di Francesco Barilli, per Ecomancina.com
Spesso ci sono parole che dicono molto. Concetto
banale, direte voi, e ne convengo: con cosa dovremmo cercare di
esprimerci, se non con le parole? Quel che intendo dire è che, in
determinati periodi, alcuni termini escono da una sorta di limbo
dove sembravano confinati, diventando improvvisamente di uso comune;
e questa modifica nella loro frequenza di utilizzo può dirci molto
sulla società in cui viviamo. Una delle parole che ultimamente da
desueta è divenuta inflazionata è "antiamericanismo";
dai tempi della strage dell’11 settembre con questo termine si
riempiono la bocca giornalisti, opinionisti, esponenti politici:
vediamo di capire se l’assiduità con cui viene utilizzato può
farci conoscere qualcosa sul mondo che ci circonda.
Proviamo dunque a domandarci cosa vuol dire
antiamericanismo, partendo da un principio semantico: tutti i
termini che partono con il prefisso "anti" hanno un
significato solo in quanto esiste il termine verso cui si vuole
esprimere avversione. Antifascismo, anticomunismo, anticonformismo
esistono nella misura in cui esistono fascismo, comunismo,
conformismo, per fare un esempio; dunque per trovare un significato
all’antiamericanismo dobbiamo partire dal significato del termine
opposto. Un dizionario mi viene in aiuto, traducendolo come
"attaccamento, fedeltà alle tradizioni, agli interessi
statunitensi – politica uniformata o ispirata alla costituzione
americana".
Ma la lingua è in perenne evoluzione, e il
significato più profondo delle parole può essere dato dal contesto
in cui queste vengono utilizzate. Alcune settimane fa ho visto su
Rai 2 la puntata di "Punto e a capo" imperniata, almeno
nella prima parte, sulla decisione del Municipio di Roma XI di
aderire alla campagna di boicottaggio verso la Coca Cola. Le
motivazioni che sottendono la campagna contro l’azienda sono state
presentate a dir poco frettolosamente, e solo Barbara Palombelli ha
provato a ricordare che la campagna anti Coca Cola è presente in
vasti strati dell’opinione pubblica occidentale (pure in quella
statunitense). Il dibattito si è presto indirizzato in una
direzione: appurare (ma questo è stato fatto con la forma dell’insinuazione)
se questa decisione non fosse dovuta alla nazionalità dell’azienda
di Atlanta, e quindi a puro antiamericanismo; tesi che sembrava
avere l’avallo del conduttore e dell’ex Ministro Tremonti.
Non è mia intenzione approfondire i dettagli a
favore o contro la campagna contro il colosso di Atlanta (questo
richiederebbe molto spazio e risulterebbe fuorviante; farlo in modo
sbrigativo sarebbe invece banalizzante). Cito come esempio la
trasmissione "Punto e a capo" (che si era già distinta
negativamente in occasione della puntata sul G8 di Genova) perché
mi sembra paradigmatica di un atteggiamento sempre più diffuso: chi
prova a mettere in discussione uno o più aspetti della società
occidentale che riguardino, in diversa forma o misura, gli Stati
Uniti, si trova a dover affrontare l’accusa di antiamericanismo.
Qualsiasi critica in direzione dell’American way of life sarebbe
mossa da pregiudiziali ideologiche che metterebbero in dubbio la
buona fede o la serenità di giudizio di chi muove quelle critiche.
E con questa strategia si riesce spesso a sviare quelle discussioni,
svuotandole del loro contenuto e modificandone arbitrariamente il
significato. In questo modo chiunque osi mettere in discussione la
politica estera dell’Amministrazione USA, oppure la gestione
disinvolta dei diritti civili dopo l’11 settembre, o ancora la
politica spregiudicata delle aziende statunitensi sul mercato o
altro ancora, vede modificato il proprio ruolo sul tavolo della
discussione: diventa non più un critico, ma imputato di essere
mosso da un cieco odio ideologico. Sembra non ci si renda conto dell’importanza
che gli USA rivestono in pressochè tutti i campi della civiltà
occidentale: qualsiasi discussione in tale senso non può
prescindere da questa constatazione oggettiva. Ed è spiacevole
dover constatare in questo campo un atteggiamento remissivo da parte
della sinistra moderata, i cui esponenti, quando presenti a
dibattiti di questo tipo, sentono il dovere di dichiarare
innanzitutto il proprio "non – antiamericanismo",
partecipando quasi ad una grottesca gara in cui è vincente chi
riesce a dimostrarsi più genuinamente "non –
antiamericano".
Anche il tragico epilogo del sequestro di
Giuliana Sgrena può essere letto secondo questa direttrice. In
primo luogo sono presto fioccate accuse di antiamericanismo verso
quelli che hanno osato mettere sotto accusa la gestione della
sicurezza in Iraq da parte dei militari statunitensi (questo a
prescindere dal giudizio complessivo sulla guerra in Iraq). In
secondo luogo la morte di Nicola Calipari NON deve essere definita
col termine che dovrebbe sorgere più spontaneo (omicidio), ma
derubricata a "tragico incidente", mentre sull’altra
vittima dell’episodio viene rovesciato il veleno dei commentatori
dell’area di centro destra, nel tentativo di insinuare nell’opinione
pubblica l’immagine di "una che in fondo se l’è cercata, e
che sembra provare più comprensione verso i suoi sequestratori che
non verso i propri salvatori", seguendo una strategia cui
purtroppo abbiamo assistito nel caso di Enzo Baldoni ed in quello
delle due Simone. Anche questo oggi è lo specchio dell’informazione
in Italia…
Di fronte a tutto questo ci sarebbe molto da
dire, ma in fondo tutto riassumibile con una formula banale e
scontata nell’apparenza quanto fondamentale e sincera nella
sostanza: bisogna esprimere tutta la nostra solidarietà a Giuliana
Sgrena ed al Manifesto (come ha invitato a fare Pierluigi Sullo sul
sito di "Carta"), anche solo con una mail alla redazione
del Manifesto. Pure questa, oggi, è una forma di
"resistenza", ed è opportuno definirla così proprio in
questi giorni, in cui ci apprestiamo a ricordare il sessantesimo
anniversario della Liberazione.
In secondo luogo consiglio una diversa ed ancor
più sottile forma di "resistenza". Come ho cercato di
spiegare in questo mio intervento, dobbiamo ricordarci che le parole
non sono quasi mai usate casualmente. Definire
"terrorista" i resistenti in Iraq ha un suo preciso
significato, così come i nazisti definivano "banditi" i
partigiani (e questo al di là della condivisibile valutazione
assolutamente negativa sui metodi che alcune frange della resistenza
in Iraq hanno adottato). Così pure bollare certe critiche verso l’American
way of life come antiamericanismo ha un suo preciso senso: significa
delegittimare una critica prescindendo dal suo contenuto. La
semantica non è solo un freddo ramo della linguistica che studia il
significato delle parole: in questa direzione conservare la
capacità di sentire un campanello d’allarme quando si abusa di
certi termini diventa, come dicevo, una diversa ed ancor più
sottile forma di "resistenza".
Francesco "baro" Barilli, di
Ecomancina.com