Effetto collaterale della condanna di Previti: la Mondadori è di
Berlusconi per una sentenza venduta. E se ora De Benedetti la
rivolesse indietro? Molte cose (e copertine) cambierebbero
di Mario Portanova da Diario
MILANO.
La cosa di cui si parla è che un tribunale della
Repubblica ha condannato in primo grado a 11 anni di reclusione
Cesare Previti per corruzione in atti giudiziari negli affari
Imi-Sir e lodo Mondadori. La cosa di cui non si parla è che il
medesimo tribunale ha stabilito che il presidente del Consiglio
Silvio Berlusconi è proprietario della Mondadori grazie a una
sentenza comprata. Che cosa succederà adesso nella più grande casa
editrice italiana, contesa tra Berlusconi e Carlo De Benedetti in
una furiosa guerra all’alba degli anni Novanta? La sentenza di
Milano cambierà le cose a Segrate? Magari a cominciare da Panorama:
glorioso mensile fondato nel 1962, settimanale dal 1967 con la
direzione di Lamberto Sechi, oggi trasformato dal Cavaliere in una
cartacea corazzata della propria linea politico-giudiziaria.
Che Berlusconi sia uscito dal processo – "attenuato" e
prescritto – non fa differenza. Se il giudizio del tribunale di
Milano fosse confermato nei gradi superiori, che cosa impedirebbe a
Carlo De Benedetti di invocare la nullità di una sentenza comprata
e di pretendere la restituzione della Mondadori? In teoria niente.
Potrebbe ingaggiare una nuova battaglia giudiziaria, eventualmente
vincerla e ritornare da padrone nel palazzo di Segrate.
Immaginiamo quello che potrebbe succedere. Il direttore Carlo
Rossella in cerca di nuovi prosceni di gossip e mondanità. L’editorialista
Giuliano Ferrara a berlusconeggiare altrove. Il professionista dell’anti-antimafia
Lino Jannuzzi in cerca di altri "tazebao" per gli
imbarazzanti (per lui) scoop sui magistrati cattivi. Il rubrichista
Antonio Socci a tempo pieno nel suo corso televisivo di catechismo
per ripetenti. Destini incerti, come quelli di Gianni Baget Bozzo,
Renato Farina, Cesare Lanza... Il faccione di Silvio formato
copertina alla vigilia delle elezioni? Niente da fare, non è più
aria. Certo, resterebbe un problema: i due principali settimanali
italiani, Panorama e L’espresso, in mano a Carlo De Benedetti. Il
che non è bello. Ma chi averebbe la faccia tosta di protestare dopo
aver assecondato e rivendicato il 3+3 televisivo del presidente
Berlusconi? (Qualcuno ce l’avrebbe).
LOTTA DURA SARÀ. Tutto questo è giuridicamente possibile, e in
casa De Benedetti si sta valutando attentamente la questione.
Possibile sì, ma in pratica molto difficile. Per diversi motivi. Il
primo è che dopo la sentenza romana, il 29 aprile 1991, la Cir di
De Benedetti e la Fininvest trovarono un accordo per spartirsi la
Mondadori e porre fine alla guerra di Segrate: a De Benedetti
restarono Repubblica, L’espresso e la Finegil, il gruppo dei
giornali locali; a Berlusconi Panorama, Epoca, gli altri periodici e
il settore libri. Un accordo che sanò le controversie precedenti.
Un secondo motivo è che la corte milanese presieduta da Paolo
Carfì ha stabilito per gli imputati un risarcimento di 380 milioni
di euro (circa 735 miliardi di lire) da versare alla Cir di De
Benedetti. Una somma enorme che dovrebbe chiudere la partita. Il
lodo Mondadori, infatti, dava ragione alla Cir nella contesa
azionaria contro la Fininvest e la famiglia Formenton-Mondadori, che
aveva portato Silvio Berlusconi alla presidenza del gruppo
editoriale. Di conseguenza, la Cir chiese alla Fininvest un
indennizzo di circa 340 miliardi. Quando la Corte d’appello di
Roma ribaltò la decisione del lodo e si arrivò alla spartizione,
fu la Cir a dover pagare circa 365 miliardi alla Fininvest. Sommando
il mancato incasso e il successivo esborso, si arriva a circa 700
miliardi, cifra simile a quella stabilita dai giudici milanesi.
Un terzo ostacolo sulla strada per Segrate sta scritto nell’accordo
di spartizione del 1991, capo B: "Il dottor Silvio Berlusconi"
si è "determinato a concludere i seguenti accordi sul
presupposto che il Gruppo Fininvest (il quale è in attesa del
rilascio di tre concessioni per radiodiffusione televisiva
nazionale) sia soggetto in concreto al divieto di cui all’articolo
15 comma 1 lettera c della legge 6 marzo 1990 n.233...". Il
riferimento è ai vincoli imposti dalla legge Mammì, che impedisce
a chi possiede due (o più) reti televisive di controllare anche
quotidiani oltre una certa tiratura. Al processo milanese, i manager
che seguirono la trattativa per De Benedetti hanno sottolineato la
stranezza di quella scelta: ma come, neanche un accenno alla
sentenza romana di tre mesi prima che dava la Mondadori a Berlusconi?
La Cir premette sulla Finivest perché nell’accordo fosse scritto
che il presupposto della spartizione era la sentenza, ma la
Fininvest volle soltanto l’accenno ai vincoli della Mammì.
Risultato: la validità del patto non dipende dalla validità della
sentenza che gli avvocati avrebbero comprato.
Preveggenza? Quella fu una vicenda giudiziaria molto chiacchierata,
ancora prima che i pm milanesi Ilda Boccassini e Gherardo Colombo
cominciassero a indagare: "Mi sono fatto la convinzione che fu
una sentenza comprata", ha detto Carlo De Benedetti durante un’udienza
del processo il 28 gennaio 2002. "Prima della sentenza noi
eravamo sicuri di un esito favorevole che confermasse il
pronunciamento del lodo. Venne da me però l’avvocato Vittorio
Ripa di Meana (uno dei mediatori della Cir nel patto del 1991, ndr)
e mi riferì che il presidente della Consob Bruno Pazzi (vicino a
Giulio Andreotti, ndr) gli aveva detto che il giudizio sarebbe stato
a noi sfavorevole perché delle voci parlavano di un pagamento di 10
miliardi". De Benedetti è parte in causa, Il Sole-24 Ore no e
all’epoca commentò così la decisione romana: "Sentenza
molto annunciata".
IL LODO DELLA DISCORDIA. La storia che porta Silvio Berlusconi a
Segrate e Cesare Previti in tribunale prende il via sul finire degli
anni Ottanta, quando la Cir di De Benedetti ha la maggioranza dell’Espresso
e di Repubblica, e una partecipazione in Mondadori, dove Berlusconi
era azionista di minoranza. Il controllo del gruppo di Segrate è
della famiglia Mondadori, che mette insieme il 51 per cento dell’Amef,
la finanziaria che controlla la società: il 26 per cento in mano a
Mario Formenton e alla moglie Cristina Mondadori, la figlia del
fondatore Arnoldo, il 25 a Leonardo Mondadori, nipote di Arnoldo, e
a sua madre Mimma. L’alleanza tra De Benedetti e la famiglia
Formenton è sancita da una patto del dicembre 1988 che riguarda la
possibile vendita delle azioni Amef dai Formenton a De Benedetti.
Un anno dopo il patto salta e si crea una nuova alleanza tra i
Formenton e Berlusconi, già alleato di Leonardo. Il Cavaliere
conquista la società, la Cir reagisce in tribunale. Su questa
contesa, all’inizio del 1990, le parti concordano nel far
risolvere la questione a un collegio arbitrale che nel giugno del
1990 dà ragione alla Cir. È il famoso lodo Mondadori. La Fininvest
fa ricorso, la sede competente è la Corte d’appello di Roma. A
questo punto, secondo le condanne inflitte a Milano il 29 aprile
scorso, si mette in moto il meccanismo della corruzione. Attraverso
gli avvocati Cesare Previti, Attilio Pacifico e Giovanni Acampora,
tutti condannati, i soldi sarebbero arrivati al giudice a latere
Vittorio Metta (a cui il tribunale di Milano ha inflitto la pena
più alta, 13 anni). Metta è l’estensore della sentenza che dà
ragione alla Fininvest: 168 pagine di motivazioni scritte in 24 ore
(Qualcuno paventa il seguente scenario: se gli avvocati dimostrano
di non poter pagare l’astronomico risarcimento, comunque rimandato
ai prossimi gradi, rimane solo il giudice Metta. Cioè, per la legge
sulla responsabilità civile dei magistrati, lo Stato. Beffa doppia
nel processo Imi-Sir, altri 900 milioni di euro sottratti a un’azienda,
l’Imi, che era pubblica e oggi è privata, del Gruppo San Paolo.
Insomma, vuoi vedere che alla fine ci rimettiamo tutti noi?).
FUGA DA SEGRATE. La sentenza della Corte d’appello di Roma dà
alla Fininvest il completo controllo della Mondadori, che nel
frattempo aveva incorporato L’espresso e Repubblica. Tutto
risolto? Niente affatto. Oltre ai vincoli della neonata Mammì, c’è
l’opposizione delle due testate fondate da Eugenio Scalfari,
nettamente anticraxiane, che continuano a picchiare duro su
Berlusconi e minacciano l’ammutinamento contro il nuovo
proprietario. Molte firme importanti lasciano la Mondadori appena
intravista l’ombra del Cavaliere: il direttore di Panorama Claudio
Rinaldi, l’editorialista Giampaolo Pansa, il vignettista Altan
(passeranno all’Espresso), Michele Serra che collabora a Epoca
(fonderà Cuore). Dopo la spartizione finale, se ne va anche il
direttore di Epoca Alberto Statera.
Una situazione ingestibile che costringe Berlusconi a scendere a
patti con De Benedetti con l’accordo del 1991. Le
"colombe" dei due schieramenti – Vittorio Dotti per la
Fininvest e Arnaldo Borghesi per la Cir – si danno da fare per
concludere la guerra senza ulteriori danni. Una spartizione
benedetta dalla politica: il leader socialista Bettino Craxi sta con
Berlusconi ma ne teme la volontà di onnipotenza; la caduta di
Ciriaco De Mita da segretario della Dc e da presidente del Consiglio
(1989) apre la strada al Caf, l’asse Craxi-Forlani-Andreotti (oggi
fa l’effetto di un’incisione rupestre, ma all’epoca certe cose
contavano). Proprio Andreotti, presidente del Consiglio, propone la
mediazione di Giuseppe Ciarrapico, finanziere, faccendiere, editore
di titoli nazisti e patron dell’acqua Fiuggi: è la vecchia
filosofia – sempre valida – del divide et impera.
DI SVOLTA IN SVOLTA. Questo per dire che quando Berlusconi arriva a
Panorama non è ancora un politico, ma è già in politica. Il
settimanale è diretto da Andrea Monti, successore di Rinaldi. Il
Cavaliere prova l’atterraggio morbido. Invita nella villa di
Arcore le redazioni più importanti, gira per la mensa regalando
rose d’argento alle redattrici (ci prova persino con la severa
sindacalista Carla Stampa), oppure orologi, biglietti per le partite
del Milan. Non tutti, all’inizio, lo accolgono male. Già l’arrivo
di De Benedetti, qualche anno prima, aveva rotto l’incantesimo
dell’editore "puro", quello che non ha altri interessi
economici se non libri e giornali. E il Berlusconi di allora non era
esattamente quello di adesso. Panorama segue le vicende di
Tangentopoli senza sconti ai socialisti.
Tra il 1993 e il 1994 cambia tutto: Berlusconi dichiara la sua
preferenza per il missino Gianfranco Fini alle elezioni per il
sindaco di Roma, preludio alla famosa videocassetta della discesa in
campo. Panorama sciopera per un numero. In quello successivo, 11
dicembre 1993, Monti scrive: "Che cosa accadrebbe se Berlusconi
decidesse di impegnarsi, più o meno direttamente, in
politica?". Risposta di Berlusconi, una settimana dopo:
"Si sceglie la via di una protesta anticipata perché si
presume che, in conseguenza delle mie opinioni politiche, l’Editrice
di cui sono azionista di riferimento perderebbe i caratteri di
pluralismo e di correttezza civile che la contraddistinguono".
Presunzione profetica. Nel 1996 a Monti succede Giuliano Ferrara,
tra l’altro ex ministro nel governo Berlusconi del 1994. È la
svolta giudiziaria: Ferrara pubblica la videocassetta dell’incidente
probatorio di Stefania Ariosto, l’accusatrice di Previti,
esponendo l’azienda a seri rischi legali, e porta a Panorama
Jannuzzi (peraltro senatore di Forza Italia). Ferrara dura un anno
scarso, dopo di lui Roberto Briglia imposta un newsmagazine più
orientato all’attualità e alla tecnologia. Quando si torna a
respirare aria di elezioni, nell’ottobre del 2000, arriva Carlo
Rossella, che completa lo schieramento di commentatori graditi ad
Arcore. Nel giro di pochi anni, Panorama interpreta in modo opposto
la società italiana: i fermenti antimafia della società civile
nelle pagine di Rinaldi, i fermenti garantisti palermitani nelle
pagine di Jannuzzi. In redazione, intanto, la vecchia guardia non
allineata non scrive più mezza riga sulle due cose che interessano
al Cavaliere, giustizia e politica.
Sarà per questo che nessuno ha fatto troppo caso alla (remota)
possibilità che la sentenza di Milano possa liberare il palazzo di
Segrate dall’editore-presidente-imputato e dai suoi avvocati di
varia natura. In Mondadori sembra tutto tranquillo, e così in
Borsa. La burocrazia manageriale della maggiore casa editrice
italiana, oggi presieduta da Marina Berlusconi, segue le regole
consuete. Però in Mondadori tutti sanno che ci sono 700 miliardi
che ballano e che le copertine di Panorama pesano.