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ROMA.
Roberto Calvi,
non fu suicidio. La relazione
giunge a 20 anni di distanza da quel 18 giugno 1982 in cui il corpo
del banchiere Roberto Calvi, presidente del Banco ambrosiano, fu
trovato impiccato sotto il ponte Black Friars a Londra. E' stata
condotta, attraverso l'autopsia del cadavere, da un'équipe
di esperti guidati dal tedesco Bernd Brimkmann. La conclusione non
stupisce più di tanto: quando Roberto Calvi è stato impiccato, era
già morto. Si tratta quindi di omicidio. Sulla fine del
bancarottiere legato a Michele Sindona c'erano state sentenze
contrastanti: la prima, in Inghilterra nel 1982, stabilì il
suicidio; un successivo processo, nell'83, si pronunciò con un
verdetto aperto; nel 1988, in una causa civile a Milano per
questioni di assicurazione, si optò per l'omicidio. Con l'ultima
perizia, si apre la strada dell'incidente probatorio che riaprirà
il processo sulla base dell'ipotesi di accusa su cui la Procura di
Roma lavora da più di 10 anni: Calvi sarebbe stato ucciso dalla
mafia perché ritenuto inaffidabile, dopo aver fatto sparire soldi
affidatigli da Pippo Calò, il cassiere della mafia siciliana
attualmente detenuto. L'altro grande accusato è Flavio carboni, il
"faccendiere" che accompagnò Calvi nel suo ultimo viaggio
londinese.
Il club P2, vent'anni dopo
Che cos'era il gruppo di Gelli? Che cosa fanno oggi i suoi
membri? Ecco le "pagine gialle" della loggia Propaganda 2,
mentre il suo affiliato più noto punta alla presidenza del
Consiglio
di Gianni Barbacetto
tratto da Diario
Questo testo. Vent'anni
fa, nel maggio 1981, furono resi pubblici gli elenchi sequestrati a
Licio Gelli con i nomi degli affiliati alla loggia massonica
Propaganda 2. Che cos'era quell'organizzazione segreta? Che peso ha
avuto nella storia d'Italia? Che cosa fanno oggi gli iscritti alla
loggia? Ecco qualche risposta, mentre il più noto di loro aspira
alla presidenza del Consiglio.
Milano La
notizia la dà il telegiornale della notte: la presidenza del
Consiglio dei ministri ha deciso di rendere pubblici gli elenchi
della loggia massonica P2, l'associazione segreta che il Maestro
venerabile Licio Gelli chiama "l'Istituzione". È il 20
maggio 1981, vent'anni fa. L'Italia è scossa: di quella loggia
misteriosa si parla ormai da molto tempo, ma ora i suoi componenti
prendono un nome e un volto. E gli italiani scoprono che esiste un
potere sotterraneo, un governo parallelo, uno Stato nello Stato.
Negli elenchi della loggia sono iscritti i nomi di quattro ministri
o ex ministri, 44 parlamentari, tutti i vertici dei servizi segreti,
il comandante della Guardia di finanza, alti ufficiali dei
Carabinieri, militari, prefetti, funzionari, magistrati, banchieri,
imprenditori, direttori di giornali, giornalisti...
Una settimana dopo, il governo presieduto da Arnaldo Forlani dà
le dimissioni. Nasce il primo governo laico della storia d'Italia,
guidato da Giovanni Spadolini. È varata una commissione
parlamentare d'inchiesta sulla loggia di Gelli, sotto la presidenza
di Tina Anselmi. È approvata una legge dello Stato che vieta le
associazioni segrete e scioglie la P2. I capi dei servizi di
sicurezza sono tutti licenziati. Qualche piduista ha la carriera
bloccata, qualcuno subisce procedimenti disciplinari, una ventina di
affiliati finisce sotto processo. I magistrati aprono indagini sulla
loggia, con l'ipotesi che abbia realizzato una cospirazione politica
contro le istituzioni della Repubblica.
Ma oggi, vent'anni dopo, che cosa è restato di quel terremoto? Dove
sono, che cosa fanno i membri del club P2? Il più noto di essi, che
vent'anni fa era soltanto un giovane, brillante palazzinaro, ora
spera di diventare nientemeno che presidente del Consiglio. Ecco
dunque la storia dimenticata dell'"Istituzione" che ha
segnato alcuni decenni della storia italiana.
DA SINDONA ALLA P2.
Nella seconda metà degli anni Settanta qualche articolo di giornale
aveva accennato all'esistenza di una loggia massonica potentissima e
misteriosissima. Ombre, sospetti, dicerie? Nel 1980 il consigliere
istruttore di Milano Antonio Amati deve aprire due inchieste
giudiziarie: una sull'assassinio dell'avvocato milanese commissario
liquidatore delle banche di Michele Sindona, Giorgio Ambrosoli,
ucciso a Milano l'11 luglio 1979; l'altra sullo strano rapimento di
Sindona, scomparso da New York il 2 agosto 1979 e poi ricomparso il
16 ottobre. Nessuno allora avrebbe pensato che quelle inchieste
avrebbero portato alla P2.
Amati assegna i due fascicoli, insieme, a due giovani magistrati. Il
primo, più esperto, si chiama Giuliano Turone, baffi curati e dita
sottili, irrequieto e rigorosissimo. Dopo il liceo Manzoni di
Milano, dopo un anno negli Stati Uniti, dopo la laurea in legge, era
stato tentato dalla carriera diplomatica. Ma aveva scelto la
magistratura: perché il diplomatico deve limitarsi a eseguire la
politica estera del suo governo, mentre il magistrato decide e
giudica, con il solo aiuto della legge e della sua coscienza.
Affascinato dalla geometria dell'indagine, aveva voluto diventare
giudice istruttore, figura mista (oggi cancellata dal nuovo codice)
di giudice e investigatore. Poco più che trentenne, era entrato di
persona nel covo-prigione di uno dei primi sequestrati italiani,
l'imprenditore Luigi Rossi di Montelera; e nel 1974 aveva fatto
arrestare il responsabile, un ometto siciliano che abitava in via
Ripamonti 84, a Milano, e che sulla carta d'identità aveva scritto
Luciano Leggio, anche se era già noto come boss di Cosa nostra con
il nome di Luciano Liggio.
Gherardo Colombo, il secondo magistrato, era invece un giovanotto
che arrivava a palazzo di giustizia con i jeans e la camicia senza
cravatta, e sopra gli occhiali aveva una gran corona di capelli
refrattari al pettine. Era cresciuto in una grande casa sui colli
della Brianza, padre medico e un po' poeta, nonno e bisnonno
avvocati. Amava i giochi di logica e il bridge. Parlava con aria
apparentemente svagata, accompagnando le parole con brevi gesti
secchi della mano, che poi spesso lasciava così, sospesa a
mezz'aria. Per nove mesi, Turone e Colombo lavorano sodo. Macinano
insieme decine e decine di interrogatori, perquisizioni, indagini
bancarie. Sono letteralmente risucchiati da un'inchiesta che è un
giallo appassionante, pieno di misteri e di colpi di scena.
"Era un tessuto dai cento fili intrecciati", secondo
Turone, "così abbiamo cominciato col tirare i fili che
sporgevano dalla trama".
Il sequestro di Sindona: strano, con quella improbabile
rivendicazione del "Gruppo proletario di eversione per una
giustizia migliore". Strani anche gli affidavit (dichiarazioni
giurate) che una decina di persone invia negli Stati Uniti, ai
magistrati americani, per testimoniare che il povero Sindona, che ha
fatto bancarotta e ha lasciato sul lastrico centinaia di clienti, è
perseguitato dai magistrati italiani soltanto per la sua fede
anticomunista. Uno degli affidavit è firmato da un certo Licio
Gelli. Dice: "Nella mia qualità di uomo d'affari sono
conosciuto come anticomunista e sono al corrente degli attacchi dei
comunisti contro Michele Sindona. È un bersaglio per loro e viene
costantemente attaccato dalla stampa comunista. L'odio dei comunisti
per Michele Sindona trova la sua origine nel fatto che egli è
anticomunista e perché ha sempre appoggiato la libera impresa in
un'Italia democratica". La prosa non è un granché, ma
l'ossessione anticomunista è ben presente (e allora, almeno, i
comunisti c'erano davvero...).
LICIO GELLI, FASCISTA E MASSONE. Chi è questo Gelli? - si
chiedono Turone e Colombo. Quasi sconosciuto, allora, dal grande
pubblico, era il Maestro Venerabile della loggia massonica
Propaganda 2, che riuniva la crema del potere italiano. C'era la
fila, per ottenere udienza da Gelli nella sua suite all'hotel
Excelsior, in via Veneto, a Roma. La loggia era segreta, per non
mettere in imbarazzo i suoi potenti iscritti, dispensati anche dalle
ritualità massoniche. Bastava la sostanza.
Gelli era arrivato al vertice della P2 dopo una onorata carriera
come fascista, simpatizzante della Repubblica di Salò,
doppiogiochista con la Resistenza, collaboratore dei servizi segreti
inglesi e americani, infine agente segreto della Repubblica
italiana. Volonteroso funzionario del Doppio Stato: soldato, come
tanti altri fascisti e nazisti, arruolato nell'esercito invisibile
che gli Alleati avevano approntato, dopo la vittoria contro Hitler e
Missolini, per combattere la "guerra non ortodossa" contro
il comunismo. Entrato nella massoneria, aveva contribuito a
selezionare, dentro l'esercito, gli ufficiali anticomunisti disposti
ad avventure golpiste. Nel colpo di Stato (tentato) del 1970 aveva
avuto un ruolo di tutto rispetto: suo era l'incarico di entrare al
Quirinale e trarre in arresto il presidente della Repubblica
Giuseppe Saragat, quello che mandava telegrammi a raffica che
finivano sempre con un bel "viva la Resistenza, viva
l'Italia". Poi il golpe non ci fu, sospeso forse dagli
americani, ma la "guerra non ortodossa" continuò, con una
serie di stragi che insanguinarono l'Italia. Fino al 1974, anno di
svolta. Allora la strategia della guerra segreta contro il comunismo
cambiò: basta con la contrapposizione diretta, con i progetti
apertamente golpisti, sostituiti da una più flessibile occupazione,
attraverso uomini fidati, di tutti gli ambiti della società, di
tutti i centri di potere. La massoneria (o almeno una parte di essa)
fornisce le strutture e le coperture necessarie a organizzare questo
club del Doppio Stato, questo circolo dell'oltranzismo atlantico.
Nasce la P2 di Licio Gelli. In cui poi, all'italiana, entrano anche
(e per alcuni soprattutto) le protezioni, le carriere, gli affari e
gli affarucci. Ma tutto ciò, tra il 1980 e il 1981, Turone e
Colombo ancora non lo sapevano, non lo immaginavano neanche. I due
andavano avanti per la loro strada, a districare i misteri del caso
Sindona.
LA PERQUISIZIONE FATALE. Scoprono che Sindona non è stato
rapito, ma ha organizzato una messa in scena per sparire dagli Stati
Uniti e arrivare in Italia, in Sicilia. Scoprono che è lui a
trattare il salvataggio delle sue banche con Giulio Andreotti, a
minacciare il presidente della Mediobanca Enrico Cuccia (che si
oppone al piano di risanamento), è lui a far uccidere Giorgio
Ambrosoli, nella notte dell'11 luglio 1979, con tre colpi di 357
magnum sparati al petto da un sicario che viene dagli Stati Uniti. A
ospitare Sindona a Palermo, in quell'estate di scirocco e di sangue,
è un medico italoamericano: Joseph Miceli Crimi, massone, esperto
di riti esoterici e di chirurgie plastiche. È lui che spara alla
gamba del banchiere, con sapienza clinica, per cercare di rendere
credibile il rapimento. I due giudici istruttori gli sequestrano
alcune carte e, tra queste, uno stupido biglietto ferroviario
Palermo-Arezzo, usato da Miceli Crimi nell'estate del 1979. Domanda:
perché un viaggio dalla Sicilia ad Arezzo? Risposta: "Per
andare dal dentista presso cui ero in cura". Fantasiosa, ma i
due milanesi non abboccano. Miceli Crimi, messo alle strette,
ammette: ma sì, sono andato da un certo Licio Gelli, per discutere
con lui la situazione di Sindona. Questo Gelli comincia proprio a
incuriosire i due giudici istruttori. I personaggi che si muovono
attorno a Sindona e si danno da fare per salvarlo, scoprono Turone e
Colombo, finiscono tutti per arrivare a Gelli: Rodolfo Guzzi,
l'avvocato del bancarottiere; Pier Sandro Magnoni, suo genero;
Philip Guarino e Paul Rao, due massoni che incontrano il Venerabile
poche ore dopo essere stati ricevuti da Giulio Andreotti. Ecco
perché, nel marzo 1981, i giudici milanesi ordinano una
perquisizione di tutti gli indirizzi del Venerabile. "Cautela
assoluta", ricorda Colombo, "avevamo intuito che per
ottenere risultati dovevamo procedere con la massima
segretezza". La sera di lunedì 16 marzo 1981 una sessantina di
agenti della Guardia di finanza si muove da Milano verso i quattro
indirizzi di Gelli annotati su una agenda di Sindona sequestrata al
banchiere dalla polizia di New York: villa Wanda di Arezzo,
l'abitazione privata; la suite all'Excelsior dove riceveva
autorità, politici, postulanti; un'azienda di Frosinone; e gli
uffici di una fabbrica d'abbigliamento, la Giole di Castiglion
Fibocchi.
L'incarico delle perquisizioni è affidato a un uomo di cui Turone e
Colombo conoscono la lealtà istituzionale, il colonnello della
Guardia di finanza Vincenzo Bianchi. Ha l'ordine di agire senza
informare nessuno e senza avere alcun contatto con le autorità
locali, i carabinieri, la polizia, la magistratura del posto,
neppure i comandi della Guardia di finanza. I suoi finanzieri,
arrivati in Toscana, non passano la notte nella caserma di Arezzo,
ma si disperdono in diverse località lì attorno. Per tutti,
l'appuntamento è all'alba del 17 marzo.
Scatta la perquisizione. Nessun risultato a Roma. Niente a villa
Wanda. L'azienda di Frosinone è un vecchio indirizzo. Alla Giole,
invece, c'è una montagna di carte. Gelli non si trova, è a
Montevideo. Ma la sua segretaria, Carla, protegge con vigore i
documenti stipati nella scrivania, nei cassetti, nella cassaforte,
in una valigia... Nella cassaforte ci sono gli elenchi della loggia
segreta. "Sequestrate tutto", ordinano, per telefono, i
giudici istruttori. La perquisizione è ancora in corso quando a
Bianchi arriva via radio una chiamata del generale Orazio Giannini,
comandante della Guardia di finanza: c'è anche il suo nome, in
quegli elenchi, come quello del suo predecessore, il generale
Raffaele Giudice, come quello del capo di stato maggiore della
Finanza, il generale Donato Lo Prete. E il comandante delle Fiamme
gialle di Arezzo, e una folla di generali, colonnelli, maggiori...
VERSO IL PORTO DELLE NEBBIE. Tutte le carte sono portate a
Milano. Turone e Colombo le catalogano, personalmente, pagina per
pagina. Ne fanno due copie. L'originale entra nel fascicolo
dell'inchiesta; la prima copia è affidata ai finanzieri, con
l'incarico di conservarla in un luogo sconosciuto agli stessi
giudici; la seconda è nascosta, sotto una falsa intestazione
("Formazioni comuniste combattenti") tra i fascicoli di un
collega di cui i due si fidano, il giudice Pietro Forno. Non si sa
mai.
Fuori dal palazzo di giustizia di Milano, intanto, nessuno sa delle
carte sequestrate a Gelli. Eppure qualcuno sta lavorando
febbrilmente per parare il colpo. La notizia comincia a trapelare.La
dà, per primo, il telegiornale Rai la sera del 20 marzo. Ma non è
chiaro quali documenti siano stati trovati dai giudici.Il giorno
dopo, sabato 21 marzo, il Giornale (allora diretto da Indro
Montanelli) scrive: "Nell'ambito delle indagini per l'affare
Sindona, stasera si è appresa una doppia operazione compiuta dalla
magistratura di Milano e da quella di Roma, nella villa aretina di
Licio Gelli, Venerabile Maestro della loggia massonica P2. Per conto
dei giudici milanesi l'intervento sarebbe stato operato dalla
Guardia di finanza, mentre Roma avrebbe partecipato agli
accertamenti attraverso il sostituto procuratore della Repubblica
Sica".Strana notizia: il ritrovamento non è avvenuto a villa
Wanda ma alla Giole di Castiglion Fibocchi; e soprattutto Domenico
Sica, detto "Rubamazzo", per ora non c'entra nulla. Ma
basteranno poche settimane e Roma arriverà ad avverare la profezia
del Giornale e a strappare l'indagine ai magistrati milanesi.
Turone e Colombo, consci del peso istituzionale della loro scoperta,
decidono che è loro dovere informare il capo dello Stato: ma il
presidente Sandro Pertini è all'estero, così ripiegano sul capo
del governo, Arnaldo Forlani. Si recano a Roma il 25 marzo,
l'appuntamento è fissato alle ore 16 a Palazzo Madama.Aspettano per
due ore.Poi la segreteria di Forlani comunica che c'è stato un
equivoco, che il presidente li aspetta a Palazzo Chigi. I due
giudici si spostano lì.Ad accoglierli è il capo di gabinetto di
Forlani."Ci siamo guardati negli occhi in silenzio",
ricorda Colombo, "il funzionario davanti a noi era il prefetto
Mario Semprini, tessera P2 1637". Forlani è cortese, chiede se
le carte trovate possono essere non autentiche. I due giudici gli
mostrano una firma autografa del ministro della Giustizia Adolfo
Sarti sulla domanda d'iscrizione alla loggia.Chiedono: "Signor
presidente, avrà certamente un documento controfirmato dal suo
ministro Guardasigilli...".Forlani ne prende uno, confronta i
due fogli, si convince."Datemi tempo di riflettere",
conclude Forlani. "Di solito offro agli ospiti di riguardo un
aereo dei servizi per tornare a casa.Mi pare che questa volta non
sia il caso".
Forlani tira in lungo.Non vuole prendersi la responsabilità di
rendere pubblici gli elenchi. Cerca di scaricarla sui giudici
milanesi. Sui giornali del 20 maggio i titoli confermano quella
sensazione: "Forlani: spetta ai giudici togliere il segreto
sulla P2". Turone, Colombo e il capo dell'ufficio Amati inviano
immediatamente una lettera al presidente del Consiglio, in cui
sostengono che sono coperti dal segreto istruttorio i verbali delle
deposizioni dei testimoni che stanno sfilando davanti a loro, ma non
"il restante materiale trasmesso". Forlani capisce che non
può più aspettare.Le liste di Gelli sono rese pubbliche.
Oltre agli elenchi degli affiliati e alla documentazione sulla
loggia, tra le carte sequestrate vi sono 33 buste sigillate con
intestazioni diverse: "Accordo Eni-Petromin", "Calvi
Roberto vertenza con Banca d'Italia", "Documentazione per
la definizione del gruppo Rizzoli", "On. Claudio
Martelli"...
C'erano già, in quelle carte, i segreti di Tangentopoli, del Conto
Protezione e di tanto altro ancora. Ma i tempi non erano maturi. Da
Roma si muovono il giudice istruttore Domenico Sica (detto
"Rubamazzo") e il procuratore della Repubblica Achille
Gallucci. Sollevano il conflitto di competenza e la Cassazione, il 2
settembre 1981, strappa l'inchiesta a Milano per affidarla a Roma.
Non sviluppata, l'indagine si spegne. "Mi è arrivata sulla
scrivania già morta", dice Elisabetta Cesqui, il pubblico
ministero che eredita l'indagine. L'accusa di cospirazione politica
contro le istituzioni della Repubblica mediante associazione cade:
tutti i rinviati a giudizio (pochi: qualche capo dei 17 gruppi in
cui la P2 era divisa, più Gelli e i responsabili dei servizi
segreti) sono prosciolti, e comunque il processo arriva in
Cassazione quando ormai è troppo tardi e per tutti scatta la
prescrizione.
Più utile il lavoro della Commissione parlamentare presieduta da
Tina Anselmi, che dichiara le liste della P2, con 972 nomi,
"autentiche" e "attendibili", ma incomplete. E
con anni di lavoro produce un materiale immenso e prezioso, la
documentazione di come funzionava una potentissima macchina di
eversione e di potere. Ma nel 1981 le speranze - o le paure - erano
altre: una parte del Paese sperava che lo scandalo P2 avviasse il
rinnovamento della vita politica e istituzionale; un'altra temeva
che il proprio potere si incrinasse per sempre.Sbagliavano gli uni e
gli altri.
TESSERA NUMERO 1816. Oggi il più noto degli iscritti alla P2
è Silvio Berlusconi, tessera numero 1816. Per la P2 Berlusconi ha
subito la sua prima condanna, ormai definitiva: per falsa
testimonianza. Nel 1990, a Venezia, viene infatti giudicato
colpevole di aver giurato il falso davanti ai giudici, a proposito
della sua iscrizione alla loggia. L'anno prima, però, c'era stata
una provvidenziale amnistia.
Quando parla della P2, Berlusconi se la cava, di solito, con qualche
battuta. Eppure l'iscrizione alla loggia è stata determinante per i
suoi primi affari immobiliari. Per esempio per ottenere credito
dalla Banca nazionale del lavoro (controllata dalla P2, con ben otto
alti dirigenti affiliati) e dal Monte dei Paschi di Siena (era
piduista il direttore generale Giovanni Cresti). Conclude la
Commissione Anselmi: gli imprenditori Silvio Berlusconi e Giovanni
Fabbri (il re della carta) "trovarono appoggi e finanziamenti
al di là di ogni merito creditizio". Ma poi, fatte le case,
bisogna venderle. E non fu facile, per Berlusconi. Lo soccorse, agli
inizi della sua carriera di immobiliarista, un "fratello"
della loggia segreta, il napoletano Ferruccio De Lorenzo, già
sottosegretario liberale in un governo Andreotti e futuro ministro
della Sanità e imputato di Mani pulite: De Lorenzo acquistò, come
presidente dell'Enpam (l'Ente nazionale previdenza e assistenza dei
medici italiani) prima due hotel a Segrate, poi decine di
appartamenti di Milano 2. L'Enpam decise poi di affidare a
Berlusconi anche la gestione del teatro Manzoni di Milano,
controllato dall'ente.
Quando Gelli parla di Berlusconi, è lapidario: "Ha preso il
nostro Piano di rinascita e lo ha copiato quasi tutto",
dichiara all'Indipendente nel febbraio 1996. Il Piano di rinascita
democratica era il programma politico della P2. Fu sequestrato il 4
luglio 1981 all'aeroporto di Fiumicino, nel doppiofondo di una
valigia di Maria Grazia Gelli, figlia del Venerabile. Riletto oggi,
risulta profetico. Prevede, infatti, di "usare gli strumenti
finanziari per l'immediata nascita di due movimenti l'uno sulla
sinistra e l'altro sulla destra". Tali movimenti
"dovrebbero essere fondati da altrettanti club promotori".
Nell'attesa, il Piano suggerisce che con circa 10 miliardi è
possibile "inserirsi nell'attuale sistema di tesseramento della
Dc per acquistare il partito". Con "un costo aggiuntivo
dai 5 ai 10 miliardi" si potrebbe poi "provocare la
scissione e la nascita di una libera confederazione sindacale".
Per quanto riguarda la stampa, "occorrerà redigere un elenco
di almeno due o tre elementi per ciascun quotidiano e periodico in
modo tale che nessuno sappia dell'altro"; "ai giornalisti
acquisiti dovrà essere affidato il compito di simpatizzare per gli
esponenti politici come sopra". Poi bisognerà: "acquisire
alcuni settimanali di battaglia", "coordinare tutta la
stampa provinciale e locale attraverso un'agenzia
centralizzata", "coordinare molte tv via cavo con
l'agenzia per la stampa locale", "dissolvere la Rai in
nome della libertà d'antenna"; "punto chiave è
l'immediata costituzione della tv via cavo da impiantare a catena in
modo da controllare la pubblica opinione media nel vivo del
Paese". Tecnologia a parte: preveggente, no?
La giustizia va ricondotta "alla sua tradizionale funzione di
equilibrio della società e non già di eversione". Per questo,
è necessaria la separazione delle carriere del pubblico ministero e
dei giudici, "l'istruzione pubblica dei processi nella
dialettica fra pubblica accusa e difesa di fronte ai giudici
giudicanti", la "riforma del Consiglio superiore della
magistratura che deve essere responsabile verso il Parlamento".
Molto è già stato realizzato. Per il resto si vedrà.
Che fine hanno fatto gli altri "fratelli" di loggia?
Alcuni hanno fatto proprio una brutta fine. Sindona, dopo essere
stato condannato per l'omicidio di Giorgio Ambrosoli, è morto in
carcere, per una tazzina di caffè al veleno. Il suo successore
nella finanza d'avventura, Roberto Calvi, tessera numero 1624, ha
gettato la più grande banca italiana, il Banco Ambrosiano, nelle
braccia della P2 che gli ha sottratto un fiume di miliardi e l'ha
fatto finire in bancarotta; alla fine, il 18 giugno 1982, è stato
trovato penzolante sutto il ponte dei Frati neri, a Londra. Mino
Pecorelli, tessera 1750, giornalista in contatto con i servizi
segreti, direttore di Op e piduista anomalo che voleva giocare in
proprio, è stato crivellato di colpi nella sua automobile, il 20
marzo 1979.
LA LOGGIA MULTINAZIONALE. Gelli è agli arresti domiciliari a
villa Wanda, condannato per il crac del Banco Ambrosiano. Molti
degli affiliati, il nocciolo duro del club dell'oltranzismo
atlantico, sono stati coinvolti in vicende di eversione, stragi,
tentati colpi di Stato, depistaggi. Così Vito Miceli, Gian Adelio
Maletti, Antonio Labruna, Giuseppe Santovito, Giovanni Fanelli,
Antonio Viezzer, Umberto Federico D'Amato, Giovanbattista Palumbo,
Pietro Musumeci, Elio Cioppa, Manlio Del Gaudio, Giovanni Allavena,
Giovanni Alliata di Montereale, Giulio Caradonna, Edgardo Sogno...
Ci vorrebbe almeno un libro per ciascuno, per raccontare la
multiforme attività di questi fedeli servitori del Doppio Stato.
Organizzazione multinazionale, la P2 aveva affiliati che operavano
in Sudamerica: Uruguay, Brasile e soprattutto Argentina. In
Argentina, dove Gelli aveva rapporti molto stretti con i servizi
segreti, aveva arruolato nella loggia l'ammiraglio Emilio Massera,
capo di Stato maggiore della Marina, José Lopez Rega, ministro del
Benessere sociale di Juan Domingo Peron, Alberto Vignes, ministro
degli Esteri, l'ammiraglio Carlos Alberto Corti e altri militari.
Pochi del club P2 sono stati messi davvero fuori gioco dallo
scandalo che seguì la pubblicazione degli elenchi. I magistrati
(unica categoria che reagì con decisione) furono giudicati e
sanzionati dal Consiglio superiore della magistratura. Ma ciò non
toglie che uno dei magistrati iscritti alla P2, Giuseppe Renato
Croce, tessera numero 2071, oggi giudice per le indagini preliminari
a Roma, con arzigogoli procedurali stia dando ragione a Marcello
Dell'Utri in una delle tante contese giudiziarie che il braccio
destro di Berlusconi ha aperte.
Molti dei piduisti sono stati messi da parte dagli anni e dall'età.
Ma chi resiste all'azione del ciclo biologico non se la cava poi
tanto male. Tra i giornalisti (di allora), Gustavo Selva è
parlamentare di An; Maurizio Costanzo è direttore di Canale 5 e
uomo politicamente trasversale, anche se sempre dalla parte di
Berlusconi nei momenti cruciali; Massimo Donelli è direttore della
nuova tv del Sole 24 ore. Roberto Gervaso continua a scrivere un
fiume di articoli e di libri e nessuno si ricorda più di una
simpatica lettera che inviò, tanto tempo fa, a Gelli: "Caro
Licio, ho chiesto a Di Bella (direttore del Corriere della sera
quando era nelle mani della P2, ndr) di farmi collaborare. È bene
che tutti capiscano che bisogna premiare gli amici. Oggi Di Bella
parlerà della mia collaborazione con Tassan Din (direttore generale
del Corriere, piduista come l'editore del Corriere, Angelo Rizzoli,
ndr). Vedi di fare, se puoi, una telefonata a Tassan Din, affinché
non mi metta i bastoni tra le ruote". Più defilato Paolo
Mosca, ex direttore della Domenica del Corriere. Gino Nebiolo,
all'epoca direttore del Tg1, è stato mandato da Letizia Moratti a
dirigere la sede Rai di Montevideo (una capitale della P2) e oggi
scrive sul Foglio di Giuliano Ferrara. Franco Colombo, ex
corrispondente della Rai a Parigi e aspirante piduista, oggi ha
cambiato mestiere: è vicepresidente della società del Traforo del
Monte Bianco e si sta dando molto da fare per gli appalti che devono
riaprire il tunnel. Alberto Sensini (aspirante piduista, come
Colombo) scrive di politica sui giornali. Tra i politici, Pietro
Longo, segretario del Partito socialdemocratico, divenne il simbolo
negativo del piduista con cappuccio. Ma a tanti altri è andata
meglio. Publio
Fiori (tessera 1878), ex deputato democristiano, è
trasmigrato in An e nel 1994 è diventato ministro di Berlusconi [Nota
di ecomancina.com del 29 ottobre 2006. Con sentenza n. 20537/01 del
Tribunale di Roma è stata riconosciuta l’estraneità
dell’onorevole Publio Fiori alle liste della P2].
Una poltrona di ministro è già capitata, durante il governo
Berlusconi, anche ad Antonio Martino (anch'egli a Gelli aveva solo
presentato la domanda d'iscrizione). Invece Duilio Poggiolini
(tessera 2247), ex ministro democristiano della Sanità, ha avuto la
carriera stroncata non dalla P2, ma dai lingotti d'oro di
Tangentopoli trovati nel pouf del salotto. Massimo De Carolis
(tessera P2 1815, solo un numero in meno di quella di Berlusconi),
negli anni Settanta era democristiano e leader della
"Maggioranza silenziosa", oggi è tornato alla politica
sotto le bandiere di Forza Italia e grazie al rapporto diretto con
Berlusconi ha ottenuto la presidenza del Consiglio comunale di
Milano e la promessa di una candidatura in Parlamento. Le ha dovuto
abbandonare entrambe, dietro la ferma insistenza del sindaco
Gabriele Albertini, dopo essere stato coinvolto in alcuni scandali.
È accusato, tra l'altro, di aver chiesto 200 milioni per rivelare
notizie riservate a una azienda partecipante a una gara per un
appalto a Milano. Ma il fatto curioso è che, insieme a De Carolis,
nel processo in corso a Milano sia coinvolta un'altra vecchia
conoscenza della P2: Luigi Franconi (tessera P2 numero 1778). I
rapporti solidi resistono nel tempo.
POLITICA & AFFARI. Un banchiere iscritto alla P2, certo
meno noto di Sindona e Calvi, era Antonio D'Alì, proprietario della
Banca Sicula e datore di lavoro di boss di mafia come i Messina
Denaro. Oggi ha passato la mano al figlio, Antonio D'Alì jr, eletto
senatore a Trapani nelle liste di Forza Italia. Angelo Rizzoli, che
si fece sfilare di mano il Corriere dalla compagnia della P2, oggi
fa il produttore cinematografico. Roberto Memmo (tessera 1651),
finanziere che tanto si diede da fare per salvare Sindona, oggi è
buon amico di Marcello Dell'Utri, di Cesare Previti e del giudice
Renato Squillante, che incontrava insieme, e dirige la Fondazione
Memmo per l'arte e la cultura, con sede a Roma nel Palazzo Ruspoli.
Rolando Picchioni (tessera 2095), torinese, ex deputato dc,
coinvolto (ma assolto) nello scandalo petroli, oggi è in area Udeur
ed è segretario generale del Salone del libro di Torino. Giancarlo
Elia Valori, unico caso di piduista espulso dalla loggia perché
faceva troppa concorrenza al Venerabile Maestro, oggi è presidente
dell'Associazione industriali di Roma, infaticabile scrittore di
libri e instancabile tessitore di rapporti e di alleanze. Vittorio
Emanuele di Savoia (tessera 1621) è un curioso caso di uomo
off-shore: non può rientrare in Italia, ma in Italia fa business,
seppure attraverso società estere. Ora vorrebbe poter rientrare
definitivamente, anche se nei fatti non ne è mai stato fuori, a
giudicare dai suoi affari e traffici (d'armi): nei decenni scorsi è
stato, anche grazie alla sua integrazione nel club P2, mediatore
d'affari all'estero per conto di aziende italiane (Agusta) e
addirittura di Stato (Italimpianti, Condotte...), quello stesso
Stato sul cui territorio non poteva mettere piede. Di Berlusconi ha
detto (era il 1994): "È un buon manager, può rimettere ordine
nell'economia italiana". Come? Per esempio "cancellando
quel disastro" che è "lo Statuto dei lavoratori, con il
divieto di licenziamento". Apprezzamenti naturali, tra compagni
di loggia. Ma con un finale obbligato per il principe: "Io? Non
faccio politica". Vittorio Emanuele non vota, ma c'è da
scommetterci che tifa per Berlusconi, che potrà farlo finalmente
rientrare in Italia, questa volta anche fisicamente.
Vent'anni dopo, in Italia è tempo di revisioni. Anche sulla P2. È
stato un legittimo club di amiconi, magari con qualcuno che ne
approfittava un po' per fare affari. Gelli? Un abile traffichino che
millantava poteri che in realtà non aveva. Ma era proprio questo,
la P2? Vista con distacco, appare invece il luogo più attivo per
l'elaborazione di strategie di potere del grande partito atlantico
in Italia, almeno tra il 1974 e il 1981. Centro d'incontro tra
politica, affari, ambienti militari. Nella loggia segreta è
confluito il partito del golpe, reduce della stagione delle stragi
1969-74, ma con una nuova strategia, più flessibile, più attenta
alla politica. E ai soldi, che possono comprarla: come suggerisce,
appunto, il Piano di rinascita.
E oggi? La fase, naturalmente, è nuova. La società è cambiata.
Anche gli uomini alla ribalta sono, in buona parte, diversi. Ma
nella storia italiana non si butta via niente, c'è una continuità
di fondo con il peggio delle nostre vicende, fatte di un
anticomunismo eversivo, bancarotte e spoliazioni di denaro pubblico,
politica corrotta, stragi, morti ammazzati, rapporti inconfessabili
con le organizzazioni criminali. Il passato, il tremendo passato
italiano, deve sempre restare non del tutto chiarito, perché i
dossier, gli uomini, i segreti, i ricatti che da quel passato
provengono possano essere riciclati nel futuro. Da questo punto di
vista, la parabola di Silvio Berlusconi, uomo "nuovissimo"
che viene dal passato vecchissimo di Gelli e affiliati, è la
parabola dell'Italia.
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