la recensione di Ecomancina - completa di intervista ad Haidi
Giuliani – al termine della quale trovate i link agli altri
articoli da noi pubblicati sui fatti di Genova).
Il quarto documento è un articolo apparso su "Il
Manifesto" del 3 dicembre 2002. Molto interessante perché
riassume tutti i dubbi, già citati, circa il numero dei militari
presenti nel Defender di Piazza Alimonda e l’identità di chi ha
sparato. In buona sostanza si tratta di un sunto per chi non avesse
voglia e/o tempo di recuperare tutto il materiale che principalmente
Indymedia e Sherwood hanno pubblicato sull’argomento.
Il quinto documento è un intervento di Giuliano
Giuliani apparso su L’Unità on line.
Francesco Barilli di Ecomancina
***
intervista a Massimiliano Monai - dal "Secolo
XIX" del 4.12.02
…
"Ho fatto barricate, ho tirato pietre,
colpito blindati dei carabinieri. Non mi tiro indietro e per questo
pagherò. Ma la ricostruzione del pm, su cui si basa l'archiviazione
di piazza Alimonda, è completamente sbagliata. Confonde strade e
situazioni e non è vero che sono stato con la trave in via
Tolemaide. È tutto da rifare".
Massimiliano Monai, il barista genovese che il 20
luglio 2001 si trovava attorno al defender dei carabinieri armato di
una trave di legno a due passi da Carlo Giuliani, accusa Silvio
Franz. Non si proclama innocente, anzi. Ma ribalta le ricostruzioni
del pm. Poi ribadisce la sua tesi: "Dentro la jeep erano in
quattro, non in tre".
Monai, perché queste accuse? La sua posizione
non cambia. E poi la ricostruzione dei fatti si basa su un
"imponente materiale videofotografico". Come negare?
"So perfettamente che presto avrò un
processo e che questi dettagli non cambieranno nulla. Ma è
incomprensibile questa differenza tra la verità (per quanto pesante
contro di me) e la ricostruzione. Quella scritta dal pm è un'altra
storia".
Vediamo i vari passaggi. Lei non era insieme a
Carlo Giuliani e Eurialo Predonzani?
"Primo, questi ragazzi non li conoscevo. Li
avevo visti qualche volta al bar e a Genova, di vista, ci conosciamo
tutti. Ma non eravamo amici, non eravamo un gruppo. Tantomeno un
gruppo organizzato. Ci siamo trovati in quella piazza per caso,
travolti da ore di cariche di polizia e in preda all'ansia e alla
paura".
Questo spiega l'assalto al blindato dei
carabinieri in corso Torino poi dato alle fiamme?
"Io non ero lì. E neppure ho lanciato
pietre contro quel blindato. No, Franz si sbaglia. Ripeto, non mi
tiro indietro: ho partecipato all'attacco a un blindato, come si
legge sulla richiesta di archiviazione, ma non di quello. Eravamo in
una traversa di corso Torino, c'erano delle barricate. Ho tirato
pietre e picchiato con un bastone. Ma non dove dice il pm: ci sono
le immagini di Tg1 e Canale 5, sono attorno a un blindato; ma un
altro".
Poi: "Monai con una trave e Giuliani con un
bastone in prima fila in via Tolemaide".
"Altra cosa non vera. Non ho mai nascosto di
essere l'"uomo della trave", mai. Ma quella trave l'ho
presa in via Armenia e sono finito direttamente in piazza Alimonda.
Poi l'ho gettata. In via Tolemaide con la trave non ci sono mai
passato".
Ancora: "Monai con pietre in mano nell'atto
di lanciarle in via Tolemaide".
"Quello è vero".
I fatti, bene o male, sono quelli descritti...
"Senta, di foto ne ho centinaia anche io. E
raccontano un'altra storia, quella vera. Diavolo, non sto dicendo
che non ho fatto nulla. Barricate, pietre, trave. Solo non in quel
modo. E se anche le mie colpe restano le stesse, questa cosa
dimostra come una ricostruzione così importante sia da rifare.
Decide un'archiviazione... Che peso ha un'archiviazione arrivata in
questo modo?".
Le foto della procura dicono altro.
"Di foto la procura non ne ha. Ci metto la
mano sul fuoco e sono pronto alla macchina della verità. Ho la
coscienza pulita".
Coscienza pulita? Ma lei stesso ammette barricate
e assalti...
"Certo. Ma non come le vuole disegnare la
procura. Bisogna ripartire da capo. E lasciamo perdere quel defender".
Cosa vuol dire sul defender?
"Che resto convinto: su quella jeep erano in
quattro. Quando sono arrivato lì sotto con la trave c'era un
carabiniere al volante, quello con la pistola e uno che lo copriva.
Ma anche uno accasciato proprio sotto il finestrino dove puntavo la
trave".
Non cambierebbe molto...
"È da vedere. Ma perché il pm non vede
quello che abbiamo visto tutti? Da un anno e mezzo diciamo le stesse
cose. Senza paura di essere un giorno condannati. Tra dieci anni la
storia sarà sempre uguale. Altri hanno cambiato versione almeno
dieci volte".
Chi?
"Il carabiniere Mario Placanica. Prima ha
sparato, poi non ha sparato, poi copriva la pistola con la fondina,
poi ha aiutato il suo collega all'ospedale, poi lo ha aiutato
l'altro. Ha cambiato storia e avvocato. Io sono rimasto fermo".
***
la lettera aperta di Lello Voce al P.M. di
Genova
Gentile Dott. Franz,
nonostante sia dimostrato da svariate foto che
Carlo Giuliani è stato l’ultimo ad arrivare vicino a quel
Defender, il 20 luglio 2001, nonostante altre foto, chiarissime,
dimostrino, oltre ogni ragionevole dubbio, che quella pistola era
puntata ad altezza d’uomo già da molto tempo prima che Carlo
impugnasse l’estintore e che , dunque, con buona probabilità,
Carlo lo raccolse solo per proteggere se stesso e gli altri da una
minaccia "grave e imminente", nonostante che, come è
evidente, la distanza di Carlo dal Defender fosse, al momento dello
sparo, certamente superiore ai 3 metri, nonostante che in un filmato
della polizia scientifica si veda con chiarezza che Carlo viene
colpito prima ancora di avere la possibilità di lanciare l’estintore,
il quale giunge di lato alla jeep spinto dal semplice impulso
inerziale, nonostante che filmati e fotografie mostrino con
chiarezza impressionante che Carlo era ancora vivo al momento in cui
il Defender condotto da Cavataio lo travolge per due volte,
nonostante una serie di inchieste giornalistiche e di
contro-informazione abbiano messo in dubbio che nel Defender ci
fossero solo tre persone, nonostante chi ha sparato, in spregio a
qualsiasi regola di ordine pubblico, non abbia sparato prima in aria
e abbia invece mirato subito davanti a sé, ad altezza d’uomo,
nonostante sia sparita ogni traccia magnetica della TAC che
certifica che un mezzo che pesa tonnellate può passare sul corpo di
un ragazzo minuto, alto 1,65, senza procurargli alcun danno,
nonostante una serie di rilievi dimostrino che quella jeep in
realtà non urtò mai il cassonetto delle immondizie e che quel
cassonetto, comunque, era posizionato al centro della strada, dove,
non dico un Defender, ma addirittura una Panda l’avrebbe potuto
agevolmente spostare, nonostante quell’estintore fosse vuoto e
nonostante di questo fossero probabilmente a giorno i militi che
erano nel mezzo, uno dei quali, probabilmente lo stesso che poi
sparerà, lo aveva appena respinto fuori a calci, nonostante
esistano allo stato – sempre sulla base di numerose foto e filmati
– dubbi fondati che a sparare sia stato proprio il carabiniere
Mario Placanica e non qualcun altro presente nella jeep, nonostante
sino ad oggi Placanica abbia cambiato almeno cinque volte la sua
versione dei fatti, al punto da indurre il difensore che gli era
stato assegnato dall’Arma alle dimissioni, nonostante una serie di
inchieste di contro-informazione abbiano dimostrato che a comandare
i Carabinieri in Piazza Alimonda c’erano ufficiali in qualche modo
coinvolti negli abusi commessi dai militari italiani in Somalia e
che qualcuno ha collegato all’omicidio di Ilaria Alpi, nonostante
recentemente sul sito di Radio Sherwood siano comparse una serie di
foto che ci inducono a ipotizzare che i primi a fuggire di fronte
alla reazione dei dimostranti in Via Caffa siano stati proprio gli
ufficiali dei Carabinieri e il Funzionario di Pubblica Sicurezza
incaricato del comando, cosa che, insieme a tanti altri particolari
noti già da tempo, probabilmente avrebbe potuto indurLa a indagare
sul comportamento della catena di comando attiva in Piazza Alimonda,
nonostante che, con buona probabilità, si sia infierito sul corpo
di Carlo anche dopo la sua morte, nonostante che – qualsiasi cosa
ne pensi al proposito il Dott. Balossino – nel nostro universo
fisico la luce viaggi più veloce del suono e dunque sia impossibile
che quel calcinaccio abbia colpito il proiettile che poi ha attinto
Carlo, nonostante tutto questo, Dott. Franz lei ha deciso di
chiedere l’archiviazione per Placanica in quanto avrebbe agito per
legittima difesa. E probabilmente anche per Cavataio, anche se non
so proprio immaginare per quale ragione, visto che certo non si
tratta di legittima difesa, poiché quando il Defender lo ha
travolto Carlo era a terra e certamente anche Cavataio ha
contribuito alla morte di uomo dal cui volto usciva una fontanella
di sangue ancora qualche minuto dopo i fatti e il cui cuore batteva,
seppur flebilmente, al momento dei primi soccorsi.
Bene, vorrei dirle, Gentile Dott. Franz, che,
nonostante la sua decisione, noi tutti continuiamo ad avere fiducia
nella Magistratura italiana ed attendiamo con serenità che il GIP
decida se l’Italia è una Repubblica Democratica tanto matura da
poter mettere sotto processo anche i suoi cittadini in divisa,
qualora vi sia il fondato dubbio che possano aver commesso un reato
nel corso di una manifestazione politica.
Voglio dirle, però, anche un’altra cosa e
cioè che anche se la decisione del GIP ci sarà avversa, tutti noi
che da quel 20 luglio 2001 ci stiamo battendo perché a Carlo sia
resa verità e giustizia non ci fermeremo. Continueremo, tutti, a
cercare la verità e, non abbia dubbi al proposito, la scoveremo,
qualunque essa sia e dovunque essa si sia nascosta. E la renderemo
pubblica, anche se essa sarà scomoda, per noi o per coloro che
hanno deciso in quei giorni di luglio di sospendere ogni legalità
democratica. La renderemo pubblica perché sia la gente, infine, a
poter giudicare e, mi creda, si tratta di un giudizio che durerà
nel tempo.
L’Italia, Dott. Franz, ci è abituata, ha già
dovuto farlo per le stragi e per decine di delitti politici da
Pinelli a Giorgiana Masi, Franco Serantini ed Ilaria Alpi. Lo farà
anche per Carlo. Le sue conclusioni, mi perdoni, possono essere
condivisibili o meno, ma certamente non hanno il pregio dell’originalità.
***
"Archiviazione e controinchieste"
di Antonella Marrone – da l’Unità
on line 2.12.02
La richiesta di archiviazione per il "caso
Giuliani", era nel conto: temuta, ipotizzata, prevista,
paventata. Haidi, Giuliano, Elena, Fabrizio e tutti gli amici di
Carlo e i soci del Comitato Piazzacarlogiuliani hanno aspettato
fiduciosi. Ora il pm Silvio Franz ha deciso. Mario Placanica ha
sparato per legittima difesa e le pur corpose perizie portate dai
legali e dai periti della famiglia Giuliani non hanno fatto breccia
nell’intuito del pubblico ministero. Ma non è detta l’ultima.
Può darsi che il gip decida di arrivare al processo, può darsi che
gli elementi, vecchi o nuovi, della perizia di parte Giuliani
possano essere ritenuti degni di attenzione. Può darsi che il gip
abbia una marcia in più rispetto al pubblico ministero. O potrebbe
essere solamente più curioso. In fondo ci vuole poco, in un caso
come questo, a non essere convinti fino in fondo. Si tratta di
andare a "vedere", di scoprire le carte, capire che cosa
hanno in mano gli altri. Potrebbe essere un azzardo per il giudice,
potrebbe trovarsi davanti qualcosa di molto concreto e non un bluff.
Potrebbe dover scoperchiare bidoni "tossici" per tutti,
chiedere spiegazioni a chi, dall’alto della propria funzione,
ritiene di essere al di sopra di ogni sospetto. Eppure di cose da
capire, da approfondire ce ne sono tante. Bisogna essere
coscienziosi e leali e onesti per seguire tutti i fili della
vicenda. Se non si arriva al processo non si saprà mai come sono
andate le cose. E la famiglia e gli amici di Carlo non chiedono
altro: verità e giustizia, non vendetta, hanno sempre sostenuto.
Hanno ancora fiducia nella magistratura. I genitori di Carlo, la
sorella Elena e il fidanzato Fabrizio, hanno passato notti ad
ispezionare documenti e testimonianze, hanno lavorato con i periti.
Sapete che su piazza Alimonda sono state condotte diverse inchieste
di controinformazione? Niente di ufficiale: siamo nell’ambito di
gente che non vuole mangiare la foglia, che si è messa al lavoro su
centinaia di foto, di immagini in movimento e di testimonianze. Se
state leggendo questo pezzo on line è possibile che siate persone
che utilizzano Internet per conoscere ed informarsi al di là dei
consueti canali dell’informazione. Allora vi consigliamo di
leggere queste contro-inchieste, tanto per farvi un’idea di che
cosa si può fare se si vuole andare "oltre" quello che
viene imposto. Sono di parte, dichiaratamente, sono state costruite
con passione (e con una certa esperienza) e con la convinzione che
sulla vicenda ci siano troppi fatti strani, troppi conti che non
tornano. Potreste commentare che sono tutte illazioni, che non c’è
niente di provato. Ma resterete scossi, scossi dalla quantità di
cose che non sapevate di quel 20 luglio del 2001 a Piazza Alimonda,
scossi dalla considerazione che, invece, potrebbe essere vero quello
che dicono Arto, Franti e Lello Voce (gli autori delle inchieste).
Scossi dal fatto che, se tutto dovesse essere archiviato, non
saprete mai chi ha veramente sparato a Carlo Giuliani, perché e
come. Non saprete mai se Carlo, quando fu travolto dalla camionetta
per ben due volte era già morto (come sostiene il pubblico
ministero) o ancora vivo (come sostengono molte testimonianze dei
soccorritori). Non saprete mai se si può parlare di legittima
difesa per un carabiniere con una pistola dentro una camionetta a
quasi quattro metri da un ragazzo con un estintore vuoto in mano.
Non saprete mai la dinamica dei fatti. E Genova 2001 sarà
ufficialmente "cancellata", resterà sospesa con il suo
carico di lutti e di vergogna, come tanti altri misteri italiani,
sopra le nostre teste. Lello Voce ha scritto una bella lettera
aperta al pm Franz. Ne andrebbe scritta un’altra, al gip, a colui
(anzi a colei perchè è una donna) che dovrà scegliere tra la
ricerca della verità e la comoda difesa del più "forte",
a colei che dovrà dare la speranza, non solo alla famiglia di Carlo
ma a tutti i cittadini onesti, che la giustizia non è stata
definitivamente annientata in questo paese; a colei che dovrebbe
essere il primo e il più severo sostenitore della verità, colei
che con un processo può dare la possibilità alle testimonianze di
venire allo scoperto e ai dubbi di sciogliersi. Una lettera al
signor giudice perché non si lasci irretire dalle convenzioni,
dalla paura, perché ascolti la sua coscienza di persona giusta.
Perché non uccida Carlo ancora una volta.
***
"Siamo sicuri che ha sparato lui?"
Da "il Manifesto" – 3 dicembre
2002
Davvero è stato Mario Placanica a sparare?
Nemmeno su questo c'è certezza. A parte le dichiarazioni del
giovane carabiniere calabrese, che fin dalla notte del 20 luglio
2001 dichiara di aver esploso il colpo mortale, c'è solo una
guardinga relazione peritale sulle foto di piazza Alimonda. Nemmeno
i consulenti del pm Silvio Franz, che pure non hanno esitato a dare
per certa l'ipotesi del proiettile deviato dal sasso, si sono mai
espressi in termini perentori. Per loro Placanica è solo
"associabile", "maggiormente aderente",
"compatibile" con il carabiniere che ha sparato. Insomma
è probabile che abbia sparato lui. Di più non dicono e forse non
basta. Su Piazza Alimonda ne sono state scritte tante. Un primo
perito aveva detto che l'arma del delitto non era quella di
Placanica (ma poi altre due perizie hanno concluso in senso
opposto), prima ancora il fotografo francese Charles Rousseau aveva
indicato il tiratore nel drappello dei carabinieri a piedi e non
nella jeep, poi era venuta fuori la storia del misterioso
"quarto uomo" all'interno del Defender, raccontata da un
testimone che non è stato mai sentito dal magistrato. Ma l'ipotesi
che si fa ora è diversa, del tutto compatibile con quel poco di
certo che c'è dopo diciassette mesi di indagini. Almeno due
elementi, infatti, fanno pensare che Placanica non fosse il
carabiniere che impugnava l'arma ma quello che, all'interno del
mezzo attaccato dai manifestanti, copriva con il corpo il collega,
dando le spalle alla piazza e a Carlo Giuliani, quando ormai la
pistola era già spuntata dal retro della jeep. L'immagine che conta
è del fotografo Devin Ash. Nel Defender bloccato in piazza Alimonda
si vede un carabiniere che si porta la mano al volto, o alla testa,
tamponando il sangue che gli cola sul lato sinistro del viso. Sotto
di lui, protetto da lui, c'è un altro militare. E può essere solo
questo secondo a sparare: solo la sua mano, infatti, può arrivare a
impugnare la pistola che già minaccia i manifestanti, lo stesso
movimento è del tutto impossibile per l'uomo girato di spalle. Ora,
secondo un minuzioso confronto tra quel poco che si vede del
carabiniere di spalle e il volto di Placanica, ripreso furtivamente
poco dopo la tragedia all'ingresso all'ospedale Galliera di Genova,
la somiglianza è impressionante. Così si conclude la ricostruzione
diffusa in rete da Sherwood.it e Italy.Indymedia.org,
firmata dagli anonimi "Arto & Franti" che hanno usato
un software banalissimo come Photoshop. E c'è dell'altro.
Anche la ferita sembra la stessa: il carabiniere girato di spalle in
piazza Alimonda è ferito alla testa sul lato sinistro, come
Placanica al pronto soccorso. Invece le lesioni non corrispondono a
quelle di Dario Raffone, il secondo militare che ha dichiarato di
trovarsi sulla parte posteriore della jeep.
I periti del pm Silvio Franz, invece, ritengono
che sia proprio Raffone, simile a Placanica per corporatura, con gli
stessi capelli cortissimi ma con la fronte meno ampia del collega.
"All'interno del defender - si legge nelle loro conclusioni -
si intravede il volto di un soggetto. Sono state acquisite immagini
fotografiche di Placanica e di Raffone al fine di verificarne la
compatibilità fisionomica e antropometrica. Occorre precisare che
la zona che si può apprezzare è la porzione della fronte che
evidenza una maggiore aderenza con quella del secondo soggetto; il
primo infatti ha una fronte abbastanza ampia, mentre lo è di meno
quella di Raffone". Una complessa analisi metrica ha condotto i
consulenti a un giudizio meramente probabilistico, secondo il quale
i coefficienti ricavati dall'immagine di Raffone si avvicinano a
quelli del misterioso carabiniere di spalle più di quelli di
Placanica. Ma è tutto fuorché una certezza. Non diventa una
certezza neanche alla pagina successiva quando i periti, dopo aver
confrontato le mani di Placanica con quelle che impugnano l'arma,
aggiungono: "Si può osservare come l'aspetto della
conformazione delle dita e del palmo siano associabili a Placanica.
La mano destra che impugna la pistola e quella sinistra, in
posizione quasi chiusa, sono altamente attribuibili a Placanica".
Da nessuna parte, comunque, c'è il confronto che hanno fatto
"Arto & Franti" tra il carabiniere di spalle e il
Placanica dell'ospedale Galliera.
L'altro elemento, forse ancor più rilevante, lo
hanno offerto gli stessi Placanica e Raffone nei primi interrogatori
dopo l'omicidio. La sera del 20 luglio, alle 23, davanti ai pm Anna
Canepa, Francesco Pinto e Andrea Canciani, il carabiniere ausiliario
Placanica dichiarava: "(...)Io mi sono messo a gridare, dicendo
all'autista di scappare e urlando che ci stavano ammazzando; eravamo
circondati dai manifestanti, io ho inteso che ce ne fossero
centinaia; in quel momento ho visto in difficoltà il mio collega
e ho pensato che dovevo difenderlo; l'ho abbracciato per le spalle
ed ho cercato di farlo accucciare sul fondo della jeep; io
scalciavo perché i manifestanti mi tiravano per una gamba
(...)". L'indomani, il 21 luglio alle 12,30, toccava a Raffone,
sentito dal pm Pinto insieme al collega Silvio Franz, titolare
dell'inchiesta. Ecco l'estratto del verbale (una paginetta e mezza)
del suo unico interrogatorio: "Cercai di proteggermi coprendomi
il volto mentre il carabiniere che mi stava davanti cercava a sua
volta di rannicchiarsi sopra di me e di proteggerci. A quel
punto non vedevo più niente ma sentivo le urla e i rumori dei colpi
e degli oggetti che arrivavano nell'abitacolo". Insomma
sembrava tutto chiaro, o almeno sembrava chiaro che Placanica era
quello sopra e Raffone quello sotto. Certo, è sempre possibile che
i due abbiano sbagliato: però avrebbero fatto lo stesso errore,
attribuendosi ciascuno la posizione dell'altro. Non a caso Placanica,
benevolmente intervistato da Repubblica il 23 agosto scorso,
ha cercato di parare il colpo facendosi immortalare mentre fa il
gesto di sparare dalla posizione "semidisteso", quella
cioè che si era attribuito Raffone.
Ma per l'Arma dei carabinieri Raffone e Placanica
hanno lo stesso valore, poco più di zero. Sono entrambi ausiliari,
cioè giovani di leva, bassa forza del Battaglione Sicilia. Se
dunque Placanica è stato indotto ad autoaccusarsi di un omicidio,
non è certo per coprire Raffone ma, al massimo, per tenere al
riparo dai guai qualcuno che non poteva permettersi di invocare la
legittima difesa. Per lo meno un sottufficiale se non qualcosa di
più.
***
"No, non si può voltare pagina"
di Giuliano Giuliani - da l’Unità
On line del 3 dicembre 2002
Il provvedimento di archiviazione, non atteso ma
inopinatamente previsto, è arrivato. È persino ovvia la necessità
di leggerne con la dovuta attenzione le motivazioni. Altrettanto
ovvia la opposizione che i nostri legali solleveranno con gli
strumenti che le norme ancora in vigore consentono.
Perché? Per una somma di ragioni che mi sembrano semplici e
comprensibili. Provo a citarne due.
La prima. Le contraddizioni, le incertezze, le
cose dette e non dette, i dubbi sono tali e tanti che solo un
dibattimento potrà consentire l'accertamento delle vere
responsabilità di ciò che è successo a Genova un anno quattro
mesi e undici giorni fa. Oscurare tutto ciò non può non apparire
inadeguato. C'è una esigenza di verità su Genova che si è fatta
strada nella coscienza di una parte grande del paese e non può
essere delusa. C'è anche sofferenza per un eccesso di disinvoltura
(vogliamo chiamarla così?) che ha caratterizzato esponenti di primo
piano del governo. Ricordiamo la sentenza emessa dal vicepresidente
del Consiglio la sera stessa del 20 luglio scorso, qualche ora dopo
aver lasciato le sedi operative dell'ordine pubblico a Genova
insieme a colleghi del suo partito, quasi a voler dettare la linea.
Ricordiamo le ammissioni sull'ordine di sparare rilasciate scendendo
la scaletta di un aereo, mesi dopo, dall'ex ministro degli Interni.
Ricordiamo anche i lavori di una commissione
parlamentare di indagine che ha discusso all'oscuro di notizie, di
testimonianze, che non ha potuto o voluto avvalersi di tutta la
documentazione che è stata raccolta. Ricordiamo che in Senato la
richiesta di quaranta parlamentari di promuovere una vera
commissione di inchiesta attende di poter essere valutata e
discussa.
L'esigenza di un dibattimento non risponde a
nessun desiderio di vendetta da parte nostra. Nessuna condanna,
pesante o lieve, ci restituirebbe Carlo. Ma il valore insopprimibile
della verità sta al di sopra del dolore, serve a tutti, serve al
paese.
La seconda. Perugia e Assisi, Roma, Genova 2002,
Firenze, Cosenza, Napoli, Torino hanno dimostrato che si deve e si
può andare oltre Genova 2001; che la maturità del movimento, la
sua qualità, la quantità dei consensi, la contaminazione a vasti
settori della società civile impongono alle forze dello Stato il
rispetto dei diritti costituzionali. Ma andare oltre non può
tradursi in un tranquillizzante e meschino voltare pagina. Carlo è
stato ucciso. Come lo sono stati in passato tanti ragazzi come lui,
ai quali non è stata resa giustizia. Anche, o proprio, perché si
è creduto di poter voltare pagina.
Ecco l'esigenza della memoria. Troppo in fretta
si dimentica, in un modo incerto di guardare avanti non sempre
opportuno e giustificato. Eppure vediamo che quando, anche da molto
in alto, scendono messaggi su una storia che non ci divide più,
subito, dal basso, molto in basso, direi dal fondo del pozzo, si
gracchia alla soppressione della celebrazione della data più
limpida nella storia del paese.
La memoria la terremo viva, come monito e come
speranza. Finché avremo fiato ed energia non verremo meno a questo
impegno.