Comandante sì, ma soprattutto statista e lider
maximo e ahilui dittatore, anche se in nome del proletariato, ma
diplomatico e intelligente tanto da accogliere nel ‘98 a braccia
aperte il papa che ha abbattuto il socialismo reale prima della
caduta del Muro. Il Fidel intervistato da Oliver Stone è questo e
altro ancora. È un vecchio ancora lucido che lancia battute, mostra
pregi e difetti tutti umani, vanta carisma e riesce a essere tuttora
amato da una grossa fetta del popolo cubano che vive schiacciato in
cento e una contraddizioni.
Stone trascorre tre giorni fitti al suo fianco,
lo segue facendo lavorare la camera negli impegni istituzionali e di
rappresentanza. Lo tartassa di domande, tutte pregnanti come
potrebbe fare solo il miglior giornalista, domande a tutto tondo che
spaziano dalla politica internazionale al privato privatissimo degli
amori del Castro giovane e meno giovane. Il Presidente non si
sottrae, risponde puntualmente a tutto: anche ai quesiti scottanti
sui rapporti a un certo punto tesi col Che o sulla persecuzione dei
gay.
Intuisce che l’occasione è ghiottissima: una
firma di grido della macchina mercantile hollywoodiana s’interessa
a lui e non può che scaturirne un’ottima propaganda per una
leadership offuscata dagli anni e da un attaccamento al potere ormai
insensato per il bene della stessa Rivoluzione di cui era stato
motore. Certo nessuno yankee vedrà mai il documentario di
Stone, non lo trasmetterà neppure l’HBO, tv via cavo che funge
quasi da controinformazione. La democraticissima America perde
facilmente la sua essenza, come ricordava Marcuse, ma il lavoro –
per chi potrà vederlo – è un interessante spaccato d’un uomo
che ha segnato nel bene e nel male la storia del suo popolo nella
seconda metà del Novecento.
‘La grande rivoluzione della piccola isola’
iniziò nel 1958 con la ribellione e la guerriglia che un gruppo di
patrioti (i barbudos) oppose al regime dittatoriale di
Fulgencio Batista. Fidel, Guevara, Cienfuegos e altri capi legarono
a sé prima decine poi centinaia di cubani che volevano scrollarsi
di dosso il governo corrotto d’un dittatore totalmente asservito
all’imperialismo statunitense che già negli anni Cinquanta
allargava le sue mire in Sudamerica e nei Caraibi.
L’intervista al Comandante si sviluppa fra
immagini di repertorio rievocatrici dei giorni gloriosi della
rivolta partita dalla Sierra Maestra e la conquista del potere,
della reazione organizzata nel ’61 dalla Cia con lo sbarco di
esuli anticastristi nell’operazione de "la baia dei
Porci" conclusasi con una débàcle. Della tensione con gli
Usa, accresciuta dall’appoggio sovietico al governo castrista, del
braccio di ferro del ‘62 fra Kennedy e Khrushov per l’istallazione
e lo smantellamento di testate nucleari russe sull’isola.
Tra i leader comunisti frequentati, la
preferenza di Fidel va al pragmatico e furbo contadino Nikita, ma
anche Gorbaciov ha avuto il grande merito di dare uno scrollone a
una situazione politico-economica cristallizzata. Mentre fra i
nemici statunitensi riconosce carisma a Kennedy, eliminato da un
complotto che è praticamente un colpo di stato (e qui lo Stone di
JFK gongola), non certo all’ipocrita Nixon. Antistorico è poi il
proseguimento dell’embargo statunitense rilanciato da Bush junior
dopo una fase di disgelo, cui il popolo cubano comunque risponde con
dignità, orgoglio e inaspettate risorse. Sarebbe ora che tutto ciò
cessasse.
E i diritti umani calpestati e la
persecuzione dei dissidenti? incalza il regista. Esagerazioni dei
media. Alcuni (ma quanti?) anticastristi sono finiti in galera senza
che venisse loro torto un capello; invece c’è chi parla di
torture. Inammissibile per Fidel, quelli erano i metodi della
polizia di Batista che i rivoluzionari hanno sempre respinto
ideologicamente e praticamente.
Eppure – ribatte Stone – i gay
continuano a essere perseguitati nell’isola della rivoluzione…!
Un tempo c’era molto machismo, ammette il Presidente, faceva parte
della nostra cultura ma le cose vanno smorzandosi.
Si parla di amori: il Comandante ne ha
avuti molti e li serba per sé. Non vuole esporre la vita privata e
il sentimento che restano un fatto intimo. Una su tutte le sue donne
spicca: Célia Sanchez. Fidel deve averla amata tantissimo e il
tumore che l’ha strappata alla vita ha dato tormento anche all’uomo
rivoluzionario.
Dolore immenso per la scomparsa violenta del
compagno di cento battaglie Ernesto Guevara. Cui aveva
contestato l’irrequietezza rivoluzionaria che spingeva il Che alla
perenne ricerca dell’aria di guerriglia rendendogli impossibile
ogni sosta, neppure quella della gestione della vittoria. Fidel non
dice che l’altro Comandante partì per la Bolivia dopo i contrasti
avuti con gli esperti sovietici che ne contestavano il programma d’industrializzazione.
Quando gira in auto con una scorta minima, fra
gli struggenti scorci coloniali del Malecòn o nelle moderne
università, il vecchio leader sente il calore della sua gente, che
pur fra accese difficoltà economiche, riesce comunque ad avere una sanità
dignitosa e un’istruzione diffusa. "Anche
le prostitute hanno la laurea" afferma il Presidente e ricorda
come la piaga della prostituzione ai tempi di Batista segnava
almeno 100.000 donne dedite al mercimonio. E ora? Molte meno. E qui,
dati o non dati alla mano, forse mente sapendo di mentire.
Nel mondo della celluloide ha un debole per
Brigitte Bardot e Sofia Loren. Mentre degli attori esalta bravura,
professionalità e simpatia di Gérard Depardieu conosciuto di
persona.
Ma è il Potere che il vecchio capo non
vuole abbandonare, in questo è sordo, crede d’aver sempre trent’anni
e abusa d’un ruolo ch’è pure carismatico ma avrebbe bisogno di
aria nuova. Però come tutti i dittatori, un po’ narcisi, un po’
megalomani, si contorna solo di collaboratori e nullità, non
prevedendo né ricambi né delfini. Forse si vorrebbe far clonare,
restando così inamidato nella divisa da combattente. Invece sarebbe
utile per Cuba che mentre il Comandante facesse il monumento di se
stesso, i valori della Rivoluzione trovassero nuovo slancio nella
testa e nella figura di altri statisti.
Però non c’è nessuno all’orizzonte, il
Comandante ha impedito un ricambio e quando suonerà la sua ora
rischia di portarsi dietro anche l’esperienza d’un’utopia solo
in parte realizzata.