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L’ANTIFASCISMO MILITANTE E QUELLO DI MANIERA
di Enrico Campofreda
Corso Buenos Aires, il Boulevard
commerciale milanese, sottoposto a guerriglia urbana dai giovani dei
centri sociali che presidiano le strade contro le funeree sfilate
nostalgiche (autorizzate dalla Questura) dell’alleato
berlusconiano Fiamma Tricolore. Accade a meno d’un mese dalle
elezioni in una città medaglia d’oro della Resistenza che espose
il cadavere del duce alla fine d’una tragedia cercata con
accanimento per un quarto di secolo dal sedicente "uomo del
destino". Alcuni mercanti e cittadini "modello"
mostrano rabbia verso i manifestanti e cercano di aggredirli dopo
che una polizia iper repressiva opera oltre 40 arresti. Tutto ciò
perché il sabato commerciale del villaggio è stato compromesso e
con lui la certezza dell’incasso. L’opposizione fino a
Rifondazione si smarca sostenendo di non aver nulla che fare coi
violenti.
Ciascuno ragiona sugli effetti,
nessuno sulla causa: le lugubri bandiere d’un passato criminale
che sciagurati del Terzo Millennio portano in giro al grido di
"Heil Hitler!" salutando romanamente. E allora sono
violenti i giovani antifascisti dei centri sociali o diventa
disattento e pusillanime chi non scende in piazza per evitare il
raduno fascista, magari senza bisogno di danneggiare un Mc Donald’s?
L’antifascismo non è mai stato parolaio. Durante il Ventennio
anche sul fronte liberale si distingueva chiaramente lo spirito di
vera opposizione d’un Godetti dalle melliflue prese di distanza d’un
Benedetto Croce che tacciava la prima dittatura del Novecento
europeo di "malattia dello spirito". Che l’antifascismo
non si facesse a parole lo impararono a proprie spese tanti
militanti socialisti: seguendo il riformismo turatiano, che
blaterava di non accettare le provocazioni squadriste, finivano
arrostiti nelle Case del Popolo incendiate dai seguaci di Farinacci.
L’antifascismo non è mai stato
di maniera né durante la lotta di Liberazione, come ha insegnato la
lezione partigiana, né negli anni a venire durante la recrudescenza
nera che dal governo Tambroni giunge alla strategia della tensione.
Periodo in cui il movimento operaio e studentesco conservava con la
militanza di piazza l’agibilità politica dei luoghi pubblici
insanguinati dagli squadristi di Almirante e Fini e delle
associazioni parallele foraggiate dai Servizi, protette dalle forze
dell’ordine, coperte dalla Democrazia Cristiana. Non vanno
dimenticati centinaia di morti da Piazza Fontana al rapido 904. L’antifascismo
di quegli anni non si faceva né si poteva fare con le parole,
serviva una presenza puntuale, decisa, ferma anche se a volte
conduceva su un terreno violento.
La violenza di chi si difende non
è mai paragonabile a quella dell’aggressore e le campagne
antifasciste d’un tempo e le nuove che dovranno ripartire
difendono i singoli e la collettività da chi, emarginato dalla
Storia, ripropone solo antiche e catastrofiche pratiche di
fanatismo. Altro che asilo politico ai fascisti, di cui qualche
raglio parla oggi, il proprio diritto politico il fascismo l’ha
perduto trascinando il Paese alla rovina e quel passato non può e
non deve tornare. Mai. La stessa Sinistra riformista degli anni
Settanta ammetteva che indietro non si poteva guardare mentre ora
abbassa paurosamente la guardia parlando di dignità dei
"ragazzi di Salò" e altre scempiaggini antistoriche. C’è
necessità di tenere saldi nella memoria i princìpi con cui la
Storia ha condannato inesorabilmente il nazifascismo.
Se questo Centrosinistra, tutto -
dai boselliani ai bertinottiani – sabato avesse chiamato a
raccolta il popolo, i suoi militanti, gli elettori e simpatizzanti,
Corso Buenos Aires sarebbe stato invaso dalla marea democratica che
vuol cambiare l’Italia. La quale magari avrebbe potuto tirar fiori
anziché sassi ai fascisti e ai celerini. Con una mobilitazione di
massa nessun giovane avrebbe incendiato cassonetti e gli squallidi e
sparuti militanti della Fiamma Tricolore non si sarebbero neppure
affacciati in piazza. L’Unione tutta, prima di predicare e
biasimare, dovrebbe riflettere sulla sua assenza dall’assolvimento
d’un compito sancito dalla Costituzione Repubblicana che recita
"E’ vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del
disciolto partito fascista".
E’ la gravissima mancanza
oltreché l’insostenibile vuoto politico di queste ore di Prodi e
dei suoi alleati.
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