|
"antifascisti" e
"antifascisti"
un commento sugli incidenti a Milano dell’11
marzo
di Francesco Barilli per Ecomancina.com
11 marzo 2006: in una campagna
elettorale deprimente, irrompono gli scontri di Milano.
Via Buenos Aires: circa 200 giovani
appartenenti a centri sociali vogliono impedire il corteo della Fiamma
Tricolore, ma l’iniziativa sfocia in duri scontri con la polizia.
Molto si è detto su quegli
incidenti, stigmatizzandone giustamente la violenza, totalmente
controproducente. Anch’io pensavo di avere molto da dire, ma di
fronte a certi commenti mi è sembrato di ritrovarmi davanti ad un
mondo rovesciato; e mi sono mancate le parole.
Le dichiarazioni degli esponenti del
centrosinistra, pressochè senza esclusioni, sono apparse troppo
timide nel ricordare a Berlusconi (che ha dichiarato "hanno
cercato di rendere impossibile una civile riunione di un nostro
alleato") che "civile" non compare fra i tanti
aggettivi con cui definire quell’alleato. D’altro canto, alcune
dichiarazioni apparse su internet da parte di chi solidarizzava con i
manifestanti e gli arrestati non sono apparse meno sguaiate.
A sinistra, ognuno ha cercato di
sottolineare la "genuinità" del proprio antifascismo,
negando quella altrui. Da una parte gli antifascisti "militanti e
combattenti" criticano quelli "salottieri"; dall’altra
parte i "saggi", che hanno compreso l’universalità della
lezione della non violenza, ritengono gli altri dei sognatori, dei
teppisti, dei ragazzini in cerca di visibilità, a seconda della
modulazione con cui hanno formulato le critiche.
Sto tranciando giudizi sommari e
applicando antipatiche etichette, lo so, e non mi è consueto. In
parte lo faccio per motivi di sintesi; in parte, come detto, perché
sono rimasto con poche parole, e quelle poche sono amare.
Certo, si può e si deve
sottolineare che anche in questa occasione chi gestisce l’ordine
pubblico è sembrato assai poco interessato a prevenire gli scontri.
Era davvero impossibile fermare chi fra le persone arrivate a Milano
si era presentato con un armamentario da guerra civile? O forse si è
preferita l’attesa, per avere tramite gli scontri una ghiotta carta
da gettare sul tavolo da gioco della campagna elettorale?
Ma quest’ultima considerazione,
anch’essa praticamente esclusa dai commenti del centrosinistra o
comunque espressa troppo sommessamente, mi fa venire in mente il
luglio 2001… Genova ci ha dato lutti e dolore, ma anche un grande
insegnamento: la strategia principale del potere verso il movimento
("antagonista", "new global", "altermondista",
o qualunque etichetta vaga e insufficiente per definirne la
molteplicità di sfaccettature si voglia cercare) non si basa solo
sulla repressione o sulla "repressione preventiva", ma si
basa anche e soprattutto sul tentativo di dividere il movimento stesso
al suo interno; o, per meglio dire, nel cercare di enfatizzare le
divisioni presenti.
Fra poche settimane ci si ritroverà
a parlare di antifascismo e di resistenza, in occasione del 25 aprile.
Un auspicio: che non sia solo una vuota ricorrenza commemorativa; che
l’unità degli antifascisti e l’attualità dei valori della
resistenza non siano solo parole con cui riempirsi la bocca e condire
una manifestazione. Tutto questo se vogliamo davvero dimostrare che la
lezione della resistenza l’abbiamo imparata e fa parte del nostro
patrimonio di idee.
Ma, a giudicare da quanto ho visto e sentito in questi giorni, sono
tristemente portato a pensare che così non sarà. Temo che, passato
il momento dell’emozione e del ricordo, "giovani
militanti" e "salottieri" (per usare ancora quella
divisione banale in cui io stesso NON credo) resteranno più
interessati a sottolineare le differenze gli uni dagli altri, magari
cercando di connotare come DOCG il proprio antifascismo, e cercando di
accreditarsi come unici epigoni della stagione della resistenza
partigiana.
Non lasciamo che il potere spezzi l’unità
degli antifascisti: non è ancora troppo tardi per smentirmi.
Francesco "baro" Barilli, di
Ecomancina.com
|