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VERITA’ E GIUSTIZIA
PER FEDERICO ALDROVANDI!
di Francesco Barilli per Ecomancina.com
25 settembre 2005. Federico Aldrovandi, 18 anni
compiuti da poco, trova la morte nel corso di un controllo di polizia.
E’
domenica mattina, Federico ha appena trascorso la serata con amici e
sta dirigendosi a piedi verso casa. E’ incensurato e non ha commesso
alcun reato; semplicemente forse non sta bene: nel suo sangue si
scopriranno blande tracce di oppiacei e alcol, ma in quantità
incompatibili con un malore grave, men che meno con uno che possa
condurre alla morte. Probabilmente ha bisogno d’aiuto, ma l’unico
“aiuto” che troverà sarà quello di un violentissimo controllo di
polizia, al termine del quale giacerà a terra senza vita.
Tutto
questo avviene a Ferrara. Città distante meno di due ore da dove sto
scrivendo, così vicina e così lontana, perché sembra impossibile
che tutto questo possa avvenire accanto a noi. Se pensi a Federico è
difficile restare convinti di vivere in un Paese civile dove “chi
sbaglia paga”; ancor meno dove “le istituzioni sono a fianco dei
cittadini”. Gli agenti che hanno avvicinato Federico non
assomigliano a quelli immortalati nelle fiction televisive (del resto
l’unico poliziotto di una certa fama che ha espresso rammarico per
quanto accaduto a Genova nel luglio 2001 fu proprio un personaggio di
fantasia, il commissario Montalbano), e le istituzioni per lunghi mesi
non sono sembrate interessate alle domande poste dalla famiglia di
Federico su cosa è realmente accaduto quella mattina.
Settembre 2005, Ferrara. Ossia presente,
Italia. Il Paese dove dal ’47 ai nostri giorni sono avvenute decine
di uccisioni per mano di elementi delle forze dell’ordine. Vittime
pressochè tutte senza giustizia, senza colpevoli. Ma per Federico
Aldrovandi, per “Aldro”, forse sarà diverso. I 4 agenti coinvolti
in quel controllo di polizia ora sono indagati per omicidio
preterintenzionale. Verrebbe voglia di pensare che questo sia il segno
di una normalità che si riaffaccia nel nostro Paese. Il segno che si
può tornare a parlare di “vera” sicurezza: non quella law and
order enfatizzata dai media, che ci fa accettare la restrizione dei
diritti in suo nome, non quella che crea pericolose sacche d’impunità.
Ma questa normalità che timidamente si riaffaccia almeno per il
momento non è frutto di una ritrovata trasparenza delle istituzioni.
E pure la stampa italiana per lunghi mesi non è stata di nessun
aiuto. Nell’immediato ha scritto “sotto dettatura”: un ragazzo
di 18 anni che muore così non fa notizia, NON DEVE fare notizia. I
giornali locali inizialmente parlano di un malore fatale, alludendo ad
una overdose. Chiunque abbia visto una foto del cadavere di Federico
straziato dai colpi ricevuti non può credere a quella versione, ma
sarà proprio quella ad apparire sulla stampa, per lunghi mesi. E,
dopo che sui giornali cominciano ad affacciarsi i primi dubbi (vedremo
fra poco come e perché), la Procura di Ferrara invia un fax ai
quotidiani che seguono il caso, aprendo un fascicolo per diffamazione
e offese rivolte alle autorità inquirenti, inchiesta archiviata solo
il 27 giugno scorso. Neppure Montalbano è di casa a Ferrara, né in
Questura né nelle redazioni né in Procura.
A chi si deve dunque se su Aldro il velo delle
menzogne è stato squarciato? Innanzitutto a due donne: Patrizia
Moretti (madre di Federico) e Anne Marie Tsegue.
Dopo alcuni mesi da quel 25 settembre, Patrizia
fa sentire la propria voce, pone le proprie domande. Apre un blog su
internet, e le sue domande fanno il giro d’Italia. Patrizia e Lino,
padre di Federico, parlano senza rancore, senza cercare vendette, solo
con un grande desiderio di giustizia. Non sono interessati a
generalizzazioni contro le intere forze dell’ordine, chiedono solo
che chi sa parli, svelano le incongruenze delle versioni ufficiali,
chiedono come e perché è morto il loro figlio. Quella della famiglia
Aldrovandi è una voce in cui il dolore si unisce ad una grande
lucidità, che risveglia anche stampa e TV nazionali. E’ da questo
momento che si comincia a parlare del “caso Aldrovandi”. E’ da
qui che comincia il percorso che porterà ad indagare sui 4 agenti e
che porterà alla famiglia di Federico l’attenzione dovutale anche
dalle istituzioni, fino ad arrivare agli incontri con il Presidente
della Camera e con il Sottosegretario alla Giustizia.
Anne
Marie, la seconda donna cui accennavo, è cittadina camerunense. Il
suo permesso di soggiorno scade a settembre. Ha paura delle
conseguenze, ma il silenzio le sembra insopportabile. Ha paura, ma
sceglie di parlare. Gli italiani no: loro non hanno visto, e se hanno
visto non hanno sentito, e comunque “tengono famiglia” e non se la
sentono di testimoniare. Anne Marie racconta di un pestaggio in piena
regola. La sua testimonianza è fondamentale. Per la famiglia
Aldrovandi, certo, ma pure per l’incredibile esempio di senso civico
dimostrato.
Ferrara,
agosto 2006. Fra pochi giorni, in occasione del primo anniversario
della morte di Federico, Ferrara ospiterà una manifestazione
nazionale che l’associazione “Verità per Aldro” ha indetto per
chiedere giustizia per il passato e garanzie per il futuro. Si terrà
il 23 settembre, in quella città che per troppi mesi ha parlato una
lingua simile a quella di un Paese dell’America Latina degli anni
’70. Abusi di potere, violenze, e poi troppi silenzi da parte di
quella società che, nonostante tutto, pretende d’essere chiamata
“civile”.
Ferrara,
Italia, pochi chilometri da qui, vicina a ovunque. Sapremo sentire
“nostra” questa vicenda, così vicina e atroce? O ci limiteremo a
guardare smarriti da un’altra parte, pensando che queste cose “non
dovrebbero succedere” ma comunque “succedono sempre altrove”?
Francesco
“Baro” Barilli, di Ecomancina.com
NOTE:
1.
la piattaforma della manifestazione “verità e giustizia per
Federico Aldrovandi” del 23 settembre 2006 è disponibile qui:
http://www.reti-invisibili.net/aldrovandi/articles/art_8225.html
2.
questo articolo è stato pubblicato anche su “Libertà” di sabato
26 agosto 2006.
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