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Estrapolato da
un articolo di Paolo Barnard
(la versione integrale di trova http://noglobalenet.supereva.it/I_globalizzatori/Barnard/barnard.html)
- L'Europa ha
decretato che la carne americana trattata con ormoni
artificiali, al contrario della nostra, è pericolosa per la
nostra salute e ha deciso di non importarla. Una precauzione
che però ci costa molto cara: 340 miliardi di sanzioni
americane contro il Vecchio Continente. Una ritorsione
decisa all'Organizzazione Mondiale del Commercio nel nome
delle regole della Globalizzazione.
- In Toscana e in Piemonte, nel mezzo delle terre più belle
e fertili d'Italia la Globalizzazione ha colpito duro. Il
tartufo è uno dei nostri prodotti più pregiati e lo
esportavamo in grandi quantità negli Stati Uniti d'America;
ciò creava reddito per le aziende e i lavoratori italiani.
Ma dall'anno scorso gli Stati Uniti hanno deciso di tassare
il tartufo del 100%, sbarrandogli la strada. Chi l'ha
deciso? L'Organizzazione Mondiale del Commercio nel nome
della globalizzazione.
- L'Unione Europea, per proteggere la salute dei nostri
bambini, ha detto di no all'importazione di giocattoli che
contengono un ammorbidente tossico. Ma anche questa
precauzione è oggi nel mirino dell'Organizzazione Mondiale
del Commercio e dei suoi accordi di globalizzazione.
L'Organizzazione Mondiale del Commercio, più nota come WTO,
è dunque il grande motore della globalizzazione.
Il WTO ha sede a
Ginevra, e rappresenta oggi 136 governi, incluso quello
italiano. In teoria al timone del WTO
ci dovrebbero essere i ministri del commercio dei vari
paesi, ma nella realtà l'Italia e tutti gli stati d'Europa
sono rappresentati al WTO
dalla Commissione Europea di Romano Prodi, che siede per
tutti noi al tavolo delle trattative. Da questo tavolo sono
usciti gli accordi sul commercio planetario; ed è
precisamente contro questi accordi che è esplosa la
protesta a Seattle: l'accusa è che si tratta di regole
dotate di poteri enormi, spesso superiori a qualunque legge
degli stati nazionali.
Nella sede ginevrina di questa controversa organizzazione
chiedo a Keith Rockwell, uno dei direttori, come ha fatto il
WTO a diventare così impopolare: "E' straordinario,
vero?" risponde Rockwell con un cenno di assenso,
"ma si tratta di un destino che abbiamo in comune con
molte altre organizzazioni internazionali: la Comissione
Europea è impopolare, il Fondo
Monetario lo è anche più di noi, e così la Banca
Mondiale. Vede, la gente si sente lontana da questi
grandi palazzi di Ginevra o di Bruxell, le persone comuni
non capiscono né chi siamo né quali saranno gli effetti
sulla loro vita degli accordi che qui nascono. Ma vi posso
garantire che ogni singolo accordo è passato al vaglio dei
vostri governi."
E allora
vediamo questi accordi di globalizzazione: hanno nomi
difficili per noi, Accordo Sanitario e Fitosanitario,
Barriere Tecniche al Commercio, Diritti di Proprietà
Intellettuale e via discorrendo. In tutto formano 27.000
pagine di regole e codici, che hanno un potere pari al loro
incredibile volume. Per capire meglio facciamo un esempio.
Abbiamo visto
che il WTO è in grado di esercitare un enorme potere. E
allora c'è una domanda che sorge spontanea: i nostri
politici, quando nel 1994 aderirono a tutti gli accordi del
WTO, erano consapevoli di quello che stavano accettando?
L'On. Domenico Gallo era senatore proprio in quel periodo e
grande esperto della questione, e a lui giro la domanda.
"Certamente non c'è stato un dibattito politico
pubblico né riservato," inizia Gallo, "le
questioni non sono state oggetto di confronto politico in
Italia. Scarsa fu anche la sensibilità parlamentare. Tutto
è stato vissuto non come un evento di grande importanza
globale, ma come un passaggio obbligato, come una festa
della modernità, dove non c'era niente da dire perché
andava tutto per il meglio."
Fra i politici
italiani, quando si parla di WTO, svetta il nome di Piero
Fassino, che fino a poche settimane fa era ministro per il
commercio con l'estero, era cioè il nostro maggior esperto
istituzionale di globalizzazione. Gli ho sottoposto alcune
domande sui punti dolenti che abbiamo appena visto, e su
altri che vedremo in questa inchiesta, ma le cose non sono
andate nel migliore dei modi. "No!, no! Il suo compito
non è di indagare sui punti dolenti.....In questa
intervista lei enfatizza i rischi, lei fa il protezionista,
io cerco di esaltare le opportunità della globalizzazione!"
Ribatto: "Vediamo però come siamo arrivati a dover
accettare livelli doppi di diossina nelle nostre carni e
sanzioni miliardarie per il nostro rifiuto di importare la
carne ormonata americana." Fassino: "Ma la carne
agli ormoni non entra in Europa, e poi non c'entra il
WTO!..."
Lo correggo:
"Ministro è il WTO che ci ha condannati a pagare
miliardi solo perché stiamo proteggendo la salute dei
cittadini europei."
"Senta
facciamo così, io non voglio concederle questa
intervista... è del tutto folle... l'approccio è
folle!" tronca netto il ministro, "mi dia la
cassetta, me la consegni".
Di consegnare
la casetta non se ne parla. Lascio Fassino e proseguo
nell'indagine. Come abbiamo detto, noi cittadini d'Europa
abbiamo delegato la Commissione Europea a trattare per noi
al tavolo della globalizzazione. Ma Susan George su questo
ha qualcosa da dire: "La Commissione Europea è un
organo politico che dovrebbe fare gli interessi di tutti i
cittadini quando siede al tavolo del WTO. E invece, da anni
la Commissione è al servizio delle multinazionali e delle
lobby che le rappresentano. Questo è grave, ed è anche il
motivo per cui gli accordi che vengono firmati al WTO sono
così di parte. Io parlo di una realtà dimostrata: a lei il
compito di indagare."
E ho indagato
girando l'Europa con una domanda fissa nella testa: ci
possiamo fidare dei globalizzatori, di chi, come la
Commissione Europea, decide per tutti noi al tavolo della
globalizzazione?
Romano Prodi,
che della Commissione è oggi il Presidente, mi risponde con
parole semplici: "La sua è una domanda imbarazzante.
Io penso che l'unico modo è fidarsi di noi."
E invece in
questa indagine ho trovato documenti che sembrerebbero
minare la nostra fiducia, e mi sono imbattuto in poteri
forti di cui, almeno io, non sospettavo neppure l'esistenza.
Siamo infatti
abituati a immaginare che il potere abiti in stupefacenti
palazzi e grattacieli vertiginosi, ma non sempre. In un
anonimo palazzetto di Bruxell risiede forse la più potente
lobby industriale del mondo: il Trans Atlantic Business
Dialogue (TABD). Report ha chiesto di poter visitare la loro
sede, ma come spesso ci accade, non siamo i benvenuti. In
questa lobby si raggruppano aziende di calibro mondiale, con
fatturati complessivi pari al prodotto interno lordo di
intere nazioni. Ed è proprio il TABD che arriva al punto di
presentare periodicamente sia alla Commissione Europea che
al governo americano una lista di sue priorità per la
globalizzazione, di fronte alle quali la Commissione sembra
proprio spalancare le porte. Ho ottenuto attraverso contatti
a Bruxell una copia delle liste di priorità del TABD, che
hanno un tono perentorio. Vi si trovano elencate le
richieste delle multinazionali, chi deve darsi da fare fra
gli organi politici, e ci sono per iscritto tutte le
migliori intenzioni della Commissione Europea nel
soddisfarle. Prima di Seattle la Commissione ha addirittura
incoraggiato questa grande lobby a sottoporle ulteriori
richieste, definendole "priorità assolute". Ma è
giusto tutto ciò? E giro la domanda al presidente Prodi.
"Presidente," inizio, mentre lui sfoglia la
documentazione che gli ho appena passato, "qui la
vostra risposta sembra decisamente appiattita sugli
interessi di questo grande gruppo industriale."
Prodi scuote
il capo: "Fare gli interessi dei gruppi industriali non
significa non fare gli interessi della povera gente o dei
gruppi ambientalisti. Se lei mi accusa di proteggere gli
interessi industriali io dico sì, il problema è di vedere
come si armonizzano queste cose."
Nessuno
contesta che la Commissione Europea debba anche pensare agli
interessi del mondo degli affari, ma gli uomini di Romano
Prodi sono dei politici, col mandato di tutelare gli
interessi di tutti i cittadini. I documenti riservati che
seguono sembrano invece contraddire in tema di
globalizzazione le rassicurazioni del Presidente Prodi. Ne
riporto qui alcuni passaggi preoccupanti, ricordando che si
tratta di documenti ufficiali che circolavano da tempo fra i
burocrati di Bruxell:
1997: DISCORSO
ALLE INDUSTRIE CHIMICHE DEL VICE PRESIDENTE DELLA
COMMISSIONE EUROPEA
"Siate
tempisti, e cioè diteci per tempo se pensate che qualcosa
debba essere fatto, o, ancora meglio, se pensate che
qualcosa debba essere stroncato sul nascere."
1997:
COMMISSARIO EUROPEO AL COMMERCIO
"Il Trans
Atlantic Business Dialogue è diventato un meccanismo
efficace per ancorare le politiche dei governi sugli
interessi dei gruppi di affari."
COMMISSIONE
EUROPEA, DIRETTORATO GENERALE PER IL COMMERCIO
"Vogliamo
trovare un accordo con gli Stati Uniti per stabilire un
sistema di pre-allarme contro le proposte politiche che
potranno avere un impatto negativo sulle industrie di
servizi."
Ancorare i
governi sugli interessi dei gruppi d'affari? Sistemi di pre
allarme contro le proposte politiche? Ma per conto di chi
lavorate, presidente Prodi?
"Guardiamo
alle cose più serie" ribatte il Presidente di fronte a
quelle carte, "non guariamo a queste frasi che non
dicono assolutamente nulla. Queste sono dichiarazioni che io
condivido."
Eppure, tutto
sarebbe più equlibrato se la Comissione Europea, che ci sta
globalizzando, ogni tanto chiedesse anche a noi cittadini
cosa ne pensiamo. Ma lo fa? Una cosa è certa, i grandi
gruppi di servizi, come le finanziarie, le grandi
assicurazioni o le banche vengono consultati in tempo reale
da un sistema elettronico che si chiama S.I.S., messo in
opera dalla Commissione Europea, come prova un altro
documento firmato Direttorato Generale1, che recita:
"La Commissione Europea ha creato un sistema di
consultazione con le industrie dei servizi che permette ai
negoziatori della Commissione di consultare rapidamente le
aziende e anche i singoli azionisti."
Chiedo
spiegazioni al responsabile di questa iniziativa, Dietrich
Barth, nel suo ufficio al quinto piano della Commissione.
Barth candidamente conferma: "Quest'anno sono previsti
i negoziati del WTO per la liberalizzazione dei servizi. La
Commissione ha un assoluto bisogno di conoscere gli
interessi dei grandi gruppi d'affari di questo
settore." Ma perché Barth, che lavora per i politici,
non menziona anche gli interessi dei semplici cittadini? Gli
chiedo provocatoriamente: "Sono sicuro che vorrete
conoscere anche gli interessi delle persone comuni, o dei
gruppi che li rappresentano. Dov'è il sistema elettronico
per consultare anche loro?" "L'S.I.S è
accessibile anche ai sindacati e ai gruppi di attivisti, non
solo all'industria." Risponde sicuro.
Non mi
rimaneva che chiedere conferma di questo sia ai sindacati
che agli attivisti. Inizio da Cecilia Brighi, una esperta di
globalizzazione dell'Ufficio Internazionale della Cisl, che
ribatte seccamente: "Purtroppo i contatti voluti dalla
Commissione con i sindacati sui temi della globalizzazione
non sono così spinti come quelli che avvengono con le
multinazionali; anzi, praticamente non esistono."
" Signora
Brighi, lei ha mai sentito parlare del S.I.S.?", chiedo
a bruciapelo. "No, mai." "Vi hanno informati
dell'esistenza di questo sistema?", insisto.
"Credo di poter affermare con certezza che le
organizzazioni sindacali italiane non siano mai state
informate di questo sistema di consultazione." L'Italia
è lontana da Bruxell, e allora torno in Belgio per chiedere
a Friends of the Earth, uno dei più grandi gruppi
ambientalisti del mondo, se almeno loro, che hanno la sede a
due passi dalla Commissione Europea, hanno mai sentito
pronunciare il fatidico nome S.I.S. Mi risponde Alexandra
Wandell, e lo fa con grande stupore: "Sfortunatamente
è la prima volta che sento parlare di questo sistema di
consultazione, me lo sta dicendo lei, a noi non l'hanno mai
comunicato. La Commissione Europea dovrebbe smettere di
declamare di iniziative che in realtà non ha nessuna
intenzione di portare avanti."
La Commissione
Europea ha fatto uno sforzo ciclopico per consultare i
business d'Europa prima di Seattle. Ha fatto un sondaggio
sui desideri dell'Investment Network, un'altra lobby di
giganti industriali che include la Fiat e la Pirelli, e un
secondo sondaggio su 10.000 aziende. Tutto documentato da
me, nero su bianco. Fra l'altro ho cercato a Bruxell anche
la sede di questo Investment Network, ma non l'ho trovata.
Per forza, perché questo gruppo di multinazionali si
riunisce proprio nella sede della Commissione Europea. E
anche di tutto ciò ho discusso con Romano Prodi.
"Vede
Presidente, la cosa che preoccupa è che tutto questo sembra
non esistere poi con le ONG, coi consumatori, coi
sindacati" e attendo la sua reazione.
"Coi
sindacati io sono in colloquio quotidiano," mi
rassicura Prodi, "ma se esiste questo Investment
Network io francamente non glielo so dire, non lo sapevo,
non sapevo neanche che esistessero sondaggi per le imprese,
me lo fa vedere lei adesso. Ma se stesse qui dentro lei
vedrebbe quanto dialogo c'è con le organizzazioni non
governative e con i sindacati."
Cecilia
Brighi, a distanza, replica con altrettanta sicurezza:
"Non c'è ancora nulla, non lo hanno assolutamente
ancora fatto, non c'è nulla, noi non sappiamo quali sono
gli impatti degli accordi già sottoscritti, per esempio in
tema di agricoltura o di occupazione, come per esempio non
c'è consultazione sui temi sociali nel mondo. Tutto questo
va costruito in tempi rapidissimi."
Che ci sia
dialogo è dunque tutto da verificare; ma una cosa
verificata invece c'è: anche quando la Commissione comunica
con le organizzazioni dei cittadini non sempre c'è da
fidarsi. Ho ottenuto due documenti sulla globalizzazione
scritti dalla Commissione Europea che dovevano essere
identici, intitolati "Regole internazionali per gli
investimenti in seno al WTO", stesso protocollo e
stessa data: solo che uno era destinato ai burocrati,
l'altro ai cittadini. A una lettura più attenta sono emerse
differenze radicali nei testi: la versione per la gente
comune era tutta un'altra cosa.
Ma a proposito
di fiducia, ritorniamo alla carne agli ormoni americana.
Sulla base di quali prove il WTO condannò l'Europa? A
rispondere è di nuovo Keith Rockwell: "Quello che le
posso dire è che il WTO nel caso di dispute sulla sicurezza
degli alimenti decide in base al parere degli scienziati
della FAO. A loro fu chiesto di emettere il verdetto sulla
carne agli ormoni."
E infatti un
gruppo di scienziati cosiddetti super partes si riunirono
proprio alla FAO a Roma, e più precisamente nella
commissione chiamata Codex. Dalla FAO partì il verdetto:
secondo loro l'Europa aveva torto. Ma gli scienziati della
Fao erano davvero super partes, erano davvero imparziali?
"Certamente"
sentenzia con fermezza Alan Randell, uno dei massimi
responsabili dei gruppi scientifici della FAO, cui ho
rivolto quelle domande. Randell spiega: "Siamo una
organizzazione intergovernativa e il nostro compito è di
fissare gli standard internazionali per la sicurezza degli
alimenti. Abbiamo deciso che gli ormoni nella carne
americana non pongono problemi alla salute, e potete
fidarvi."
Tratto dal sito http://noglobalenet.supereva.it/I_globalizzatori/Barnard/barnard.html
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