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LA GUERRA:
SCONTRO FRA CIVILTA'.
David Santi di Ecomancina
Finalmente è terminata la prima parte della
guerra in Iraq, quella più vistosa e più cruenta, che ha avuto
come obiettivo l’abbattimento del governo dispotico di Saddam
Hussein e che ha visto morire troppe persone sotto le migliaia di
bombe sganciate. Uso il termine prima solo perché l’affare Iraq
non è certo finito qui, anzi, è appena iniziato.
Ma guardiamo un po’ ai contenuti di questa
guerra: ufficialmente è stata un’operazione militare atta ad
abbattere in primo luogo il dittatore al potere, e in secondo luogo
ad "esportare la democrazia e i diritti".
Il primo obiettivo credo non necessiti di alcuna
particolare discussione che non sia già stata fatta, quindi
saltiamo immediatamente al secondo, l’esportazione di democrazia e
di diritti visti dal punto di vista del nostro soggettivo sistema
culturale, e quindi, per dirla con altre parole, della nostra
cultura.
Ammesso - per assurdo - che sia possibile
esportare oggettivamente tutto questo, siamo convinti che il nostro prodotto
sia superiore a quello medio-orientale? Siamo convinti che lo la
loro cultura debba necessariamente essere sostituita dalla nostra?
Sottolineo il fatto che quando si parla di cultura di un popolo non
si parla di forma di governo al potere (nel caso specifico la
dittatura di Saddam, che in quanto dittatura è stata imposta, e
che, a ben guardare, l’Occidente ha appoggiato a suo tempo),
bensì di un insieme di teorie e tradizioni che stanno alla base
della vita quotidiana.
Da cosa pretendiamo di giudicare una cultura
diversa dalla nostra? L’opinione pubblica di destra insiste
costantemente sulla considerazione che i Paesi di quella area, di
religione prevalentemente musulmana, hanno della donna: viene
costretta (da notare che il termine costretta non è sempre valido)
a vestire e a comportarsi in un determinato modo. Ma vogliamo dare
un’occhiata alla nostra società e alla considerazione che viene
data alle donne? La nostra società si basa innanzitutto, anche se
in modo più o meno ufficiale, sulla religione cattolica, che nel
proprio testo sacro afferma che la donna sia stata creata da Dio da
una costola dell’uomo in funzione dell’uomo. La Chiesa cattolica
ha poi nel corso dei secoli creato e consolidato una tipologia di
famiglia di tipo estremamente patriarcale, nel quale il ruolo della
donna era pari a quello di uno schiavo, utile per fare figli e
servire il marito. E se non volgiamo, in nome del laicismo dello
Stato moderno, addentrarci nell’ambito religioso, visto come
troppo legato ad un passato da nascondere e revisionare, la
"nuova etica" occidentale glorifica in modo maschilista un
solo modello di donna: alta, bella, con certe misure, insomma
superante certi standard esclusivamente fisici; da qui l’azzeccata
definizione di donna oggetto, da appendere ai muri o da osservare
dimenarsi in televisione nei più disparati programmi per la massa.
Possiamo poi parlare dei numerosi casi di molestie sessuali che
avvengono quotidianamente, specialmente in abbinamento a ricatti sul
posto di lavoro da parte dei vari capi e direttori di turno.
Come si è visto la donna non gode di una
considerazione positiva nemmeno in Occidente, a meno che la
considerazione di oggetto la si voglia considerare positiva; credo
che John Lennon avesse ragione quando sosteneva in una sua canzone
che la donna è il "negro" del mondo.
Quindi su cosa possiamo basare la credenza di
avere una cultura (o civiltà) superiore? Forse, per usare un
concetto di Dostoevsky, vogliamo basarci sulla qualità di vita
riservata ai prigionieri.
I prigionieri americani liberati dalla prigionia
irakena hanno affermato di essere stati trattati bene, di avere
ricevuto cibo e medicazioni. La storia recente degli Usa a riguardo
è ben più torbida: d’altronde da uno Stato che si macchia dei
peggiori crimini persino nei confronti dei propri cittadini
prigionieri non ci si può aspettare nulla di buono; parliamo ad
esempio del campo di prigionia di Guantanamo in cui sono stati
confinati i prigionieri afgani della guerra da poco conclusasi:
"vivono" da mesi con mani e piedi legati e imbottiti, con
orecchie e occhi tappati in celle minuscole, privati persino della
percezione sensoriale. Condizioni che violano pesantemente il
diritto internazionale (Convenzione di Ginevra in primis) ma non la
legge americana; essendo infatti questa base in territorio non
americano, non è soggetta a nessuna legge. Legge non vede,
Presidente non duole.
Anche questa argomentazione si torce quindi
contro la civiltà occidentale, americana in particolare .
Fino a questo momento abbiamo ammesso – per
assurdo - che sia possibile esportare il nostro pacchetto culturale
contenente democrazia e diritti umani, considerando in modo
qualunquista che tutto ciò sia oggettivo e quindi auspicabile nel
medesimo modo da ogni diverso punto di vista culturale. Ora è
venuto il momento di fare crollare anche questa teoria.
Tutto quello che il nostro preciso sistema
culturale ha prodotto, e che noi da osservatori interni a tale
sistema consideriamo come buono, positivo, non è da considerare
nello stesso modo a livello oggettivo, universale; di conseguenza
non possiamo cercare di esportare contro la volontà di un popolo un
prodotto culturale estraneo senza che tale popolo ce l’abbia
chiesto espressamente, pena l’instaurare un sistema di dominio che
non verrà riconosciuto come legittimo; anche i diritti che a noi
sembrano naturali, inalienabili, potrebbero essere
considerati diversamente da altri punti di vista. Ricordando infatti
che non esistono diritti naturali (cioè aventi un fondamento
oggettivamente rilevabile), in quanto la classe di tali diritti è
eterogenea, variabile, mal definibile e composta da elementi anche
antinomici, e quindi determinata esclusivamente dal fattore
storicistico, non possiamo che prendere atto delle differenze fra le
varie culture senza giudicarle, ammettendo ciò che Max Weber
chiamò "politeismo di valori". Tutto questo non significa
giustificare anche le dittature, come sosterrebbero certi personaggi
di spicco del mondo della politica e della cultura, ma solo
rispettare le culture di popoli diversi, togliersi dalla testa ogni
pretesa egemonica di imporre qualcosa, anche se in buona fede. E’
proprio il concetto di democrazia che ci vieta categoricamente l’imposizione,
in quanto questi due concetti (quello di democrazia e quello di
imposizione) sono esattamente antitetici fra loro; la democrazia è
infatti autonomia, autodeterminazione.
Ma torniamo all’attualità. E’ notizia di
questi giorni che in Iraq la popolazione sia insorta reclamando
libertà anche dagli Stati Uniti, sostenendo – giustamente - che
non ha senso passare da un dominio ad un altro; una notizia che da
sola fa crollare molte panzane di guerra circolate sui nostri media
ufficiali e istituzionali.
Purtroppo per gli Irakeni, sarà molto difficile,
ora che gli Usa si sono insediati nel nuovo territorio conquistato
(con un costo economico, oltre che in vite umane), scacciarli e
impedire loro di compiere opere di livellamento culturale, di
omologazione dei comportamenti e dei gusti. Il capitalismo dell’era
della globalizzazione funziona esattamente così.
Diamo quindi il benvenuto agli irakeni nella
grande famiglia dei consumatori globalizzati, incitandoli però a
continuare la resistenza. Ora contro l’imperialismo capitalista.
David Santi
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