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UNA LUNGA SCIA DI SANGUE…
L’attività del CO.GE.MIL.
("Comitato Genitori Militari caduti in tempo di pace")
Intervista con Angelo
Garro e Anna Cremona
di Francesco Barilli per Ecomancina.com
Angelo Garro e Anna Cremona non si
stancano. Girano l’Italia, scrivono alle Istituzioni, ai
quotidiani, ai siti internet di controinformazione… Cercano di
sensibilizzare un’Italia sempre più distratta su un dramma oscuro
che solo sporadicamente si affaccia sulle cronache: sono oltre
10.000 i caduti in uniforme negli ultimi decenni (un dato spaventoso
se pensiamo che siamo in "tempo di pace"…). Che si
tratti di incidenti, episodi oscuri di nonnismo finiti in tragedia,
o vittime dell’uranio impoverito, Angelo e Anna si interessano a
questi giovani militari morti come fossero il loro figlio, l’alpino
Roberto Garro, deceduto assieme a tre commilitoni nella tarda
serata del 9 giugno 1998, in un incidente stradale i cui contorni
sono rimasti a dir poco oscuri.
Quello di Angelo Garro e Anna
Cremona è un percorso umano tragico e di grande dignità. Un
percorso che non mi è nuovo, e che trovo comune a quanti, dopo
essere stati colpiti da un dramma personale, hanno deciso di
tradurre il proprio dolore in impegno civile.
Nel 1984 la "Associazione
tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di
Bologna" scrisse sul manifesto commemorativo della strage: "Chi
vuole il silenzio nasconde la verità". E’ una frase
molto attuale ed ancora valida per molte associazioni di cui ci
siamo interessati fino ad oggi: dalla strage di Bologna a quella di
Ustica, passando per casi di "singoli" quali Carlo
Giuliani, Ilaria Alpi, Piero Bruno eccetera. E’ una frase che
devono aver pensato anche Angelo e Anna quando hanno deciso che non
dovevano "rimanere soli" ed hanno fondato il CO.GE.MIL.
("Comitato Genitori Militari caduti in tempo di pace").
Un comitato sulla scia dei molti comitati o associazioni nati in
Italia per dare forza alla voce dei parenti delle vittime di quelle
stragi, che hanno insanguinato il Paese dal dopoguerra ad oggi.
Proprio per combattere il silenzio
che affossa la verità e la ricerca di giustizia, Angelo Garro e
Anna Cremona hanno anche aperto un sito sulla vicenda del loro
figlio, che vi invito a visitare: http://www.alpinorobertogarro.it/.
In questa intervista, realizzata l’11
agosto 2004, raccontano sia la loro vicenda strettamente personale,
sia il loro quotidiano impegno nel CO.GE.MIL.
***
FRANCESCO BARILLI:
Dopo la tragedia di vostro figlio,
come è nata l’idea di fondare un Comitato che riunisse altri
genitori interessati da casi analoghi al vostro?
ANGELO GARRO:
Noi, come tutti quelli colpiti da
una vicenda simile alla nostra, all’inizio abbiamo cercato un
aiuto, ed inizialmente abbiamo aderito all’ANAVAFAF
("Associazione nazionale familiari delle vittime delle Forze
Armate"), gestita da Falco Accame, ma le attività di quell’Associazione
non erano perfettamente aderenti alle nostre aspettative. Massimo
rispetto, è chiaro, per le attività dell’ANAVAFAF, ma abbiamo
preferito fare qualcosa di davvero "nostro". Falco Accame
è molto preparato e molto informato, ma non ha mai perso un figlio;
nel CO.GE.MIL., invece, si trovano solo persone che hanno sofferto
direttamente per la perdita di un congiunto mentre prestava il
servizio militare. La rabbia che ci portiamo dentro per la vicenda
che è toccata a noi ci dà la forza per muoverci e combattere anche
a nome di quelli che, per mille ragioni, si sono chiusi in se
stessi. Così, come CO.GE.MIL., combattiamo una battaglia che è di
tutti, non solo nostra. La storia e la battaglia mia e di Anna per
nostro figlio sono una storia ed una battaglia a parte.
F.B.:
Vorrei conoscere qualcosa di più
circa le battaglie che portate avanti come CO.GE.MIL.
A.G.:
Una delle nostre lotte è quella
per la Legge per i risarcimenti. Siamo riusciti ad avere due
versioni: una proposta di Legge era quella dell’on. Ramponi (ex
generale di AN), l’altra era dell’on. Ruzzante (parlamentare DS).
Le abbiamo studiate ed unificate, prendendo da ognuna quelli che ci
sembravano gli aspetti migliori. Devi sapere che la gente come noi
è stata defraudata fin dall’inizio: nella vecchia normativa si
ottenevano 50 milioni per un congiunto che muore sotto le forze
armate (che poi erano nati come 150 milioni , ma nel percorso dalla
Commissione Difesa al parlamento sono diventati 50), ma SOLO se il
ragazzo era di leva. Se era un volontario a ferma breve,
sottufficiale, o comunque volontario, non era incluso nel meccanismo
di risarcimento.
Siamo arrivati dunque ad avere una
proposta di Legge unificata e quindi, almeno in teoria, gradita sia
alla maggioranza che all’opposizione, solo che nessuno la discute.
Ed è avvilente vedere che al Parlamento si accapigliano (anche in
modi a dir poco accesi, come è successo nei giorni scorsi) per
programmare la discussione di certi disegni di Legge mentre la
nostra proposta viene sistematicamente dimenticata.
Nello scorso maggio ho saputo che
alla Camera hanno deciso di dare un risarcimento a 174 Ascari ancora
in vita. Gli Ascari erano i soldati indigeni reclutati nell’esercito
italiano durante le imprese coloniali del fascismo in Eritrea. Per
questi soldati proprio l’on. Ramponi ha presentato un disegno di
Legge per concedere loro un riconoscimento economico "una
tantum". Io non entro nel merito della legittimità di questo
risarcimento, ma per noi non c’è stata uguale sollecitudine: a
noi si nega il risarcimento (non parliamo neppure di pensione…),
poi ci si preoccupa degli Ascari… Mi sembra paradossale!
Se penso alla proposta di Legge
dell’Associazione dei familiari vittime di stragi per l’abolizione
del segreto di Stato, proposta anch’essa rimasta "nei
cassetti" del Parlamento da vent’anni, mi viene in mente una
ben triste analogia! Anche perché la discussione circa l’abolizione
del segreto di Stato è una cosa che c’entra con le nostre storie,
eccome! Col segreto di stato non si occultano solo le vicende
relative alle grandi tragedie delle stragi, ma si nasconde qualsiasi
nefandezza sia stata commessa all’interno delle forze armate.
Pensa al caso di nostro figlio, che per certi versi potrebbe essere
definito semplicissimo (un incidente automobilistico), eppure ci
hanno segretato tutto, e per avere alcune parziali risposte abbiamo
dovuto lottare per anni.
F.B.:
Più avanti torneremo sulla
vicenda di vostro figlio, approfondendola come merita. Ora però
volevo restare alla dimensione "collettiva" del vostro
impegno, chiedendovi qualcosa sul vostro rapporto con i media e con
le Istituzioni.
A.G.:
In genere si tratta di un rapporto
non buono e molto "difficile", a parte sporadiche
eccezioni. Quello che manca innanzitutto è un rapporto concreto con
le Istituzioni; e questa mancanza di concretezza è dimostrata anche
da quanto ti dicevo prima sulla mancata calendarizzazione della
proposta di Legge sui risarcimenti. Dalla stampa non ci sentiamo
ignorati, a volte ci hanno dedicato spazio, ma il rapporto è spesso
ambiguo, e soprattutto si tratta di un rapporto limitato. I giornali
trattano le vicende come la nostra come fatti di cronaca, per cui
parlano della singola storia, ma non riescono a vedere il valore
della battaglia complessiva… La cosa finisce lì: la "notizia
del giorno" che fa un po’ di rumore per qualche giorno, e poi
perde interesse dopo una settimana. Con internet ed i media
alternativi la situazione è già migliore: figurati che io internet
ho imparato ad usarlo dopo la morte di nostro figlio, quando abbiamo
aperto il sito eccetera… Ed in seguito ne ho scoperto le
potenzialità, anche a livello di informazione.
F.B.:
Come vivete le battaglie come
CO.GE.MIL.? Dove trovate la forza per organizzarvi e per tenere alta
l’attenzione da parte dell’opinione pubblica sulle vostre lotte?
A.G.:
Noi ormai non abbiamo nulla da
perdere… Questo ci porta anche a fare azioni
"dimostrative". Per farti un esempio, noi siamo stati i
primi in Italia, il 12 novembre 2003, a protestare sotto la
Prefettura di Milano per i morti di Nassiriya e a domandare il
rientro in Italia delle nostre truppe dall’Iraq. I giornalisti ci
ignorarono, in quell’occasione: siamo apparsi su un giornale di
Roma, ma non sui quotidiani di Milano. E i giornalisti sapevano
della nostra dimostrazione, ci passavano davanti… Noi avremmo
voluto che qualcuno ci chiedesse "Perché siete qui?".
Avremmo risposto: "Perché noi abbiamo perso un figlio in
uniforme. Perché conosciamo tanti altri genitori che hanno avuto la
stessa, drammatica esperienza. E sappiamo cosa vuol dire avere i
nostri soldati in zone di guerra (altro che missione di
pace!!!)". Il giorno dopo, ecco il grande spettacolo mediatico
sui caduti di Nassiriya, proprio quando, al contrario, sarebbero
stati più consigliati silenzio e discrezione: i morti vanno onorati
nel silenzio; in quell’occasione, invece, tanti hanno voluto
speculare e ricavare qualcosa da quelle morti…
Tu mi chiedevi prima perché
abbiamo deciso di fondare un Comitato fatto da gente come noi, che
aveva perso un figlio in uniforme e magari non aveva mai avuto
verità sulla morte del proprio caro. Posso dirti che io so che
"non sono nessuno", ma so che la rabbia che ho dentro (per
quello che mi è successo e per quello che ho visto succedere a
tanti ragazzi come mio figlio) mi dà la forza di fare quello che
faccio. Io già in ottobre avevo scritto al Presidente del Consiglio
per chiedere il ritiro delle truppe dall’Iraq; non mi ha risposto,
non ottengo quasi mai risposte, ma io vado avanti… Ho fatto un
volume con le lettere che ho mandato e che sono rimaste senza
risposta: l’ho chiamato "il milite ignorato"!!!
E’ per questo che abbiamo
fondato il Comitato, per avere un po’ più di forza nella nostra
voce: ci muoviamo con i nostri mezzi, magari scarsi, ma sempre con
il massimo impegno. E cercando di superare mille difficoltà… Ti
parlo di mille difficoltà, e so che questo può sembrare retorico:
tu hai già parlato con altre persone vittime di fatti di stragi, e
TUTTI si sono mossi fra mille difficoltà; questo è chiaro, e
bisogna riconoscerlo con grande rispetto. Però bisogna anche
riconoscere che nei fatti di stragi i familiari trovano a volte un
appoggio da parte di certi politici che sostengono le loro lotte; se
parliamo invece del "caso uranio", tanto per fare un
esempio, non trovi molti politici pronti ad impegnarsi sul serio. E
questo perché se un fatto coinvolge le forze armate ci si trova
davanti ad un muro invalicabile.
Non dimentichiamo che le forze
armate non sono "davvero democratiche"; sono il braccio
armato di una democrazia, che è una cosa ben diversa! Nessuno si
mette contro le forze armate.
Tu pensa che, anche se solo a
livello di battuta, questa frase ("noi non siamo
democratici") mi è toccato sentirla proprio dal Generale
Marinelli, uno dei soggetti coinvolti nella vicenda della morte di
mio figlio, mentre era ospite di Bruno Vespa. Lo disse, ripeto, in
un altro contesto ed a mo’ di battuta, ma è una frase che mi ha
colpito: la verità di quella frase, per quel che ho visto io, va
ben al di là di una semplice battuta, purtroppo…
C’è da aver paura a mettersi
contro le forze armate. Noi stessi abbiamo subito un episodio
inquietante, un episodio che non esito a definire quasi un sequestro
di persona a scopo intimidatorio…
F.B.:
Penso sia giunto il momento di
affrontare la vostra vicenda personale, partendo proprio da questo
episodio, di cui ho letto sul vostro sito, ma che vorrei
approfondire con voi…
A.G.:
Ci hanno "prelevato"
dopo un incontro con l’allora Presidente della Camera, Luciano
Violante, l’8 marzo 2000. Uscendo da quell’incontro riaccesi il
telefonino, e trovai i messaggi di due telefonate. Subito dopo mi
richiamò un colonnello, dicendo "vorremmo avere un colloquio
con voi". Sul momento mi sembrò un’ottima notizia: volevano
un colloquio con noi?! Beh, era esattamente quello che ANCHE NOI
volevamo da tempo! Mandarono dunque un’auto a prenderci… Non so
se ho fatto bene o male ad accettare quell’invito; forse ho fatto
bene, perché almeno ho capito qualcosa di più sul rapporto fra
democrazia e forze armate…
Ci hanno portato al Ministero
della Difesa, in via XX Settembre, nel cuore di Roma. E’ difficile
spiegare la sensazione per chi non ci è mai stato: si tratta di una
vera e propria fortezza militare. Noi pensavamo di essere invitati
ad un incontro "istituzionale", non dico con il Ministro
della Difesa, ma col sottosegretario, o un alto funzionario…
Invece, in quella stanzetta dove ci ricevettero (per tre ore e
mezza, chiusi a chiave…) c’erano solo militari, che ci
sottoposero ad un vero e proprio interrogatorio. Oltre a me e ad
Anna c’erano 4 uomini. Innanzitutto il generale Marinelli, ex
comandante della Brigata Julia, comandante di mio figlio all’epoca
della sua morte; poi il colonnello Primicjeri, comandante di
battaglione di mio figlio. Quando vidi questi due personaggi,
coinvolti nella vicenda di mio figlio (poi sulla vicenda specifica
ci soffermeremo in seguito) le mie speranze che si trattasse di un
colloquio utile per noi svanirono… Poi c’era il colonnello
Battaglini, ed una quarta persona in borghese che non si presentò e
non ci presentarono; quest’ultimo non parlò mai con noi: parlava
solo sussurrando all’orecchio al colonnello Primicjeri, per darti
un’idea della situazione (penso che fosse uno dei servizi
segreti).
Noi che avevamo sperato in un
incontro in cui, finalmente, le autorità militari dimostrassero
sensibilità verso le nostre richieste di chiarezza sulla morte di
nostro figlio, ci trovammo di fronte ad un interrogatorio (ripeto:
di tre ore e mezza chiusi a chiave in una stanzetta…) con 4
persone (di cui una sconosciuta) che non avevano nessuna autorità
per prelevarci ed interrogarci…
F.B.:
Cosa vi chiesero, precisamente?
A.G.:
Volevano sapere quali elementi
avevamo in mano, viste le richieste che facevamo in quel periodo.
Noi da tempo chiedevamo la riesumazione di nostro figlio, che ci
veniva sempre negata. La chiedevamo perché sospettavamo fortemente
che ci avessero mentito su diversi fatti. E parlo di menzogne sia
per quanto riguarda la dinamica dell’incidente, sia per quanto
riguarda "il dopo". Ci avevano detto di averci negato il
riconoscimento della salma per evitarci il dolore di vedere un corpo
orribilmente straziato. Ci avevano detto che nella bara il corpo di
nostro figlio era stato pulito, ricomposto e vestito con la sua
uniforme. Addirittura pensavamo che nelle bare consegnate ai
familiari per le esequie fosse stato fatto uno scambio di corpi. E
questo solo per parlarti "del dopo": sui sospetti riguardo
l’incidente vero e proprio torneremo in seguito… Ti parlo di
sospetti, ma in realtà di certe cose avevamo già la certezza. Noi
tutti i mesi andiamo in Friuli sul cippo che ricorda nostro figlio.
In una di queste visite abbiamo incontrato un ufficiale che
presenziò alla chiusura delle bare; fu lui a dirci velatamente che
i corpi erano stati messi nudi nelle bare, con al massimo l’uniforme
arrotolata in fondo, sui piedi… A questo punto siamo andati all’obitorio
a cercare il necroforo che era in servizio quel giorno, che ci ha
confermato quanto aveva velatamente detto l’ufficiale: mio figlio
ed i suoi commilitoni erano stati lasciati nudi, sporchi e scomposti
nelle bare. Tra l’altro in occasione di una delle innumerevoli
archiviazioni che abbiamo dovuto subire quando chiedevamo la
riesumazione, ebbi modo di consultare il fascicolo della Procura. In
questo c’era scritto che i ragazzi erano nudi e avvolti in sacchi
di plastica neri, proprio come avevamo sempre detto e come vedemmo
poi confermato quando, finalmente, ottenemmo la riesumazione…
Tutto questo per dirti che nel
momento in cui venimmo "prelevati" e portati in quella
stanzetta del Ministero della Difesa per quello strano
colloquio/interrogatorio non avevamo prove materiali da esibire; ma
soprattutto quei militari sapevano le nostre accuse (le avevamo
peraltro già dette e ridette, sui giornali, in interviste,
eccetera), ma non sapevano quali fossero gli elementi in nostro
possesso. Quello dell’8 marzo 2000 non fu l’unico episodio in
cui le forze armate si sono presentate in modo intimidatorio nei
nostri confronti. Una volta venne addirittura un generale (estraneo
ai fatti) a dirci "Non cercate inutili vendette, tanto non
arriverete a nulla…".
F.B.:
Come giustamente dicevi tu,
abbiamo parlato dei sospetti riguardanti gli attimi successivi alla
morte di tuo figlio, ma anche l’incidente in sé ha contorni
oscuri. Visitando il vostro sito ho scoperto che le indagini furono
a dir poco approssimative, e soprattutto contrassegnate dalla fretta
di chiudere il caso: l’autista dell’autoarticolato coinvolto
nella tragedia sparisce in fretta, ed il mezzo stesso fu
dissequestrato in pochi giorni. Poi c’è il negarvi il
riconoscimento della salma… Ed anche il mettere i corpi dei
ragazzi nudi nelle bare dimostra sicuramente insensibilità, ma
soprattutto attesta qualcosa di ben più grave: la volontà di
chiudere tutto molto in fretta. Vi siete chiesti il perché di tutta
quella fretta?
ANNA CREMONA:
Innanzitutto: la macchina è
esplosa, e una macchina a benzina (per la precisione si trattava di
una Peugeot 205) si incendia, si accartoccia, ma non esplode. Noi
abbiamo le foto dell’auto: guardale, è rimasto solo il pianale…
E lo scrissero pure a verbale: "incidente stradale con
scoppio". E se c’è uno scoppio, un’esplosione, si apre un’indagine
per appurare il perché di quell’esplosione, mi sembra il minimo…
Poi, come dicevi tu, c’è il dissequestro del mezzo in nove
giorni, senza neppure una perizia. L’autista dell’autoarticolato,
un giovane bosniaco, fu interrogato grazie alla collaborazione di un
infermiere dell’ospedale di Gemona che si improvvisò interprete.
A quel giovane autista non furono eseguite neppure le analisi del
sangue per appurare l’eventuale presenza di alcol nel sangue; e
nonostante questa approssimazione l’autista sparì dalla scena in
fretta e non si seppe più nulla di lui…
E’ bene precisare che, a nostro
avviso, l’autista ha colpe solo relativamente: lui è
"solo" quello che ha visto tutto quello che è successo;
è più che possibile che quel giovane non sia neanche stato la
causa dell’incidente, ma solo uno spettatore, coinvolto dall’esplosione
della 205 che gli fa perdere il controllo del suo camion e lo fa
uscire di strada.
F.B.:
Più precisamente, quali idee vi
siete fatti sulla dinamica dell’incidente e sui motivi di quell’esplosione
che, a quanto ho capito, nessuno ha voluto spiegare?
A.G.:
Le ipotesi sono tante, e molte di
queste possono apparire fantasiose. Secondo me l’esplosione è
stata causata da una bomba. Una bomba che era stata piazzata sull’auto
(magari per uno scambio di vettura); o forse si trattava di un
ordigno che stavano trasportando i ragazzi (ma in questa ipotesi mi
chiedo come facessero quei ragazzi ad avere una bomba, quando non
avevano rapporti con l’armeria). Può essere stato un tragico
gioco della terza auto coinvolta, dove qualcuno ha pensato di tirare
questa bomba "per gioco" nella Peugeot 205…
Molte di queste ipotesi possono
essere definite "illazioni", ma qualcuno mi dovrebbe
spiegare prima dove sono infondate. Del resto, se la spiegazione era
davvero così semplice ed i ragazzi stavano procedendo a velocità
folle, perché non fu eseguita l’autopsia su nessuno, e
soprattutto sul guidatore della 205? Perché la Procura militare non
aprì un fascicolo, nonostante fossero morti 4 militari? E ti dirò
di più: in quell’incidente fu coinvolta anche una donna civile,
di cui nessuno parla mai. Quando l’autista del camion perse il
controllo del mezzo (a nostro avviso NON direttamente in seguito a
collisione, ma perché coinvolto dall’esplosione dell’auto),
sbandò a sinistra e sfondò una recinzione abbattendosi sull’abitazione
che si trovava nei pressi; la donna anziana che lì viveva è morta
d’infarto quella notte stessa, forse per la paura…
Altro elemento che dà da pensare
e che dimostra che DA SUBITO ci fu molta fretta di chiudere le
indagini è dato dalle modalità con cui si effettuò la rimozione
dei corpi: di norma dovrebbe intervenire il Sostituto Procuratore;
quella notte intervenne una donna di cui non abbiamo mai saputo il
nome o la qualifica. Non solo: poco tempo fa abbiamo parlato con un
funzionario di polizia che era presente in quei frangenti: ci ha
detto che addirittura chiesero a lui di firmare il verbale di
rimozione dei corpi (lui giustamente rifiutò) e che quella notte
vide un gran movimento di militari, attorno alla zona dell’incidente.
F.B.:
Ma i genitori degli altri ragazzi
morti quella sera si sono uniti a voi nella ricerca della verità?
A.G.:
Questa è l’ultima disgrazia:
loro hanno preferito il silenzio; noi continuiamo a batterci, per
nostro figlio e anche per gli altri… Del resto nel nostro percorso
abbiamo trovato tante storie persino peggiori della nostra, e questo
ci dà ancora più forza e volontà per continuare a batterci. Penso
ai tanti ragazzi morti di cui ci siamo interessati in questi anni:
Lorenzo Miccoli, Emanuele Scieri, Valery Melis, solo per citarne
alcuni. Se penso a questi ragazzi mi dico che non possiamo fermarci…
F.B.:
Hai nominato Valery Melis: il suo
caso e la sua recente morte hanno riportato pochi mesi fa il
"caso uranio" sotto i riflettori dei media. Si tratta di
una vicenda che riguarda non solo l’Italia, ma anche gli altri
Paesi coinvolti nelle missioni internazionali. Una vicenda che ha
coinvolto più di altre l’opinione pubblica, forse perché per
certe tragedie si "accetta" il margine di rischio che è
sempre presente nel servizio militare, ma il mandare dei giovani a
fare un lavoro in zone contaminate, senza informarli dei rischi e
senza fornire loro le adeguate protezioni lo si ritiene un crimine
imperdonabile. Volevo dunque chiudere questa intervista con un
vostro parere su queste vicende.
A.G.:
Valery Melis lo conoscevamo da
tempo… Quasi tutti i giorni andavamo a trovarlo al reparto
oncologico di Milano; siamo rimasti vicini a lui e alla sua famiglia
fino alla fine.
Prima della sua morte avevamo
scritto una mail per sensibilizzare l’opinione pubblica, una mail
che ha praticamente fatto il giro d’Italia ("Salviamo il
soldato Melis"), e che mandammo anche al Capo dello Stato, al
Presidente del Consiglio, ai Ministri della Difesa e della Sanità;
l’unico che mi ha risposto è stato il Ministro Sirchia. Quella
mail purtroppo la mandammo in ritardo: i genitori di Melis sono due
persone miti e pacate, che hanno cercato sempre di evitare il rumore
attorno alla vicenda, nonostante quattro anni di sofferenze. Pochi
giorni dopo il lancio di quell’appello, Valery ci ha lasciati;
quell’appello ha avuto però il merito di scatenare la discussione
e di muovere i media. Ci sono state anche alcune iniziative molto
gradite, come la partita in cui il Cagliari Calcio presentò tutti i
giocatori con una scritta sulle magliette, dedicata a Melis. Se non
altro l’appello è servito a smuovere un ambiente addormentato, e
perlomeno Melis ha ottenuto la "causa di servizio"…
Questa della "causa di
servizio" può sembrare una cosa secondaria, ma in realtà si
tratta di un dramma nel dramma, per quanto concerne i nostri soldati
che perdono la vita in tempo di pace, a cui la causa di servizio non
viene concessa, se non in casi eccezionali. Insomma, non c’è solo
il dramma umano di perdere un congiunto, ma pure il penoso girare
ufficio per ufficio senza sapere dove sbattere la testa per ottenere
il riconoscimento della "causa di servizio", che serve
almeno ad avere il cosiddetto equo indennizzo (circa 27 milioni
delle vecchie lire).
I genitori di Melis li ho sentiti
ieri. Dovrebbero avere una conferenza stampa a Cagliari con la
dottoressa Antonietta Gatti, dell’università di Modena In quell’occasione
la dottoressa Gatti renderà pubblico un dossier sull’argomento.
Guarda questo articolo:
[da "L’Unione
Sarda" di lunedì 2 agosto 2004 – articolo di Fabio
Manca – ecco un breve sunto della ricerca della dr.ssa Gatti: "Ha
analizzato il liquido seminale che Valery Melis aveva fatto
congelare in una banca del seme prima di iniziare la chemioterapia.
E ha confrontato i risultati delle analisi con quelle dei linfonodi
estratti nel ’99 al caporal maggiore dell’esercito scomparso il
4 febbraio scorso a causa di un linfoma di Hodgkin. Ed ha scoperto
che 25 militari sono morti e 265 si sono ammalati di tumore a causa
dell’inalazione di polveri microscopiche liberate dagli ordigni
sparati nelle zone di guerra. … Il rapporto Gatti è destinato ad
aprire un nuovo fronte nella battaglia dei familiari dei soldati
ammalati per il riconoscimento delle cause di servizio e per una
maggiore protezione di quelli che operano in zone di guerra e nei
poligoni."]
Io non sono un esperto di uranio…
ma sono esperto di questi ragazzi! Nessuno, purtroppo, cerca loro o
i loro congiunti. Ho conosciuto i genitori di Salvatore Vacca (sua
madre è molto combattiva), Massimo Pintus… Luca Sepe non l’ho
conosciuto, ma ho seguito la sua vicenda, come quella di Stefano
Meloni: ne ho incontrato la moglie e i figli a Milano, dove ho
salutato la salma, e da quel momento ci sentiamo spesso. Questa
donna ha combattuto la battaglia che aveva iniziato il marito per il
riconoscimento della causa di servizio ed ha vinto la causa. Mi ha
telefonato una mattina alle 7 per dirmi "abbiamo vinto!"…
Già, una piccola ma importante
vittoria… Ed ancora una volta ci siamo detti che dobbiamo andare
avanti…
Francesco Barilli, di Ecomancina.com
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