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APPUNTI PER NON DIMENTICARE
di Francesco Barilli

Giunti a questo punto forse avrete già letto il racconto di Fabrizio e di Sara. Personaggi di fantasia, è vero, ma non per questo meno reali dei tanti ragazzi che hanno vissuto sulla propria pelle la storia di ordinaria follia di una città blindata affinchè 8 personaggi (con rispettive delegazioni) potessero "fare vetrina". Le testimonianze che ho raccolto "in rete" (ormai l'unica fonte di informazione non omologata rimasta) hanno costituito il materiale umano di esperienze ed emozioni che ha dato vita ai due personaggi del racconto "L'amore ai tempi della globalizzazione", nel tentativo di riassumere in un'unica testimonianza le mille voci giunte da Genova impazzita. Ho volutamente tralasciato particolari ancora più drammatici (a parte l'ovvia citazione dell'omicidio di Carlo Giuliani, su cui tornerò in queste note) perché ciò che è stata la quotidianità della Genova del G8 mi sembrava già abbastanza raccapricciante e significativa. Per questo stesso motivo ho inserito nel finale la decisione di Fabrizio, Vanessa e Alfredo di non dormire alla Scuola Diaz, per evitare loro una supplementare dose di paura e violenza con l'irruzione della Polizia alla sede del GSF. Ripeto: mi premeva mostrare la quotidianità di Genova; per questo ho lasciato Fabrizio ed i suoi amici fuori dagli episodi più violenti. E' mia opinione che questi episodi - o addirittura quelli che purtroppo sconfinano nella cronaca nera - servono solo ad alimentare le chiacchiere dal barbiere, al bar, dal panettiere o dove volete voi. La maggior parte dei ragazzi intervenuta alle manifestazioni di Genova è - grazie al cielo - tornata a casa sana e salva… Ma non per questo meno segnata nel profondo dalla sensazione di aver assistito a due giorni di totale pazzia, di sospensione dei diritti costituzionali di cui ogni cittadino dovrebbe godere in un Paese civile. E questo proprio nell'occasione/celebrazione delle "magnifiche sorti e progressive" dell'umanità… Ecco, volevo rappresentare questa sensazione di scoramento e di smarrimento, che non deve essere necessariamente collegata ad episodi "estremi".

Ma la realtà di Genova ha superato, purtroppo, la fantasia del mio racconto. Non basterebbe un romanzo per raccogliere ed approfondire i mille aspetti di quella "tre giorni di follia". In queste note vedrò di trattare, senza pretesa di essere esaustivo, alcuni fatti e situazioni relativi a quei giorni, nella speranza di dare un piccolo contributo contro la marea di omissioni e falsità che hanno segnato le cronache omologate, e di combattere il silenzio in cui tutte queste vicende sembrano essere finite (travolte da avvenimenti più recenti e, forse, dal tentativo di insabbiare una storia in cui le nostre Istituzioni non hanno certo brillato).

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Il Comitato Parlamentare
Verso la fine del mese di luglio 2001 fu costituito il Comitato Parlamentare per un'indagine conoscitiva sui fatti di Genova. Tale Comitato era composto da 18 deputati e 18 senatori, rappresentanti di tutti i gruppi parlamentari. I lavori della Commissione si conclusero il 14 settembre con un documento approvato dai soli componenti della maggioranza di centro-destra, pubblicato il 20 settembre. I rappresentanti dell'Ulivo ed il deputato Graziella Mascia (Rifondazione) presentarono due distinte bozze di documenti alternativi.
Anche cercando di estraniarsi il più possibile dai fatti (cosa obbiettivamente difficile) è impossibile bollare il documento di maggioranza con epiteti diversi da "vergognoso". Caratteristiche salienti di tale documento sono infatti:
a. La totale assenza di spunti critici riguardo l'operato delle forze dell'ordine, se non qualche blando accenno a comportamenti di singoli, sempre comunque ricondotti in tale rapporto ad eccessi di reazione, e mai ad atteggiamenti connotati intrinsecamente da violenza e da scarso rispetto dell'altrui diritto a manifestare. In buona sostanza ogni singolo episodio di violenza è addebitato ai manifestanti, che nella versione più misericordiosa del documento sono colpevoli di "non aver saputo o voluto isolare la componente violenta" del movimento (estratto testuale dal Documento approvato dalla maggioranza, come gli altri passaggi che troverete "virgolettati" - le sottolineature sono mie). Ecco altre chicche testuali: "Sia il 20 che il 21 luglio l'intenzione di gestire in maniera morbida l'ordine pubblico si scontra con provocazioni di massa determinate dal'intrecciarsi - non ostacolato dagli organizzatori - di una folla di circa 10.000 violenti…"; "…per tutta la durata del G8, l'anima violenta ed eversiva dei manifestanti, si è avvalsa della tolleranza di parte dei dimostranti pacifici". Stendo un velo pietoso, oltre che sui concetti esposti, sull'utilizzo della punteggiatura dell'ultimo passo. Ritengo più utile soffermarmi su un concetto che mi pare quantomeno singolare: il principio, espresso in più passaggi con la cui trascrizione non voglio ulteriormente annoiare, secondo cui era compito del GSF predisporre un servizio d'ordine (complementare a quello costituito da forze dello Stato) che potesse individuare ed isolare gruppi di facinorosi. A questo proposito la risposta più chiarificatrice mi sembra quella di Raffaella Bolini (rappresentante dell'ARCI): "Nel corso degli incontri con le forze dell'ordine - faccio riferimento in particolare all'incontro del 30 giugno … siamo stati informati del fatto che i gruppi avrebbero cercato di infiltrarsi nelle nostre manifestazioni e ci è stato chiesto se fossimo in grado di evitarlo. Abbiamo risposto negativamente perché non intendevamo sostituirci alle forze dell'ordine. … Il Capo della Polizia ci aveva detto, in quella sede, che era comunque compito delle forze dell'ordine reprimere o isolare manifestanti violenti e che, quindi, non erano fatti nostri. Ciò che intendo evidenziare … è che nemmeno la presenza di gruppi violenti, di black block, o comunque di tentate infiltrazioni all'interno della manifestazioni previste, era una novità". Qualche concessione ad una visione dei fatti meno ottusa, sempre a proposito del comportamento tenuto dalle forze dell'ordine, il documento lo fa, menzionando a volte il carente coordinamento delle stesse, un mancato coordinamento addebitabile però… E qui veniamo al secondo punto…
b. Altra "perla" del documento è un risibile (e neppure troppo velato) tentativo di assegnare in ogni caso al Governo Berlusconi il merito di aver instaurato, nei giorni precedenti il Vertice di Genova, un tavolo di trattativa con il GSF, addebitando ogni colpa nella fase preliminare a deficienze e/o a leggerezza del Governo Amato. Ad onor del vero va riconosciuto che, pur non condividendo un solo accento del Rapporto della Commissione e condannandone pienamente la finalità politica di totale assoluzione del Governo Berlusconi, è impressione condivisibile che la preparazione del G8 - e dei delicati conseguenti problemi di tutela dell'ordine pubblico - sia stata contrassegnata da totale superficialità. Mi verrebbe da dire che, più che la classica faciloneria italiana, in questo caso si sia trattato di una superficialità culturale che attraversa un po' tutta la nostra classe politica: il "problema G8" è stato vissuto essenzialmente con la sola ottica di trasformare parte di una città in un villaggio turistico di lusso per gli 8 "grandi" e rispettive delegazioni. Il diritto di chi voleva manifestare il proprio dissenso è stato, nella migliore delle ipotesi, sopportato come un'evenienza di cui non si poteva proprio fare a meno. A tale proposito riporto un estratto della deposizione del dott. Luigi Bobba, Presidente delle ACLI (rappresentante quindi di un movimento certamente non "estremo" nell'ambito delle associazioni che hanno presenziato a Genova, anche non collegate al GSF): "… la difesa, vorrei dire un po' ossessiva, della zona rossa ha 'distratto' o non ha concentrato l'attenzione delle forze dell'ordine su un numero limitato ma organizzato di gruppi violenti che hanno potuto agire in gran parte indisturbati. … in quella situazione molti di coloro che hanno partecipato si sono trovati a subire le cariche della polizia, in una situazione in cui non vi era più distinzione fra coloro che manifestavano pacificamente e coloro che invece erano lì per ben altri motivi…". Ancora più chiara e netta (e sempre ricavata dagli ambienti, diciamo così, "moderati" del movimento anti-G8) risulta la deposizione di Anna Scalori, Vicepresidente dell'associazione Pax Christi: "Al di fuori della zona rossa la sensazione era che la città fosse, nella migliore delle ipotesi, abbandonata; cioè, la zona rossa era ciò che doveva essere tutelato e fuori da tale zona poteva succedere tutto ciò che si voleva. Abbiamo provato sgomento e sconcerto di fronte alle cariche indiscriminate della polizia … anche le persone che erano semplicemente andate per partecipare alla manifestazione si sono trovate in condizione di dover temere per la propria incolumità fisica … I timori provenivano, davvero, da parte di chiunque e, non nascondo in maniera estremamente significativa, anche da parte delle forze dell'ordine". A queste voci si associano Paolo Serventi Longhi, segretario della Federazione nazionale della stampa, e Giuseppe Pericu, Sindaco di Genova. Il primo afferma: "Naturalmente abbiamo denunciato più volte il fatto che vi siano state aggressioni, singole e di gruppo, da parte dei manifestanti violenti nei confronti di giornalisti", ma accenna pure a "…testimonianze di giornalisti stranieri che affermano che i problemi maggiori hanno riguardato i rapporti con le forze dell'ordine". La testimonianza del Sindaco rinnova le perplessità sulle modalità di impiego delle forze dell'ordine: "La sensazione che ho avuto nel pomeriggio è che la gran parte delle forze di polizia fossero volte a proteggere la zona rossa da quei supposti assedianti e che, in realtà, nella restante parte della città non vi fosse quella presenza di forze dell'ordine che noi ritenevamo essenziale".
c. Il documento attesta un tentativo patetico di dividere in maniera manichea il GSF in tre anime ben distinte. A questo proposito è salutare riportare testualmente: "… il GSF costituiva un movimento composito nel quale convivono: a) un'anima pacifista e non violenta, formata prevalentemente da movimenti di ispirazione cristiana… b) un'anima 'politicizzata', che si manifesta in una varietà di atteggiamenti che vanno dal disturbo inteso come violazione simbolica, al sabotaggio dei processi decisionali… c) un'anima violenta, nella quale rilevanti segmenti di quella politicizzata (ad es. tute bianche e centri sociali) pongono in essere azioni seriamente aggressive nei confronti dei rappresentanti istituzionali,…"
d. Ultima peculiarità da denunciare nel rapporto della Commissione è il tentativo altrettanto patetico di conferire una patente di piena riuscita politica al Vertice di Genova, dimenticando che l'espressione di valutazioni di questa natura non era certo fra i compiti del Comitato.

Vi consiglio di risparmiare al vostro fegato la lettura integrale del documento e delle trascrizioni delle testimonianze che hanno portato alla sua stesura. Ai più masochisti segnalo comunque, come ho detto nella premessa, che sul sito http://www.misteriditalia.com possono trovare tutti questi documenti, tra i quali vere e proprie "perle" di saggezza dispensate dal Ministro della Giustizia Castelli… Ne segnalo alcune (tutte riferite alla visita che il Ministro effettuò nella notte fra sabato 21 e domenica 22 luglio 2001 presso la struttura dell'ex caserma di Bolzaneto, luogo deputato alla consegna dei manifestanti fermati, per la loro eventuale successiva traduzione verso le strutture carcerarie "normali"):

"Nella cella che ho visto c'erano una decina di uomini, di ragazzi, da una parte, con un agente della Polizia penitenziaria all'interno, ed una ragazza, dall'altra parte, in quell'atteggiamento che ho dichiarato e che, in qualche modo, mi ha un po' stupito; quindi ho chiesto come mai fossero in quella posizione, rivolti verso il muro, in piedi. Mi è stato risposto - leggo - che avevano fatto così per evitare il pericolo che gli uomini potessero, in qualche modo, dar fastidio alla ragazza. Questa è stata la risposta dell'agente che si trovava nella cella insieme ai fermati."

"In relazione alla custodia di tali arrestati, la Polizia penitenziaria, che pure ha provveduto anche con la collaborazione di un funzionario della Polizia a rifornire i detenuti di cibo, coperte e generi di conforto, ha persino ricevuto, come dicevo prima, i complimenti di un'addetta consolare americana, la quale ha visitato una cittadina statunitense detenuta nella caserma di Bolzaneto, sul modo con cui i detenuti erano stati trattati."

"Al di là dei casi singoli, che sono sicuramente malaugurati e che possono essersi verificati, devo dire che in definitiva, che non si sono verificati gravissimi problemi e non c'è stata alcuna sommossa nelle carceri, il che costituiva una mia gravissima preoccupazione, fortunatamente scongiurata. Qualcuno ha pagato il prezzo di rimanere troppe ore in piedi: ciò è accaduto. Non so se sia una cosa gravissima…(omesso)… Sono trent'anni che lavoro nelle fabbriche ed i metalmeccanici per 35 anni lavorano in piedi dalla mattina alla sera; ebbene, non li ho mai sentiti lamentarsi."

(estratto dalla domanda dell'On. Gianclaudio Bressa - Margherita): "Personalmente non la conosco, ministro Castelli, ma tutti dicono che lei è una persona di solido buonsenso e dotata di grande senso pratico. Quel suo buonsenso non si è ribellato di fronte ad una risposta così incredibilmente ridicola quale quella che lei ha ricevuto da un agente di Polizia penitenziaria che le diceva che le persone si trovavano a gambe larghe, con la faccia contro il muro per evitare che infastidissero una detenuta?"

(estratto dalla conseguente risposta del Ministro Castelli): "Lei afferma che la risposta ricevuta dall'agente di polizia è stata assolutamente ridicola ma occorre anche considerare i momenti. In quella cella si trovavano alcune persone non conosciute da nessuno. La risposta mi è sembrata non ridicola, ma strana: a mente fredda, infatti, mi sono detto che tutto ciò era molto strano… (omesso)… Ripensandoci, la risposta mi è sembrata non del tutto esaustiva."

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La perquisizione agli edifici scolastici
Dopo esserci rilassati con il cabaret offertoci dal Ministro Castelli, approfondiamo la questione relativa alla perquisizione agli edifici scolastici Diaz - Pertini - Pascoli, che ho lasciato fuori dal racconto per motivi che ho già esposto. Su questo episodio è stato già versato un fiume d'inchiostro, e forse non è necessario aggiungere il mio rigagnolo. E' però il caso di rilevare che anche in questo campo il famigerato Documento finale non fa nulla per chiarire i fatti, ma che ugualmente dalle considerazioni di tale rapporto emerge qualcosa di inquietante. Ecco i soliti estratti testuali:
"Alcune pattuglie miste della Mobile e della Digos, al comando del dr. Di Bernardini, della squadra mobile di Roma, mentre transitano in via Cesare Battisti, in prossimità degli istituti scolastici Pertini (ex Diaz) e Diaz - Pascoli, concessi in uso al GSF, subiscono un lancio di oggetti da parte di un gruppo di manifestanti e notano sul posto numerose persone con abbigliamento simile ai cosiddetti 'black block'.
Il dott. Di Bernardini, responsabile del pattugliamento, di ritorno in Questura, insieme al dott. Caldarozzi, capo di una delle pattuglie, riferisce l'episodio al dott. Gratteri che lo accompagna dal Questore,… (omesso).
L'orario dell'aggressione, nella relazione di servizio del dott. Di Bernardini, … è collocato attorno alle 22,30, mentre la relazione svolta … dal dott. Gratteri indica le ore 21,30 - 22; il dott. Donnini, consigliere presso la direzione centrale per gli affari generali afferma di essere stato avvertito telefonicamente dal Questore, per comunicargli la necessità di svolgere un'operazione urgente … alle ore 21 - 21,30; peraltro il Questore Colucci ha dichiarato di essere stato avvertito dell'aggressione intorno alle 22,50.
Ulteriori incertezze riguardano l'ora (tra le 21,30 e le 23) in cui sarebbe stata conseguentemente assunta la decisione di procedere alla perquisizione dell'immobile sede della scuola Pertini (ex Diaz).
Secondo quanto riferito dal Questore e dal dott. Mortola alle ore 22,20 circa lo stesso Questore convoca il dott. Mortola (alla presenza, tra l'altro, di Andreassi, La Barbera e Gratteri) e lo informa dell'aggressione subita in via C. Battisti da alcune pattuglie miste di Mobile e Digos. Il dott. Mortola fa presente che in via C. Battisti sono ubicati gli edifici scolastici concessi al GSF per insediarvi il centro stampa;…
Al suo ritorno nell'ufficio del Questore (ore 22,40) il dott. Mortola riferisce di aver notato (ore 22,30 circa) nelle strade adiacenti alle scuole Pertini e Pascoli alcuni giovani con funzioni verosimilmente di vedette, e davanti all'istituto circa 150 persone molte delle quali vestite di nero e riconducibili ai cosiddetti ' black block'."

Dai brani sopra riportati mi sembra che ben poche cose possano essere date per certe. Fra queste:
a. Se anche tutto fosse vero, è sconcertante come il solo abbigliamento abbia fatto pensare a rappresentanti delle forze dell'ordine che le persone notate prima in via Cesare Battisti e poi nelle strade adiacenti la sede del GSF fossero riconducibili ai black block. Addirittura esilarante la considerazione - totalmente gratuita - che tali persone avessero assunto "funzioni di vedetta". 
b. Che il Comitato, dopo due mesi di lavoro, si debba arrendere di fronte alle contraddizioni sugli orari che rappresentanti dello Stato (non davanti ad un campari corretto col vino bianco, ma in sede di testimonianza…) hanno fornito, è sconcertante.
c. Credo che l'impressione che una simile ricostruzione dei fatti può fare su un'ipotetica persona non italiana, che se ne sbatte altamente del G8 e di cosa è successo in quei giorni a Genova possa essere riassumibile come segue: "Hanno cercato di costruire una tesi difendibile secondo cui la perquisizione non avrebbe avuto carattere di ritorsione per i disordini dei due giorni appena trascorsi, ma nasceva dall'esigenza di accertare qualcosa di strano nella sede del GSF. Peccato che questi signori non siano in grado di fornire elementi concreti che - nella serata del 21 luglio e nella fascia oraria ricostruita - avrebbero davvero giustificato l'operazione. C'è da sperare che tale dispiegamento di forze dell'ordine venga di solito motivato ben diversamente; se questa fosse invece 'la regola' voi italiani vivete in un Paese in cui le garanzie democratiche non sapete neppure dove stiano di casa…".

Per finire di chiosare attorno all'episodio della scuola Diaz (il cui bilancio finale fu di 93 persone arrestate, di cui 92 scarcerate nei due giorni immediatamente seguenti, e di 62 feriti), è il caso di ricordare che le forze di polizia obbligarono i presenti a confluire nella palestra, salirono ai piani superiori dell'edificio, asportando materiali (hard disk, videocassette ecc.) che non risultano poi verbalizzati. Mi sembra doveroso sottolineare pure che, di fronte ad una ricostruzione così approssimativa dell'episodio, il documento finale riesce ugualmente ad affermare che "Relativamente all'episodio della scuola Pertini (ex Diaz), la Commissione rileva la legittimità della decisione di procedere alla perquisizione anche se non è tra i documenti acquisiti dal Comitato l'atto che sancisce la genesi formale della suddetta". Devo infine ricordare che il funzionario della squadra mobile Di Bernardini non ha confermato, di fronte al Pubblico Ministero, la versione che ho riportato dal documento del Comitato, negando che la sera del 21 luglio la sua pattuglia sia stata oggetto di lanci di pietre (fonte: L'Unità del 18 dicembre 2001). 

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La morte di Carlo Giuliani
Ho lasciato per ultima l'incombenza più dolorosa. Perché tutte le violenze e tutti gli abusi fino a qui documentati sono sicuramente gravi, ma ci si può augurare che proprio la loro denuncia serva a non farli ripetere in futuro. Ma la morte di Carlo Giuliani no. E' inutile assumerla come fatto emblematico; l'augurarsi che serva come monito per il futuro in questo caso può essere positivo, ma non serve a restituire la vita ad un ragazzo di 23 anni.
Troppo spesso i fatti di cronaca vengono consegnati ai nostri occhi di osservatori secondo schemi rigidi e semplicisti. Così la morte di Carlo Giuliani diventa un singolo episodio di violenza, totalmente estraneo al contesto in cui è maturato, ed anche per le persone più ragionevoli parlare di questo episodio porta al massimo a discussioni collaterali. E' giusto che un gruppo di manifestanti, al di là delle loro ragioni, aggredisca una camionetta dei carabinieri? E' giusto che i reparti delle forze dell'ordine si presentino dotati di armi da fuoco in queste occasioni? E' corretto che in un contesto così prevedibilmente esplosivo vengano assegnati militari di leva?… E potremmo andare avanti con discorsi sul limite della "legittima difesa", o sul "tragico caso" che va ad incrociare le vite di due ragazzi di vent'anni…
Tutte questioni sicuramente degne di nota e di approfondimento, ma che corrono il rischio di semplificare eccessivamente l'accaduto, e soprattutto di distogliere l'attenzione dal fatto principale. Un omicidio non sempre si chiude con un razionale collegamento omicida - vittima, magari completo di movente. Il tragico episodio di Piazza Alimonda dovrebbe essere inquadrato in un contesto più ampio e analizzato correttamente. In questo caso scopriremmo che Carlo è morto in Piazza Alimonda, certo!, ma che il suo destino è stato segnato in Via Tolemaide dal solito intreccio, tipicamente italiano, di inefficienza, superficialità, abusi (o scorretto uso) di potere.

Stranamente in occasione delle audizioni effettuate presso il Comitato Parlamentare, la Commissione venne informata solo il 6 settembre (testimonianza del responsabile del GSF, dott. Agnoletto) che il corteo delle "tute bianche" di venerdì 20, con svolgimento dallo Stadio Carlini a Via Tolemaide, era regolarmente autorizzato e che il Questore di Genova aveva solo posto delle limitazioni al percorso, vietandone la prosecuzione oltre Piazza Verdi. Fino al 6 settembre era convinzione del Comitato che tale corteo non fosse tra quelli autorizzati.
Anche se corre l'obbligo di sottolineare che il leader delle "tute bianche", Luca Casarini, più o meno esplicitamente ha ammesso l'intenzione del corteo di violare i limiti imposti dal Questore, i fatti dicono che il corteo viene caricato da un contingente di carabinieri in Via Tolemaide, vicino all'incrocio con Corso Torino (quindi ancora su percorso autorizzato). Poco prima i "black block", che avevano già compiuto i soliti atti vandalici proprio in via Tolemaide e dintorni, imboccano il sottopassaggio ferroviario e si dirigono verso Corso Sardegna. Qui si creano, presumibilmente, i momenti di contatto e di tensione con le forze dell'ordine, disorientate, poco preparate a percepire le differenze all'interno dei manifestanti (probabilmente confinati, nell'immaginario collettivo di polizia e carabinieri, in un unico calderone come "facinorosi") ed in ritardo nella loro azione che dovrebbe fare fronte alle devastazioni del "blocco nero". Se a questo aggiungiamo alcune difficoltà logistiche (può sembrare assurdo, ma è assodato che non tutti i reparti conoscevano bene la città, per cui faticano ad essere tempestivi nei loro interventi) il quadro è completo.
E' qui che, mentre i "black blockers" si allontanano indisturbati, i manifestanti vengono caricati e si disperdono nelle vie laterali, presidiate dai carabinieri, dove cominciano gli scontri diretti. Alcuni mezzi dei carabinieri vengono addirittura braccati dai manifestanti. E' questo il caso della camionetta in Piazza Alimonda. Il resto, purtroppo, è avvenuto sotto gli occhi di tutti… Ma non per questo risulta privo di diverse zone d'ombra, sulle quali vedrò di tornare in seguito.
Per ora mi soffermo solo su questa ricostruzione dei fatti, che ancora una volta dimostra quanto il diritto a manifestare e l'esigenza di "pubblica sicurezza" siano stati visti come nemici naturali, la cui convivenza è impossibile. Questa tendenza si fa ancora più palese in occasioni come il G8, in cui ridicoli carrozzoni pubblicitari vengono considerati prioritari rispetto alla tutela di diritti individuali. Per conto mio questa è la prima conclusione che dovrebbe avere l'inchiesta sulla morte di Carlo Giuliani: il vero colpevole è il G8 in quanto rappresentante, nell'occasione, di ogni struttura fittizia che viene ritenuta superiore all'uomo in quanto individuo. Le altre considerazioni sull'utilizzo sproporzionato ed irresponsabile della forza da parte di chi dovrebbe garantire l'ordine sono già state fatte da altri, meglio di quanto saprei fare io, ma a mio avviso non possono prescindere dalla preventiva condanna alla "struttura-G8" in quanto evento demolitore di ogni libertà personale.
Ma queste considerazioni generali non significano certo che un'obbiettiva valutazione del singolo episodio sia inutile… Anche in questo caso però gli apparati dello Stato sembrano interessati solo a difendere in modo acritico il proprio operato.
E' mia opinione che un omicidio sia un omicidio, e basta, e che non esistano omicidi "di parte". E che l'atteggiamento di una destra che difende sempre e comunque le forze dell'ordine sia, prima ancora che manicheo, totalmente scellerato. E che l'accertamento di come si sono svolti i fatti non dovrebbe essere neppure una richiesta della società civile, ma una naturale conseguenza di ogni episodio "dubbio", senza bisogno di alcuna sollecitazione.
Partiamo dunque da questa dichiarazione di Mario Placanica (il carabiniere che ha sparato), estratta dal verbale di interrogatorio: "Nell'agitazione e cercando di difendermi mi sono accorto a posteriori che con la mano avevo nel frattempo inavvertitamente levato la sicura. … io ho sentito la mia mano contrarsi e partire dalla mia pistola 2 colpi di arma da fuoco … Alla mia vista nel momento in cui puntavo la pistola non avevo persone, percepivo che vi erano aggressori ma non li vedevo percependo solo il continuo lancio di pietre" (anche per questa citazione devo ringraziare il sito http://www.misteriditalia.com).

Non voglio commentare questa frase; non mi sembra corretto stigmatizzarla troppo, testimone com'è solo di un ragazzo che ha perso la testa e si arrampica sugli specchi per accreditare l'ipotesi della legittima difesa o - più o meno consciamente - per dimostrare l'involontarietà del gesto compiuto (se notate menziona due volte un'azione come partita dalla propria mano, ossia indipendentemente dalla propria volontà).
Mi preme maggiormente sottolineare come gli inquirenti non abbiano incalzato da subito Placanica e Cavataio (l'autista) con domande che qualsiasi persona avrebbe posto:
- Come mai sulla Land Rover era assente (almeno in questa versione) l'ufficiale che, proprio secondo le deposizioni dei due carabinieri, avrebbe dovuto essere presente? E chi era questo ufficiale?
- Chi era il terzo carabiniere che (i due interrogati lo ammettono) era salito ad un certo punto sulla jeep? Ad un certo punto Placanica parla di lui come un amico (testualmente: "… il mio amico è rimasto colpito da una pietra sotto l'occhio all'altezza dello zigomo"), ma chi pone le domande non si preoccupa di individuare l'identità di questo testimone cruciale, nemmeno tramite una descrizione somatica. Solo nella prosecuzione delle indagini si è appurato che il terzo uomo presente era il carabiniere di leva Dario Raffone; ma anche questo non toglie alcun dubbio alla vicenda: secondo alcuni testimoni all'interno della jeep erano in 4. Il braccio che impugna la pistola rimane ben teso in tutte le sequenze reperite, e questo anche prima che Carlo raccogliesse da terra l'estintore; atteggiamento questo che mette in discussione il presunto "stato di panico" di Placanica, e forse addirittura l'identità stessa di chi ha sparato, apparendo come il gesto lucido e consapevole di chi prende la mira all'interno della propria visuale, e non la disperata minaccia di chi si sente in pericolo.
- Il famoso, maledetto estintore che Carlo Giuliani raccoglie da terra è un elemento che ha segnato le cronache di quei giorni. Eppure i due carabinieri non lo menzionano neppure. Attenzione: Placanica (in base alla dichiarazione che ho già riportato) dichiara di non aver percepito un aggressore specifico, ma di essersi sentito genericamente minacciato dai manifestanti e di non essersi accorto della presenza di nessuno nel momento in cui apre il fuoco…

E' corretto ricordare che in questo momento mi sto riferendo al primo verbale di interrogatorio a Placanica e Cavataio; non so, quindi, se in momenti successivi le questioni che ho sollevato siano state approfondite, o se lo saranno in futuro e che sviluppi potranno portare. Diciamo che appare evidente, almeno in questa fase, un atteggiamento da parte degli inquirenti volto più a consolidare quella che sembrò la prima ricostruzione dei fatti che non ad approfondire la situazione. E qui devo tornare a biasimare il famoso documento conclusivo del Comitato Parlamentare, che a proposito della morte di Carlo Giuliani recita testualmente: "Il Placanica estraeva la pistola d'ordinanza ed esplodeva un colpo che uccideva il giovane Carlo Giuliani nell'atto di scagliargli contro un estintore". Sottolineo che tale granitica certezza (la cui costruzione, tra l'altro, non era certo fra i compiti del Comitato, interessando l'indagine penale) è stata successivamente messa in discussione, se non confutata, dall'analisi attenta di video e foto relativi a quei drammatici momenti. 
Non voglio ora approfondire dettagli a cui ho solo accennato in precedenza: il mio compito non è certo quello di sostituirmi alla Magistratura. Accantoniamo quindi i dubbi sul numero degli occupanti la jeep o su quanti carabinieri hanno davvero sparato in Piazza Alimonda (e chi, fra questi, abbia colpito Carlo al volto). In questa fase mi preme solo sottolineare pochi fatti certi, ai quali i media fino ad oggi non hanno dato sufficiente risalto. Appare infatti assodato che la vittima non si trovava a ridosso della jeep, ma ad una distanza di circa 4 metri, che - ripeto - il carabiniere che apre il fuoco aveva estratto la pistola ben prima che Carlo raccogliesse da terra l'estintore, e che la camionetta dei carabinieri non si trovava assolutamente isolata (nelle immediate vicinanze c'era un nutrito gruppo di poliziotti e di carabinieri, che non intervenne). Questo, rendendo la minaccia rappresentata dall'estintore molto meno reale e quindi meno gestibile la linea della "legittima difesa", spiegherebbe perché Placanica sorvoli su un dettaglio che invece, nell'immaginario collettivo, è parso all'inizio fondamentale… E non voglio neppure dilungarmi su altri elementi che, seppure importanti, rischierebbero di risultare dispersivi (ossia: il blocco costituito da un cassonetto sull'anteriore della jeep non era assolutamente invalicabile, in quanto un mezzo del genere può spostarlo agevolmente; il numero delle persone che hanno realmente sparato in Piazza Alimonda è tutt'altro che certo, e così pure la loro identità; resta ancora da spiegare l'origine della ferita "a stella" rinvenuta sulla fronte di Carlo e relazionare tale ferita alle primissime deposizioni dei funzionari delle forze dell'ordine in Piazza Alimonda, che affermarono che il giovane era morto a causa del lancio di una pietra da parte di un dimostrante, eccetera).
Ritengo che questi siano fatti importantissimi, sui quali purtroppo anche i mass-media non hanno fatto chiarezza, preferendo rassegnarsi (non so quanto incolpevolmente…) alle primissime ricostruzioni. Specialmente sulla distanza di Carlo dalla Land Rover ci si è accontentati della prima foto della Reuter, quando basta un fotografo di "serie B" come me per dire quanto un teleobbiettivo possa comprimere, in una data immagine, le distanze fra i vari soggetti allineati su piani diversi (questo vale sia per la distanza Giuliani-camionetta, sia per la distanza fra il cassonetto davanti alla jeep ed il muro che, stando alla deposizione dei due carabinieri, avrebbe impedito la fuga). Proprio per tale motivo ho voluto che nell'ambito di questo articolo fosse pubblicata una sola foto, quella che dimostra la distanza di Carlo dalla jeep. 





Questa foto me l'ha fatta rilevare il padre di Carlo, che giustamente ritiene tale immagine uno dei documenti più importanti ma anche uno dei più ignorati in assoluto. L'immagine infatti, testimoniando la distanza fra i soggetti interessati, dimostra pure l'impossibilità "tecnica" del lancio di un estintore verso gli occupanti della camionetta, indebolendo ulteriormente la teoria della "legittima difesa". Agli interessati segnalo che la foto possono trovarla, unitamente alla lettera di Giuliano Giuliani apparsa su "l'Unità" del 4 gennaio 2002, a questo indirizzo: http://www.lomb.cgil.it/puntof2002/g84-1-02.htm.

Mi soffermo infine su quello che, dal mio punto di vista, è stato l'atto più ignobile, ingiustamente non sottolineato (o non sottolineato abbastanza) dai mass media: la fuga della jeep che passa sul corpo di Carlo Giuliani. E non mi si venga a dire che la ressa dei manifestanti avrebbe giustificato un simile comportamento. Ripeto: la jeep non era isolata, subito dopo gli spari i manifestanti si allontanano terrorizzati, ed il corpo di Carlo viene circondato da un cordone di forze dell'ordine. In questo contesto la fuga dei due carabinieri è di vigliaccheria totale, ancora più avvilente se pensiamo che si tratta di persone che dovrebbero essere preposte a tutelare la sicurezza di tutti. 
Anche in questo caso è evidente che la ricostruzione ufficiale è stata fin dai primi momenti finalizzata ad alleggerire la posizione dei due militari, ed in special modo dell'autista: si è infatti dato per scontato che il colpo di pistola che ha raggiunto Carlo al volto sia stato mortale da subito, al fine di sgravare di conseguenze l'inqualificabile fuga della jeep, senza indagare troppo se il ragazzo potesse essere ancora in vita, in quel momento. Senza precise conoscenze mediche (che io non possiedo) non è possibile sapere se le sue condizioni fossero tali da rendere vano ogni tentativo d'aiuto, ma la responsabilità (non solo morale) di chi consapevolmente travolge un ferito omettendo di prestargli soccorso mi sembrano comunque innegabili.

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