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"Il colonnello anarchico:
Emilio Canzi e la guerra civile
spagnola"
(Editore
"Scritture"– euro 12,00)
intervista con l’autore, Ivano
Tagliaferri
di Francesco Barilli per
Ecomancina.com
Ad oltre un anno dalla nostra
chiacchierata del giugno 2004 (http://www.ecomancina.com/morte.htm
), torno ad incontrare Ivano Tagliaferri, per parlare della
sua ultima fatica letteraria. Si tratta di un libro per certi versi
in continuità col precedente lavoro. L’autore, infatti, ci parla
di come proseguì la vita di Emilio Canzi, che avevamo già
conosciuto in "Morte alla Morte" come istruttore militare
degli Arditi del Popolo piacentini, soffermandosi in particolare
sull’esperienza del militante anarchico nella guerra di Spagna.
Figura romantica ed idealista,
Emilio Canzi "costringe" Tagliaferri ad adottare una
scelta narrativa che si discosta dal consueto taglio
storico-giornalistico, e ad optare per una narrazione più
romanzesca. Una scommessa riuscita, quella di Ivano, ed in cui
comunque l’autore non smarrisce il duplice obbiettivo: documentare
un punto di vista "particolare" (e per certi versi
sconcertante, come approfondiremo nell’intervista) sulla guerra
civile spagnola, e nel contempo raccontare la vita avventurosa del
"colonnello anarchico" fino al suo epilogo, anch’esso
romantico ed amaramente paradossale. Infatti, dopo aver combattuto
il fascismo su molti fronti, Emilio Canzi troverà la morte dopo la
liberazione dell’Italia dai nazi-fascisti, in un banale incidente
stradale con un camion militare alleato.
***
6 gennaio 2006, intervista con IVANO
TAGLIAFERRI
Francesco Barilli:
Nell’introduzione parlo di una
tua scelta stilistica nuova rispetto a "Morte alla morte":
una scelta in cui hai cercato di unire ricerca storica e
"semplice" narrativa. Mi piacerebbe fossi tu a dirmi cosa
ti ha portato a questa opzione: l’hai decisa da subito o sei stato
portato ad essa in seguito alle tue ricerche?
Ivano Tagliaferri:
In effetti ho deciso da subito di
adottare uno stile più narrativo, per un insieme di ragioni.
Innanzitutto, pur basandomi su una ricostruzione il più rigorosa
possibile dal punto di vista delle fonti (documenti, testimonianze,
vecchi articoli eccetera), ho pensato che la vita di Canzi andasse
raccontata in modo da proporla su un piano accessibile a tutti, e
non solo agli storici. Il personaggio, per come l’ho conosciuto
io, era di uno spessore (anche umano) che il raccontarlo solo
attraverso una fredda biografia non gli rendeva giustizia: avrei
rischiato di non renderne pienamente l’umanità o il carisma.
Intendiamoci: non ho intenzione di mitizzarlo, facendolo diventare
un’icona, o di metterlo su un piedistallo, ma credo che la storia
di Canzi sia esemplare per diversi motivi, e proseguendo nell’intervista
vedremo di affrontarli.
L’altra ragione che mi ha spinto
ad una scelta più narrativa è personale: mi piace la storia,
certo, ma mi piace raccontarla con un taglio che sia meno
cronachistico, meno freddo e più partecipato. Volevo misurarmi con
uno stile che sentivo a me più vicino, anche se in passato non
sempre l’ho adottato.
F.B.:
Nel libro mi ha colpito una tua
definizione: parli della guerra civile spagnola come dell’"ultima
guerra romantica", e mi piacerebbe sapere qualcosa di più su
questa tua descrizione.
I.T.:
Beh, è una definizione che a mia
volta ho mutuato da altre citazioni; ma è una definizione in cui
credo pienamente. In parte si tratta anche di reminiscenze
giovanili, per me e per quelli della mia generazione. Penso a quando
leggevo, a quando leggevamo, "Omaggio alla Catalogna",
"Per chi suona la campana?", o in età più adulta a
quando fu realizzato il bel film di Ken Loach, "Terra e
libertà". Poi c’è un dato oggettivo: credo che la guerra di
Spagna sia un caso unico nel suo genere e per quel periodo storico,
a livello di stimoli e di aspettative che suscitò, a livello di
coinvolgimento che seppe creare. Se ci pensi, è il caso più
clamoroso di partecipazione di migliaia di giovani (e meno giovani…),
da tutti i paesi, che vanno a rischiare la vita per combattere in
campo aperto il fascismo in difesa della repubblica spagnola. Pensa
pure a "come" fu vissuta da alcuni giovani entusiasti che
andarono là e diventarono, da lì a pochi anni, intellettuali
rinomati in tutto il mondo: questo per dirti il livello di
partecipazione emotiva che quell’esperienza seppe generare nei
già citati Hemingway o Orwell, ma pure in Arthur Koestler, in
Andrè Malraux… Per molti di questi intellettuali la Spagna è
fondamentale, come esperienza e come spartiacque della loro vita.
Questo perché la guerra di Spagna, pur con tutte le sue
contraddizioni e brutalità, e pur con quello di orribile che
accadrà all’interno della sinistra, sarà fondamentale.
Fondamentale in positivo (per i fermenti che genera), come in
negativo, costituendo un elemento di disillusione che spingerà
molti ad allontanarsi da un’idea di comunismo ortodossa e
burocratica… Sì, credo che la Spagna sia un caso che non si è
più ripetuto, almeno non in quella dimensione…
F.B.:
Un livello di coinvolgimento che
mi fa pensare a chi andò in Laos o in Vietnam, in tempi successivi…
I.T.:
Certamente, ma le dimensioni del
fenomeno furono ben diverse a livello di coinvolgimento
"fisico". Intendo dire che non si ebbe quel fenomeno di
migliaia di persone che vanno in un Paese sconosciuto a difenderne i
principi democratici. E quando parlo di un Paese lontano alludo,
anche se può sembrare banale, anche all’amplificazione delle
distanze dovute all’epoca. Perché andare in Spagna negli anni ’30
non era come andarci oggi; per questione di mezzi di trasporto, ma
soprattutto perché attraversare frontiere era molto difficoltoso
all’epoca. Per questo mi sembra unico il fenomeno, proprio nella
sua dimensione fisica e quantitativa.
F.B.:
Hai accennato a disillusioni e
contraddizioni a sinistra: un discorso che introduce la mia domanda
più "scomoda". La tua ricostruzione del drammatico
epilogo della guerra civile spagnola, infatti, mi ha particolarmente
colpito. Una sconfitta che non ha origine solo sul piano militare,
ma pure su quello politico. E, restando su quest’ultimo livello,
si tratta di una sconfitta generata non solo dalla posizione
attendista delle democrazie europee, ma pure dall’atteggiamento
ambiguo della Russia stalinista. Normalizzare, ridimensionare gli
"eretici", sembrano essere state le parole d’ordine dell’ortodossia
comunista rispetto ai miliziani anarchici o comunque "non
inquadrati"…
Questo mi porta ad un duplice
quesito. Innanzitutto volevo sapere in che misura questa
ricostruzione è stata un’amara sorpresa, e le riflessioni
personali che ti ha provocato. In secondo luogo volevo chiederti se
questa ricostruzione da "vittoria della realpolitik sull’idealismo"
ti ha provocato problemi con quegli storici più distanti dalle
posizioni di Canzi ed affini a posizioni più vicine al comunismo
"ortodosso".
I.T.:
Qui è opportuna una premessa: il
mio libro non è un lavoro propriamente storico, o comunque non è
"solo" storico. Nel senso che è basato su elementi che
hanno riscontri storici e cronologici rigorosi, certo, ma tutti
questi elementi li ho filtrati secondo il punto di vista di un
singolo uomo: Emilio Canzi, un militante anarchico libertario che ha
fatto la sua scelta di campo. Non ho mai cercato di essere
obbiettivo, perché volevo raccontare come quella pagina di Storia l’ha
vissuta Canzi, come è stata filtrata dalle sue convinzioni. Questa
è una premessa importante, se vogliamo parlare ora del perché
della sconfitta e delle responsabilità interne della sinistra,
perché altrimenti sono possibili fraintendimenti. Io mi sono fatto
un’idea un po’ più complessa dei motivi della sconfitta, e lo
stesso Canzi, devo dire, mantenne un atteggiamento che si distingue
da quello di altri anarchici che assunsero posizioni più radicali.
Tutto questo ferme restando le pesanti responsabilità della Russia
Stalinista. Per quanto riguarda la "sorpresa" di questa
ricostruzione, ti dirò che sapevo già di molti di quegli episodi,
ma non li avevo mai approfonditi né avevo cercato di inquadrarli in
un’analisi politica complessiva. Ma soprattutto non mi ero mai
domandato come quegli episodi poteva averli vissuti e letti un
militante libertario.
Sulle valutazioni di merito, io
penso che a Stalin le sorti della repubblica spagnola interessassero
molto poco, e che il suo obbiettivo fosse crearsi un potere
contrattuale maggiore nei confronti delle democrazie europee; e
questo poteva ottenerlo proprio con una Spagna divisa in due (una
parte con i franchisti, una parte controllata da Mosca). Stalin
intervenne in Spagna quando la situazione cominciò ad investire i
"suoi" obbiettivi: non è un caso se a pochi mesi dalla
conclusione della guerra civile fu firmato il patto di non
aggressione Ribbentrop/Molotov… Insomma, Stalin fu mosso molto
poco da principi di solidarietà internazionale, ma sentì molto l’influenza
degli interessi della "realpolitik", come dici tu. Questo
è assodato; ma è corretto dire anche che atteggiamento e finalità
di Stalin non vanno confusi con atteggiamento e finalità di
migliaia di militanti comunisti che andarono in Spagna: questi erano
mossi invece da sincera partecipazione alle sorti della Repubblica,
e sarebbe ingeneroso verso quei ragazzi accomunare le loro tensioni
ideali a quelle di Stalin.
Bisogna ammettere che oggi, dopo
la caduta del regime sovietico e l’apertura degli archivi, è più
facile distriricarsi in questo ginepraio. Sotto questo aspetto mi ha
colpito uno studio fatto recentemente, che dimostrava che una grande
parte degli ufficiali inviati in Spagna da Stalin furono poi
eliminati dallo stesso dittatore sovietico. Parlo di ufficiali che
erano stati mandati nella penisola iberica con compiti non solo
logistico-militari, ma pure di spionaggio, per imporre il dictat
stalinista e normalizzare la situazione: la loro eliminazione mi
sembra indicativa della volontà di non lasciare alcuna traccia di
quanto successo. E direi che fa riflettere anche "la
qualità" dell’approccio sovietico rispetto all’intervento,
in campo avverso, di Italia e Germania. Hitler e Mussolini
intervennero con energia a fianco di Franco, ma senza forzare Franco
con richieste politiche (tanto è vero che la Spagna resterà fuori
dalla seconda guerra mondiale); Stalin, invece, interverrà in modo
più defilato, e al contrario porrà forti condizioni politiche agli
alleati, cercando di condizionare il futuro della repubblica
spagnola. Anche questo è un elemento che dimostra la vera logica
che animava il gruppo dirigente sovietico nella sua decisione di
intervenire in Spagna: una logica esclusivamente di potere. Al
Cremlino non piaceva l’idea che si affermasse in Europa un modello
di socialismo meno burocratico e meno oppressivo di quello imposto
in Russia. A maggiore sostegno di questa tesi, tieni conto che il
periodo in cui l’URSS intervenne in Spagna è contestuale, o di
poco precedente, a quello in cui cominciarono le purghe staliniane
interne, in cui venne eliminata tutta la "vecchia guardia"
bolscevica.
F.B.:
C’è un’altra cosa che mi ha
colpito nel tuo libro: tu descrivi tra il compiaciuto ed il sorpreso
la "strana efficienza" delle file anarchiche all’interno
delle milizie antifasciste spagnole. Un’organizzazione
paradossale, in cui tutto funziona nonostante l’abolizione (o
forse proprio GRAZIE all’abolizione…) di gerarchie, divise,
saluti militari ecc. In tempi come questi, in cui "ordine e
disciplina" sembrano concetti tornati in voga anche a sinistra,
tutto ciò mi ha dato da pensare… E volevo chiederti una tua
valutazione sull’attualità del messaggio anarchico (o, più
ampiamente, libertario) di cui proprio Canzi era fautore.
I.T.:
Sì, questa è stata una sorpresa
piacevole, in parte purtroppo sepolta dalla Storia. La storia
infatti, come si dice, la fanno i vincitori, ed anche nella
competizione interna alla sinistra si è affermata (e questo proprio
cominciando con gli anni della guerra civile spagnola) un’idea
autoritaria e legata alla visione stalinista, mentre le esperienze
della sinistra libertaria furono cancellate. Molti avevano capito
proprio in quel periodo che l’autoritarismo andava affermandosi
anche a sinistra. E non penso solo agli anarchici, ma anche ad un
uomo come Rosselli: un "moderato" che va in Spagna e
sceglie di stare con gli anarchici non per caso, ma perché ha già
maturato riflessioni in comune con loro circa l’involuzione
dittatoriale in corso in Unione Sovietica.
Anche l’elemento dell’autodisciplina
all’interno delle file anarchiche, cui accennavi nella tua
domanda, mi sembra interessante; e su questo aspetto è proprio
Canzi che mi ha aiutato a capire. In tutta la prima fase della
guerra, quando ancora non erano arrivati rinforzi, furono proprio le
milizie formate su base volontaria a "tenere" il fronte,
pagando un enorme tributo di sangue (per inesperienza militare e
scarsità di mezzi a disposizione). E’ vero che si manifestarono
episodi di indisciplina eccessiva (ad uno di questi episodi accenno
nel libro: quando Canzi si vede arrivare un capo-centuria totalmente
ubriaco). Però proprio su questi episodi si innestarono polemiche
artificiose montate strumentalmente dagli stalinisti, amplificando
la marginalità di quegli episodi e dimenticando l’eroismo ed i
livelli di oggettiva efficienza dimostrata dalle milizie.
Ci fu chi cercò una sintesi, come
il già citato Rosselli, fra l’impostazione originale delle
milizie (dove la disciplina era su base esclusivamente volontaria)
ed un principio di militarizzazione più rigorosa (che in una
logorante guerra di posizione effettivamente può servire), senza
però cedere a logiche puramente gerarchiche. Questo tentativo fu
cancellato perché alle altre componenti del Fronte Popolare non
interessava sperimentare formule diverse, fossero pure di
mediazione, mentre interessava solo ridimensionare il fenomeno
libertario. Questo tipo di forma militare "sui generis" io
penso fosse possibile proprio in Spagna, e specialmente in quella
regione (la Catalogna) per una particolare inclinazione del popolo
iberico, e di quello catalano in particolare. Il sentimento
libertario era ampiamente diffuso: non è un caso se il PSUC
(Partito Socialista Unificato Catalano), ortodossamente staliniano,
raccolse le maggiori adesioni fra giovani ufficiali, ossia proprio
fra coloro che per mentalità erano portati alla gerarchia…
Ecco, penso che il generalizzare
sugli episodi (che indubbiamente ci furono, non voglio negarlo) di
scarsa capacità di autogestione abbia finito col far buttare il
bambino con l’acqua sporca. In questo senso ho letto alcuni
articoli proprio di Canzi davvero illuminanti, in cui il
"colonnello anarchico" ribatte con energia alle accuse
contro le milizie e cita proprio episodi di eroismo dei giovani
anarchici catalani. Un eroismo che, del resto, nasceva proprio dal
fatto che quei ragazzi combattevano per una causa, non certo per
gerarchie o in conseguenza di ordini.
Io mi spingerei addirittura a dire
che non fu casuale se, anche con la creazione dell’Esercito
Popolare, cui aderirono pure molti reggimenti anarchici, la
Repubblica sarà comunque sconfitta. E’ chiaro che la storia non
la si fa con i se o con i ma, ma mi sembra di poter dire che la
creazione di un esercito più "canonico" ed organizzato
non portò ad un miglioramento della situazione, anzi!…
Analogamente non è casuale se contestualmente alla chiusura delle
milizie autoorganizzate, finirà anche l’esperienza della
collettivizzazione delle terre, delle comuni, un’esperienza
straordinaria di costruzione di una società di sinistra. Secondo me
ancora oggi si può ricavare un messaggio attuale, pur nella sua
amarezza, da quella sconfitta: in ogni momento storico la
costruzione di una società di sinistra deve essere basata su ideali
di partecipazione, di giustizia sociale, di libertà individuali e
di autocoscienza, non certo su coercizioni…
F.B.:
Sempre a proposito del messaggio
libertario e delle divisioni a sinistra: Canzi stesso cercò di
mantenere una funzione di "cerniera" tra le diverse anime
degli insorti spagnoli. Tu dici "non lo appassionano le dispute
che rischiano di fomentare le divisioni … Ha compreso da tempo che
l’unità degli antifascisti è un elemento indispensabile per la
vittoria …"; poi citi Koestler: "sembra che la Spagna
debba essere non soltanto il palcoscenico per la prova generale
della seconda guerra mondiale, ma quello per una lotta fratricida in
seno alla sinistra europea"… In questa nostra chiacchierata
abbiamo parlato molto della Spagna, e relativamente poco del
protagonista del tuo libro. Volevo dunque concludere chiedendoti
cosa ti ha lasciato la conoscenza di Canzi, sia per le qualità
umane sia per le sue capacità di sintesi politica.
I.T.:
La prima cosa che mi ha sorpreso
positivamente è la profondità di quella capacità di sintesi.
Canzi non è un ideologo, è un uomo d’azione; ciò nonostante
dimostra incredibili capacità intuitive.
Direi però che nella sua
capacità di cercare un punto di sintesi e nella volontà di
perseguire sempre, ad ogni costo, l’unità degli antifascisti,
gioca molto lo spessore umano, più che le attitudini politiche, ed
al limite un certo pragmatismo. L’uomo Canzi ha capito, in buona
sostanza, che per difendere l’idea libertaria (cui resterà
profondamente legato per tutta la vita) bisogna innanzitutto
scongiurare l’affermazione di un nemico "totale" quale
è il fascismo. Direi che altra peculiarità dell’uomo è il non
lasciare mai nulla di intentato, senza lasciarsi andare a
bizantinismi. Ecco il perché di una vita vissuta sempre in trincea:
nel 21/22 è con gli Arditi del Popolo a difendere i quartieri
popolari di Piacenza; in esilio in Francia sarà in prima linea con
gli attivisti antifascisti; in Spagna sarà fra i primi ad arrivare…
Ma questa "stella polare" che lo guiderà non gli farà
mai svendere la sua identità: lui resterà fedele all’anarchia
per tutta la vita. E credo che tutti abbiano capito la sincerità
delle sue scelte, e che questo abbia contribuito a dargli un’autorevolezza
morale riconosciuta largamente, anche quando fu costretto a scelte
minoritarie e sofferte. Devi sapere, infatti, che dopo i fatti
sanguinosi del maggio ’37 a Barcellona, dopo la repressione
stalinista, la maggior parte degli anarchici italiani sceglierà di
tornare in patria. Canzi no, deciderà di restare, ma lo farà in
modo dignitoso e manifestando con forza il suo sdegno. Lo farà in
molti modi: a me piace ricordarne una lettera, in cui sceglierà di
dare voce ad un compagno anarchico morto proprio in una battaglia
attorno ad Huesca. "Non dimentichiamoci cosa diceva Vittorio:
anche se nelle retrovie stanno sabotando la rivoluzione, il nostro
posto è qui, a combattere il fascismo".
Credo che in questo episodio ci
sia tutto lo spessore umano di Canzi. Lui vive il maggio di sangue
in prima persona, e ne esce profondamente segnato: è lui che va a
riconoscere la salma di Camillo Berneri, uno dei militanti libertari
uccisi dalla polizia stalinista. Berneri e Canzi erano molto legati
(tra l’altro la vedova Berneri farà una bellissima orazione
funebre, quando morirà Canzi), e di fronte a questa tragedia Canzi
non starà certo zitto (anzi, comincerà a parlare chiaramente di
"fascismo rosso"), ma ugualmente resterà in Spagna a
combattere. Una contraddizione? No: semplicemente per lui era vitale
far prevalere l’aspetto unitario dell’antifascismo, fin dove
possibile…
Insomma, è vero che la storia non
si ripete mai due volte allo stesso modo, ma penso che siamo di
fronte ad una lezione che io sento molto attuale: Canzi ci dice che
in determinate circostanze bisogna riuscire a coniugare la propria
radicalità con l’esigenza di coesione. Ma ci dice pure che per
fare questo non ci vuole solo intelligenza politica, ma anche (e
soprattutto) sincera passione e forti tensioni ideali.
Francesco "baro" Barilli,
di Ecomancina.com
NOTA:
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ordinandolo tramite vaglia postale (12 euro più un euro per spese
postali), indicando nella causale il titolo del libro. Il vaglia è
da intestare a:
Scritture s.c.
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