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Tanto Cirami per
nulla
di Gianni Barbacetto MILANO
Dopo la pronuncia della Corte di cassazione. Per Silvio Berlusconi
gravi problemi sul fronte Nord: se sarà condannato a Milano, la
Mondadori... E gravi problemi sul fronte Sud: le rivelazioni di Nino
Giuffré, l’ultima sentenza sulla strage in cui morì
Borsellino...
Gli è andata male. È andata proprio male a Cesare Previti, l’Avvocato,
e a Silvio Berlusconi, il Cliente. Un anno di lavoro, sedute
parlamentari a tempi contingentati, leggi su misura, con conseguente
indignazione nel Paese e nascita di un nuovo movimento. E, alla
fine, una sentenza della Suprema corte di cassazione rende tutto
vano: i processi di Milano resteranno a Milano.
Tra qualche settimana terminerà quello che ha come imputato Previti,
tra qualche mese quello che vede alla sbarra anche Berlusconi. Se le
sentenze saranno di condanna, l’Italia sperimenterà (ancora una
volta) una situazione inedita: avrà un presidente del Consiglio –
alle soglie del semestre di guida italiana dell’Unione europea,
alla vigilia di una guerra – con una grave condanna penale sul
capo. Il personale è politico, diceva uno slogan "di
movimento" degli anni Settanta. Silvio Berlusconi è riuscito
oggi a realizzare quello slogan. Il suo personale – la possibile
condanna nel processo a Milano – è diventato politico. Le
istituzioni democratiche sono state coinvolte nelle private vicende
penali di un cittadino, un imprenditore di successo che poi è
approdato alla politica: può l’Italia, quinta o sesta o settima
potenza del mondo, avere un presidente del Consiglio condannato da
un tribunale per aver corrotto i giudici e comprato sentenze?
Dietro il castello di carte delle motivazioni presentate dalla
difesa sua e del coimputato Previti per spostare il processo a
Brescia – pinocchietti di legno portati in aula da mansuete
signore; stralunati cantastorie che strimpellano ballate in piazza
Duomo; perfino le foto di un’impiegata del tribunale (in bikini su
una spiaggia greca, in aula dietro Previti e Berlusconi), affisse
casualmente sotto una frase di Platone che stava lì da 10 anni –
c’è questa semplice, terribile domanda: possiamo permetterci di
avere un premier condannato per corruzione giudiziaria?
Una domanda che profuma di ricatto alla democrazia. E pensare che
Francesco Saverio Borrelli, da procuratore della Repubblica di
Milano, aveva lanciato alla politica un avvertimento già nel
dicembre 1993, quando la vecchia politica era stata azzerata e la
nuova doveva ancora affermarsi. In un’intervista al Corriere
della sera che gli sarà a lungo rimproverata e che oggi risuona
profetica, disse: "Sappiamo che certe coincidenze possono
provocare sconquassi, ma che possiamo farci? Io credo proprio
niente. E vorrei rilanciare la palla sull’altra sponda, a chi
farà politica domani. Quelli che si vogliono candidare si guardino
dentro. Se sono puliti, vadano avanti tranquilli. Ma chi sa di avere
scheletri nell’armadio, vergogne del passato, apra l’armadio e
si tiri da parte. Tiratevi da parte, dico io, prima che arriviamo
noi". L’invito non fu ascoltato. E ora siamo qui a subirne le
conseguenze.
Resistere, resistere, resistere? Il
procuratore generale della Cassazione, pur chiedendo di non spostare
i processi, ha rimproverato a Borrelli di aver pronunciato un
discorso politico, quando ha invitato a "resistere, resistere,
resistere"; e ha sostenuto che Palavobis e Girotondi hanno
effettivamente incrinato la serenità ambientale a Milano perché
chiedevano la condanna degli imputati. Bisognerebbe rileggere il
discorso d’inaugurazione dell’anno giudiziario 2002, quello
davvero pronunciato, per capire che Borrelli invitava i cittadini
(non i magistrati) a "resistere", come aveva scritto non
un pericoloso comunista, ma il presidente del Consiglio della linea
del Piave, Vittorio Emanuele Orlando, in una cartolina inviata nel
1918 al padre, Manlio Borrelli, magistrato a Firenze. E a
"resistere" non contro il governo, ma contro il crollo del
senso morale, propiziato da leggi sulla giustizia varate anche da
governi dell’Ulivo.
Quanto ai Girotondi, non hanno mai chiesto la condanna di un
imputato, ma semplicemente il suo trattamento alla pari degli altri
imputati, dunque la possibilità di processarlo, senza leggi su
misura: in difesa del principio costituzionale secondo cui "la
legge è uguale per tutti". Se la Cassazione avesse deciso che
basta una manifestazione contro la corruzione per rendere una città
off limits per i processi sulla corruzione, allora nessun
processo di mafia si sarebbe potuto più celebrare a Palermo, dove
ogni tanto qualche manifestazione antimafia si fa ancora. Del resto,
è ostile al capo del governo una città in cui sindaco, presidente
della Provincia e presidente della Regione sono tutti espressi dal
Polo? È ostile un tribunale che ha già assolto in diversi processi
il "governatore" Roberto Formigoni, il senatore Marcello
Dell’Utri e (per altre vicende) lo stesso Berlusconi?
Ma questi fatti, semplici e incontrovertibili fatti,
il procuratore generale della Suprema corte ha mostrato di non
conoscerli. Ciò nonostante, le Sezioni riunite hanno respinto la
richiesta degli imputati. I giudici si erano trovati davanti,
pesante come un macigno, la domanda-trabocchetto: può un Paese
democratico permettersi di avere il suo presidente del Consiglio
condannato per un grave reato? Questa questione, a dar retta alle
indiscrezioni circolate negli ambienti politici romani, era stata
posta anche dal Quirinale, preoccupato per la stabilità
istituzionale. Nei documenti ufficiali, però, la domanda era
rimasta sempre tra le righe, mai esplicitata nelle carte inviate in
Cassazione per chiedere lo spostamento del processo da Milano.
Era ben articolata invece in pubbliche interviste rilasciate da più
d’un esponente della maggioranza di governo. Gaetano Pecorella,
parlamentare nello schieramento del Berlusconi politico e avvocato
difensore del Berlusconi imputato, l’ha ripetuta, sul Corriere
della sera, il giorno prima di andare alla fatale udienza della
Cassazione: "Sarà una decisione talmente rilevante, forse per
la storia stessa del Paese...". Attenti, dunque, supremi
giudici. La vostra decisione segnerà non solo il destino di un
processo, ma quello di un Paese.
I giudici hanno respinto al mittente questa preoccupazione politica.
E hanno giudicato sui fatti: non ci sono, a Milano, "gravi
situazioni locali, tali da turbare lo svolgimento del processo e non
altrimenti eliminabili", come recita la legge Cirami sul
legittimo sospetto. Non ci sono, a Milano, situazioni che
"pregiudicano la libera determinazione delle persone che
partecipano al processo, ovvero la sicurezza o l’incolumità
pubblica". Dunque, niente trasferimento a Brescia né a Perugia,
i processi restino a Milano e si concludano come i giudici
decideranno di concluderli.
"Causae abent sua sidera": "Ogni causa ha le
sue stelle", dice un vecchio motto latino. L’avvocato Cesare
Previti lo ha ripetuto, in un’intervista a Repubblica, il
giorno stesso in cui la Cassazione si è riunita per decidere dei
suoi processi milanesi. Se ne intende, di stelle, e di come si può
intervenire per renderle più propizie, se è vero ciò che l’accusa
gli addebita: aver pagato miliardi per comprare sentenze favorevoli
ai suoi clienti (il petroliere Nino Rovelli, l’editore Silvio
Berlusconi...).
La decisione della Cassazione del 28 gennaio 2003 è l’atto finale
di una storia iniziata il 21 novembre 1994, giorno della consegna a
Berlusconi dell’invito a comparire davanti alla Procura di Milano.
Berlusconi era da qualche mese, per la prima volta, presidente del
Consiglio. Il pool di Mani pulite, Antonio Di Pietro in testa, lo
accusò di aver pagato tangenti a uomini della guardia di finanza,
per ammorbidire controlli fiscali. Subito si scatenò la reazione:
è un attacco politico – dissero i sostenitori del premier –
contro chi ha vinto le elezioni del 27 marzo 1994. Eppure i fatti,
nel 1994, erano ancora chiari: nessun attacco al Berlusconi
politico, l’inchiesta sulle tangenti alla guardia di finanza era
nata per caso (un giovane vicebrigadiere era andato dai magistrati a
riferire che i colleghi gli avevano passato una mazzetta) e il
Berlusconi imprenditore finito nell’inchiesta era soltanto uno
degli oltre 600 indagati (da Alberto Falk a Guido Roberto Vitale, da
Giorgio Armani a Gianfranco Ferrè, passando per l’editore di Tex
Willer...
Berlusconi, del resto, era da pochi mesi "sceso in campo"
dichiarandosi, almeno in pubblico, entusiasta di Mani pulite:
"La vecchia classe politica è stata travolta dai fatti e
superata dai tempi", aveva scandito nel discorso del 26 gennaio
1994 in cui aveva annunciato, via videocassetta, la sua decisione di
candidarsi alle elezioni. In quel messaggio ("L’Italia è il
Paese che amo...") prendeva atto dell’"autoaffondamento
dei vecchi governanti, schiacciati" non dal complotto dei
giudici, ma "dal peso del debito pubblico e del sistema del
finanziamento illegale dei partiti". E, dopo aver vinto le
elezioni, aveva addirittura chiesto a due magistrati del pool,
Antonio Di Pietro e Piercamillo Davigo, di entrare nel suo primo
governo, come ministri dell’Interno e della Giustizia. Il 6
febbraio 1994, alla prima convention dei club di Forza Italia
a Roma, aveva gridato: "Basta con la vecchia politica, noi
vogliamo una politica diversa, nuova, pulita! Siamo l’Italia che
risparmia contro l’Italia che ruba. Siamo l’Italia della gente
per bene contro l’Italia dei vecchi partiti". Un appello sull’onda
emotiva di Mani pulite.
Dopo l’invito a comparire, però, la musica cambia. Comincia la
delegittimazione, l’attacco. Prima alle "toghe rosse",
poi ai "circuiti delle toghe rosse", infine alla
magistratura nel suo complesso. Con qualche significativa eccezione:
ai magistrati che si mostrano amici di Berlusconi e del suo
schieramento politico (da Tiziana Parenti a Carlo Nordio, da
Melchiorre Cirami a Nitto Palma) vengono offerte candidature, seggi
alla Camera e al Senato, contratti di collaborazione nei giornali di
famiglia.
Intanto le inchieste su Berlusconi si moltiplicano: prova della
volontà della magistratura di colpire un avversario politico,
dicono dal centrodestra; inevitabile conseguenza di reati commessi,
rispondono dalle procure, reati che i giudici devono perseguire
poiché sono obbligati ad applicare la legge nei confronti di tutti.
Nel 1995 nasce a Milano un’inchiesta su presunte corruzioni al
tribunale di Roma, su un gruppo di potenti magistrati della capitale
che, secondo le ipotesi d’accusa, vendevano sentenze e stavano a
libro paga di alcuni imprenditori. Dopo molte indagini in Italia e
all’estero, i magistrati di Milano Ilda Boccassini e Gherardo
Colombo individuano almeno alcune delle sentenze che sarebbero state
comprate: quella sul risarcimento miliardario dello Stato alla Sir
del petroliere Nino Rovelli; quella sulla vendita delle imprese
alimentari pubbliche controllate dalla Sme; quella sul Lodo
Mondadori, quando la casa editrice era contesa da Carlo De Benedetti
e Silvio Berlusconi. Tutte e tre le sentenze coinvolgono, secondo l’accusa,
l’avvocato Cesare Previti, che sarebbe stato l’intermediario dei
pagamenti tra gli imprenditori e i giudici (aveva un suo metodo per
vincere le cause, conosceva bene le stelle). Le ultime due
riguardano direttamente, sempre secondo la procura, anche Silvio
Berlusconi. All’inizio le accuse erano sostenute dalla
testimonianza di Stefania Ariosto, che dice di essere stata
testimone di alcuni passaggi di denaro ("A Rena’, te stai a
dimentica’ ’a busta!"). Poi le rogatorie giudiziarie all’estero
hanno scoperto carte bancarie che documentano passaggi di denaro
dagli imprenditori agli intermediari e da questi ai giudici di Roma.
Intanto però Berlusconi, che nel 1995-96 era in gravissime
difficoltà – giudiziarie, ma soprattutto aziendali, finanziarie e
politiche – si è ripreso. Ha quotato la sua azienda in Borsa, è
stato legittimato come "padre costituente" dalla
Bicamerale di Massimo D’Alema, ha rafforzato il suo ruolo di
leader dell’opposizione. Fino al 2001, anno in cui vince le
elezioni e torna al governo (il centrosinistra non aveva varato
alcuna legge antimonopolistica sul sistema televisivo, né sul
conflitto d’interessi).
A questo punto cominciano le manovre legislative per disinnescare le
indagini: una nuova legge sul falso in bilancio azzera in un sol
colpo tre, forse quattro processi in corso a Milano con imputato
Berlusconi; quella sulle rogatorie punta a rendere inutilizzabili le
prove (specie bancarie) raccolte all’estero; non ottiene però il
suo scopo, poiché è resa vana dalle giuridicamente più forti
convenzioni internazionali; allora la legge Cirami, approvata dal
Parlamento in tempi da record, reintroduce il legittimo sospetto e
permette il trasferimento dei processi dalla loro sede naturale.
Una legge su misura, un abito cucito sulle figure di Previti e
Berlusconi, protestano l’opposizione e il nuovo movimento dei
Girotondi. Ai promotori sfuggono conferme: indica "ciò che
succede a Milano" come molla del suo intervento lo stesso
promotore della legge, il senatore Melchiorre Cirami, in una
intervista al Corriere della sera. E Gaetano Pecorella,
sempre al Corriere, il 26 gennaio 2003 dichiara:
"Sarebbe poco leale dire che quelle leggi sarebbero state fatte
comunque (...). La legge sul legittimo sospetto è sicuramente
giusta ed è stata scritta in relazione alla vicenda milanese".
La Corte di cassazione, intanto, è stata blandita: il governo
Berlusconi ha concesso ai suoi giudici consistenti aumenti di
stipendio, e lavora per attribuire loro nuove competenze, tolte a
quei rompiscatole del Csm.
Non è servito a nulla. I giudici della Cassazione hanno detto no.
Ora Berlusconi e lo stuolo dei suoi avvocati, perso il treno per
Brescia, potrebbero tentare con nuove motivazioni di saltare su
quello per Perugia. "Non si capisce perché Milano, e quindi
Brescia, debbano giudicare ipotesi di corruzioni che sarebbero state
commesse da magistrati di Roma in processi che si sono svolti a
Roma", ha dettato Pecorella al Corriere.
Dunque, a Perugia, a Perugia. È quella la sede competente a
giudicare i magistrati di Roma. Tanto, Perugia e Brescia pari sono:
ciò che conta è tirare in lungo. Il vero obiettivo non è avere
una sentenza a Brescia o a Perugia o in qualche altro più
tranquillo tribunale d’Italia (come fare a stracciare quelle
maledette carte bancarie, destinate a traslocare in ogni sede?), ma
è non arrivare a sentenza. Mai. In nessun luogo.
La strategia processuale è perdere tempo e arrivare, finalmente,
alla prescrizione. E non (tanto) perché una condanna avrebbe
conseguenze gravissime per la credibilità del Paese e delle sue
istituzioni. Quanto per gli esiti concreti di una condanna a
Berlusconi nei processi di Milano. Il giorno dopo un’eventuale
condanna per il Lodo Mondadori, per esempio, Carlo De Benedetti
potrebbe iniziare un’azione civile per tornare in possesso della
più grande casa editrice italiana, sostenendo che gli fu scippata
con una sentenza comprata. E potrebbe chiedere di essere risarcito
per tutti gli anni in cui la Mondadori è stata illegittimamente
controllata da Berlusconi. Sarebbe il disastro economico per
Berlusconi e un terremoto per l’Italia (Mondadori è quotata in
Borsa, Mediaset pure...).
I prossimi mesi assisteremo alle contromosse. Il gioco sarà
pesante, perché pesantissima è la posta. Berlusconi, avendo
genialmente fatto diventare politici i suoi fatti personali,
ora ha al suo servizio non soltanto i suoi avvocati, consulenti e
dipendenti, ma un’intero schieramento politico, quattro o cinque
partiti, più della metà dei deputati e senatori. Tutti costretti a
difenderlo perché le sue faccende personali sono diventate
le questioni politiche da cui dipende la salute del loro
schieramento. Così Berlusconi potrà continuare la sua carriera
istituzionale, darà pacche sulla spalla a Bush e a Blair, farà le
corna nelle foto ricordo, abbraccerà il suo amico Putin. Ma tutto,
per lui, sarà più difficile. Metterà il consenso contro la
legge, i voti contro il diritto. Potrà essere tentato di
ricorrere alla piazza. Ma gli sarà più difficile tentare di
conquistare, dopo Palazzo Chigi, il Quirinale. Le sue aziende (sue
per "mera proprietà") potranno subire i contraccolpi
delle cause penali e civili. E soprattutto durissimo gli sarà
convincere i partner dell’Europa e del mondo, con qualche pacca
sulle spalle, che l’Italia è un Paese normale.
Manovre sul fronte sud. In più, dopo aver ricevuto una
bruciante sconfitta sul fronte Nord, Berlusconi resta ancora
pericolosamente impegnato sul fronte Sud. Nelle settimane precedenti
la decisione della Cassazione, dalla Sicilia gli sono arrivati un
paio di colpi durissimi. L’ultimo collaboratore di giustizia, Nino
Giuffré, braccio destro del capo dei capi Bernardo Provenzano, ha
rivelato durante un’udienza del processo per mafia contro Marcello
Dell’Utri, che Berlusconi avrebbe incontrato, nella sua villa di
Arcore, l’allora capo di Cosa nostra, Stefano Bontate. Venticinque
anni fa – racconta Giuffré – "con la scusa di andare a
trovare" il boss Vittorio Mangano assunto da Berlusconi come
fattore della villa di Arcore, Bontate si recò da Palermo a Milano
per incontrare l’imprenditore emergente Silvio Berlusconi.
Giuffré ha raccontato anche i rapporti tra Cosa nostra e Forza
Italia: "Il popolo era stufo della Dc, degli uomini politici, u
’nni putiva ’cchiù e non ne può più. Allora ha visto in
Forza Italia un’àncora... E noi, furbi, abbiamo cercato di
prendere al balzo la palla, è giusto? Tutti Forza Italia. E siamo
qua (...). Forza Italia era vista allora come la nuova Dc, come l’àncora
di salvezza di noi mafiosi (...), in cambio di favori, dell’eliminazione
dell’ergastolo, del 41 bis, della confisca dei beni...".
Dichiarazioni sconvolgenti sul capo del governo e il suo partito.
Eppure i quotidiani e le tv, che pure fino al giorno prima avevano
presentato Giuffré come testimone attendibile, tengono bassa la
notizia, non la ritengono (tranne l’Unità di Furio
Colombo) degna della prima pagina. Il New York Times
commenta: "In molti Paesi accuse di tale serietà potrebbero
quantomeno condurre a voci di un imminente crollo del governo, ma in
Italia sono a malapena registrate (...). Decenni di accuse sull’influenza
della mafia sulla politica italiana, alcune reali, altre immaginate,
hanno intorpidito gli italiani a tal punto che i quotidiani danno
più spazio alle notizie sul maltempo".
Il secondo colpo a Berlusconi è ancora più duro e ancora più
invisibile sui media. La Corte d’assise d’appello di
Caltanissetta poco prima di Natale ha depositato le motivazioni
della sentenza bis sulla strage di via D’Amelio in cui sono morti
Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta: con molte pagine che
riguardano Berlusconi. Non c’è solo mafia nella strage, ribadisce
la sentenza. Anzi, ammazzare Borsellino – in maniera così
spettacolare e a poche settimane dall’omicidio di Giovanni Falcone
– è stata per Cosa nostra una scelta addirittura
controproducente, nel breve periodo, perché ha innescato una dura
reazione antimafia dello Stato. Eppure Cosa nostra l’ha ammazzato:
perché aveva garanzie "esterne" e trattative in corso.
"Poco prima della strage di Capaci, Ganci gli aveva confidato
(a Cancemi, ndr) che Riina si era incontrato con persone
importanti", scrive la sentenza. "È bene precisare che
Cancemi non ha mai affermato che queste persone fossero Dell’Utri
e Berlusconi, e ha anzi detto che nessuno gli aveva mai confermato
esplicitamente che questo incontro vi era stato, anche se il Cancemi
non ha nascosto di avere elaborato quell’idea. Cancemi, quindi,
avanzava solo sul piano deduttivo un collegamento fra la
consumazione delle stragi e gli incontri con "persone
importanti", di cui aveva parlato in precedenza, finalizzati ai
mutamenti legislativi cui Riina aspirava. Cancemi istituiva un
collegamento di tipo logico tra i rapporti personali che il Riina
manteneva, le stragi e i mutamenti legislativi per bloccare e
screditare i pentiti. Per Cancemi la motivazione principale della
strage di via D’Amelio era di ottenere una modifica immediata
della legislazione sui pentiti. Così Riina spiegava l’urgenza di
portare a termine l’uccisione del dr. Borsellino. La strage era l’adempimento
di un impegno, di un obbligo che aveva contratto con chi gli aveva
promesso la modifica della legge".
Prosegue la sentenza: "L’accelerazione soggettivistica che
Riina ha dato agli avvenimenti nel corso del 1992, il concentrarsi
dell’interesse spasmodico alla soppressione di Paolo Borsellino
proprio quel 19 luglio del 1992, non si giustifica con il movente
della vendetta per il passato del magistrato. La scelta dei tempi
per assassinare il giudice mette in luce la complessità della
strategia, elaborata dopo la sentenza del maxiprocesso e la
conseguente svolta epocale che essa rappresentava nei rapporti tra
Stato, politica e mafia. Mette in luce altresì l’esigenza per
Cosa nostra di compiere un’autentica rivoluzione in tali rapporti,
attraverso interventi radicali, per rispondere alla condanna e alle
sue implicazioni. Nello stesso tempo i contraccolpi della prima
strage e il ruolo che Paolo Borsellino stava assumendo nelle
settimane successive alla strage di Capaci imponeva l’esigenza
della sua immediata soppressione e l’assunzione consapevole dei
costi che ciò avrebbe comportato per proseguire nella nuova
strategia. Tutto ciò si riflette sul piano esecutivo con il
succedersi frenetico di riunioni e incontri, con la mobilitazione
dell’intero corpo dell’organizzazione e la necessità per Riina
non solo di ordinare la strage, ma anche di spiegarne la necessità
e i tempi. Da qui la riunione nella villa di Calascibetta alla quale
Riina partecipa non tanto per sollecitare l’esecuzione e
verificare lo stato dell’organizzazione, ma per spiegare l’assoluta
necessità della perfetta riuscita per le sorti dell’intera
organizzazione".
Il giudice doveva morire. Borsellino doveva
morire. E subito. A ogni costo: "Non deve sorprendere in quest’ottica
che, come ha spiegato Cancemi, nei mesi successivi anche dopo la
stretta repressiva Riina ostentasse ottimismo e chiedesse ai suoi
pazienza e che Provenzano dopo l’arresto del Riina avesse ribadito
che la linea di Riina dovesse essere proseguita, quasi che fosse
stato messo in conto un periodo di indurimento dello Stato che
doveva tuttavia preludere nel tempo a un progressivo ammorbidimento
fino alla conclusione del desiderato accordo di più ampio respiro,
sulla base delle richieste più volte avanzate (...). Riina aveva
messo in conto tutto, anche il 41 bis, non aveva mai dimostrato
sorpresa per la reazione dello Stato dopo il 19 luglio, la sua era
una prospettiva di lungo periodo: "Alla lunga vinceremo
noi"".
Prosegue la sentenza: "L’omicidio del dr. Borsellino (era, ndr)
da portare a termine in fretta, con "premura"",
perché era in corso "la trattativa sui benefici che Cosa
nostra avrebbe ottenuto da quella azione. Riina aveva soggiunto che
bisognava mettere in ginocchio le istituzioni e che dovevano
dimostrare di essere i più forti. (...). Ganci, quando la riunione
si era sciolta, nel commentare con Cancemi le parole di Riina con la
frase "questo ci vuole rovinare tutti" soggiunse che il
Riina "aveva una certezza" e che stava trattando "una
cosa enorme". Nel corso di analoghe successive riunioni nel
corso delle quali Riina aveva assicurato tutti che le cose stavano
procedendo secondo i piani, fu affrontato l’argomento del carcere
duro che nel frattempo era stato ripristinato per i mafiosi. Riina
rispondeva che quella situazione momentanea sarebbe stata superata
dagli impegni che lui aveva avuto dalle persone con le quali aveva
trattato e che tutto sarebbe stato superato in futuro; che tutto
veniva fatto per il bene di Cosa nostra. Invitava a stare tranquilli
e ad avere pazienza".
Ma quali erano i motivi di tanta fretta? "La precipitazione e
la concitazione con la quale si addivenne alla esecuzione del piano
contro Borsellino è da ascrivere, invece, a tre eventi esterni che
si connettono tra loro e assumono senso alla luce delle inquietanti
dichiarazioni dei collaboratori di giustizia (...). La tradizionale
attenzione di Cosa nostra nel calibrare le proprie azioni in
rapporto ai possibili riflessi sulle decisioni di natura
politico-giudiziaria, avrebbe dovuto comportare un’astensione da
condotte idonee a far precipitare quelle decisioni in un senso
sfavorevole all’organizzazione. Un’azione eclatante di Cosa
nostra, in pendenza di situazioni incerte che da quell’azione
avrebbero potuto essere pregiudicate (in effetti la strage di via D’Amelio
determinò la conversione del decreto legge sul carcere duro con
aggravamenti) si giustifica soltanto se, a fronte di quel costo, si
fossero prospettati benefici di ben più ampia portata e sia pure a
lungo termine (...). A fronte dei malumori dei detenuti nel periodo
successivo alle stragi, Bernardo Brusca, compare di Riina, soleva
ricordare che certamente il suo compare aveva dovuto con la strage
accontentare "qualcuno a cui non poteva dire di no" e
quindi ribadiva il concetto fondamentale che ciò che poteva
apparire un "male" si sarebbe rivelato nel lungo periodo
un bene per Cosa nostra".
Infatti "fra i vecchi boss detenuti, tutti vecchi compagni d’arme
di Riina (...) era, quindi, diffusa l’opinione che nella strage di
via D’Amelio vi fosse stato un "suggeritore" esterno, al
quale il Riina non si era potuto sottrarre. Tale
"suggeritore" andava ricercato tra gli interessati all’indagine
su mafia e appalti nella quale il dr. Borsellino aveva dichiarato,
imprudentemente, di volersi impegnare a fondo, nello stesso momento
in cui Tangentopoli cominciava a profilarsi all’orizzonte. In
questo senso tanto il Brusca che il Calò ritenevano che la
decisione di uccidere il dr. Borsellino, nel momento meno opportuno,
dovesse risalire proprio a Bernardo Provenzano, dei due capi
corleonesi certamente il più sensibile all’argomento appalti
pubblici".
Borsellino e lo stalliere di Arcore. I tre
"eventi esterni" che spiegano la fretta di Cosa nostra
nell’eliminare a ogni costo Borsellino, per i giudici di
Caltanissetta sono:
1. L’intervista rilasciata nel 1991 da Borsellino al giornalista
francese Fabrizio Calvi, in cui "racconta la carriera criminale
del Mangano, esponente della famiglia mafiosa di Porta Nuova,
estorsore e grande trafficante di stupefacenti, ed espone quanto è
a sua conoscenza e quanto ritiene di rivelare sui rapporti tra
Mangano, Dell’Utri e Berlusconi. Nel corso dell’intervista il
dr. Borsellino, pur mantenendosi cauto e prudente per non rivelare
notizie coperte da segreto o riservate, consultando alcuni appunti
in suo possesso, forniva indicazioni sulla conoscenza di Mangano con
il Dell’Utri e sulla possibilità che il Mangano avesse operato,
come testa di ponte della mafia a Milano in quel medesimo ambiente
(...). Ma, se così è, non è detto che i contenuti di quell’intervista
non siano circolati tra i diversi interessati, che qualcuno non ne
abbia informato Salvatore Riina e che questi ne abbia tratto
autonomamente le dovute conseguenze, visto che, come abbiamo detto
in precedenza, questa Corte ritiene, come Brusca e non come Cancemi,
che il Riina possa aver tenuto presente nel decidere la strage gli
interessi di persone che intendeva "garantire per ora e per il
futuro", senza per questo eseguire un loro ordine o prendere
formali accordi o intese o dover mantenere promesse. Alla fine di
maggio del 1992, dopo la strage di Capaci, Cosa nostra era in
condizione di sapere che Paolo Borsellino aveva rilasciato una
clamorosa intervista televisiva a dei giornalisti stranieri, nella
quale faceva clamorose rivelazioni su possibili rapporti di Vittorio
Mangano con Dell’Utri e Berlusconi, rapporti che avrebbero potuto
nuocere fortemente sul piano dell’immagine, sul piano giudiziario
e sul piano politico a quelle forze imprenditoriali e politiche alle
quali fanno esplicito riferimento le dichiarazioni di Angelo Siino,
sulle quali i capi di Cosa nostra decisamente puntavano per ottenere
quelle riforme amministrative e legislative che conducessero in
ultima istanza ad un alleggerimento della pressione dello Stato
sulla mafia e alla revisione della condanna nel maxi processo. Con
quell’intervista Borsellino mostrava di conoscere determinate
vicende; mostrava soprattutto di non avere alcuna ritrosia a parlare
dei rapporti tra mafia e grande imprenditoria del nord, a
considerare normale che le indagini dovessero volgere in quella
direzione; non manifestava alcuna sudditanza psicologica ma anzi una
chiara propensione ad agire con gli strumenti dell’investigazione
penale senza rispetto per alcun santuario e senza timore del livello
al quale potessero attingere le sue indagini, confermando la tesi
degli intervistatori che la mafia era non solo crimine organizzato
ma anche connessione e collegamenti con ambienti insospettabili dell’economia
e della finanza. Riina aveva tutte le ragioni di essere preoccupato
per quell’intervento che poteva rovesciare i suoi progetti di
lungo periodo, ai quali stava lavorando dal momento in cui aveva
chiesto a Mangano di mettersi da parte perché intendeva gestire
personalmente i rapporti con il gruppo milanese. È questo il primo
argomento che spiega la fretta, l’urgenza e l’apparente
intempestività della strage. Agire prima che in base agli enunciati
e ai propositi impliciti di quell’intervista potesse prodursi un
qualche irreversibile intervento di tipo giudiziario".
2. La trattativa in corso tra Cosa nostra e uomini dello Stato:
"Per Brusca, Borsellino muore il 19 luglio 1992 per la
trattativa che era stata avviata fra i boss corleonesi e pezzi delle
istituzioni. Il magistrato era venuto a conoscenza della trattativa
e si era rifiutato di assecondarla e di starsene zitto. Nel giro di
pochi giorni dall’avvio della trattativa Borsellino viene
massacrato".
3. L’annuncio pubblico, fatto circolare dopo la morte di Falcone,
che Borsellino sarebbe diventato procuratore nazionale antimafia.
L’ombra dei servizi segreti. C’è,
dunque, una trattativa in corso tra pezzi dello Stato e Cosa nostra,
sullo sfondo delle stragi del 1992-93. Ma c’è anche l’ombra dei
servizi segreti. Secondo un consulente tecnico molto valorizzato
nella sentenza, il mago delle analisi dei traffici telefonici
Gioacchino Genchi, personaggi misteriosi (ma non mafiosi) hanno
tenuto sotto controllo i telefoni di Borsellino e forse hanno
controllato dall’alto – dal monte Pellegrino – la zona della
strage.
Sul monte Pellegrino sorge il Castello Utveggio, bizzarra
costruzione in cui ha sede il Cerisde, un misterioso centro studi
che, secondo Genchi, copriva un centro del Sisde, il servizio
segreto civile in quegli anni controllato a Palermo da Bruno
Contrada. L’analisi dei tabulati delle telefonate di un indagato,
Gaetano Scotto, ha evidenziato una chiamata, avvenuta qualche mese
prima della strage, tra Scotto e l’utenza del Castello Utveggio.
Sul luogo della strage, poi, scompare misteriosamente l’agenda di
Borsellino, da cui il magistrato non si separava mai. Un’utenza
telefonica clonata, in possesso di boss mafiosi, chiama uno dei
villini che si trovano lungo il tragitto che l’auto di Borsellino
ha percorso la domenica della strage, ma anche alcune utenze del
Sisde. Pochi secondi dopo l’esplosione, dalla sede del Sisde
(sempre vuota la domenica, tranne quella domenica) parte una
telefonata che raggiunge il cellulare di Contrada. Ma mentre erano
in corso queste delicatissime indagini, aveva spiegato Genchi in
aula, la pista dei possibili "aiuti esterni" viene
bruciata dall’intempestivo fermo di Pietro Scotto e lo stesso
Genchi è costretto a farsi da parte.
In conclusione, la sentenza afferma che "non vi è ragione di
ricorrere a mandanti occulti o a un terzo livello per ammettere che
nei grandi delitti di mafia esistono complicità e connivenze che il
sistema non riesce a individuare e a portare alla luce". I
giudici, richiamando il contributo portato nel processo da Genchi,
sottolineano i "condizionamenti e i veri e propri divieti
opposti a quanti all’interno degli apparati pubblici agivano con l’esclusivo
intento di ricerca della verità, e nel caso di specie all’indagine
su tracce e dati che riconducevano a un sostegno logistico ed
informativo al commando mafioso di non identificati soggetti
appartenenti ad apparati pubblici".
I giudici così concludono: "Questo processo concerne
esclusivamente gli esecutori materiali, coloro che hanno attivamente
lavorato per schiacciare il bottone del telecomando. Ma questo
stesso processo è impregnato di riferimenti, allusioni, elementi
concreti che rimandano altrove, ad altri centri di interessi, a
coloro che in linguaggio non giuridico si chiamano i "mandanti
occulti", categoria rilevante non solo sotto il profilo
giuridico, ma anche sotto quello politico e morale. E quindi qui
finisce il processo agli esecutori della strage di via D’Amelio,
ma non certamente la storia di questa strage annunciata che deve
essere ancora in parte scritta". Il resto della storia dovrà
essere scritto nei prossimi mesi.
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