IV secolo a.C. questo territorio, che allora prendeva il nome di Battriana, fu conquistato da Alessandro Magno re dei macedoni. Fu lo stesso Alessandro a fondare quelle che sono oggi le maggiori città del paese, dalla capitale Kabul ad Herat e Kandahar. Dopo la morte di Alessandro nel 323 a.C., l'Afghanistan divenne parte del regno dei Seleucidi e continuò a restare sotto l'orbita ellenistica fino all'inizio dell'era cristiana, quando passò sotto il dominio dei Parti e di altri popoli asiatici nemici di Roma. Nel VI secolo d.C. l'Afghanistan passò nuovamente sotto il dominio persiano, finché nel VII e VIII secolo non fu conquistato dagli arabi, che vi imposero la religione islamica. Fra il XIII ed il XIV secolo fu conquistato dai Mongoli, prima da Gengis Khan e poi da Tamerlano. Dopo la conquista mongola, il ruolo economico di questo territorio divenne centrale, dal momento che era attraversato dalla "via della seta", rotta delle carovane commerciali che collegavano la Cina settentrionale al Mediterraneo.



Nel corso dei secoli attraverso tutte queste diverse dominazioni, le montagne afghane avevano continuato ad essere popolate da tribù semiautonome, gli hazari, gli uzbechi, i turkmeni, i pashtun. A partire dal XVI secolo, queste tribù iniziarono ad assumere un ruolo indipendente, approfittando del conflitto tra i mongoli, che dominavano il nord-est del territorio, ed i persiani. All'inizio del XVIII secolo, il dominio mongolo fu eliminato completamente e l'Afghanistan restò sotto l'influenza persiana, fino a che, nel 1747, Amhad Shah, il capo di uno dei clan di etnia pashtun, ruppe definitivamente con il dominio persiano, e diede vita ad uno stato afghano autonomo, più ampio dell'attuale Afghanistan, perché comprendeva ad est anche il Punjub (adesso indiano) ed il Kashmir.



La monarchia era tuttavia estremamente fragile. Le maggiori tribù non riconoscevano il governo centrale e continuavano a mantenersi in un regime di semiautonomia limitandosi ad inviare al sovrano delle milizie. Nei primi decenni dell'ottocento il regno afghano cominciò a subire forti pressioni esterne in quello che fu poi definito il "Grande Gioco"[1]: a nord dall'espansione russa, a sud-est dalla presenza inglese in India. Gli inglesi cercarono a più riprese di estendere i loro possessi al cruciale territorio afghano subendo tuttavia pesanti sconfitte sull'impervio territorio montuoso nelle guerre del 1838-42 e del 1878-80. La corona britannica si vide costretta a rinunciare ad imporre un dominio coloniale diretto su questi territori ed a ripiegare su di una sorta di controllo indiretto: la politica estera afghana restò affidata all'Inghilterra che inviava un suo rappresentante a Kabul in cambio di garanzie di difesa da aggressioni esterne. La piena indipendenza dell'Afghanistan venne riconosciuta dagli inglesi solo nel 1921 dopo un terza guerra anglo-afghana. Fino al 1921 il territorio afghano rappresentò una pedina importante nei giochi delle potenze coloniali, divenendo una sorta di stato cuscinetto tra l'Impero Inglese e quello Russo. Gli attuali confini dell'Afghanistan furono tracciati a tavolino dagli inglesi nel 1893 senza tener conto delle tribù e dei clan. L'assenza di dominazione coloniale diretta ha avuto anche la conseguenza di impedire, o almeno di rallentare fortemente, l'inizio del processo di modernizzazione che caratterizzò, pur in forme diverse, sia l'India sotto il dominio britannico, sia i territori asiatici sotto il dominio dell'Impero Russo: Tagikistan, Uzbekistan, Turkmenistan.



L'Afghanistan rimane dunque durante tutta la sua storia, una federazione di etnie e tribù.[2] 



Ad oggi, l'etnia maggioritaria, tra il 45 ed il 55% della popolazione, è quella pashtun a cui è sempre appartenuta la "classe dirigente" del paese ed in particolare le famiglie reali appartenenti al clan pashtun Durrani (nome assegnato da Amhed Khan al suo clan ai tempi della formazione del regno afghano). I pashtun parlano il pashtu, un idioma indoeuropeo. 



I tagiki rappresentano circa il 20-25% della popolazione, sono agricoltori sedentari e parlano il dari, una variante del farsi, lingua ufficiale dell'Iran appartenente al ceppo indoeuropeo. Il dari è anche la lingua ufficiale di comunicazione tra le varie etnie afghane.



Gli hazara rappresentano circa il 12-14% della popolazione e, al contrario delle altre etnie, tutte musulmane di confessione sunnita, sono musulmani sciiti come gli iraniani. 



Gli uzbeki, agricoltori sedentari che rappresentano circa un 8-10% della popolazione ed i turkmeni (circa 2,5% della popolazione) appartengono al ceppo linguistico turco.



Tutte queste etnie, tranne la piccola minoranza dei nuristani, convertiti all'Islam solo alla fine del XIX secolo, sono state islamizzate precocemente, all'epoca della conquista araba dell'Afghanistan. La divisione etnica ha segnato la società e la storia del paese e le varie etnie non hanno mai presentato un fronte politico compatto. Anche all'interno delle stesse etnie, anche di quella pashtun, la più numerosa, le tribù hanno spesso mutato fronte e partito e la rete principale di socialità e legami passa, oggi come ieri, attraverso i clan familiari, piuttosto che tra i più vasti raggruppamenti etnici. L'importanza del fattore etnico è diventata dominante negli anni Settanta-Ottanta del Novecento, sia con la guerra contro i sovietici che con le vicende successive.



La via della modernizzazione in Afghanistan è particolarmente difficile. Nel 1919 diventò re Amanullah Khan, il sovrano che condusse la terza guerra anglo-afghana contro gli inglesi e che ottenne il riconoscimento della piena indipendenza. Amanullah avviò una politica di riforme e di occidentalizzazione ma nel 1919 fu deposto dai gruppi tradizionalisti e sostituito da Nadir Khan, assassinato dopo solo quattro anni di regno. Gli succedette nel 1933 il figlio Zahir Mohammad Khan, che per i primi decenni di regno attuò una politica di tipo conservatore, ma che negli anni cinquanta effettuò una svolta modernizzante, di caute riforme e trasformazioni, e che nel 1959 varò l'abolizione del velo femminile. Dal punto di vista della collocazione politica internazionale, Zahir Khan si accostò ai "paesi non allineati"[3] e riuscì a mantenere il paese neutrale negli anni della guerra fredda. A finanziare il processo di modernizzazione del paese e la costruzione di infrastrutture contribuirono in egual misura statunitensi e sovietici, paesi comunisti e paesi occidentali. 



La persistenza della struttura etnica tradizionale continuò ad impedire che si realizzassero riforme sostanziali, bloccando il tentativo innovatore del re. Nel 1973, in seguito alla diminuzione degli aiuti internazionali e ad una terribile carestia, Zahir Khan venne deposto da un colpo di stato guidato dal suo primo ministro, Mohammad Daud, e si stabilì a vivere in esilio a Roma, da dove, nonostante la tarda età, ha recentemente ripreso un ruolo politico nella ricostruzione del paese. Mohammad Daud, salito al potere con l'appoggio di una vasta coalizione comprendente sia i militari, sia i partiti marxisti e filosovietici, abolì la monarchia, proclamandosi presidente, e governò fino al 1978, quando, in seguito ad un suo riavvicinamento al Pakistan e all'Occidente a scapito della tradizionale politica di non allineamento, fu assassinato durante un colpo di stato. Salirono al potere il presidente Taraki di etnia pashtun ed il vicepresidente Karmal di etnia tagika, assistiti da consiglieri sovietici. Il regime si presentò da subito come filosovietico e le riforme che intraprese furono assai radicali e mirarono alla modernizzazione a tappe forzate del paese. Questa opera di modernizzazione conseguì in parte dei risultati almeno per quanto riguarda l'ambiente urbano: le donne iniziarono ad uscire dalle loro case, studiarono, ebbero accesso alle università ed al mondo del lavoro, mettendo in crisi, sia pure in fasce ristrette della popolazione, i rapporti familiari e di clan provocando durissime resistenze in senso tradizionalista. Altre resistenze altrettanto dure vennero dai proprietari terrieri, colpiti da una riforma agraria molto radicale che non raggiunse comunque l'effetto di procurare al regime il consenso delle masse rurali più povere legate alla struttura tradizionale. Tra il 1978 ed il 1979 il paese restò in preda alla guerra civile: da una parte, la fazione filosovietica e radicalmente modernizzante, dall'altra un'insorgenza islamica legata ai clan ed ostile alle riforme del regime.



Nel dicembre del 1979 l'Armata Rossa occupò l'Afghanistan in quello che si sarebbe rivelato, per il regime sovietico, un tragico errore carico di conseguenze per l'intera URSS. Il ritiro delle truppe sovietiche fu completato definitivamente da Gorbacev nel febbraio del 1989. Il paese uscì dalla guerra diviso, dilaniato da conflitti etnici e disseminato di mine anituomo. Gli scontri tribali portarono alla vittoria del regime dei taliban[4] che in soli 3 anni, dal 1994 al 1997 conquistarono il potere su quasi tutto il paese eccettuate le province più a nord.



Il regime dei taliban si è da subito mostrato come estremamente oscurantista sprofondando il paese indietro di secoli secondo i precetti dell'Islam più integralista. La sharia venne applicata nelle sue forme più rigide, furono soppresse la musica, la televisione, i libri, i giornali, lo studio delle letterature e delle scienze, le banche. Le donne furono costrette ad indossare il burka[5], fu loro impedito di studiare o lavorare, furono confinate in casa, nessun uomo poteva sfiorarle o parlare direttamente con loro, i medici non potevano curarle efficacemente, essendo loro impedito di toccarle e di vederle sotto il burka. Oltre a tutto questo, il paese divenne il maggior produttore di oppio ed eroina, utilizzati prima per finanziare il jihad contro i russi e successivamente divenuti una delle fonti di reddito primario e di finanziamento per il nuovo jihad, questa volta contro il mondo occidentale. Il regime dei taliban, ha inoltre offerto ad Osama Bin Laden ed alla rete di al-Qaeda una base logistica sul proprio territorio, dalla quale sono stati progettati gli attentati contro le ambasciate americane e quello contro le Twin Towers dell'11 settembre 2001. A seguito di questo ultimo attentato, gli Stati Uniti, insieme ad un'ampia coalizione internazionale antiterrorismo, hanno bombardato l'Afghanistan fino alla sconfitta dei taliban ed alla loro sostituzione con una coalizione guidata dall'ex re Hamir Karzai e comprendente sia gruppi di mujahiddin (come ad esempio l'Alleanza del Nord) sia politici legati alla monarchia deposta nel 1973. La situazione è ancora estremamente instabile e gli scontri continuano.



Geopolitica della Guerra Fredda: la creazione del "mostro"


D: E nessuno di voi è pentito di avere supportato il terrorismo islamico con 

armi ed addestramento?

Brzezinsky: Cosa è più importante per la storia del mondo? I talebani od il collasso dell'impero sovietico? Qualche musulmano esaltato o la liberazione dell'Europa centrale e la fine della guerra fredda?[6]



Il periodo dell'occupazione sovietica dell'Afghanistan è uno dei nodi principali per comprendere i successivi sconvolgimenti che hanno investito il mondo delle relazioni internazionali portando al dissolvimento dell'Unione Sovietica ed alla nascita di tutte le principali reti terroristiche islamiche tuttora operanti.



Le ragioni che hanno spinto all'intervento sovietico sono molteplici e sono state il frutto di una decisione ristretta del politburo dell'allora segretario del PCUS, Leonid Breznev.[7] Tutto ebbe inizio con il colpo di stato del 1973 organizzato dal principe Mohammed Daud che detronizzò il re Zahir Sha. L'Afghanistan venne proclamato repubblica e successivamente nel 1978 il Partito Democratico del Popolo Afghano (PDPA) dette il via alla "rivoluzione d'aprile" che dette vita alla Repubblica Democratica dell'Afghanistan sotto la guida di Mohammed Taraki.



Le riforme del nuovo regime filo-sovietico si incentrarono sulla laicizzazione e sovietizzazione del paese producendo un largo scontento popolare che sfociò presto in resistenza armata di matrice islamica. Intorno alla metà del 1979 tutte le formazioni della guerriglia islamica si erano riunite in unico fronte di resistenza sostenuto in un primo momento da Iran, Pakistan e Cina, che aveva il controllo di quasi l'80% del territorio afghano. A questo punto entrarono in gioco gli Stati Uniti. Il governo di Washington, preoccupato da una possibile estensione della minaccia comunista e della possibilità per l'Unione Sovietica di controllare un'area tanto strategica (sia da un punto di vista geopolitico che economico), decise di appoggiare la resistenza islamica. 



Emblematica un'intervista rilasciata nel 1998 dall'ex consigliere per la sicurezza nazionale statunitense Brzezinsky: "Secondo la versione ufficiale della faccenda, gli aiuti ai mujahiddin da parte della CIA sono cominciati durante il 1980, ovvero, dopo che l'Armata Rossa aveva intrapreso l'invasione dell'Afghanistan il 24 dicembre 1979. La realtà, rimasta fino ad oggi strettamente celata, è completamente diversa: è stato il 3 luglio 1979 che il presidente Carter ha firmato la prima direttiva per aiutare segretamente gli oppositori del regime filo-sovietico di Kabul. Quello stesso giorno ho scritto una nota al presidente nella quale si spiegava che a mio parere quell'aiuto avrebbe determinato un intervento armato dell'Unione Sovietica in Afghanistan. 



Domanda: nonostante questo rischio lei ha sostenuto questa azione segreta. Ma lei stesso desiderava questo intervento sovietico ed ha cercato di provocarlo? B: non è proprio così. Non abbiamo spinto ad intervenire, ma abbiamo consapevolmente aumentato la probabilità di un loro intervento".[8] Infatti l'Unione Sovietica non tardò ad intervenire e lo fece pochi mesi dopo, il 24 dicembre 1979.



Proprio il periodo dell'occupazione sovietica durato dieci anni, vide il proliferare ed il rafforzarsi di gruppi di guerriglia islamica, appoggiati ed addestrati sia da stati musulmani, quali ad esempio l'Iran ed il Pakistan, sia dagli stessi Stati Uniti d'America.[9]



Questi gruppi di combattenti non raccoglievano solo militanti afghani e pakistani, ma beneficiavano di un sistema di reclutamento con svariate basi di appoggio su tutto il pianeta. Molto spesso venivano utilizzati a questo scopo enti ed associazioni di carattere filantropico come ad esempio la Tablighi Jamaat. Questa organizzazione islamica di carattere missionario è una delle più estese e ramificate sul pianeta e vide i suoi albori in India nella regione di Mewat, una città vicino a Dheli, nel 1926 ad opera di Maulana Mohammad Ilyas. Inizialmente essa nacque con lo scopo principale di "purificare" i musulmani indiani che ancora stentavano ad allontanarsi completamente dalle pratiche religiose indù ed operava essenzialmente mediante la predicazione diretta e l'insegnamento orale basato sulla costruzione di stretti rapporti personali con i fedeli, trascurando l'utilizzo degli scritti teologici e dei testi didattici stampati.[10] Presto la Tablighi si allargò a tutta l'India mediante la costituzione di un sistema di madrase (scuole coraniche) e nel resto del pianeta tanto che ad oggi l'incontro che si svolge ogni anno a Raiwind vicino a Lahore in Pakistan, è "divenuta la seconda più vasta adunanza del mondo musulmano dopo l'annuale haj, o pellegrinaggio alla Mecca".[11] Alla metà degli anni '80 emissari della Tablighi iniziarono ad infiltrarsi nelle scuole, nelle università e persino nelle carceri del mondo arabo. I possibili candidati venivano discretamente avvicinati e venivano offerti loro gratuitamente dei soggiorni di studio religioso in Pakistan. I corsi duravano mediamente 6 settimane, alla fine delle quali iniziavano a presentarsi agenti dell'ISI[12] in borghese offrendo, a chi volesse accettare, ulteriori lezioni ed addestramenti di carattere militare.[13] Il caso della Tablighi Jamaat non è certo isolato e le operazioni di reclutamento si svolgevano anche al di fuori del mondo arabo fino a giungere agli Stati Uniti d'America. Il reclutamento non era gestito direttamente dai servizi di intelligence americani, che limitandosi a detenere la sovraintendenza del piano, delegavano di volta in volta ad enti filantropici e religiosi musulmani le operazioni pratiche. Ad esempio a Brooklyn operava un Centro per i profughi afghani di nome Al-Kifah, conosciuto invece dai musulmani come Al-Jihad (proprio ad indicare la sua funzione primaria) che si occupava direttamente sia del reclutamento che della raccolta fondi per il jihad afghano. 



Uno dei personaggi di spicco che orbitavano attorno a questo centro era un ex guerrigliero palestinese di nome Abdullah Azzam. Questi era stato tra i fondatori nella Striscia di Gaza del movimento di resistenza islamica Hamas.[14] Oltre alle attività di reclutamento, esistevano negli USA vari campi di addestramento organizzati dalla CIA e dai corpi speciali delle forze armate per gli ufficiali e sottoufficiali, soprattutto pakistani ed egiziani, che avrebbero successivamente insegnato a loro volta quanto appresso ai combattenti del jihad contro i sovietici nei campi di addestramento pakistani. Uno dei campi più importanti era (ed è tutt'oggi) quello di Camp Peary, un appezzamento di terreno di circa 25 miglia quadrate che si estende a nord-est di Williamsburg tra la statale 64 ed il fiume James nello stato della Virginia.[15] Erano previsti corsi di addestramento all'uso dei più svariati sistemi di armi, al reclutamento, all'utilizzo di esplosivi, al combattimento corpo a corpo. Altre basi in cui venivano impartiti gli stessi tipi di insegnamenti erano quella di Harvey Point in North Carolina e quella di Fort A. P. Hill in Virginia.[16]



Le tecniche insegnate agli ufficiali dell'ISI pakistano e poi trasmesse ai combattenti del jihad afghano, come ad esempio quelle di infiltrazione e recupero dei compagni feriti o delle armi dietro le linee nemiche, sono state in seguito utilizzate con successo anche dopo la fine dell'occupazione sovietica dell'Afghanistan da gruppi integralisti operanti altrove, come ad esempio in Algeria o in Egitto.[17]



Gli Stati Uniti hanno scelto di addestrare gruppi di guerriglieri islamici con il fine dichiarato di contrastare l'occupazione sovietica, senza preoccuparsi del fatto che l'alleato che avevano scelto avrebbe potuto in futuro ribellarsi contro di loro. Come afferma Russel J. Bowern (ex analista dei servizi segreti e consulente della CIA): "L'idea era questa: avevi un compito da svolgere, lo svolgevi e solo dopo risolvevi i problemi".[18]



Una delle figure di spicco che presero parte al jihad afghano fu Osama Bin Laden. Questo ricco magnate doveva la sua fortuna ad un'ottima gestione manageriale dell'impresa edile costruita dal padre, la più grande al mondo nel settore.[19] Egli stesso a proposito della propria scelta di andare a combattere, dichiarò al giornalista dell'Independent Robert Fiske: "Ero infuriato e ci andai subito".[20] Bin Laden costituì presto una base a Peshawar visto di buon occhio sia dalla CIA che dall'ISI e cominciò ad usare i fondi personali e delle proprie società (che nel frattempo si erano moltiplicate e spaziavano dal campo dell'edilizia a quello del petrolio)[21] per finanziare il reclutamento, il trasporto e l'addestramento di volontari arabi che si arruolavano per il jihad. Nel 1985, aveva raccolto fondi sufficienti per organizzare al-Qaeda (la Fondazione per la Salvezza dell'Islam), una vera e propria rete di addestramento e reclutamento con centri in Arabia Saudita, Egitto e Pakistan.[22] 



La rete di Bin Laden come è noto, è sopravvissuta al jihad contro i sovietici ed ha iniziato a rivolgere i propri attacchi al nuovo nemico: gli Stati Uniti d'America. Prima dell'attentato dell'11 settembre 2001 a New York e per il quale la rete di al-Qaeda è ritenuta responsabile, l'organizzazione di Bin Laden aveva già portato a termine un attentato al World Trade Center nel febbraio del 1993, pianificandone numerosi altri, portando a compimento con successo la distruzione delle ambasciate americane a Nairobi e Dar-es-Salam il 7 agosto 1998.[23] 







Traffico di stupefacenti e finanziamento dei jihad
Non esistono prove certe di un coinvolgimento diretto dei servizi di intelligence statunitensi con i signori della droga afghani per incentivare e favorire i loro traffici, ma è comunque certo che se la CIA non intervenì direttamente per favorirne i traffici illeciti, ne era comunque a conoscenza e non fece niente per impedirli. Fonti dell'ex KGB sono assolutamente più drastiche in materia individuando come maggiore responsabile del narcotraffico durante il periodo del jihad afghano il leader del Fronte Nazionale Islamico (NIF) Ahmed Gaylani e sostenendo quanto segue: "si ritiene che il vero re dell'eroina sia Gaylani, che ha superato di gran lunga Hekmatyar nel business dei narcotici e che controlla la stragrande maggioranza delle attività della mafia dell'oppio e la CIA collabora strettamente sia con Hekmatyar che con Gaylani".[24] 



Ovviamente le notizie riportate dalle fonti di intelligence sovietiche devono essere prese con la dovuta cautela, ma sta di fatto che anche alla Casa Bianca già dal 1979, esistevano pareri discordanti e diffidenze in merito alla decisione statunitense di inviare armi a sostegno del jihad afghano. Si registra a tal proposito la posizione del dottor David Musto, psichiatra dell'Università di Yale e membro dello Strategy Council on Drug Abuse di Washington. Questi dichiarò di fronte allo Strategy Council del presidente Carter: "Stiamo andando in Afghanistan a sostenere i coltivatori di oppio nella ribellione contro i sovietici. Non dovremmo tentare di evitare quello che abbiamo fatto in Laos? Non dovremmo tentare di pagare i coltivatori per convincerli a estirpare i raccolti di oppio?".[25] Munto ribadì le proprie preoccupazioni in un'intervista al New York Times nel maggio del 1980 lamentando una totale mancanza di coordinamento tra la conduzione della "guerra sporca" afghana e le politiche di soppressione del traffico di stupefacenti.[26] 



La questione era infatti particolarmente scottante ed era già stata preventivamente discussa in una riunione dei vertici della DEA (il Dipartimento Antinarcotici Statunitense) tenutasi all'aeroporto J. F. Kennedy di New York nel dicembre del 1979. La relazione dell'agente speciale Ernie Staples, appena tornato dall'Afghanistan, ammise la gravità della situazione: l'aumento della produzione e della diffusione dell'eroina e l'impossibilità di intercettare le partite di droga in prossimità delle zone di coltivazione a causa di una "situazione politica sfavorevole".[27]



Gran parte dell'economia afghana durante gli anni del jihad contro i sovietici ed anche successivamente, si è basata sul traffico di oppio, morfina ed eroina al punto che i guerriglieri appartenenti alle varie formazioni armate ricevevano delle licenze in concomitanza con i periodi della semina e del raccolto per tornare ai loro campi di papavero.[28] La produzione di oppio ed eroina che era stata marginale fino alla fine degli anni '70, incrementò vertiginosamente fino a portare l'UNDCP (l'agenzia delle Nazioni Unite che si occupa del monitoraggio della produzione e traffico di stupefacenti e della messa in atto delle politiche antidroga) a dichiarare in un comunicato stampa del 30 dicembre 1999 che l'Afghanistan è divenuto il primo produttore mondiale di oppio, calcolando la produzione per il 1999 intorno alle 4.600 tonnellate.[29] 



L'aumento vertiginoso della produzione di stupefacenti in Afghanistan affonda le sue radici in ragioni di carattere politico-sociale: da una parte la necessità di fonti per il finanziamento del jihad che ha visto nell'oppio e nell'eroina sia un'arma da utilizzare contro il nemico sovietico,[30] sia l'unico bene abbastanza pregiato da permettere l'acquisto di armi; dall'altra la struttura stessa del sistema tribale afghano con le sue forme di credito e di scambio. Data l'assenza nel paese di un sistema bancario e la minima parte di popolazione che beneficia dei progetti di microcredito avviati da ONG, continuano ad esistere delle forme tradizionali di credito. La principale di queste forme di credito prende il nome di salaam e si basa sulla vendita anticipata dei prodotti dei campi, primo fra tutti l'oppio. Le altre due forme di credito sono la ila o anawat, ovvero l'acquisto nei negozi dei beni di consumo a credito e la qarze hasana basata su prestiti ottenuti dai membri della famiglia senza interessi. Tutte queste forme di credito fanno dell'oppio il motore centrale dell'economia utilizzandolo come bene di scambio e strumento di credito.[31]



Lo stesso avvento al potere dei taliban, che pur si impegnarono su pressione delle Nazioni Unite ed in particolare dell'UNDCP a sradicare le piantagioni illecite, non ha visto un miglioramento della situazione, probabilmente anche a causa di limiti evidenti nella gestione del programma della Nazioni Unite da parte del responsabile Pino Arlacchi. 



L'UNDCP lanciò un primo programma di riconversione delle coltivazioni illecite nel 1989 che prevedeva una "clausola del papavero" secondo cui i contadini avrebbero ricevuto finanziamenti per altre coltivazioni solo nel momento in cui si fossero impegnati a non coltivare più i papaveri da oppio. Il progetto non andò a buon fine e le coltivazioni illecite triplicarono tra il 1989 ed il 1994.[32] Un secondo progetto dal nome "Poppy Crop Reduction Project" (progetto di riduzione della coltivazione di papavero) fu varato nel 1997, prevedeva un investimento di 12,5 milioni di dollari Usa per il periodo 1997-2001. Il progetto fu finanziato da Germania, Italia, Paesi Bassi e Stati Uniti anche se non raggiunse mai l'intera cifra prevista dal budget iniziale. La "clausola del papavero" veniva implementata in questo progetto con dei "Piani di Azione di Controllo della Droga" condotti a livello locale e di distretto secondo i quali l'UNDCP avrebbe assicurato gli aiuti allo sviluppo solo dopo la messa al bando delle coltivazioni illecite da parte delle autorità distrettuali e di villaggio.[33] 



Il governo dei taliban dal conto proprio aveva fatto dei passi in avanti sulla via dell'eradicazione delle coltivazioni illecite; il primo segnale fu un messaggio trasmesso tramite la radio il 10 settembre 1997 da parte del Ministro Taliban degli Affari Esteri che ricordava alla popolazione come l'utilizzo di stupefacenti fosse contrario alla religione islamica e come sia il consumo che la coltivazione sarebbero stati puniti per legge. Il messaggio fu successivamente emendato 10 giorni dopo chiarendo che la coltivazione dell'oppio veniva messa al bando.[34] 



Il programma dell'UNDCP iniziava a dare in suoi frutti mostrando riduzioni significative nelle zone dove era maggiormente attuato come il distretto di Kandahar, che vide alla primavera del 2000 un declino della produzione complessiva di oppio del 28%.[35] Il passo definitivo da parte del governo dei taliban fu fatto dal loro leader, il Mullah Omar che emise una fatwa (condanna religiosa) il 27 luglio 2000 ordinando la messa al bando totale dell'oppio per la stagione successiva. Il programma dell'agenzia delle Nazioni Unite sembrava andare per il meglio quando Pino Arlacchi ne annunciò il ritiro nel settembre 2000. La notizia colse di sorpresa lo stesso personale dell'UNDCP operante in Afghanistan che lo apprese indirettamente dall'emittente BBC.[36] Pare che le ragioni di questo ritiro fossero da imputare sia ad una crescente pressione internazionale per impedire ulteriori aiuti economici al regime oscurantista ed irrispettoso dei diritti umani dei taliban, sia a vicende interne all'UNDCP che vedevano coinvolto lo stesso Arlacchi in polemiche ed operazioni poco chiare.[37] 



L'Afghanistan non è mai stato completamente sotto il controllo del regime dei taliban e numerose altre formazioni guerrigliere che si opponevano al regime insediatosi a Kabul dopo il jihad contro i sovietici, continuarono a coltivare il papavero da oppio come fonte primaria di sostegno e finanziamento per le proprie azioni militari. Le stesse formazioni dell'Alleanza del Nord comandate da Shah Mashud,[38] erano dedite alle coltivazioni illecite ed al traffico di stupefacenti che tuttora continuano ad intrattenere soprattutto con ex ufficiali dell'esercito sovietico divenuti potenti signori della droga a capo di grandi famiglie mafiose.[39]



I dati raccolti per l'anno 2001 dimostrano un calo delle coltivazioni illecite dovuto ai bombardamenti ed alla guerra, ma i primi dati per il 2002 mostrano di nuovo un incremento nella produzione, utilizzata indistintamente come fonte di finanziamento tanto dai gruppi armati locali, tanto dalla stessa rete di al-Qaeda. Quest'ultima secondo la CIA non si occupa direttamente della coltivazione e dello smercio di oppio ed oppiacei in genere, ma si limita ad imporre delle tassazioni sui produttori o fa pagare la propria protezione armata ai convogli che si spostano via terra verso il Pakistan e le ex repubbliche sovietiche con i loro carichi di droga.[40]



I bombardamenti e la ricostruzione: geostrategia delle pipelines
La decisione del governo statunitense di bombardare l'Afghanistan dopo l'attentato terroristico dell'11 settembre 2001, non è da ricercarsi unicamente nella scelta di dare una risposta militare a quella che è stata definita da più parti la "multinazionale del terrore"[41], ma affonda le proprie radici anche nella ricerca del controllo delle fonti energetiche della regione del Caspio. 



Considerare i bombardamenti in Afghanistan solo come un'azione bellica, non farebbe che sottolineare l'impreparazione militare degli Stati Uniti e dei loro alleati di fronte alla minaccia terroristica. Come affermato da Qiao Linag e Wang Xiangsui, non è certamente possibile tentare di sconfiggere il terrorismo con i metodi tradizionali della guerra tra stati, sia per le caratteristiche intrinsecamente diverse del fenomeno, sia per la necessità di utilizzare nuove combinazioni di metodi e strategie.[42] Sostenere pertanto che gli Stati Uniti abbiano utilizzato l'opzione militare sul territorio afghano solo per scopi bellici, significherebbe sottovalutare di gran lunga le capacità operative e di pianificazione strategica statunitensi, oltre a non individuare ragioni di carattere prettamente economico finalizzate al controllo delle risorse energetiche su scala globale.[43] 



Lo strumento della guerra può essere inteso come espressione di "un linguaggio che gli USA sanno parlare molto bene"[44] come dimostrato anche nella legge antiterrorismo varata dal Congresso, il "Patriot Act".[45] Essa prevede oltre alle azioni belliche svariate operazioni antiriciclaggio e di trasparenza finanziaria per colpire le reti terroristiche anche da un punto di vista economico. L'opzione bellica appare perciò ad un tempo insufficiente ed estremamente dispendiosa sotto tutti i punti di vista (economico, sociale, politico), se non giustificata da altre ragioni oltre alla lotta al terrorismo internazionale. Mi permetto inoltre di aggiungere, sempre basandomi sull'utile interpretazione del fenomeno bellico fornita dai due Colonnelli Generali cinesi,[46] di non comprendere in che modo si possa far guerra ad una entità diffusa e ramificata a livello internazionale bombardando intensivamente un paese, se non per ottenere la distruzione di singole entità di pianificazione logistica, come le basi di addestramento di al-Qaeda, insufficiente comunque ad eradicare il fenomeno. Viene da chiedersi a questo punto se un'azione tanto massiccia quale il bombardamento intensivo dell'Afghanistan non abbia ragioni più profonde che ne giustifichino la messa in atto. Le supposizioni sono molteplici e vanno dalle affermazioni di gruppi antagonisti e pacifisti che quasi ironicamente ipotizzano la necessità da parte del governo statunitense di smaltire gli arsenali di armi all'uranio impoverito che da troppo tempo stazionano nei magazzini,[47] alle interpretazioni a mio avviso ben più realistiche che hanno riportato alla luce l'importanza strategica da un punto di vista energetico della regione del Caspio e dell'Afghanistan come raccordo cruciale per il passaggio di oleodotti e gasdotti.



E' molto interessante riportare alla luce un documento risalente al 1998, l'audizione di John Maresca, vicepresidente delle relazioni internazionali della Unocal Corporation (una delle principali compagnie al mondo per le risorse energetiche e lo sviluppo di progetti) di fronte al Sottocomitato per l'Asia ed il Pacifico del Congresso degli Stati Uniti d'America:



"É bene tener presente l'importanza delle riserve di gas e di petrolio presenti in Asia centrale e il ruolo che queste giocano nel determinare la politica Usa. Vorrei concentrarmi su tre questioni. Primo, la necessità di numerose vie di transito da cui far passare gli oleodotti e i gasdotti per le riserve di petrolio e di gas presenti dell'Asia centrale. Secondo, la necessità che l'America sostenga gli sforzi regionali e internazionali tesi a soluzioni politiche equilibrate e durature dei conflitti nella regione, compreso l'Afghanistan. Terzo, il bisogno di assistenza strutturata per incoraggiare le riforme economiche e lo sviluppo nella regione di un clima appropriato per gli investimenti. A questo proposito, noi sosteniamo in modo specifico l'annullamento o la rimozione della sezione 907 del Freedom Support Act.



La regione del Caspio contiene enormi riserve di idrocarburi intatte. Solo per dare un'idea delle proporzioni, le riserve di gas naturale accertate equivalgono a oltre 236mila miliardi di piedi cubici. Le riserve petrolifere totali della regione potrebbero ammontare a oltre 60 miliardi di barili di petrolio. Alcune stime arrivano fino a 200 miliardi di barili. Nel 1995 la regione produceva solo 870.000 barili al giorno. Entro il 2010 le compagnie occidentali potrebbero aumentare la produzione fino a circa 4,5 milioni di barili al giorno, un aumento di oltre il 500% in soli 15 anni. Se questo dovesse accadere, la regione rappresenterebbe circa il 5% della produzione totale di petrolio al mondo. C'è tuttavia un grosso problema da risolvere: come portare le vaste risorse energetiche della regione ai mercati che ne hanno bisogno. L'Asia centrale è isolata. Le sue risorse naturali sono sbarrate, sia geograficamente che politicamente. Ciascuno dei paesi del Caucaso e dell'Asia centrale vive difficili sfide politiche. Alcuni paesi hanno guerre irrisolte e conflitti latenti. Altri hanno sistemi in via di trasformazione in cui le leggi e anche i tribunali sono dinamici e mutevoli. Inoltre, un importante ostacolo tecnico che noi dell'industria petrolifera riscontriamo nel trasporto del greggio è l'infrastruttura esistente nella regione per quanto riguarda gli oleodotti. Essendo stati costruiti durante l'era sovietica, con Mosca come suo centro, gli oleodotti della regione tendono a dirigersi a nord e a ovest verso la Russia. Non ci sono collegamenti verso il sud e l'est. Ma attualmente è improbabile che la Russia possa assorbire altri grossi quantitativi di petrolio straniero. Improbabile che nel prossimo decennio essa possa diventare un mercato significativo in grado di assorbire nuove riserve energetiche. Le manca la capacità di trasportarle ad altri mercati.
Due grossi progetti infrastrutturali stanno cercando di rispondere al bisogno di una maggiore capacità di export. Il primo, sotto l'egida del Caspian Pipeline Consortium, prevede la costruzione di un oleodotto a ovest del Caspio settentrionale fino al porto russo di Novorossiysk nel Mar Nero. Il petrolio viaggerebbe poi con le petroliere attraverso il Bosforo fino al Mediterraneo e ai mercati mondiali.



L'altro progetto è sponsorizzato dall'Azerbaijan International Operating Company, un consorzio di undici compagnie petrolifere straniere tra cui quattro compagnie americane: Unocal, Amoco, Exxon e Pennzoil. Questo consorzio considera possibili due vie di transito. Una di esse si dirigerebbe a nord e attraverserebbe il Caucaso settentrionale fino a Novorossiysk. L'altra attraverserebbe la Georgia fino a un terminale di spedizione sul Mar Nero. Questa seconda via potrebbe essere estesa a ovest e a sud attraverso la Turchia fino al porto di Ceyhan sul Mediterraneo. Ma anche se entrambi gli oleodotti fossero costruiti, la loro capacità totale non sarebbe sufficiente a trasportare tutto il petrolio che, si pensa, la regione produrrà nel futuro. Essi non avrebbero nemmeno la capacità di arrivare ai mercati giusti. Bisogna costruire altri oleodotti per l'export. Noi dell'Unocal riteniamo che il fattore centrale nella progettazione di questi oleodotti dovrebbe essere la posizione dei futuri mercati energetici che verosimilmente assorbiranno questa nuova produzione. L'Europa occidentale, l'Europa centrale e orientale e gli stati ora indipendenti dell'ex Unione sovietica sono tutti mercati a crescita lenta, in cui la domanda crescerà solo dallo 0,5% all'1,2% all'anno nel periodo 1995-2010.



L'Asia è tutto un altro discorso. Il suo bisogno di consumo energetico crescerà rapidamente. Prima della recente turbolenza nelle economie dell'Asia orientale, noi dell'Unocal avevamo previsto che la domanda di petrolio in questa regione sarebbe quasi raddoppiata entro il 2010. Sebbene l'aumento a breve termine della domanda probabilmente non rispetterà queste previsioni, noi riteniamo valide le nostre stime a lungo termine. 



Devo osservare che è nell'interesse di tutti che vi siano forniture adeguate per le crescenti richieste energetiche dell'Asia. Se i bisogni energetici dell'Asia non saranno soddisfatti, essi opereranno una pressione su tutti i mercati mondiali, facendo salire i prezzi dappertutto. 



La questione chiave è dunque come le risorse energetiche dell'Asia centrale possano essere rese disponibili per i vicini mercati asiatici. Ci sono due soluzioni possibili, con parecchie varianti. Un'opzione è dirigersi a est attraversando la Cina, ma questo significherebbe costruire un oleodotto di oltre 3.000 chilometri solo per raggiungere la Cina centrale. Inoltre, servirebbe una bretella di 2.000 chilometri per raggiungere i principali centri abitati lungo la costa. La questione dunque è quanto costerà trasportare il greggio attraverso questo oleodotto, e quale sarebbe il netback che andrebbe ai produttori. Per quelli che non hanno familiarità con la terminologia, il netback è il prezzo che il produttore riceve per il suo gas o il suo petrolio alla bocca del pozzo dopo che tutti i costi di trasporto sono stati dedotti. Perciò è il prezzo che egli riceve per il petrolio alla bocca del pozzo. 



La seconda opzione è costruire un oleodotto diretto a sud, che vada dall'Asia centrale all'Oceano Indiano. Un itinerario ovvio verso sud attraverserebbe l'Iran, ma questo è precluso alle compagnie americane a causa delle sanzioni. L'unico altro itinerario possibile è attraverso l'Afghanistan, e ha naturalmente anch'esso i suoi rischi. Il paese è coinvolto in aspri scontri da quasi due decenni, ed è ancora diviso dalla guerra civile. Fin dall'inizio abbiamo messo in chiaro che la costruzione dell'oleodotto attraverso l'Afghanistan che abbiamo proposto non potrà cominciare finché non si sarà insediato un governo riconosciuto che goda della fiducia dei governi, dei finanziatori e della nostra compagnia. 



Abbiamo lavorato in stretta collaborazione con l'Università del Nebraska a Omaha allo sviluppo di un programma di formazione per l'Afghanistan che sarà aperto a uomini e donne, e che opererà in entrambe le parti del paese, il nord e il sud.



La Unocal ha in mente un oleodotto che diventerebbe parte di un sistema regionale che raccoglierà il petrolio dagli oleodotti esistenti in Turkmenistan, Uzbekistan, Kazakhstan e Russia. L'oleodotto lungo 1.040 miglia si estenderebbe a sud attraverso l'Afghanistan fino a un terminal per l'export che verrebbe costruito sulla costa del Pakistan. Questo oleodotto dal diametro di 42 pollici (poco più di un metro, ndt) avrà una capacità di trasporto di un milione di barili di greggio al giorno. Il costo stimato del progetto, che è simile per ampiezza all'oleodotto trans-Alaska, è di circa 2,5 miliardi di dollari. 



Data l'abbondanza delle riserve di gas naturale in Asia centrale, il nostro obiettivo è collegare le risorse di gas con i più vicini mercati in grado di assorbirle. Questo è basilare per la fattibilità commerciale di qualunque progetto sul gas. Ma anche questi progetti presentano difficoltà geopolitiche. La Unocal e la compagnia turca Koc Holding sono interessate a portare forniture competitive di gas alla Turchia. Il prospettato gasdotto Eurasia trasporterebbe il gas dal Turkmenistan direttamente all'altra parte del Mar Caspio attraverso l'Azerbaijan e la Georgia fino in Turchia. Naturalmente la demarcazione del Caspio rimane una questione aperta. Lo scorso ottobre è stato creato il Central Asia Gas Pipeline Consortium, chiamato CentGas, e in cui la Unocal ha una cointeressenza, per sviluppare un gasdotto che collegherà il grande giacimento di gas di Dauletabad in Turkmenistan con i mercati in Pakistan e forse in India. Il prospettato gasdotto lungo 790 miglia aprirà nuovi mercati per questo gas, viaggiando dal Turkmenistan attraverso l'Afghanistan fino a Multan in Pakistan. Il prolungamento proposto porterebbe il gas fino a New Delhi, dove si collegherebbe a un gasdotto esistente. Per quanto riguarda il proposto oleodotto in Asia centrale, CentGas non può cominciare la costruzione finché non si sarà insediato un governo afghano riconosciuto internazionalmente. 



L'Asia centrale e la regione del Caspio è benedetta da riserve abbondanti di petrolio e gas che possono migliorare la vita dei suoi abitanti, e fornire energia per la crescita sia all'Europa che all'Asia. Anche l'impatto di queste risorse sugli interessi commerciali e sulla politica estera degli Stati Uniti è significativo. Senza una risoluzione pacifica dei conflitti nella regione, difficilmente saranno costruiti oleodotti e gasdotti attraverso le frontiere. Noi chiediamo all'Amministrazione e al Congresso di sostenere con forza il processo di pace in Afghanistan condotto dagli Stati Uniti. Il governo Usa dovrebbe usare la sua influenza per contribuire a trovare delle soluzioni per tutti i conflitti nella regione.



L'assistenza Usa nello sviluppare queste nuove economie sarà cruciale per il successo degli affari. Noi incoraggiamo anche forti programmi di assistenza tecnica in tutta la regione. In particolare, chiediamo l'annullamento o la rimozione della sezione 907 del Freedom Support Act. Questa sezione restringe ingiustamente l'assistenza del governo Usa al governo dell'Azerbaijan e limita l'influenza Usa nella regione. 



Sviluppare itinerari per l'export a costi competitivi per le risorse dell'Asia centrale è un compito formidabile, ma non impossibile. La Unocal e altre compagnie americane similari sono pienamente preparate a intraprendere il compito e a riportare ancora una volta l'Asia centrale al centro dei traffici come era in passato".[48] 



I progetti per la costruzione di oleodotti e gasdotti non sono perciò una novità, ma erano già stati pianificati ben prima dell'attacco alle Twin Towers e della conseguente rappresaglia statunitense sull'Afghanistan. 



Secondo un rapporto dell'EIA (Energy Information Administration), un ente governativo statunitense che si occupa di monitorare i progetti riguardanti questioni energetiche, già nel 1998 era stato stipulato un accordo tra Pakistan, Turkmenistan ed i taliban del valore di 2 miliardi di dollari per la costruzione di un gasdotto di 890 miglia con una capacità di 1,9 miliardi di piedi cubi al giorno. Questo gasdotto avrebbe trasportato il gas naturale dal Turkmenistan al Pakistan passando attraverso Herat e Kandahar in Afghanistan.[49] Nonostante questo accordo, la Unocal che deteneva la maggioranza delle azioni del progetto, decise nel marzo del '98 di congelare i finanziamenti per iniziare i lavori a causa della guerra civile che continuava ad imperversare in Afghanistan. La decisione definitiva di abbandonare il progetto fu annunciata ufficialmente dalla Unocal l'8 dicembre 1998, adducendo come motivazione sia la continuazione della guerra civile afghana, sia un calo nei prezzi del gas naturale, che avrebbero reso il progetto poco remunerativo e troppo rischioso. 



Questa decisione fu preceduta da un'altra dichiarazione risalente all'agosto del '98, dove la Unocal affermava la sospensione delle proprie attività in Afghanistan in attesa di un intervento militare statunitense ed a causa di un intensificarsi degli scontri tra i taliban e gli altri gruppi combattenti. Ovviamente la Unocal si ritirò sia dal progetto CentGas che dal Central Asian Pipeline Project per la costruzione di un oleodotto per il trasporto del greggio dal Mar Caspio attraverso l'Afghanistan.[50] 



Le pregiudiziali che la Unocal opponeva per poter nuovamente prendere parte ai progetti energetici riguardanti l'Afghanistan erano sostanzialmente due: la pacificazione del paese (eventualmente manu militari ad opera degli USA) e l'instaurazione di un governo internazionalmente riconosciuto. 



Appare significativo che l'inviato speciale del presidente Bush in Afghanistan, l'afghano Zalmay Khalilzad sia stato egli stesso consulente della Unocal quando quest'ultima redigeva i progetti a fine anni '90. Lo stesso attuale premier afghano ad interim, Hamid Karzai, ha perfezionato i propri studi negli Stati Uniti ed ha lavorato come consulente della Unocal per i progetti energetici riguardanti l'Afghanistan.[51] La Unocal continua a dichiarare di non avere alcun interesse a riprendere i progetti abbandonati nel '98 in Afghanistan,[52] nonostante il Ministro afghano per le Miniere e Industrie, Alim Razim, abbia dichiarato di considerarla ancora la "compagnia leader" per la realizzazione del progetto.[53] Il fatto in sé ha ormai ben poco rilievo, dato che quegli stessi progetti sono ormai stati approvati dai presidenti di Pakistan e Turkmenistan, Musharraf e Niyazov e dal primo ministro afghano Hamid Karzai, che hanno sottoscritto il 30 maggio a Islamabad un accordo che rilancia il progetto del gasdotto Turkmenistan-Pakistan via Afghanistan. Il gasdotto attraverserà delle zone controllate militarmente dagli Stati Uniti e dai loro alleati.[54] 



Tutto questo si inserisce in ottica di utilizzo delle risorse militari che trova la sua giustificazione proprio in un documento ufficiale del governo statunitense, il Quadriennial Defense Review, nell'ultimo numero del 30 settembre 2001.[55] 



Due giornalisti de Il Manifesto, Manlio Dinucci e Tommaso De Francesco, hanno ipotizzato un'immaginaria intervista con il Ministro della Difesa Statunitense, Donald Rumfeld, dove essi formulano le domande e le risposte sono ottenute da quanto sottoscritto realmente dallo stesso Rumfeld nel Quadriennial Defense Review. 



"Quali sono gli scopi dell'America?

Gli scopi dell'America sono promuovere la pace, sostenere la libertà e incoraggiare la prosperità.



Che cosa è indispensabile perché tali scopi siano realizzati nel mondo? 
La leadership degli Stati Uniti è la premessa per sostenere un sistema internazionale che sia rispettoso del principio di legalità. La leadership politica, diplomatica ed economica dell'America contribuisce direttamente alla pace, libertà e prosperità globali.



E la vostra forza militare?

La forza militare degli Stati uniti è essenziale per il conseguimento di questi scopi. Il ruolo di sicurezza dell'America nel mondo è unico. Esso fornisce un senso generale di stabilità e fiducia, decisivo per la prosperità economica che reca beneficio a gran parte del mondo.



Qual è lo scopo delle vostre forze armate?

Lo scopo delle Forze armate degli Stati uniti è proteggere e promuovere gli interessi nazionali degli Stati Uniti e, se la deterrenza fallisce, sconfiggere decisamente le minacce a questi interessi. Quando gli interessi USA sono sfidati, la Nazione deve possedere la forza e la determinazione di provvedere alla loro difesa.



Perché gli interessi degli Stati Uniti vanno protetti?

Quando gli interessi Usa sono protetti, l'America e i suoi amici prosperano nella pace e libertà.



Dove gli USA hanno interessi da proteggere?

Come potenza globale, gli Stati Uniti hanno importanti interessi geopolitici in tutto il mondo. Gli Stati Uniti hanno interessi, responsabilità e impegni che abbracciano il mondo.



Qual è un modo per attuare i vostri impegni internazionali?

Precludere il dominio di aree cruciali, particolarmente l'Europa, l'Asia nordorientale, il litorale dell'Asia orientale, il Medio Oriente e l'Asia sudoccidentale.



E qual è il vostro contributo al benessere economico globale?

Contribuire al benessere economico comprende l'accesso ai mercati e alle risorse strategiche chiave.



Ci può fare un esempio?

Gli Stati Uniti e i loro alleati e amici continueranno a dipendere dalle risorse energetiche del Medio Oriente, una regione in cui diversi stati pongono minacce militari. Questi stati stanno sviluppando capacità nel settore dei missili balistici, stanno appoggiando il terrorismo internazionale ed espandendo i loro mezzi militari per esercitare coercizioni sui paesi amici degli Stati Uniti e negare alle forze militari USA l'accesso alla regione.



Ritenete che qualcuno oggi possa minacciare gli interessi USA nel mondo?

Anche se gli Stati Uniti non avranno di fronte nel prossimo futuro un rivale di pari forza, esiste la possibilità che potenze regionali sviluppino capacità sufficienti a minacciare la stabilità di regioni cruciali per gli interessi statunitensi.



C'è in particolare una regione in cui questo si può verificare?

L'Asia, in particolare, sta gradualmente emergendo come una regione suscettibile di competizione militare su larga scala. Lungo un vasto arco di instabilità che si estende dal Medio Oriente all'Asia nordorientale, la regione contiene una mistura volatile di potenze regionali in ascesa e in declino.



C'è quindi la possibilità che in Asia si possa formare una potenza in grado di rivaleggiare con quella statunitense?

Esiste la possibilità che emerga nella regione un rivale militare con una formidabile base di risorse. Il litorale dell'Asia orientale - dal Golfo del Bengala al Mar del Giappone - rappresenta un'area densa di sfide.



Qual è la presenza militare Usa in questa regione e come intendete eventualmente potenziarla? 

La densità dell'infrastruttura fissa e mobile degli Stati Uniti è minore che in altre regioni cruciali. Ciò rende importante assicurare agli Stati Uniti ulteriori accessi alla regione e sviluppare sistemi capaci di effettuare operazioni impegnative a grandi distanze con un minimo supporto basato sul teatro di operazioni. 



E quella che definite "proiezione di potenza"? Ci vuoi spiegare in che cosa consiste e a che cosa serve?

La strategia della difesa si basa sul presupposto che le forze USA abbiano la capacità di proiettare potenza su scala mondiale. La capacità di proiettare potenza a lungo raggio contribuisce a scoraggiare le minacce verso gli Stati Uniti e, quando necessario, a spezzare, bloccare o distruggere entità ostili situate a distanza.



Quale capacità complessiva devono avere le vostre forze armate?

Le forze armate statunitensi devono mantenere la capacità, sotto la direzione del Presidente, di imporre la volontà degli Stati Uniti e dei partner della loro coalizione a qualsiasi avversario, inclusi stati ed entità non-statali.



Quale può essere un modo per imporre la volontà degli Stati Uniti?

Cambiare il regime di uno stato avversario od occupare un territorio straniero finché gli obiettivi strategici statunitensi non siano realizzati".[56]



I governanti statunitensi non fanno mistero dei propri obiettivi strategici dichiarando apertamente le proprie intenzioni in un documento ufficiale pubblicamente disponibile. Sotto questa chiave di lettura, i bombardamenti sull'Afghanistan si inseriscono in un quadro più esteso della strategia della lotta al terrorismo e di conseguenza l'attentato alle Twin Towers ha fornito un presupposto più che valido per mettere in atto progetti da lungo tempo tenuti nel cassetto. C'è da domandarsi se affermazioni del tipo: "Gli Stati Uniti e i loro alleati e amici continueranno a dipendere dalle risorse energetiche del Medio Oriente, una regione in cui diversi stati pongono minacce militari. Questi stati stanno sviluppando capacità nel settore dei missili balistici, stanno appoggiando il terrorismo internazionale ed espandendo i loro mezzi militari per esercitare coercizioni sui paesi amici degli Stati Uniti e negare alle forze militari USA l'accesso alla regione", "La strategia della difesa si basa sul presupposto che le forze USA abbiano la capacità di proiettare potenza su scala mondiale. La capacità di proiettare potenza a lungo raggio contribuisce a scoraggiare le minacce verso gli Stati Uniti e, quando necessario, a spezzare, bloccare o distruggere entità ostili situate a distanza", "Cambiare il regime di uno stato avversario od occupare un territorio straniero finché gli obiettivi strategici statunitensi non siano realizzati";[57] non contengano ad esempio di per sé la dichiarazione di guerra all'Iraq o a qualsiasi altro stato o potenza regionale che in qualche modo non sia considerato in linea con gli interessi statunitensi.



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[1] Si veda a proposito E. Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali, Laterza, Milano, 2000, pag. 145.

[2] Dal World Fact Book 2001 della CIA, disponible sul sito www.cia.gov, febbraio 2002.

[3] Per approfondimenti sui paesi non allineati e la Conferenza di Bandung che ne ha sancito la nascita si veda E. Di Nolfo, Storia delle Relazioni Internazionali, Laterza, Milano, 2000, pag. 545 e seguenti.

[4] Studenti coranici per lo più di etnia pashtun provenienti dai campi profughi pakistani creatisi durante il periodo dell'occupazione sovietica. 

[5] Velo che copre l'intera figura lasciando solo una grata per gli occhi.

[6] Intervista a Zbigniev Brzenisky ex consigliere per la sicurezza nazionale USA, Le Nouvel Observateur, 15 gennaio 1998, pag 16.

[7] Si veda a tal proposito il rapporto del Comitato Centrale del PCUS, Sui fatti in Afghanistan, 31 dicembre 1979, in J.K. Cooley, Una guerra empia. La CIA e l'estremismo islamico, Editrice A coop. Sezione Elèuthera, Milano, 2000, pag. 396-399.

[8] Intervista a Zbigniev Brzenisky ex consigliere per la sicurezza nazionale USA, Le Nouvel Observateur, 15 gennaio 1998, pag. 16.

[9] D. Cordovez, S. Harrison, Out of Afghanistan: the inside story of the soviet withdrawal, New York, Oxford University Press, 1995, pag. 127-142.

[10] Per una trattazione completa si veda Ahmed, Foundamentalism Observed, Appleby (a cura di), 1997, pag. 98-135.

[11] J.K. Cooley, Una guerra empia. La CIA e l'estremismo islamico, Editrice A coop. Sezione Elèuthera, Milano, 2000, pag. 139.

[12] L'ISI è il servizio di intelligence pakistano in J.K. Cooley, Una guerra empia. La CIA e l'estremismo islamico, Editrice A coop. Sezione Elèuthera, Milano, 2000, pag. 17.

[13] Ibidem.

[14] Da un'inchiesta realizzata dalla tv statunitense ABC News il 13 luglio 1993 per il programma Day One, in J.K. Cooley, Una guerra empia. La CIA e l'estremismo islamico, Editrice A coop. Sezione Elèuthera, Milano, 2000, pag. 199; si veda inoltre Ahmed, Foundamentalism Observed, Appleby (a cura di), 1997, pag. 98-35.

[15] Major R. B. Andersen, "Special Forces Forge Traning Spec Ops Warriors of the '90s", in Soldier of Fortune, novembre 1989, pag. 8.

[16] Per maggiori notizie ed una trattazione più approfondita sull'argomento, R. Kessler, Inside the CIA, Pocket Books, New York, 1992, pag. 25-47.

[17] R. Marcinko, J. Weisman, Rogue Warrior, Pocket Books, New York, 1992, pag. 29-87.

[18] In J. M. Collins, Green Berets, Seals and Spetznaz, US and Soviet Special Military Operations, Pergamon-Brasseys, Washington DC, 1987, pag. 35.

[19] A. Rashid, Taliban: Militan Islam, Oil&Foundamentalism in Central Asia, New Haven, Yale University Press, 2000, pag. 18-147.

[20] In J.K. Cooley, Una guerra empia. La CIA e l'estremismo islamico, Editrice A coop. Sezione Elèuthera, Milano, 2000, pag. 194.

[21] Si veda al riguardo G. Dasquié, J. C. Brisard, L. Rounds, Bin Laden, The Hidden Truth, Paperback 2002, traduzione dall'originale francese Bin Laden, La Verité Interdite, di Way Madsen, pag. 76-94.

[22] Ibidem.

[23] In J.K. Cooley, Una guerra empia. La CIA e l'estremismo islamico, Editrice A coop. Sezione Elèuthera, Milano, 2000, pag. 22-23.

[24] Tenente Colonnello Yuri Shevdov, Voina Afghanistan (Guerra in Afghanistan), Ministero della Difesa, Istituto di Storia Militare, Mosca, 1991, pag. 32.

[25] In A. McCoy, The Politics of Heroin, New York, Pocket Books, 1995, pag. 64.

[26] Ibidem.

[27] A. McCoy, A. A. Black, "US Narcotics Policy: An Anatomy of Failure", in McCoy, Black (a cura di), War on Drugs, Westview Press, Boulder, Colorado, 1992, pag. 79-80.

[28] Si veda J.K. Cooley, Una guerra empia. La CIA e l'estremismo islamico, Editrice A coop. Sezione Elèuthera, Milano, 2000, pag. 215.

[29] Dal sito www.undcp.org , gennaio 2002.

[30] A. Cockburn, The Threat, Inside the Soviet Military Machine, Hutchinson Londra, 1983, pag. 24-43.

[31] Per maggiori notizie a riguardo si veda L. Vastano, "Vite a credito, in Droga, mafie, guerre, economia, politica", Narcomafie Speciale, maggio 2002, pag. 41-44.

[32] UNDCP, General Facts on Opiom Poppy Cultivation in Afghanistan, presente sul sito www.undcp.org, pag. 11-27.

[33] Ibidem.

[34] In S. Allix, La Petite Cuillère de Sheherazade, sur la Route de l'Heroine, Ramsay, Parigi, 1998, pag. 45.

[35] UNDCP, General Facts on Opiom Poppy Cultivation in Afghanistan, presente sul sito www.undcp.org, pag. 11-27. 

[36] In S. Allix, La Petite Cuillère de Sheherazade, sur la Route de l'Heroine, Ramsay, Parigi, 1998, pag. 46.

[37] Per maggiori notizie si veda R. Fabiani, "ONU/Nel mirino degli ispettori l'Agenzia Antidroga. KGB, mafia, gonnelle, Arlacchi sotto tiro", L'Epresso Online, 15.02.2001; J. Gawronski, "Fallite le strategie antidroga. Arlacchi, il talebano", La Stampa Web, 21.09.2000. 

[38] O. Roy, Islam and Resistance in Afghanistan, New York, Pocket Books, 1997, pag. 38.

[39] J. Ziegler, I signori del crimine. Le nuove mafie europee contro la democrazia, Milano, Tropea, 2000, pag. 153-178.

[40] L. Vastano, "Passati i talebani rimane l'oppio, in Droga, mafie, guerre, economia, politica", Narcomafie Speciale, maggio 2002, pag. 30-34.

[41] Espressione oramai comunemente utilizzata dai media italiani sia cartacei che televisivi per indicare la rete terroristica di al-Qaeda e suoi presunti affiliati.

[42] Qiao Liang, Wang Xiangsui, Guerra senza limiti. L'arte della guerra asimmetrica tra terrorismo e globalizzazione, Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 2001, pag. 155-176.

[43] Si veda a riguardo tra gli altri N. Chomsky, Atti di aggressione e di controllo, Milano, Tropea, 2000, pag. 69-136.

[44] Da un colloquio tenuto con il professor A. Palmisano a Trieste in data 02.10.2002.

[45] Reperibile sul sito www.house.gov.

[46] Si veda ancora una volta Qiao Liang, Wang Xiangsui, Guerra senza limiti. L'arte della guerra asimmetrica tra terrorismo e globalizzazione, Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 2001, pag. 107-132.

[47] Erano apparsi al riguardo numerosi link sui siti www.indymedia.org, www.informationguerrilla.org, www.greenanarchy.com, immediatamente prima e subito dopo i bombardamenti iniziati il 7 ottobre 2001.

[48] Parte del testo dell'audizione di John Maresca davanti al Sottocomitato per l'Asia ed il Pacifico del Congresso degli stati Uniti d'America del 12 febbraio 1998, traduzione di Marina Imapallomeni, da Il Manifesto 18 ottobre 2001, pag. 8.

[49] Caspian Sea Region Country Analysis Brief, disponibile sul sito dell'EIA, www.eia.doe.gov, marzo 2002.

[50] Ibidem.

[51] M. Dinucci, "Approvato il gasdotto talebano", in Il Manifesto, 4 giugno 2002, pag. 7.

[52] Per maggiori informazioni consultare il sito della compagnia www.unocal.com. 

[53] Si veda: M. Dinucci, Approvato il gasdotto talebano, in Il Manifesto, 4 giugno 2002, pag. 7. Afghanistan plans gas pipeline, dal sito della BBC News, http://news.bbc.co.uk/hi/business, 4 giugno 2002. 

[54]Ibidem. 

[55] Il testo integrale di 71 pagine del Quadriennal Defense Review è disponibile online sul sito del Ministero della Difesa statunitense http://www.defenselink.mil/pubs/qdr2001.pdf, settembre 2002.

[56] In M.Dinucci, T. De Francesco, "Il programma del Pentagono. Gli obiettivi strategici della guerra", Il Manifesto, 10 ottobre 2001, pag. 11. 

[57] Ibidem.