Autore di "ROBERTO FRANCESCHI, PROCESSO DI
POLIZIA"
(Baldini e Castoldi, euro 14,40)
di Francesco Barilli per Ecomancina.com
Daniele Biacchessi è autore da sempre
impegnato in lavori di grande impegno civile; ricordiamo i suoi
libri "Punto Condor, il processo" (sulla strage di Ustica
– scritto con Fabrizio Colarieti), "Un attimo … Vent’anni…"
e "10,25 cronaca di una strage" (sulla strage di Bologna),
"Fausto e Iaio. La speranza muore a 18 anni", solo per
citarne alcuni, ed il recente reading teatrale "La Storia e la
Memoria".
A più di trent’anni da quel tragico 23 gennaio
1973, Daniele ripercorre la vicenda di Roberto Franceschi,
basandosi sugli atti giudiziari, sulle memorie delle parti civili, e
sulle testimonianze (preziose quanto dolorose) di Lydia
Franceschi.
Parliamo dunque con lui del suo ultimo lavoro,
"Roberto Franceschi, processo di polizia", premettendo una
breve ricostruzione dei fatti.
23 gennaio 1973, Università Bocconi di Milano.
Un’assemblea del movimento studentesco viene di fatto vietata dal
Rettore dell’Università, che per quell’occasione impone che
possano accedere solo studenti della Bocconi, e quindi NON studenti
di altre facoltà, lavoratori eccetera. Il rettore, per rendere più
incisiva ed efficace la propria direttiva, dispone che funzionari
dell’università controllino i tesserini di riconoscimento. Questa
decisione, che violava una sorta di "accordo non scritto"
fra gli studenti e l’apparato universitario (di norma era
accettato nella prassi, anche se non previsto dal regolamento, che
le assemblee fossero aperte a tutti) accende la protesta degli
studenti.
All’esterno della Bocconi staziona un reparto
della Polizia, non è chiaro se presente su chiamata del Rettore, su
iniziativa autonoma, o se per un zelante eccesso rispetto ad una
mera segnalazione dell’amministrazione universitaria. La presenza
della polizia e la disposizione del Rettore, che di fatto impedisce
il normale svolgimento dell’assemblea, sono decisioni che vengono
prese dagli studenti come provocazioni; verso le 22,00 i ragazzi
decidono di rinunciare all’assemblea, aggiornandola ad altra data,
ed abbandonano l’università. Un gruppo ha un breve scontro con la
polizia, che esplode numerosi colpi di arma da fuoco verso i
ragazzi, mentre questi si stanno già allontanando. Roberto
Franceschi, vent’anni, viene raggiunto alla nuca. Ricoverato
già in condizioni disperate, entra in coma profondo e si spegne
pochi giorni dopo (il 30 gennaio).
Da questa tragedia parte una storia per molti
versi "già sentita": un balletto di responsabilità circa
l’intervento della polizia fra Rettore e Questura; poi l’ammissione
da parte delle forze dell’ordine di aver fatto uso di armi da
fuoco (nell’occasione fu gravemente ferito anche l’operaio
Roberto Piacentini, pure lui colpito alle spalle), ma tentando
di diminuire il numero dei colpi esplosi e contemporaneamente di
aumentare l’entità della "minaccia" portata dai
ragazzi. In seguito si cercò di scaricare l’omicidio su un
agente, Gianni Gallo, e sul suo presunto stato di panico… Ma l’inchiesta,
superando un muro di omertà, reticenze e prove sottratte o
falsificate, appurò che almeno 5 fra agenti e funzionari avevano
sparato… Cinque sparatori: un po’ difficile pensare ad una
spontanea decisione di singoli di fare uso delle armi in assenza di
precise disposizioni in tale senso… Ed altrettanto improbabile
appare la ricostruzione che vorrebbe un singolo agente, peraltro in
stato di panico, esplodere due soli colpi, entrambi andati a
bersaglio con precisione assoluta…
Anche la vicenda giudiziaria è di quelle
"solite": più di vent’anni senza ottenere giustizia per
l’assassinio di Roberto. Il brigadiere Puglisi e il capitano
Savarese furono condannati per "falso ideologico" (avevano
contraffatto le prove e redatto verbali falsi per coprire le
responsabilità) ma restarono gli unici condannati per i tragici
fatti di quel 23 gennaio…
La famiglia Franceschi riuscì ad ottenere, se
non la giustizia piena, perlomeno un parziale riconoscimento: le
indagini accertarono senza ombra di dubbio che il colpo omicida era
da attribuire alle forze dell’ordine (precisamente era partito
dalla Beretta 7,65 in dotazione all’agente Gianni Gallo) ed il
Ministero dell’Interno fu costretto a risarcire la famiglia con
una somma che permise la costituzione della "Fondazione
Roberto Franceschi" (
).
A dire il vero anche la vicenda del risarcimento non fu priva di
particolari grotteschi: nel 1998 l’Avvocatura dello Stato
notificò alla famiglia Franceschi un’ingiunzione tendente alla
restituzione della somma ottenuta a titolo di risarcimento. Ma
fortunatamente quella iniziativa, testimone comunque di come la
giustizia in Italia viva di una salute precaria, e soprattutto di
quanta fatica costa allo Stato giudicare in modo imparziale l’operato
dei propri apparati, finì nel nulla.
***
intervista a DANIELE BIACCHESSI – 25
dicembre 2004
FRANCESCO BARILLI:
Con questo libro ricordi una vicenda che sembra
ormai lontana nel tempo, ma che ha avuto tanti precedenti analoghi,
e che ha visto troppe vicende successive, paurosamente simili nello
svolgimento dei fatti e nello sviluppo dell’istruttoria
processuale. Vorrei che tu mi parlassi proprio dell’attualità che
vedi nella vicenda Franceschi.
DANIELE BIACCHESSI:
La vicenda del giovane Roberto Franceschi non è
storia del passato. Dimostra che lo Stato non riesce a riformarsi
specie quando è responsabile materialmente dell’uccisione di una
persona. L’atteggiamento dei vertici della polizia la sera del 23
gennaio 1973 è stato omissivo e reticente. Sono state sottratte
prove importanti, manomessi corpi di reato, offerte versioni false
alla magistratura inquirente. Poi nei processi, se sullo sfondo non
ci fosse la morte di un ragazzo di vent’anni, certi interrogatori
di pubblici ufficiali sarebbero straordinarie piece teatrali di
Commedia dell’Arte.
F.B.:
Sempre parlando di "fili comuni" nelle
varie vicende: nel caso Franceschi non si arrivò all’individuazione
dell’autore materiale dell’omicidio, "grazie" alla
sottrazione o alla contraffazione delle prove… Ma anche a livello
più alto e istituzionale si possono notare analogie inquietanti. Ho
letto con particolare interesse la trascrizione dell’intervento
dell’allora Ministro dell’Interno, Mariano Rumor, in cui –
acconto a doglianze di facciata per la morte di Franceschi – Rumor
si distinse per una difesa d’ufficio ed acritica dell’operato
delle forze dell’ordine… E, non ti nascondo, mi è subito
balzato alla mente l’intervento di Scajola dopo i fatti di Genova,
o quello degli onorevoli Giovanardi e Mantovano dopo la morte di
Davide "Dax" Cesare… Come pensi si possa superare questa
tendenza del potere ad autoassolversi sempre e comunque?
DANIELE BIACCHESSI:
Ciò che venne raccontato in Parlamento dall’allora
ministro dell’Interno Mariano Rumour, sembra una fotocopia di
quanto dichiarato da Francesco Cossiga, responsabile del Viminale,
dopo l’uccisione a Roma di Giorgiana Masi, così simile alle
risposte fornite ai parlamentari da Claudio Scajola in seguito alla
sparatoria dei carabinieri contro Carlo Giuliani a Genova, durante i
giorni del G8. Franceschi non è dunque storia del passato.
Sai, questo è un paese strano. L’Italia è l’unico
paese del mondo dove è stata istituita dal Parlamento una
Commissione su stragi e terrorismo che ha prodotto milioni di pagine
di verbali ma non è stata in grado di fornirci una spiegazione
finale di ciò che è accaduto tra attentati, omicidi politici,
ferimenti di terrorismo nero e rosso. Forse è un paese a sovranità
limitata. Forse perché non c’è una tradizione di assunzione di
responsabilità. Guarda gli Stati Uniti. 25 anni dopo il colpo di
Stato a Santiago del Cile, gli americani hanno aperto i loro archivi
e hanno mostrato a propri cittadini le prove su chi stava dietro
allo sciopero dei camioneros che bloccarono per sei mesi il Cile
contro le politiche del socialista Salvador Allende. In Gran
Bretagna i ministri si dimettono per regali ricevuti. In Italia, ai
processi per stragi, nessuno sapeva niente: Giulio Andreotti, Mario
Tanassi, Francesco Cossiga. Presidenti del Consiglio, ministri,
responsabili dei servizi segreti. Nessuno era a conoscenza dei piani
antidemocratici che stavano dietro agli attentati. Ma alla fine la
democrazia ha tenuto. Il golpe in Italia non c’è stato. Merito
dei lavoratori e dei cittadini che sono scesi in piazza, che hanno
tenuto viva la memoria in tutti questi anni. E’ questa la lezione
che giunge dal passato.
F.B.:
I processi che vedono imputati elementi delle
forze dell’ordine sono purtroppo spesso segnati da manipolazioni o
– nel migliore dei casi – "interpretazioni di comodo".
Al di là della sacrosanta indignazione per questa circostanza, è
chiaro che quando uno Stato processa se stesso (o, meglio, un suo
apparato) è un momento difficile… ma proprio per questo dovrebbe
emergere l’importanza della separazione e dell’indipendenza dei
poteri dello Stato, senza condizionamenti esercitati da un apparato
su un altro… Oggi stiamo assistendo a disegni di legge e a varie
prese di posizione finalizzate a rendere sempre più ingerente l’esecutivo,
limitando l’indipendenza degli altri poteri, a cominciare da
quello giudiziario. Nel concreto, quali rischi credi possa portare
questa impostazione, per il futuro?
DANIELE BIACCHESSI:
Bisogna fermare tutti i progetti
anticostituzionali. Quelli sulla giustizia sono i più pericolosi.
Del resto lo stesso Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi
ha rispedito alle Camere la riforma dell’ordinamento giudiziario.
Bisogna invece affermare l’indipendenza della magistratura dal
potere politico. E’ un punto delicato e fondamentale del difficile
processo verso una democrazia compiuta. Certe cose non devono più
accadere: inchieste importanti sottratte alla magistratura
inquirente, indagini su stragi e terrorismo archiviate senza nemmeno
essere portate avanti dai legittimi titolari, testimonianze fatte
sparire dai fascicoli, corpi di reato spostati dagli appositi
uffici.
F.B.:
Il tuo libro riporta moltissime testimonianze,
documentali ma anche umane, come quelle di Lydia Franceschi… Ho
ammirato, nelle parole di Lydia, la capacità di andare oltre la
dimensione personale, la volontà di battersi per la Giustizia quasi
"indipendentemente" dal proprio dolore… Vorrei una tua
riflessione sulla dimensione umana e sulla lezione etica che ci dà
Lydia.
DANIELE BIACCHESSI:
Lydia Franceschi è una donna forte e onesta. Per
la morte di suo figlio, non voleva una verità a tutti i costi, un
colpevole comunque sia. Intendeva conoscere la verità, ottenere
giustizia. Nel libro pubblico le lettere da lei inviate all’allora
segretario del SIULP, il sindacato di polizia, Franco Fedeli e le
risposte sincere di funzionari dello Stato. Lydia si è infine
dimessa dal suo ruolo di preside dopo l’ultima vergognosa sentenza
di assoluzione del vicequestore di Milano Tommaso Paolella.
F.B.:
Nel tuo libro ricordi anche la strage di Piazza
della Loggia a Brescia, Varalli e Zibecchi, dedichi un capitolo a
Giorgiana Masi… Penso non si tratti solo di un esercizio della
memoria… Ma mi piacerebbe chiudere questa nostra chiacchierata con
una tua valutazione sull’importanza della "corretta"
memoria: un valore a cui penso entrambi attribuiamo grande
significato, e che tu stai cercando di trasmettere col tuo ultimo
reading, "La Storia e la Memoria".
DANIELE BIACCHESSI:
La memoria è come un film in bianco e nero,
seppellito nei cassetti della storia. Ma a volte ritorna e lascia
tracce indelebili. Sono quei volti di giovani che ho incontrato all’Università
Bicocca di Milano durante il mio reading "La storia e la
memoria", che si siedono in prima fila e ti bombardano di
domande come è accaduto il 18 dicembre a Gaiano, in provincia di
Parma durante l’orazione civile sulla strage del Rapido 904, i
racconti dei familiari di vittime di stragi che ho ascoltato in
silenzio, nelle cui case sono entrato in punta di piedi, con il
massimo rispetto. Per queste persone è giusto ricordare. Da
Farenheit 451 di R. Bradbury. "C'era una volta, nel più
remoto passato prima di Cristo, un uccello chiamato Fenice che ogni
cinquecento anni si costruiva una pira e ci si immolava sopra. Ogni
volta che bruciava, rinasceva subito dalle sue stesse ceneri per poi
ricominciare. Noi esseri umani facciamo lo stesso, infinite volte,
ma abbiamo una cosa che la Fenice non ebbe mai: sappiamo la
sciocchezza che abbiamo compiuto. Conosciamo bene tutte le
assurdità commesse in migliaia di anni e finchè sapremo di averle
commesse e ci sforzeremo di saperlo, un giorno o l'altro la
smetteremo di accendere i nostri roghi e di saltarci sopra. Ad ogni
generazione, raccogliamo un numero sempre maggiore di gente che
ricorda... E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo, potremo
rispondere: RICORDIAMO."
Francesco Barilli, di Ecomancina.com
Links utili:
Fondazione Franceschi