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9/11: ENNESIMA CAUSA SCATENANTE?

 di Cristoforo Severone per ecomancina.com

C’è chi crede che l’11 settembre sia stato un complotto. C’è, invece, chi non può crederlo. La prima reazione di fronte alla tesi alternativa è sempre la stessa: “gli americani non si sarebbero mai fatti una cosa del genere”; ed in effetti è così. La causa non sono gli “americani”, ma un ristretto gruppo di persone, un’oligarchia, una cosca politica ed economica che detiene il potere in un determinato paese e che persegue i propri fini, diametralmente opposti a quelli delle persone che dovrebbero rappresentare. Per dimostrarlo, però, occorre che il lettore esamini gli avvenimenti in modo razionale e senza preconcetti. Il primo a postulare la tesi “complottistica” fu Thierry Meysson, il cui libro, ostacolato dalle case editrici, si è diffuso via Internet. Ma, storicamente, gli USA non sono nuovi a fatti di questo genere: nel 1898, durante il conflitto ispano-americano, Theodor Roosevelt preparò un attacco navale contro Cuba, la cui attuazione avvenne dopo l’affondamento dello USS Marine; la scintilla che permise l’entrata nella prima guerra mondiale fu l’affondamento del Lusitania; per la seconda ci fu Pearl Harbour; l’affondamento dello USS Maddox permise a L.J. di dichiarare guerra al Vietnam. Pare, quindi, che esista una certa continuità, quasi che si fosse trovato un modo efficace per trovare l’appoggio dell’opinione pubblica.

Recentemente è emerso, poiché descretato, un documento redatto dalla C.I.A. su incarico dei comandi riuniti delle forze armate nel 1962, in piena guerra fredda. Cuba non era ancora passata sotto l’ombrello sovietico, ed il vice presidente Nixon gettò le basi per la futura “baia dei Porci” (Rumsfeld). Nixon perse le elezioni, vinte da Kennedy e questi si trovò a dover decidere tra l’”Operazione Northwoods” ed il piano dell’ex vice presidente. Tale documento risulta alquanto inquietante, soprattutto alla luce degli avvenimenti dell’11 settembre. Lasciamo che sia il lettore a giudicare e ne riportiamo alcuni passaggi significativi:

“Su richiesta del comando operativo del progetto Cuba si chiede ai C. R. di descrivere, in maniera breve, ma precisa, dei possibili pretesti che essi considerano sufficienti a fornire giustificazioni per un intervento armato degli USA su Cuba”

 

“E’ possibile creare un incidente che dimostri in maniera convincente che un jet cubano ha attaccato ed abbattuto un volo charter tra gli Stati Uniti e la Giamaica, o il Guatemala, Panama o Venezuela. La destinazione verrebbe scelta essenzialmente per rendere necessario il passaggio dell’aereo sopra Cuba. I passeggeri potrebbero essere un gruppo di studenti, o qualunque altro gruppo di persone con un interesse comune, che giustifichi il fatto di aver noleggiato un volo non di linea”

 

“Un aereo della base militare di Eglin verrebbe ridipinto e numerato in modo da assomigliare in tutto e per tutto ad un aereo civile regolarmente registrato, che appartenga ad una società della CIA a Miami. Al momento opportuno il duplicato andrebbe a sostituire l’aereo civile, e vi verrebbero caricati i passeggeri al completo, tutti sotto nomi falsi accuratamente studiati. Il vero aereo civile verrebbe invece convertito in un “drone” (automa o bersaglio volante, telecomandato). “

 

“Gli orari di partenza verrebbero coordinati in modo da permettere un incontro a sud della Florida, in mare aperto. Dal punto dell’incontro in poi l’aereo con passeggeri scenderebbe a quota minima ed atterrerebbe direttamente su una pista secondaria della base di Eglin, dove tutto sarà stato preordinato per evacuare i passeggeri e riportare l’aereo alle sue condizioni iniziali”

 

“La tecnica di sostituzione prevede che il drone emerga a bassa quota e che lì si sovrapponga all’aereo vero, in modo da permettere a quest’ultimo di abbassarsi sotto la linea di visibilità, dando l’impressione ai controllori di volo di seguire sempre lo stesso oggetto volante. Il drone proseguirà lungo la rotta originale. Una volta su Cuba il drone lancerà un S.O.S. sulle frequenze internazionali, comunicando di essere stato attaccato da un MIG cubano. La trasmissione pre-registrata si interromperebbe di colpo, a causa della distruzione in volo da noi attivata a distanza”

 

A voi spettano le debite conclusioni.

Tra i tanti punti poco chiari ve n’è uno particolarmente enigmatico: i dirottatori. Secondo la versione ufficiale erano 20, scelti da Khalid Shaikh Mohamed, braccio destro di Bin Laden. Si addestrarono negli USA sui piper e non, come sarebbe sembrato più logico, in uno dei paesi ove Bin Laden vanta conoscenze altolocate (Pakistan, Afghanistan, Siria), divenendo gli zimbelli delle scuole di volo; quattro di loro si addestrarono alla base militare di Pensacola, in California, ed un altro, addirittura, appare negli elenchi dei corsi tenuti dalla CIA a Monterey. Durante la loro permanenza in Nord America cercarono, ovviamente, di attirare l’attenzione il meno possibile litigando frequentemente con i vicini, facendosi sfrattare dagli appartamenti, prendendo multe a ripetizione (mai uno dei poliziotti della stradale si accorse che erano ricercati dall’F.B.I.). Zacharias Massaoui si rivolse ad una scuola di volo chiedendo di “imparare a maneggiare un aereo di linea, ma non necessariamente a decollare o atterrare”. Khalid, che coordinava tutte le operazioni da una cabina telefonica in Pakistan, non parlava una parola d’inglese. Il 10 settembre, inoltre, una delle quattro cellule terroristiche, ognuna era composta da cinque elementi, non dormì nella città da cui sarebbe dovuta partira il giorno seguente e, a causa della fretta per lo spostamento di emergenza dovuto a questa bislacca idea, il capo Mohamed Attà lasciò la propria valigia all’aeroporto. Ora, se voi foste un terrorista che cosa vi portereste appresso il giorno di una missione sucicida? Testamento, passaporto, istruzioni per gli attentati, manuali di volo del Boeing e divise di volo dell’American Airlines, ossia tutto il materiale che gli agenti del Boureau hanno ritrovato nella valigia di Attà. Limitiamoci a dire che se l’F.B.I. avesse voluto spargere prove del passaggio di alcune persone negli USA, ed avesse voluto avere la certezza di poter collegare Attà agli attentati, non avrebbe potuto fare di meglio.

Altro dato inquietante: nelle liste passeggeri diffuse dalla compagnia aerea dopo l’attentato, non compare alcun nome arabo.

Molti si sono chiesti come mai la difesa aerea meglio organizzata del mondo non abbia saputo reagire, ed una spiegazione razionale non esiste. Le regole della FAA (Federal Aviation Authority) prevedono che, non appena un aereo civile finisca di un solo metro fuori rotta, venga allertato il NORAD (settore di controllo aereo militare), se il problema perdura il Norad fa alzare in volo due caccia dalla base più vicina che, in qualunque circostanza, nel giro di sei minuti, sono in grado di intercettare il malcapitato. Tale procedura viene effettuata una settantina di volte all’anno, sempre con pieno successo. Ma non quel giorno. Quel giorno il terzo ed il quarto aereo hanno “staccato il transponder”, ossia quell’apparecchiatura che informa i controllori di terra riguardo a sigla e posizione del volo, facendo intendere di essere dirottati e, ciò nonostante, hanno volato liberi nei cieli americani per oltre mezz’ora.

Evitiamo poi, per mancanza di spazio, di argomentare riguardo l’impossibilità di effettuare telefonate dal cielo (su cui, in sostanza, si basano gran parte delle ricostruzioni demagogiche che tendono a mostrarci i cittadini americani come eroi nazionali), evitiamo di parlare delle rotte e della strategia, quantomeno bizzarra, adottate dai dirottatori e veniamo ad un altro punto chiave: il crollo del World Trade Center.

La tesi ufficiale sostiene che la struttura sarebbe collassata poiché il calore sviluppato dall’incendio l’avrebbe progressivamente indebolita. Ma l’incendio iniziale ha esaurito quasi subito la sua virulenza e, soprattutto, l’acciaio, di cui le strutture portanti erano costituite, fonde a 1535 gradi e non uno di meno, mentre un incendio può svilupparne al massimo 800 e soltanto per brevissimi momenti. Quanto all’indebolimento progressivo è tesi anti-scientifica, poiché il materiale scelto, ovvero l’acciaio, viene utilizzato proprio in quanto grande dissipatore di calore, e non avrebbe in nessun modo potuto surriscaldarsi fino a sciogliersi come burro. Il progetto delle Torri era stato appositamente concepito per resistere, oltre che alle calamità naturali, anche all’impatto di un jet e, mentre l’Empire State Building, realizzato decenni prima, aveva resistito all’impatto fortuito di un B-52, il WTC sarebbe crollato in poche decine di minuti. Occorre precisare che il proprietario della struttura, Larry Silverstein, si è lasciato scappare, durante un’intervista, un “Ricordo che mi chiamò il comando dei pompieri per dirmi che non erano sicuri di poter contenere l’incendio, ed io ho detto beh, abbiamo già avuto questa terribile perdita di vite umane, tanto vale demolirlo. E così decisero di demolirlo e lo guardammo andare giù” davvero significativo e che, egli stesso, ha incassato un assegno miliardario dall’assicurazione, invece di dover sborsare altrettanto per eliminare i pannelli di amianto presenti negli edifici. Guardando, infine, attentamente fotografie e video del crollo, si possono notare i cosiddetti squibs, spruzzi di polvere che fuoriescono dai piani immediatamente sottostanti quelli che stanno collassando, causati dalle cariche esplosive piazzate nelle demolizioni controllate. Senza contare che l’edificio n.7 è crollato apparentemente senza motivo portando con sé una riguardevole dose di segreti, dato che ospitava diversi uffici di CIA ed NSA.

Dopo l’attacco le torri gemelle crollano nel giro di un’ora. Si parla di oltre 20.000 morti, ed il giorno successivo il mondo intero si sente, tutto, “americano”. In realtà i morti saranno meno di tremila, ma questo squilibrio è significativo: a quell’ora gli uffici avrebbero dovuto essere pieni; di fatto la distanza, enorme, di cifre, resta inspiegabile. A questo punto gli USA trovano ben poche difficoltà nell’ottenere il consenso  e l’appoggio, per invadere l’Afghanistan, avendo dalla loro l’opinione pubblica in patria ed altrove. Nella terra dell’Oppio inviano un contigente esiguo e mal organizzato che, in sostanza, non combina granché. Un risultato, però, gli americani lo ottengono: immettere al potere un ex funzionario della Unocall, multinazionale petrolifera, che nel giro di pochi giorni da il via libera alla costruzione di un oleodotto cui il regime talebano si opponeva. E’ il famigerato oleodotto del mar Caspio, che porterà agli Stati Uniti guadagni miliardari.

Normalizzato l’Afghanistan si passa all’Iraq, vero obiettivo dei Bushes, per la posizione geopoliticamente strategica e per l’enorme quantità di greggio che ivi scorre a fiumi. L’obiettivo successivo sarà l’Iran, o forse la Siria. Sostanzialmente l’undici settembre è riuscito a creare quella condizione di guerra permanente, teorizzato anche da Orwell in “1984”, cui qualunque governante sconsiderato aspira, poiché realizza in un sol colpo innalzamento vertiginoso dei consumi, apertura di nuovi mercati e mano d’opera a basso costo, decadimento dei diritti civili in patria (leggasi Patriot Act) e, consequenzialmente, maggior libertà repressiva, espansione territoriale ed acquisizione di vantaggiose aree geopolitiche.

L’attacco al Pentagono, infine, con la sua mancanza di rottami ed addirittura del velivolo stesso, con un “foro d’entrata” più stretto delle dimensioni della fusoliera dell’aereo che, presumibilmente l’avrebbe colpito, e con i numerosi testimoni che hanno riferito di aver veduto un missile, o sentito odore di cordite, rimane uno dei punti meno chiari della versione ufficiale, ed uno dei segni più evidenti di complotto.

Forse è possibile, ma non probabile, che tutti i dati esaminati non siano altro che semplici coincidenze; che tutta la vicenda sia limpida. Ma il poeta Pasolini, di fronte alle stragi italiane e le susseguenti, lacunose, versioni ufficiali, scriveva che doveva essere il pensiero razionale, il ragionamento logico a guidare verso verità certamente meno rassicuranti ed allineate, ma più approfondite e verosimili. Pare, ad ogni modo, che i complottisti, intesi come chi complotta, lascino sempre macroscopiche tracce del loro passaggio. Sta, appunto, al pensiero razionale coglierle, ma per fare questo occorre aver coraggio; è necessario superare quella concezione che ci è stata inculcata e che pretende il rispetto prioristico per i nostri governanti, quell’idealizzazione costretta che ci fa negare l’evidenza anche di fronte a prove certe, piuttosto che farci ammettere che il sistema in cui viviamo è malsano. Forse un giorno anche la strage americana verrà attribuita a settori “deviati” dei servizi segreti, perché le prove si saranno fatte troppo pesanti; ma non illudiamoci: sarà solo per difendere la loro, indifendibile, posizione. Sarà solo una piccola concessione, fatta per mettere a tacere, al pensiero razionale.