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IL FUTURO NERISSIMO DELLE BANLIEUES DI TUTT’EUROPA
di Enrico Campofreda
C’è una frase che un militare
pronuncia dopo che il colonnello dei parà Mathieu ha fatto saltare
in aria il nascondiglio di Alì La Pointe nella casbah di Algeri nel
1957 e si augura in tal modo di archiviare la questione dell’indipendenza
di quella nazione: "In fondo non sono cattive persone abbiamo
convissuto per 130 anni, potremo continuare". Il film è
"La battaglia di Algeri" di Gillo Pontecorvo premiato nel
1966 a Venezia col Leone d’oro, pellicola in bianco e nero dallo
stile documentario che riassume le tappe della lotta sostenuta dal
1956 al ’62 dal FLN algerino per la liberazione dall’occupazione
francese. E’ il punto di vista del colonialista che legge la
storia esclusivamente con le sue lenti e le sue logiche. Ma sentendo
le dichiarazioni fatte stasera dal presidente Chirac dopo dieci
giorni d’insurrezione della banlieue dell’Ile de France sembra
di ascoltare il generale De Gaulle nei giorni delle rivolte della
casbah algerina. Tutto viene visto solo in funzione d’ordine
pubblico, non c’è alcuna riflessione sulle cause.
Per non creare fraintendimenti
contestualizziamo storicamente i due periodi: ad Algeri s’iniziava
a combattere una lunga lotta di popolo per l’indipendenza
nazionale con tutte le armi del caso, nei sobborghi parigini si
vivono notti di fuoco animate dal disagio sociale giovanile. Fatte
le debite proporzioni per situazioni ben diverse un comune
denominatore lo leggiamo. Chi si ribella è lo stesso popolo
magrebino, un tempo sfruttato in casa oggi emarginato nella sua
nuova casa. La seconda e terza generazione degli algerini,
marocchini, tunisini di Francia non vive certo di privilegi. Se non
sono chiamati topi, come nel film di Pontecorvo, certo non godono di
quell’integrazione tanto sbandierata dalla Repubblica. E se la
legge garantisce eguale trattamento a tutti i cittadini ma poi non
segue un’integrazione economica, non ci vuole molto per sentirsi
francesi di serie B. Basta abitare nei non luoghi dormitorio che
circondano la città-vetrina. Sopravvivere impoveriti da una
recessione che se c’è per tutti, è ancora più dura per i ceti
deboli o borderline. Basta non avere lavoro, vedere prospettive
scarse o nulle, proiettare il proprio futuro verso la malavita.
Così in molti angoli di quella
grande Parigi che è l’Ile de France è da molto tramontata quell’integrazione
vissuta più sul fronte legislativo e delle buone intenzioni che
sulla concreta realtà sociale. La Belleville integrata che Pennac
dipingeva quindici anni or sono resta un bel sogno letterario, e se
lì o Menilmontant forse le mille arti d’arrangiarsi fanno
procedere i parigini d’Africa, nelle periferie estreme la vita è
davvero durissima. Per molti magrebini anche di terza generazione
non ci si può sentire francesi solo perché Zizou Zidane ha fatto
vincere ai bleu la Coppa del Mondo. Occorrono fatti concreti e
politiche sociali. Ma stasera anche il ministro Borloo fa il verso
al Presidente pensando solo a offrire solidarietà al collega dell’Interno
Sarkozy invece di sanare almeno qualcuna delle mille contraddizioni
vissute nei suburbi. Le uniche risposte vengono dalla gendarmerie
– che in apertura di ostilità ha fatto due morti - e allora non
può essere che ribellione. Anche ribellione da casseurs senza scopi
né futuro, come semplice atto vandalico che dice: "Non potete
fare di noi già a sedici anni spazzatura".
Eppure l’ottusità del Potere
conta solo le 1.300 auto bruciate, pensa forse Chirac, come ai tempi
dell’Algeria di rilanciarsi con grandeur muscolare facendo
marciare il 10° parà? Chi non ha imparato nulla dalla Storia
reitera. Così se la linea dei governi europei della Destra e anche
di certa Sinistra - attenta esclusivamente ai richiami d’un ordine
da caserma - si disinteresserà delle ragioni di tanto disagio
puntando alla repressione e all’umiliazione dei giovani le
banlieues di molti Paesi avranno un futuro nerissimo. Assai più
denso del fumo che si leva oggi dalle Renault in fiamme.
Enrico Campofreda, 7 novembre 2005 |