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AMNESTY INTERNATIONAL:
I PAESI DEL G8 ARMANO I
VIOLATORI DEI DIRITTI UMANI
Alla vigilia del vertice di Evian
dei paesi del G8, Amnesty International ha presentato oggi un
rapporto dal titolo "Un catalogo di fallimenti: esportazioni
di armi dei paesi del G8 e violazioni dei diritti umani".
"Nonostante le assicurazioni
contrarie", si legge nel rapporto, "i governi dei paesi
del G8 forniscono armi ai peggiori violatori dei diritti umani su
scala mondiale. La tecnologia militare e di sicurezza delle
principali potenze del mondo continua a finire, grazie a controlli
inadeguati, nelle mani di regimi che commettono gravi abusi dei
diritti umani".
Almeno due terzi dei trasferimenti
globali di armi avvenuti tra il 1997 e il 2001 hanno avuto origine
da cinque paesi del G8: Francia, Germania, Regno Unito, Russia e
Stati Uniti. In questi, così come negli altri tre paesi del G8
(Canada, Giappone e Italia), sono in vigore leggi che prevedono l’emissione
di una licenza per le esportazioni militari. Il Giappone addirittura
proibisce ufficialmente questi trasferimenti. Eppure, in ciascun
caso, il rapporto di Amnesty International dimostra come i controlli
siano inefficaci o vengano scavalcati.
Il Rapporto di Amnesty
International segnala tre situazioni preoccupanti:
1- i mediatori e i trafficanti di
armi che risiedono nella maggior parte dei paesi del G8 possono
fornire armi ai paesi violatori dei diritti umani semplicemente
spostando i loro traffici in "paesi terzi" dove vigono
minori controlli;
2- la maggior parte dei paesi del
G8 non hanno leggi idonee a prevenire l’esportazione di forniture
di sicurezza a forze di sicurezza straniere che sono solite usare
strumenti leciti per infliggere torture e maltrattamenti, così come
per impedire l’uso di strumenti come le armi elettriche fino a
quando i loro effetti non saranno pienamente conosciuti;
3- con la scusa della
"riservatezza commerciale", viene a mancare la
disponibilità di informazioni utili e tempestive agli organi
legislativi, ai mezzi d’informazione e al pubblico sulle decisioni
riguardanti le esportazioni di armi. In questo modo, il controllo
parlamentare e dell’opinione pubblica risulta fortemente
indebolito.
Per quanto riguarda l’Italia, il
rapporto di Amnesty International presenta tre casi emblematici:
1. Nel 1996 e 1997 le aziende
italiane hanno venduto pistole, fucili e munizioni per un valore di
13 miliardi di lire all’Algeria, un paese devastato da gravi abusi
dei diritti umani che hanno causato la morte di oltre 100.000
persone ad opera delle forze di sicurezza, delle milizie
filo-governative e dei gruppi armati di opposizione. Nel 1999 il
governo ha autorizzato l’esportazione in Algeria di 5000 fucili
Beretta PM 12S, trasferiti poi lo stesso anno. Di fronte a una
richiesta di Amnesty, i funzionari responsabili delle licenze non
sono stati in grado di verificare l’esistenza di alcuna procedura
idonea ad assicurare un adeguato livello di responsabilizzazione e
di formazione delle forze di sicurezza algerine destinatarie di
questo materiale. Nel corso del 2000, il numero degli abusi commessi
dalle forze governative e dai gruppi armati di opposizione
(imboscate, massacri, scontri a fuoco, attentati) è cresciuto,
provocando la morte di centinaia di persone. Ciò nonostante, nello
stesso anno il governo ha autorizzato il trasferimento in Algeria di
"materiale militare" per un valore di 2 milioni di euro e
di equipaggiamento militare non specificato per un valore di 13
milioni di euro.
2. La notte del 5 agosto 2000 la
polizia ha arrestato nei pressi di Milano il cittadino straniero
Leonid Minin. Nella sua camera d’albergo sono stati rinvenuti
documenti che attestavano la vendita illegale di armi a uno dei più
sanguinari gruppi armati di opposizione del continente africano, il
Fronte rivoluzionario unito della Sierra Leone. Nel giugno del 2001
Leonid Minin è stato incriminato per traffico illegale di armi. I
giudici italiani tuttavia hanno dichiarato che era assai difficile
procedere in giudizio nei confronti di una persona accusata di
traffico illegale di armi originato e svoltosi al di fuori del
territorio italiano.
3. Le forze di sicurezza della
Nigeria continuano a ricorrere a un eccessivo uso della forza in
risposta alle proteste contro le attività delle compagnie
petrolifere. Nel 2000, esse si sono rese responsabili di uccisioni
su larga scala nello stato di Benue. Sull’accaduto non sono state
svolte indagini indipendenti. Le forze di sicurezza nigeriane hanno
in dotazione fucili Beretta M12 e pistole Beretta M951 da 9 mm.
Amnesty International chiede l’adozione
di un trattato internazionale sul commercio delle armi, volto a
rafforzare e armonizzare i meccanismi nazionali di controllo e
interrompere il flusso di armi verso chi viola i diritti umani.
"Se c’è una lezione che il
G8 deve imparare dal conflitto dell’Iraq, è quella che non
possiamo consentire alla comunità internazionale di fornire armi a
coloro che commettono gravi violazioni dei diritti umani e poi
rafforzarli e proteggerli in modo che possano continuare ad agire
impunemente", ha affermato Brian Wood, coordinatore di Amnesty
International per le attività sul controllo delle armi.
Nota:
Amnesty International si oppone ai
trasferimenti di equipaggiamento, tecnologia ed esperienza militare,
di sicurezza e di polizia che si possa ragionevolmente presumere
contribuiranno alle violazioni dei diritti umani nel paese
ricevente. L’organizzazione continua a chiedere ai paesi del G8 di
rispettare questo principio, a lungo riconosciuto ma mai attuato
nella pratica.
Quasi dieci anni fa Stati Uniti,
Canada, Francia, Germania, Russia e Regno Unito hanno firmato,
insieme ad altri paesi dell’Osce, i "Principi che governano i
trasferimenti di armi convenzionali", che impegnano gli Stati
aderenti a "evitare trasferimenti che è probabile saranno
usati per violare o sopprimere i diritti umani e le libertà
fondamentali".
Nel 1998 Francia, Germania, Italia
e Regno Unito, in quanto paesi membri dell’Unione Europea, si sono
impegnati a rispettare il "Codice di condotta europeo sui
trasferimenti di armi". Il Canada, gli Usa ed altri Stati
ancora hanno dichiarato il proprio sostegno al Codice. Questo testo,
sebbene lasci la decisione finale sulle esportazioni ai governi,
afferma che "le armi non dovranno essere esportate verso paesi
dove vi è un evidente rischio che esse potranno essere usate a
scopo di repressione interna o dove si verificano gravi violazioni
dei diritti umani".
FINE DEL COMUNICATO
Roma, 19 maggio 2003
(Il rapporto "Un catalogo
di fallimenti: esportazioni di armi dei paesi del G8 e violazioni
dei diritti umani" è disponibile presso il sito Internet www.amnesty.org)
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