Geografia dei conflitti nel continente africano
Per capire le guerre in Africa occorre rivedere il concetto stesso
di conflitto: non scontro tra stati per il controllo del territorio,
né semplice riflesso di interessi strategici esterni. Qui la guerra
oppone soprattutto chi è armato e la popolazione inerme. Una
lettura dei conflitti come forma specifica della globalizzazione,
per il controllo delle risorse e la connessione ai mercati
internazionali
Alberto Sciortino
Geografia dei conflitti nel continente africano
"Nelle regioni del mondo situate al margine dei grandi
mutamenti tecnologici contemporanei, la decostruzione materiale dei
quadri territoriali esistenti va di pari passo con la messa in opera
di un’economia della costrizione il cui obiettivo è la
distruzione pura e semplice delle popolazioni superflue e lo
sfruttamento delle risorse allo stato primario. Il funzionamento di
una tale economia – e la sua sostenibilità – è subordinato al
modo in cui si stabilisce la legge di ripartizione delle armi nelle
società considerate. In queste condizioni, la guerra in quanto
economia generale non oppone più necessariamente tra loro coloro
che dispongono di armi. Oppone, di preferenza, chi dispone di armi e
coloro che ne sono privi".
(A. Mbembe, in Le Monde Diplomatique, 11.99)
Premessa
Per capire i conflitti in corso in questi anni in Africa bisogna
rivedere il nostro concetto di conflitto. Se infatti pensiamo alla
guerra come a uno scontro tra due stati o comunque tra due entità
territorialmente organizzate, che configgono per il controllo di
porzioni di territorio, non riusciremo a capire quasi nulla di ciò
che accade in varie parti dell’Africa negli ultimi decenni. Allo
stesso modo non capiremmo nulla se volessimo applicare agli attuali
conflitti africani uno schema di lettura che faccia solo riferimento
(come ai tempi della guerra fredda) agli interessi strategici
esterni. L’ipotesi di lettura che invece io propongo si pone all’interno
delle definizione contenuta nella citazione iniziale: la guerra come
economia generale; la guerra come strategia che oppone soprattutto
chi è armato e la popolazione inerme. In questo senso credo si
possa dire che il sistema economico di guerra è il modo specifico
con il quale l’Africa partecipa ai processi di globalizzazione.
Parte prima
Tra il 1954 e il 1994 si sono contati in Africa 35 conflitti
maggiori, con circa 10 milioni di morti. Nel 1990 c’erano 30
conflitti aperti. Ad oggi ce ne sono 26, che coinvolgono una
trentina di paesi, ma in realtà il numero dipende da come li si
giudica. Di questi 26 infatti, 10 hanno registrato episodi violenti
recenti, 6 sono in corso ma senza scontri recenti e altri 10 sono da
considerare "quiescenti", cioè apparentemente chiusi, ma
le cui cause restano irrisolte. Ma, variando la definizione, può
variare la "contabilità": un rapporto del PNUD del 1994
indicava che "negli ultimi 3 anni" vi erano stati 82
conflitti, ma di questi ben 79 erano non delle classiche guerre
internazionali, bensì delle crisi originate all’interno di
singoli paesi, spesso per motivi economici.
La prima parte di questa relazione, che – inutile dirlo - non
pretende di avere rintracciato una spiegazione vera una volta e per
tutte sui conflitti del continente africano, sarà quindi di tipo
principalmente descrittivo e si pone sul piano della geopolitica.
La descrizione degli avvenimenti si rende necessaria soprattutto
per l’ovvia ragione che non sempre i conflitti in corso sul
continente africano generano un sufficiente flusso di informazioni
sui nostri media. Come tutti sappiamo accade spesso che alcuni
avvenimenti, alcune fasi particolari attirino l’attenzione dei
nostri mezzi di informazione per un periodo limitato per poi
scomparire completamente per lunghi periodi o venire dimenticati per
sempre.
Personalmente ricordo molto bene le immagini televisive (in
bianco e nero) della tragedia del Biafra dei primi anni sessanta,
quando ero bambino. Tuttavia mi rendo conto che la parola Biafra da
noi ha un qualche significato solo per quelli della mia generazione,
i bambini di allora la cui immaginazione veniva ferita dalla visione
di altri bambini, neri, con il ventre gonfio, che morivano per una
ragione che era impossibile capire. Quella del Biafra è una guerra
dimenticata, ma la sua memoria ci può aiutare a comprendere ciò
che sta avvenendo oggi nel paese che comprende la regione del
Biafra, che – a proposito – è la Nigeria.
Ma procediamo con ordine, seguendo un primo criterio meramente
geografico, percorrendo da nord a sud il continente.
MAROCCO – SAHARA – MAURITANIA - ALGERIA
In questo modo il primo conflitto irrisolto che incontriamo è
quello del Sahara occidentale. Pur volendo limitare questo panorama
all’Africa propriamente subsahariana, per non correre il rischio
di dover includere anche le grandi tematiche che derivano dal
prendere in considerazione l’insieme geopolitico
arabo-mediorientale, con tutto il suo enorme portato di attualità,
non possiamo fare a meno di citare i paesi dell’area
settentrionale, araba e mediterranea, per le influenze che gli
avvenimenti che li riguardano hanno sul resto del continente. Siamo
abituati a considerare Africa bianca e Africa nera come due entità
distinte dal punto di vista della geografia umana e della politica.
Molti elementi indicano invece che non è così: esiste tra i due
insiemi una compenetrazione di tipo umano e storico prima di tutto,
ma anche di tipo politico e militare d’attualità, che la
geopolitica non può ignorare.
Nel 1976 la Spagna si apprestava a lasciare il suo dominio
coloniale, uno degli ultimi che l’Europa deteneva ancora in
Africa, sul territorio detto appunto Sahara Spagnolo. Il governo
spagnolo (era appena caduta la dittatura franchista) decideva di
suddividere questo territorio in gran parte desertico tra i
confinanti Marocco e Mauritania. D’altra parte il Marocco aveva
già precostituito posizioni con la "marcia verde" del
1975 (dettata soprattutto dalla necessità di politica interna di
riunificate il paese contro un obiettivo esterno) con la quale
vennero occupati i principali centri della parte settentrionale del
Sahara spagnolo.
Una parte della popolazione locale si oppose a tale decisione e
costituì il Fronte detto Polisario (Fronte Popolare di Liberazione
del Sahara e del Rio de Oro), che proclamava l’indipendenza della
Repubblica Araba del Sahara Democratica (RASD) e iniziava la
resistenza armata. Tale resistenza, partiti gli spagnoli, si
trasformava in guerra contro gli eserciti del Marocco e della
Mauritania che invadevano il paese. I due paesi entravano anche in
conflitto tra loro: il Marocco, in nome di ragioni storiche che
risalgono a prima dell’epoca coloniale, esprimeva rivendicazioni
su una grande fetta del deserto meridionale, che l’avevano portato
nel 1960 a opporsi alla stessa indipendenza della Mauritania. Le
mire marocchine furono apertamente osteggiate e frenate dalla
Francia, che aveva ed ha interessi nello sfruttamento del ferro
mauritano, ma la povera Mauritania comunque non poté permettersi a
lungo tale conflitto e decise di ritirarsi già nel 1979. A seguito
di ciò, il Marocco invadeva l’intero territorio dell’ex Sahara
spagnolo.
Uscita dal conflitto la Mauritania, vi entrava invece l’Algeria,
che vedeva nella creazione di uno stato indipendente da lei protetto
in quella fascia di deserto costiero un modo per garantirsi uno
sbocco sull’Atlantico, utilissimo per l’avvio delle sue risorse
naturali sui mercati mondiali. È in Algeria che si stabiliscono i
profughi sahariani e quindi le basi logistiche della guerrilla,
causando una crisi diplomatica con il Marocco.
Nel 1986 sembra arrivare una svolta: Hassan II riceve i dirigenti
del Polisario e si giunge ad un accordo per un referendum sotto l’egida
dell’ONU sul futuro del Sahara. Ma, nonostante la RASD sia
riconosciuta da 71 stati e dall’OUA, il referendum non si terrà
mai, per la politica temporeggiatrice del Marocco che continua ad
insediare coloni nel territorio sahariano per acquisire consensi in
vista di questo referendum ormai ridotto ad un miraggio.
Nel 1989 viene creata l’Unione del Maghreb Arabo (UMA), ma
questo non favorisce la ripresa delle relazioni diplomatiche tra
Marocco e Algeria (che nel 1999 riafferma ancora il proprio appoggio
incondizionato all’indipendenza del Sahara), relazioni che saranno
riallacciate solo nel 2000 (ma la frontiera terreste resta chiusa).
In quello stesso anno, una nuova tornata di negoziati sulla
questione del Sahara si conclude senza risultati. Ancora nel 2002 il
Marocco riafferma la propria sovranità sul territorio sahariano e l’assenza
di scontri armati si spiega solo con la decisione unilaterale del
Fronte Polisario di abbandonare la lotta violenta, decisione
peraltro revocata di recente (al momento senza conseguenze).
MAROCCO - SPAGNA
Per quanto la cosa difficilmente avrà conseguenze militari, il
Marocco ha riaperto di recente il dossier delle rivendicazioni
territoriali con la Spagna (che com’è noto possiede ancora due
enclaves – Ceuta e Melilla – in territorio marocchino), con la
breve occupazione dell’isolotto di Perejil (Leila in arabo)
interrotta dalle truppe spagnole. Non è da escludere che – a
parte motivazioni nazionaliste rivolte alla politica interna –
alla base ci sia la decisione spagnola di autorizzare alla francese
TotalFinaElf e alla statunitense Kerr McGee prospezioni petrolifere
nelle acque tra il Sahara occidentale e le Canarie.
MAURITANIA - SENEGAL
Spostandoci un poco più a sud incontriamo il primo caso
rappresentativo delle possibili tensioni che derivano da quella
compenetrazione tra Africa bianca e Africa nera cui accennavo prima.
La Mauritania, il Mali, il Niger, il Ciad e il Sudan sono paesi
al cui interno passa la linea di demarcazione (per nulla netta e
definita) tra queste due entità. Tutti questi paesi in qualche modo
hanno subito conseguenze derivanti da questa condizione.
Nel 1989 la Mauritania ha assistito a un conflitto interno tra le
due comunità che si è subito trasformato in conflitto
internazionale con il confinante Senegal. La Mauritania infatti,
paese enorme di oltre 1 milione di kmq, è in buona parte un deserto
costellato da rare oasi e cittadine su quelle che un tempo erano le
piste carovaniere. Una ristretta fascia a sud del deserto è
costituita da una zona secca su cui la vegetazione cresce solo
durante la breve stagione delle piogge, ed è abitata per lo più da
pastori di origine araba o berbera. Infine, solo la vallata del
fiume Senegal, che fa da confine con il paese omonimo, è provvista
di terre coltivabili, e dal punto di vista sociale ed umano entra a
pieno titolo nell’Africa nera: la sua popolazione, pur essendo
musulmana come il resto del paese, non è di bianchi arabofoni, ma
di neri che parlano il peul (o pular) o il wolof. Ebbene nel 1989 le
due comunità, bianca e nera, presero a scontrarsi, ufficialmente
proprio per il controllo di quelle terre, che i pastori arabi
"bianchi" rivendicavano per le proprie attività, specie a
seguito di un periodo di intensa siccità che aveva ridotto la
portata nutritiva dei pascoli. L’accusa ai neri venne subito
riportata sul piano etnico e nazionalistico: si disse che le terre
erano occupate da "senegalesi", e in effetti era
perfettamente normale che a sfruttare le terre fosse una popolazione
che per sua natura era ed è transfrontaliera: spesso la stessa
famiglia ha componenti che abitano nei villaggi della riva nord del
fiume (che è mauritana) e altri in villaggi della riva sud (che è
senegalese), e persino parenti in Mali, l’altro paese che
condivide la valle e le acque del fiume.
Nel 1989 la caccia al "senegalese" organizzata dagli
"arabi", durante la quale decine di migliaia di persone
furono espulse verso il Senegal e alcune migliaia uccise, ebbe come
immediata risposta una caccia al mauritano organizzata in Senegal e
la rottura delle relazioni tra i due paesi. Le relazioni sono state
in seguito riprese (1992), ma il conflitto tra le due comunità
rimane latente (ed è ancora adoperato come argomento di politica
interna, anche se va registrato che non è entrato nel recente –
2003 – tentativo di golpe), anche a causa della permanenza di un
problema di profughi.
NIGER
Scontri si sono verificati in Niger nei primi anni ‘90 con i
Tuareg del Fronte di Liberazione dell’Air e dell’Azawak, che
rivendicano l’autonomia di queste regioni, con i quali si è
giunti ad un accordo di pace nel 1995. D’altra parte nel 1996 in
Niger c’è stato un colpo di stato. Nel 1997 si sono verificate
azioni violente di un movimento della minoranza toubou ai confini
con la Libia. Nel 1998 l’Unione delle Forze della Resistenza
Armata (tuareg e toubou) ha completato il proprio disarmo e il
Frante Democratico Rivoluzionario (toubou) ha sottoscritto un
cessate il fuoco, che ha consentito il ritorno di profughi stanziati
in Algeria. Ma un altro colpo di stato, nel 1999, a seguito del
quale si è insediato un governo civile, ha rinnovato una situazione
di instabilità nella quale l’applicazione degli accordi coi i
Touareg è ancora in buona parte ipotetica. Disordini proseguono al
nord e proseguono le azioni della dissidenza toubou.
Due altri dossier si sono aperti intanto in Niger. Da un lato
quello religioso: nel quadro del crescente antagonismo tra islam e
altre confessioni vissuto da tutti paesi del sahel, scontri si sono
verificati a Niamey nel 2000. Sempre nel 2000 si è riaperta la
contesa di frontiera, anche con episodi violenti, tra Niger e Benin
su alcune isole del fiume Niger, nonostante un accordo che risale al
1965.
MALI
In Mali, invece, un analogo conflitto con i Tuareg sembra essere
stato formalmente risolto da un accordo del 1992, che riconosce uno
status particolare al nord tuareg (anche se profughi tuareg dal Mali
hanno continuato a fuggire in Burkina, ancora nel 1995). Il governo
ha comunque posto fine alle violenze perpetrate contro i tuareg da
un movimento di etnia songhai. Anche se episodi di violenza si sono
registrati nelle regioni settentrionali ancora nel 2000 e nel 2001,
il governo presenta come prova della risoluzione del problema l’avvenuta
consegna delle armi da parte dei movimenti tuareg.
Un problema tuareg, che si esprime più che altro come
banditismo, esiste anche in Mauritania.
CIAD - LIBIA
La divisione coloniale delle frontiere aveva tagliato in due
alcune popolazioni, tra cui l’ordine musulmano della Senussiya,
artefice principale della resistenza all’occupazione della Libia
da parte dell’Italia fascista. Nel 1973 la Libia di Gheddafi
occupò la cosiddetta fascia di Aouzou, territorio assegnato al
Ciad. Fino al 1976 né la Francia, protettrice del Ciad, né lo
stesso Ciad ritennero di dover reagire (si tratta di una zona
desertica). Ma a un certo punto nello scontro entra il tentativo
delle potenze occidentali, con in testa gli USA, di abbattere
Gheddafi. Uno degli strumenti per farlo è l’appoggio al regine
ciadiano. La Libia da parte sua fomenta l’opposizione interna del
Ciad.
In Ciad, dove ribellione armate si susseguono dal 1965, la
Francia aveva aiutato il presidente Hissène Habré ad arrivare al
potere, poi l’aveva sostenuto in uno scontro interno del 1983
contro oppositori sostenuti dalla Libia. Nel corso degli anni ’80
anche la CIA lo aveva aiutato, in un contesto internazionale che
vedeva svolgersi l’attacco militare alla caserma di Tripoli (1984)
e il bombardamento di Tripoli da parte dell’aviazione statunitense
(1986: come si ricorderà la crisi internazionale USA-Libia a un
certo punto aveva coinvolto anche l’Italia, che pure aveva sempre
lasciato aperti i canali diplomatici con Tripoli, e determinato l’esplosione
di alcuni missili libici al largo di Lampedusa). Ma dal dicembre
1990 la Francia non sostiene più Habré (è cambiato il clima dopo
la fine della guerra fredda?) e quindi l’opposizione interna lo
sostituisce con Idriss Déby. Nonostante sia quindi giunto al potere
con le armi libiche, Déby non concede nulla alla Libia sulla
contesa relativa alla fascia di Aouzou, che invece sottopone alla
Corte internazionale dell’Aja, la quale infine da ragione al Ciad
(1994). Il conflitto sembra così risolto: una riconciliazione
definitiva, con l’apertura della frontiera, è stata sottoscritta
nel 1999.
CIAD
Nello stesso 1994 il Ciad raggiunge un accordo di pace con il
movimento ribelle interno (Fronte Nazionale del Ciad). Ma la contesa
resta aperta, con sporadiche violenze "autonomiste"
(1995-6) nella zona del lago e nel sud, dove il problema è
complicato da interessi petroliferi del governo centrale e di
imprese statunitensi e francesi. Nel 1997 è stato firmato un
accordo di riconciliazione con i guerriglieri federalisti del sud,
seguito da un altro nel 1998. Questi accordi non hanno impedito l’apertura
di un nuovo fronte nella zona del Tibesti con scontri con il
Movimento per la Democrazia e la Giustizia in Ciad, guidato da un ex
ministro, a composizione essenzialmente toubou, i cui successi
militari, ripetutisi nel 1999, hanno avuto anche il favore degli
altri movimenti armati. Nel 2000 i movimenti armati, spesso guidati
da ex politici di regime, si sono alleati, mentre le truppe francesi
si sono una volta tanto tenute neutrali. Ancora scontri nel 2001 e
2002.
La situazione di insicurezza ha indotto gli investitori
internazionali (Shell e Elf-Aquitaine) a ritirarsi dalla regione
petrolifera di Doba e la Banca Europea per gli Investimenti a
ritirare il proprio finanziamento. Ma un cartello dei finanziatori
è stato ricostituito su iniziativa della Banca Mondiale nel 2000 (Exxon,
Chevron, Petronas) e i primi ricavi per il governo ciadiano sono
stai destinati… al ministero della difesa.
Di recente (2001-2002) sono sorte tensioni di frontiera tra il
Ciad e la Repubblica Centrafricana, che si accusano vicendevolmente
di proteggere oppositori.
SUDAN
Da decenni esiste una resistenza armata di tipo autonomistico nel
sud sudanese, zona abitata da popolazioni nere, in contrasto con gli
arabi bianchi musulmani che detengono il potere a Khartum.
Un tempo sostenuta dall’Etiopia, nel 1991, a seguito della
caduta di Menghistu, questa opposizione armata del sud ha perso le
sue basi in questo paese ed è stata costretta a rifugiarsi in
Kenya. In cambio, il Sudan ha cessato il proprio appoggio all’opposizione
liberale etiope basata in Sudan. In compenso è la neonata Eritrea
(1993) che si è intromessa adesso nella lotta tra Khartum e i
ribelli, sostenendo questi ultimi, con la speranza di ottenere in
tal modo appoggio dagli USA, che adesso hanno dichiarato il Sudan
proprio nemico (dopo averlo usato come base per destabilizzare l’Etiopia
di Menghistu).
Nel 1996 si è giunti ad un accordo tra il governo e varie
fazioni ribelli, ma non col il SPLA, la fazione più importante,
mentre l’ONU ha imposto sanzioni al paese. L’avanzata dei
ribelli è ripresa nel 1997 con il sostegno dell’Eritrea, mentre
il governo non può più contare sul supporto del deposto dittatore
congolese Mobutu, deposto, per interventi alle frontiere. Nel 1999
è stato proclamato lo stato d’emergenza. La guerra tocca ormai le
regioni di Equatoria, Monti Nuba, Nilo Blu e Est sudanese (confine
con l’Eritrea). Nel 2001, a seguito di un’offensiva governativa,
dopo il fallimento di ulteriori colloqui, nuove ondate di profughi
si sono riversate verso Kenya e Uganda. I negoziati sono ripresi nel
2002. Dal 1983 la guerra del sud Sudan avrebbe fatto oltre un
milione di morti e 4 milioni e mezzo di profughi.
Schierato a fianco dell’ex nemico etiope nella guerra con l’Eritrea,
il Sudan è uscito dall’isolamento internazionale (ripresa
rapporti con la UE, la Francia, la Gran Bretagna e l’Italia)
soprattutto grazie ai contratti di sfruttamento petrolifero concessi
nel sud, che hanno fornito nuove entrate al governo. Per assicurare
tali contratti, il governo ha ripetutamente bombardato alcune zone
del sud, che sono state totalmente svuotate delle popolazioni. In
questo contesto l’Eritrea ha sostenuto anche con azioni anche
militari i ribelli sudanesi del sud.
Mentre nel 1998 gli Stati Uniti hanno accusato il Sudan (e l’Afghanistan)
di essere dietro gli attentati alle ambasciate statunitensi di
Nairobi e Dar es-Salam, dopo l’11 settembre il Sudan ha ripreso i
rapporti con gli USA che non appoggiano l’opzione autonomista dei
movimenti del sud, ma che hanno chiesto in segno di buona volontà
al governo di Khartum il cessate il fuoco nel sud. Ma questa
richiesta non ha avuto seguito, anzi una forte offensiva governativa
si è dispiegata nella primavera 2002.
L’instabilità nel sud del Sudan si è trasmessa all’Uganda
per esplicita scelta del governo sudanese il quale, convinto che l’Uganda
dia rifugio e sostegno ai ribelli, ha cominciato a sostenere a sua
volta movimenti autonomistici più o meno inventati nel nord e nell’ovest
dell’Uganda (ne riparleremo più oltre).
EGITTO – SUDAN
C’è tra questi due paesi un conflitto irrisolto per la zona di
Halaib, sul mar Rosso, che infatti spesso si vede indicata con due
frontiere nelle carte. E’ possibile che nella zona vi sia petrolio
e quindi, anche se non si sono registrati episodi di guerra aperta,
la questione non può essere chiusa.
Nella guerra del golfo contro l’Iraq (1991), il Sudan
(governato dagli "islamismi") è stato a fianco dell’Iraq,
e questo ha acuito le tensioni con l’Egitto, che invece stava nel
fronte degli arabi "moderati" (cioè di fatto con gli
USA). Per l’Egitto, il Sudan è una strategica riserva di acqua,
un granaio e un’area da tenere sotto controllo per l’influenza
che ai due lati della frontiera hanno le "fratellanze"
islamiche (la setta Khatmiya ha ad esempio 12 milioni di aderenti
dalla due parti). L’Egitto inoltre spera in una risoluzione del
conflitto del sud sudanese per realizzare alcune opere sull’alto
Nilo a vantaggio della propria agricoltura.
SENEGAL – CASAMANCE
C’è un conflitto africano che per essere descritto necessita
che si parta dal 1578. In quell’anno le mire portoghesi di
conquista del Marocco si infransero definitivamente nella battaglia
di Oued el-Kabir, dove lo stesso re portoghese perse la vita. Di
questa morte e di quella sconfitta approfittò la Spagna per
invadere il Portogallo e dominarlo per 60 anni. Ma il Portogallo
aveva anche le colonie, che non sempre seguirono la sorte della
madrepatria. Uno dei reali di Lisbona fuggì in Inghilterra, paese
alleato, e in cambio della protezione inglese cedette alla corona di
Londra i "propri" diritti su alcune basi alla foce del
fiume Gambia, diritti invero più immaginati che reali, ma che
fecero sì che nella successiva spartizione coloniale dell’Africa
si incuneasse tra i territori francesi del Senegal e della valle del
Casamance una zona di interesse inglese. Al momento della
decolonizzazione, mentre Senegal e Casamance venivano unificati
nello stato senegalese, il Gambia – anglofono – faceva stato a
sé.
Tutto questo per spiegare la strana conformazione dei confini
attuali, che costituisce una delle argomentazioni del movimento
indipendentista della Casamance. Questa regione, malamente collegata
al resto del paese, ne costituisce la regione più ricca in risorse
agricole e con grosse potenzialità nel turismo e nella pesca.
Queste ricchezze non hanno mancato di attirare insediamenti di
senegalesi di altre regioni, specie quando, ed è il caso degli anni
’80, le altre regioni sono state vittima di ondate di siccità. A
partire dagli anni ’70 le infrastrutture di trasporto, turismo e
pesca sono state sviluppate a vantaggio di popolazioni ed interessi
economici provenienti da altre parti del paese o addirittura dall’estero.
Il risultato è che dal 1982 la zona è teatro di scontri,
ripetutisi fino al 1997, che hanno preso la forma di un movimento
indipendentista dell’etnia dioula contro il centralismo dello
stato senegalese, anche se la distinzione tra il vero e proprio
movimento ribelle e il semplice banditismo non è sempre chiara. Gli
Stati Uniti e la Francia, "protettori" del governo
senegalese, sono intervenuti a sostegno della repressione con aiuti,
tanto che si può affermare che il conflitto è a costo zero per lo
stato senegalese. Nel 2001 è stato sottoscritto tra il governo
senegalese e i ribelli della Casamance un accordo di pace.
Un risvolto internazionale di questo conflitto sta nel fatto che
i ribelli hanno basi in Guinea Bissau, cosa che ha indotto nel 1998
l’esercito senegalese a intervenire a Bissau in difesa del governo
locale, contro una ribellione ritenuta legata al Movimento delle
Forze Democratiche di Casamance.
LIBERIA
Anche se le tre crisi sono fortemente intrecciate (nelle cause e
negli avvenimenti) cerchiamo di tracciare separatamente il corso
degli eventi in Liberia, Sierra Leone e Guinea Conakry.
Dal 1980 la Liberia è stata sotto la dittatura di Samuel Doé,
il cui regime autoritario era ampiamente sostenuto dagli Stati
Uniti. Nelle regioni orientali si è sviluppata dal 1989 una
guerriglia di contestazione che ha preso la forma della
rivendicazione etnica delle popolazioni dan/gyo, e che si è
organizzata nel Fronte Nazionale Patriottico Liberiano (FNPL)
guidato da Charles Taylor. Uno dei centri su cui si è articolato lo
scontro sin dall’inizio sono le miniere di ferro dei monti Nimba,
ma ben presto la guerra si concentra sulle piantagioni di alberi da
gomma e soprattutto sulle miniere di diamanti.
Nel 1990 è stata costituita una forza di interposizione per
iniziativa della Comunità Economica degli Stati dell’Africa dell’Ovest
(CEDEAO, o Ecowas in sigla anglofona)[1], con un contingente (Ecomog)
che vede al suo interno un ruolo prevalente della Nigeria. C’è
chi parla a tal proposito di inizio della capacità degli africani
di regolare le proprie questioni senza fare ricorso agli interventi
esterni, ma – a parte l’incapacità di fatto della forza di
frenare il conflitto - non si può non sottolineare come la stessa
Nigeria abbia interessi politici e di egemonia regionale che la
spingono al ruolo attivo. Di fatto l’Ecomog blocca Taylor alle
porte di Monrovia (e quindi non svolge un ruolo neutrale).
Nello stesso 1990 Samuel Doé viene assassinato. Vari
"presidenti" si autoproclamano al suo posto: uno di questi
è Taylor, sostenuto dalla Costa d’Avorio (all’epoca ancora
governata dal "padre padrone" dell’indipendenza
Houphouet-Boigny, che aveva già tentato di sostenere un golpe
contro Doé) e dal Burkina Faso di Blaise Compaorè[2]. L’appoggio
del Burkina porta a Taylor anche quello della Libia (mentre Doé su
pressione statunitense aveva espulso i consiglieri militari libici e
accolto quelli israeliani). Il Ghana[3] sostiene altri oppositori di
Doé che non si pongono nel campo filo statunitense. La Nigeria e la
Guinea Conakry, che stavano a fianco di Doé, e che adesso tentano
di usare l’Ecomog per bloccare l’avanzata di Taylor sostengono
un ulteriore candidato. Dietro di loro, gli Stati Uniti (sono loro
che incitano la Nigeria a costituire l’Ecomog, cui partecipano il
Ghana, la Guinea, il Gambia e la Sierra Leone).
Dal 1991 nasce un nuovo movimento all’ovest, l’ULIMO (Mov.
Unito di Liberazione per la Democrazia), che destabilizza… la
Sierra Leone. Un nuovo conflitto nasce così in Sierra Leone (vedi
sotto). Al sud della Libera nasce una nuova fazione ribelle, il
Liberian Peace Council, e ancora un’altra al confine guineano (Lopa
Defence Force), determinando un nuovo punto di crisi in quest’ultimo
paese (vedi ancora sotto). Alcuni scontri si estendono alla Costa d’Avorio,
le cui regioni orientali sono abitate da etnie transfrontaliere (una
delle quali è l’etnia di provenienza dell’ex dittatore Doé, un’altra
quella a cui si appoggia Taylor). Contro tutte queste fazioni, l’Ecomog
insedia un governo provvisorio. Un flusso di oltre 650.000 profughi
liberiani si dirige per lo più verso la Guinea e la Costa d’Avorio.
Nel 1993 è sottoscritto un accordo di pace per la Liberia., seguito
da un tentativo di golpe nel 1994. Un cessate il fuoco del 1995 non
è rispettato, anzi i combattimenti si intensificano per tutto il
1996.
Nel 1997 in Liberia si tengono finalmente elezioni: Taylor viene
eletto presidente, ma inizia lo scontro con una fazione ribelle,
mentre le forze di Taylor, adesso esercito regolare, continuano a
saccheggiare la popolazione.
Nel 2001, mentre il conflitto liberiano si è ormai esteso
apertamente alla Guinea Conakry, l’ONU impone sanzioni alla
Liberia (governo Taylor) per il suo sostegno al RUF della Sierra
Leone. Nella stessa Liberia gli scontri proseguono e il presidente
Taylor ne accusa la Guinea e la Gran Bretagna. Un accordo di pace
generale per l’area Sierra Leone – Liberia – Guinea Conakry è
sottoscritto con la mediazione del Marocco nel 2002. Nel 2003, con
la fuga di Taylor, la situazione in Liberia si è nuovamente
ribaltata, mentre nelle campagne i gruppi armati continuano ad
operare.
SIERRA LEONE
Apertamente stimolato dalle fazioni in lotta in Liberia (e in
particolare dal FNPL di Taylor, il conflitto che inizia in Sierra
Leone nel 1991 genera ondate di profughi verso la Guinea e la stessa
Liberia. Anche se lo scontro prende la forma di guerra di etnie;
alla base vi è la disgregazione delle strutture statali dovuta all’assoluta
mancanza di risorse, conseguenza della crisi economica. La fazione
principale è il Fronte Rivoluzionario Unito (RUF), sostenuto dal
FNPL. A fianco del governo della Sierra Leone si schiera invece la
Guinea Conakry. Il RUF professa una vaga idea socialista, ma in
realtà l’unica molla che spinge molti giovani ad aderire è la
fame. I soldati regolari disertano. I capi della guerriglia
combattono per il controllo dei diamanti, con i quali pagano anche
mercenari dall’Ucraina o dal Sudafrica e le armi.
Nell’aprile 1992 in Sierra Leone un golpe sostituisce militari
con altri militari, ma questo non frena la guerra per bande. Il RUF
riesce ad isolare la zona diamantifera e toglierla al controllo del
governo di Freetown. Nel resto del paese prolifera il crimine e si
acuisce il fenomeno dei bambini soldato. Del resto l’esercito
"regolare" non è da meno, facendo ampio uso di mercenari
(persino nepalesi), finanziandosi con i saccheggi, e rivolgendosi
per certi servizi a società private di protezione di origine
sudafricana.
Nel 1995 la guerriglia del RUF si intensifica e l’anno dopo un
nuovo golpe militare sostituisce la giunta al potere.
Successivamente si tengono elezioni e un nuovo golpe nel 1997: il
presidente civile fugge in Guinea, mentre il RUF partecipa al
governo militare. Con gli accordi di Conakry l’esercito
restituisce il potere ai civili ed è posto sotto controllo dell’Ecomog.
Quest’ultima nel 1998 occupa Freetown e arresta i leaders del
RUF, scatenando una violenta reazione dei ribelli, che l’anno
successivo attuano una forte offensiva. Con gli accordi di Lomé si
sottoscrive la pace in cambio di una amnistia; il RUF entra nel
governo, ma la violenza è ormai endemica. Nel 2000 il RUF della
Sierra Leone prende in ostaggio 500 caschi blu che sono liberati per
la mediazione del presidente liberiano Taylor. Nella crisi entra
attivamente un contingente britannico (di fatto a sostegno del
governo della Sierra Leone). I leader del RUF sono arrestati.
Mentre paradossalmente l’Ecowas nomina proprio Taylor (il
"padrino" politico del RUF della Sierra Leone) come
mediatore nel conflitto della Sierra Leone, nel 2001 l’ONU impone
sanzioni alla Liberia proprio per il suo sostegno al RUF. Un
offensiva del governo della Sierra Leone contro ribelli è sostenuta
anche dalla Guinea Conakry.
Dopo gli accordi del 2002, in occasione delle elezioni dello
stesso anno, il RUF si è trasformato in movimento politico,
dimostrando peraltro di non avere seguito.
GUINEA CONAKRY
A causa degli scontri nelle zone di confine, anche in Guinea
intanto la politica interna si polarizza intorno a sostenitori e
oppositori della ribellione liberiana di Taylor. Nel 2000 questa
polarizzazione si trasforma in conflitto aperto: l’esercito
regolare si scontra con i ribelli del RFGD. Le due parti sono
sostenute rispettivamente dal governo della Sierra Leone e dall’opposizione
Liberiana (con il governo guineano); dal governo liberiano e dall’opposizione
della Sierra Leone (con il RFGD).
Da parte sua la Guinea ha utilizzato l’opposizione a Taylor,
inviso agli Stati Uniti, per ottenere accordi economici con gli USA,
proprio mentre UE e FMI rimettevano in discussione la propria
cooperazione a causa delle forti illegalità politiche del governo
guineano. Nel 2002 anche la situazione guineana è rientrata nell’accordo
generale per i tre paesi.
COSTA D’AVORIO
Considerato per decenni uno dei paesi più stabili dell’intero
continente, a partire dal 1999 è stato scosso da una serie di colpi
di stato e di tentativi di colpi di stato che hanno lasciato una
situazione di instabilità generalizzata e alcune province sotto il
controllo di gruppi ribelli, a volte in contatto con analoghi gruppi
della confinante Liberia.
Nel 1999 il governo di Konan Bedié, successore designato del
padre dell’indipendenza Houphouët-Boigny, in un clima di
crescente tensione sulla questione della "ivorianità" (su
cui torneremo) è stato abbattuto dal colpo di stato del generale
Gueï. Un altro tentativo di colpo di stato nel 2000 è stato
seguito da elezioni, nelle quali si è impedita la partecipazione ad
alcuni candidati sulla base della nascita non ivoriana. Le violenze
sono proseguite soprattutto nel nord ovest del paese, e hanno
assunto l’aspetto di "caccia allo straniero". La
Francia, intervenuta per difendere i cittadini europei, è stata
accusata di difendere in realtà il governo. Nel settembre 2002 un
nuovo tentativo di golpe ha riacceso la tensione. Inoltre, come già
ricordato, il paese è stato coinvolto anche nel conflitto
liberiano, a causa delle tensioni che questo ha generato tra
popolazioni che vivono da entrambe le parti della frontiera.
Dopo che accordi di pace firmati in Francia nel gennaio 2003 non
sono stati rispettati, di recente (novembre 2003) un ulteriore
tentativo di mediazione dei paesi dell’Ecowas si è rivelato
fallimentare, mentre i ribelli, riuniti nel "cartello Forze
Nuove", si sono ritirati dal governo di unità nazionale
costituito nell’ambito di quegli accordi. Queste forza, che
controllano il nord del paese, hanno ripreso a parlare della
necessità di separare il paese, rendendo il nord indipendente.
NIGERIA
Nella regione del delta del Niger varie popolazioni (gli Ogoni,
gli Ijaws, gli Itsakiris, gli Urhobos) si scontrano tra loro, con lo
stato nigeriano e soprattutto con il potere delle multinazionali del
petrolio, in un conflitto "a bassa intensità". Attentati
alle strutture petrolifere del delta del fiume Niger si sono
verificati nel 1998, ma in realtà finora i danni alla produzione e
ai profitti petrolieri non sono stati particolarmente rilevanti,
visto il carattere off-shore di buona parte della produzione.
Nelle regioni dell’est si sono verificati scontri nel 1992. Le
elezioni del 1993 hanno visto un intervento dell’esercito. Gli
scontri con gli Ogoni hanno avuto un aggravamento nel 1995, anno in
cui il regime ha condannato a morte i leader del movimento (tra cui
lo scrittore Ken Saro-Wiwa). Nel 1999 la città di Lagos è stata
teatro di scontri tra haussa e yoruba e scontri sono proseguiti,
nonostante l’avvento di un regime più "democratico" con
le minoranze delle zone petrolifere (in particolare gli Ijaws) che
reclamano una migliore distribuzione dei profitti, oltre che un
risarcimento dei danni ambientali provocati dalle infrastrutture
petrolifere. Nel 2000 l’applicazione della sharia ha causato
scontri nello stato di Kadana, che sono proseguiti nel 2001. Scontri
"etnici" si sono verificati nel 2001 negli stati di
Nasarawa, Benue e Plateau.
CAMERUN
La prima questione che riguarda questo paese sembra essere
soprattutto una crisi interna, che trova le sue radici nella
definizione coloniale e postcoloniale delle frontiere. Dalla fase
dello "scrambling" (termine con cui si indica la
spartizione dell’Africa tra gli europei negli ultimi decenni dell’800)
alla prima guerra mondiale, il Camerun fu zona di interesse e poi
colonia tedesca. La vita delle colonie tedesche terminò appunto con
la guerra e nel 1922 quello che i portoghesi avevano chiamato
"paese dei gamberi" (Camarões) viene suddiviso dalla
Società delle Nazioni tra una zona di influenza britannica, di
fatto amministrata dalla colonia britannica della Nigeria, e una
zona di influenza francese, annessa all’Africa centrale francese.
Al momento dell’indipendenza una serie di referendum sancì l’unificazione
di questo paese (tranne una piccola zona settentrionale che scelse l’annessione
alla Nigeria), che è rimasto bilingue e ha visto svilupparsi al suo
interno alcuni contrasti tra le comunità "anglofone" e
quelle "francofone". Ad oggi, nelle regione occidentali
operano movimenti separatisti e autonomisti, che nel 1997 hanno
tentato senza successo un’insurrezione armata.
NIGERIA - CAMERUN
In questi contrasti non si sarebbero inseriti interessi stranieri
se non per una seconda questione: il petrolio. La penisola di
Bakassi viene a causa del petrolio contesa tra Camerun e Nigeria. Un
conflitto di frontiera si è verificato per questa ragione nel
1994-5. Nel 1995 il Camerun si è rivolto alla corte dell’Aja. Nel
1996, nonostante un accordo, gli scontri sono proseguiti. La
questione è ancora aperta.
REPUBBLICA CENTRAFRICANA
È un paese strutturalmente instabile, teatro di una continua
lotta per il potere.
Il paese ha ospitato fino al 2000 basi militari francesi che
insieme a quelle del Senegal, del Gabon e di Gibuti hanno costituito
l’ossatura del sistema d’intervento francese nel continente. E’
quindi la Francia che sostiene negli anni ’70 il dittatore Bokassa[4]
e nel 1979 è la Francia stessa che lo sostituisce. Per tutti i 10
anni seguenti un consigliere francese sarà attivo presso la
presidenza e nel 1993 si svolgono elezioni la cui logistica è
assicurata dall’esercito francese. Ancora nel 1996 la Francia
interviene militarmente per salvare la presidenza di Patassé (già
ministro di Bokassa) da una rivolta militare inizialmente nata per
ragioni economiche.
Nel 1997 sono proseguiti gli scontri e l’instabilità è stata
accentuata dagli avvenimenti militari vissuti dai vicini Congo
Kinshasa e Congo Brazzaville, che hanno messo in crisi la sicurezza
dell’asse fluviale Obangui-Congo, una delle poche finestre verso l’esterno
della Repubblica Centrafricana. Nel 2001 un tentativo di golpe è
stato violentemente represso, con il sostegno di truppe libiche e
dei ribelli (filo-ugandesi) del nord della Repubblica Democratica
del Congo. La repressione ha assunto la forma di persecuzione dell’etnia
yakoma.
CORNO D’AFRICA (ETIOPIA – ERITREA – GIBUTI – SOMALIA)
Si tratta indubbiamente di una delle aree calde del continente.
Se consideriamo tutti i tipi di crisi militare e di sicurezza, anche
di derivazione interna, dal 1945 al 2000 l’Etiopia è stata
interessata da 15 conflitti, l’Eritrea (che esiste dal 1993!) in 7
e la Somalia in 9.[5]
Le questioni principali che si intrecciano nei seguenti
avvenimenti sono: la lotta per l’indipendenza dell’Eritrea, lo
smembramento della Somalia, le resistenza anti-amhara[6] delle
popolazioni del sud Etiopia.
L’indipendenza dell’Eritrea
La questione dell’Eritrea si pose già all’indomani della
seconda guerra mondiale, quando l’ex colonia italiana venne data
in gestione all’Etiopia di Hailé Selassie, campione della lotta
al colonialismo italiano. In teoria il mandato etiope non
contemplava l’annessione, ma questa avvenne di fatto, mettendo
fine ad ogni ipotesi di stato indipendente o anche di provincia
autonoma: l’Etiopia aveva ed ha estremo bisogno dei porti eritrei,
unico suo sbocco al mare.
Quando Hailé Selassie fu ucciso e sostituito dal regime
filosocialista del Derg, sembrò che ci fosse uno spiraglio di
apertura per l’autonomia eritrea, ma il presidente etiope Aman
Andom, che era egli stesso un eritreo, fu ucciso a sua volta e
sostituito nel 1974 dal maresciallo Menghistu, che rappresentava l’ala
militarista e nazionalista del Derg. Una volta avviata l’alleanza
strategica con l’URSS, con il suo appoggio l’Etiopia respinse a
lungo gli attacchi del fronte di liberazione eritreo. Quest’ultimo
riceveva invece appoggio da alcuni paesi arabi, che cercavano in tal
modo di riaffermare la propria influenza sull’area del Mar Rosso,
in particolare l’Arabia Saudita.
Nella guerra del golfo contro l’Iraq del 1991, l’Etiopia di
Menghistu sceglie la coalizione anti-irakena e guadagna in tal modo
il favore dei sauditi, che smettono di appoggiare gli eritrei, i
quali invece si schierano con l’Iraq.
Nell’estate del 1991 (in clima di disgelo della guerra fredda)
cade anche Menghistu, sconfitto dall’alleanza tra eritrei e
tigrini. Il Fronte Popolare di Liberazione del Tigrai va al potere
ad Addis Abeba (vedi oltre) e nel 1993 un referendum sancisce
finalmente l’indipendenza dell’Eritrea, ponendo fine al più
antico conflitto del continente nel dopoguerra (era in corso dal
1961).
SOMALIA - ETIOPIA
Nella prima fase della guerra fredda l’alleato principale dell’URSS
nella zona era la Somalia, che, forte di questa alleanza, decise di
attaccare il sud dell’Etiopia, dove popolazioni somale convivevano
in modo conflittuale con gli Oromo, a loro volta sempre in contrasto
con il regime di Addis Abeba (vedi oltre). Tuttavia, un improvviso
cambio di politica estera dell’URSS portò Mosca ad abbandonare l’alleato
somalo e sostenere il governo del Derg etiope, fino a determinare la
sconfitta della Somalia.[7] Nel 1988 è stato sottoscritto un
accordo di pace tra i due paesi, ma la situazione è stata rimessa
in discussione dal precipitare della crisi somala, sia per il
carattere tranfrontaliero del popolo somalo, sia per i tentativi di
ingerenza etiope nel conflitto somalo. Molti somali sono nel
frattempo sono fuggiti nell’Ogaden etiope che Addis Abeba non
controlla.
SOMALIA
Nel 1991 in Somalia cade il regime di Siad Barre, sostenuto
diplomaticamente fino all’ultimo dall’Italia. Il Somaliland (ex
Somalia britannica), dove è attivo l’indipendentismo degli Issak,
che conta su finanziamenti della diaspora (emigrati nel Golfo, nello
Yemen e in Arabia) ne approfitta per dichiararsi indipendente (ma
non ottiene alcun riconoscimento internazionale).
Nel resto del territorio della Somalia del dopo Barre, si
scontrano vari movimenti. Il 1992-3 è l’anno dell’operazione
internazionale "Restore Hope", che si risolve nel
fallimento che tutti ricordiamo: il paese piomba nella totale guerra
per bande. Nel 1993 l’ex Somalia è divisa in 8 regioni "claniche"
e circa un milione di profughi si trovano fuori dal paese. Dopo il
fallimento della mediazione internazionale, il governo somalo
(generale Aidid) è riconosciuto solo dalla Libia.
Nel 1998 l’esempio del Somaliland è seguito di fatto dal
Puntland, anche senza una dichiarazione formale di indipendenza. L’anno
successivo anche il Bay e il Baqool prendono la stessa strada,
tirandosi fuori dalla contesa per il controllo della ormai
inesistente struttura statale di Mogadiscio. In tal modo circa i 2/3
della Somalia è ormai "pacificata", lontano dagli sforzi
della comunità internazionale che insiste per un’unità nazionale
che di fatto consente il proseguimento della lotta per il potere. Se
una fazione dovesse prevalere a Mogadiscio sarebbe immediatamente
tentata di ristabilire il proprio controllo sull’intero territorio
dell’ex Somalia, riaprendo i conflitti con le regioni oggi
pacificate.
Nel 1999 in Somalia riprendono gli scontri, tra fazioni armate
anche da Eritrea, Etiopia e Libia. Mentre Bay e Baqool vengono
ricoinvolti nella guerra, una conferenza di riconciliazione
nazionale viene aperta nel 2000 (con il sostegno diplomatico della
Lega Araba, dell’OUA e dell’Italia), a seguito della quale viene
costituito il primo governo dopo 10 anni, che però non controlla
buona parte del territorio.
GIBUTI
Nel 1992 sorge un movimento ribelle armato tra la minoranza Afar
di Gibuti, soprattutto a causa della situazione sociale esplosiva.
Il governo di Gibuti si regge soprattutto sull’appoggio della
Francia, che contribuisce al 60% del PNL. Il movimento si rifornisce
di armi nei depositi abbandonati dall’esercito di Menghistu in
fuga davanti all’avanzata eritrea. Nella lotta a questa minoranza,
il governo di Gibuti gode dell’appoggio militare dell’Etiopia.
Invece le relazioni tra Eritrea e Gibuti sono interrotte nel 1998
a causa della questione Afar. La minoranza Afar è infatti
transfrontaliera e pone un problema sin dall’inizio per l’Eritrea
indipendente. Qui gli Afar sono maggioranza nella zona del porto di
Aden, al confine appunto con Gibuti, e preferirebbero una soluzione
federale in ambito etiope piuttosto che una indipendenza che la
vedrebbe ridotta a unica minoranza a fronte di un potere totalmente
all’élite politica del nord eritreo.
Un accordo sulla minoranza Afar è sottoscritto a Gibuti nel
2000, ma la sua applicazione resta problematica.
ETIOPIA – OROMO
La storia dell’Etiopia, almeno dalla fine dell’800 (cioè con
gli imperatori Johannes e Menelik II che completano la formazione
dell’impero etiope), è anche la storia della progressiva
estensione del dominio sulle popolazioni del sud e dell’est del
paese (Oromo e Somali, soprattutto) da parte dell’élite amhara
del nord. La caduta di Menghistu, sconfitto nel 1991 dall’alleanza
tra eritrei e tigrini, non cambia questo presupposto. Quello che va
al potere ad Addis Abeba, anche con il sostegno degli USA (la sua
ideologia, un tempo marxista-leninista, è adesso liberista) e che
adesso assume il nome di Fronte Democratico Rivoluzionario del
Popolo Etiope, altro non è che il Fronte Popolare di Liberazione
del Tigrai. La sua composizione è essenzialmente tigrina (i tigrini
sono 6 milioni su 35 milioni di abitanti) e non è quindi in grado
di controllare, né tanto meno di rappresentare l’est, l’ovest e
il sud del paese. Nel sud dell’Etiopia ad esempio la
"minoranza" oromo comprende circa 20 milioni di persone, a
volte in conflitto con l’altra minoranza, i somali. Durante gli
anni ’90, in Etiopia il Fronte di Liberazione Oromo ha scelto la
lotta armata, che è proseguita fino ad oggi, sia pure a bassa
intensità.
SUDAN - ERITREA
Se con la caduta di Menghistu è venuto meno il sostegno etiope
all’opposizione sudanese e quello sudanese all’opposizione
etiope, il problema si è invece ricreato tra Sudan e Eritrea, che
nel 1994 hanno rotto le relazioni diplomatiche per questo motivo.
Dal 1996 il sostegno eritreo alle minoranze sudanesi è anche
armato.
ETIOPIA – ERITREA
All’inizio le relazioni della neonata Eritrea con il vicino
etiope sono ottime - nonostante quest’ultimo abbia perso con l’indipendenza
eritrea ogni sbocco al mare - essendo i due governi entrambi sorti
dalla comune lotta contro il regime di Menghistu. È quindi sembrata
a molti una delle guerre più incomprensibili dell’ultimo decennio
quella scaturita da alcune questioni di confine su cui a un certo
punto i due paesi cominciano a dividersi.
Il confine tra Eritrea ed Etiopia scelto al momento dell’indipendenza
della prima fa riferimento a un trattato anglo-italo-etiopico del
1902. Tuttavia esso era delineato solo per grandi linee e non
segnato sul terreno e a complicare le cose esistono alcune tribù
transfrontaliere, come i Kuneimas. Già durante la causa comune
contro Menghistu il FPLE e il FPLT si erano scontrati su questa
questione.
In realtà i problemi tra i due paesi erano iniziati prima dello
scontro sui confini. Nel 1997 l’Eritrea decise di dotarsi di una
propria moneta, mettendo fine all’unione monetaria con l’Etiopia.
La conseguenza per Addis Abeba fu un aumento del costo dell’uso
dei porti eritrei. A questo motivo di contrasto si aggiungevano
ragioni di politica interna dei due paesi che rendevano
"utile" la presenza di un nuovo nemico esterno.
Nel 1999 si inizia a combattere a partire da un attacco eritreo
per rivendicare le aree di incerta definizione e il combattimento
sembra concentrarsi sul controllo del porto di Assab. Il mancato
sostegno di USA e Israele all’Eritrea, in questo contesto, porta
il paese a chiedere l’adesione alla Lega Araba e a riavvicinarsi
alla Libia. Inoltre l’Eritrea prende ad appoggiare i ribelli oromo
e somali del sud Etiopia. Da parte sua, l’Etiopia si riavvicina al
Sudan, in funzione anti-eritrea. Nel 2000 un’offensiva etiope è
seguita da accordi di pace. La guerra (1998-2000) è sanguinosa e,
sul piano delle rivendicazioni di confine, vinta dall’Etiopia.
Dopo gli accordi, l’Etiopia ha riallacciato le relazioni con il
Sudan e con Gibuti e continua sostenere l’opposizione in Eritrea.
D’altra parte l’Eritrea non cessa di sostenere gli Oromo del sud
Etiopia in lotta con il potere centrale. L’Etiopia ha inoltre
ripreso a intervenire con forniture di armi nel conflitto somalo.
ERITREA – YEMEN
Almeno un accenno va fatto al conflitto degli anni ’90 tra
questi due paesi per la questione delle isole Hanish, che si trovano
a metà strada sul mar Rosso. Tra le varie isole di questa parte del
Mar Rosso, le Dahlak vennero annesse all’Eritrea italiana (e nel
periodo di alleanza tra l’Etiopia – che aveva annesso l’Eritrea
– e l’Urss erano usate come basi dai sovietici). Il destino di
Perim e Camaran, rivendicate degli inglesi, rimase invece più
incerto. Le Hanish nell’800 facevano formalmente parte dell’impero
ottomano, ma erano frequentate, oltre che da pescatori delle due
rive, dai francesi (in buone relazioni con gli ottomani), che vi
avevano installato dei fari. Tuttavia l’Eritrea italiana già le
rivendicava. Negli anni 1935-40, in corrispondenza con la conquista
italiana dell’Etiopia, le isole furono effettivamente annesse
dagli italiani, ma dopo la seconda guerra mondiale rimasero a lungo
desertiche, salvo come sempre le frequentazioni dei pescatori
eritrei e yemeniti. La divisione in due dello Yemen tra un nord
filoccidentale e un sud filosovietico nel quadro della guerra fredda
aveva portato a un contrasto tra i due paesi per le isole, con Aden
che ereditava dalla Gran Bretagna Socotra, Perim e Camaran, e San’a
che pretendeva le Hanish. Nel 1972 tra i due paesi si giunse anche
alla guerra. Dopo la fine della guerra fredda, riunificato lo Yemen
e sorta l’Eritrea, il contrasto si sposta tra questi due paesi.
Nel 1995 si giunge alla crisi: un imprenditore italiano realizza un
hotel nelle isole dall’incerta appartenenza, chiedendone il
permesso in Yemen. Inoltre compagnie petrolifere di varie
nazionalità premono per avere permessi di prospezione petrolifera.
L’Eritrea, sostenuta diplomaticamente da USA e Israele, reagisce e
infligge una sconfitta allo Yemen. Da allora lo Yemen comincia ad
accogliere l’opposizione eritrea in esilio. Ma nel 2000 la Corte
di Giustizia dell’Aja riconosce definitivamente la sovranità
yemenita sulle isole, accordando all’Eritrea solo alcuni diritti
di pesca e trasporto.
GUINEA EQUATORIALE
Al momento dell’indipendenza dalla Spagna, ottenuta nel 1968,
la Guinea Equatoriale assume l’aspetto di una dittatura
(apertamente sostenuta dalla Francia) organizzata per lo
sfruttamento del cacao, del caffè e del legno a vantaggio di pochi
gruppi legati ai mercati internazionali. Come in molti paesi con una
simile struttura, i cambi di regime, come il colpo di stato militare
del 1979, non cambiano l’essenza del sistema. Le piantagioni sono
di proprietà dell’entourage del presidente e concesse in uso a
società spagnole. Le telecomunicazioni sono in mano a imprese
francesi. Un altro elemento dell’accumulazione interna a vantaggio
dell’élite è il traffico di cocaina che vi si svolge, sulla
strada tra America latina ed Europa. Nessuna modifica del sistema
economico si registra neppure dopo che, nel 1992, una società
statunitense trova il petrolio sull’isola Bioko (ex Fernando Poo),
che con Annobon costituisce la parte insulare del paese, ben
distante e diversa da quella continentale, annessa a quest’ultima
solo dai giochi spartitori delle potenze coloniali. Le royalties del
petrolio accrescono le entrate statali, ma nessun beneficio ne
deriva alla popolazione. E’ così che sull’isola Bioko (che
peraltro è in buona parte anglofona, in un paese la cui lingua
coloniale è lo spagnolo) negli anni ’90 si sviluppa un movimento
di ribellione che assume sia toni indipendentisti, sia colorazioni
etniche (il nemico viene individuato nel popolo fang della parte
continentale, cui appartiene il clan onnivoro del presidente).
REPUBBLICA DEL CONGO (BRAZZAVILLE)
È un altro dei paesi endemicamente instabili, come la Repubblica
Centrafricana. I contrasti sono interni, ma resi internazionali
soprattutto dalla presenza francese e dal problema dei profughi.
Gli anni 1993-4 sono un periodo di guerra civile, che si esprime
con motivazioni etniche, religiose e regionaliste. Un primo accordo
di pace viene raggiunto nel 1995. Ma nel 1997 si ripetono scontri
armati tra le milizie dei diversi candidati alla presidenza. Ancora
scontri nel 1998 oppongono nella regione della capitale l’esercito
regolare, sostenuto da quello dell’Angola e dalla milizie
"cobra" del presidente Nguesso, alle milizie "ninja"
dell’ex primo ministro Kolélas. Si fa massiccio il fenomeno dei
profughi in fuga verso Pointe-Noire, verso il Gabon e la RDC.
Nel 2000 è stato sottoscritto un secondo accordo di cessate il
fuoco, con la mediazione del presidente del Gabon. Gli scontri con
le milizie cosiddette "ninja" proseguono, ma si è aperto
il dialogo "intercongolese" e nel 2002 si sono tenute
regolarmente le elezioni.
UGANDA
Dopo che nel 1979 l’esercito tanzaniano aveva rovesciato il
sanguinario dittatore Idi Amin Dada, nel paese si era instaurato
(1980-85) il regime caotico di Milton Obote. Nel gennaio 1986 questi
è a sua volta soppiantato da M. Yoweri Museveni, guerrigliero
"di sinistra" osteggiato dagli USA.[8] Il governo di
Museveni è combattuto da vari movimenti indipendentisti, alcuni dei
quali sono creati o sostenuti dal Sudan, a causa di un (vero o
presunto) appoggio del governo ugandese allo SPLA e agli altri
movimenti del sud sudanese.
Nel 1995, quando il Fronte Patriottico Ruandese prende il potere
in Ruanda, i due paesi si alleano contro il regime zairese di Mobutu
(che invece è alleato con il regime islamista sudanese nel
tentativo di destabilizzare l’Uganda). Lo stesso anno l’Uganda
rompe le relazioni con il Sudan, a seguito di tensioni di frontiera
e del tentativo sudanese di sobillare la minoranza musulmana
ugandese.
Nel 1997 un’offensiva congiunta dell’esercito ugandese e del
movimento ribelle SPLA del sud Sudan mette in crisi le milizie
indipendentiste che operano in Uganda, ma una nuova guerriglia, le
Forze Democratiche alleate, sorge nel sud-ovest con il sostegno di
Sudan e Zaire (quest’ultimo fino alla cacciata di Mobutu).
Lo stesso anno, l’Uganda sostiene, con il Ruanda e il Burundi,
il movimento dell’est congolese che rovescia la dittatura del
maresciallo Mobutu (vedi oltre). Ma subito dopo i due paesi entrano
in contrasto con il nuovo leader congolese Kabila, prima alleato, e
occupano sia direttamente con i propri eserciti, sia indirettamente
tramite "movimenti politici" locali parte del territorio
del Congo (ex Zaire).
Nel corso del 1999 le guerriglie locali ugandesi hanno ripreso a
farsi sentire (Forze Democratiche Armate nell’ovest; Esercito di
Resistenza del Signore nel nord), mentre è apparso un fenomeno di
terrorismo rivendicato da un Esercito del Fronte di Salvezza dell’Uganda
e assassini di stranieri sono stati attribuiti alla minoranza hutu,
di origine ruandese.
Nel corso del 2000 una rottura si rende evidente tra l’Uganda e
l’alleato Ruanda, a causa di difformità di interessi nell’occupazione
delle regioni orientali della Repubblica del Congo, dove i due
eserciti giungono a scontrarsi. Alla fine del 2001 si è temuta la
guerra tra i due paesi, evitata anche per la mediazione britannica.
Si riallacciano invece (2001) i rapporti dell’Uganda con il Sudan,
che ha consentito al primo di perseguire i ribelli basati sul
proprio territorio (e che prima il Sudan sosteneva). Nel 2001 le
elezioni si sono tenute in un clima di violenze e un forte attacco
governativo è condotto contro ribelli.
Ancora nel 2003 la Lord Resistance Army ha continuato a
massacrare, stuprare, razziare i villaggi e rapire ragazzini per
arruolarli. Gli USA offrono al governo ugandese aiuti militari per
combattere questa guerriglia.
RUANDA
Le vicende del Ruanda, del Burundi, dell’Uganda e della
Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire) sono difficilmente
separabili. Abbiamo fatto cenno a quelle ugandesi (che si
ripercuotono anche nei rapporti tra questo paese e il Sudan), ma l’Uganda
entra anche nella storia del conflitto ruandese e insieme al Ruanda,
in quello congolese, come vedremo.
Già prima dell’indipendenza, in Ruanda, nel quale i belgi
avevano assegnato un ruolo dominante alla minoranza tutsi, l’egemonia
tutsi viene spezzata e 500.000 tutsi sono costretti alla fuga. Nel
1962 Ruanda e Burundi diventano indipendenti.
In Ruanda nel 1972 per rappresaglia rispetto agli avvenimenti
burundesi dello stesso anno si verificano uccisioni di tutsi e l’anno
successivo un hutu (Habyarimana) prende il potere con un colpo di
stato. Il suo sistema (la "rivoluzione sociale hutu") è
preso a modello dall’opposizione hutu burundese. Rispetto a tale
"modello" si coagula una opposizione di tutsi e hutu
moderati che costituisce il Fronte Patriottico Ruandese. Molti di
questi si rifugiano in Uganda, dove entrano a far parte delle forze
ribelli di Museveni e quindi dell’esercito regolare ugandese
quando questi prende il potere.
Nel 1988 le elezioni ruandesi – evidentemente truccate - sono
vinte con il 100% dal presidente Habyarimana, che ne approfitta per
una campagna di repressione non solo contro i tutsi, ma anche contro
gli hutu di tendenze politiche diverse dalla sua. Il governo gode di
fatto del sostegno indiretto delle forze militari di Belgio e
Francia.
Nel 1990 il FPR lancia l’offensiva su Kigali. Le sue forze
provengono dai circa 2 milioni di rifugiati ruandesi in Uganda,
Tanzania, Zaire e Burundi, che esigono il diritto al ritorno delle
masse di profughi (per lo più tutsi), a cui il presidente
Habyarimana oppone l’argomento della mancanza di terre sufficienti
per tutti. Le truppe francesi – come già nel 1963 e 64 –
difendono il governo, che cerca di dipingere il FPR come un’ingerenza
ugandese. Nel 1993 sono sottoscritti accordi inter-ruandesi di
Arusha, tra Habyarimana e il FPR.
Nel 1994 il presidente Habyarimana è assassinato, insieme al suo
nuovo collega burundese, dagli hutu dell’hutu power, che cercano
di far passare l’omicidio come opera dei tutsi (mentre la
motivazione sono gli accordi di Arusha, considerati un cedimento del
presidente in favore dei tutsi). La popolazione viene apertamente
incitata al massacro dei tutsi: le vittime sono tra 500.000 e un
milione. L’Operation Turquoise dell’esercito francese, cui l’FPR
è ostile, si rifiuta di fermare i massacri, impedisce il
dispiegamento delle forze interafricane e garantisce inoltre la fuga
dei responsabili dei massacri[9]. Alla fine il FPR vince e prende il
potere. Molti hutu prendono la fuga, in genere verso lo Zaire. Dopo
aver costituito una costante minaccia alla frontiera, nel 1996
questi rifugiati hutu cominciano a rientrare, ben accolti dalle
autorità locali, dimostrando così che erano gli estremisti hutu
(gli interahamwe) che li trattenevano per giustificare le proprie
scorribande e farsene scudo, paradossalmente grazie anche agli aiuti
umanitari. Il governo del FPR del resto comprende sia hutu che tutsi.
A fine 1997, organizzato e spinto da Uganda, Ruanda e Burundi,
inizia il contrattacco "tutsi" in Zaire. Gli hutu fuggono
questa volta verso il Ruanda. Inizia la campagna di guerra che porta
alla caduta di Mobutu e subito dopo la lotta del nuovo presidente
congolese Kabila contro gli ex alleati del Ruanda e Burundi.
Infine, nel 2000, il Ruanda rompe la sua alleanza con l’Uganda,
e le truppe dei due paesi (con i rispettivi movimenti congolesi
alleati) si scontrano sul territorio dell’est congolese. L’esercito
ruandese caccia quello ugandese da Kisangani, conquista posizioni
nelle zone minerarie del Katanga e "mette in sicurezza" le
frontiere del Burundi, minacciate da profughi hutu basati in Congo.
Nel luglio 2002 Ruanda e Rep. Dem. Del Congo hanno sottoscritto un
cessate il fuoco di difficile applicazione.
BURUNDI
Fino al 1965 hutu e tutsi partecipano in eguale misura al governo
del Burundi. Ma nel 1965 il primo ministro hutu è assassinato e il
potere va nelle mani di una minoranza tutsi. Si verificano alcuni
massacri di hutu. Nel 1966 è proclamata la repubblica, con una
netta supremazia tutsi nelle istituzioni. Nel 1972 a seguito di un
tentato colpo di stato hutu, si accendono scontri
"etnici", con massacri di hutu.
Nel 1987 il comandante Buyoya (tutsi, proveniente dalla stessa
formazione culturale dell’ugandese Museveni e del ruandese Kagame)
prende il potere sostenuto ancora dai tutsi, ma nel 1988 gli hutu
assassinano centinaia di tutsi nel nord del paese. Il governo
pratica degli sforzi di conciliazione nazionale: viene nominato un
governo a guida hutu e composizione egualitaria, che cerca di
avviare un’apertura tra le comunità, ma Buyoya perde le elezioni,
che sono vinte dal partito hutu, guidato da Ndadaye. Il vincitore si
mostra però altrettanto aperto al dialogo, ma poco dopo viene
ucciso in un tentativo di golpe (i golpisti sono nell’esercito che
è a maggioranza tutsi), cui la gente reagisce con omicidi di tutsi
mentre l’esercito a sua volta reprime gli hutu.. Il Ruanda
accoglie circa 300.000 burundesi in fuga. La comunità
internazionale costringe i golpisti a ripristinare il governo dei
ministri di Ndadaye, ma il loro obiettivo (destabilizzare il paese e
seminare l’odio) è comunque raggiunto.
Nel 1995 crescono ancora le violenze e la radicalizzazione
politica. Il paese è segnato da scontri tra bande armate guidate
dai politici. Bande di hutu si alleano con gli interahamwe[10]
congolesi (hutu anch’essi). Cresce anche la criminalizzazione
della politica e dell’economia e si intensificano i traffici di
armi e droghe[11]. La guerriglia hutu basata in Zaire unita agli
hutu interahamwe congolesi destabilizza le zone di frontiere. Dal
1996, gli eserciti a maggioranza tutsi di Ruanda e Burundi spingono
i banyamulenge (i tutsi congolesi) a difendersi. I tutsi prendono
nuovamente il potere in Burundi, reinsediando il maggiore Buyoya.
Ancora nel 1999 si verifica una nuova offensiva dei ribelli
basati in Congo su Bujumbura, seguita da un accordo di pace (mediato
dal sudafricano Mandela) nel 2000 e da un'altra offensiva nel 2001,
seguita ancora dalla sospensione degli accordi di pace e da un
tentato golpe. A fine anno si forma un governo di transizione, con
la partecipazione sia di hutu che di tutsi, ma i ribelli continuano
a combattere.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO
Si tratta di un paese coinvolto in circa 15 conflitti dal 1945 al
2000[12].
Il coinvolgimento nelle vicende appena descritte del Ruanda, dell’Uganda
e del Burundi ha determinato nel 1997 una svolta storica in questo
paese, rimasto per circa 35 anni sotto la dittatura (ben tollerata e
sostenuta a Parigi, Bruxelles e Washington) del maresciallo Mobutu,
che ha ampiamente saccheggiato il paese e lo ha ridotto a essere uno
dei più poveri del mondo nonostante le (o proprio a causa delle)
enormi ricchezze del suolo e del sottosuolo.
Nel 1997 un movimento di liberazione, guidato da Laurent Désiré
Kabila, si costituisce nell’est del paese, da sempre base dell’opposizione
al regime, prendendo spunto da una rivolta dei tutsi banyamulenge[13],
spinti anche a reagire dalle scorribande di estremisti hutu
provenienti dalle fila dei rifugiati ruandesi e burundesi, e – con
l’esplicito appoggio militare di Ruanda, Uganda, Burundi, Angola e
Zimbabwe - caccia dal potere Mobutu e insedia un nuovo regime[14].
Tuttavia, una volta giunto al potere, Kabila realizza un
repentino stravolgimento delle alleanze, escludendo i tre vicini
dell’est dalla partecipazione a ciò cui di più puntavano (oltre
alla "messa in sicurezza" delle frontiere, minacciate in
continuazione dagli estremisti hutu rifugiati tra i profughi proprio
in Congo): lo sfruttamento minerario. Così gli alleati diventano
improvvisamente nemici e occupano militarmente, dietro il paravento
di una nuova rivolta locale (ancora una volta di banyamulenge)
contro il potere di Kabila, una buona parte del paese (le truppe
ugandesi e un movimento da loro appoggiato il nord e l’Equateur;
le truppe ruandesi e il Rassemblement Congolais pour la Démocratie,
da loro creato tra banyamulenge, le regioni dell’est).
Così la nuova "rivolta" si trasforma in una sanguinosa
occupazione ai danni delle popolazioni dell’est, che solo di
recente, e comunque dopo che nel gennaio 2001 il presidente Kabila
è stato assassinato a Kinshasa e sostituito dal figlio, sembra
essere avviata ad una qualche forma di ricomposizione. Recentemente
un governo di unità nazionale è stato costituito a Kinshasa con la
partecipazione di quasi tutte le fazioni "ribelli".
La particolarità di questo ennesimo conflitto della regione
centrale dell’Africa è che esso ha potuto essere definito la
"prima guerra mondiale africana" per l’alto numero di
paesi coinvolti a vario titolo: contro il Ruanda, l’Uganda e il
Burundi (dietro i quali c’è chi vede la diplomazia e i servizi
statunitensi e del Belgio), si sono schierati a fianco della
Repubblica Democratica del Congo l’Angola, lo Zimbabwe, il Ciad e
la Namibia, che sono intervenuti con proprie truppe, mentre il
Gabon, l’Eritrea, l’Etiopia, la Tanzania e lo Zambia appoggiano
Kabila diplomaticamente. Il Sudafrica ha preso invece le redini dei
negoziati di pace.
La ribellione contro Kabila dal 1999 inizia a dividersi sulla
base delle divisioni dei rispettivi "padrini" (Uganda e
Ruanda). Si giunge a scontri armati tra le varie fazioni, mentre
sorgono movimenti armati favorevoli a Kabila (i cosiddetti Mai-Mai).
Nel gennaio 2001, come già ricordato, il presidente Kabila viene
assassinato, ufficialmente senza che ciò si possa porre in
relazione con il conflitto in corso, e viene sostituito dal figlio,
che rilancia il dialogo interno con le opposizioni, riprende i
contatti con Ruanda e Uganda e le relazioni con USA e Belgio,
protettori di Ruanda e Uganda. Nel 2002 le truppe straniere presenti
nel paese iniziano a ritirarsi e nel 2003 si giunge alla formazione
di un governo di unità nazionale, anche se gli scontri all’est
proseguono.
TANZANIA – ZANZIBAR
La Tanzania risulta dall’unione dell’ex Tanganica (colonia
tedesca e poi britannica) con l’arcipelago di Zanzibar
(comprendente anche le isole di Pemba, Mafia e Tumbatu) ex
protettorato britannico. Ma questa seconda componente geografica ha
visto entrare la propria economia in crisi a seguito della caduta
del prezzo internazionale dei chiodi di garofano, e in
corrispondenza ad una svolta economica liberista del governo di Dar
Es-Salam dopo il "socialismo" dell’epoca di Nyerere.
Cominciano quindi ad esprimersi negli anni ‘90 nelle isole
rivendicazioni autonomiste e le ricorrenti violenze assumono anche
colorazioni di lotta religiosa tra la maggioranza zanzibarita
musulmana e la componente tanzaniana cristiana. Pochi risultati ha
avuto nel 1999 una mediazione del Commonwealth. Nel 2001 il governo
tanzaniano ha lanciato una forte repressione a Pemba e Zanzibar, che
ha determinato la fuga di profughi verso il Kenya. Successivamente
è stato sottoscritto un accordo sulla situazione di Zanzibar.
Un’altra situazione di tensione per la Tanzania è alla
frontiera con il Burundi, che l’accusa di proteggere guerriglieri
hutu nei campi profughi che accolgono migliaia di burundesi fuggiti
alle varie violenze.
Nel 1998 l’ambasciata statunitense a Dar es-Salam è oggetto di
un attentato attribuito al movimento internazionale islamico.
COMORE
Nel 1974, delle quattro isole principali che compongono l’arcipelago,
una sola, Mayotte, ha rifiutato l’indipendenza ed è rimasta
quindi territorio francese. Le altre tre costituiscono lo stato
delle Comore, dove negli anni si susseguono i colpi di stato. Le
isole rivaleggiano tra loro per il controllo di scarsi flussi
finanziari (per lo più aiuti internazionali), di cui Gran Comora si
riserva la quota maggiore. L’isola di Anjuan è inoltre afflitta
da un flusso di emigrazione verso la francese Mayotte. Nel 1992
viene attuato l’ennesimo tentato golpe nel paese. Un altro golpe
fallisce nel 1995 per l’intervento francese a difesa del governo.
Nel 1997 Anjuan proclama la propria indipendenza, ratificandola
con un plebiscito, ma al suo interno esplode una guerra civile che
oppone i contadini poveri e la borghesia araba della città.
Un altro golpe e agitazioni indipendentiste nelle isole si
svolgono nel 1999, con scontri che proseguono nel 2000. Nel 2001 si
giunge ad un accordo con i separatisti e alla promulgazione di una
costituzione federativa, ma l’anno si chiude con l’ennesimo
tentativo di golpe.
ANGOLA
Il conflitto angolano è uno dei più noti della recente storia
africana. Angola, Mozambico e Capo Verde sono tra i paesi africani
di più recente accesso all’indipendenza. Le persone della mia
generazione ricordano la rivoluzione portoghese del 1975, quella
detta "dei garofani", nella quale un gruppo di militari di
sinistra, che spesso aveva prestato servizio nelle colonie e ne
aveva provato orrore, abbatteva la dittatura e dava quindi il via
libera anche all’indipendenza delle colonie africane.
Angola e Mozambico dovevano tuttavia cadere subito nel gioco
della guerra fredda: nati da una rivoluzione di sinistra, i loro
governi si videro subito osteggiati dagli Stati Uniti e dal
Sudafrica allora razzista, che iniziarono a fomentare e sostenere
guerriglie interne. A difesa dei due governi (e per garantire la
loro permanenza nel quadro delle alleanze del Patto di Varsavia)
intervenivano quindi l’Unione Sovietica e Cuba.
Nel 1975 quindi il Mov. Popolare di Liberazione dell’Angola (MPLA,
di sinistra) proclamava l’indipendenza, mentre si ritrovavano all’opposizione
il Fronte Naz. di Liberazione dell’Angola (FNLA), finanziato dalla
CIA, e l’Unione per l’Indipendenza Totale dell’Angola (UNITA),
una forza politica che dapprima aveva collaborato con gli occupanti
portoghesi e successivamente aveva iniziato a ricevere appoggio dal
Sudafrica razzista per frenare lo spostamento a sinistra della
regione. Le truppe sudafricane invadono anche direttamente il paese,
ma sono respinte dal MPLA che riceve un appoggio di truppe cubane.
Il governo del MPLA viene riconosciuto dall’OUA.
Nel 1985-6 si ripetono incursioni sudafricane, che attaccano
anche in Botswana, Zimbabwe e Zambia per colpire le basi dell’African
National Congress (ANC) - leader dell’opposizione al regime dell’apartheid
- e appoggiano l’opposizione armata in Mozambico. Tutta la zona è
insomma destabilizzata dal Sudafrica per sue motivazioni di lotta
interna, ma la Gran Bretagna e gli Stati Uniti si oppongono a ogni
sanzione da parte dell’ONU. Dal confine nord dell’Angola, aiuti
statunitensi all’UNITA giungono attraverso la dittatura zairese di
Mobutu[15].
Nel 1988 le truppe cubane, come conseguenza della fine della
guerra fredda, si ritirano. I primi (1991) accordi di pace non
vengono però rispettati: nel 1992 il MPLA vince le elezioni, ma l’UNITA
ne contesta i risultati e riprende la guerriglia, anche contro l’aperta
condanna da parte delle Nazioni Unite. I nuovi accordi di Lusaka del
1994, sono, come quelli del 1991, frutto della fine della guerra
fredda. Ma gli interessi locali e interafricani fanno proseguire lo
scontro … e le miniere lo finanziano.
Nel 1995 intervengono le Nazioni Unite con un proprio
contingente. Nel 1996 l’UNITA respinge un nuovo accordo (veniva
offerta al sua leader Savimbi una vicepresidenza simile a quella di
De Klerk in Sudafrica). Nel 1997 la caduta di Mobutu in Zaire toglie
all’UNITA un importante supporto logistico, mentre l’esercito
angolano interviene sia nella crisi del Congo-Kinshasa (a sostegno
di Kabila contro gli ex alleati Ugandesi e Ruandesi) che in quella
del Congo-Brazaville (a sostegno del presidente Nguesso)[16].
Intanto nel paese aumenta il banditismo. Milioni sono le mine
anti-persona disseminate. L’UNITA riesce a riarmarsi sfruttando i
diamanti del Lunda-Norte, che dal 1992 al 1996 avrebbero prodotto
circa 2 miliardi di dollari di entrate e le lobbies diamantifere non
vedono male l’instabilità del paese e l’occupazione delle zone
diamantifere da parte dell’UNITA. Il reddito pro capite crolla; la
crescente povertà e il fatto che l’UNITA faccia leva su rivalità
etniche fanno crescere (anche nel MPLA) il razzismo verso le
popolazioni dell’interno.
Nel 1999 i combattimenti si estendono ancora e il governo
realizza una forte offensiva militare. Lo scontro nei mesi
successivi si concentra intorno alle miniere di diamanti. Ondate di
profughi si rifugiano in Namibia. Nel 2002 l’UNITA si arrende.
Savimbi, leader del movimento ormai privo di sostanziali appoggi
internazionali (non ha più le basi in Namibia, Sudafrica e Congo) e
ridotto al rango di signore della guerra locale, viene ucciso.
MOZAMBICO
È l’altro grande conflitto che l’Africa australe eredita
dall’epoca della guerra fredda. Le analogie con quello angolano
sono molte: la decolonizzazione portoghese è seguita dalla presa
del potere da parte di un movimento di sinistra, il Frelimo (Fronte
di Liberazione del Mozambico) osteggiato da movimenti interni
sostenuti dal Sudafrica e dagli Stati Uniti, in particolare la
Renamo. Il conflitto inizia nel 1977 e assume a volte l’aspetto di
uno scontro tra la campagna (le zone sotto controllo Renamo) e la
città o tra i ceti contadini e quelli urbani legati al commercio e
agli impieghi pubblici.[17]
Nel 1992 si giunge ad un accordo di pace, sottoscritto a Roma,
che comprende una certa autonomia di fatto per le zone sotto il
controllo della Renamo. Una parte dei ribelli smobilitati si
converte al banditismo. Nel 1994, in osservanza agli accordi di
Roma, si tengono le elezioni, vinte dal Frelimo, ma nelle quali la
Renamo si consolida come espressione delle province povere del nord.
I contrasti interni del Mozambico sembrano da allora rientrati nella
(quasi) normale dialettica politica.
NAMIBIA
Come l’Eritrea, affidata all’Etiopia alla fine ella seconda
guerra mondiale dall’ONU, è stata annessa da quel paese, l’ex
Africa Sudoccidentale Tedesca (Namibia), affidata alla fine della
prima guerra mondiale dalla Società delle Nazioni al Sudafrica
britannico, è stata da questo annessa come sua provincia. L’occupazione
della Namibia da parte del Sudafrica, che l’amministra come una
sua provincia, determina il fatto che l’economia venga
completamente riorientata secondo gli interessi sudafricani, che
detengono il controllo delle miniere e della pesca e forniscono il
90% delle importazioni namibiane. Il controllo della Namibia
consente inoltre al Sudafrica di fornire sostegno e basi all’Unita
angolana.
Inizialmente il movimento di liberazione che vi si sviluppa, la
SWAPO, assume colorazioni etniche e si basa sulle stesse etnie dell’UNITA
angolana, con cui condivide persino le basi in Zambia e le armi
cinesi.[18] Successivamente, in sintonia con gli appoggi esterni
ricevuti nel clima della guerra fredda, mentre l’UNITA viene
manovrata dagli USA e dal Sudafrica in funzione antiangolana e
antisovietica, la SWAPO si schiera con il blocco sovietico per
combattere USA e Sudafrica.
L’indipendenza del 1990 si può considerare come un frutto
della fine della guerra fredda ed è completata nel 1993 con la
restituzione delle ultime zone (un porto e alcune isole) sotto
controllo sudafricano.
All’epoca coloniale bisogna invece tornare per capire un
problema politico-militare della Namibia indipendente. Il "dito
di Caprivi" appartiene all’odierna Namibia a causa di un
accordo (Trattato di Helgoland) della fine dell’800 tra la
Germania e la Gran Bretagna, in base al quale la Gran Bretagna
cedeva alla Germania l’isoletta di Helgoland (nel Mare del Nord,
utile alla Germania per il controllo dei canali attraverso lo
Jutland) in cambio del riconoscimento dell’egemonia britannica su
Zanzibar. Con lo stesso trattato, il cancelliere tedesco von Caprivi
otteneva un territorio di passaggio dalla colonia dell’Africa
Sudoccidentale tedesca verso il fiume Zambesi, necessario per
avviare ai mercati esteri, attraverso il Pacifico, le risorse
minerarie namibiane, visti gli ostacoli naturali tra queste e l’oceano
Atlantico. La zona è dal punto di vista ambientale e umano ben
diversa dal resto della Namibia e questo ha dato la motivazione
ufficiale al movimento indipendentista, ancora attivo negli anni ’90.
Nel 1998 il partito al governo, l’ex movimento di liberazione
SWAPO, ha vinto le elezioni anche nel Caprivi, ma ciò è stato
anche frutto di una forte repressione che ha causato profughi verso
il Botswana. Nel 1999 nuovi combattimenti si sono verificati nel
Caprivi e vi è stato proclamato lo stato di emergenza. Intanto alla
frontiera l’UNITA angolana continuava ad attaccare le forze
namibiane, che quindi autorizzano l’esercito angolano a entrare
nel proprio territorio. La situazione di insicurezza nel Caprivi non
è ancora risolta nel 2002.
Tra il 1998 e il 1999 la Namibia si è impegnata militarmente in
Congo a sostegno del presidente Kabila.
Altri conflitti:
Essendo rimaste a livello di conflitto sociale interno, per
quanto a volte violento, non sono state considerate in questo elenco
le situazioni di:
- GAMBIA: 1994 colpo di stato. Disordini e tentativo di colpo di
stato nel 2000;
- GUINEA BISSAU, dove nel 1998 è stato formato un governo di
unità nazionale, che nel 1999 è stato rovesciato da un golpe
militare. Un altro tentato golpe c’è stato nel 2000. Un aspetto
internazionale di questa instabilità interna è dato dalla
partecipazione di truppe senegalesi e della Guinea Conakry a difesa
del governo, truppe poi sostituite da quelle togolesi dell’Ecomog.
Mentre l’esercito si costituisce in centro di potere opposto a
quello civile, una parte dell’opposizione accusa il governo di
"tribalismo";
- GHANA: agitazioni autonomistiche nel nord, che sfruttano la
questione religiosa (nord islamico, sud cristiano) e quella etnica
(etnie namumba e konkomba). A partire dal 1982 è stato imposto un
lungo stato d’emergenza;
- TOGO: 1992-3 scontri sociali con intervento dei militari. La
forte repressione provoca profughi verso il Ghana. Le elezioni del
1994 sono segnate da violenze;
- SAO TOME’ E PRINCIPE: 1995 tentato colpo di stato;
- KENYA: tensioni nella regione del lago Turkana per il controllo
della terra. Nel 1992 e nel 1994 si verificano nella Rift Valley
scontri "etnici", di cui i politici kenioti si accusano a
vicenda. Negli anni seguenti l’autorità del governo sulle zone
del nord-est è solo formale, e le violenze si ripetono (1999,
2000). Nel 1998 l’ambasciata statunitense a Nairobi è oggetto di
un sanguinoso attentato attribuito al movimento internazionale
islamista;
- MAURITIUS: rivolta della minoranza creola. Repressione
poliziesca nel 1999.
- MADAGASCAR: le violenze nella vita politica interna hanno
condotto nel 2002 il paese sull’orlo della guerra civile;
- ZAMBIA: nel 1993 stato di emergenza e repressione. Tensione
nelle regioni nord-occidentali. 1997 tentato colpo di stato.
Persecuzione dell’opposizione.
- ZIMBABWE: per conservare il potere, il presidente Mugabe e il
partito al governo (ZANU-PF) lanciano campagne violente sulla
questione delle terre ancora in mano agli stranieri (2000);
- LESOTHO: 1994 tentativo di colpo di stato; 1998 agitazioni
militari. Intervento del Sudafrica e del Botswana.
Va segnalato infine che nel 1986 BURKINA FASO e MALI hanno
regolato pacificamente una questione di confine. Va inoltre tenuta
presente, per comprendere il quadro diplomatico complessivo dell’Africa
centro meridionale, la situazione del SUDAFRICA, visto il ruolo che
vi hanno giocato dapprima l’esercito e poi la diplomazia
sudafricana. Qui, com’è noto, nel 1993 è stata varata una
costituzione provvisoria e con le elezioni dell’aprile 1994 è
nata la nuova Repubblica Sudafricana guidata da Nelson Mandela.
Peraltro anche nel nuovo Sudafrica persistono contrasti localisti:
sono stati aboliti i bantustan (Ciskei e Transkei), ma una parte
dell’opposizione nera si esprime su basi etniche (l’Inkhata
degli zulu).
Parte seconda – Alcune considerazioni analitiche
Cercheremo adesso di trarre qualche elemento di analisi da questa
descrizione sintetica e un pò caotica degli avvenimenti militari
africani degli ultimi decenni. Passeremo in rassegna dapprima, come
possibili cause dei conflitti, la questione delle frontiere
ereditata dall’epoca coloniale, poi l’argomento
"etnico", ma più in generale culturale, che comprende
quindi anche quello religioso, poi quello degli interessi economici
a livello locale (africano) e la questione del potere interna ai
diversi paesi, e infine gli interessi strategici delle potenze,
così come si pongono prima e dopo la fine della "guerra
fredda". Naturalmente queste considerazioni non hanno né
possono avere alcuna pretesa di completezza né di giudizio
definitivo.
L’eredita’ coloniale: le frontiere
La questione delle frontiere è evidentemente uno dei problemi
che gli stati africani hanno ereditato dall’epoca coloniale.
Sappiamo tutti che le frontiere in Africa non tengono in alcun conto
le realtà sociali ed umane, ambientali e storiche, che vorrebbero
di volta in volta racchiudere dentro uno stesso territorio statale o
separare in entità statali diverse. E se questa è forse una
considerazione che si potrebbe avanzare per il concetto stesso di
frontiera in generale (forse che in Europa non vi sono casi
irrisolti di comunità smembrate dalla frontiere o di altre
costrette a forza a una nazionalità che non sentono propria?), in
Africa le cose si pongono in modo ancora più drastico a causa del
fatto che comunque quelle stesse frontiere non sono affatto il
prodotto di dinamiche interne, ma di accordi a tavolino o scontri
tra le potenze coloniale: sono quindi state imposte dall’esterno e
non hanno spesso alcuna giustificazione storica. Vi sono alcuni casi
clamorosi, come quello dell’Africa occidentale che si affaccia sul
golfo di Guinea, una delle più dilaniate dalla competizione
coloniale avente per oggetto soprattutto gli schiavi, in cui le zone
d’interesse portoghesi, inglesi e francesi si alternavano come
oggi si alternano le frontiere di stati nati dalle diverse
decolonizzazioni. A volte le cose assumono quasi un aspetto comico
(se non fosse drammatico) come nel caso del movimento
indipendentista del "dito di Caprivi" in Namibia.
La stessa Organizzazione dell’Unità Africana, fondata ad Addis
Abeba nel 1963, ha stabilito in una delle sue prime risoluzioni l’unica
cosa che poteva stabilire in quel contesto, e cioè l’intangibilità
di quelle frontiere nate dalla decolonizzazione e che ripercorrono
le divisioni tra le zone d’influenza coloniali e le divisioni
amministrative all’interno di esse (si pensi all’Africa
occidentale francese, un tempo territorio unico suddiviso in
province che sono diventate gli attuali Mauritania, Senegal, Mali,
Niger, Costa d’Avorio, Burkina e Benin.
Da quando quella decisione di intangibilità è stata presa da
parte dell’OUA (e quale altra decisione avrebbe potuto essere
assunta in merito senza scatenare interminabili guerre?), il
principio è stato contravvenuto solo due volte. Una volta in modo
ufficiale, con il riconoscimento generalizzato dell’indipendenza
dell’Eritrea (ma ricreando così – e non cancellando o
modificando – un confine coloniale che era stato eliminato dopo la
seconda guerra mondiale!). Una seconda volta di fatto, con l’indipendenza
che dura ormai da quasi un decennio senza che nessuno abbia il
coraggio di riconoscerla dell’ex Somaliland britannico dalla
Somalia unificata sorta negli anni sessanta: e anche in questo caso
è un confine coloniale che si ricrea!
Tuttavia, la questione delle frontiere – lo si può ben
rilevare anche dal semplice elenco di conflitti sopra riportati –
non si presenta, come è stato ad esempio è successo nella storia
europea, come frutto di un nazionalismo che a volte può essere solo
di tipo ideale (pensiamo alle questioni di Trento e Trieste per l’Italia),
ma si pone come elemento della genesi di conflitti solo se può
essere utilizzata a pretesto di altre cause più profonde e
concrete. Si pensi alla questione del Sahara ex spagnolo: al fondo
di tutto vi è da entrambe le parti la questione di chi gestirà le
riserve di fosfati del sottosuolo e le concessioni di pesca oceanica
di questo territorio (da parte marocchina vi sono anche
considerazioni di politica interna: è uno degli argomenti forti che
unifica tutto il quadro politico da "destra" a
"sinistra"). In Casamance l’assurda frontiera coloniale
è posta in discussione ancora come pretesto dietro cui sta le
gestione delle risorse. Lo scontro tra Ciad e Liba per la fascia di
Aouzou è stato tutto politico… finché non si dovesse scoprire ad
esempio il petrolio in questa zona, come è successo nella zona di
Halaib contesa tra Sudan ed Egitto. Sempre per il petrolio Nigeria e
Camerun disputano una zona di frontiera e per sfruttarne le risorse
Eritrea e Yemen si contendono alcune isolette. L’incomprensibile
contesa per pochi villaggi tra Etiopia ed Eritrea credo si possa
dimostrare che avesse più motivazioni di politica interna che
radici nazionalistiche. L’indipendentismo di alcune isole della
Guinea Equatoriale, di Zanzibar o delle Comore sottintende una
situazione sociale di vera o presunta discriminazione e
sperequazione. Nei grandi conflitti del continente (Liberia/Sierra
Leone, zona dei grandi laghi, Angola, Mozambico) la questione delle
frontiere non è determinante e ufficialmente non è mai stata
posta.
Solo un’ultima considerazione di carattere generale su questo
punto. L’Africa è, come a volte è stato detto – dal punto di
vista delle frontiere – un continente "balcanizzato"? Se
la si raffronta con l’Asia indubbiamente sì: in Asia una
popolazione di 3 miliardi di abitanti è suddivisa tra 33 stati; in
Africa vi sono 52 stati per 700 milioni di abitanti. Ma se il
raffronto si fa con l’Europa, dove 800 milioni di abitanti sono
suddivisi in "soli" 33 stati, ma di dimensioni medie
nettamente minori di quelli africani, allora l’immagine cambia.
Alcuni paesi africani, come il Sudan, l’Algeria, la Repubblica
Democratica del Congo o il Sudafrica hanno dimensioni inimmaginabili
per l’Europa e racchiudono popoli, lingue e storie diverse che in
Europa (specie alla luce dell’esperienza di quei Balcani che hanno
dato origine al termine) probabilmente avrebbero determinato
altrettanti stati.
La mia conclusione è – su questo punto – che, per quanto
possa essere a volte utilizzata ad arte, la questione della
nazionalità e delle frontiere non è centrale per comprendere le
vicende africane. Diciamolo più chiaramente: in Africa, forse più
che altrove, qualsiasi frontiera può essere rimessa in discussione
(o giustificata) sulla base di argomenti storici, etnici,
linguistici, ecc. Che la si giustifichi o contesti dipende da altri
argomenti.
La questione etnica
Uno degli argomenti che più viene tirato in ballo a proposito
dei conflitti africani è quello etnico. Un discorso ricorrente
sostiene che in fondo ciò che continua ad accadere in molte parti
del continente non è altro che la riproposizione di una storia
millenaria di scontri tra popoli ed "etnie".
Ma cosa è un’etnia? Il termine è stato tirato in ballo anche
per dare qualche spiegazione ai conflitti balcanici e dell’Asia
centrale. La recentissima enciclopedia di Repubblica dà la seguente
definizione sintetica: "raggruppamento umano che si identifica
sulla base di caratteristiche geografiche, linguistiche e
culturali". Tale semplice definizione contribuisce a spiegare
gli avvenimenti di qualche paese africano?
Uno degli esempi di conflitto più volte definito etnico e quello
del Ruanda e del Burundi, dove i due principali soggetti del
conflitto sono – secondo la lettura più diffusa – le etnie Hutu
e Tutsi. Anche ammesso che sia così (e quindi dimenticando le
tendenze politiche che da entrambe le parti hanno sempre cercato il
dialogo, finendo per divenire vittime dell’estremismo della
propria stessa "etnia"), cosa vuol dire "tutsi"
o "hutu"? In entrambi i paesi la maggioranza della
popolazione è classificata come hutu, mentre i tutsi sarebbero una
consistente minoranza. Eppure, per venire agli elementi della
definizione di etnia, i ruandesi abitano da tempo immemorabile lo
stesso territorio (e quindi non hanno differenti caratteristiche
geografiche), parlano tutti la stessa lingua (il kinyaruanda) e
praticano la stessa religione cristiana (con varie confessioni
"trasversali"), né si registrano tra l’una e l’altra
"etnia" grandi differenze di usi, pratiche e costumi in
nessun aspetto rilevante della vita quotidiana. Si usa dire che
anticamente i tutsi erano soprattutto pastori, mentre gli hutu
soprattutto contadini (il mito di Caino e Abele è duro a scomparire
come schema interpretativo della storia dei popoli
"primitivi") e che quindi sia esistita già nella fase
precoloniale una storia di conflitti tra questi due modi alternativi
di uso del territorio. La realtà è molto semplicemente che prima
della dominazione belga, per quanto tutsi e hutu praticassero forme
di economia differenti, un conflitto tra le due etnie semplicemente
non esisteva.
Fu l’amministrazione coloniale belga a approfondire e giocare a
proprio vantaggio le divisioni tra le due "etnie",
affidando ai tutsi minoritari il ruolo dominante e sviluppando il
mito del tutsi di origine semitica – nilotica, capace di
comportarsi come un civilizzato, in opposizione all’hutu negroide
selvaggio, incapace di apprendere. Prosegue la definizione dell’enciclopedia:
"l’appartenenza ad una etnia può stabilirsi anche sulla base
di criteri quali la discendenza (genetica o culturale), la
tradizione, le relazioni di scambio e politiche". Ora, mentre
su tradizione e relazioni non vi erano e non vi sono differenze
significative tra hutu e tutsi, il mito della discendenza tutsi da
un popolo comunque superiore agli hutu è un tipico prodotto della
"scienza" razziale europea otto-novecentesca, quella
stessa che ha condotto a considerare inferiori tutti i non europei,
a marginalizzare e massacrare gli ebrei e a stabilire tipi di
criminale sulla base dell’aspetto fisico delle persone ed è stato
diffuso dai bianchi in epoca coloniale. Quanto all’aspetto fisico,
a volte ancora richiamato in causa per evidenziare le differenze tra
tutsi (alti e dai tratti fini – i famosi WaTutsi della nostra
canzonetta degli anni sessanta) e hutu (bassi e negroidi), va detto
che tra i due gruppi esiste una tale storia di mescolanza e
meticciato che, pur restando differenze, al loro interno è
possibile trovare tipi umani differenti e simili quanto un
valdostano alto e biondo e uno scuro calabrese di bassa statura.
Valdostani e calabresi – a parte qualche idiota aderente alla Lega
di Bossi – c’è qualcuno che pensa che costituiscano due
"etnie"?
In Burundi, dove la menzione dell’etnia sui documenti personali
è stata introdotta dai belgi, la popolazione viene classificata all’85%
come hutu e al 14% come tutsi (il resto sono soprattutto i
cosiddetti "pigmei", maltrattati dagli uni e dagli altri).
Eppure entrambi i campi – a dispetto proprio del carattere
"etnico" dato al conflitto dagli stessi protagonisti -
comprendono "estremisti" e fautori della convivenza: non
vi è un senso "ancestrale" di appartenenza al gruppo che
guida l’agire politico, vi è – molto di più – il senso di
dipendenza/obbedienza dalle autorità che ha portato in questo paese
(e ancora di più in Ruanda) a considerare politicamente necessario
massacrare i propri vicini.[19]
In Congo (ex Zaire) le ondate di popolazioni ruandesi (sia hutu
che tutsi) si succedono da lungo tempo. Già in epoca coloniale i
ruandesi erano condotti in Congo dai belgi per adibirli al lavoro
nelle miniere. Gli anni dell’indipendenza dei paesi dell’area
(intorno al 1960) e i conflitti connessi portarono alle prime ondate
di profughi. Nel 1991 gli scontri tra il governo ruandese e il FPR
hanno spinto nuovi profughi a varcare la frontiera e così i
massacri del 1994 (a fuggire sono soprattutto i tutsi) e la
successiva presa del potere da parte del FPR (a fuggire sono
soprattutto gli hutu). Così gli hutu e i tutsi che già abitavano
da secoli le regioni orientali del Congo sono stati coinvolti in
dinamiche di scontro in buona parte di derivazione esterna. Adesso
nel Kivu (Congo orientale) si è diffusa una diffidenza
generalizzata della popolazione hutu verso i tutsi locali (i già
citati banyamulenge), congolesi da secoli, che sono stati spinti all’agire
politico-militare (che – visto da vicino – non ha nulla di
etnico, ma molto di saccheggio delle risorse) dalle dinamiche
politiche dei paesi confinanti.
Qualcuno ha parlato di lotta etnica persino per la Somalia, una
delle situazioni di più difficile lettura e di ancora più
complessa ricomposizione. Qui il conflitto appare una vera e propria
guerra per bande, le divisioni politiche e militari passano
attraverso un paese che è composto da una sola etnia (i somali), la
stessa lingua (il somalo) e la stessa religione (musulmano-sunnita),
oltre ad avere vissuto una storia sostanzialmente unitaria negli
ultimi secoli (dapprima come area di influenza degli arabo-swahili
di Zanzibar e poi come colonia italiana).
È interessante notare che per spiegare alcuni avvenimenti somali
si debba far ricorso in realtà ad una categoria ancora diversa da
quella di etnia. Pur essendo tutti somali, i gruppi che si
combattono sono divisi in "clan". Ora, la struttura del
clan è una, per quanto antica, struttura di potere, che non ha
alcun legame con fatti naturali, etnici o genetici. La lotta tra
clan è una pura lotta di potere. I territori di fatto indipendenti
del Somaliland, del Puntland, e per un po’ di tempo del Bay e del
Baqool hanno una struttura di potere di tipo clanico, in cui i ruoli
sono determinati dall’appartenenza alla stessa famiglia di clan. E’
quindi alla lotta per il potere che va fatto riferimento per
comprendere questo conflitto. E questo ci dà un’interessante
indicazione che può avere valenza più generale e su cui torneremo.
Con questo non si vuol dire che l’argomento etnico sia sempre e
solo di pura derivazione coloniale o comunque di imposizione
esterna. Vi sono indubbiamente – in Africa come altrove - degli
elementi culturali "tradizionali" di rivalità,
concorrenza per le risorse, incomprensione tra le varie popolazioni
che possono contribuire a spiegare certi aspetti dei conflitti. Quel
che qui si vuol dire è che nei contesti delle guerre africane di
questi ultimi decenni tali elementi sono stati sempre esasperati ad
arte per motivi di propaganda politica che avevano in realtà altri
fini, a volte con vere e proprie campagne mediatiche. E’
impossibile dimenticare come il governo ruandese dell’hutu power
abbia scientificamente soffiato sul fuoco della rivalità etnica per
giustificare la propria occupazione del potere, anche contro gli
hutu non allineati sulle sue posizioni (e abbia a tale scopo fatto
uso massiccio di radio e giornali, elementi moderni, non certo
"ancestrali").
L’indipendentismo della Casamance è effettivamente basato
sulla popolazione dioula (che peraltro non è originaria solo di
questa zona, ma abita tutta l’Africa occidentale, fino al Ghana),
che si opporrebbe ai popoli provenienti dal nord del paese (wolof,
principalmente), ma – come abbiamo visto – la posta in gioco
sono le risorse economiche della regione.
In Angola né il MPLA né l’UNITA hanno origine etnica, eppure
quest’ultimo ha utilizzato il risentimento degli Ovimbundu dell’interno
contro la popolazione meticcia della costa, in nome di una "africanità"
reazionaria (paradossalmente sostenuta a lungo dal Sudafrica bianco
e razzista), per costruirsi una base di consenso. Del resto nello
stesso Sudafrica del dopo 1994, l’opposizione dell’Inkatha si
basa sulla rivendicazione dell’identità zulu per assumere un
ruolo contro il governo Mandela.
È significativo che in Etiopia, dopo la caduta di Menghistu e l’apertura
al multipartitismo, questo sia stato inteso solo su base etnica.
Solo i partiti etnici sono ammessi: il sistema stesso si fa
promotore dell’affermazione sul piano politico delle
differenziazioni etniche e quindi le approfondisce.
In Sierra Leone le milizie si organizzano anche su base etnica (e
si contano fino a 13 etnie coinvolte), ma la loro composizione
sociale è fatto di disperati di ogni sorta, che cercano così un
modo per sopravvivere (o morire con la pancia piena): sono i
"signori della guerra" che giocano le popolazioni l’una
contro l’altra, esasperando argomenti "culturali" che
prima del conflitto avevano scarso peso politico.
In Liberia e Costa d’Avorio l’articolazione etnica è alla
base dell’estensione dello scontro in atto nel primo paese anche
al secondo. La Liberia è infatti abitata dai popoli Krahn e Dan.
Prima della presa del potere di Taylor, il presidente Doé era un
Krahn. Taylor si appoggia ai Dan. Dall’altro lato della frontiera
orientale del paese abitano i Guéré, che altro non è che il nome
locale dei Krahn. Allo stesso modo i Gyo sono la versione ivoriana
dei Dan. Quando cominciano ad affluire i profughi dalla Liberia, le
posizioni politiche anche in Costa d’Avorio si polarizzano così
tra favorevoli e contrari all’avanzata di Taylor in base alla
propria appartenenza etnica. Ma sia in Liberia che in Costa d’Avorio,
gli stereotipi etnici sono rivitalizzanti dai contendenti tra
popolazioni che invece da lungo tempo vivevano in pace pur nella
diversità. Per fare questo, ognuna delle due parti sfrutta e
accentua gli aspetti dell’immaginario collettivo (che esistono un
po’ in tutti i popoli) che tendono a vedere una minaccia in
chiunque sia diverso: le popolazioni cominciano ad accusarsi
reciprocamente di superstizione, stregoneria e persino di
antropofagia.
Più in generale, in Mali, Mauritania, Ciad, Niger e Sudan sembra
di assistere allo scontro, più che tra singole popolazioni, tra un
nord "bianco" e un sud "nero". In Ciad il potere
funziona su basi dichiaratamente etniche, che hanno contribuito a
determinare nella storia del paese anche massacri. La già citata
sostituzione del presidente Habré con Idriss Déby si è limitata a
cambiare l’etnia privilegiata. Ma per questa fascia di paesi, più
che l’argomento genericamente "etnico" si tira spesso in
ballo l’argomento religioso.
Ora, è vero che in Sudan il conflitto oppone un potere centrale
che è tra i campioni della diffusione dell’integralismo islamico
nel mondo a popolazioni che si dicono cristiane o – più spesso
– animiste. Ma prima di guardare più da vicino il conflitto
sudanese, cosa che faremo più avanti, va detto che lo stesso
argomento non è applicabile agli altri paesi saheliani citati, dove
pure il conflitto sembra molto simile, per quanto meno cruento
(tranne in Ciad) e a volte a parti invertite (il potere è bianco in
Sudan e Mauritania, ma nero in Mali e Niger): entrambe le parti in
conflitto in questi paesi sono musulmane.
Ancora una volta va invece richiamato l’argomento storico. A
parte il Sudan, sotto il dominio britannico fino al 1960[20], tutti
gli altri paesi della zona erano colonie francesi. In tutti, Sudan
compreso, l’economia coloniale si basava sullo sfruttamento delle
risorse della parte "nera", soprattutto piantagioni,
mentre la parte desertica o semidesertica era poco interessante e
quindi ampiamente sottovalutata dal potere coloniale per qualsiasi
tipo di intervento sia di investimenti/sfruttamento che di
infrastruttura o di tipo sociale. Al momento di concedere l’indipendenza,
la Francia e la Gran Bretagna hanno ceduto di punto in bianco le
leve del potere alla "maggioranza": gli arabi in Sudan, i
mauri in Mauritania, i neri in Niger, Mali e Ciad. Da questo
elemento, non quindi dal colore della pelle o dalla religione,
deriva lo scontro tuttora in atto in questi paesi.
Se si vuole, lo stesso conflitto della Casamance, già letto in
termini etnici, si può vedere in termini religiosi, pur non essendo
in questo caso il governo senegalese accusabile di integralismo
islamista: i Dioula sono per lo più animisti e sono guidati da un
prete cattolico (per quanto sconfessato dalla chiesa), ma anche l’elemento
religioso, come quello etnico, nasconde gli interessi più concreti.
Un paese scosso da contrasti "etnici" e
"religiosi" è la Nigeria. Non è certo un paese di facile
lettura: un mosaico di oltre 300 etnie con religioni e lingue
diverse. Ma è dalla fine della dittatura nel 1999 che gruppi
radicali tentano di utilizzare queste diversità per rafforzare la
propria posizione. Nelle regioni petrolifere, la popolazione Ijaws
vede un nemico nella polizia statale, a maggioranza yoruba, ma la
questione è il controllo dei redditi petroliferi. Parallelamente
una fazione del Congresso del Popolo Oodua (Yoruba) ha cercato di
incrementare gli antagonismi etnici, di cui sono stati vittima
commercianti haussa. In questo pericoloso contesto, nel 2000,
quaranta anni dopo il tentativo di secessione della regione, è
risorto un Movimento per la Realizzazione della Sovranità del
Biafra, che ha causato scontri.
Qui l’argomento religioso è stato risvegliato dalla decisione
di alcuni stati del nord (la Nigeria è una Repubblica Federale) di
applicare la sharia anche in ambito penale: centinaia di cristiani
ibo e yoruba uccisi nel nord sono stati "vendicati" da
omicidi di haussa musulmani nel sud. Ma quanto incide in questa
decisione di islamizzazione la volontà politica, che nulla ha di
religioso, di questi stati di opporsi allo stato centralizzato? E
quanto la propaganda politica (con veste religiosa) del movimento
islamista internazionale, che nella fascia saheliana interviene con
argomenti concreti costituiti dai finanziamenti sauditi o iraniani?
L’argomento religioso, come quello etnico, è indubbiamente
comodo per orientare il consenso. In Liberia la guerriglia guidata
da Taylor, poi divenuto presidente, ha a lungo giocato la carta dell’accusa
al governo di organizzare massacri di musulmani.
In Somalia, paese uniformemente musulmano sannita, la questione
religiosa non ha avuto apparentemente alcun peso nel conflitto fino
ad oggi. Tuttavia la disgregazione sociale, l’assenza di qualsiasi
struttura statale, lo scontro tra le diverse bande che controllano
porzioni di territorio grazie all’economia militare di saccheggio,
aprono spazi inaspettati alla propaganda dell’estremismo
religioso, spesso di importazione: un’ulteriore ipoteca sul futuro
del paese.
Un aspetto religioso sembra avere la tensione di confine tra
Sudan e Uganda, ma è un aspetto religioso particolarmente
rivelatore. Qui un governo fondamentalista islamico, quello
sudanese, sostiene la guerriglia ugandese di un gruppo
fondamentalista cristiano, l’Esercito di Resistenza del Signore
(con caratteri di pura follia collettiva come dimostra il fatto
provato che il suo leader dichiari un odio sviscerato per i vecchi,
gli insegnanti e … i ciclisti). Allo stesso modo, per
destabilizzare l’Uganda, che teme possa diventare base per la sua
guerriglia del sud, il Sudan oltre la carta religiosa tenta quella
delle rivendicazioni etniche delle minoranze nubi, kakwa e aringa,
organizzando un Fronte di Liberazione della Riva Occidentale del
Nilo (FLRON), che opera con basi nel Congo (allora Zaire).
A un certo punto, dall’azione congiunta del governo islamista
di Khartum e della dittatura (cattolica!) zairese, alleate nel
tentativo di destabilizzare l’Uganda, nasce l’Alleanza delle
Forze Democratiche (AFD) che opera nell’ovest ugandese con basi in
Zaire: la sua composizione è un misto di fondamentalismo musulmano,
rivendicazioni sociali di giovani disoccupati, e rivendicazioni
"etniche" delle minoranze baganda, banyoro, batolo, dell’antico
autonomismo bakonjos (una minoranza che già all’inizio del ‘900
avversava gli accorpamenti amministrativi operati dagli inglesi) e
infine di hutu ruandesi, implicati nel genocidio dei tutsi del 1994,
poi rifugiatisi nei campi profughi di Goma (Zaire) dopo la vittoria
tutsi in Ruanda e adesso cacciati anche da quei campi a causa dell’avanzata
di Kabila e della caduta del dittatore Mobutu, e quindi fuggiti in
Uganda.
Se ne può facilmente concludere che sia l’argomento etnico che
quello religioso sono stati propagati ed agitati per fini di lotta
politica fino a farne componenti ideologiche delle azioni anche
militari. D’altra parte, perché non ci si chiede come mai queste
tensioni, con questi contenuti, non esistevano prima che esplodesse
il conflitto politico tra i paesi dell’area e come mai le
intolleranze "etniche", "religiose" e
"culturali", ammesso che preesistessero al conflitto, non
assumevano precedentemente rilevanza politica?
Anche in Etiopia il Sudan ha cercato alleanze facendo ricorso all’argomento
etnico. Dopo che un primo tentativo di sfruttare l’opposizione
degli oromo del sud Etiopia (in maggioranza cristiana) verso il
governo di Addis Abeba non aveva dato frutti, il Sudan ha creato dal
nulla organizzazioni di oromo islamici e ha stretto alleanze con i
somali dell’Ogaden, che sono anch’essi musulmani. Se e quando l’argomento
religioso, sotto forma di conflitto tra Amhara cristiani
(monofisiti) e popoli sottomessi musulmani dovesse assumere veste
religiosa, cosa per nulla improbabile, si dirà che si combatte per
motivi religiosi?
Oltre l’etnia e la religione, di questo gruppo di motivazioni
per il conflitto fa parte ovviamente la lingua (e in Africa di
lingue ce ne sono molte).
Una questione linguistica ed etnica sembra stare ad esempio sullo
sfondo del conflitto interno del Camerun, che oppone l’ovest
anglofono al potere centrale in buona parte in mano ai francofoni.
Ma dietro la questione linguistica c’è una sostanza più concreta
anche in questo caso. Da un lato, per gli anglofoni, la
centralizzazione fiscale dello stato camerunese è vista come
drenaggio di risorse verso un centro che poi non è in grado di
ridistribuire servizi e investimenti, dall’altro il potere
centrale riceve pressioni da parte della Elf francese, che ha
interessi petroliferi nella zona anglofona. Come risultato si ha non
solo l’opposizione delle province occidentali al potere centrale,
ma anche il tentativo di quest’ultimo di dividere e contrapporre
le popolazioni occidentali, unite dall’inglese come lingua
coloniale, sulla base dell’appartenenza etnica per impedire la
formazione di fronti compatti.
Non va mai dimenticato che in quasi tutta l’Africa il sistema
di riferimento delle lingue è ben diverso da quello europeo: in
Africa il bilinguismo il trilinguismo o persino il quadrilinguismo
naturali sono diffusissimi (lingua locale, lingua regionale, ad
esempio il kinyaruanda; lingua sovraregionale, ad esempio lo swahili
o il lingala; lingua coloniale, ad esempio il francese). Anche in
Camerun francese e inglese "passano" attraverso popoli che
al di sotto del livello della lingua di derivazione coloniale
parlano lingue identiche, simili o apparentate.
A metà tra questione etnica e questione delle frontiere sta la
"questione nazionale". Gli stati africani sono tutti di
recente formazione e – come sappiamo – la loro consistenza
territoriale è stata per lo più imposta dall’esterno. La
formazione di una "coscienza nazionale" (laddove non
esiste spesso alcuna identificazione tra il territorio e la
comunità), è quindi molto difficile. Eppure anche su così fragili
basi può, in date condizioni, porsi una questione nazionale.
Prendiamo il caso della Costa d’Avorio, dove una componente
fondamentale del conflitto (quasi interamente interno) in corso è
non tanto l’appartenenza culturale, bensì – caso forse unico in
Africa – quella "nazionale". Esiste anche in questo
paese una componente etnica del panorama politico, che deriva dal
fatto che il potere è generalmente in mano agli akan, i quali nella
storia indipendente del paese si sono scissi in fazioni che spesso
ricalcavano le sottocomponenti delle etnie akan, in particolare gli
agnis e i baoulé (da cui proveniva il padre padrone dell’indipendenza
Houphouët-Boigny). Negli anni settanta le lotte di potere passavano
tra le fazioni baoulé e beté. La questione etnica è presente
inoltre in Costa d’Avorio a causa degli influssi della vicina
Liberia.
Tuttavia alla radice dei tentativi di destabilizzazione degli
ultimi tre anni non vi è tanto l’appartenenza etnica quanto
piuttosto un’apparente battaglia per la questione delle "ivorianetà",
come appartenenza nazionale. Il dibattito politico si è concentrato
sul diritto o meno alla partecipazione alla vita politica (e quindi
ai benefici della politica economica e sociale) di chi non è
ivoriano di nascita[21]. In realtà, se si guarda bene la cosa
seguendo il dibattito politico interno del paese degli anni che
hanno immediatamente preceduto lo scoppio delle aperte ostilità
militari, si vede come sia stato lo stesso ceto politico al potere
(allora raccolto intorno al presidente Bedié, erede del fondatore
della nazione Houphouet-Boigny) a fomentare a piene mani l’odio,
il razzismo e l’esclusione verso chi non fosse provatamente
ivoriano. La ragione? Almeno due: una di bassa cucina politica. Il
principale oppositore di Bedié ha vissuto a lungo in Burkina e non
è in grado di provare di essere davvero ivoriano di nascita. Con
una legge che escludesse i non ivoriani dalla candidatura per le
elezioni politiche, Bedié pensava di aver eliminato il principale
ostacolo alla propria permanenza al potere (è stato poi comunque
deposto da un colpo di stato militare!). Da parte sua, l’oppositore
in questione, Aslane Ouattara, ha pensato bene di stare al gioco
coinvolgendo nel senso di esclusione tutta la popolazione del nord
del paese, spesso di origine non chiaramente ivoriana, e in
maggioranza musulmana. In questo modo è stata rifomentata nel
paese, insieme a quella "nazionale", la questione
religiosa che sembrava non creare grossi problemi nonostante la
folle politica in tal senso condotta sotto Houphouët-Boigny, che
aveva più volte clamorosamente favorito la sua etnia di
appartenenza (i Baulé), la sua zona di origine (fino a fare del suo
villaggio natale – Yamoussoukro - la capitale del paese) e la sua
religione, fino a costruire la più grande chiesa al mondo, con
enorme sperpero di capitali, in un paese povero in cui i cattolici
sono solo il 20%.
La seconda ragione della politica della "ivorianetà"
è invece più profonda. Fino agli anni ’80 la Costa d’Avorio ha
goduto di stabilità politica, perché le entrate garantite dalle
esportazioni (soprattutto caffè e cacao) venivano almeno in parte
ridistribuite in modo da garantire sostegno politico al sistema.
Buona parte delle produzioni per l’esportazione erano peraltro
ottenute con il contributo determinante di lavoro immigrato dai
paesi vicini. Con il crollo generalizzato dei prezzi internazionali
delle materie prime cui si assistito dalla metà degli anni ’80,
queste entrate si sono drasticamente ridotte, fino a mettere in
crisi tale sistema redistributivo e di consenso. Quale migliore
politica allora, per mantenersi al potere, del dare a una parte
della popolazione l’impressione che la colpa della crisi fosse di
tutti questi immigrati dal Burkina o dalla Liberia che vengono a
consumare le risorse del paese? La tendenza a espellere queste
popolazioni è peraltro in sintonia con l’attuale crisi delle
piantagioni, che non abbisognano più della loro manodopera.
Ancora a proposito di "sentimento nazionale", di
recente mi è capitato di sentir argomentare, da oppositori
congolesi dell’occupazione ruandese delle province dell’est, che
uno dei motivi della loro resistenza era per loro l’importanza
dell’integrità nazionale del Congo. Tuttavia quando ho cercato di
capire cosa fosse alla base della "nazionalità" congolese
(paese che raccoglie un grande numero di popolazioni di lingue e
culture diverse e su un territorio enorme e scarsamente collegato),
confesso di non aver mai avuto risposte per me soddisfacenti. Sarà
una mia mentalità troppo da economista, ma la disputa sull’est
congolese personalmente mi appare molto più chiara se si guarda
alle sue risorse (ci torneremo più oltre).
Credo ce ne sia abbastanza per concludere che quelli che sembrano
scoppi di irrazionale rabbia "etnica", religiosa o
nazionalista siano spesso in realtà massacri preordinati, strumenti
politici, mezzi per acquisire o mantenere il potere. Quello che va
allora esaminato sono gli elementi attorno a quali si articola la
contesa concreta per il potere.
Il sistema dell’economia di saccheggio
Uno di questi elementi – senz’altro non l’unico, ma uno di
quelli determinanti – è la questione delle risorse del suolo e
del sottosuolo e la lotta per il loro controllo. Lo sfruttamento
illegale delle risorse è a mio avviso una delle determinanti
principali del permanere dello stato di conflitto in buona parte del
continente africano. Ma cosa significa illegale? Quali sono le leggi
a cui questo sfruttamento contravviene? E questo sistema di
sfruttamento è un fatto temporaneo, dovuto appunto all’instabilità
e alle guerre, o un fatto strutturale, che determina e perpetua l’instabilità
e le guerre? Vediamo i principali esempi.
In Liberia, Sierra Leone e Guinea (Conakry) la gomma, i diamanti
e il ferro sono la causa e allo stesso tempo le risorse che
consentono il proseguimento del conflitto: le fazioni politiche in
lotta per il potere si sono reciprocamente contese le piantagioni di
hevea (gomma) della Firestone, le più grandi del mondo (dove
peraltro si praticano ampiamente la schiavitù e il lavoro forzato).
Le esportazioni di diamanti della Liberia superano di almeno 15
volte la sua capacità di estrazione: il resto proviene dal
coinvolgimento nel conflitto della Sierra Leone, grazie alla
guerriglia che la Liberia sostiene. In assenza di una soluzione al
conflitto, analoga sorte rischia di toccare alla Guinea Conakry, che
possiede altre miniere di diamanti.
L’embargo che l’ONU tenta di imporre ai diamanti che
finanziano il RUF della Sierra Leone è facilmente aggirato da
volenterosi intermediari in Togo, Burkina Faso, Liberia. In
particolare in Burkina si ha notizia di trafficanti dell’Europa
dell’est che portano in cambio le armi derivanti dalla
smobilitazione del Patto di Varsavia.
Com’è stato scritto a proposito della Sierra Leone: "La
sfida di questa guerra, oltre che prendere il potere, è di fare man
bassa sulle ricchezze del paese (i diamanti). Il conflitto pare si
perpetui grazie a un sistema di baratto. Diamanti sarebbero
scambiati nella vicina Liberia, soprattutto, contro riso e armi. L’esaurimento
delle miniere a cielo aperto avrebbe potuto significare la fine
della guerra. Ma le autorità hanno concesso, il 15 marzo 1999, una
licenza alla compagnia britannica Branch Energy per giacimenti
sotterranei a Kono e Tongofield, due tra i siti diamantiferi più
ricchi del mondo, situati in pieno feudo ribelle. Un primo contratto
di prospezione, firmato nel 1995, aveva permesso a Branch Energy di
ingaggiare i mercenari sudafricani di Executive Outcomes, per
garantire la sicurezza delle sue operazioni e aiutare il governo di
allora a lottare contro il RUF"[22]
Una situazione analoga si può disegnare in riferimento al
conflitto nell’est del Congo. Le ripetute denunce delle
organizzazioni non governative e delle Nazioni Unite hanno
definitivamente aperto gli occhi alla comunità internazionale sulle
vere ragioni dell’occupazione ruandese e ugandese (per il tramite
anche di movimenti fantoccio) di una buona metà del territorio
congolese. Non solo i diamanti, ma ancora più significativa è per
il caso congolese la questione del coltan, la famosa
colombo-tantalite divenuta un minerale essenziale per l’aeronautica
e l’informatica, su cui si soffermano a lungo quelle denunce (che
peraltro coinvolgono tutto un sistema di imprese non solo ugandesi o
ruandesi, ma anche europee e nordamericane). E al coltan si
aggiungono ancora l’oro, lo stagno, il caffè, il legname. In
Congo, come in Sierra Leone, si è strutturato quindi un sistema di
sfruttamento delle risorse di cui la guerra è parte integrante.
La stessa partecipazione di alcuni altri paesi al conflitto si
spiega nell’ambito dello sfruttamento delle risorse. Se l’Angola
aveva sicuramente interesse a chiudere i santuari della
"sua" guerriglia (l’UNITA) nello Zaire di Mobutu, e per
questo ha appoggiato Kabila, lo Zimbabwe è stato mosso da interessi
puramente economici, tanto da essere stato compensato del suo
appoggio a Kabila, tanto durante la presa del potere quanto nella
resistenza agli ex alleati dell’est, con concessioni minerarie,
con contratti di forniture militari (in realtà triangolazioni di
armi cinesi), e con la concessione di mezzo milione di ettari nel
Katanga alla sua Rural Development Authority.
E, per converso, allo sblocco della situazione di stallo in cui
si trovava il conflitto congolese deve aver contribuito non poco la
decisione di Kabila figlio, dopo l’assassinio del padre, di
rimettere in discussione le concessioni diamantifere. Durante la
lotta per la presa del potere, Kabila padre aveva stipulato
contratti con imprese statunitensi, ruandesi e ugandesi che poi non
ha rispettato, preferendo le società angolane, dello Zimbabwe e
persino coreane. Il nuovo presidente, che non a caso ha visitato
subito Washington, Parigi e Bruxelles, ha invece riaperto la
questione e predisposto una nuova legislazione per lo sfruttamento
minerario.
Ma un insegnamento interessante del caso congolese che va
sottolineato è il seguente: il fatto che il sistema economico di
sfruttamento delle risorse sia garantito da uno stato sia pure a
vantaggio di poche imprese o di paesi stranieri e senza tener conto
delle esigenze delle popolazioni che abitano i territori interessati
(e anzi sottoponendole a regimi di sregolato sfruttamento) oppure
che – come nella attuale situazione dell’est congolese – sia
garantito da una occupazione militare, e da una situazione di
instabilità permanente non è di per sé indifferente, ma ha
conseguenze sul sistema socio-economico nel suo compesso.
Si provi a paragonare la situazione di questi ultimi anni in
quelle province con quella precedente al 1996, quando il dittatore
Mobutu regnava incontrastato su tutto il Congo – Kinshasa (allora
Zaire) con l’appoggio di non poche potenze africane, ed
internazionali (Francia, Belgio, Stati Uniti). Allora lo
sfruttamento delle risorse minerarie del Kivu, dell’Ituri, del
Maniema, della Provincia Orientale e del Katanga (che si chiamava
Shaba) era "legale", garantito cioè da uno stato che
controllava l’intero territorio e decideva il regime di
concessione sotto cui lavoravano le compagnie di sfruttamento o ne
organizzava di proprie. La situazione della popolazione da questo
punto di vista non era diversa. Nessun miglioramento, nessun reddito
(se non i salari da fame dei minatori) ne derivava per loro. Né d’altra
parte vi era una maggiore possibilità di controllo democratico, la
prospettiva che un giorno le cose avrebbero potuto cambiare, visto
che lo sfruttamento era garantito da un forte apparato statale di
tipo repressivo e dagli appoggi di cui esso godeva in ambito
internazionale proprio in quanto garantiva quello sfruttamento anche
a vantaggio di interessi stranieri. Ciò che è peggiorato nell’est
del Congo con le guerre degli ultimi anni è il contesto
complessivo. Lo sfruttamento delle risorse minerarie e delle foreste
ha consentito il proseguimento delle guerre grazie all’afflusso di
armi (e quindi ha fatto sorgere un nuovo forte interesse economico a
quello sfruttamento illegale delle risorse) e ha finanziato lo stato
di occupazione da parte di formazioni politico militari che hanno
assunto l’aspetto di milizie predatrici, aggredendo ogni angolo
della vita delle popolazioni. La scala dell’economia di saccheggio
si è estesa così a tutta la vita economica: commercio, trasporti,
banche, mercato locale, agricoltura, fino alla prostituzione, lo
sfruttamento sessuale e militare dei minori, il taglieggiamento di
ogni attività.
Non c’è bisogno di moltiplicare ulteriormente gli esempi, ma
quello dell’Angola, in rapporto a quanto accaduto nel conflitto
"parallelo" del Mozambico, è illuminante. Alla luce della
fine della guerra fredda, con la liberazione della Namibia e ancora
di più con il cambio di regime in Sudafrica, entrambi i conflitti,
che dalla guerra fredda prendevano origine, avrebbero potuto
concludersi. Ma solo quello mozambicano si trasforma, già agli
inizi degli anni ’90, in normale dialettica politica. Quello
angolano persiste invece come conflitto sotto altre forme: priva
degli appoggi degli Stati Uniti, del Sudafrica e dello Zaire di
Mobutu, la guerriglia resiste ancora a lungo grazie ancora una volta
ai diamanti, con i quali compra armi e consenso nelle zone occupate.
La guerriglia diventa insomma un’occupazione economica per chi la
pratica. E se adesso finalmente, con la morte del signore della
guerra e la resa dell’UNITA, il conflitto si avvia a soluzione è
anche perché la comunità internazionale ha deciso di far pesare il
proprio ruolo in favore del governo del MPLA che può recuperare il
controllo su quei diamanti e sarà chiamato a darne conto e ragione
ai mercati internazionali. In Mozambico, i diamanti non ci sono, e
questa differenza si vede nel fatto che il paese, pur nella
somiglianza delle condizioni politiche di partenza, raggiunge la
pace oltre dieci anni prima dell’Angola (e anzi il Sudafrica, uno
dei paesi che prima destabilizzava il Mozambico per motivi attinenti
al confronto della guerra fredda, ha adesso invece interesse a
stabilizzarlo, visto che dal punto di vista economico esso
costituisce – specie nelle regioni del sud – una sorta di sua
provincia).
Secondo un rapporto del 1995 presentato al governo francese, il
fenomeno della criminalizzazione dell’economia è in Africa
ampiamente generalizzato. Quasi ovunque gli aiuti umanitari vengono
deviati per scopi privati; droghe e diamanti si intrecciano sullo
sfondo delle situazioni politiche della Liberia, della Sierra Leone,
del Burundi, del Ruanda, del Ciad, dell’Angola: "al punto che
– si legge in quel rapporto – molti dei conflitti subsahariani
sembrano rispondere meno a delle logiche politiche, etniche o
regionali che a una logica economica di predazione".
È un intero sistema di produzione e commercio (i marxisti
direbbero un "modo di produzione") che si costituisce
attorno all’economia di guerra. In Sierra Leone sorgono aeroporti
privati per l’esportazione dei diamanti e agenzie commerciali
gestite da libanesi e israeliani. In un paese in cui i trasporti
interni non esistono in vaste aree e spesso sono scomparse anche le
strade, esiste un volo diretto Freetown – Amsterdam: la linea dei
diamanti dal produttore al consumatore. I ricavi dei diamanti
consentono di pagare armi e mercenari che servono a loro volta a
garantire il controllo del territorio: potere, saccheggio delle
risorse e armi si sostengono a vicenda.
L’altro elemento del modo di produzione di saccheggio,
speculare a quello del saccheggio delle risorse e strettamente
intrecciato con esso, è quello del traffico delle armi leggere. In
un sistema mondiale degli armamenti che ha visto declinare l’importanza
delle armi leggere (sin dagli anni ’80 – quelli dello
stazionamento dei missili nucleari, dello scudo stellare poi ripreso
da Bush, dell’Air-Land Battle – i sistemi d’arma non
convenzionali hanno reso largamente obsolete le armi leggere), in
Africa il loro mercato tende ad allargarsi. La tipologia specifica
del conflitto e il territorio ambientale e sociale in cui si svolge
rendono qui "competitive" armi che altrove non hanno più
mercato. E come se non bastasse, l’aumento generalizzato dell’insicurezza
che questi paesi soffrono, anche all’interno delle città, ha
allargato il mercato delle armi da difesa personale per i civili che
possono permettersele e per le imprese, fino a creare un fiorente
mercato delle agenzie private specializzate nella difesa delle
persone e delle proprietà (le ditte sudafricane specializzatesi in
anni di difesa dell’apartheid si stanno ampiamente espandendo su
tutto il mercato continentale). Infine, ultimo aspetto dalle future
conseguenze imprevedibili ed inquietanti, non solo la proliferazione
e la diffusione di armi leggere favorisce l’aumento della
criminalità, spinta anche dall’estrema povertà delle popolazioni
delle bidonvilles, ma favorisce il sorgere di movimenti
"politici" a matrice spesso religiosa fondamentalista (islamista
o cristiana poco importa) che teorizzano e praticano il proselitismo
armato.
In generale la stessa partecipazione alle bande di guerriglieri,
agli eserciti irregolari, alle milizie è ormai per molti africani
un modo come un altro per sfuggire alla miseria e alla fame,
acquisendo una qualche forma di paga e comunque un titolo di
partecipazione al saccheggio: "La guerra è un’alternativa
all’economia di pace che non dà più di che vivere: il
kalashnikov è il miglior mezzo di produzione"[23]. Quando per
una qualche ragione i miliziani sono espulsi dal processo di
produzione violento (smobilitazione, sconfitte, sbandamenti a
seguito di avvenimenti militari), spesso portano con sé il proprio
strumento di produzione, l’arma, e si trasformano in semplici
banditi, senza neanche più la protezione ideale della guerra che
stavano combattendo. In certi paesi, "si assiste
progressivamente alla nascita di formazioni sociali dove la guerra e
l’organizzazione della guerra tendono a divenire delle funzioni
regolari"[24].
Ciò che va sottolineato è però che tale criminalizzazione
reciproca dell’economia e della politica non coinvolge soltanto i
poteri irregolari, ribelli, ma spesso gli stessi governi: il governo
dello Zambia sarebbe coinvolto in traffici internazionali di droga,
quelli del Madagascar, del Congo (Brazzaville), della Repubblica
Centrafricana nel riciclaggio del denaro sporco; il traffico di
diamanti nel Congo ex Zaire sarebbe stato praticato anche dall’opposizione
politica legale.
Ristabilire l’ordine "legale" in Congo Kinshasa
servirà a ridurre la pressione della guerra e del saccheggio sugli
aspetti della vita quotidiana della popolazione e sarà quindi un
grande passo avanti affinché la gente possa ricominciare a vivere.
Ma sarà solo una parte della soluzione. Il resto del problema,
forse il più difficile da risolvere, è come la popolazione possa
almeno in parte appropriarsi dei benefici che derivano dall’uso
delle risorse del proprio territorio. Più difficile non solo
perché rimette in discussione una storia che si trascina dall’epoca
coloniale (sono cambiati i soggetti e le tecniche, ma non gli
oggetti e gli scopi); non solo, come durante la guerra fredda,
perché non è circoscrivibile alle condizioni locali visto che
coinvolge interessi stranieri anche extrafricani, ma soprattutto
perché il sistema criminale dello sfruttamento ha generato un tale
intreccio di interessi da fa sì che i gruppi e i ceti sociali si
definiscano ormai in rapporto alla partecipazione (o meno) al
sistema stesso: l’economia dipende dal mantenimento di tale
sistema di saccheggio e le trasformazioni politiche e militari
devono tenerne conto.
Nel suo ultimo recentissimo rapporto, il gruppo di esperti delle
Nazioni Unite sullo sfruttamento illegale delle risorse naturali del
Congo scrive che "lo sfruttamento illegale rimane una delle
fonti principali di finanziamento per i gruppi interessati a
perpetuare il conflitto. Durante l’ultimo anno, questo
sfruttamento è stato caratterizzato da intensa competizione tra i
vari attori politici e militari che hanno teso a mantenere, e in
certi casi espandere, il loro controllo sul territorio".[25]
Nello stesso rapporto si rappresenta tale sistema di sfruttamento
come un triangolo i cui vertici sono lo sfruttamento, il traffico d’armi
e il conflitto, che delimitano l’area dell’insicurezza e dell’impunità.
Nelle sue conclusioni il rapporto pone l’accento sul fatto che in
quella regione, se si vogliono davvero superare le cause del
conflitto, "c’è bisogno di convincere la gente che la pace
è meglio del conflitto. È vitale rompere il legame di dipendenza
tra i gruppi armati che praticano lo sfruttamento illegale delle
risorse e le comunità locali".
È fondato a mio avviso affermare che il sistema
risorse/armi/potere costituisce quindi il "modo di
produzione" specifico dell’Africa di oggi (o almeno di buona
parte di essa). E a questo proposito va fatta una considerazione
generale.
Molto spesso si sente dire che l’Africa è un continente
escluso dalla globalizzazione, perché i suoi commerci figurano
nelle statistiche internazionali con cifre quasi insignificanti. A
me questa affermazione sembra di una stupidità oltre ogni limite,
se non una vera e propria copertura ideologia di ciò che sta
avvenendo. In realtà in questo continente è in atto la definizione
di un modo di produzione e circolazione (che significa anche
avviamento verso l’esterno) delle risorse che è perfettamente
funzionale alla globalizzazione, e che assegna (come tutti i modi di
produzione) ruoli precisi ai vari soggetti: stati, eserciti,
opposizioni, gruppi ribelli, etnie, individui e imprese. Un modo di
produzione dalle conseguenze devastanti sul continente e che a
questo danno aggiunge la beffa di essere considerato ufficialmente
un continente inutile, come se il coltan non servisse all’aeronautica
o all’informatica dei paesi ricchi, come se i diamanti non fossero
un fiorente mercato in mano anche europea, come se il petrolio o i
legnami preziosi fossero elementi insignificanti delle nostre
economie e le armi non fossero uno dei più fiorenti mercati
mondiali contemporanei.
Le dinamiche mondiali sui mercati di questi beni e i
comportamenti dei soggetti che vi operano a livello globale entrano
a pieno titolo nella determinazione dell’andamento dei conflitti,
esattamente come i conflitti africani determinano il quadro locale
in cui avviene lo sfruttamento e l’avviamento sui mercati mondiali
di quelle risorse.
Ma si può andare ancora più in profondità nell’analisi dei
legami tra gli andamenti dell’economia globale e le cause degli
attuali conflitti. Cosa ha determinato il fatto che per l’Africa
certe risorse minerarie divenissero centrali nel determinare le
dinamiche economiche e politiche? Uno degli aspetti da sottolineare
nell’analizzare il fiorire dell’economia di sfruttamento
illegale del continente è che la crescita di importanza delle
risorse minerarie coincide temporalmente con (e deriva logicamente
da) la crisi delle tradizionali risorse agricole che avevano
garantito una base di consenso alle élites al potere. E tale crisi
è a sua volta effetto dello scontro mondiale in atto dagli anni ’80
per le "ragioni di scambio", di cui l’arma del debito
estero e le strategie della Banca Mondiale sono stati strumenti: col
calare dei prezzi internazionali delle materie agricole, le élites
hanno iniziato a scontrarsi per il controllo di risorse minerarie
che in alcuni casi propri in quegli anni sono cresciute enormemente
d’importanza e di prezzo a causa della rivoluzione informatica e
delle trasformazioni tecniche dell’industria bellica.
Un solo esempio può dare l’idea delle sfide a cui sono
confrontate le élites africane almeno dalla metà degli anni ‘90:
la Costa d’Avorio esporta essenzialmente caffè, cacao e cotone e
non è un paese produttore di petrolio, che invece deve importare.
Tra il 1970 e il 2001 i prezzi internazionali di questi prodotti
sono calati strutturalmente della metà per il cacao, del 75% , per
il caffè, del 55% per il cotone, mentre il prezzo di acquisto del
petrolio è passato da 4,08 € a 23,90 € al barile. La crisi
delle entrate ivoriane sia nel settore privato che nel bilancio
statale è in queste condizioni irreversibile. Di questa crisi hanno
approfittato da un lato le multinazionali per imporre ai governi
nuove condizioni più sfavorevoli alla parte pubblica. Quando nel
2002 il presidente Gbagbo ha cercato di rimettere in discussione il
potere delle imprese concessionarie delle piantagioni, ricorrendo a
nuovi appalti internazionali, è stato bloccato da una nuova
"rivolta". Ma la conseguenza principale è che in Costa d’Avorio
la coperta si è fatta troppo corta e fazioni del potere hanno
cominciato a sentirsi escluse dalla redistribuzione che prima il
sistema riusciva a garantire: di qui lo scoppio delle rivolte in
seno al potere stesso (ad esempio l’esercito).
La questione del potere
Andiamo quindi ad un discorso più generale sul potere in Africa,
che implica e comprende il discorso sulle risorse, ma non si limita
ad esso.
Una delle conseguenze dell’economia globalizzata dagli anni ‘90
ad oggi è quella sul ruolo dello stato in Africa. Che la
globalizzazione abbia cambiato – e in generale indebolito – gli
stati nazionali è ormai un discorso ricorrente. Ma in Africa tale
discorso assume significati del tutto particolari. Proprio l’esempio
della Costa d’Avorio si può facilmente generalizzare a quasi
tutti i paesi subsahariani. La crisi del debito estero degli anni
’80, il crollo dei corsi internazionali delle materie agricole e
minerarie, che spesso rappresentano la quasi totalità delle
esportazioni dei paesi africani, le conseguenti crisi delle entrate
statali (in paesi in cui i redditi interni da sottoporre a
tassazione sono deboli e quelli delle imprese più importanti,
spesso multinazionali, sono sottoposti a tassazioni di favore), le
ricette di "risanamento" imposta dal Fondo Monetario
Internazionale e dalla Banca Mondiale (tagli alle spese sociali,
privatizzazioni delle imprese e delle risorse che spesso significa
svendita agli stranieri, taglio dei sussidi alle categorie
svantaggiate e dei controlli sui prezzi), hanno ridotto fortemente
le capacità di manovra anche degli stati più volenterosi. Come ha
dimostrato ampiamente Stiglitz[26], l’unico stato a essere
sfuggito in parte a questa morsa è proprio quello che NON ha
seguito le ricette del FMI, il Botswana. A un certo punto l’indebolimento
del ruolo dello stato ha coinvolto anche gli apparati militari e
repressivi che si sono trovati a corto di risorse per fronteggiare
una crescente conflittualità interna ed esterna. Lo stato –
sostiene una affascinante quanto a mio avviso realistica teoria del
diritto – altro non è se non l’ente monopolizzatore della
forza. Se così è, in diversi stati africani lo stato non esiste
più, proprio perché ha perduto il monopolio dell’uso della forza
ed è invece apertamente contrastato nel suo controllo territoriale
da milizie e bande (o da eserciti di altri stati) che acquisiscono
la gestione della violenza in intere regioni (e ne organizzano l’economia
a proprio vantaggio) e nel suo controllo sociale da società private
di sicurezza e dal proliferare delle armi nelle mani dei cittadini.
Nell’ambito di questa crisi generale dello stato va articolato
il discorso sul potere. Così come sottintende un sistema economico
ben preciso, che si regge sul triangolo
instabilità/risorse/traffico d’armi, nel quale ogni vertice
alimenta gli altri due e ne viene sorretto, lo scenario delle guerre
africane sottintende un discorso sull’articolazione del potere che
deve farci riflettere, in quanto è di estrema modernità e fornisce
un esempio che rischia di diffondersi ben oltre i limiti geografici
del continente.
Formalmente molti paesi africani sono delle democrazie di tipo
occidentale. Anche nei paesi che avevano scelto di seguire altri
modelli (ad esempio quello socialista abbracciato da molti
volontariamente subito dopo l’indipendenza o comunque
"costretti" nel quadro della guerra fredda), tali altri
modelli sono stati ampiamente soppiantati dalla costituzione di
democrazie parlamentari, in cui i governi sono in varia misura
responsabili verso parlamenti eletti. Anche il ricorso alle
dittature militari si è fatto più raro negli ultimi anni.
Eppure spesso si tratta solo di apparenza: la sostanza dietro la
similitudine delle strutture formali, che si apparentano a quelle
europee o americane, è ben diversa. E la principale diversità sta
nella possibilità di partecipazione reale a tali istituzioni e nei
meccanismi di selezione delle élites politiche. Comunque avvenga l’alternanza
di governo (guerre, golpe, cooptazioni, elezioni più o meno
democratiche), spesso il gioco politico si svolge tutto all’interno
di una élite precostituita, le cui differenziazioni interne non
hanno nulla di ideologico, né presuppongono differenti idee su temi
come la politica economica, il benessere delle popolazioni, i
servizi sanitari o sociali, la distribuzione delle risorse tra le
fasce sociali. Spesso la differenziazione nasce e si manifesta come
scontro politico solo e unicamente attorno all’occupazione del
potere stesso.
L’occupazione dello stato garantisce (salvo quando contestata
da altri settori dell’élite stessa tramite lotte più o meno
cruente) lo sfruttamento delle risorse a vantaggio dell’élite
stessa e – attraverso gli schieramenti in politica estera – lo
sfruttamento degli aiuti stranieri sia civili (umanitari, di
cooperazione sociale, di cooperazione economica) che militari. L’occupazione
dello stato, per quanto indebolito, diventa quindi un fine in sé
stessa, strumentale rispetto alla gestione dei flussi di quelle
risorse e quindi alla costituzione dell’élite, dell’appartenenza
o meno ad essa, della capacità di manovrare flussi redistributivi.
La sostituzione di un gruppo con un altro non cambia affatto il
quadro in rapporto allo status della popolazione esclusa dal potere,
quale che sia il livello formale di funzionamento della democrazia.
Quando una parte dell’élite si vede minacciata di esclusione (o
intende escludere un’altra parte o comunque ricontrattare i
termini della compartecipazione) una delle strategie possibili è
quella del ricorso alla contestazione sul piano militare (più o
meno supportata per ragioni tattiche e di consenso da argomentazioni
che possono essere attinte dal bagaglio culturale, etnico, religioso
o dalle paure, aspirazioni o rivendicazioni di certi settori della
popolazione. Certo, al momento della vittoria di un gruppo élitario
che ha usato a proprio vantaggio l’argomento etnico o quello
religioso, alcuni gruppi di aderenti all’etnia o religione
momentaneamente privilegiate vedranno aperte le strade dell’accesso
ad alcuni vantaggi del potere (posti di responsabilità, risorse da
gestire, afflusso di interventi statati in una data zona, favore
nell’accesso agli impieghi,…). Ma ciò non significa che l’appartenenza
all’etnia o alla religione o la provenienza da una certa zona
geografica sia garanzia di perpetua partecipazione al potere o che
tutti gli aderenti possano giovarsene. Nel momento in cui il potere
élitario vedrà ristretti i margini di redistribuzione o messa
nuovamente a rischio una quota della propria rendita di posizione
reagirà con l’esclusione del potere, anche di settori o individui
appena prima alleati fedeli: Habyarimana, presidente hutu del
Ruanda, è stato ucciso dall’Hutu power nel momento in cui aveva
tentato una cauta apertura di riconciliazione nazionale e così
facendo metteva a rischio l’ideologia e la pratica di governo che
consentivano non agli Hutu (maggioranza della popolazione ruandese)
ma a ristretti gruppi di Hutu di sfruttare a proprio vantaggio il
potere.
E così che si spiega che spesso a contestare il potere siano ex
aderenti allo stesso potere, messi in disparte per qualche ragione o
che aspirano a maggiori fette di potere. Taylor, l’oppositore del
dittatore Doé in Liberia, era un ex uomo dello stesso Doé, poi
accusato di saccheggio ai danni dello stato. In Mauritania il
tentato golpe di quest’anno (2003) è stato praticato da settori
dell’esercito molto vicini al presidente Ould Taya ed è
dimostrabile che anche dietro la caccia al "senegalese"
del 1989 (uno dei più chiari esempi di "questione
etnica", apparentemente) vi sia stato in realtà un regolamento
di conti interno all’élite al governo, nel quale i mauri hanno
ridotto la partecipazione della componente nera, e per farlo hanno
fomentato la caccia al nero da parte dei pastori mauri del sud. D’altra
parte non è la prima volta che in Mauritania i regolamenti di
potere tra le varie componenti passano attraverso gli argomenti
etnici, o linguistici: l’imposizione dell’arabo come lingua
nazionale (1966), l’adesione alla Lega Araba (1973) e l’adesione
all’Unione del Maghreb Arabo (1989) sono stati elementi di
rafforzamento della componente araba "maura" così come l’adesione
all’Ecowas o un tentato golpe del 1987 servivano a riaffermare il
ruolo della componente nera.
L’oppositore storico di Mobutu nell’ex Zaire era un suo ex
ministro e – la storia si ripete – il capo della fazione detta
Rassemblement Congolais pour la Démocratie, che contestava il
governo di Kabila (che ha abbattuto Mobutu) faceva parte poco prima
dello stesso establishment che sosteneva Kabila stesso. Il
principale movimento ribelle del Ciad è promosso da un ex ministro
e Idrissi Déby prima di divenire l’oppositore che avrebbe
sostituito Habré in Ciad faceva parte dell’élite al potere ed
era entrato in contrasto con l’ex presidente solo su questioni di
spartizione, salvo poi utilizzare strumentalmente le rivendicazioni
dell’etnia toubou. L’oppositore storico per il quale l’ex
presidente ivoriano Bedié ha contribuito a scatenare la questione
dell’ivorianità era ministro del precedente presidente
Houphouët-Boigny, lo stesso che ha designato Bedié come proprio
successore. In Repubblica Centrafricana e nella Repubblica del Congo
(Brazzaville) le fazioni militari corrispondono a fazioni politiche
dell’élite, le quali – specialmente nel secondo paese –
alternano lo scontro armato ad accordi e a "normali" fasi
di regolazione del conflitto attraverso le elezioni.
Lo sfruttamento illegale delle risorse, di cui abbiamo parlato,
nei suoi aspetti economici, va visto anche nel quadro delle contese
per il potere interne alle élites dominanti. I meccanismi di
gestione e trasmissione del potere legati all’economia di guerra
hanno come abbiamo detto alla radice una situazione di crisi
economica che si riflette nel ruolo stesso dello stato e delle
élites. In questo senso si può dire che le crisi belliche africane
sono prevedibili. I primi segni di una crisi sono infatti, nel
contesto del degrado economico, l’accaparramento delle risorse
pubbliche (e degli aiuti internazionali) da parte dell’élite
politica o parte di essa, la decomposizione dello stato, sospinta
all’estremo dai tagli di bilancio imposti dal FMI e dalla Banca
Mondiale, la conseguente disaffezione al proprio ruolo di schiere di
funzionari e militari mal pagati o non pagati affatto, il
riemergere, come una delle possibili risposte politiche alla crisi,
di identità etniche e tribali, spesso incentivato ad arte da alcune
parti politiche, la lotta per il controllo della terra e delle
risorse.
Gli interessi strategici delle grandi potenze
Naturalmente, i discorsi sul sistema economico e sul sistema di
potere africano – discorsi quindi interni alle dinamiche del
continente (ma come abbiamo visto ben dentro le tendenze generali
della globalizzazione) non devono farci dimenticare il ruolo
strategico delle potenze, anche esterne al continente, tra le
ragioni che determinano e orientano i conflitti.
Come il mondo intero, anche l’Africa è stata teatro della
competizione mondiale della guerra fredda. Prodotti maggiori di tale
confronto in Africa sono stati i conflitti di Angola e Mozambico, ma
anche il sostegno occidentale a regimi sanguinari come quelli di
Bokassa nella Repubblica Centrafricana, Amin Dada in Uganda o Mobutu
nello Zaire e, per converso, quello sovietico al Derg etiope di
Menghistu. E come per il mondo intero, il quadro strategico è
cambiato con la disgregazione del blocco sovietico.
Nel quadro della guerra fredda, tra le aree africane di attrito
tra i due blocchi solo in Angola e Mozambico si è giunti allo
scontro militare (quasi) diretto tra i blocchi, e la ragione di ciò
la si può rintracciare nel contesto mondiale. Al momento della
prima grande ondata di decolonizzazione (1958-63) la spartizione del
continente in aree di influenza tra USA e URSS avvenne in maniera
relativamente discreta, anche grazie all’influenza del movimento
dei non allineati, che cercava di costituire una terza via sia
strategica (in alternative alle potenze), che economica (in
alternativa all’opposizione socialismo reale/capitalismo). Quando
crolla l’impero portoghese in Africa (1975) il clima
internazionale è invece tale (anche a causa della guerra del
Vietnam) che le due potenze decidono di intervenire in modo molto
più diretto nelle vicende interne di Angola e Mozambico per
determinarne la collocazione internazionale. Strumenti degli USA e
dell’URSS in questo conflitto sono rispettivamente il Sudafrica e
Cuba.
Un altro scenario caldo della guerra fredda in Africa è stata l’area
del Corno d’Africa e del Mar Rosso. Prima del 1989 la flotta
sovietica era la seconda del Mar Rosso, con basi nelle isole Dahlak
(etiopi), sull’isola di Perim e sull’isola di Socotra
(yemenite). Gli occidentali più a contatto con essa erano i
francesi della base di Gibuti. Il sistema di alleanze sovietico
contava sullo Yemen del Sud e sull’Etiopia, che possedeva ancora
la regione costiera dell’Eritrea. Gli obblighi derivanti dalla
guerra fredda facevano sì all’epoca che gli USA, pur di
contrastare il regime etiope vicino all’URSS, non disdegnasse di
utilizzare il Sudan come base per sostenere i movimenti di
opposizione al regime di Menghistu, nemmeno dopo la salita al potere
a Khartum di un governo dichiaratamente islamista (1989).
Dopo il 1989, con la fine della guerra fredda, ovviamente gli
scenari dei rapporti in queste aree cambiarono radicalmente, e non
solo per motivi ideologici: la Russia post sovietica spesso non
disponeva più delle risorse per mantenere l’apparato militare
mondiale precedente (le basi delle isole Dahlak pare siano adesso
utilizzate dalla marina degli USA e di Israele). Anche il contesto
geopolitica del Mar Rosso cambia: una delle conseguenze della fine
della guerra fredda (ma anche della scoperta congiunta da parte di
operatori russi e statunitensi di giacimenti petroliferi), è nel
1990 l’unificazione dei due Yemen, in un nuovo stato alla cui
guida prevale il nord filo-occidentale (Sana’a).
L’Etiopia perde l’appoggio sovietico e si avvia al
cambiamento, grazie al maggior margine di manovra di cui dispongono
adesso i movimenti di liberazione dell’Eritrea e del Tigrai. In
modo solo apparentemente paradossale, con il ritiro sovietico
Menghistu - ex alleato sovietico – nell’ultima fase del regime
cerca appoggi in USA e Israele. Quest’ultimo ha interesse a
ridurre le influenze arabe nell’area del Mar Rosso (va ricordato
che Israele si affaccia su questo mare), e quindi scegli di
appoggiare Menghistu contro il movimento eritreo, appoggiato a sua
volta dai paesi arabi. La svolta è tale che nella guerra del golfo
del 1991 contro l’Iraq, l’Etiopia di Menghistu sceglie la
coalizione antiirakena e guadagna in tal modo il favore dei sauditi,
che smettono di appoggiare gli eritrei, i quali si schierano invece
con l’Iraq.
Nonostante i nuovi appoggi, nell’estate del 1991 cade anche
Menghistu, sconfitto dall’alleanza tra eritrei e tigrini. Il
Fronte Popolare di Liberazione del Tigrai diventa Fronte Democratico
Rivoluzionario del Popolo Etiope e va al potere anche con il
sostegno degli USA.[27] L’assenza di netti schieramenti ideologici
fa sì che almeno dal 1996 gli Stati Uniti forniscano aiuti militari
("non di guerra") sia all’Etiopia che all’Eritrea e
che l’Etiopia, adesso alleato degli USA, si allei però con il
governo di Khartum (adesso nemico degli USA) in funzione del
contrasto con l’Eritrea (a sua volta alleato degli USA).
L’assenza del nemico sovietico consente all’occidente di
rivedere una serie di atteggiamenti che la situazione precedente
giustificava: ad esempio l’appoggio ai regimi dittatoriali o al
Sudafrica razzista. Per le potenze ancora in gioco (gli Usa,
soprattutto, ma anche Francia o Israele) non si tratta più di
apporre pedine di qualsiasi genere pur di occupare posizioni che
altrimenti sarebbero occupate dalla potenza antagonista, ma di
valutare di volta in volta l’interesse concreto in gioco e il
livello di rischio connesso alla sua affermazione. Questo fa sì che
alcuni dei conflitti classici dell’epoca della guerra fredda
possano cambiare di sostanza e a volta avviarsi a soluzione, come
strada per mantenere quegli interessi concreti senza tutto il
dispendio militare e strategico che la guerra fredda richiedeva
anche a prescindere dalla posta locale.
Nati da quel contesto di guerra fredda, i due conflitti di Angola
e Mozambico agli inizi degli anni ’90 possono avviarsi (se non a
soluzione) quantomeno a svolte decisive quando quel contesto prende
fine. In entrambi i paesi iniziano negoziati di pace, ma – come
già ricordato – mentre gli accordi sul Mozambico vengono
effettivamente applicati, in Angola invece il conflitto cambia
contenuto e da episodio di uno scontro mondiale per l’egemonia tra
le potenze si trasforma in un conflitto locale per il controllo
delle risorse. Mentre fino al 1993 il Sudafrica razzista continua a
mantenere la sua ingerenza in tutta l’Africa australe per scopi di
egemonia regionale, il movimento interno di opposizione armata che
esso appoggia in Angola si trasforma sempre più in uno di quei
fenomeni di guerriglia endemica alimentata dal traffico illegale di
risorse (diamanti) in cambio di armi che caratterizza molti tra i
principali conflitti africani. Allo stesso cambiamento di regime in
Sudafrica, avviato proprio nel 1993, non è estraneo il mutato
contesto mondiale successivo alla "caduta del muro".
A fianco del ridimensionamento drastico del ruolo della Russia,
il dato essenziale che emerge esaminando l’azione delle potenze
esterne al continente dopo la fine della guerra fredda è la nuova
qualità dei rapporti tra la Francia e gli Stati Uniti.
La Francia è l’unica potenza coloniale ad avere mantenuto una
presenza (al confronto, il disimpegno militare della Gran Bretagna
è impressionante), con oltre 60 accordi di cooperazione militare
che coinvolgono 24 paesi del continente. Di questi, 8 sono accordi
di difesa che obbligano la Francia a intervenire se il paese è
minacciato: si tratta di quelli con Camerun, Costa d’Avorio,
Comore, Gibuti, Gabon, Repubblica Centrafricana, Senegal e Togo. E
sta alla Francia decidere quando una minaccia, anche di origine
puramente interna, costituisca motivo di intervento. Tra il 1959 e
il 1996 la Francia ha fatto uso 28 volte di questo suo potere: 14
volte per difendere i governi in carica da minacce interne (rivolte,
colpi di stato), 7 per aggressioni esterne e 7 volte per motivi
"umanitari" (ad esempio difendere i cittadini francesi
presenti nel paese) o nel quadro di interventi multilaterali. I suoi
interventi si sono spesso risolti in sostegno a regimi odiosi: dalla
"pulizia" delle regioni bamileke del Camerun negli anni
’60, alla pacificazione delle zone minerarie dello Zaire negli
anni ’70, all’intervento in Gabon nel 1990, ai ripetuti
interventi in Centrafrica. E se pensiamo anche che tra gli
interventi cosiddetti "umanitari" rientra la già citata
"Operation Turquoise" in Ruanda, che dietro il paravento
della salvaguardia dei cittadini francesi proteggeva i responsabili
del massacro dei tutsi, abbiamo un’idea di come Parigi abbia usato
il proprio potere nel continente. Inoltre, lontano dall’impegno
ufficiale del governo, mercenari filofrancesi in qualche modo
protetti o tollerati da Parigi sono stati all’opera in Angola,
Guinea, Benin e nelle Comore.
Tuttavia anche per la Francia il contesto del dopo ’89 è
cambiato. Al vertice di La Baule con i paesi dell’africa
francofona del giugno 1990, per la prima volta il governo francese
chiarisce che il suo sostegno riguarda gli stati e i sistemi
politici, ma non necessariamente i governi anche nelle loro lotte
interne. La svolta non è certo immediata. Nel corso degli anni ’90
la Francia interviene ancora direttamente (sempre a sostegno dei
regimi, di fatto anche se non dichiaratamente) in Costa d’Avorio,
Congo-Brazzaville, Zaire, Gibuti, Somalia, Ruanda, Comore e – nell’ambito
di forze multilaterali ONU – anche in Guinea Bissau, Repubblica
Centrafricana, Kivu (est Congo), Eritrea e Angola. Il suo sostegno
politico e la sua presenza militare sono inoltre ancora
indispensabili per la stabilità di governi dittatoriali come quelli
del Togo e del Gabon o "democratici" come quello del Mali.
Tuttavia si è assistito ad un cambio di importanza relativa dell’Africa
presso il governo francese, non più disposto a difendere la
stabilità dei governi locali (in cambio di un occhio di riguardo
per gli interessi francesi) a qualsiasi costo (economico). La
svalutazione drastica del 50% del Franco CFA (moneta comune di molti
stati francofoni africani, legata al franco francese – e quindi
oggi all’euro – da un tasso fisso), decisa nel 1994 formalmente
dagli stessi governi africani, ma dietro una chiara pressione di
Parigi in tal senso, ha significato una perdita netta di risorse per
gli stati coinvolti (aumento del prezzo delle importazioni e
diminuzione dei ricavi delle esportazioni) e quindi ha dato un duro
colpo al sistema di consenso su cui i governi si reggevano. Nel 1998
la Francia inoltre ha riformato i principi della propria politica di
cooperazione in Africa e ha chiuso le basi militari in Repubblica
Centrafricana.
Dall’altra parte, e a dispetto di tutte le dichiarazioni di
disimpegno dettate alle agenzie di stampa dagli ultimi presidenti
statunitensi, l’attivismo diplomatico degli USA si sta invece
intensificando. Nel corso degli anni ’90 la presenza statunitense
in Africa non ha fatto che aumentare ed è significativo che nel
1998 gli Stati Uniti abbiano deciso di sopprimere le barriere
doganali per l’ingresso nel loro paese di 1.800 prodotti dell’Africa
subsahariana (in evidente concorrenza con il trattamento di favore
che i prodotti di molti paesi africani ricevono in Europa grazie
agli accordi di Lomé).[28]
Questo attivismo può essere legato alle dinamiche in atto nel
sistema di sfruttamento delle risorse africane, in bilico, come
abbiamo visto, tra il modo di produzione dominante criminale delle
zone di guerriglia e le dinamiche delle élites nelle zone
controllate dai governi. Se i processi in atto porteranno alla
stabilizzazione della situazione in alcuni paesi oggi sottoposti a
sanguinosi conflitti, questo metterà a rischio i processi criminali
di esportazioni di preziose risorse (dai diamanti, al legname, al
coltan) e un florido mercato per le armi cosiddette leggere. Agli
USA sembra stare diventando chiaro che bisogna intervenire, se non
per salvaguardare il più a lungo possibile questi meccanismi
illegali, comunque per creare in tempo delle alternative che
perpetuino lo sfruttamento. È per questo che alla fine gli stessi
Stati Uniti hanno dato il via libera all’eliminazione del
movimento angolano dell’UNITA, che per decenni hanno sostenuto: la
stabilizzazione del paese può consentire di salvaguardare gli
interessi economici anche statunitensi, che una guerriglia
autocentrata sullo sfruttamento diamantifero non garantisce più.
In Liberia è possibile dimostrare un ruolo non secondario degli
interessi economici e politici degli Stati Uniti nelle sorti del
potere e del conflitto in corso,[29] interessi presenti nelle
piantagioni di gomma (Firestone) e nelle miniere di ferro; il paese
è inoltre base per traffici di droga che gli Stati Uniti sembrano
ignorare (nessun Plan Colombia tenta di sradicarli) ma nei quali la
criminalità statunitense sembra ben impiantata.[30]
In certe situazioni, il cambiamento delle priorità politiche
successivo alla fine della guerra fredda ha fatto sì che gli USA
diventassero più pragmatici nell’appoggio a certi regimi. Se fino
agli ultimi mesi di vita del suo regime, la Francia ha ritenuto
Mobutu un interlocutore imprescindibile, gli USA hanno invece
"tollerato" il tentativo di presa del potere da parte di
Kabila e hanno addirittura bloccato un intervento
"pacificatore" internazionale che avrebbe frenato Kabila e
dichiarato apertamente che la ragione del loro sostegno a Mobutu è
finita con la fine della guerra fredda. In questo modo ritenevano di
avere rimesso in discussione la spartizione delle risorse minerarie
del paese, almeno fino a che Kabila non ha rimescolato le alleanze
che lo sostenevano.
In sostanza, con la fine degli obblighi di schieramento della
guerra fredda, l’azione delle grandi potenze sempre meno si può
spiegare con soli interessi "strategici" o di politica
generale e sempre più invece con l’incidenza di interessi più
diretti. Se nelle nuove relazioni tra USA e Francia sul continente
africano si è aperta una fase in cui la precedente alleanza si è
fatta più conflittuale, ciò avviene specialmente laddove – come
in Nigeria, Angola, Congo, Camerun, Gabon e Ciad – gli interessi
concreti (spesso quelli petroliferi) divergono nettamente. Più
chiaramente di prima, quando le valutazioni politiche e strategiche
potevano prevalere su quelle economiche, adesso sono soprattutto
queste ultime a determinare le relazioni tra i due paesi.
È così nel contesto degli interessi strategici (e non in quello
dell’economia di saccheggio) che bisogna parlare della questione
del petrolio. La differenza tra l’economia dei diamanti o di
minerali come il coltan e quella del petrolio è infatti prima di
tutto una differenza di scala dell’investimento nella produzione.
Mentre i primi possono essere ricavati in miniere
"artigianali", praticamente prive di infrastrutture e che
fanno uso di manodopera spesso in condizione di costrizione
schiavistica, per il petrolio, che necessita di infrastrutture di
estrazione e trasporto colossali, questo non può essere vero. Il
risultato è che mentre le risorse di quei minerali possono
finanziare direttamente le guerriglie che controllano i territori di
estrazione, l’azione sul petrolio è riservata necessariamente a
grandi compagnie in regime di concessione ottenuto dagli stati e
sostenute dagli stati (diplomazia, uffici commerciali, servizi
segreti, eserciti) dei paesi di provenienza delle stesse compagnie.
L’economia dei diamanti e dei minerali presuppone la disgregazione
delle strutture statali. L’economia del petrolio presuppone il
controllo di strutture statali che invece devono continuare a
funzionare. La diplomazia del petrolio è necessariamente in mano
alle grandi potenze.
Il petrolio è una delle risorse che contribuiscono a spiegare le
crescenti divergenze tra Francia e Stati Uniti negli avvenimenti
africani, e non da oggi. È nota ormai l’implicazione della
Francia in quella tentata secessione del Biafra dalla Nigeria che
citavo all’inizio. Obiettivo francese era all’epoca
compromettere gli interessi delle britanniche Shell e BP. Oggi il
petrolio in Nigeria è ancora la chiave di lettura indispensabile
per almeno una parte dei conflitti interni a cominciare dalla
repressione delle popolazioni, come gli Ogoni, che hanno la
disgrazia di vivere nelle aree petrolifere o in quelle di transito
degli oleodotti.
È noto ancora che sin dagli anni ’60 la Francia ha assunto il
controllo del petrolio gabonese grazie alle azioni dei servizi
segreti o che il sostegno che essa accorda al presidente N’Guesso
in Congo (Brazzaville) è dettato proprio dagli interessi
petroliferi. In Angola la società petroliera Elf ha finanziato
direttamente sia il governo del MPLA di Luanda, sia i ribelli dell’UNITA.
Per gli Stati Uniti, che parlano di disimpegno dall’Africa ma
praticano un impegno crescente, il petrolio è una delle poste in
gioco centrali: secondo alcuni calcoli, il petrolio africano
potrebbe fornire il 20% del totale delle importazioni statunitensi
da qui al 2020 e comunque costituire un’alternativa strategica
rispetto alle turbolenze politiche mediorientali e centrasiatiche.
La diplomazia statunitense in Nigeria, Angola (paese in cui il 75%
della produzione è controllata dalla statunitense Chevron) e Guinea
Equatoriale si fa sempre più presente. In particolare il caso della
Guinea Equatoriale è significativo delle determinanti dei criteri
politici degli USA. La CIA stessa, che non è un’organizzazione
filantropica, definisce questo paese una "nazione gestita da
dirigenti senza legge che hanno saccheggiato l’economia
nazionale", eppure da quando i 2/3 delle concessioni
petrolifere sono stati concessi a operatori legati all’amministrazione
Bush e i giacimenti off-shore sono protetti da società di sicurezza
statunitensi, gli USA hanno riaperto la rappresentanza diplomatica
nella capitale Malabo. Va inoltre tenuto presente che, ad eccezione
della Nigeria, nessuno dei paesi africani produttori di petrolio
aderisce all’OPEC e quindi le loro quote di produzione possono
essere molto utili nell’eterna strategia dei paesi occidentali
consumatori per indebolire i produttori organizzati.
Il petrolio gioca un ruolo essenziale nel conflitto che oppone
– apparentemente per motivi religiosi – il governo islamista di
Khartum ai movimenti di liberazione cristiano animisti delle regioni
del sud Sudan. "Scoperto dalla compagnia USA Chevron nel 1980,
è stato il petrolio, e non la sharia la vera causa della guerra
scatenata nel maggio 1983. La ribellione del sud inizia nel maggio
1983 e la sharia è stata proclamata soltanto nel settembre di quell’anno.
Lungi dall’essere la vera causa della guerra, la legge islamica ne
è stata la conseguenza, in quanto il maresciallo-presidente Nemeiry
ha tentato di consolidare la sua legittimità islamica"[31].
Quando il governo si rese conto che i giacimenti erano tutti al sud
– che per accordi del 1972 aveva un proprio governo autonomo –
abrogò gli accordi e creò una nuova provincia, da qui iniziò la
rivolta dei "sudisti", che poi ha preso l’aspetto di
rivolta autonomista, di neri contro bianchi e di animisti-cristiani
contro musulmani. Nel 1999 il governo sudanese è riuscito a
finanziare l’oleodotto verso il mar Rosso, con capitali della
Compagnia Nazionale Cinese dei Petroli, della Petronas malese e
della Talisman canadese (ex BP Canada). La realizzazione dell’oleodotto
è affidata a imprese tedesche e britanniche, la gestione invece
alla Greater Nile Petroleum Corporation (GNPC), e frutta al netto
500 milioni di dollari l’anno con cui il governo può acquistare
armi (soprattutto dalla Cina) per reprimere la guerriglia sudista.
Le prospettive del conflitto sono ulteriormente complicate dal fatto
che all’estremo sud del paese la TotalFinaElf francese ha ottenuto
una concessione petrolifera non ancora sfruttata a causa dello stato
di instabilità della regione.
Una partita aperta è lo sfruttamento del petrolio nel sud del
Ciad, tra Elf-Aquitaine (Francia), Exxon (USA) e Shell (GB-NL). L’oleodotto
che conduce le riserve del sud Ciad alla costa camerunese (con
conseguenze ambientali e politiche anche sul Camerun), è stato
inaugurato nell’ottobre 2003, con fondi della Banca Mondiale.
La geopolitica del petrolio è destinata a mutare sensibilmente
il volto futuro dell’Africa: basti pensare all’area del Golfo di
Guinea, dove a partire dagli anni ’80 sono state date un numero
considerevole di concessioni per la prospezione petrolifera. Se fino
ad allora il mercato era spartito tra Shell (anglo-olandese), Agip
(italiana) e Elf (francese), adesso sono in corsa un totale di 20
società, tra cui Chevron, Texaco, Totalfina, Norsk Hydra, Statoil,
Perenco e Amoco. Immensi giacimenti sono stati individuati di
recente in Angola, Congo (Brazzaville), Guinea Equatoriale e
Nigeria. Per ragioni legate al controllo del petrolio di quest’area,
gli Stati Uniti starebbero progettando l’installazione di un loro
comando militare nello stato di Sao Tomé e Principe, al centro del
golfo di Guinea ed esso stesso produttore di petrolio.
Per completare il quadro delle "interferenze" nei
conflitti africani, va ricordato, accanto a quello delle grandi
potenze esterne al continente, anche il ruolo che giocano le potenze
regionali anche, ma non solo, africane.
Il Marocco non solo tenta un’egemonia su un’area sahariana
che arriva ai confini del Senegal, ma interviene anche in situazioni
molto più lontane (ad esempio organizza fino al 1993 la guardia
presidenziale della Guinea Equatoriale, a difesa della dittatura
locale) e intensifica da anni la sua politica di cooperazione (con
doppi fini politici) in Mali e Senegal.
La Libia, il cui ruolo si delinea secondo le varie fasi in cui il
colonnello Gheddafi ha cercato di rendere il proprio paese di volta
in volta campione dell’unità africana (è il principale
finanziatore dell’OUA e ha lanciato la sua trasformazione in
Unione Africana, sancita nel luglio 2002), artefice dell’unità
degli arabi (ad esempio con l’UMA), fomentatore dell’estremismo
islamico su scala mondiale, forza di intervento diplomatico e
militare nelle crisi del continente (ad esempio quella liberiana o
quella della Repubblica Democratica del Congo). Nel 2000, per
rafforzare il proprio ruolo, la Libia ha annullato gran parte del
debito dei paesi subsahariani nei suoi confronti.
Nei paesi della fascia saheliana, quelli dove il conflitto prende
a volte l’aspetto di scontro di religioni, si osserva un crescente
attivismo dell’Arabia Saudita e dell’Iran, soprattutto
attraverso la cooperazione culturale: formazione di intellettuali,
di predicatori, costruzione di moschee, scuole craniche, opere di
carità e fondazioni.
La Nigeria da anni cerca un ruolo di potenza in Africa
occidentale, che a spinge a porsi come mediatore, non sempre
disinteressato, nei conflitti dell’area.
Il Sudafrica, che negli anni dell’apartheid difendeva il
proprio regime e il dominio economico dell’Africa centrale e
australe con una politica di intervento attivo in molti paesi della
regione (sostegno ai regimi come quello di Mobutu in Zaire o alle
opposizioni reazionarie come l’UNITA in Angola e la Renamo in
Mozambico), negli anni più recenti del regime democratico si è
ritagliato un ruolo di mediatore in molti importanti conflitti, a
cominciare da quello dei grandi laghi. Dal punto di vista economico,
paesi quali lo Swaziland, il Lesotho e il Mozambico sono non da oggi
assimilabili a province del Sudafrica stesso: sudafricani sono la
maggior parte degli investimenti nel turismo, nei minerali, nei
trasporti, nell’elettricità, nelle banche, e sudafricana è la
maggior quota dell’interscambio commerciale. In tali condizioni è
evidente che il paese abbia tutto l’interesse a comportarsi da
padrino politico dell’intera Africa australe e centrale.
Si può notare inoltre una tendenza delle potenze maggiori,
extraafricane, a delegare l’intervento diretto nei conflitti alle
potenze locali, quando non addirittura a forze private di sicurezza
o al proliferare dei mercenari, purché le una e le altre agiscano
nel senso del mantenimento degli interessi maggiori della potenza.
Così alcune crisi si svolgono nella apparente indifferenza
internazionale (Sudan, nord dell’Uganda, Tuareg), e altre vengono
delegate a forze di interposizione locali (l’Ecomog citata a
proposito della Liberia gode di ben 300 consiglieri statunitensi).
In generale si parla di affidare in questo senso l’Africa agli
africani: nel 1997 gli Stati Uniti, la Francia e la Gran Bretagna si
sono accordati per un programma di rafforzamento delle competenze
militari dei paesi dell’Africa subsahariana, con l’obiettivo
della creazione di una forza interafricana di peace-keeping.
Una conclusione
Il "Rapporto sulle cause dei conflitti e per la promozione
di una pace e di uno sviluppo durevoli in Africa" presentato al
Consiglio di Sicurezza dell’ONU nel 1998 stilava la seguente
classifica delle determinanti dei conflitti:
- il ruolo dei mercanti d’armi
- gli interessi stranieri
- il ruolo di governi che fomentano conflitti presso i paesi
vicini
- il monopolio del potere
- le questioni di definizioni delle frontiere, specie quando esse
separano comunità un tempo unite
- le questioni legate alla ricerca di accessi al mare, al
petrolio, alle miniere
- gli eccessi di bilanci militari
- il ruolo degli ex combattenti
- sullo sfondo di molti conflitti, la riduzione delle entrate
derivante dal calo dei prezzi delle materia prime.
A ognuno adesso di valutare questa lista alla luce delle cose
dette fin qui. Ma è interessante notare che non vi compaiono
affatto le questioni etniche, religiose e culturali, né ipotetiche
rivalità storiche tra popolazioni.
Anche con il supporto di questa constatazione si può trarre una
conclusione riassuntiva di quanto qui sommariamente argomentato. Le
attuali guerre in Africa assumono spesso l’aspetto di crisi
interne ai paesi, che ruotano interno alla questione del potere.
Esse sono interpretabili a tre livelli: quello dello scontro per il
controllo del potere; quello del controllo dell’economia di
sfruttamento delle risorse, spesso di tipo illegale anche se
praticato dai governi, e dei traffici d’armi; quello degli
interessi strategici delle potenze nel quadro dell’economia
globalizzata. L’unico modo per precludersi ogni spiegazione è
invece continuare a indulgere nell’immagine di un continente
abbandonato a se stesso e in preda a secolari scontri tribali: una
spiegazione che fa solo l’interesse di chi vuole nascondere gli
interessi in gioco e allontanare le soluzioni dei conflitti.
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[1] Organismo di cooperazione economica che raccoglie il Bénin,
il Burkina, Capo Verde, la Costa d’Avorio, il Gambia, il Ghana, la
Guinea, la Guinea Bissau, la Liberia, il Mali, la Mauritania, il
Niger, il Senegal, la Sierra Leone e il Togo.
[2] Assassino del suo vecchio compagno d’armi Thomas Sankara,
che aveva avviato un tentativo di governo socialista del paese:
Compaoré riallinea la politica interna, economica e internazionale
del paese ai dettami della Banca Mondiale.
[3] Il Ghana ai tempi di Sankara aveva costituito con il Burkina
e con il movimenti ugandese di Museveni un asse di paesi africani
"progressisti" e che invece adesso si pone in opposizione
al Burkina dopo il cambio di direzione politica di questo paese.
[4] Famoso è rimasto lo scandalo della fine degli anni ’70,
quando il dittatore Bokassa regalava diamanti a Valerie Giscard d’Estaing.
[5] Secondo The Heidelberg Istitute of International Conflict
Research, si tratterebbe delle seguenti crisi:
ETIOPIA:
1947-63 crisi internazionale con la Gran Bretagna per il Gadaduma
1950-61 conflitto di frontiera con la Somalia
1962-4 guerra dell’Ogaden con la Somalia
1963-70 secondo contrasto con Gran Bretagna per Gadaduma
1964 guerra dello Shifta con la Somalia
1964-5 crisi con il Sudan per motivi etnici ed autonomistici
1974-78 conflitto di sistema
1974-91 conflitto etnico, religioso, autonomistico del Tigrai
1976-78 secondo conflitto dell’Ogaden con la Somalia
1977 conflitto con Sudan per motivi territoriali
1977-91 conflitto etnico, religioso, autonomista degli Oromo
1978-88 conflitto etnico, religioso, autonomista dell’Ogaden
1991-99 secondo conflitto degli Oromo
1994-99 secondo conflitto interno dell’Ogaden
1998-99 guerra con l’Eritrea per motivi di confine
ERITREA:
1946-52 annessione all’Etiopia
1961-67 guerra per l’indipendenza
1967-93 guerra civile
1994-98 contrasto con Sudan
1998-98 contrasto territoriale con Gibuti
1998-99 guerra con Etiopia.
SOMALIA:
1963-64 contrasto territoriale con il Kenya
1963-67 contrasto territoriale con il Kenya
1950-61 conflitto di frontiera con Etiopia
1962-64 conflitto dell’Ogaden con Etiopia
1964 conflitto dello Shifta con Etiopia
1976-78 secondo conflitto dell’Ogaden con Etiopia
1988-91 prima guerra civile
1991-99 seconda guerra civile
1991-99 secessione del Somaliland
[6] Gli Amhara sono dai tempi di Menelik il popolo dominante dell’Etiopia.
[7] Mentre i due paesi si scontrano, nel 1984-5 la carestia fa
1.700.000 morti in Etiopia e Somalia.
[8] Museveni introduce una riforma economica su principi
apparentemente socialisti, la quale però nella realizzazione di
fatto si pone sempre più in accordo con le ricette del FMI, specie
con l’avanzare della dissoluzione del blocco dell’est sovietico,
tanto che nel 1988 lo stesso FMI lo definisce uno dei suoi migliori
allievi.
[9] Inoltre l’Operation Turquoise rafforza Mobutu in Zaire
facendone nuovamente un interlocutore, cui fare affluire aiuti per i
profughi del Kivu e destabilizzando lo stesso Kivu, che da tempo è
una base dell’opposizione zairese a Mobutu. Gli hutu profughi che
vi affluiscono dal Ruanda si alleano agli hutu congolesi per
perseguitare i tutsi locali (i banyamulenge), circa 40.000 dei
quali, a volte in Zaire da secoli, fuggono in Ruanda.
[10] "Coloro che colpiscono insieme".
[11] In tale contesto la Banca Mondiale ottiene a Bujumbura la
realizzazione di una zona franca dove si installano società belghe
per il commercio dell’oro, che viene per lo più dallo Zaire (un
ministro che si oppone è ucciso).
[12] Fonte: The Heidelberg Istitute of International Conflict
Research, sito internet, settembre 2003.
[13] "Il popolo di Mulenge". Mulenge è la località
dove si sono stabiliti i primi tutsi ruandesi in Congo, nel XVII
secolo.
[14] È in questo passaggio che il paese cambia nome da Zaire a
Repubblica Democratica del Congo. In questo testo usiamo Zaire per
riferirci al paese fino al 1997, mentre usiamo Repubblica
Democratica del Congo per gli anni successivi.
[15] La pressione militare contro Angola e Mozambico, se non
riesce a dare successi alla guerriglia, costringe però i governi a
reperire risorse per la guerra, in una situazione di forte crisi
economica. Questa stessa pressione fa sì che nel 1987 l’Angola
chieda di aderire al FMI.
[16] Tra i due Congo si trova l’enclave angolana di Cabinda,
che i ribelli adoperano come propria base. La storia dell’esistenza
di questo territorio angolano presso la foce del fiume Congo risale
agli accordi del Congresso di Berlino del 1894, quando fu sancita l’esistenza
dello Stato Libero del Congo sotto controllo belga. In quella
occasione, la Gran Bretagna utilizzò la preesistente presenza
portoghese alla foce del fiume per impedire che questa cadesse
interamente in mano belga e francese e impose di affidare Cabinda al
Portogallo. Da questo, con l’indipendenza, il territorio passò
all’Angola.
[17] Come l’MPLA angolano, nel 1987 anche il Frelimo si
converte al liberismo.
[18] Erano gli anni ’60, quando i cinesi erano al contempo
contro i russi – e quindi potevano essere contro il governo
angolano del MPLA – e contro gli Stati Uniti – e quindi potevano
essere contro l’occupazione sudafricana della Namibia.
[19] Si legga ad esempio la descrizione dei massacri dei tutsi in
Ruanda ne 1994 in P. Gourevitch, Desideriamo informarla che domani
verremo uccisi con le nostre famiglie, Torino 2000.
[20] Ufficialmente si trattava di un "condominio"
anglo-egiziano, che però data l’egemonia britannica sull’Egitto,
di fatto si riduceva a protettorato britannico.
[21] Nato cioè all’interno del territorio che solo da poco
più di 40 anni costituisce la Costa d’Avorio indipendente. Si
ricordi però che nel paese la vita media è ben al di sotto dei 50
anni e quindi la maggior parte della popolazione odierna è nata
dopo l’indipendenza.
[22] S. Cessou, in AAVV, L’état du monde 2000, Parigi 1999.
[23] S. Smith, in Libération, 29.11.98
[24] A. Mbembe, in Le Monde Diplomatique, 11.99.
[25] UN Security Council, Final Report of the Panel of Experts on
the Illegal Exploitation of Natural Ressourcs and Other Forms of
Wealth of DR Congo, 23 ottobre 2003.
[26] Stiglitz J., La globalizzazione e i suoi oppositori, Torino
2002.
[27] La sua composizione è però essenzialmente tigrina (i
tigrini sono 6 milioni su 35 milioni di abitanti) e non è in grado
di controllare l’est, l’ovest e il sud del paese.
[28] Ci sarebbe da chiedersi se il crescente attivismo
statunitense in Africa non possa rientrare tra le motivazioni che
hanno portato ai gravi attentati alle ambasciate statunitensi di
Nairobi e Dar es-Salam nel 1998, che sono stati attribuiti all’estremismo
islamista internazionale: perché all’interno della lotta ormai
dichiarata a livello mondiale tra gli Stati Uniti e l’islamismo
estremista, quest’ultimo avrebbe scelto proprio due capitali dell’Africa
subsahariana per una delle sue più clamorose azioni?
[29] Gli Stati Uniti sono da sempre il santo protettore del
paese, che hanno essi stessi contribuito a creare. La Liberia
infatti nasce dopo l’abolizione della schiavitù nel nord degli
USA (1840), dal tentativo filantropico e maldestro di reimpiantare
in una parte dell’Africa scelta a caso (e abitata da altri popoli)
alcune migliaia di schiavi liberati negli USA. I pochi che
sopravvivono a un clima e un ambiente che non conoscono
costituiranno una élite estranea alla cultura locale, che parla
solo inglese e tende a riprodurre in Africa lo schema dell’economia
schiavista da cui loro stessi sono stati affrancati.
[30] La Liberia è inoltre base per la CIA e per i servizi
militari statunitensi (le basi tecniche militari della marina
statunitense in Liberia sono state usate anche per il sostegno all’UNITA
angolana e per il tentato colpo di stato in Ghana nel 1983); d’altra
parte la Liberia del dittatore Doé era il primo beneficiario al
mondo degli aiuti statunitensi in termini di cifra per abitante,
aiuti che tutti sapevano finire in profitto personale dell’entourage
del presidente, e uno dei primi beneficiari di aiuti militari:
intervenendo a sostegno di Doé, gli Stati Uniti difendevano i
propri stessi interessi.
[31] G. Prunier, Le Monde Diplomatique, 12/02.