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Democrazia,
fatta in casa è meglio
Che cosa ci vuole per portare nel mondo arabo un sistema di governo
e di vita migliori? Lo rivela un rapporto Onu: occorrono più
libertà, più istruzione, uguaglianza per le donne. E soprattutto
che la ricetta non venga imposta dall’Occidente
di Paola Caridi
IL CAIRO.
Questo testo. È stato scritto da Paola Caridi, che vive e
lavora al Cairo. In esso si tratta di un tema quanto mai attuale: la
democratizzazione del mondo arabo. Una democratizzazione che non
funziona secondo il modello import-export sognato da Bush. Nella
pagina a fianco: un’immagine di un pellegrinaggio alla Mecca, in
Arabia Saudita.
Mahmoud è un uomo tranquillo e un gran lavoratore. Uno di
quelli della maggioranza silenziosa. Ma è inquieto. Non riesce a
pensare al suo futuro in Egitto. Ha sempre più bisogno di regole. E
di uno Stato di diritto. A dire la verità, non avrebbe bisogno di
lamentarsi. Una bella famiglia, figli sani, un lavoro da
professionista che gli fa portare a casa uno stipendio di tutto
rispetto. Macchina d’importazione e una scuola internazionale per
i figli, questi i lussi di una vita da benestante stile occidentale
che comprende anche cene al ristorante e serate piacevoli con gli
amici nella grande capitale del mondo arabo.
Eppure è inquieto. Lui, così distante dalle derive islamiste,
sarebbe anche disposto ad accettare i Fratelli Musulmani al potere.
Se vincessero le elezioni. Tutto, sarebbe disposto ad accettare, se
questo significasse l’arrivo della democrazia compiuta in Egitto,
che per lui vuol dire alternanza al potere. Ne va, dice, del futuro
suo e dei suoi figli. Ne va dei soldi risparmiati, che vorrebbe
tenere al sicuro in una banca del Cairo e non, come molti fanno, in
un conto corrente all’estero. Ne va della sua professione, messa
in pericolo da chi va avanti a suon di raccomandazioni e bustarelle.
Mahmoud era inquieto ben prima che arrivassero i marine di Bush a
Baghdad. Decisi a esportare sul fusto dei cannoni la democrazia
versione Usa nel mondo arabo. Anzi, questa storia che gli americani
possano dar lezioni di democrazia a loro – gli egiziani, gli arabi
– lo indigna oltremisura. Soprattutto, ha paura che possano
rovinare tutto quello che, faticosamente, stava maturando come un
bel mango sulle rive del Nilo.
A dare una mano ai tanti, nascosti Mahmoud d’Egitto, a dire il
vero, era stato prima dell’Ora X proprio il gran sconfitto nella
storia tragica della crisi irachena. L’Onu, surclassato dai Rambo
americani. L’Onu, il carrozzone elefantiaco sempre presente quando
si tratta di curare la gente, sfamarla e raccogliere i cocci.
UN RAPPORTO SPECIALE. Ebbene, proprio l’Onu,
anzi, per la precisione l’Undp, l’agenzia che si occupa dello
sviluppo umano sul pianeta, rende pubblico dieci mesi fa un
rapporto. Niente di nuovo sotto il sole, insomma. Un classico
rapporto onusiano, un volume dettagliato che documenta una
situazione data, quella del mondo arabo, e che focalizza in un fermo
immagine quello che sta succedendo sulla sponda sud del
Mediterraneo. È il primo Rapporto sullo sviluppo umano arabo
mai fatto uscire dall’Onu in oltre 50 anni di storia. Che, invece
di impolverarsi sugli scaffali del Palazzo di Vetro, diventa un vero
e proprio oggetto di culto. Citato in ogni conversazione, come l’unica
novità di rilievo nel dibattito arabo sulla democrazia. Una sorta
di livre de chevet ormai difficile da trovare, per il quale,
all’ufficio cairota dell’Onu che si affaccia di fronte all’isola
di Zamalek, continuano a piovere richieste di ogni tipo, dai
seminari ai convegni alle interviste. "Siamo sommersi dalle
richieste", osserva Antonio Vigilante, coordinatore residente
dell’Onu, tradendo il legittimo orgoglio del funzionario dell’Undp
di lunga esperienza in almeno tre continenti.
"La persistente risonanza nel mondo arabo si spiega in due
modi", dice Antonio Vigilante, partenopeo solare e tenace.
"Da un lato, si tratta di un Rapporto "endogeno"
pensato e scritto da arabi per gli arabi, per cui è stato accettato
come imparziale, non sospetto, quindi senza secondi fini di biasimo.
Dall’altro il Rapporto rivela quello che molti arabi in ogni caso
già pensavano, o meglio sentivano, giacché la mancanza di
abitudine all’autocritica e al dibattito senza pregiudizi ne
limitava l’espressione cosciente e razionale. Dopo 10 mesi dalla
sua presentazione, il rapporto continua a essere il centro del
discorso sullo sviluppo nei Paesi arabi. Tiene banco, insomma".
Ma perché? Cosa dice di così dirompente? Niente di così
eclatante, agli occhi occidentali. In compenso, per gli arabi è una
bomba: individua tre deficit, nelle libertà, nell’istruzione e
nella questione femminile. E soprattutto lega la democrazia allo
sviluppo. Le regole al benessere. Senza parlare di minacce esterne,
senza piangere su se stessi e sul destino, ma soltanto riflettendo
sugli errori fatti dagli arabi. È bastato questo perché, come
sostiene Bahey El Din Hassan, del Cairo Institute for Human Rights
Studies (Cihrs), il Rapporto avesse un "serio impatto" sul
dibattito sulla democrazia.
"Lo sviluppo umano è sviluppo delle persone, per le persone e
dalle persone. E se lo sviluppo deve essere centrato sulle persone,
allora i processi partecipativi devono essere centrali nella sua
evoluzione", dice il Rapporto. Ma "la partecipazione
politica nei Paesi arabi rimane debole, come si evince dalla
mancanza di una genuina democrazia rappresentativa e di restrizioni
nelle libertà. Nello stesso tempo, le aspirazioni della gente per
maggiore libertà e più ampia partecipazione nel processo
decisionale sono cresciute, fecondate dall’incremento delle
entrate, dall’istruzione, dal flusso dell’informazione. Il
mancato incontro tra le aspirazioni e la loro realizzazione ha
condotto in alcuni casi all’alienazione e alle sue conseguenze, l’apatia
e il malcontento".
Mahmoud lo ha letto, il Rapporto, e ha provato un senso di sollievo.
Come se, finalmente, qualcuno avesse compreso la sua inquietudine.
"Questo potrebbe essere un sintomo della voglia di cambiamenti
e della necessità di una riflessione più profonda", spiega
Antonio Vigilante. Per lui, quello che in sigla onusiana si chiama
Ahdr è più di un segnale, "è una chiamata convincente al
risveglio da certi atteggiamenti di fatalismo e passività, e allo
stesso tempo ha implicitamente proposto un’alternativa razionale,
benché difficile, all’estremismo e all’integralismo, che
sembravano essere state le uniche risposte possibili a una
generalizzata e latente insoddisfazione". Ma c’è di più,
secondo il rappresentante dell’Onu in Egitto, che ha da poco
presentato un rapporto specifico sul Paese, in cui l’oggetto sotto
lente d’ingrandimento, guarda caso, è la partecipazione. "L’Ahdr
incarna per molti un’attraente visione di uno sviluppo possibile,
quello che partendo da un riformato sistema educativo, una nuova
cultura della conoscenza, e passando per una maggiore partecipazione
delle donne, propone un sistema di governabilità più aperto, equo
e democratico".
Una ricetta per la democrazia in versione araba, insomma, che ha
fatto lanciare a Paolo Branca, professore all’Università
Cattolica di Milano, un’idea provocatoria sul dopo-Iraq.
Trasformare la pattuglia di intellettuali e tecnici arabi che hanno
stilato il Rapporto Undp in una sorta di task force che l’Onu
dovrebbe mandare a Baghdad per aiutare gli iracheni a costruire un
regime democratico. "Per evitare di trovarci, tra dieci anni,
con un altro 11 settembre", dice l’autore di un libro appena
uscito nelle librerie, per Il Mulino, dal titolo indicativo, Moschee
inquiete.
Per Salama Ahmed Salama, coscienza critica degli intellettuali
governativi, editorialista di punta di Al Ahram, il Rapporto
è invece uno "specchio" nel quale gli arabi si sono
guardati. O meglio, la diagnosi di un medico che definisce "i
sintomi della malattia". Quanto alle prescrizioni, questo è
compito dei maitre à penser locali. Secondo lui, 70 anni,
critico severo anche del governo ma senza aspirazioni a saltare sul
fronte dell’opposizione, esponente di un Egitto faro del
nazionalismo arabo che ormai non c’è quasi più, bisognerebbe
"cambiare tutti i sistemi della regione". Ma come?
"Non glielo so dire", è la sconsolata risposta, "È
quello di cui noi intellettuali discutiamo in tutte le sedi, dai
convegni ai workshop. La domanda che ci poniamo è sempre la
stessa: "Cosa possiamo fare per tirarci fuori da questo
casino?"".
Sul piano nazionale, a dire il vero, per gli intellettuali di tutte
le tendenze la prescrizione per curare il malato è sempre la
stessa: mettere mano all’architettura istituzionale, riformare le
regole, abolire la legislazione d’emergenza e i tribunali della
sicurezza dello Stato, indire elezioni fair and free. Nei
fatti, il nodo politico rimane quello dell’ingresso legale dei
Fratelli Musulmani nell’agone dei partiti. Perché i Fratelli
Musulmani ci sono, esistono, sono diffusi in tutta la società
grazie a un pluridecennale "lavoro di base". Ma sono
formalmente illegali. Anche se alcuni dei suoi uomini siedono in
Parlamento attraverso altre sigle elettorali, la posizione della
Fratellanza è indebolita dal fatto che le autorità possono
decidere, di volta in volta, di indurire il loro atteggiamento e
procedere a qualche arresto. Che arriva, talvolta, anche ai livelli
alti.
Com’è successo per Abdel Moneim Abul Fotouh, che in carcere ci ha
passato quasi sei anni. Tutti visibili sul volto di un uomo
prestante di poco più di cinquant’anni, precocemente incanutito.
La sua carriera politica era iniziata, in maniera eclatante, negli
anni Settanta, quando da capo dell’Unione studentesca osò sfidare
in pubblico Anwar el Sadat, proprio colui che aveva dato via libera
alla diffusione del "discorso islamista" negli atenei per
fronteggiare i movimenti di sinistra. Sadat rispose all’attacco
sfoderando la tradizione patriarcale araba, quella del nucleo
familiare che sta sopra a tutto. "Tu, oseresti parlar male del
capo della famiglia?", gli disse, ma Abul Fotouh era, in questo
modo, già diventato una riga nei libri di storia egiziana.
Ora, trent’anni dopo, è considerato l’esponente più
rappresentativo della generazione di mezzo dei Fratelli Musulmani.
Quella che, in termini occidentali, si definirebbe l’"ala
governativa". I pragmatici, insomma, disposti a entrare nel
gioco democratico e conquistarsi il proprio spazio con mezzi
pacifici. Con le schede elettorali. Secondo Abul Fotouh, candidato
per gli esperti a essere il prossimo leader della Fratellanza
egiziana, "nulla, assolutamente nulla è cambiato" per la
democrazia nel Paese. Lo dice proprio nel momento in cui gli
americani entrano nella piazza centrale di Baghdad, e il telefono
del suo ufficio di presidente dell’Unione araba dei medici, a
poche centinaia di metri dalle ambasciate americana e britannica,
squilla in continuazione. Tutta gente che si affretta a dargli la
notizia della caduta del regime di Saddam. La sua reazione è la sua
risposta alla domanda sulla democrazia. "Questo distingue un
dittatore da un leader che guida il suo Paese sui valori. Il
dittatore svende il suo popolo e scappa. Se Saddam non fosse stato
un dittatore, il suo regime non si sarebbe dissolto così in
fretta".
Sul fatto che nulla sia cambiato nei rapporti tra Fratelli Musulmani
e governo egiziano, però, c’è qualcuno che dissente. Ed è
qualcuno che di movimenti islamisti ne capisce. Dia’a Rashwan, del
Centro di Studi Strategici Al Ahram, è lo studioso più accreditato
al Cairo sull’argomento. E sostiene che, soprattutto nei giorni
più caldi delle proteste nelle città egiziane, si sia creato un
"fronte nazionale" de facto tra i due attori. Un
fronte per controllare la piazza, ma che potrebbe evolvere in
diverse direzioni a seconda del grado di debolezza del governo nel
gestire la crisi. "Nessuna leadership", dice Rashwan,
"sacrificherebbe se stessa per gli americani. Tra gli americani
e il suo popolo, sceglierebbe il suo popolo". E il suo popolo
è, in questo momento, decisamente antiamericano e parecchio
scontento.
Rashwan è uno di quelli che pensa che, se andassero alle elezioni,
i Fratelli Musulmani diventerebbero la prima forza di opposizione
nel Paese. Posizione, questa, condivisa da una consistente pattuglia
di intellettuali liberal, ivi compreso Hisham Kassem, coraggioso
editore di Cairo Times, il settimanale in lingua inglese più
incisivo del Paese, e presidente dell’Organizzazione Egiziana per
i Diritti Umani (Eohr) che si batte soprattutto per l’abolizione
della legislazione d’emergenza, sostanzialmente in vigore sin dall’assassinio
del presidente Sadat.
Nel sentire comune, invece, i "nipoti" del movimento
fondato oltre sessant’anni fa da Hassan Al Banna sono addirittura
in corsa per vincere ipotetiche elezioni politiche. Questa
possibilità, però, non ferma i più strenui difensori delle
riforme democratiche a chiedere la fine del congelamento fuori dalla
legalità dei Fratelli Musulmani.
UN RISCHIO DA CORRERE. Persino quelli più
vicini all’Occidente, come Saad Eddin Ibrahim, pensano che l’Egitto
dovrebbe essere disposto a correre questo rischio per raggiungere l’obiettivo
della democrazia. Su questo punto, non vuole sentire ragioni il più
noto sociologo del Paese, passaporto egiziano e americano,
definitivamente assolto il 18 marzo scorso dalla Cassazione dalle
accuse di aver ricevuto fondi esteri (della Commissione europea –
sic!) per il centro di ricerche sociologiche Ibn Khaldun e di aver
macchiato l’immagine dell’Egitto. Tre anni di battaglia
giudiziaria, oltre un anno passato in galera e, come regalo della
prigionia, pesanti strascichi sulla sua salute. Seduto dietro alla
scrivania del suo piccolo studio nell’American University,
assediata dai camion della polizia antisommossa pronti a frenare le
manifestazioni studentesche contro l’imperialismo Usa, Ibrahim è
fermo nella sua posizione. Anche quando gli si enunciano i dubbi di
chi teme una deriva algerina. Lui, invece, ribalta il teorema, e
sostiene che se al "Fronte islamico di salvezza (Fis) fosse
stato concesso di esercitare il potere dopo aver vinto le elezioni
del 1992, si sarebbero evitati all’Algeria dieci anni di guerra
civile".
C’è dunque un dibattito squisitamente politologico che vede i
partiti al centro della questione. Una lettura che passa attraverso
le classiche riforme istituzionali – secondo un modello di
democrazia che sembra chiaramente occidentale – per rendere quella
egiziana una democrazia in tutto e per tutto. Peccato che, nel corso
degli anni, siano entrate in gioco altre variabili, di cui è più
difficile capire l’evoluzione. È quella società civile egiziana
di cui aveva parlato lo stesso Saad Eddin Ibrahim in un saggio
uscito nel 1995 e ripubblicato in un volume uscito mentre il suo
autore era in prigione (Egypt, Islam and Democracy. Critical
Essays, AUC Press, Cairo). E di cui anche Paolo Branca conferma
l’importanza. "Lo scarto tra la società e le istituzioni nel
mondo arabo è molto forte. La cosa più importante è la
maturazione e la crescita della società civile, che però non si
costruisce nel breve periodo. Un compito, questo, che dovrebbe
essere delle istituzioni educative, tuttora ancorate, però, alla
retorica dell’epoca nazionalista, delle rivoluzioni, del recupero
della propria identità. Tutto rimane a uno stadio precritico, e
soprattutto pre-autocritico".
Così come aveva detto il Rapporto Undp, individuando nei sistemi
educativi e nella conoscenza uno dei tre deficit fondamentali del
mondo arabo. Il primo, peraltro, di cui si occuperà nel secondo
Rapporto 2003, in questo caso monografico, in uscita nel prossimo
luglio.
MOVIMENTI DAL BASSO. Mentre si pensa a una società civile
che vada oltre le élite, i movimenti dal basso crescono
spontaneamente. Soprattutto, in Egitto, da quando la seconda
Intifada ha fatto nascere come funghi comitati di solidarietà molto
combattivi, legati in gran parte ai potenti ordini professionali e
al movimento degli studenti universitari. Sono loro a gestire aiuti
e donazioni (in euro, perché il dollaro è diventato uno dei
bersagli del boicottaggio). Ma sono anche loro a scendere in piazza,
quando il governo rilascia l’agognata autorizzazione, prima per i
fratelli palestinesi e nelle settimane scorse per quelli iracheni.
La novità sta nel fatto che non ci sono solo i Fratelli Musulmani,
e che anzi in alcune di queste iniziative la presenza più
combattiva sia quella della sinistra. Un rimescolamento delle carte
inatteso, che non si sa finora quanto sia incisivo e quanto potrà
influenzare gli orientamenti più generali di una società in cui il
conformismo sociale e religioso e i richiami a un islamismo moderato
sono sempre più diffusi. La questione della cosiddetta società
civile è talmente importante, in Egitto, che uno degli oggetti più
forti della polemica politica è la legge di riforma delle Ong, in
discussione ormai da anni. Le Ong hanno dei problemi a ricevere
fondi dall’estero, come la vicenda giudiziaria legata al centro di
ricerche di Saad Eddin Ibrahim ha dimostrato. Salvo il fatto, però,
che uno dei programmi di Usaid in Egitto, quello guardacaso sulle
"Iniziative egiziane sul rafforzamento della governance
e della partecipazione 2000-2009", riguarda anche il sostegno
alle Ong e prevede solo per il 2003 il finanziamento di poco meno di
18 milioni di dollari.
La partecipazione dal basso è un animale difficile da gestire in un
Paese che sta vivendo, dal punto di vista della democratizzazione,
una fase decisamente delicata. In cui, peraltro, comincia a essere
posta con forza la questione della successione al presidente Hosni
Mubarak. Con accenti anche pericolosi di malcontento nei confronti
dell’idea, sempre smentita dal palazzo presidenziale di Heliopolis,
che a succedere a Mubarak sarà suo figlio Gamal, diventato sei mesi
fa il capo della potente commissione per la riforma del Partito
Nazionale Democratico (Ndp), il partito al governo. Un ruolo non di
gestione, ma di indirizzo, importante per gli assetti futuri dello
Ndp. È stato lo stesso Gamal, un mese e mezzo fa, a inserirsi nel
dibattito sulla democratizzazione e a chiedere se non fosse arrivata
l’ora di abolire i Tribunali per la sicurezza dello Stato e i
lavori forzati. E a rendere nota la costituzione di un Consiglio
nazionale per i diritti umani.
LA GUERRA. L’iniziativa, al di là del
valore in sé, è il chiaro segnale che qualcosa deve essere fatto,
anche all’interno del regime, per evitare che l’ondata montante
di malcontento tracimi. Anche perché la guerra, e soprattutto la
protesta antiamericana che ha accomunato l’intera nazione, ha
indebolito la posizione dello stesso presidente, per la prima volta
criticato, il 21 marzo scorso, da una ventina tra gli intellettuali
più rappresentativi e di diversi orientamenti politici e culturali
del Paese per aver addossato, nel suo discorso televisivo, le colpe
dell’attacco angloamericano a Saddam e non a Bush. "Le
proteste contro la guerra in Egitto", incalza Bahey El Din
Hassan, attivista per i diritti umani, "non sono solo state di
appoggio agli iracheni. Molti degli slogan erano anche sulla
situazione interna, sulla necessità di riforma. Insomma, rispetto
al passato, la novità di questo momento sta nel fatto che la gente,
e per gente intendo non solo gli intellettuali, è pronta più di
prima a rispondere in modo attivo a un dibattito sulla democrazia. E
soprattutto a non vedere un tipo di dibattito come questo come
qualcosa che viene calato dall’esterno".
Già, l’esterno. Sono tanti a pensare che la discussione sulla
democrazia sia stata, a intervalli regolari, congelata nei decenni
perché c’era una minaccia dall’esterno. Dal terrorismo
fondamentalista alle crisi tra Israele e gli arabi. Questo rinvio a
data da destinarsi, però, è considerato ormai un gioco che non si
può più fare, ora. "E un terribile errore", sottolinea
Ahmad Mohy El Din, medico e professore universitario, promotore di
una iniziativa culturale dal basso appena nata, l’Egyptian Social
Democratic Center. "Prima della rivoluzione nasseriana, non c’è
stato conflitto tra la questione dell’indipendenza e le questioni
riguardanti diritti umani, democrazia, diritti delle minoranze,
riforme interne. Questo conflitto tra i due termini è arrivato dopo
il 1952. E quello che vogliamo fare adesso è proprio rimettere
insieme i due elementi. In sostanza, noi non accettiamo un
intervento straniero in Egitto e nei Paesi vicini, ma allo stesso
tempo pensiamo che il modo migliore per difenderci è consolidare lo
sviluppo della nostra società dall’interno". Sviluppo,
parola magica. Ne aveva parlato l’Onu. In tempo di pace.
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