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Venerdì
nella foresta
È un venerdi sera del
cazzo condito di nebbia. Dormo un po’ e verso le undici decido di
uscire. Dopo una buona mezzora di paranoie su come vestirmi, se non sia
meglio andare a dormire o uccidermi
direttamente, finalmente ce la faccio. Non che abbia qualcosa di
particolare in progetto ,ma si sa ,è meglio essere pronti ad ogni
evenienza. Esco di casa, e davanti a me il vuoto.
Quelle tipiche serate in cui c’è pieno di gente, ma nessuno a me
congeniale, nessuno con cui valga la pena scambiare due parole. Bevo
quattro amari aspettando la fortuna, stranamente non arriva. Decido cosi
di fare un giretto in auto; non puo finire qui. Il pilota automatico mi
porta alla Casa della gioventù, squallidissimo bar di proprietà
clericale, dove però ci sono tutti gli altri.
Bevo altri quattro amari parlando di cazzate madornali. Vorrei andare in
discoteca, in qualsiasi posto dove ci sia un minimo di vita: ma questi
sono inamovibili dal loro bar del cazzo.
Paranoie a nastro. Instabilità mentale, depressione che arriva alla
stretta finale. Sfoglio nella mia testa il libro delle possibilità
rimaste: suicidio, cocaina a Brescia, night club, o che altro?
E questi parlano addirittura di calcio, amebe del cazzo in un mondo che
provoca i sensi.
È odioso, quando ti senti in grado di trovare un varco nella rete
metallica e gli altri non ti capiscono.
Intanto paranoie servite lisce o con ghiaccio sfilano su vassoi d’argento
davanti ai miei occhi infiammati di rabbia. Stasera la componente isterica
sta prendendo il netto sopravvento anche sull’intelligenza. Basta! Qua
dentro mi manca l’ossigeno. Saluto tutti con un ghigno idiota e torno
alla birreria del cazzo. Mentre sorseggio il nono amaro della serata
scambio due parole con un palestrato abominevole. La mia ubriachezza
diventa difficile da nascondere, ma la mia educazione rimane impeccabile.
Qui la dritta micidiale. Questo cafone ignorante mi dice che Maya , figa
incredibile, si è lasciata con il ragazzo e stasera è allo Studio 54. Il
cielo si apre, il sole torna a brillare. Questa ragazza riesce a donarmi
un erezione spettacolare ogni qualvolta la vedo e tra di noi c’è quel
clima di complicità che a me esalta la psiche. Nelle mie condizioni, la
notizia suona come tritolo, il sangue guizza alla testa minando la mia
ragione. La felicità è tale che offro un altro amaro al bisonte. Per me
è il decimo. Subito dopo salgo in auto e punto dritto lo Studio 54
ascoltando una canzone degli Alcazar. Più sono ubriaco, più divento
narcisista e il mio ego assume dimensioni spaventose. Predico un
campanilismo ristretto solo a me stesso.
Arrivo al locale avvolto
dalla nebbia; praticamente rotolando. Solitamente reggo di più l’alcool,
ma ho sulle spalle il pesante zaino di una settimana di sbronze. Mentre
varco la soglia del locale, esseri preistorici iniziano a volteggiare
sulla mia testa a tempo di musica. Branchi di rinoceronti mi costringono a
spostarmi di colpo urtando un buttafuori che si mostra piuttosto
scocciato. Miro direttamente il bancone senza guardare la gente. È una
paranoia già rodata, tipo quando mangiando una fetta di torta si tiene la
parte più buona per ultima. Cosi io prima disbrigo la pratica del bere,
per poi guardarmi intorno allo ricerca di Maya.
Ordino un coca e rum. Mentre la miscela si amalgama nel bicchiere i miei
occhi guizzano veloci da una parte all’altra del locale. Non distinguo
bene le persone, la stanchezza inizia a farsi sentire. Le luci
psichedeliche confondono la massa di gente mentre un gruppo di oranghi
salta sulle lamiere del locale. La sala si popola di creature della
foresta; elfi, gnomi e leoni marini mi attorniano e mi chiedono se sto
bene, come va la scuola, tutto quel genere di cazzate che mi mandano in
bestia. Ma cristo! Non vedono in che condizioni sono…come può andarmi
bene?
Chiedo inormazioni. Dov’è Maya cazzo? Non c’è . E’ andata a letto.
Era stanca.
Un filo di delusione si fa largo a stento tra le paranoie in rivolta.
Viene però sepolta da un’idea del cazzo. Voglio bere un negroni. Angeli
e diavoli, troll e druidi, tutti gli animali della savana cessano la loro
danza allibiti. Non farlo! sarebbe la fine.
Non farlo vai a casa!
Col cazzo! Sono grande abbastanza per sapere quello che è meglio per me!
Voglio un negroni!
La barista me lo serve
abbondante e col ghiaccio. Agguanto il bicchiere stordito dalle tette di
quest’ultima; stellari invitanti e pulsanti. Amo le fighe dalle tette
grosse,dai fianchi larghi, amo le fighe ignoranti. Questa ninfa dolcissima
mi sorride divertita ed io, rozzo quanto Ameto, metto da parte l’educazione
e le chiedo un bacio. Me lo nega. Qui il tracollo. La ninfa divertita
estrae una pillola dal taschino e me la offre trovando una resistenza
radente lo zero. Naturalmente gliela devo pagare, ma la mia ragione è
ormai estinta e senza esitazioni saldo il mio conto.
Se non altro ha la decenza di offrirmi un altro negroni. Sento odore di
freni bruciati, di barriere abbattute, mi sento Vasco, e cio è molto
pericoloso.
Il bancone mi corre incontro minaccioso, ma riesco ad evitarlo. Caccio un
urlo roco e strozzato che richiama all’ordine tutti gli animali della
foresta. Sono ancora io il capo. Benissimo!
Tutte le creature si gettano nella danza. Gli elfi accendono un fuoco in
mezzo alla pista, gli sterodaptili riprendono a volteggiarmi sulla testa,
i leoni marini puntano le cubiste e tutti gli altri si mischiano tra la
folla inorridita del locale.
Un conato di vomito blocca per un attimo questo rituale satanico, ma la
ninfa è pronta a porgermi un fazzolettino di carta.
Non preoccuparti, è solo un po’ di acidità di stomaco. Subito dopo l’enola
gay porta a termine la sua missione, il fungo atomico domina i cieli della
città distrutta.
Amo la ninfa , si, sento proprio di amarla. Salgo in piedi sul bancone,
attirando le non proprio cortesi attenzioni dei security. Mi ritrovo per
terra, fortunatamente la ninfa corre in mio soccorso.
Come si piega su di me le agguanto una tetta. Gli animali della foresta
fanno cerchio intorno a noi. Socchiudo gli occhi aspettando di baciarla ma
lei vuole ballare. Mi offre un altro negroni.
Lo bevo in un fiato. Solitamente non riesco a bere cosi, ma adesso non
sento più niente. La curva esplode in un caloroso applauso appena
appoggio il bicchiere. Voglio la ninfa, la voglio scopare.
In mezzo alla miriade di bisonti noto due tette e mi ci scaravento contro.
Non è la ninfa. È già tornata dietro il bancone ma ormai non ci sta
più dentro neanche lei. Si muove a tempo di musica e le sue mandibole
scintillano sotto i riflettori.
Arrivano le tre ed io sono in mezzo alla pista a ballare. Il pavimento si
alza e le mie gambe sprofondano in un parquet liquido. Gli animali della
foresta mi aiutano a rimanere a galla.
Un elfo regge in mano un posacenere e mi porge un involtino di carta,
tabacco e che altro.
È fumo? Ma, secondo me no, però lo fumo lo stesso.
Si, ci vuole, mi devo calmare.
Vorrei uscire da questo locale insieme alla ninfa; le chiedo se posso
riaccompagnarla a casa, tanto abita a Cremona.
Saliamo sulla mia macchina: guida lei perché io sono troppo impegnato a
convincere il mio seguito che la serata è finita, che è ora di tornare a
casa. L’auto sfreccia veloce tra la nebbia e gli animali più cocciuti
la rincorrono annaspando.
Scambio qualche parola con la ninfa che è fuori come un balcone. Mi
spiega alcune sue teorie sulla reincarnazione secondo le quali lei sarebbe
Jim Morrison.
Per me , comunista senzadio, suonano come cazzate madornali, ma amo le
fighe ignoranti, soprattutto quando si credono geniali.
Inizio a massaggiarle una coscia e mostra di gradire, ma quando sposto la
mia attenzione sulle sue tette siamo già arrivati sotto casa sua.
Tento di baciarla, ma non vuole, mi saluta e mi promette di uscire con me.
Si, si…vai pure….vai, vai…!
Sono le quattro e mezza, c’è la nebbia e non ho assolutamente voglia di
andare a casa. La testa si fa pesante, tutte le creature stanno già
dormendo ed io giro da solo per le vie della città deserta.
Domattina devo andare a lavorare, praticamente tra due ore. La nebbia è
ancora fitta, ma il cielo inizia lentamente a schiarirsi. Tutto assume una
forma diversa. La città si fa accogliente, mi chiede di farle compagnia.
Ho voglia di un caffè e una brioches. Mi fermo al primo bar e ordino un
amaro, vaffanculo il lavoro!
Il film della serata trascorsa si proietta nella mia testa mentre
sprofondo nella poltroncina del bar.
Rimbocco le coperte a tutte le creature che mi hanno tenuto compagnia
stanotte e in un eccessivo stato di buon umore decido anche di andare al
lavoro lo stesso.
Parcheggio l’auto davanti al cancello della mia ditta e mi addormento.
Tra mezzora arriverà il mio capo, e non so se sarà contento di vedermi
cosi.
Le paranoie salgono lentamente insieme al sole
È una mattina bellissima…..
Goram Luckijc
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