Storia di appalti, traffici di droga ed armi sull’asse
criminale Messina-Milazzo-Barcellona. A Rometta, cittadina balneare
a venti chilometri da Messina, si è compiuta nel luglio 2002, l’ennesima
tragedia delle ferrovie italiane. L’Espresso Palermo-Venezia è
deragliato a causa, probabilmente, della cattiva esecuzione dei
lavori di manutenzione dei binari. Tra le imprese esecutrici una
società in mano al rappresentante provinciale di Cosa nostra.
Antonio Mazzeo Novembre 2002
La realizzazione della nuova tratta ferroviaria Messina-Palermo
è la storia di centinaia di miliardi finiti nelle mani delle
imprese mafiose siciliane, ma è anche la storia di una serie di
stragi, omicidi, lupare bianche che hanno insanguinato negli anni
’80 e ’90 i comuni di Barcellona, Terme Vigliatore e Milazzo.
Una cruenta guerra tra le cosche per accaparrarsi subappalti e
commesse, combattuta tra le complicità e le contiguità di ampi
settori delle istituzioni dello Stato. Fiumi di denaro e di sangue
che hanno rafforzato una delle più violente e moderne
organizzazioni criminali d’Italia, la ‘famiglia’ di Barcellona
Pozzo di Gotto.","strage di stato - strage di mafia
Cronaca di una strage annunciata
Sabato 20 luglio 2002. Ore diciotto e cinquantasei. L’Espresso
‘Freccia della Laguna’ proveniente da Palermo e diretto a
Venezia transita dalla stazione di Rometta Marea. Improvvisamente il
locomotore esce dalle rotaie, compie un giro di 180 gradi e urta
violentemente le strutture laterali del ponticello sul sottostante
torrente Formica. Il resto del convoglio si stacca dalla motrice e
dopo alcuni istanti va a schiantarsi sul casello ferroviario. Il
boato è enorme. L’edificio, disabitato, viene sventrato in due
parti. Le ultime carrozze proseguono la loro corsa per inerzia;
finalmente si fermano sui binari. Una delle due rotaie si è
deformata parzialmente bloccando il moto delle vetture ([1]).
Urla di terrore ed agghiaccianti gemiti di dolore si alzano dalle
carrozze accartocciatesi. I primi passeggeri si fanno spazio tra le
lamiere, qualcuno si getta dai finestrini sfidando il burrone
antistante. Lo scenario è apocalittico: maschere di sangue, corpi
lacerati, arti a brandelli. I soccorritori fanno il primo bilancio
della tragedia. Un bollettino di guerra. Otto i morti: uno dei due
macchinisti, un anziano pensionato, un impiegato comunale, una
giovane emigrata in Germania e quattro cittadini marocchini, due
uomini e due donne. Quarantasette i feriti, alcuni gravissimi, e
più di un centinaio di passeggeri illesi, che avranno per sempre
scolpite nell’anima, le immagini di morte di quella terribile sera
d’estate siciliana.
Sessantatré giorni dopo il disastro ferroviario di Rometta, la
Procura della Repubblica di Messina ha emesso otto informazioni di
garanzia. I reati ipotizzati sono gravissimi: si va dal disastro
ferroviario all’omicidio e alle lesioni colpose aggravate. Secondo
i consulenti nominati dalla pubblica accusa, la causa del disastro
sarebbe da ricercare nel giunto provvisorio sistemato sul binario
sul quale non sarebbero state compiute le dovute verifiche. Quel
giunto, su cui per fatalità si era bloccata la corsa della carrozza
di coda, sarebbe stato "sostenuto da due e non da quattro
morsetti come richiesto dalle norme di sicurezza", secondo
quanto indicato dal prof. Giorgio Diana, direttore del Dipartimento
di meccanica del Politecnico di Milano, perito nominato dalla
Procura.
Era stato lo stesso prof. Diana, dopo un primo sopralluogo alla
stazione di Rometta a dichiarare: "Un giunto staffato,
maldestramente applicato, ha causato la tragedia. Esso non è stato
fissato a regola d’arte". Nella perizia si accennerebbe a
particolari "problemi nello scartamento", cioè nella
distanza tra le due rotaie, che nel punto dell’incidente non
corrisponderebbe ai parametri previsti dalle norme vigenti. Eppure
su quella tratta ferroviaria erano stati eseguiti da poco, i lavori
di manutenzione e risanamento dei binari. "Manutenzione
compiuta con i piedi", hanno commentato a caldo gli
investigatori. Una manutenzione comunque sospetta e tormentata:
secondo alcune indiscrezioni stampa, i lavori erano stati
considerati conclusi dai dirigenti della RFI (Rete Ferroviaria
Italiana), quaranta giorni prima, ma nella realtà erano ancora in
corso al momento della strage per "gli ultimi ritocchi"
([2]).
Un incidente dettato dall’incuria, dal pressappochismo, dalla
logica del profitto che sacrifica diritti e sicurezza, l’ennesima
tragedia di una cultura neoliberista che punta alla completa
privatizzazione del sistema ferroviario italiano e allo
smantellamento della rete nel Mezzogiorno. Tragedia per versi simile
alle stragi che hanno insanguinato la Gran Bretagna dopo la
controriforma ‘tacheriana’ che ha regalato a banche e
faccendieri l’intero sistema di trasporto ferroviario, e che oggi,
sotto la pressione del tracollo finanziario, ritorna nelle mani
dello Stato. Tragedia, quella siciliana, che poteva benissimo essere
evitata se solo si fosse dato ascolto a chi aveva segnalato le tante
"anomalie" sui binari della Messina-Palermo, primo fra
tutti l’altro macchinista della ‘Freccia della Laguna’,
sopravvissuto al deragliamento, che nei giorni precedenti aveva
notificato alle Ferrovie l’incompletezza dei lavori di
manutenzione. Una strage che si sarebbe potuta ripetere, se nel mese
di agosto alcuni automobilisti non avessero denunciato ai
Carabinieri, la mancanza di altri bulloni sulle staffe delle rotaie
della tratta Milazzo-Messina, cinque chilometri ad ovest dalla
stazione di Rometta Marea, tra la strada di San Pier Marina e il
ponte Niceto ([3]).
Una nuova, ennesima, terribile strage di Stato, in cui come
sempre non mancano i misteri, le presenze inquietanti, i tentativi
di inquinare le prove e depistare le indagini. Sarebbe emerso ad
esempio che, subito dopo il deragliamento, mentre i primi
soccorritori portavano aiuto ai sopravvissuti, qualcuno aveva
cercato di rimettere a posto il giunto difettoso. Inspiegabilmente
le forze dell’ordine non avevano transennato la zona per limitare
l’accesso ai soli addetti ai soccorsi. Estranei, curiosi e
finanche borseggiatori-sciacalli avevano libero movimento tra le
lamiere e i binari ([4]).
Chi, perché, per conto di chi, aveva interesse a depistare da
subito le indagini? E’ uno dei quesiti a cui i magistrati dovranno
dare una risposta. Le possibili cause dell’incidente e le presunte
responsabilità di chi era stato chiamato alla manutenzione dei
binari è solo uno dei capitoli dell’inchiesta della Procura di
Messina. Dietro la strage di Rometta Marea, infatti, ci sarebbe
anche una nuova storia di corruzioni e collusioni, di appalti e
tangenti, sorta all’ombra delle grandi commesse delle ferrovie
italiane ([5]). Una storia che in Sicilia non poteva non avere la
sua appendice di piccoli-grandi interessi della criminalità
organizzata. Strage di Stato, ma anche Strage di Mafia, l’hanno
opportunamente definita i coraggiosi giornalisti de La città di
Barcellona e dell’agenzia IMG Press di Messina. Una storia di cui
necessariamente deve esserne descritto il contesto. Perché in
Sicilia "si è consumata la solita storia di mafia e appalti,
di negligenze e collusioni, di omertà e di inutili proteste"
([6]).
I lavori alle ferrovie siciliane sono Cosa nostra
Sei destinatari dei provvedimenti dei magistrati che indagano
sulla tragedia della ‘Freccia della Laguna’ sono dipendenti di
Rfi (Rete Ferroviaria Italiana), una delle mille aziende sorte dal
processo di smembramento e privatizzazione delle ex Ferrovie dello
Stato. Si tratta di Carmelo D’Arrigo, operaio specializzato del
tronco di Milazzo, Salvatore Piccolo, operaio tecnico dello stesso
tronco, Roberto Giannetto, ispettore aggiunto dell’Ufficio
territoriale di Catania e direttore dei lavori, Filippo Bardaro,
capo settore tecnico che avrebbe dovuto controllare e collaudare i
giunti, Antonino Conti Nibali, responsabile della struttura
organizzativa della Unità territoriale di Catania, Salvatore
Scaffidi, capo tecnico sovrintendente della tratta Rometta-Marea. A
loro spettava il monitoraggio e la valutazione dei lavori di
adeguamento dei binari ferroviari.
Ci sono poi altri due indagati, Oscar Esposito, amministratore
unico del consorzio d’imprese che si è aggiudicato l’appalto
dei lavori di manutenzione e soprattutto, direttore dei lavori della
Esposito S.p.A. di Caserta, società capofila; ed il geometra
Michele Pagliaro, responsabile per conto della ditta Esposito del
cantiere di risanamento. Due milioni e quattrocento mila euro è il
valore della commessa affidata dalla Rfi al consorzio d’imprese.
Un consorzio campano-siculo, dove oltre alla Esposito S.p.A.,
compaiono due piccole aziende di Palermo e la Lavorfer di Corleone,
società il cui amministratore è tale Stefano Alfano nipote del
più famoso Michelangelo Alfano, considerato uno dei maggiori
esponenti della mafia siciliana, per decenni incontrastato signore
degli appalti delle pulizie delle vetture delle Ferrovie dello Stato
nell’isola.
Quando nel gennaio del 2000 il Tribunale di Messina aveva emesso
il provvedimento di sequestro dei beni dell’imprenditore
originario di Bagheria, non aveva tenuto conto della segnalazione
della Questura che riteneva nell’orbita di Michelangelo Alfano
anche le tre società intestate al nipote Stefano ([7]). Tra esse
appunto la Lavorfer di Corleone, ditta che due anni più tardi
sarebbe entrata nel consorzio per la manutenzione di un tronco della
linea ferroviaria Messina-Palermo. Una ‘leggerezza’
imperdonabile, considerando poi il fatto che nel marzo 2002, la
Divisione anticrimine della Questura di Messina, avrebbe accertato
ancora una volta gli inscindibili legami societari tra Michelangelo
Alfano e il nipote Stefano, ponendo sotto sequestro altre due
aziende con sede a Bagheria formalmente sotto la titolarità di
quest’ultimo, la Megabound S.r.l., operante nel settore della
telefonia, ed una ditta individuale immobiliare ([8]).
La Mafia, pertanto, avrebbe messo le mani nell’affare
risanamento dei binari siciliani. E ancora una volta a fare da ‘ambasciatore’
col mondo delle ferrovie italiane, l’imprenditore Michelangelo
Alfano, già presidente del Messina calcio, condannato per
associazione mafiosa nel maxiprocesso di Palermo contro le maggiori
cosche di Cosa nostra. Il suo incontrastato monopolio nella gestione
degli appalti di pulizia delle carrozze ferroviarie in Sicilia si è
realizzato nonostante fossero stati accertati processualmente i suoi
legami di amicizia e di affari con il boss messinese Domenico Cavò,
poi assassinato, braccio destro dello storico padrino Gaetano Costa.
Proprio Alfano avrebbe nominato il Cavò referente delle cosche
palermitane a Messina. Nel passato dell’imprenditore di Bagheria c’erano
poi altri particolari inquietanti: un mandato di cattura per
favoreggiamento personale del ricercato Antonino Scaduto emesso il
18 febbraio 1974, e la storia di un’auto posseduta da Michelangelo
Alfano, una grossa Bmw, notata a S. Cipriano d’Aversa nel 1981
sotto l’abitazione del latitante Antonio Bardellino, all’epoca
uno dei capi camorristi della ‘Nuova Famiglia’, vicino al
vecchio boss del barcellonese Pino Chiofalo ([9]).
Latitante dal 1984 al 1987 a seguito di un nuovo mandato di
cattura emesso dai Giudici Istruttori di Palermo, Michelangelo
Alfano ricompare pubblicamente dopo la sopravvenuta revoca del
provvedimento restrittivo. La sua società continua ad ottenere l’affidamento
da parte delle FF.SS. nonostante il racconto fatto alla Commissione
parlamentare antimafia dal grande pentito di mafia Antonio Calderone
sui baci scambiati con "i mafiosi della famiglia Alfano che
avevano in appalto la pulizia dei vagoni delle ferrovie"
durante le loro visite a Catania ed il rinvio a giudizio con l’accusa
di essere il mandante del tentato omicidio del giornalista sportivo
Mino Licordari, avvenuto a Messina il 20 giugno 1987.
A non turbare le coscienze dei massimi dirigenti siciliani delle
FF.SS. neppure la clamorosa condanna a 4 anni (pena condonata), da
parte del tribunale di Palermo al ‘processo maxiquater’, quello
sul filone siciliano della cosiddetta Pizza Connection, i traffici
di droga di Cosa nostra con gli Stati Uniti, intrecciatisi con la
vicenda del falso rapimento del finanziere di Patti Michele Sindona,
la torbida messinscena realizzata dalla massoneria della Camea e da
alcuni affiliati alla vecchia mafia siciliana. Accanto al reo
Michelangelo Alfano i personaggi più noti della criminalità
organizzata: i figli di Gaetano Badalamenti, Leonardo e Vito; i due
Giuseppe Greco omonimi figli dei padrini di Ciaculli Michele e
Salvatore Greco; i boss napoletani Ciro Mazzarella, Angelo Nuvoletta
e Salvatore Zaza, tutti notoriamente alleati dello scomparso Antonio
Bardellino; i mafiosi Giuseppe ‘Piddu’ Madonia, Salvatore
Scaduto e Salvatore Greco fratello del capomandamento di Bagheria
Leonardo; l’imprenditore palermitano Salvatore Sbeglia, uomo d’onore
della famiglia della Noce, finito poi sotto accusa per la strage di
Capaci, ma alla fine assolto ([10]).
Per i magistrati siciliani, la forza politico-imprenditoriale di
Michelangelo Alfano, deriva dalla sua qualità di vero e proprio
ambasciatore degli interessi di Leonardo Greco, rappresentante
storico della ‘famiglia’ di Bagheria, da sempre inserita nei
grandi appalti pubblici e dell’edilizia privata dell’isola. Al
boss Leonardo Greco ha fatto riferimento la società SICIS dei
fratelli Bruno, anch’essi di Bagheria, che proprio a Messina ha
edificato il complesso cooperativo Casa Nostra di Tremonti e il
Complesso Peloritano a San Giovannello, entrambi al centro di
importanti inchieste giudiziarie, compresa quella sul ‘buco’ del
Banco di Sicilia con cui la SICIS di Bagheria risulterebbe esposta
per svariati miliardi. Michelangelo Alfano sarebbe stato "il
referente a Messina di Leonardo Greco" e ne avrebbe
"curato dal 1979 gli interessi insieme con Domenico Cavò e
quindi con Luigi Sparacio, nella realizzazione del complesso
edilizio Casa Nostra di Tremonti". "Per il complesso
edilizio di Tremonti" secondo l’ex padrino Gaetano Costa,
oggi collaboratore di giustizia "erano direttamente interessati
Leoluca Bagarella, Luciano Liggio, Mariano Agate, Totò Riina,
Leonardo Greco ed altri esponenti di Cosa Nostra, e vi sovrintendeva
materialmente a Messina Tommaso Cannella sotto la supervisione di
Michelangelo Alfano" ([11]).
Alfano però non è solo l’imprenditore delle ferrovie che fa
da garante degli investimenti dei maggiori boss criminali. E’
anche l’uomo che sa muoversi bene nel mondo della politica
siciliana e che sa tessere i necessari contatti con giudici e
magistrati inquirenti. Per aggiustare processi, rivedere sentenze,
depistare le inchieste e delegittimare collaboratori di giustizia e
testimoni. Michelangelo Alfano è oggi uno dei principali imputati
del cosiddetto processo ‘Witness’ in svolgimento a Catania,
sulla ‘presunta’ attività di destabilizzazione giudiziaria
attraverso il condizionamento di alcuni pentiti siciliani. Secondo l’accusa,
l’imprenditore di Bagheria, in concorso con altre quattro persone,
avrebbe indotto, con minacce e consegna di denaro, alcuni pentiti a
rendere dichiarazioni false su delicate indagini anche grazie l’accondiscendenza
di importanti magistrati, come l’ex PM della Direzione nazionale
antimafia Giovanni Lembo e l’ex capo ufficio Gi del Tribunale di
Messina Marcello Mondello. Insieme ad Alfano, a fare da collegamento
tra mafia e magistratura, l’anziano boss di Villafranca Tirrena
don Santo Sfameni, massone coperto ed imprenditore edile vicino a
delicati settori istituzionali, amministratori della giustizia,
ufficiali dei carabinieri.
Il procedimento ha avuto origine dagli esposti dell’avvocato
messinese Ugo Colonna, legale di alcuni importanti collaboratori di
giustizia, che aveva raccolto una serie di gravi anomalie nella
gestione da parte del giudice Lembo del ‘pentito’ Luigi Sparacio,
per anni incontrastato boss delle cosche messinesi, notoriamente
legato a Michelangelo Alfano. Sparacio avrebbe goduto di un
trattamento di favore particolare: libertà di movimento e di
gestione dei suoi affari criminali, residenza protetta in una bella
villa e la restituzione del patrimonio sequestrato, valore venti
miliardi. In cambio, il falso pentito avrebbe esercitato pesanti
pressioni su altri collaboratori di giustizia per ‘adeguare’ le
loro dichiarazioni alle sue, badando a tenere fuori dalle indagini,
la vera e propria cupola politico-imprenditoriale-mafiosa di Messina
(Alfano, Sfameni, ecc.) e i loro maggiori protettori istituzionali
([12]).
La calata nel messinese dei Cavalieri dell’apocalisse mafiosa
"… nell’ambito del processo ‘Mare Nostrum’ è in
corso l’accertamento che riguarda la gestione delle estorsioni
finalizzate al controllo degli appalti e subappalti relativi al
raddoppio della ferrovia nel tratto che va da Messina a Patti. Su
questo rilevante "business criminale" si sviluppò un
acuto conflitto tra due gruppi mafiosi…" ([13]).
Estate del 1992. Alla presenza del potente senatore democristiano
Carmelo Santalco, già sindaco di Barcellona e sottosegretario di
Stato ai Trasporti, vengono inaugurate la nuova tratta ferroviaria
Milazzo-Barcellona e le due nuove stazioni delle città, che per la
loro distanza dai centri abitati si riveleranno presto inutili e
sovradimensionate. La tratta Milazzo-Barcellona fa parte del grande
progetto di raddoppio dei binari della ferrovia Messina-Palermo,
lenta ed obsoleta. Negli anni in cui i vertici delle FF.SS. lanciano
il devastante programma dell’Alta Velocità, grande affare per le
imprese di costruzioni e della classe politica di Tangentopoli, in
Sicilia si viaggia a 40 chilometri all’ora. L’unica concessione
ai passeggeri isolani è il raddoppio della linea compresa tra San
Filippo del Mela–Terme Vigliatore–Patti e lo sventramento, senza
un preventivo studio di impatto ambientale e l’adeguamento ai
parametri europei in tema di sicurezza, delle colline dei Peloritani,
per realizzare una lunga galleria tra Villafranca-Rometta e la
stazione di Messina Centrale. Un progetto per oltre 1.800 miliardi
di vecchie lire che viene affidato nel 1981 ad un raggruppamento d’imprese
che vede capofila la Fratelli Costanzo di Catania, associate l’Ira
Costruzioni del cavaliere Gaetano Graci, la Rizzani de Eccher di
Udine, la Bontempo di Napoli ([14]).
Le società catanesi sono presenti da tempo nella provincia di
Messina, dove hanno concorso alla realizzazione di alcune tratte
della mai completata Autostrada Messina-Palermo; nel capoluogo l’impresa
Costanzo ha vinto l’appalto di 130 miliardi per le infrastrutture
universitarie al Papardo, mentre l’Ira del cavaliere Graci ha
ottenuto il primo lotto per il riammodernamento dello stadio di
calcio ‘Giovanni Celeste’. In realtà ci si trova di fronte a
due importanti società di costruzioni i cui titolari hanno
conquistato la notorietà perché protagonisti delle maggiori
inchieste sulle relazioni imprenditoria-mafia.
I costruttori Giuseppe e Vincenzo Costanzo sono stati bollati di
‘contiguità’ con i boss etnei Nitto Santapaola, Antonino
Calderone e Giuseppe Ferrera. "L’amicizia ed i rapporti con i
Costanzo – ha raccontato il primo dei grandi collaboratori di
giustizia catanesi, Antonino Calderone – li avevamo ereditati da
mio zio Luigi Saitta, uno dei primi mafiosi di Catania, che li
proteggeva sin dall’inizio della loro storia" ([15]). La loro
azienda era solita servirsi dell’impresa di autotrasporti Avimec,
di pertinenza di Giuseppe Ercolano, cognato di Santapaola; nella
provincia di Trapani, invece, i fratelli Costanzo hanno potuto
contare sui mezzi in mano ai boss Antonino e Salvatore Minore, anch’essi
conosciuti grazie all’intermediazione di don Luigi Saitta. Non
sono mancati poi i legami d’affare con affiliati alle famiglie
palermitane di Cosa nostra, come Antonino Pipitone e Tommaso
Cannella, quest’ultimo capomafia di Prizzi e vicino ai corleonesi
([16]).
I Costanzo, infine, avevano alle proprie dipendenze il mafioso
mistrettese Pietro Rampulla, oggi all’ergastolo per essere stato l’artificiere
della strage di Capaci, rappresentante di Nitto Santapaola nel
mandamento di Caltagirone accanto al boss Francesco la Rocca.
"Figlio di Rampulla Vito, noto mafioso e fratello di Sebastiano
– si legge in un rapporto della Direzione Investigativa Antimafia
del 1994 - Pietro ben presto si affiancò ai più noti mafiosi di
Caltagirone, occupandosi ufficialmente di coltivazione di terreni ed
allevamento di bestiame ma percependo, inoltre, compensi da imprese
di costruzioni, fra cui quella dei noti fratelli Costanzo di
Catania, per la guardiania dei cantieri edili (…). Oltre che
mafioso il Rampulla vanta pregiudizi di natura politica. Nel corso
degli studi presso l’Università di Messina collezionò una serie
di denunce per occupazione di facoltà ed episodi di violenza nell’ambito
di contestazioni studentesche sfociate in disordini e scontri con le
Forze dell’Ordine. A tale periodo risale infatti la sua adesione
ad Ordine Nuovo e la sua conoscenza con il barcellonese Cattafi
Rosario, unitamente al quale fu denunciato e successivamente
condannato per lesioni" ([17]). Un personaggio al centro degli
intrecci criminalità organizzata-imprenditoria-neofascismo, Pietro
Rampulla, che entra a pieno titolo nella stagione delle stragi e
dell’attacco ai poteri dello Stato, scatenato da Cosa nostra nel
1992 ([18]).
E’ grazie alla "protezione" di importanti esponenti
di Cosa nostra che gli imprenditori Costanzo ottengono vantaggi non
indifferenti, il più importante dei quali è il cosiddetto
"visto d’ingresso" per lavorare tranquillamente nelle
zone della Sicilia (in particolare le province di Palermo e Trapani)
tradizionalmente controllate da Cosa nostra. Protezioni ingombranti,
che i fratelli Costanzo hanno ammesso pur sostenendo di esserne
stati ‘vittima’, quasi una scelta "obbligata" per
lavorare in tranquillità e non subire il peso estorsivo e
ricattatorio della criminalità organizzata. "Non si è
trattato di un compromesso "necessitato" – ha scritto
tuttavia la Procura generale della Repubblica di Catania - bensì
attuazione di una scelta consapevole e libera in vista dell’espansione
dell’attività produttiva dell’azienda". Per la procura
etnea cioè, fin dagli anni ’70 l’impresa Costanzo si è avvalsa
non soltanto dei tradizionali fattori della produzione - il capitale
e il lavoro - "ma altresì di un elemento ulteriore – ossia
la forza di intimidazione e di assoggettamento promanante da alcuni
autorevoli esponenti mafiosi – per l’esplicazione dell’attività
d’impresa, e, in particolare, per eliminare i rischi connessi alla
acquisizione di nuovi appalti in ambiti territoriali diversi da
quelli di tradizionale elezione". Forza intimidatrice che i
magistrati catanesi definiscono "organica e costante",
assurta essa stessa a "strumento d’impresa", della quale
i fratelli Costanzo si sarebbero avvalsi per decidere non solo
"che cosa" produrre, ma anche "dove" produrre,
in conformità ad una prerogativa (…) accordata solo alle imprese
che di quelle protezioni mafiose godevano" ([19]).
Di non certo minore spessore i legami con la criminalità
organizzata del cavaliere Gaetano Graci, recentemente scomparso dopo
l’onta di un arresto per associazione mafiosa. Le imprese di
Gaetano Graci hanno operato in stretto contatto con gli uomini di
Nitto Santapaola che "risolveva tutti i problemi che nell’esercizio
della sua attività imprenditoriale il Graci incontrava".
Secondo i magistrati etnei, quei "problemi" andavano
"dalla esigenza di sistemare - con le persone con le quali
aveva rapporti di lavoro – questioni sindacali, alle
"lezioni" che occorreva infliggere ai clan contrapposti
che ‘disturbavano’ con le loro ‘pretese’ la gestione dei
lavori delle aziende del Graci, al bavaglio alla stampa che dava un’immagine
dei clan e degli imprenditori non proprio esaltante" ([20]).
"I rapporti tra Graci e l’organizzazione di Santapaola –
continuano i magistrati catanesi - risultano essere di natura tale
che, da un lato, si istituisce tra i due soggetti uno scambio
continuo di utilità; dall’altro si verifica, in alcune
circostanze, una piena coincidenza tra gli interessi dell’organizzazione
criminale e quelli dell’imprenditore". Stando ai pentiti,
Nitto Santapaola, Giuseppe ed Aldo Ercolano erano di casa negli
uffici del cavaliere Graci e del genero Dino Aiello, e quest’ultimo
avrebbe perfino tenuto i collegamenti diretti con i boss durante la
loro latitanza ([21]). Con il boss, Gaetano Graci avrebbe perfino
partecipato a battute di caccia "in epoca immediatamente
precedente all’inizio della sua latitanza".
Numerosi poi i membri dei clan che sono stati subappaltatori e
fornitori delle aziende di Graci; tra essi spiccano i nomi di
Giuseppe Cremona di Gela (poi assassinato) e di Giuseppe ‘Piddu’
Madonia di Vallelunga (Caltanissetta); un cognato del Madonia stesso
era l’amministratore della grande azienda agricola del cavaliere
catanese. E tra le relazioni ‘eccellenti’, sparse da una parte
all’altra dell’oceano Atlantico, oltre ai maggiori esponenti
della massoneria ‘coperta’ e ‘deviata’, il boss
italoamericano Joseph Macaluso, il finanziere messinese Michele
Sindona e il Gran Maestro della P2 Licio Gelli.
Graci non avrebbe lesinato il suo intervento per ‘aggiustare’
processi a favore degli affiliati delle cosche. Un caso, per lo
meno, sarebbe avvenuto a Messina, in occasione del processo di
Antonio Santapaola, fratello di Nitto, e Salvatore Tuccio, accusati
dell’omicidio di Giuseppe Sicali, piccolo estortore che aveva
avanzato delle richieste di pizzo nei cantieri messinesi della ditta
Costanzo. Dino Aiello, genero di Graci, avrebbe interessato un
legale etneo "amico del presidente del tribunale peloritano,
che conosceva bene". Nino Santapaola e Salvatore Tuccio furono
assolti per insufficienza di prove per l’omicidio Sicali, con
sentenza del 1° aprile 1981 della Corte d’Assise di Messina.
"Benedetto Santapaola ebbe a festeggiare tale evento nell’azienda
agricola di Misterbianco di proprietà del cavaliere Graci", ha
raccontato ai giudici il pentito Salvatore Castelli ([22]).
Estorsioni, bombe ed assassinii all’ombra dei lavori della
ferrovia Messina-Palermo
Le convergenze e le contiguità criminali delle grandi imprese
chiamate alla realizzazione del raddoppio ferroviario
Milazzo-Barcellona non potevano non avere dirette conseguenze nell’esecuzione
dei lavori nel territorio investito dall’imponente flusso di
denaro. Il doppio binario divenne così il grande affare delle
cosche locali, tra le più ‘impermeabili’ e violente dell’intera
Sicilia. Il considerevole movimento di denaro generò grandi
aspettative innanzitutto tra le imprese di autotrasporti,
lavorazione di inerti e calcestruzzo, movimento terra, "quali
quelle dei fratelli Benenati, Mirabile, Siracusa, Torre, Di Paola ed
altre minori", tutte gravitanti in ambito mafioso ([23]). Ma i
lavori per la nuova tratta ferroviaria divennero innanzitutto la
principale causa del lungo conflitto che si scatenò nell’hinterland
barcellonese a partire dalla metà degli anni ’80.
"Dal 1986 – si legge nella relazione della Commissione
parlamentare antimafia, in visita nella città del Longano nel 1993
- la città di Barcellona diventa teatro di una sanguinosa guerra
tra le cosche in conseguenza dell’enorme flusso di denaro pubblico
riversatosi nella zona a seguito degli appalti per la costruzione
delle stazioni ferroviarie di Milazzo e Barcellona e per il
raddoppio della linea ferroviaria Messina-Palermo. Nell’assenza di
una puntuale vigilanza sull’esecuzione delle opere e sul rispetto
della normativa vigente la mafia ha cercato di accaparrarsi le
forniture di materiali e di costruzione, i valori in subappalto,
ecc.".
Una guerra terribile, senza esclusione di colpi, segnata da
attentati dinamitardi, stragi, casi di lupara bianca. Le vittime
sono state torturate, arse vive nei copertoni d’auto, fatte a
pezzi e disperse nei greti dei torrenti. Una guerra che in meno di
quindici anni ha contato oltre un centinaio di morti, più
ventisette casi di lupara bianca. Ad essi vanno aggiunti i dodici
morti ammazzati del vicino comune di Milazzo.
A fronteggiarsi in questa lotta per l’accumulazione di
capitali, la gestione delle estorsioni e il controllo degli appalti
e subappalti del raddoppio ferroviario, da una parte il clan di
Giuseppe Chiofalo, boss storico di Terme Vigliatore, appoggiato dai
‘cursoti’ di Catania e dal clan Bontempo Scavo di Tortorici;
dall’altra la ‘famiglia’ di Carmelo Milone sostenuta da Nitto
Santapaola, Giuseppe Pulvirenti ‘u malpassotu’ e dai
tortoriciani di Galati Giordano Orlando. Al clan Milone, vincente,
spetterà l’assoluto dominio del territorio e la non facile
gestione del "processo di assestamento interno". Dal
conflitto emergerà inoltre la nuova figura dominante nel panorama
criminale della provincia di Messina: Giuseppe Gullotti, detto ‘l’avvocato’,
dalle malcelate simpatie di estrema destra e dalle notorie
frequentazioni dei salotti buoni della città del Longano, ‘compare
d’anello’ di quel Rosario Cattafi, ex vicesegretario del Fuan,
identificato accanto a Pietro Rampulla nelle scorribande neofasciste
nell’Università.
Secondo il boss Angelo Epaminonda, negli anni ’80 Rosario
Cattafi avrebbe gestito per conto del clan Santapaola la scalata al
casinò di Saint Vincent. Condannato a 11 anni per la vicenda dell’autoparco
della mafia di via Salomone a Milano, il barcellonese è stato poi
"graziato" da una sentenza della Cassazione che ha
annullato il processo per incompetenza territoriale. Rosario Cattafi
è stato coinvolto e poi prosciolto nell’inchiesta sui cosiddetti
‘Sistemi Criminali’ e in quella su un vasto traffico d’armi a
Paesi sottoposti ad embargo internazionale ([24]). "Dalle
indagini condotte dalla Procura di Milano" – si legge nel
rapporto della DIA del 1994 - emergevano, inoltre, non meglio
chiariti rapporti tra Cattafi e presunti appartenenti ai Servizi
Segreti. Le investigazioni consentirono di accertare la sua veste di
mediatore di armi che venivano reperite in Svizzera" ([25]). Un
ulteriore tassello per comprendere la portata destabilizzante di un’organizzazione
criminal-imprenditrice sviluppatasi con gli appalti delle Ferrovie.
La lotta per l’egemonia mafiosa sugli appalti
Grazie alle dichiarazioni rese agli inquirenti dall’ex capo
della mafia di Terme Vigliatore, Giuseppe ‘Pino’ Chiofalo, oggi
collaboratore di giustizia, è stato possibile fornire una prima
lettura sull’evoluzione della sanguinosa guerra di mafia che si è
sviluppata attorno al grande affare del ‘doppio binario’.
Cresciuto accanto allo zio Fortunato Trifirò, rappresentante della
’ndrangheta calabrese a Barcellona, Chiofalo matura la convinzione
di poter costituire una propria organizzazione criminale autonoma
(il Corpo di società attiva), per arginare lo strapotere nel
territorio messinese orientale delle cosche catanesi, le quali
monopolizzavano le attività estorsive, senza tenere in debito conto
gli ‘uomini d’onore locali’. In pochi anni, Chiofalo riesce ad
affiliare gente ovunque, nel messinese, a Palermo e perfino in
Campania, dove aveva trascorso un lungo periodo di detenzione
accanto a notevoli esponenti camorristici. Ed è proprio il clan
Chiofalo ad inaugurare la lunga stagione di sangue: la sera del 30
novembre del 1986 scompare Girolamo Petretta, uomo di punta della
mafia barcellonese, "già inserito nel clan Rugolo-Coppolino,
nonché amico di Rosario Pio Cattafi" ([26]). Per volere dello
stesso Chiofalo, di Petretta non si troveranno mai più i resti
mortali, incendiati subito dopo l’uccisione nei pressi del greto
del fiume di Mazzarrà.
E’ sempre Chiofalo a spiegare le reali motivazioni dell’assassinio
dell’anziano boss: "Costui amava sottrarre per la sua
organizzazione un certo quid al prezzo, inferiore a quello di
mercato, che l’impresa madre pagava alle imprese locali. Con tale
sistema avveniva che la grossa impresa pagava un prezzo inferiore a
quello di mercato e inoltre non era gravata da nessun pizzo che
invece veniva corrisposto dalle imprese locali. La nostra intenzione
era che la grande impresa corrispondesse agli operatori locali i
prezzi di mercato e a noi, questi ultimi, versassero una parte di
quel maggior introito che in tal modo riuscivano ad ottenere.
Inoltre era mia intenzione fare in modo che le grandi imprese
subappaltassero alle imprese locali l’intero lotto che esse si
erano aggiudicate e non come facevano prima, soltanto quei lavori
del lotto meno vantaggiosi" ([27]).
Linguaggio forse un po’ contorto, ma che ha il pregio di non
creare fraintendimenti di sorta. Nel caso della costruzione del
tratto ferroviario che va da Milazzo sino a Terme Vigliatore, la
grossa impresa di cui il collaboratore di giustizia racconta è
incarnata dal consorzio Costanzo-Graci. Il quid sottratto al prezzo
totale dell’appalto è la tangente da versare alla famiglia
mafiosa del posto. Infine, le imprese locali corrispondono a tutte
quelle realtà imprenditoriali legate alla medesima famiglia
mafiosa, già taglieggiate dal racket delle estorsioni e alle quali
vengono cedute le opere in subappalto ([28]).
La scomparsa di Girolamo Petretta segna il punto di rottura di
ogni possibile dialogo tra le cosche. Uno dopo l’altro cadono
alcuni dei personaggi chiave della storia criminale del Longano:
Francesco Rugolo, suocero di Giuseppe Gullotti, Franco Luigi
Iannello, Natale Gambino, Antonino Mazza, Nicolò Bivacqua, Carmelo
Pagano. Per frenare l’ecatombe e ridurre la pressione militare di
Pino Chiofalo, sono disponibili a scendere a patti i boss catanesi
Nitto Santapaola e Giuseppe Pulvirenti. Viene inviato nel
barcellonese l’affiliato Salvatore Conti, una delle menti
economiche del clan etneo. E’ Pino Chiofalo a riferire la
modalità e i contenuti di quell’incontro: "Il rappresentante
di Santapaola venne condotto a casa mia. Costui, chiarendo il motivo
della sua venuta, riferì che i personaggi di cui era il portavoce
intendevano avviare, con me, una trattativa che riguardava il modo
come consentire alle imprese Costanzo e Graci la serena prosecuzione
dei lavori per la realizzazione del doppio binario ferroviario. Le
imprese in questione erano sotto la loro protezione ed era quindi
loro interesse quello di tutelarle anche in aree diverse della loro
zona d’influenza".
Le richieste del padrino di Terme Vigliatore sono però
esorbitanti: Chiofalo pretende subito il 3%, circa sei miliardi di
lire, del valore della commessa (200 miliardi) assegnata ai fratelli
Costanzo e a Gaetano Graci. Poi chiede piena autonomia per assegnare
alle imprese ‘amiche’ subappalti e forniture per i nuovi lotti
della rete ferroviaria che l’Ira Costruzioni deve iniziare a
realizzare tra Terme Vigliatore e Barcellona. Per quanto riguarda
invece il resto dei lavori ancora d’appaltare e quelli relativi a
qualsiasi altra opera pubblica nella provincia, Pino Chiofalo
rivendica che il suo gruppo era riuscito ad organizzare, attraverso
un consorzio di ditte locali, "una entità tecnico-operativa in
grado di sopportare brillantemente il peso di tutte quelle opere
complementari all’opera madre" pretendendone la cessione in
subappalto "senza alcuna condizione". Il consorzio a cui
avevano aderito le imprese nelle mani di Chiofalo, doveva cioè
"abbracciare l’intero carico di lavoro connesso ad opere
pubbliche e private", senza più l’intermediazione dei
rappresentanti locali del clan Santapaola. Su questo punto, il boss
di Terme Vigliatore, si dichiara inflessibile: "Approfittai
della circostanza per chiarire a Conti la linea d’intesa che avevo
stabilito con le ditte aderenti al consorzio. Prima erano obbligate
a versare a Girolamo Petretta, ai rappresentanti delle imprese
Costanzo e Graci, ai mafiosi catanesi e a Salvatore Conti che
forniva il cemento alle due grosse imprese per conto di Santapaola,
la somma di 700 lire per ogni metro cubo di materiale estratto e
trasportato nell’ambito della realizzazione della grande opera
ferroviaria. Da quel momento in poi imposi che tale denaro
continuassero a corrisponderlo non più ai suddetti ma alle casse
comuni del nostro gruppo. Le 700 lire, le imprese locali, le
sottraevano dalla somma complessiva che Costanzo e Graci loro
attribuivano su un prezzo già di per sé inferiore a quello di
mercato".
Verso la definitiva rottura con il clan Santapaola
La trattativa è estenuante e travagliata. Chiofalo rifiuta la
proposta dell’ingegnere Gori della ditta Graci che in cambio della
"pace" nei cantieri delle imprese catanesi è disponibile
a garantire la somma complessiva di dieci miliardi di lire.
"Ciò – spiega Chiofalo – sarebbe stato fatto attraverso
una intelligente manipolazione delle varie fatture riguardanti il
ferro, il cemento, i prefabbricati, il movimento terra e quant’altro
affluiva nel cantiere Graci. Egli pensava di dilatare sulla carta le
spese di acquisto di detti materiali facendo rifluire nelle casse
comuni del nostro gruppo il di più che l’impresa catanese in
forza delle fatture avrebbe liquidato rispetto ai costi
effettivamente affrontati". Fu lo stesso ingegnere Gori a
spiegare al boss che il costo di previsione dei lavori da appaltare
era stato gonfiato a dismisura in base ad accordi tra le imprese
Graci e Costanzo, grossi esponenti politici ed alti funzionari della
Cassa del Mezzogiorno, "in modo da consentire così non
soltanto cospicui guadagni alle imprese ma anche la distrazione di
notevoli somme a favore di politici, amministratori e potere
mafioso".
Di fronte alla fermezza di Chiofalo, i catanesi chiedono tempo
per raggiungere un accordo sull’entità delle somme di denaro che
avrebbero dovuto ottenere dalle imprese Costanzo e Graci. "Mi
fecero capire – ha raccontato Chiofalo - che in quel momento
Santapaola aveva bisogno di Costanzo e di Graci e non poteva
influire su di loro per indurli a pagare la tangente richiesta. Ciò
perché doveva svolgersi a Messina un processo a carico di Nino
Santapaola, fratello di Nitto, per il quale gli stessi Carmelo
Costanzo e Gaetano Graci si stavano interessando per fare in modo
che egli venisse assolto". Secondo il pentito, i due
costruttori erano riusciti ad "influenzare" i giudici
messinesi Cucchiara e La Torre, e "si erano addirittura
rivolti, in particolare il Costanzo, all’onorevole Andreotti
perché spiegasse al riguardo tutta la sua influenza sul procuratore
dott. Fiorentino che essi sapevano essere a lui molto legato".
Per comprovare tuttavia la disponibilità del clan catanese a
venire incontro alle richieste di Chiofalo, Santapaola decide di
inviare la somma di 400 milioni di lire. Il denaro fu consegnato da
Salvatore Conti in occasione di un pranzo presso un noto ristorante
di Fiumara di Naso, presenti i maggiori esponenti della criminalità
della zona nebroidea. "Costituiva un ‘omaggio’ per la
comprensione da me dimostratagli e per la piega che avevano preso i
nostri accordi" ha raccontato Pino Chiofalo. "Nel
ringraziarmi per aver rinunciato alla tangente che avrebbe dovuto
corrispondermi Costanzo, mi assicurava che di lì a poco tempo mi
sarebbe stata corrisposta la tangente dovutami da Graci, impresa
cara più che a Santapaola agli Ercolano, che seppur non sarebbe
stata pari al 3% dell’ammontare dei lavori, vista la mia
disponibilità ad una riduzione, comunque non sarebbe stata
inferiore ad un miliardo e mezzo".
Chiofalo non si fida però degli interlocutori e sospetta che i
boss catanesi stiano ordendo una trappola con il clan dei
barcellonesi per eliminarlo. Nell’ottobre 1987, mentre l’accordo
sulle somme da corrispondere per i lavori del doppio binario appare
congelato, la ‘famiglia’ di Terme Vigliatore stringe un’alleanza
con i rappresentanti del clan etneo dei ‘cursoti’, ormai in
rotta con il boss Nitto Santapaola. Durante un incontro tenutosi a
Patti con gli affiliati catanesi Mario Nicotra, Orazio Scaravilli e
Gaetano Porzio, Chiofalo e i ‘cursoti’ decidono di lanciare una
stagione di fuoco contro i loro avversari. "Decidemmo di
procedere ad un’azione violenta che avesse la forza di bloccare i
cantieri del Costanzo e del Graci. Intendevamo poi stravolgere i
quadri economici del Santapaola, convinti che solo così ne avremmo
determinato la quasi esautorazione. Intendevamo infatti uccidere sia
il Costanzo, sia il Graci, leader delle unità economiche che
conferivano forza al Santapaola e possibilità di legittimo accesso
ai grandi appalti guadagnati attraverso la correità dei
politici".
In attesa del momento propizio per assassinare i due costruttori,
i chiofaliani decidono di inviare un messaggio inequivocabile alle
due imprese impegnate nella realizzazione della ferrovia. Il 12
dicembre 1987, due squadre armate raggiungono i cantieri della
Fratelli Costanzo a Barcellona e dell’Ira Costruzioni a Terme
Vigliatore. "Nel primo sequestrammo il guardiano e demmo alle
fiamme alcune strutture, provocando notevolissimi danni. Nel
cantiere di Graci, tentammo di arrecare il danno attraverso l’uso
delle ruspe. Tali manovre attirarono l’attenzione di una guardia
giurata. Per frenare la sua azione, ordinai che al suo indirizzo
venissero esplosi alcuni colpi a titolo intimidatorio. Per meglio
evidenziare la nostra azione intimidatrice nei confronti del Graci,
esplodemmo numerosi colpi d’arma da fuoco sui mezzi
esistenti".
La caduta degli Dei
Gli attentati incendiari ai cantieri delle imprese catanesi
sembrano aver raggiunto il loro scopo. Nitto Santapaola fa sapere
attraverso Francesco Mangion di aderire alle richieste di Chiofalo e
invia un primo acconto di 50 milioni ed una seconda tranche da 500.
Chiofalo però non si accontenta e decide di eliminare gli
imprenditori che concorrono alla gestione delle opere per il secondo
binario e che non mostrano segnali di volersi piegare al nuovo ‘dominus’.
Cade così, il 14 dicembre, sotto il piombo del clan di Terme
Vigliatore, il cavaliere del lavoro Francesco Gitto, il primo degli
‘intoccabili’, personaggio-cerniera tra criminalità locale,
imprenditoria ed istituzioni. Costruttore, titolare di negozi di
abbigliamento a Barcellona, Milazzo e Trapani, presidente della
squadra locale della Nuova Igea Calcio, Francesco Gitto è descritto
dallo stesso Chiofalo come un autorevole amico di esponenti della
massoneria e di politici, magistrati, poliziotti, ufficiali dei
carabinieri. A questi ultimi, Gitto ha persino affittato lo stabile
che ancora oggi ospita gli uffici della stazione di Barcellona.
"La parte che Gitto rappresentava aveva stabilito un’intesa
completa con il potere politico di cui i referenti massimi erano il
sen. Carmelo Santalco, l’on. Saverio D’Aquino, allora
sottosegretario all’interno, e il sen. Giulio Andreotti. Detti
personaggi erano i veri tutori delle grandi imprese catanesi che
anche per loro tramite erano riuscite ad acquisire i grandi appalti
di opere pubbliche e, per quel che riguardava Barcellona, quello del
raddoppio ferroviario. Decisi allora l’eliminazione di Gitto".
Nello stesso giorno dell’assassinio di Gitto e del braccio
destro Natale Lavorini, vengono assassinati altri due personaggi
vicini al clan barcellonese, Saverio Squadrito e il figlio Giuseppe,
quest’ultimo proprietario di un’impresa di bitumi impegnata in
importanti opere pubbliche. Per le forze dell’ordine, che avevano
assistito per troppo tempo impotenti alla carneficina umana, è
stato superato ogni limite. L’ordine è quello di fermare la furia
omicida di Pino Chiofalo. Viene scatenata una vera e propria caccia
all’uomo, alcuni degli uomini d’onore legati al boss sono
avvicinati per ottenerne la collaborazione. Viene infine ordita una
trappola per arrestare il mafioso di Terme Vigliatore. Egli viene
catturato in un blitz nella cittadina di Pellaro (Reggio Calabria),
il 27 dicembre del 1987, appena tredici giorni dopo la morte di
Gitto. Con lui finiscono in manette i due esponenti dei ‘cursoti’
di Catania, Mario Nicotra e Gaetano Porzio, che saranno poi uccisi
subito dopo la loro scarcerazione.
L’arresto di Chiofalo non segna tuttavia una tregua nella
guerra per il controllo del territorio. Il boss ritrova in carcere i
vecchi amici e fidelizza nuovi adepti, realizzando una sorta di
centrale operativa in grado di coordinare la controffensiva. Il
patto militare sottoscritto con i boss messinesi Mario Marchese e
Giuseppe Leo permette di accrescere la potenza di fuoco contro gli
avversari, in cambio del riconoscimento delle pretese dei clan
peloritani sui proventi degli appalti del raddoppio della linea
ferrata da eseguirsi nella tratta Rometta-Messina, finiti al
consorzio Ferrofir di Roma delle imprese Astaldi, Dipenta e
Impregilo-Fiat.
Nel giro di poche settimane, con una determinazione pari o
addirittura superiore a quella del primo anno di guerra, il clan di
Chiofalo rilancia la campagna contro i barcellonesi e contro gli
affiliati sospettati di tradimento. Il bilancio dei successivi mesi
è ancora più tragico. Uno dopo l’altro, cadono altri personaggi
‘eccellenti’, primi fra tutti i commercianti Bartolo Milone e
Luigi Sanò, gli affiliati Francesco Siracusa e Sebastiano Montagno
Castagnolo, i costruttori edili Francesco e Benedetto Benenati, vero
e proprio braccio economico dell’organizzazione Chiofalo, passati
poi nelle file di Carmelo Milone ([29]). "I fratelli Benenati
riuscivano a legalizzare il denaro proveniente dalle varie attività
illecite cui il nostro gruppo dava vita" ha spiegato Pino
Chiofalo. "Ciò riuscivano a fare in quanto titolari di un
impianto di calcestruzzo e un’azienda per il movimento terra e
trasporto di materiale edile. I due Benenati avevano ingrandito la
loro azienda sfruttando i capitali del nostro gruppo e con lo steso
denaro avevano realizzato i vari investimenti in beni immobili ed
acquistato le costose attrezzature. Gli imprenditori della zona
affidavano loro i lavori o ne richiedevano le prestazioni ben
sapendo che il vero ispiratore di quella attività ero io. Questo
sino al mio arresto, poiché in molti di noi nacque il dubbio che i
due Benenati fossero stati i potenziali delatori. In uno dei
colloqui con l’avvocato Benedetto Di Pietro decidemmo così la
soppressione dei due infedeli fratelli".
Il 2 febbraio 1990 a cadere sotto i colpi dei barcellonesi è
Giovanni Marchetta, assassinato all’interno del noto ristorante
‘La ruota’. Al Marchetta era stato assegnato da Chiofalo il
compito di tenere aperta la trattativa con il clan rivale, forte del
mandato che l’imprenditore aveva ottenuto nei primi mesi dell’87
da Nitto Santapaola per la fornitura di gasolio alle ditte impegnate
nella costruzione del doppio binario. In realtà agli inizi dei
lavori, la fornitura di carburante per tutti i mezzi della Fratelli
Costanzo e dell’Ira Costruzioni era stata assegnata
"attraverso la mediazione di Girolamo Petretta", alla
ditta individuale del professor Giuseppe Giambò, gestita con il
cognato Ernesto Caruso e il genero Filippo La Spada. Un affare di
circa 900 milioni al mese, che dopo l’eliminazione di Petretta e
dei capi storici della criminalità barcellonese, era finito nelle
mani di imprenditori contigui al clan Chiofalo. L’arresto del boss
aveva mutato nuovamente i rapporti di forza e l’impresa Costanzo
aveva deciso di non affidare più la commessa alla società Sacne,
rappresentata a Barcellona da Giovanni Marchetta, preferendo
nuovamente il Giambò, questa volta ‘protetto’ da Antonino
Isgrò, tra i candidati più prestigiosi a guidare la mafia
barcellonese, grazie all’alleanza sottoscritta con i
"rappresentanti locali della potente mafia nissena, Luigi e
Calogero Ilardo" ([30]).
Il cambio dei fornitori di gasolio aveva fatto infuriare Chiofalo,
che dal carcere ordina l’assassinio del professore Giambò. La
risposta degli avversari non si fa attendere. Dieci giorni prima del
suo omicidio, Giovanni Marchetta è avvicinato al Sebastian Bar di
Barcellona dai mafiosi Giuseppe Gullotti, Filippo Barresi, Mario
Calderone e Antonino Bellinvia. "Il Gullotti – ha rivelato
Chiofalo - fece sì che il discorso cadesse sulla fornitura del
gasolio alle imprese catanesi e locali. Disse che la realtà
criminale barcellonese aveva subito delle radicali trasformazioni
talché in quel panorama non vi era più spazio per il clan Chiofalo.
Precisò che non era valsa a nulla l’eliminazione del professore
Giuseppe Giambò, giacché la gestione della fornitura di gasolio
sarebbe stata comunque di esclusiva pertinenza della mafia
barcellonese. Era dunque consigliabile che il Marchetta abbandonasse
l’idea di continuare a condurre quell’affare". L’imprenditore
espresse con rabbia il suo diniego, firmando la sua condanna a
morte.
Il ruolo di Giovanni Marchetta nell’organizzazione Chiofalo era
similare a quello ricoperto da Francesco Gitto all’interno del
clan barcellonese. "A Marchetta – spiega Chiofalo - era stato
affidato il compito di operare all’interno delle varie istituzioni
statali per garantire al nostro gruppo protezione e facilitazioni.
In tale ottica si collocavano eventuali favoritismi da parte di
magistrati nei processi, conoscenze anticipate su progetti di
servizio di organi di polizia e interventi su autorevoli politici
che si intendeva avvicinare al nostro gruppo". Giovanni
Marchetta ricopriva l’incarico di concessionario Piaggio per la
zona di Barcellona e Milazzo ed era persona notoriamente legata al
maggiore esponente politico locale del tempo, il sen. Carmelo
Santalco. Secondo una denuncia presentata dall’allora responsabile
Piaggio di Messina, Francesco Luvarà, sarebbe stato proprio il
senatore Santalco, "approfittando della sua posizione di membro
della commissione legislativa incaricata di redigere il nuovo codice
della strada" a fare ottenere dall’azienda del gruppo Fiat l’affidamento
della concessionaria a Giovanni Marchetta, nonché a fare assumere
un uomo della sua segreteria presso la stessa casa produttrice. Il
Luvarà ha aggiunto di aver preso visione dal responsabile Piaggio
per la Sicilia di una lettera di Carmelo Santalco indirizzata al
sen. Umberto Agnelli, con la quale si raccomandava vivamente quella
pratica. In seguito all’esposto fu aperta un’inchiesta da parte
dei sostituti procuratori Angelo Giorgianni ed Olindo Canali, poi
archiviata nel novembre del 1995.
Imprenditori e trafficanti di morte
L’ecatombe proseguì per tutto il 1990. Neanche un mese dopo l’omicidio
di Giovanni Marchetta, a cadere sotto il piombo del clan
barcellonese è Antonio Marchetta, che aveva giurato di volersi
vendicare contro i presunti responsabili della morte del fratello.
Seguono una serie di attentati, falliti, del clan Chiofalo contro il
leader del gruppo dei ‘mazzarroti’ Francesco Trifirò, e contro
Salvatore Caravello, suo fedelissimo braccio destro. Il 5 maggio
riesce invece l’agguato a Montalbano Elicona, contro l’imprenditore
edile Francesco Pagano, impegnato nell’esecuzione di alcuni lavori
per il doppio binario, e fratello di Carmelo Pagano, ucciso nell’87
all’inizio della guerra di mafia.
La notte del 16 giugno 1990 è la volta dell’anziano boss
Carmelo Coppolino, commerciante di frutta e verdura di Terme
Vigliatore, pienamente inserito nel contrabbando di tabacchi ed in
affari con i boss del narcotraffico di Palermo, Francesco Marino
Mannoia e Pino Savoca, ‘chimici’ della lavorazione di morfina.
Grazie alle loro competenze, Coppolino aveva impiantato in un’abitazione
di proprietà del cavaliere Francesco Gitto la prima raffineria di
eroina della provincia di Messina. "A Barcellona abbiamo
lavorato due partite di morfina, una di 40 chilogrammi ed una di 50
chilogrammi" ha raccontato ai giudici di Palermo Francesco
Marino Mannoia. "Per questa lavorazione, era previsto un
compenso di cinque milioni al chilo. Alla ‘famiglia’ di
Brancaccio ho corrisposto la somma di 40 milioni; diversi milioni li
diedi ad Ignazio Pullarà, quale contributo per le famiglie dei
detenuti e perché li consegnasse in parte a Totò Riina".
Mannoia poi, fa una ‘rivelazione’ sull’identità di chi
rappresentava nel messinese la storica ‘famiglia’ di Brancaccio.
"Della famiglia di Giuseppe Di Maggio e successivamente di Pino
Savoca, faceva parte Michelangelo Alfano. Lui addirittura un tempo
aveva la squadra di calcio del Messina, poi si è comprato il
Bagheria. Era una brava persona, qualche volta, insieme, alla fine
degli anni ’70 abbiamo fatto qualche gita in motoscafo".
Carmelo Coppolino era anche uno dei più fedeli alleati del clan
Santapaola; era stato lui a condurre da Pino Chiofalo, alla vigilia
del Natale del 1986, il mafioso Salvatore Conti, per tentare un
accordo a difesa degli interessi delle imprese e delle ‘famiglie’
catanesi impegnate nei lavori per il doppio binario ferroviario.
Coppolino poi, secondo gli inquirenti, alla vigilia della sua
scomparsa, si era incontrato ripetutamente con il maggiore boss
etneo. A Nitto Santapaola era stato perfino fornito un comodo
rifugio nel barcellonese, utilizzato fino al 1992, stavolta sotto la
‘protezione’ dell’emergente Giuseppe Gullotti. "Carmelo
Coppolino – si legge in un’informativa dell’Arma dei
Carabinieri - faceva parte, fino alla data della sua eliminazione,
del ‘gotha’ mafioso barcellonese, ed era legatissimo a Benedetto
Santapaola, Natale Santapaola, Pietro Rampulla e Luigi Ilardo, quest’ultimo
ucciso da due killer in Catania il 10 maggio 1996, cugino del boss
mafioso Giuseppe Madonia, detto ‘Piddu’, nonché figlio del noto
boss mafioso Calogero Ilardo, uomo d’onore della famiglia di
Vallelunga (Caltanissetta)" ([31]).
Tredici giorni dopo la morte di Coppolino, cade sotto i colpi di
un fucile caricato a pallettoni, Francesco Foti, appaltatore di
contrada Acquaficara di Barcellona. Muoiono poi trucidati Antonino
Tardi e Giuseppe Sottile. L’11 settembre il gruppo Chiofalo
colpisce un altro obiettivo ‘eccellente’, il geometra Antonino
Isgrò, in corsa per l’investitura a capo supremo della rinnovata
cosca barcellonese. Anche Isgrò cade nell’ambito dello scontro
per la spartizione degli appalti e della commesse per la ferrovia.
Ha ricordato il collaboratore di giustizia Salvatore Marotta, ex
rappresentante della cosca di Sant’Agata Militello: "Nino
Isgrò era da tutti ritenuto un personaggio di grandi qualità
organizzative e di intelligenza (...). Pippo Cipriano mi disse che l’Isgrò
si era permesso di sottrarre al gruppo Chiofalo la fornitura di
gasolio all’impresa che stava realizzando il doppio binario
ferroviario a Barcellona. In questa lotta per il potere era morto
Marchetta ed altri della sua famiglia e così, disse il Cipriano,
era giusto che morisse anche l’Isgrò".
I barcellonesi rispondono all’omicidio Isgrò con l’eliminazione
di Enzo De Pasquale, Ciro Aprile, Domenico Bartolone (figlioccio di
Giovanni Marchetta) e del geometra Giovanni Salamone, imprenditore
edile e consigliere comunale repubblicano di Barcellona.
Successivamente, tra il marzo e il luglio ’91, vengono messi a
segno i colpi più eclatanti, quelli che segneranno la fine delle
aspirazioni di leadership del boss di Terme Vigliatore: l’omicidio
dell’avvocato Benedetto Di Pietro, vero e proprio ‘consigliere’
di Chiofalo, e quello del proprio figliolo, Lorenzo Chiofalo.
La spirale di sangue e delle vendette incrociate subisce un’impennata
senza una pur minima risposta delle forze dell’ordine: muoiono
Giuseppe Trifirò, ritenuto da Chiofalo responsabile della morte del
figlio; Antonino Mirabile, piccolo imprenditore edile; Antonino
Pitì; Fortunato Trifirò; Domenico Micale; Antonino Marchetta,
fratello di Giovanni ed Antonio, da poco rimesso in libertà dopo il
proscioglimento dall’accusa di essere il responsabile dell’omicidio
del prof. Giambò; Salvatore Caravello, già scampato alla morte in
altri due agguati. A questo punto viene sancita la supremazia del
clan Gullotti nella fascia tirrenica della provincia di Messina.
Come segnalato dai ROS (Raggruppamento Operativo Speciale) dei
Carabinieri di Messina "permanendo l’assenza di Chiofalo",
la mafia del Longano poteva finalmente gestire in assoluta
tranquillità e discrezione "l’appetitosa occasione del
raddoppio della ferrovia Messina-Palermo e della costruzione delle
nuove stazioni ferroviarie di Milazzo e Barcellona". "Essa
– prosegue l’informativa dei ROS - con sistemi operativi
caratterizzati dalla saggia moderazione mafiosa, si intrometteva tra
le ditte appaltatrici ed i loro committenti facendo leva sull’autorevolezza
del proprio affermato prestigio e non su atti intimidatori eclatanti
dai quali rifuggiva. (…) Tale organizzazione, in posizione di
incontrastata egemonia, gestiva altresì l’illecito controllo di
una attività economica che al tempo registrava, nell’area
compresa tra Milazzo e Patti, un’intensa trasformazione
urbanistica ed edilizia. Ciò soprattutto a causa della costruzione
di numerosi insediamenti abitativi di tipo turistico, Portorosa,
Edil Turist, ecc.." ([32]).
La resa finale di Pino Chiofalo
Nonostante il raggiunto controllo mafioso del territorio
barcellonese, anche il 1992 sarà segnato da una lunga serie di
omicidi e di casi di lupara bianca, in buona parte giovani
spacciatori e tossicodipendenti che tentano di farsi spazio nei
dirompenti traffici di stupefacenti. L’ombra delle estorsioni nei
lavori del doppio binario ricade però su uno dei più brutali
omicidi che hanno segnato la recente storia criminale del Longano,
quello dei giovani Giuseppe Pirri e Antonio Accetta, assassinati la
notte del 20 gennaio, giorno della festa del patrono di Barcellona,
San Sebastiano. I due ragazzi furono sequestrati, pestati a sangue e
torturati, poi condotti all’interno del cimitero comunale, per
essere infine giustiziati di fronte ad un altare. Secondo il pentito
catanese Maurizio Avola, il duplice omicidio fu ordinato
direttamente da Nitto Santapaola, dopo una richiesta estorsiva che
Pirri e Accetta avrebbero fatto a danno degli imprenditori catanesi
Graci e Costanzo che si stavano occupando della costruzione del
doppio binario. "Il Graci ed il Costanzo – ha raccontato
Avola - fecero presente ai vertici della famiglia, la situazione che
si era verificata nel cantiere della ditta. Si decise quindi di dare
una lezione ai due estortori che facevano parte del clan antagonista
Chiofalo".
Una lezione ‘simbolica’, eseguita davanti all’altare di un
cimitero per chiarire a tutti che i due giovani avevano osato
sfidare "persone al di sopra delle quali vi era solo Dio",
come hanno riferito altri collaboratori di giustizia barcellonesi,
pur negandone la causale estorsiva. Santapaola e il nipote Aldo
Ercolano, qualche tempo prima dell’omicidio Pirri-Accetta, avevano
ordinato l’esecuzione di quattro affiliati al clan dei ‘cursoti’,
Rosario Chillemi, Filippo Alesci Lo Presti e Salvatore Mirabile,
rei, anch’essi, di aver chiesto il pagamento di tangenti a
Costanzo, Graci e al costruttore Palmeri, impegnati nella
realizzazione di grandi opere nel messinese. I tre giovani furono
attirati con una scusa in una campagna catanese, dove furono
strangolati. I loro corpi furono poi fatti incenerire all'interno di
pile di copertoni cosparse di liquido infiammabile e poi incendiate
([33]).
A Pino Chiofalo, consapevole della propria sconfitta, non resta
altro che decidere la resa e offrire la propria collaborazione agli
inquirenti. Le sue dichiarazioni saranno determinanti per la
realizzazione della prima vera grande operazione antimafia del
messinese, la Mare Nostrum, che porterà a centinaia di arresti di
boss e gregari e farà luce sulla gestione del sistema estorsivo
delle grandi opere, prima fra tutte il raddoppio ferroviario.
Resterà fuori dalle indagini, però, il cosiddetto ‘terzo livello’,
la rete di contiguità e protezioni che rappresentanti delle forze
dell’ordine, magistrati, uomini politici, grandi imprenditori,
hanno assicurato e purtroppo continuano ad assicurare alla mafia del
Longano.
Pino Chiofalo, da collaboratore di giustizia, farà ancora
parlare di sé in merito ad una presunta trattativa con Marcello
Dell’Utri per ritrattare alcune dichiarazioni che riguardavano il
deputato di Forza Italia sotto processo a Palermo per concorso
esterno in associazione mafiosa. Nell’estate del 1997, alla
vigilia dell’apertura del dibattimento, l’ex boss di Terme
Vigliatore e Cosimo Cirfeta, collaboratore di giustizia pugliese,
dichiarano ai magistrati che li interrogano che tre tra i principali
pentiti che accusano Marcello Dell’Utri, hanno concordato tra di
loro le versioni che inchioderebbero il politico berlusconiano. E’
sufficiente una breve indagine per verificare che Chiofalo e Cirfeta
si sono inventati tutto, probabilmente in cambio di denaro e della
promessa a rivedere le loro posizioni giudiziarie. Gli inquirenti
accertano perfino che Pino Chiofalo era riuscito ad incontrarsi
quattro volte con l’esponente di Forza Italia. Durante l’ultimo
incontro, il 31 dicembre del 1998, gli agenti della DIA immortalano
Marcello Dell’Utri mente consegna al pentito due regali per i
figli. In un’altra foto compare l’autista di Dell’Utri mentre
passa una borsa al collaboratore. Chiofalo ha sempre negato di aver
ricevuto denaro, ammettendo solo i regali per i congiunti.
"Dell’Utri mi promise i soldi" ha raccontato Chiofalo.
"Mi disse: ‘Lei è ormai dentro questa vicenda fino al collo.
Confermi le accuse di Cirfeta e io la farò ricco. Lei e la sua
famiglia avrete sempre la riconoscenza mia, del dottor Berlusconi e
di tutte le persone che ci vogliono bene’" ([34]).
I clan Madonia e Provenzano a Milazzo
Il cavaliere Gaetano Graci, beneficiava della possibilità di
realizzare "tranquillamente" le sue attività di
costruttore, fuori dalla provincia di Catania, "grazie a Nitto
Santapaola e a Piddu Madonia". E’ quanto affermato dai
magistrati nella loro ordinanza di custodia cautelare nei confronti
dell’imprenditore. Così, nel barcellonese, in vista dei lavori
per il raddoppio binario, giungono gli emissari del clan etneo e uno
dei luogotenenti più fidati della ‘famiglia’ nissena di
Vallelunga, Luigi ‘Gino’ Ilardo, che abbiamo visto essere cugino
di Giuseppe Madonia e stretto collaboratore degli scomparsi boss
Carmelo Coppolino ed Antonino Isgrò. Ilardo ricopre il ruolo di
vero e proprio ambasciatore del superlatitante Bernardo Provenzano,
con il quale, meticolosamente, intrattiene una fitta corrispondenza
per il controllo diretto degli appalti e dei subappalti. A cavallo
tra gli anni ‘80 e ’90, i più cruenti della guerra di mafia,
Gino Ilardo si impianta stabilmente a Milazzo insieme al fratello
Giovanni. Quest’ultimo diventa capostazione presso la nuova
stazione di Milazzo, per trasferirsi successivamente, sempre come
capostazione, a Villafranca Tirrena ([35]).
I due fratelli Ilardo, d’intesa con il clan dei barcellonesi e
i catanesi di Nitto Santapaola, creano a Milazzo un agguerrito
gruppo criminale, denominato la ‘cupola’, assorbendo i maggiori
malavitosi operanti nell’hinterland. "Per stabilire le linee
programmatiche del gruppo – ricorda Pino Chiofalo - e fissare
meglio la falsariga dell’intesa, essi organizzarono una riunione
presso un ristorante di Milazzo alla cui gestione credo fossero
stati interessati gli stessi due fratelli Ilardo. A tale riunione
prese anche parte il ben noto boss nisseno Piddu Madonia, lo stesso
Santapaola e, naturalmente esponenti del gruppo barcellonese".
Qualche tempo dopo, sempre secondo l’allora boss di Terme
Vigliatore, i fratelli Ilardo organizzarono un nuovo incontro,
stavolta a San Piero Patti, a cui parteciparono Giuseppe Gullotti, i
fratelli Ofria, Francesco Pagano e ancora una volta Nitto Santapaola.
"La ragione di tali riunioni risiedeva nel fatto che quelle
forze intendevano programmare le più opportune strategie per la
gestione delle grandi opere pubbliche e private, come la centrale a
carbone, la realizzazione del doppio binario e la stazione
ferroviaria, la trasformazione di una parte del porticciolo, i
lavori di urbanizzazione della città, ecc., di cui si prevedeva l’avvio
nella fascia tirrenica compresa tra Milazzo e S. Stefano di Camastra.
In particolare, andavano discusse le modalità di impianto nell’area
di Montalbano Elicona, di una raffineria di eroina e la gestione di
un vasto traffico di stupefacenti. L’intesa riguardava
naturalmente il taglieggiamento della piccola e media
imprenditoria".
Gino Ilardo, relativamente alla protezione di carattere estorsivo
delle imprese esecutrici dei lavori del raddoppio ferroviario
Messina-Palermo, avvia i contatti con l’allora reggente del clan
messinese di Giostra, Mario Marchese, tramite il bancario Salvatore
Valenti, esponente di rilievo della vecchia mafia barcellonese e ben
collegato a Cosa nostra palermitana e nissena. Valenti, indiziato di
riciclaggio del denaro sporco ed usura, vicino ad importanti
ambienti finanziari ed assicurativi, fu poi assassinato nel febbraio
del 1986 a Messina, da sicari vestiti con maschere di carnevale.
"Era una mia vecchia conoscenza – ha riferito Mario Marchese
- vicina agli uomini politici Giuseppe Merlino, Alfio Ziino e
Santino Pagano, nonché ai boss Pietro Aglieri, Giuseppe La Mattina,
Antonino Gargano, Nando Greco, Giuseppe Madonia, Pietro e Sebastiano
Rampulla".
Sempre a Milazzo, i fratelli Ilardo hanno tessuto relazioni d’affare
con alcuni noti imprenditori locali, finalizzate principalmente alla
gestione del traffico di droga e di banconote false. Quando nel
novembre del 1998 scatterà in tutta la Sicilia la cosiddetta ‘Operazione
Oriente’ contro la trama di protezioni e appoggi di cui ha goduto
in tutti questi anni il latitante Bernardo Provenzano, le forze dell’ordine
eseguono ben nove arresti nella cittadina tirrenica. In manette un
imprenditore edile originario di Barcellona, Tommaso Catalfamo; un
commerciante, Vincenzo Di Maria; il gestore del bar della nuova
stazione ferroviaria di Milazzo, Francesco D’Angelo; ben tre
gestori di locali di ritrovo e ristoranti, Francesco Doddo, Domenico
Italiano e Francantonio Salamone; infine due cittadini originari di
Palermo ma residenti a Milazzo, Giuseppe Lombardo, ‘affiliato’
alla famiglia nissena, e Antonino Bertè, quest’ultimo militare
della Guardia di finanza ([36]). Per i magistrati era Doddo, a
ricoprire un ruolo "assolutamente centrale" nelle
relazioni Milazzo-Ilardo-Gela. "Da un lato egli avrebbe operato
da collante tra il clan Madonia e gli acquirenti delle sostanze
stupefacenti; dall’altro, avrebbe di fatto gestito il gruppo degli
altri associati originari di Milazzo che lo hanno coadiuvato in
questa attività". In una telefonata intercettata al noto
ristoratore milazzese, egli informava la moglie di avere incaricato
Salamone "per acquistare a Palermo da falsari 500 milioni in
banconote da 50.000 lire, che dovevano essere riciclati
localmente" ([37]). .
A partire dall’ottobre 1993, tre anni prima della sua morte,
Gino Ilardo inizia a fornire una timida collaborazione di natura
confidenziale al tenente Michele Riccio, in forza al ROS dei
Carabinieri. Un contributo non certo secondario, che permette alle
forze dell’ordine di individuare il rifugio della latitanza di
Giuseppe Gullotti e quello dove si nascondeva il mafioso di
Villafranca, Santo Sfameni, ricercato al tempo per un attentato
eseguito ai danni di un docente universitario di Messina, il prof.
Nello Pernice (maggio ’94). Ilardo fornisce inoltre elementi
inquietanti sulle contiguità degli ambienti criminali barcellonesi
con certi settori istituzionali. "In Barcellona Pozzo di Gotto,
risultavano collusi con la mafia i sottufficiali dell’Arma
maresciallo Bono, e il maresciallo Gatto, in servizio a
Milazzo", si legge nell’informativa del 1996 del tenente
Riccio denominata ‘Grande Oriente’. "Questi erano
strettamente collegati ad un insospettabile, il professore
Giorgianni, nonché a tale Elio Marchetta, figlio del titolare della
concessionaria Piaggio di Barcellona, ucciso per vicende di mafia,
ed anche lui collegato ai predetti personaggi. (…). Il maresciallo
dei CC Gatto, incaricato della gestione dei pentiti della provincia
di Messina, sovente forniva informazioni o addirittura copia dei
verbali a mafiosi interessati a conoscere la loro posizione
giudiziaria tramite l’interdizione di un usuraio, tale Vincenzo
Pergolizzi, notaio di Milazzo" ([38]).
Ilardo fornisce importanti indicazioni per comprendere l’importanza
dell’intervento del prof. Giorgianni e dei rappresentanti delle
forze dell’ordine, in occasione dei lavori del raddoppio
ferroviario. "Su richiesta dei mafiosi Coppolino, Girolamo
Petretta e Nitto Santapaola, Giorgianni aveva aiutato i costruttori
Graci e Costanzo, consentendo loro di impiantare sui suoi terreni i
cantieri necessari alla realizzazione del secondo binario della
linea ferroviaria Messina-Palermo. I suddetti sottufficiali dell’Arma,
parallelamente, avevano tutelato il positivo svolgersi "degli
affari", anche alla luce della concorrenza violenta, che altro
mafioso locale, Pino Chiofalo, ora collaboratore di giustizia, aveva
scatenato con l’aiuto di altri mafiosi del paese di Tortorici, i
quali non avevano riconosciuto la supremazia di Nitto Santapaola.
Nell’ambito di tale contrasto, alcuni uomini di Chiofalo, avevano
fatto irruzione nei cantieri del Graci, mitragliando alcune
betoniere ivi parcheggiate" ([39]). Sempre secondo Ilardo,
oltre a Coppolino e Petretta, i contatti con il prof. Giorgianni,
sarebbero stati tenuti dai mafiosi Francesco Rugolo e Franco
Iannello. Due personaggi, questi ultimi, che le indagini avrebbero
provato in stretti legami d’affari con l’imprenditore Vincenzo
Pergolizzi proprio per la gestione dei subappalti del raddoppio
ferroviario, grazie al ‘paravento’ della Edil.Perg. S.r.l.,
società con sede nel vicino municipio di Torregrotta.
Pergolizzi, costruttore originario di Pace del Mela e residente a
Milazzo, è stato arrestato nel dicembre 1999 con l’accusa di
concorso esterno in associazione mafiosa; secondo gli investigatori,
l’uomo avrebbe svolto per conto dei clan della zona tirrenica
messinese (Gullotti-Sfameni-Sparacio) e per i Pillera-Cappello di
Catania, il ruolo di "tutela e custodia in favore di alcuni
latitanti, fornendo loro appartamenti come nascondigli e tutti i
mezzi necessari per favorirne l’eventuale fuga". In contatto
con Luigi Ilardo ed altri affiliati al clan Madonia, Vincenzo
Pergolizzi avrebbe esercitato il controllo usuraio ed estorsivo ai
danni di commercianti milazzesi e barcellonesi; avrebbe inoltre
assicurato, grazie alle sue influenti amicizie, "interventi in
eventuali vicende giudiziarie" ([40]). Stando sempre alla
Procura di Messina, Pergolizzi "vanta conoscenze e relazioni
con soggetti rappresentanti le istituzioni": militari dell’Arma
dei carabinieri "che gli riferiscono di indagini in
corso"; direttori dei lavori ed assessori comunali e
provinciali "a cui è disposto regalare appartamenti";
alti funzionari degli istituti di credito di livello nazionale; un
ex ministro ed alcuni parlamentari; finanche "persone
probabilmente inserite nei servizi segreti" ([41]).
Il luogotenente di Bernando Provenzano e Giuseppe Madonia, Luigi
Ilardo, ha poi confidato ai ROS elementi relativi a presunti
contatti tra alcuni politici messinesi e la criminalità organizzata
ed ai rapporti mafia-grande imprenditoria. Tra i politici a lui noti
come "vicini a Cosa Nostra", Ilardo segnalava "il
sen. Carmelo Santalco di Barcellona, Pippo Campione, ex presidente
regionale dell’antimafia, l’on. Dino Madaudo, socialdemocratico,
ex sottosegretario alla difesa, l’on. Saverio D’Aquino, ex
sottosegretario agli interni, liberale" ([42]). Madaudo e D’Aquino,
quest’ultimo recentemente scomparso, sono nomi noti nelle cronache
giudiziarie sui rapporti mafia-politica. La ‘contiguità’ degli
onorevoli Santalco e Campione è tutta ancora da provare. Per ciò
che riguarda invece la gestione delle grandi opere nella provincia
di Messina, Ilardo ha confermato di avere curato per conto di
Leoluca Bagarella e della famiglia di Bagheria (quella di Leonardo
Greco e del suo rappresentante in loco Michelangelo Alfano), le
estorsioni a danno della Itinera di Alessandria e della Edilstrade
di Forlì, società impegnate nella realizzazione di un lotto dell’autostrada
Messina-Palermo, nel tratto Rocca di Caprileone-Cefalù ([43]).
Gli interessi del signor P3 & Soci
Proprio su questo appalto gestito dalla Itinera del costruttore
Marcellino Gavio, secondo notizie stampa, vi era stata un’indagine
da parte della Guardia di finanza, in merito ad un possibile ruolo
di ‘favore’ interpretato dal faccendiere Pierfrancesco Pacini
Battaglia e dal messinese Giuseppe D’Angiolino, già presidente di
Italstrade e dal 1993 amministratore delegato dell’Anas ([44]).
Dall’indagine non sarebbero emersi elementi di rilevanza penale.
Va tuttavia sottolineato che su ipotetici contatti tra lo stratega
dell’affare Alta Velocità ferroviaria, con personaggi di spessore
criminale del messinese, sono state riempite pagine di verbali
giudiziari.
La megainchiesta della Procura di La Spezia sul comitato d’affari
creato da Pacini Battaglia, piduisti vecchi e nuovi ed importanti
manager pubblici per la gestione di grandi opere ferroviarie e l’export
internazionale di armi da guerra, aveva preso avvio dopo l’irruzione
del Gico di Firenze il 17 ottobre 1992 presso l’Autoparco di Via
Salomone a Milano, una delle maggiori basi operative di Cosa nostra
nel nord Italia. Tra le carte sequestrate nell’autoparco i
documenti su una partita di armi inviate a Paesi sotto embargo dal
porto La Spezia all’interno di container utilizzati dall’imprenditore
Ugo Sottomano, personaggio in stretto contatto con il gestore dell’autoparco,
Giovanni Salesi. La triangolazione "vedeva protagonisti alcuni
faccendieri di Messina" e alcuni dirigenti della Oto Melara di
La Spezia. "La svolta nell’inchiesta si registra quando i
finanzieri si accorgono che il personaggio centrale delle rete di
affari sporchi sulla quale stavano indagando era il banchiere Pacini
Battaglia. E’ proprio indagando su di lui che l’inchiesta si
allarga a dismisura, andando ad aprire altri due filoni: quello
sugli appalti delle Ferrovie dello Stato per l’Alta Velocità e
quello sulla corruzione dei magistrati" ([45]).
Per orientarsi sulla possibile identità dei "faccendieri di
Messina" è opportuno riportare alcuni passi dell’ordinanza
di custodia cautelare nei confronti di Pierfrancesco Pacini
Battaglia ed alcuni dirigenti della Oto Melara, emesso dai
magistrati di La Spezia nel settembre 1996: "A seguito delle
indagini a carico di un’organizzazione criminale dedita al
traffico di auto di grossa cilindrata (…), e al contrabbando di
ingenti quantitativi di tabacchi lavorati esteri, venivano
effettuate intercettazioni telefoniche, nell’ambito delle quali
destava sospetto una conversazione avvenuta l’1 settembre 1993 tra
Giuseppe Paolo Frisone (spedizioniere di La Spezia e uno dei
principali organizzatori dei traffici di auto rubate) e Felice Dell’Eva.
Nella circostanza il Frisone segnalava all’interlocutore le
notizie diffuse quella sera stessa e riguardanti la cosiddetta
"Operazione Arzente Isola", diretta dall’Autorità
Giudiziaria di Messina, concernente traffici internazionali di armi.
La conversazione lasciava capire che il Frisone fosse implicato in
qualche modo nel traffico in cui alle notizie televisive (…).
Giova ricordare, inoltre, che la predetta attività investigativa
aveva tratto origine da notizie informative secondo cui il sodalizio
sarebbe stato impegnato in un vasto traffico di armi a cui avrebbero
partecipato aziende italiane leader nel campo degli armamenti e
soggetti appartenenti al sodalizio di stampo mafioso la cui base
operativa principale era costituita dall’ormai famoso
"Autoparco" di via Salomone a Milano" ([46]). A
ricevere un avviso di garanzia l’1 settembre 1993, nell’ambito
dell’inchiesta ‘Arzente Isola’, il barcellonese Rosario
Cattafi, poi arrestato per le frequentazioni dell’autoparco di
Milano, il ‘compare d’anello’ Filippo Battaglia, oggi imputato
a Catania per un traffico di armi gestito accanto agli uomini del
clan Santapaola e ad alcuni imprenditori vicini a Forza Italia, e il
costruttore Saro Spadaro, anch’egli plurisospettato di
frequentazioni mafiose e socio d’affari del cavaliere Gaetano
Graci.
Stando al collaboratore di giustizia Maurizio Avola ([47]) le
relazioni tra il faccendiere Pacini Battaglia e il barcellonese
Rosario Cattafi sarebbero andate al di là dell’ipotizzata
cogestione del traffico internazionale di armi. Deponendo al
processo contro Marcello Dell’Utri, Avola ha riferito dell’intenzione
di Cosa nostra, di assassinare nel 1992, l’allora magistrato
Antonio Di Pietro per "fare un favore ai politici" e
tutelare "gli interessi illeciti dell’on. Bettino Craxi e del
sen. Cesare Previti, messi in pericolo dalle indagini di Di
Pietro". Il progetto di attentato sarebbe stato discusso nel
corso di una riunione tenuta in un hotel di Roma, alla presenza di
due uomini d’onore del vertice della famiglia catanese di Cosa
nostra, Eugenio Galea e Aldo Ercolano, e di "soggetti esterni
all’organizzazione mafiosa". Avola fa al proposito due nomi:
Rosario Cattafi, "appartenente ai servizi segreti" e il
finanziere Pierfrancesco Pacini Battaglia. Va tuttavia detto che gli
inquirenti non hanno raccolto le prove di quanto affermato dal
collaboratore e che è in corso un procedimento penale originato
dalle querele presentate contro Avola dal sen. Previti e da Pacini
Battaglia ([48]). Cattafi, intanto, ha ottenuto recentemente l’iscrizione
all’Ordine degli Avvocati del Foro di Barcellona Pozzo di Gotto,
nonostante la Cassazione abbia confermato la validità dell’ordinanza
del Tribunale di Messina che ha imposto al neolegale la sorveglianza
speciale e l'obbligo di soggiorno nella città del Longano ([49]).
Gallerie, conzorzi e imprese di mafia: l’affare
Ferrofir-Peloritani
Il controllo estorsivo sui grandi lavori ferroviari è stato
esercitato anche sulla tratta Messina-San Filippo del Mela, la cui
progettazione e realizzazione è stata concessa nel 1984 dalle
FF.SS. al Consorzio Ferrofir, costituito da alcune delle maggiori
imprese del centro-nord Italia, l’Impregilo, l’Astaldi e la Di
Penta. Lavori che sono stati sospesi ripetutamente per problemi di
ordine finanziario e amministrativo, suddivisi in due lotti, il
primo rappresentato dalla lunghissima galleria che collega la
stazione centrale di Messina a Villafranca Tirrena (circa 13
chilometri scavati all’interno dei monti Peloritani); il secondo
dalla tratta Villafranca-San Filippo, quella dove si è realizzato
il disastro ferroviario dell’Espresso ‘Freccia della Laguna’,
i cui lavori sono stati avviati solo nel 1997 dopo uno specifico
decreto del governo che ha autorizzato lo sblocco del cantiere
([50]). Come abbiamo visto in precedenza, nel carcere di Gazzi fu
sottoscritto un accordo tra Pino Chiofalo, Mario Marchese e Giuseppe
Leo per la spartizione dei proventi derivanti dal ‘pizzo’
imposto alle imprese appaltatrici. Una fetta consistente delle
estorsioni ai danni del Consorzio Ferrofir finì pure nelle casse
del clan del rione Mangialupi, guidato da Salvatore Surace, oggi
collaboratore di giustizia, come recentemente accertato in sede
processuale dal Tribunale di Messina.
In vista dell’assegnazione dei lavori ferroviari alle grandi
imprese del centro-nord, si sarebbero attivati congiuntamente gli
uomini dei clan barcellonesi, importanti esponenti politici locali
ed i maggiori imprenditori della fascia tirrenica, alcuni dei quali
con entrature massoniche ‘deviate’. Sul tavolo
mafia-politica-imprenditoria per la gestione della tratta
Messina-San Filippo del Mela, si è soffermato il pentito Angelo
Siino, per anni ‘ministro delle opere pubbliche’ di Cosa nostra.
Deponendo al processo ‘Mare Nostrum’ contro le cosche della
fascia tirrenica messinese, Siino ha raccontato la vicenda in cui
venne in contatto con l’on. Giuseppe Merlino, andreottiano, ex
sindaco di Messina, poi passato a guidare importanti assessorati
regionali. "Fu organizzato un pranzo in un ristorante a Capo
Milazzo, dove in effetti ci fu una dimostrazione esponenziale di
potenza da parte di tutti, per farmi vedere che erano molto ben
organizzati. Venni invitato da Iannello e lì trovai i fratelli
Torre Antonio e Angelo, quest’ultimo anche massone aderente alla
Camea. C’erano l’onorevole Merlino che si occupava della
gestione degli appalti pubblici in provincia di Messina, qualche
altro personaggio minore, l’imprenditore milazzese Oliva, Santo
Sfameni di Villafranca Tirrena. In questa circostanza parlammo di un
consorzio denominato Ferrofir, che doveva occuparsi della
costruzione di alcune gallerie. A tali opere era interessato l’imprenditore
barcellonese Gitto, ma l’uomo che doveva occuparsi dell’intera
gestione dell’affare doveva essere Giovanni Sindoni" ([51]).
Grazie alla deposizione di Siino, fa la sua comparsa tra i
possibili ‘signori della ferrovia’, il nome di un personaggio
ritenuto da tutti ‘intoccabile’, l’imprenditore barcellonese
Sindoni, a capo di una delle maggiori aziende siciliane di
trasformazione agrumaria. Definito da Maurizio Avola, "l’uomo
più importante per Cosa nostra nella provincia tirrenica messinese",
Giovanni Sindoni e il figlio Emanuele hanno operato nel settore
delle opere pubbliche accanto a Giovanni Salamone, l’ex
consigliere comunale repubblicano di Barcellona assassinato in un
agguato mafioso il 12 gennaio del 1991. Ex socio della Nuova Igea
Calcio, Giovanni Sindoni vanta precedenti penali per omicidio
colposo, abusivismo edilizio ed associazione per delinquere; nei
primi anni ’80 è stato coinvolto in una megainchiesta sulle
truffe agrumarie a danno della CEE, accanto all’ex sindaco di
Bagheria Michelangelo Aiello e al boss Leonardo Greco, riportando
una condanna a otto mesi di reclusione ([52]).
Il collaboratore di giustizia Angelo Siino non fornisce ulteriori
particolari per chiarire l’effettivo ruolo di Giovanni Sindoni
nell’affaire doppio binario. Si sofferma invece sul costruttore
Gitto che sarebbe stato interessato alla realizzazione di alcune
gallerie della Messina-San Filippo. "Praticamente Gitto era un
grosso contoterzista, cioè era uno che faceva lavori per conto
terzi. Non faceva lavori edili, ma si occupava di lavori stradali. E
poi in effetti era quello che manipolava la maggior parte dei lavori
sull’autostrada Palermo-Messina e a causa di questo gli successe
che gli ammazzarono un parente. Mi pare che lo stesso si chiamasse
pure Gitto, gestiva un negozio a Barcellona Pozzo di Gotto ed era
parente col governatore Cuomo. E effettivamente questo signore
insieme con questo Sindoni mi era stato detto che era un interessato
alla gestione, addirittura che da lì a poco questo Gitto sarebbe
stato in grado di poter gestire direttamente i lavori della
Palermo-Messina. (...) In effetti poi fu quello che fece la maggior
parte dei lavori autostradali, e debbo dire anche che ha avuto
questo problema, gli fu ammazzato questo parente che prese le sue
difese. Che i due Gitto erano imparentati io l’ho saputo da Nino
Isgrò o da Matteo Blandi, malavitoso di Caronia...".
Secondo Siino, cioè, la morte del cavaliere Francesco Gitto
sarebbe stata determinata dalla sua discesa in campo a difesa del
"parente costruttore", interessato a mettere il sigillo
sulle maggiori opere pubbliche della provincia. Dichiarazioni tutte
da provare, certamente. Ci sarebbe tuttavia un primo riscontro: ben
undici lotti della costruenda autostrada Messina-Palermo, tra
Caronia, Acquedolci e Sant’Agata di Militello, sono stati
assegnati ad una azienda di costruzioni con sede nel comune di
Falcone, la CEC – Civil Engineering Company del
cavaliere-ingegnere Carmelo Gitto. Sempre alla CEC, il Comune di
Messina ha recentemente appaltato un lotto degli svincoli
autostradali di Giostra-Annunziata. Una vera e propria leadership in
campo regionale a cui però non sono mancati importanti
riconoscimenti in ambito nazionale ed internazionale: alla società
di Carmelo Gitto si è rivolto perfino il governo d’Israele per la
costruzione di una galleria strategica per il processo di
colonizzazione dei territori occupati della Cisgiordania ([53]).
Per l’esecuzione dei lavori autostradali, l’ingegnere Gitto
sarebbe stato sottoposto all’immancabile carico estorsivo delle
organizzazioni criminali della fascia tirrenica. Lo ha raccontato il
collaboratore Salvatore Marotta: "Durante un incontro a Falcone
in un villino che credo fosse di proprietà dello stesso Gitto, è
stata pattuita e concordata l’estorsione a carico della ditta
Cogei e della ditta Gitto. Fu il mistrettese Matteo Blandi che
riscuoteva le tangenti delle diverse imprese che in quel momento
operavano nella zona a fissare un incontro per stabilire quanto la
Cogei avrebbe dovuto corrispondere al nostro gruppo. Alla riunione
prendemmo parte io, il geometra Nino Isgrò di Barcellona, Pino
Oieni, mio figlio Calogero, Matteo Blandi, Giuseppe Miragliotta,
Masino Florio e Michele Adorno. Per conto della Cogei presero invece
parte Domenico Gitto, titolare della omonima impresa ([54]), ed il
geometra Siracusano. Il Gitto personalmente aveva chiesto a tutti
quelli che avrebbero dovuto partecipare alla riunione di non portare
armi. Lui stesso infatti avrebbe garantito un ordinato svolgimento
della discussione. Con questo egli intendeva anche prevenire un
eventuale danno alla sua immagine che invece avrebbe provocato una
visita da parte delle forze dell’ordine...".
Marotta ricorda con precisione l’ammontare del pizzo che fu
imposto alle imprese. "Il costo dei lavori che la Cogei stava
eseguendo si aggirava sui 20 miliardi o poco più. Secondo
consuetudine l’impresa avrebbe dovuto pagare una percentuale non
inferiore al 2 per cento. Il Gitto però ricordando che anch’egli
avrebbe dovuto versare la sua quota parte, propose una diminuzione
della cifra che così venne stabilita in complessivi 350 milioni. Il
Gitto, invece, essendo impegnato nello stesso lavoro, quale
subappaltante, per l’opera di sbancamento e movimento terra si
impegnò a versare la cifra di 2 milioni e mezzo da corrispondere
ogni fine mese per tutto il periodo della durata dei lavori. La
Cogei invece avrebbe dovuto corrispondere la cifra stabilita nella
misura di 50 milioni al mese. Venne anche stabilito che i soldi
avrebbero dovuto essere prelevati nel cantiere di Gitto che si
incaricava a corrispondere ciò che era dovuto dall’impresa e la
sua stessa quota parte. L’Isgrò ha partecipato alla riunione
anche per tutelare l’interesse dell’impresa Gitto, da sempre
sotto la protezione esclusiva della mafia barcellonese".
Sempre secondo Giovanni Marotta, fu proprio l’estorsione ai
danni dell’impresa Gitto a causare la definitiva rottura tra il
suo clan di Sant’Agata Militello e l’anziano boss nebroideo
Giovanni Tamburello. Quest’ultimo decretò la morte di Matteo
Blandi che si era guadagnato tra l’altro anche un subappalto nei
cantieri autostradali della Cogei del Gruppo Rendo. "Fui
raggiunto a Sant’Agata dal Tamburello – ha aggiunto Marotta.
"Egli mi disse minacciosamente che non aveva mandato il denaro
di cui all’accordo con la Cogei giacché la quota a me spettante l’aveva
utilizzata per assoldare i killer che egli aveva incaricato per
uccidere il Blandi". Secondo gli inquirenti che hanno redatto l’informativa
Mare Nostrum contro i clan mafiosi della provincia di Messina, il
denaro precedentemente concordato con il clan Marotta per i lotti 22
e 22 bis dei lavori autostradali, fu interamente versato dalla Cogei
e dalla Gitto al boss Tamburello.
Altri 200 milioni furono richiesti ai costruttori di Falcone dal
gruppo criminale vicino a Iannello. "Alcune telefonate a scopo
estorsivo furono fatte alla vittima" ha raccontato il
collaboratore tortoriciano Francesco Galati Rando. "Iannello in
particolare disse che essendo il Gitto insensibile alle richieste
telefoniche, era meritevole di una lezione che doveva essere quella
del danneggiamento di autovetture o di edifici attraverso l’esplosione
di colpi d’arma da fuoco". Nel 1990 un attentato incendiario
distrusse parzialmente il cantiere di Olivieri dell’ingegnere
Carmelo Gitto.
Cave e discariche l’ennesima risorsa dei clan barcellonesi
Ma sul contesto storico-criminale in cui è maturata la strage
dell’Espresso ‘Freccia della Laguna’ ricadono altre gravi
ombre. Quelle della cosiddetta "ecomafia", degli enormi
disastri ambientali e delle irrimediabili lacerazioni del territorio
collinare dei Peloritani, originati dai lavori per la realizzazione
del raddoppio ferroviario. "Dove sono finiti i milioni di metri
cubi di terra argillosa estratta lungo gli undici chilometri di
quella galleria che congiunge Messina con la città di Villafranca?"
Ha domandato al Presidente della Commissione parlamentare antimafia
l’on. Nichi Vendola del Partito della Rifondazione Comunista, nei
giorni successivi alla tragedia di Rometta. "Sono finiti forse
in mare? E chi ha lucrato le somme che lo Stato, pagando circa otto
mila lire al metro cubo, ha erogato per smaltire ciò che non è
stato smaltito? E ancora: da dove si è estratta la terra per
costruire il rilevato ferroviario nel tratto Rometta-Bercellona?
Forse dal greto di ciascuno dei tre torrenti che insistono su quel
territorio? E che dissesto idrogeologico si è determinato? E come
mai una intera galleria, appena completata al prezzo di svariati
miliardi, crolla, un anno fa, nella indifferenza generale? Quella
galleria, a due passi da dove si è realizzato l’attuale disastro
ferroviario, era già un monito ed un emblema dei rischi legati al
contenuto criminale ed anti-ambientale di un progetto che in trent’anni
ha dissipato risorse e vite senza edificare il secondo
binario".
Nel suo intervento, Vendola ha chiesto di conoscere quali siano
state le ditte che hanno operato nell’area, attraverso il
"nolo a freddo", nella movimentazione terre. "Chi,
nei fatti e non solo con nomi di copertura – aggiunge Vendola - ha
eseguito gli sbancamenti, l’apertura di nuove cave, la
perforazione dei rilievi montuosi? E si può sapere se quelle cave
siano state a loro volta riempite con materiali da discarica, con
rifiuti tossici e nocivi? E quali siano le ditte che hanno
assicurato le forniture di gasolio ai mezzi che hanno eseguito i
suddetti lavori?". Il parlamentare ha lanciato infine una
stoccata contro i vertici che hanno guidato sino a quattro anni fa
la Procura di Messina, ‘rei’ di non avere esercitato l’azione
penale nei confronti dei gruppi criminali che soppiantarono l’egemonia
del clan Chiofalo nel controllo degli appalti. "Parliamo di
nomi pesanti della mafia della Sicilia orientale: Giuseppe Gullotti,
Giovanni Sindoni, Santo Sfameni, Michelangelo Alfano, Salvatore Di
Salvo, tutti membri della famiglia catanese di Nitto Santapaola…"
([55]).
Le vittime della strage dell’Espresso ‘Freccia della
Laguna" – Rometta Marea – 20 luglio 2002
Ali Abdelhakim, 33 anni, nato ad El Gara, Marocco
Hanja Abdelhakim, Marocco
Miloudi Abdelhakim, 75 anni, nato ad El Maaiz, Marocco
Placido Caruso, 76 anni, originario di Milazzo, residente a
Messina
Fatima Fauhreddine, 59 anni, Marocco
Stefano La Malfa, 51 anni, impiegato comunale di Milazzo
Giuseppina Mammana, 22 anni, siciliana residente in Germania
Saverio Nania, anni 43, macchinista di San Filippo del Mela
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[1] In Gazzetta del Sud, 27 settembre 2002.
[2] In Gazzetta del Sud, 25 settembre 2002.
[3] In Gazzetta del Sud, 16 settembre 2002. Problemi similari al
posizionamento dei giunti, sono stati denunciati dalla trasmissione
‘Striscia la notizia’ di Canale 5, in data 21 ottobre 2002, in
un binario nei pressi della stazione calabrese di Rosarno.
[4] In La città di Barcellona Pozzo di Gotto, settembre 2002,
p.13.
[5] N. Anselmo, "Otto indagati per lavori eseguiti
male", Gazzetta del Sud, 24 settembre 2002.
[6] T. Bellinvia, "Strage di Stato… e di mafia", La
città di Barcellona Pozzo di Gotto, settembre 2002, p. 5.
[7] F. Pinnizzotto, "Miliardi attribuiti ad attività
illecite", Gazzetta del Sud, 22 gennaio 2000.
[8] Nel corso dell’operazione del marzo 2002, sono stati
sottoposti a confisca anche il capitale sociale e i beni aziendali
della F.A.M. Finanziaria Immobiliare S.a.s. di Messina, l’Alfaservizi
S.r.l. di Bagheria, ed una ditta individuale, sempre con sede a
Bagheria, intestata ad un secondo nipote dell’ex presidente del
Messina calcio, Vincenzo Alfano, fratello di Stefano e suo socio
nella Megabound S.r.l. (In Gazzetta del Sud, 17 marzo 2002). Tra i
beni di Michelangelo Alfano sottoposti a sequestro, la società
Miledil S.r.l. di Messina, più una lunga lista di appartamenti,
terreni ed auto di grossa cilindrata.
[9] Nell’occasione, l’imprenditore di Bagheria era comunque
riuscito a dimostrare di aver venduto l’auto qualche tempo prima
ad un autosalone di Milano.
[10] Associazione Antimafia ‘Rita Atria’ di Milazzo, Comitato
per la pace e il disarmo unilaterale di Messina, "Graziella
Campagna a 17 anni vittima di mafia. Storie di trafficanti,
imprenditori e giudici nella provincia dove la ‘mafia non esiste’",
Armando Siciliano Editore, Messina, 1997, pp. 19-21.
[11] Comitato Messinese per la Pace e il Disarmo Unilaterale,
"Le mani sull’Università. Borghesi mafiosi e massoni nell’ateneo
messinese", Armando Siciliano Editore, Messina, 1998, pp.
77-78.
[12] B. Carazzolo, R. Gugliotta, "Il giudice e il
commendatore", Famiglia Cristiana, n. 14, aprile 2002, pp.
58-61.
[13] Lettera-appello dell’on. Nichi Vendola al Presidente della
Commissione parlamentare antimafia sulla strage di Rometta, in La
città di Barcellona Pozzo di Gotto, settembre 2002, p. 19.
[14] E’ importante sottolineare, come la Fratelli Costanzo di
Catania, sia stata inserita nel 1991 nel Consorzio Cepav Due per la
realizzazione della tratta ad Alta Velocità Torino-Milano, accanto
alla Cogefar del Gruppo Fiat, alla Grassetto del cavaliere siciliano
Salvatore Ligresti, alla Recchi e alla Cambogi.
[15] W. Rizzo, N. Savoca, A. Sciacca, "Il governo della
mafia", Edizioni Arbor, Palermo, 1994, p. 52.
[16] Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione, "Ordinanza-sentenza
contro Abbate Giovanni + 706", Palermo, 1988, p. 3.572.
[17] M. Torrealta, "La trattativa. Mafia e Stato: un dialogo
a colpi di bombe", Editori Riuniti, Roma, 2002, pp. 124-125.
[18] Pietro Rampulla, avrebbe partecipato persino agli attentati
incendiari contro le sedi della DC, che la mafia realizzò in
Sicilia nel 1992 (Monreale, Misilmeri, Messina), dopo il
"tradimento" di Salvo Lima e dei politici andreottiani
dell’isola (E. Bellavia, S. Palazzolo, "Falcone Borsellino
Mistero di Stato", Edizioni della Battaglia, Palermo, 2002, p.
67).
[19] Procura Generale della Repubblica di Catania, "Motivi
aggiunti a sostegno dell’appello proposto in data 17-12-93 nel
Procedimento Penale n. 108/89 R.G. G.I. ( n. 1000/89 P.M.) a carico
di Alleruzzo Domenico + 53", Catania, 1993, in Città d’Utopia,
n. 12/13, marzo-giugno 1994, pp. 56-57.
[20] Procura della Repubblica di Catania, "Ordinanza di
custodia cautelare nei confronti di Gaetano Graci", in I
Siciliani nuovi, agosto 1994.
[21] In Gazzetta del Sud, 30 luglio 1994.
[22] W. Rizzo, N. Savoca, A. Sciacca, "Il governo della
mafia", cit., p. 57-58.
[23] Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri - Sezione
anticrimine di Messina e della Questura di Messina - Commissariato
di Capo d’Orlando, "Operazione ‘Mare Nostrum’ –
Informativa", Messina, 25 febbraio 1994.
[24] Comitato Messinese per la Pace e il Disarmo Unilaterale,
"Le mani sull’Università", cit., pp. 44-45.
[25] M. Torrealta, "La Trattativa", cit., p. 126.
[26] Procura della Repubblica di Palermo. Direzione Distrettuale
Antimafia. "L’onore di Dell’Utri. I legami del
berlusconiano Marcello Dell’Utri con Cosa nostra, nella richiesta
di rinvio a giudizio per concorso in associazione mafiosa",
Kaos Edizioni, Milano, 1997, p. 226.
[27] Le dichiarazioni ivi riportate di Pino Chiofalo, sono state
riprese da: Procura della Repubblica presso il Tribunale di Messina
– Direzione Distrettuale Antimafia, "Operazione ‘Mare
Nostrum’ - Informativa", Messina, 25 febbraio 1994.
[28] A. Alizzi, "Mafia, tangenti e sangue", La città
di Barcellona Pozzo di Gotto, settembre 2002, p. 18.
[29] A. Mazzeo, "Profilo mafioso", L’isola, 29 aprile
1994, pp. 10-12.
[30] Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri - Sezione
anticrimine di Messina e della Questura di Messina - Commissariato
di Capo d’Orlando, "Operazione ‘Mare Nostrum’", cit..
[31] Procura della Repubblica di Palermo. Direzione Distrettuale
Antimafia. "L’onore di Dell’Utri", cit., p. 226.
[32] Tribunale di Messina – Ufficio del giudice per le indagini
preliminari, "Ordinanza Custodia Cautelare in Carcere,
procedimento N. 606/93 contro Abbate Francesco + 345", Messina,
1994.
[33] In Il Resto del Carlino, 16 maggio 2000.
[34] P. Gomez, M. Travaglio, "La repubblica delle banane.
Affari e malaffari di trenta potenti nelle sentenze dei
giudici", Editori Riuniti, Roma, 2001, pp. 277-280.
[35] Attualmente Giovanni Ilardo è imputato di associazione
mafiosa nel procedimento giudiziario Mare nostrum.
[36] In Gazzetta del Sud, 11 novembre 1998. In sede processuale
è caduta l’accusa per gli imputati di associazione mafiosa;
tuttavia Doddo e Catalfamo sono stati condannati in primo grado dal
Tribunale di Caltanissetta, mentre Salamone, Italiano e D’Angelo
sono ancora sotto processo a Gela.
[37] In Gazzetta del Sud, 12 novembre 1998.
[38] Raggruppamento Operativo Speciale Carabinieri – 1°
Reparto Investigativo, "Indagine ‘Grande Oriente’",
Roma, 30 luglio 1996, p. 55.
[39] Ibidem, pp. 21-22.
[40] G. Palomba, "Pesanti le accuse per l’imprenditore
Enzo Pergolizzi", Gazzetta del Sud, 6 dicembre 1999). Oltre
alla Edil.Perg. S.r.l. che ha gestito i subappalti per il raddoppio
della ferrovia Milazzo-Barcellona, Vincenzo Pergolizzi è titolare
della Cosper S.r.l., della Cogeper S.r.l. e della Peredil S.r.l.,
anch’esse imprese edili.
[41] In Gazzetta del Sud, 7 dicembre 1999.
[42] Raggruppamento Operativo Speciale Carabinieri – 1°
Reparto Investigativo, "Indagine ‘Grande Oriente’",
cit., p. 331.
[43] Ibidem, p. 236.
[44] In Centonove, 13 dicembre 1996. Nello specifico l’Itinera,
dopo aver vinto la gara d’appalto avrebbe ‘girato’ i lavori
alla controllata Satap, società concessionaria dell’autostrada
Torino-Piacenza.
[45] F. Imposimato, G. Pisauro, S. Provvisionato,
"Corruzione ad Alta Velocità. Viaggio nel governo
invisibile", Koinè Nuove Edizioni, Roma, 1999, pp. 181-182.
[46] In "Dialoghi segreti. I verbali delle conversazioni di
Pacini Battaglia su armi, politica, soldi, favori", I libri di
Avvenimenti, Supplemento al n. 41 di Avvenimenti, settembre 1996,
pp. 6-7.
[47] Maurizio Avola è stato uno dei killer più spietati del
clan Santapaola, autoaccusatosi di una cinquantina di omicidi, tra
cui quello del giornalista Giuseppe Fava.
[48] M. Torrealta, "La trattativa", cit. pp. 100-101.
Per ciò che riguarda la querela presentata dal sen. Previti, la
Procura di Palermo ha comunque chiesto l’archiviazione.
[49] R. Gugliotta, "Rosario Pio Cattafi: l'uomo dai mille
volti", 12 agosto 2002, www.imgpress.it.
[50] Per conoscere il contrastato e per certi versi sconcertante
iter della concessione dei lavori del raddoppio ferroviario
Messina-San Filippo, al Consorzio Ferrofir, si veda l’Interrogazione
al Presidente del Consiglio e al Ministro dei Trasporti, del Sen.
Germanà (Forza Italia), Seduta n. 0125, presentata in data 4
febbraio 1997.
[51] Corte d’Assise di Messina, Verbale di udienza –
Interrogatorio del teste Angelo Siino, Processo n. R.G. 19/98,
Abbate Francesco + 272 - denominato ‘Mare Nostrum’, Messina, 18
settembre 2001.
[52] R. Gugliotta, "Giovanni Sindoni: Il Richelieu
siciliano", settembre 2002, www.imgpress.it.
[53] Per approfondire il tema si veda: A. Mazzeo, G. Restifo,
"Premiata ditta Gitto & Figli. Da Israele ai grandi appalti
della Sicilia, gli affari di una società chiamata a realizzare l’autostrada
dell’apartheid antipalestinese", Messina, 2002,
www.terrelibere.it/gitto.
[54] Domenico Gitto è figlio del cavaliere Carmelo e ricopre il
ruolo di amministratore delegato della CEC - Civil Engineering
Company.
[55] In La città di Barcellona Pozzo di Gotto, settembre 2002,
p. 19.