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La scoperta dell'America
(latina)
Gianni Minà per Il Manifesto
Lula e Gutierrez vincono, Chavez resiste, tornano gli zapatisti a
San Cristobal. Spira un altro vento nel "continente
desaparecido", e la sinistra europea deve riuscire a capirlo
In pochi mesi l'America Latina, con le vittorie elettorali di Lula e
Gutierrez, la tenuta democratica di Chavez in Venezuela e la
riapparizione il 1° gennaio del 2003 della resistenza zapatista in
Chiapas, ha imposto un freno inatteso nella macchina economica
neoliberale che si prefiggeva, come ha spiegato Noam Chomsky, più
che l'integrazione una vera e propria annessione del continente da
parte degli Stati uniti, e ha segnato una precisa volontà di
riscatto. Un sentimento che meriterebbe un'informazione più
attenta, più corretta a storie come quella di Hugo Chavez,
presidente venezuelano eletto solo due anni fa, con il 60 per cento
dei voti, che resiste contro ogni previsione al golpe strisciante
nuovamente tentato, ormai da più di un mese, dalla Federcameras (la
Confindustria del suo paese) con l'appoggio delle solite sette
sorelle del petrolio Usa e purtroppo anche della Confederazione dei
lavoratori venezuelani, il Ctv, un sindacato che rappresenta solo il
7 per cento della popolazione attiva ma ha molto denaro a sua
disposizione per tentare di bloccare il paese.
Una strategia infame che, come hanno ribadito i documenti
declassificati della Cia, fu già sperimentata trent'anni fa in Cile
quando il segretario di stato americano Henry Kissinger e un'altra
multinazionale come l'Anaconda (leader nell'estrazione del rame)
decretarono la fine del governo democraticamente eletto di Salvator
Allende e la sua esecuzione, malgrado - come Hugo Chavez adesso -
non avesse mai violato la Costituzione. Allora furono
"comprati" i sindacati dei camionisti che, in un paese
estesissimo, lungo e stretto come il Cile, con una rete ferroviaria
modesta, erano gli unici a assicurare ogni giorno la distribuzione
delle derrate ai cittadini.
Ma queste pratiche eversive in America latina non hanno più
evidentemente un successo sicuro, automatico, così come la
"guerra di bassa intensità" attuata anche se non
dichiarata dal governo messicano di Vicente Fox contro le
popolazioni maya in resistenza nel Chiapas. L'amico fraterno di Bush
junior, ex presidente della Coca Cola del suo paese, dopo essere
stato incapace di firmare come aveva promesso la pace con gli
indigeni dello stato più ricco e nello stesso tempo più medievale
del paese, è attualmente prigioniero della stessa potenza politica
che caratterizzò il mandato del suo predecessore Ernesto Zedillo
(da lui sconfitto proprio promettendo un cambiamento chiaro, che non
c'è stato). Fox è ora costretto ad accettare che l'apparato
poliziesco del paese montato dal Partido revolucionario istitutional
(Pri) in 80 anni ed evidentemente mai smantellato spinga ancora una
volta per una scelta repressiva.
Così, dopo due anni di silenzio, con una lettera aperta al
quotidiano La Jornada del subcomandante Marcos e con una
inattesa mobilitazione di 20 mila indigeni in passamontagna a San
Cristobal de las Casas (per ricordare l'insurrezione di nove anni
fa) l'umanità zapatista ha deciso di uscire dalla selva, dalle
viscere della storia e di riproporre al mondo le ragioni di una
lotta che non è solo tesa al riconoscimento delle autonomie
politiche, sociali e culturali negate ai maya del Chiapas, ma al
rispetto dei diritti di tutti gli indigeni ed esclusi del mondo. Una
lotta che, per queste motivazioni morali, è stata ed è ancora la
base di molte idee dello stesso movimento no-global. "Siamo
venuti qui - hanno detto gli zapatisti il giorno di capodanno a San
Cristobal - per dirvi che siamo ancora vivi, non ci siamo arresi,
non ci siamo divisi".
Marcos, nella lettera a La Jornada ha spiegato questa
insistenza sull'unità del movimento non scalfita dalle difficoltà:
"Il governo messicano ha messo la sua zampa nuovamente sulla
nostra testa ed ora pretende di sgombrare diversi villaggi che,
spinti dalla guerra e dalla miseria, sono stati costretti a
rifugiarsi nei cosiddetti Montes Azules". E il centro per i
diritti umani Fray Bartolomé de las Casas ha chiarito:
"E' cresciuta la presenza militare e politica nella riserva
della biosfera dei Montes Azules mentre il governo sta cercando di
dividere i vari gruppi indigeni".
Una situazione delicata che potrebbe diventare esplosiva in molti
stati del Messico. Proprio per questo la comandante Esther
che tanto aveva commosso il mondo quando nel febbraio 2001 aveva
parlato a nome di tutto il popolo zapatista nel parlamento messicano
sognando la pace e il rispetto dei trattati di San Andres, disattesi
dal governo Zedillo e ora anche da Fox, ha ammonito il presidente:
"Ti dico soltanto che il popolo è disincantato a causa dei
tuoi inganni. Dove sta la pace? Non ti importa che tutti gli sforzi
di coloro che ti hanno eletto si siano rivelati vani?"
Credo che il mondo occidentale che si autodefinisce civile e
democratico faccia male ad ignorare, a eludere questi segnali,
queste istanze che rivelano un disagio ormai incontenibile. E credo
anche che la sinistra europea farebbe bene a battere un colpo non
tanto perché i Lula e i Gutierrez segnalano magari che il
riformismo sincero consiste nel frantumare i tabù della politica
moderna e non nel credere che basta attenuare i disastri e le
ingiustizie dell'economia neoliberale per rimarginare le ferite
della maggior parte degli esseri umani. La sinistra europea deve
capire che realtà come quelle dell'America latina richiedono un
cambiamento totale nell'approccio dei problemi del mondo.
E' ipocrita far finta di non accorgersi, per esempio, che in
Venezuela la democrazia è rappresentata da chi come Chavez, pur con
tutti i suoi limiti ed errori, espropria i latifondi incoltivati per
darli ai poveri o decreta che l'estrazione e la prima lavorazione
del petrolio nazionale possa essere realizzata solo da società in
cui lo Stato abbia almeno il 51 per cento del capitale. La
democrazia invece non è rappresentata da chi, come la maggior parte
dei mezzi di comunicazione nazionali, appoggia il famigerato trio
dei tre Carlos (Ortega, Andrès Perez e Hernandez), uno dei quali,
l'ex presidente Andrès Perez, presunto socialista, con il
democristiano Caldera è il responsabile del fallimento del paese e
durante i suoi mandati è diventato uno dei tre uomini più ricchi
del continente.
Ma sul Venezuela, come sull'Afghanistan, sull'Iraq, sulla Cecenia,
sulla Colombia si elude, si tergiversa, si censura come avviene con
tutte le notizie che riguardano il possesso, il mercato e le guerre
dichiarate in nome del controllo mondiale del petrolio.
g.mina@giannimina.it
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