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Non sparate sul carabiniere
da Diario di Gianni Barbacetto

 

Ora che il gruppo di carabinieri che ha lavorato con il generale Giampaolo Ganzer si avvia a ricevere una richiesta di rinvio a giudizio, anche Giuseppe Incorvaia riprende a sperare. Ha 73 anni, ma non ha perso la volontà di fare luce sulla morte di suo figlio, Salvatore Incorvaia, vicecomandante della stazione carabinieri di Vimercate, alle porte di Milano.

Salvatore era un giovane carabiniere di 33 anni. Fu trovato senza vita nella sua auto il 16 giugno 1994. Aveva accanto a sé la pistola d’ordinanza, da cui era partito un colpo che lo aveva raggiunto alla tempia. Suicidio, concluse l’inchiesta. Ma il padre non ha mai creduto alla versione ufficiale. Non solo perché secondo lui Salvatore non aveva alcun motivo per uccidersi, ma anche perché una perizia medica commissionata al professor Marco Politi dell’Università di Genova ha ipotizzato che Salvatore Incorvaia sia stato ucciso altrove e solo in seguito trasportato nella sua auto.

Salvatore Incorvaia aveva avuto a che fare con i colleghi carabinieri che a Bergamo lavoravano con il Ros (il Raggruppamento operativo speciale) comandato da Ganzer. Oggi sono giunte alla fase finale le indagini su quel gruppo e i magistrati di Milano si sono convinti che usasse metodi fuori legge. Lo hanno definito "un’associazione per delinquere armata". Ritengono che gli uomini che ne facevano parte abbiano condotto molte delle loro indagini antidroga con metodi spregiudicati e fuori da ogni controllo e regola.

"Diario" ne aveva scritto nel dicembre 2002, raccontando storie di droga, di cocaina sequestrata ai trafficanti, ma poi usata dai carabinieri per moltiplicare le "brillanti operazioni". Lo schema che si ripeteva era questo: veniva segnalato l’arrivo in Italia di un carico di cocaina, di solito grazie alla soffiata di un confidente; allora i carabinieri chiedevano al magistrato un provvedimento (legale) di "ritardato sequestro", per poter completare le indagini e arrestare il maggior numero di persone coinvolte nel traffico. A volte, però, la droga scompariva in qualche caserma dei carabinieri e ricompariva in misteriose raffinerie, magari gestite dai carabinieri stessi; oppure veniva rivenduta da agenti sotto copertura a gruppi diversi da quelli inizialmente previsti.

Così una partita di 200 chili di polvere bianca, arrivata al porto di Massa, viene sequestrata da Ganzer, ma trattenuta nella caserma del Ros di Roma, sulla Salaria, nella prospettiva di "incastrare" in seguito gli acquirenti, che operavano sulla piazza di Milano. D’improvviso, però, Ganzer comunica al magistrato di Milano che conduce l’inchiesta che c’è un cambiamento di programma: l’operazione viene sospesa, ma in cambio 50 chili saranno "venduti" a Bari... Il magistrato, annusato odor di bruciato, si precipita senza preavviso alla caserma di Roma e consegna a Ganzer un decreto che impone l’immediata distruzione dello stupefacente.

Ma non sempre andava così: la squadretta del Ros aveva trovato a Bergamo un magistrato che era invece disposto, secondo l'accusa, a chiudere un occhio e anche due, Mario Conte, che infatti oggi è indagato insieme ai carabinieri dell’"associazione per delinquere armata".

C’è qualche relazione tra le operazioni antidroga realizzate da quel gruppo, l’agitarsi degli informatori usati dai carabinieri, i traffici dei narcos colpiti dalle indagini e la morte di Salvatore Incorvaia? La risposta ancora non c’è. Ma il padre del carabiniere morto nel 1994 e il suo avvocato, Francesco Mongiu, ripropongono oggi la domanda e aspettano risposte.