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La vera storia del
blitz alla Diaz
Dagli interrogatori dei pm
Dagli interrogatori dei pm di Genova emergono le responsabilità dei
dirigenti della polizia intervenuti nella scuola al G8 del luglio
2001. I celerini romani rispondono dei 61 feriti gravi, gli alti
funzionari anche di falso e calunnia per le false molotov ritrovate
alla Diaz: rischiano l'addio alla ps. Due vicequestori le portano a
Caldarozzi e Luperi, vicecapi dello Sco e dell'antiterrorismo.
Gratteri, La Barbera e Murgolo c'erano ma dormivano. E dietro il
"pentito" e il "Giuda" si allunga l'ombra del
capo dei capi della celere, Valerio Donnini, il padre del nucleo
speciale antisommossa
ALESSANDRO MANTOVANI
Hanno fatto sessantuno feriti tra gente che dormiva, spaccando milze
e teste senza pietà. Hanno manipolato le prove, come le due famose
bottiglie molotov, per arrestare 93 innocenti. E ora l'inchiesta
sull'assalto alla scuola Diaz, che ha portato i pm a interrogare
come testimone anche Gianni De Gennaro, ci consegna questi
superpoliziotti che negano l'evidenza, si contraddicono, calpestano
la procedura penale e finché possono scaricano sul reparto mobile
romano (ex celere) di Vincenzo Canterini. Nessuno di loro ha visto
alzare un manganello. Da Canterini al prefetto Arnaldo La Barbera
sono tutti entrati "dopo", "in posizione
arretrata", "tra gli ultimi", "quando la
situazione era ormai congelata". Ed è incredibile
l'atteggiamento di un big come Gianni Luperi, numero due
dell'antiterrorismo del Viminale (ex Ucigos) e al G8 responsabile
della sala internazionale delle polizie. A luglio Luperi ha
rifiutato di rispondere ai pm, comportamento garantito ai privati
cittadini (o a Silvio Berlusconi) ma certo poco opportuno per un
dirigente della polizia al quale i magistrati intendevano mostrare
il filmato che lo ritrae con la busta delle molotov in mano nel
cortile della Diaz. Il vicequestore aggiunto che quella busta ha
portato, il 37enne Pietro Troiani, reo confesso perché inchiodato
da un agente che ha ormai lasciato la ps, il
"supertestimone" 34enne Michele Burgio, rifiuta a sua
volta il confronto con il collega al quale dichiara di aver
consegnato gli ordigni, Massimiliano Di Bernardini della squadra
mobile romana (36), lo stesso funzionario che ha anche dovuto
ammettere di non aver mai subito la famosa "sassaiola",
pretesto ufficiale della "perquisizione" della sera del 21
luglio 2001. E ancora, il capo del Servizio centrale operativo (Sco)
Franco Gratteri, uomo di punta della lotta alla mafia e pupillo di
De Gennaro, fa la figura di quello che c'era ma forse dormiva: tutta
colpa dei celerini, dice Gratteri, perdendo tempo solo a spiegare
della squadretta da lui mandata "per errore" al Media
center della scuola di fronte (computer distrutti, hard disk
trafugati...) e a correggersi come può dopo la visione del filmato
che lo inquadra a pochi metri da Gilberto Caldarozzi (suo vice) che
confabula con Luperi con la busta in mano.
Conviene sapere cosa hanno raccontato perché nessuno può prevedere
comefinirà l'inchiesta principale sul G8 del 2001. A Genova inizia
infatti il primo grado di giudizio ed è tutto interno alla procura.
I sostituti Francesco Albini Cardona, Monica Parentini, Vittorio
Ranieri Miniati, Francesco Pinto ed Enrico Zucca devono ora
difendere il loro lavoro dal procuratore reggente Francesco Lalla,
fin dall'inizio il più "comprensivo" con la ps. Vista
l'impossibilità di individuare i singoli picchiatori (al di là
dell'appartenenza o meno al nucleo romano) perché quasi tutti a
volto coperto, l'incriminazione per lesioni gravi passa per
l'articolo 40 secondo comma del codice penale, che punisce il
poliziotto per non aver impedito un reato - criterio confortato
dalla giurisprudenza ma al quale Lalla potrebbe fare argine. Del
resto i circa cento indagati per lesioni sarebbero tutti già
assolti se i pm non avessero scoperto la messinscena delle molotov,
con la quale hanno aggiunto le ipotesi di falso ideologico e
calunnia per i tredici firmatari del verbale d'arresto e gli altri
funzionari presenti (diciannove in tutto).
Donnini, il "generale" fantasma
Anche per questo bisogna partire dalle due molotov, ritrovate nel
pomeriggio durante gli scontri in corso Italia dal vicequestore
Pasquale Guaglione, che poi ha dichiarato ai pm di
"riconoscerle". Dal verbale si apprende che Guaglione le
aveva consegnate a Valerio Donnini, dirigente superiore del Viminale
e predecessore di Canterini alla guida della celere romana, padre
del nucleo antisommossa. In omaggio alla vecchia scuola militare
qualche poliziotto lo chiama ancora "generale". E al G8 il
generale Donnini aveva "il coordinamento operativo e logistico
dei contingenti dei reparti mobili, dei reparti volo, delle squadre
nautiche e delle unità speciali" (dall'ordinanza del Viminale).
Era insomma il capo dei capi della celere, una specie di
"comandante fantasma" per dirla con il manifesto
del 12 agosto 2001 per primo ha pubblicato il suo nome.
Donnini, secondo Guaglione, avrebbe detto "queste le prendo io
perché sono importanti". Il "generale" nega, ammette
però di averle messe sul Magnum, la jeep su cui si spostava con
l'autista Burgio. Il ragazzo ha raccontato di una risposta sgarbata:
"Quando è arrivato il dottor Donnini io gli ho fatto presente
che c'erano le bottiglie e lui si è rivolto a me in modo alterato -
ha riferito il teste Burgio il 4 luglio 2002 - come se avessi fatto
una domanda stupida o che comunque non dovevo fare". Donnini,
sempre il 4 luglio, ha negato: "Escludo di aver dato ad una sua
osservazione che non ricordo affatto una risposta così ambigua e,
se mi si consente, anche frutto di una maliziosa illazione, come se
io non avessi interesse alla consegna formale. Tale dovere incombeva
al Burgio".
Burgio faceva l'autista per la struttura logistica, prima ha
scarrozzato Donnini e la sera ha portato Troiani alla Diaz. E il 10
luglio ha confermato: "Ricordo di aver parlato delle bottiglie
al dottor Donnini e questi mi ha risposto male e spazientito".
E ha spiegato: "Ero preoccupato per la presenza delle
bottiglie. Avrei potuto e dovuto procedere anch'io per la consegna
in questura, ma essendo stato abituato, sin da quando prestavo
servizio sulle volanti, che per qualsiasi cosa si devono richiedere
disposizioni al superiore presente sulla vettura, avendo io chiesto
disposizioni prima al dott. Donnini e poi al dott. Troiani e non
avendole ricevute, non ho ritenuto di prendere iniziative".
L'iniziativa (da solo?) la prenderà Troiani.
Burgio il "pentito", Troiani il "Giuda"
Alla sera è lo stesso Donnini a mobilitare il nucleo antisommossa
per la "perquisizione", sia pure condividendo con altri
quell'inspiegabile ricorso alla celere. Le molotov sono ancora sulla
jeep, Burgio le ha solo spostate nel portabagagli. A quel punto
entra in scena Troiani, che si serve dello stesso autista perché fa
parte della struttura di Donnini (del quale è peraltro
"allievo" riconoscente). Alla Diaz non dovrebbe neanche
andarci, Troiani. Anzi, nei primi documenti il suo nome non c'è: lo
fa Burgio. Sentito come teste il 1° luglio scorso Troiani dapprima
nega, racconta che le bottiglie erano state trovate fuori dalla
Diaz: "Il mio autista Burgio mi si avvicina e mi dice che in
macchina o nelle immediate vicinanze sono state trovate, non so se
da lui o da altri, due bottiglie molotov. (...) Io le ho portate
subito a Di Bernardini e sono andato via". Poi, quando il pm
gli fa notare che "questo contrasta con le dichiarazioni di Di
Bernardini", Troiani aggiunge: "Lo so, a Di Bernardini ho
detto che i miei le avevano trovate nel cortile della scuola o sulla
scala d'ingresso" e il pm "fa rilevare che che nel verbale
viene evidenziata una circostanza ancora diversa sul
ritrovamento" (c'è scritto nella scuola, non fuori, ndr).
Allora Troiani dice: "Mi rendo conto della mia leggerezza, il
mio problema era solo `liberarmi' di quelle bottiglie",
ammettendo candidamente che la stessa squadra mobile di Roma cui
appartiene Di Bernardini, notificandogli la convocazione, lo aveva
messo in contatto con lui: "La dottoressa Manti mi ha fornito
il numero di telefono del collega, anzi mi ha fatto il numero lei.
Mi sono poi sentito anche con Burgio". Ma a quel punto Troiani
è indagato e per la ps diventa "il traditore": fa pensare
a lui il Giuda di Giotto stampato sul frontespizio del rapporto di
settembre della Digos genovese. Di Bernardini sostiene aver
dirottato Troiani su Caldarozzi senza nulla chiedere sulla
provenienza degli ordigni. I due sono ex compagni di corso, sembrano
cercare una versione concordata, partono telefonate e sms. Ma quando
Di Bernardini chiede il confronto Troiani rifiuta. E comunque le
molotov finiscono davvero a Caldarozzi, un altro pezzo grosso che
prima nega e dopo aver il film dice: "Prendo atto che l'ufficio
indica che le dichiarazioni di Troiani e Di Bernardini paiono
riscontrate dal filmato. Ribadisco di non ricordare di aver mai
avuto in mano il sacchetto".
Il video inchioda i numeri due
Mezzanotte e mezza, il massacro è fatto. E' il momento ripreso
dalla tv privata Primocanale (agli atti come Blue sky
1 e 2) e mostrato agli indagati il 30 luglio scorso. Sono
sull'ingresso: Luperi e Caldarozzi con la busta, poco più in là il
capo della Digos di Genova Spartaco Mortola, Canterini, Gratteri ma
anche Giovanni Murgolo, che di fatto rappresentava il prefetto
Ansoino Andreassi, rimasto in questura con le sue
"perplessità" sul blitz. Murgolo dal cortile parla a
lungo con lui per telefono. Entrambi, l'attuale numero due del Sisde
Andreassi e il vicario di Bologna Murgolo, vengono
dall'antiterrorismo targato Pci, mentre quasi tutti gli altri
appartengono al mondo delle squadre mobili (e di De Gennaro). Ma tra
tanti "cervelli fini", tutti investigatori esperti,
nessuno si preoccuperebbe di sapere da dove diavolo vengono le
molotov, che se non sono attribuibili a nessuno servono solo per la
propaganda.
Murgolo però si sporca le mani il meno possibile, come del resto
Gratteri e la buonanima del prefetto Arnaldo La Barbera, l'ex capo
dell'Ucigos scomparso pochi mesi fa. Fanno però una figura barbina.
Gratteri deve balbettare: "Forse non ripeterei quello che
ritengo un errore, essermi recato alla Diaz". Molto più
pesanti le posizioni di Calderozzi, Luperi e soprattutto del
genovese Mortola: è lui a fare il sopralluogo e a dare il via alle
operazioni, riferendo di aver saputo dal Gsf che la scuola era ormai
nelle mani di chissà chi. Gravi anche le accuse a Filippo Ferri e
Fabio Ciccimarra, i due giovani vicequestori indicati da Di
Bernardini e Mortola come i redattori del verbale poi firmato in
tredici. Ferri, classe `68, comanda la squadra mobile di La Spezia;
Ciccimarra ('70) dirigeva l'antirapine di Napoli ed era il capo dei
poliziotti accusati di violenze alla caserma Raniero dopo il Global
forum del 17 marzo 2001. Raccontano che l'accusa di associazione per
delinquere l'hanno decisa dopo in questura, ovviamente con tutti i
dirigenti, e così hanno accollato le molotov a tutti i 93. I gip e
la stessa procura li bocceranno: gli arresti non saranno
convalidati, l'inchiesta partirà proprio da lì.
L'accusa di Franco Gratteri
Donnini invece non era alla Diaz. Il "generale" è
testimone, non indagato. E' però inquietante la sua ombra, perfino
Gratteri sembra suggerirlo. Dice infatti ai pm il 30 luglio 2002:
"A determinare il caos all'interno della scuola potrebbe essere
stato qualcuno del reparto mobile o di altri reparti, così come
l'episodio dell'accoltellamento simulato può essere servito a
parare l'eccesso di violenza usato nei confronti di alcuni degli
occupanti; penso che anche l'episodio delle bottiglie sia stato
montato per giustificare quanto accaduto. Ritengo sarebbe importante
determinare chi abbia comandato Troiani di venire alla Diaz -
insiste Gratteri - può essere che si sia mischiato con gli altri e
che abbia fatto quello che hanno fatto gli altri del reparto mobile
e che abbia pensato di coprire l'accaduto. Molti potrebbero essere i
moventi concreti da parte di una componente della polizia che non
ritengo rappresentativa". E' la linea dei vertici: tutta colpa
del reparto di Canterini, il massacro come le molotov e il finto
accoltellamento (Gratteri ammette: "Simulato"). E se
Troiani, pur non facendone parte, si definisce ancora uomo del
reparto ("noi del reparto", dice), il suo capo Donnini
della celere è l'anima, la memoria, il vero numero uno.
Una "reazione" alla "sassaiola"?
A parte l'accoltellamento dell'agente Massimo Nucera per il quale è
fissato l'incidente probatorio per il 18 febbraio, i pm stanno
valutando una per una le posizioni dei funzionari. Rispetto alle
molotov devono dimostrare la condivisione del proposito calunnioso e
non sempre è facile. Anche perché, a quanto sembra, le prove
fasulle sono state concepite solo a posteriori, per coprire il
sangue.
A tavolino è stata invece organizzata la perquisizione, motivata
invece con la storia della sassaiola contro uno dei "pattuglioni
misti" organizzati la sera del 21 da Caldarozzi su ordine di
Andreassi e Gratteri e con la collaborazione di Donnini. Nessuno ha
mai fatto nomi e cognomi degli aggrediti. Neanche Di Bernardini, che
prima aveva scritto la relazione come se la sassaiola l'avesse
subita lui e alla fine ha balbettato: "Non so che dire, ho
riferito quanto avevo appreso `de relato'" da non si sa chi.
Come se nulla fosse quasi tutti parlano della
"perquisizione" come di una "reazione" alle
sassate. Persino Gratteri dice "risposta all'aggressione".
E di lì alla "rappresaglia" il passo è breve, specie per
la "componente" della ps che il capo dello Sco non ama.
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